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«I panini di Tremonti e l'universita' dei metalmeccanici», di Fabrizio Dacrema

Una fulminea battuta di Giulio Tremonti ha messo fine alle speranze dei sostenitori della rapida approvazione della riforma Gelmini dell’università. Pare che il Ministro dell’Economia, di fronte alle lagnanze di Bondi e Gelmini per ottenere fondi abbia risposto, “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia”. Certo, poteva andare peggio, il ministro nazista della propaganda Joseph Goebbels diceva “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”. Ovviamente Tremonti non ha nulla a che fare con il nazismo, né il berlusconismo può essere in alcun modo paragonato alla feroce dittatura nazista, anche se i rischi di cadere in una “dittatura morbida” non mancano.

Poche ore dopo Tremonti, rintracciato dai cronisti a pranzo, ha naturalmente smentito, nonostante il suo commensale, il Ministro Bossi, facesse pensare ad una conferma implicita.
Ma, battute a parte, resta il fatto che il disprezzo per la cultura e le sue istituzioni pervade tutte le scelte del governo. Quanto sta accadendo sulla riforma universitaria ne fornisce un esempio. Tremonti, negando la copertura economica all’emendamento sull’assunzione come associati di 9 mila ricercatori in 6 anni, non ha solo affossato una riforma sbagliata, contro la quale un ampio fronte sta lottando e sulla quale, invece, la maggioranza si era ricompattata. Ha deciso di lasciare andare alla deriva l’università pubblica, ormai immersa nel caos totale del blocco della didattica, dell’incertezza sulla sorte dei ricercatori che la fanno funzionare ogni giorno (“25 mila sepolti vivi nella Gelminiera”, recita uno slogan), nella certezza del taglio di 1,4 miliardi di euro (il 20% delle risorse totali) destinato a provocare la chiusura molti atenei, a ridimensionare, dequalificare e privatizzare l’intero sistema universitario italiano.
Secondo il gossip politico, Tremonti, negando i fondi, avrebbe dato un ennesimo colpo al premier declinante e alla Gelmini (una delle berlusconiane più strenue), rafforzando così la sua posizione in vista del dopo Berlusconi. Questa interpretazione tattica della decisione di Tremonti è plausibile, ma l’abbandono dell’università pubblica – allo stesso modo della scuola pubblica – risponde soprattutto ad una visione strategica che guida le politiche formative del governo, di cui, come abbiamo fin dall’inizio sostenuto, Tremonti è il vero artefice. Aldo Schiavone, ieri su Repubblica, ne ha fornito un’ottima sintesi: Tremonti “accetta e promuove l’esistenza di due Italie: una destinata a precipitare nella regressione, e l’altra, invece, votata a salvarsi”. Per il cinico e rassegnato ministro dell’economia il declino italiano è ormai irreversibile … si salvi chi può. Inutile trovare le risorse per rilanciare le leve principali dello sviluppo del paese, perché una parte di esso (ceti medio bassi, lavoro dipendente, sud)è destinata a restare ai margini dell’economia globale e a rinunciare a diritti e welfare per competere sui costi con i paesi in via di sviluppo (il caso Pomigliano è un esempio paradigmatico di questa deriva). Per “l’altra Italia – su cui contare e fare leva – che si salva grazie allo stratificarsi dei suoi privilegi antichi e recenti … “, sostenuta dalle rendite finanziarie tassate al 12,5% e dall’evasione fiscale, è possibile una via di uscita nell’economia globalizzata, “senza il bisogno di una grande università nazionale, perché si educa attraverso reti private, o direttamente europee e americane”.
Ancora una volta appare con chiarezza la centralità della partita in gioco su scuola e università, decisiva per lo sviluppo del paese e per la sua stessa unità. Il discrimine sono le risorse in gioco: la vicenda consumatasi in questi giorni sulla riforma universitaria conferma che i tagli varati con la legge 133/08 sono incompatibili con qualsiasi processo di riforma dei sistemi pubblici della conoscenza. Solo sconfiggendo il governo su questo punto è possibile riaprire la strada alle necessarie riforme.
In fondo i tagli di Tremonti hanno l’obiettivo di adeguare l’insufficiente – se confrontata a quella dei paesi sviluppati – offerta di competenze da parte dell’inefficace e inefficiente sistema formativo italiano alla ancor più bassa domanda di un sistema produttivo sempre meno competitivo.
I dati dell’ultima indagine Ocse sono chiari: al termine degli studi universitari, nella fascia di età fino a 29 anni, trova lavoro solo il 47,3%, contro il 77,15 della Germania, il 69% della Finlandia e della Francia. Eppure il numero dei laureati italiani è molto basso: solo il 14% della popolazione italiana è laureata contro il 28% della media Ocse e anche nella fascia di età 25-34 anni gli italiani con laurea sono il 20% contro il 27% della media Ocse. Sono meno anche i diplomati (53% contro 71%). Anche secondo i dati i Excelsior-Unioncamere il mercato del lavoro nazionale prevede di aver bisogno di 12 laureati su 100 nuove assunzioni, mentre quello USA ne prevede 31.
Per favorire il riposizionamento qualitativo del nostro sistema produttivo, il sindacato deve impedire l’abbassamento dell’asticella dei diritti costituzionali e contrattuali dei lavoratori, solo così potrà frenare la spinta delle imprese a competere senza innovare. Al tempo stesso occorre ampliare e potenziare la contrattazione di secondo livello per nuove e più flessibili forme di organizzazione del lavoro che sostengano le imprese che puntano su formazione, ricerca e innovazione.
Occorre poi un progetto-paese capace di mettere al centro e di connettere una politica economica per la crescita con il rilancio dei sistemi della conoscenza pubblici.
Le lotte in corso nelle università in questi giorni si legano alla manifestazione della Cgil e della Fiom in modo evidente: se passa il modello Fiat/Sacconi di smantellamento del contratto nazionale e dei diritti costituzionali del lavoro per poter lavorare, allora quel lavoro e quel modello di crescita potranno anche fare a meno di scuole e università di qualità per tutti.

da ScuolaOggi

«Il valore del lavoro e la politica distante», di Gad Lerner

L´ingiustizia plateale di cui è vittima il lavoro dipendente nel nostro paese – rimossa dal governo, trascurata dalla sinistra – si sta riprendendo da sola l´attenzione che le spetta.
Solo un establishment miope, che ha lucrato per decenni sulla crescita delle disuguaglianze sociali senza peraltro compensarla con alcun vantaggio per l´economia, può liquidare la piazza romana gremita di lavoratori metalmeccanici come una manifestazione di estremismo politico. Da trent´anni una distribuzione squilibrata del reddito – che a differenza da altri paesi neppure la fiscalità e il welfare riescono a correggere – provoca un´imponente decurtazione della quota di ricchezza nazionale destinata alle buste paga. E come se questo non fosse un problema, ogni rara volta che viene ipotizzato un nuovo investimento nell´apparato industriale, esso viene preceduto dalla richiesta di concessioni normative a vantaggio dell´impresa. Quasi non provenissimo da decenni di moderazione sindacale e di concessioni rimaste senza contropartita alcuna per i lavoratori.
Può sembrare antico il simbolo della Federazione Impiegati Operai Metalmeccanici della Cgil fondata nel 1901, con la ruota dentata e il martello affiancati alla penna e al compasso – ma chi lo irrideva alla stregua di un anacronismo ormai disgiunto dal malcontento operaio, ha perso la sua scommessa.
Ancora una volta si è confermato poco saggio confidare sulla divisione sindacale per edificare nuove relazioni industriali. Sono caduti nel vuoto perfino gli avvertimenti del vecchio “duro” Cesare Romiti. Peggio ancora, il ministro Maroni ha additato irresponsabilmente come pericolo pubblico la manifestazione promossa da una grande organizzazione democratica che merita il rispetto di tutti, compreso chi non ne condivide la linea sindacale. Mentre il suo collega Sacconi, novello apprendista stregone, ha sproloquiato vaneggiando di un inesistente “clima da anni Settanta”.
La compostezza della protesta operaia ha fatto giustizia della linea di un governo che punta a stringere accordi con la Cisl e la Uil negando il ruolo decisivo della Cgil. Speriamo che l´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, dopo aver dato in questa circostanza il cattivo esempio, riveda il proprio errore.
Toccherà ora ai sindacati di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti ritessere un rapporto unitario con la nuova leader della Cgil, Susanna Camusso, contribuendo a sopire le tensioni che hanno dato luogo purtroppo a intimidazioni gravi nei loro confronti. Nessuno tra coloro che rifiutano calcoli politici di breve periodo, neanche la Confindustria, ha convenienza a fronteggiare la gestione della crisi economica con due piazze sindacali contrapposte. Tanto più dopo la giornata di ieri che ha evidenziato rapporti di forza diversi da quelli su cui forse anche Cisl e Uil facevano affidamento.
L´argomento secondo cui la Fiom Cgil mobilita grandi numeri solo perché intorno a lei si radunano forze radicali, precari della scuola e studenti estranei al mondo della fabbrica – il “nuovo antiberlusconismo” di cui parla Nichi Vendola – denota una visione politicista che elude la sostanza del problema: chiedere deroghe ai dipendenti in materia di malattia e diritto di sciopero, addirittura disdettare un contratto nazionale prefigurando ovunque normative svantaggiose, viene percepito come un´ingiustizia da chi molto ha già dato senza ricevere nulla in cambio.
Certo, dalla nuova posizione di forza acquisita, anche la Fiom Cgil dovrà avvertire la responsabilità di operare per una nuova unità sindacale, sedersi di nuovo ai tavoli delle trattative, vincendo la tentazione di un isolamento dorato.
Il Partito Democratico soffre più di chiunque altro questa divisione sindacale e paga il prezzo di non aver saputo delineare un suo impegno politico diretto nel mondo del lavoro, influenzando anche le dinamiche interne alle tre confederazioni. L´assenza di Bersani in piazza San Giovanni è dovuta al fatto che il segretario del Pd non può oggi permettersi di scegliere: difatti non aveva partecipato neppure alla manifestazione di Cisl e Uil, la settimana prima, a piazza del Popolo.
Magari fosse solo una questione diplomatica. La verità è che l´intera classe politica del centrosinistra, qualunque sia la sua matrice culturale, si è macchiata di un´inadempienza storica. Rescisso il legame esistenziale con gli operai, interrotto il circuito virtuoso per cui la rappresentanza delle classi subalterne si tramutava anche in leadership espresse direttamente dal mondo del lavoro, non ha allontanato solo il suo tenore di vita e la sua sensibilità dal popolo delle formiche. La classe dirigente del centrosinistra si è autoconvinta che un´adesione acritica alla cultura neo-liberale fosse il requisito indispensabile per candidarsi al governo del paese, supportata dal consenso di un establishment che nel frattempo si arricchiva spogliando risorse, anziché promuovere lo sviluppo.
Saranno necessari un cambio di mentalità, drastiche correzioni organizzative e di comportamenti, affinché l´attenzione al reddito e alla condizione operaia riacquisti il giusto peso nella politica del centrosinistra.
Non è un ritorno all´antico, ma un´adesione moderna alla vita quotidiana di chi fa fatica, il messaggio urgente che piazza San Giovanni rivolge a una politica distante.

da www.repubblica.it

«Indietro non si torna», di Conchita De Gregorio

A duecento metri dal Colosseo e altrettanti da piazza San Giovanni si uniscono i due cortei. Sotto la scalinata di una chiesa si incontrano e con ordine si incolonnano le parole DEMOCRAZIA e DiGNITÀ scritte maiuscolo, una persona una lettera, nessuna sigla. Piove poco. Da una casa al terzo piano la musica forte degli Inti Illimani. LAVORO e LEGALITÀ si mettono in fila scambiandosi la lettera L. El pueblo, unido. Applausi alla finestra aperta. A quelli di noi senza ombrello, tanti, i vecchi operai offrono il loro casco rosso della Fiom: tanto noi non ci ammaliamo, ridono.
Guglielmo Epifani al suo ultimo corteo da segretario, «lascio con la speranza che le cose cambino», sorriso breve e gentilmente malinconico, Susanna Camusso al suo fianco, la donna di domani, Cofferati un po’ più indietro, ciao Cinese, gli dicono, il Circo Massimo sembra un secolo fa : «Bisogna tornare indietro per andare avanti», risponde lui. Come restare vicini e lontani. Vedendo questa piazza ho meno paura, dice Vendola. Vedendo questa piazza sento felicità e speranza, dice Landini il segretario Fiom che lo tiene per un braccio.
Irresponsabili, provocatori quelli che hanno invocato il morto: sono ministri. Anche dal palco, Epifani e Landini: Sacconi irresponsabile. A Maroni ci pensa la piazza: manifestanti con cartello al collo, “Infiltrato”. Il servizio d’ordine Fiom alla testa del corteo degli studenti. Slogan degli studenti: «Contro la precarietà esistenziale». Una moltitudine, i ragazzi.
Francesco Caporali, rete Link: non siamo qui solo per solidarietà, siamo qui perché è in gioco il nostro futuro. «Sì ai diritti no ai ricatti», striscione. Pioggia più forte. Bandiere arcobaleno.
«I soldi per la ricerca li fate esplodere in Afghanistan», cartello. «Il lavoro è una guerra », dice dal palco la ragazza di Emergency, applausi. Infermieri con la siringa al braccio.
Ragazze zingare che ballano la danza del ventre, Valentino Parlato che guarda. Lavoratori africani di Rosarno, neri sullo striscione rosso. Le maschere bianche di Eutelia. Un trattore, vero. Berlusconi, un pupazzo: «La crisi c’è ma non per me». Lo abbraccia il pupazzo di Bossi: «L’appetito vien mangiando».
Del Pd visti Marino, Fassina, Vita. Bandiere con Berlinguer, edicole de l’Unità, uno striscione con Marx. Di Pietro coi suoi. Sotto palco Mussi, Ferrero, Diliberto. Delegazione livornese danzante: Vaini (soldi) che fa rima con casini minuscolo. Tramonto col sereno. Centinaia di migliaia di persone: nessuno le conta per far dispetto alla questura. Basta parole, ecco i fatti. Sciopero generale, chiede Roma invasa da un mare di popolo che vuole dignità e lavoro, legalità e giustizia. Sciopero generale ripetono dal palco Landini ed Epifani. Un discorso breve, Epifani. Finisce così: «Questo comizio chiude il mio mandato: sono felice che sia in questa piazza, con la Fiom. Abbiamo discusso, litigato, ma abbiamo sempre cercato quello che ci univa. Il pluralismo è la nostra ricchezza, in questa tempesta è quello che ci dà forza e prospettiva di speranza».
Grazie di questa grande manifestazione democratica e pacifica, dice anche. La violenza, avete visto signori, è roba vostra: è nei vostri volti, nei vostri gesti, nelle vostre parole. Provate a contare dalle foto aeree, siete specialisti dei “rapporti riservati”: scambiateveli, pazienza se la verità non la racconterete mai. Chi c’era lo sa. L’Italia da qui indietro non torna.

da www.unita.it

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«Ovazioni per Vendola in piazza. E Nichi lancia un’Opa a sinistra», di Fabio Martini
Bersani non partecipa ma a sera scrive: «S’è alzata una voce che va ascoltata»

Appena lasciata la solita, ”eterna” piazza Esedra, i metalmeccanici iniziano a sfilare, mantenendosi in un silenzio davvero curioso, interrotto ogni tanto dal suono di qualche fischietto. Neppure uno slogan parte dalla testa del corteo, neanche quando si approda all’altezza della basilica di Santa Maria Maggiore, una curva scenografica che di solito eccita l’”esibizionismo” di tutti i cortei. Ma proprio mentre il serpentone sfila silenziosamente sotto il colle dell’Esquilino, un’improvvisa eccitazione scuote il corteo. Che succede? E’ Nichi Vendola, che si infila proprio lì, accompagnato da una piccola ovazione, che si dilata non appena il governatore di Puglia affianca Maurizio Landini, leader della Fiom. E una grande eccitazione avvolge Vendola quando si avvicina ai lavoratori di Pomigliano, in un tratto di corteo molto più “rumoroso”, dove – qui sì – schioccano slogan, ma non aggressivi: «Chi non salta, Berlusconi, è», «Noi non siamo criminali».

Nella pancia del corteo, Vendola ci sta bene e la sua riconoscibilità non ha paragoni con quella delle sparute “sentinelle” inviate da Pier Luigi Bersani: Stefano Fassina, responsabile dell’Economia e lavoro e Matteo Orfini, ex braccio destro di Massimo D’Alema. E infatti giornalisti e telecamere cercano Nichi e lui non ha remore a mettere il suo “cappello” sul corteo, in una serie di dichiarazioni: «Il centrosinistra non esiste se non mette al centro la questione della dignità del lavoro». Quattro ore più tardi, quando il corteo indetto dalla Fiom si concluderà con un successo organizzativo e senza i paventati incidenti, anche il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, si farà sentire. Con una dichiarazione scritta: «La voce che si è fatta sentire pacificamente a piazza San Giovanni va ascoltata. L’unità del mondo del lavoro è una energia indispensabile per costruire una alternativa al governo». Bersani batte un colpo, pur consapevole che è tardi per riequilibrare le assenze fisiche. Tanto è vero che poco più tardi, in tutti i Tg di prima serata – il Tre ma anche l’Uno – appare un Vendola dichiarante, segno indelebile che lui c’era e quelli del Pd avrebbero voluto esserci ma non ci sono stati.

Certo, i protagonisti della manifestazione sono stati gli operai, il 60-70% dei manifestanti, ma dentro il corteo si sono giocate diverse partite “politiche”. La Cgil contro i “padroni”. La Cgil “contro” Cisl e Uil. La Cgil “contro” la Fiom. Ma anche Vendola “contro” Bersani. Un duello a sinistra destinato ad intensificarsi nelle prossime settimane e nel quale – in vista delle Primarie – i due si contenderanno quella estesa area di opinione pubblica di sinistra che preferisce il Pd nella versione di “corsa” rispetto a quella riformista e propositiva. Nel duello a sinistra che lo contrappone a Bersani, Vendola ha provato ieri a lanciare la sua “Opa” su una piazza composita, messa assieme dalla Cgil, una piazza nella quale oltre agli operai metalmeccanici c’erano anche studenti (non moltissimi), ricercatori, precari, movimenti sui beni comuni, pacifisti, femministe. E infatti mentre il corteo sfilava, un personaggio che conosce tutte le anime della sinistra come Sandro Valentini, già segretario di Armando Cossutta oggi dentro il Prc, faceva notare: «Dopo Pomigliano, la Cgil e ancor più la Fiom – in difficoltà per la mancanza di sponde politiche e abbandonate da Cisl e Uil, hanno deciso di politicizzare questa manifestazione, di recuperare consensi in una più vasta area. E hanno avuto ragione».

Ce la farà Vendola ad occuparla lui e solo qui questa zona elettorale e sociale? In corteo ha sfilato Antonio Di Pietro («Qui ci sono lavoratori e non delinquenti») ma la quantità di militanti dell’Italia dei valori, un centinaio, dimostra che per ora non viene da qui una concorrenza temibile per Vendola. Quelli del Pd, fino a ieri mattina sono stati incerti sul da farsi e per ora non sembrano in grado di avere una linea univoca nel rapporto con la Cgil. In piazza si è rivisto Sergio Cofferati, questa volta nella versione di “sinistra”, un personaggio sempre amato dalla base operaia. E a fine manifestazione, oltre a Bersani, si è fatta viva anche Rosy Bindi: «Pensare di costruire l’alternativa a Berlusconi senza questa piazza è semplicemente illusorio».

Ma seguire la Fiom sulla strada dello sciopero generale politico e nella linea dell’isolazionismo rispetto a Cisl e Uil, non sarà impresa semplice per il Pd. Come dimostra anche una durissima dichiarazione di Francesco Boccia, già sfidante di Vendola alle Primarie di centrosinistra: «Non si può continuare a confondere partito e sindacato. Personalmente sono nauseato nel vedere sfilare per qualche ora intellettuali che guadagnano milioni di euro l’anno, ex parlamentari che vivono col vitalizio e che dopo la sfilata davanti alla tv, tornano a casa con le loro autoblù».

da www.lastampa.it

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«Vendola si prende la scena Bersani: piazza da ascoltare», di Andrea Carugati
In piazza una folta delegazione Pd, con Fassina, Cofferati, Damiano. Marino: dovevamo aderire. Vendola accolto da star. «Maroni? I teppisti doveva cercarli
allo stadio», Di Pietro vira a sinistra e attacca Cisl e Uil.

Donatello, Pietro e Nicola, poco più di vent’anni, entrano in piazza San Giovanni tra i primi, sventolando le loro bandiere Pd. Sono praticamente le uniche di tutto il corteo, balzano subito all’occhio. Vengono da Crevalcore, vicino Bologna. «Il nostro circolo ha aderito alla manifestazione», spiega Donatello. «Abbiamo fatto un documento e l’abbiamo anche letto in fabbrica, alla Magneti Marelli. Dove ci sono i lavoratori noi ci dobbiamo stare». Però il Pd, quello grande, non ha aderito. «Lo capiamo, è un grande partito, ci sono tante anime. Diciamo che in futuro ci aspettiamo decisioni più nette, e più serene…».
Concetti chiari, riformismo assimilato nonostante la giovane età. Nel giorno in cui Vendola viene coccolato come una Madonna dalle tute blu, e Di Pietro gongola nel suo gazebo in mezzo alla piazza, le loro tre bandiere sono un segno importante. Bersani a sera farà la sintesi: «Dalla piazza una voce pacifica che va ascoltata, chi ha a cuore l’Italia deve augurarsi che emergano posizioni comuni dal mondo del lavoro. L’unità del mondo del lavoro è un’energia indispensabile per costruire l’alternativa».

COFFERATI “GUIDA” I DEMOCRATICI
La delegazione ufficiale Pd è tra le prime ad arrivare a piazza Repubblica. C’è Sergio Cofferati, quello più a suo agio. La gente lo riconosce e si avvicina, il ricordo del Circo Massimo non si cancella. «O Cinè», lo abbracciano in coro le tute blu di Pomigliano.
«Non possiamo solo sperare che Cgil, Cisl e Uil vadano d’accordo. Servono strumenti di legge per far votare i lavoratori », spiega. C’è Stefano Fassina, giovane responsabile economico, pupillo di Bersani.
Ci sono Cesare Damiano, il dalemiano Matteo Orfini, Vincenzo Vita, Paolo Nerozzi. Ignazio Marino e Michele Meta. Il veltroniano Achille Passoni, ex Cgil («Ma la Fioma Pomigliano ha fatto degli errori»). «Ma come fa Boccia a dirci che siamo opportunisti se veniamo a manifestare? Qui c’è una parte importante delle nostre radici», ragiona Fassina. «Non siamo equidistanti tra i sindacati, stiamo sempre con i lavoratori, anche quando tutto è complicato dalle divisioni sindacali, come adesso…».Ma non rischiate di apparire incerti? «Siamo qui con le nostre idee e proposte, non siamo personaggi in cerca d’autore…». Eppure divisi. «Una cultura politica non si improvvisa », confida Fassina. «Non mi scoraggia e non mi sorprende vedere che nel Pd siamo divisi». In testa al corteo l’abbraccio del leader Fiom Landini ai democratici, nessuna contestazione.
«Sono qui come ponte di collegamento», dice Damiano. «Certo, era meglio partecipare come partito. Qua ci sono lavoratori che guardano a noi, vogliono che li ascoltiamo». «Avrei preferito vedere qui migliaia di nostre bandiere», confida Ignazio Marino. «Ma sono certo che nel Pd siano minoritari quelli che non capiscono il senso di una piazza come questa». Vincenzo Vita sfida chi è rimasto a casa: «Qui ci sono le contraddizioni del presente e del futuro, i precari, i ricercatori, gli operai. Non è l’800, è la modernità. Fioroni e Boccia vengano a vedere…».

VENDOLA ACCOLTO DA STAR
Vendola si prende la scena. Fa un’incursione alla testa del corteo, col caschetto rosso in testa, mani strette e foto ricordo. Poi si sposta, va da quelli di Pomigliano, di Termini Imerese. «L’Italia migliore comincia da loro. Altre foto ricordo, «Sei la nostra speranza», gli gridano. Lui sorride, e si concede il lusso di non polemizzare con il Pd. «Oggi c’è l’unità del popolo, spero che sia propedeutica a quella del centrosinistra…qui si apre davvero il cantiere dell’alternativa». Abbracci con Fassina e Marino, tutti stretti intorno a Epifani e Camusso.
Vendola picchia duro su Maroni: «Non ho capito se il suo allarme si basava su informazioni o desideri. Poteva allarmarsi sulla partita di Genova, i teppisti non li deve cercare tra i lavoratori». Il governatore pugliese si tiene alla larga dagli altri della ex sinistra radicale, Ferrero, Diliberto, Salvi. Che a un certo punto, mentre dichiarano alle tv, vengono “travolti” dai manifestanti: «Fateci passare!».
«Qui c’è l’opposizione, il Pd mostra la sua impotenza», ragiona Ferrero. Anche Di Pietro sta alla larga: «Qui ci sono padri e madri, i delinquenti sono quelli che non li ascoltano o aizzano la violenza. Siamo qui senza se e senza ma, non c’è bisogno di essere comunisti, quella parte del sindacato che si accontenta del tozzo di pane perde un’occasione…».
A sera Francesco Boccia torna all’attacco: «Sono nauseato dalle finzioni.
Era un corteo pieno di intellettuali milionari, ex deputati col vitalizio e politici in auto blu». Landini lo incenerisce: «Ci vuole rispetto».
L’ex popolare Merlo se la prende col le contestazioni alla Cisl. Casini fa la predica: «Chi è in quella piazza è fuori da un disegno di governo riformista alternativo a Berlusconi». Rosy Bindi si arrabbia: «Pensare di costruire l’alternativa a Berlusconi senza questa piazza è semplicemente illusorio»

«Ivan in curva l'apoteosi del feticcio», di Gian Enrico Rusconi

Quanto è accaduto allo stadio di Genova è stato un episodio estremo, che non è finito in tragedia per puro caso. Ma ormai il caso governa il rapporto violento tra stadio e politica.
Detto in termini più forti e preoccupanti: la politica non controlla più «lo spazio pubblico» più grande e più carico di passione che oggi esista. I responsabili dello sport e i politici continuano a fingere che la violenza sia una patologia estirpabile con misure di controllo amministrativo (le tessere) e di ordine pubblico. Certamente sono misure utili, anzi necessarie, ma non toccano il cuore del problema.

Si sta infatti modificando sotto i nostri occhi la qualità dello «spazio pubblico» in cui più direttamente si esprimono le emozioni, le identità e le loro simbologie. Legate al calcio come una «forma di vita» o un suo surrogato simbolico. Ecco perché prima di riparlare ancora dei fanatici serbi o dell’ammissione o no delle bandiere «politiche» negli stadi (come annunciato per la Stella di David a Milano) dobbiamo fare una riflessione più di fondo.

Il gioco del calcio, o meglio l’immaginario che lo accompagna con il suo intenso coinvolgimento emotivo e verbale, è probabilmente «lo spazio pubblico» più importante in cui si esprimono oggi milioni di uomini (e in misura minore di donne).

Se per ipotesi assurda dovesse essere eliminato, scomparirebbe l’argomento più frequente e coinvolgente dell’interazione quotidiana. Verrebbe meno persino un pezzo di identità di milioni di persone.

Si dirà che sto esagerando. Certo: di calcio si parla in continuazione nei rapporti quotidiani tra amici, sul lavoro, persino con sconosciuti, diventando un paradossale strumento di conoscenza. Ma – si obietta – si tratta pur sempre di spazi di intrattenimento, di relax, di gioco appunto. Quando si trasforma in qualcosa d’altro – in particolare in veicolo di violenza verbale sotto la forma di intolleranza di parte (pseudo-sportiva) o addirittura strumentalizzazione politica senza alcun nesso con il gioco – allora la passione per il calcio «degenera» letteralmente, diventa «altro dallo sport».

Queste sono osservazioni sagge ed edificanti che sentiamo da decenni ripetute seriosamente in tutti i talk-show – senza alcun risultato. Perché? Per cominciare, sin qui noi stessi abbiamo mantenuto la finzione di parlare di «sport», quando in realtà siamo dinanzi al «tifo», al coinvolgimento passivo in eventi sportivi giocati da professionisti che hanno perso ogni legame con una presunta comunità o comunanza d’origine (che dà senso alla squadra di «casa mia»). La maglia, la bandiera e la simbologia connessa sono il vero oggetto della passione e specularmente dell’odio per l’avversario. Apoteosi del feticcio, sul quale tutto può essere scaricato – in particolare quelle dinamiche identitarie che hanno le loro radici fuori, nella società, nelle attese e nelle frustrazioni da essa prodotte.

Ma che cosa c’entra la politica? Qui sta la differenza tra i ragionevoli spettatori (paganti) che si godono la partita come meritato intermezzo, magari per compensarsi dalle delusioni della politica. E gli energumeni o i ragazzi scatenati delle curve che vivono la partita non come «intermezzo» ma come rappresentazione della vita vissuta (politica compresa). E ci vogliono andare dentro, di brutto, picchiando, insultando. La confusione tra squadre e partiti fa parte del «gioco».

Tornando al brutto episodio di Genova di alcune notti fa, negli ultimi commenti la componente politica sembra ridimensionarsi. L’uomo nero, Bogdanov, da Ivan il terribile è declassato a Ivan il pentito, con l’aiuto di mamma. Quella che sembrava una spedizione politica programmata, per spostare la guerra civile serba in Europa, in polemica contro l’entrata nell’Ue, appare un trasferimento punitivo di «fans» sfuggito agli occhi della polizia. L’unica cosa certa è il dilettantismo delle autorità politiche e di polizia di entrambi i Paesi. Ma i fuochi e le violenze di quella notte rimangono ben impressi nella nostra memoria. Sono stati anch’essi frutto di quel «caso» di cui parlavamo all’inizio?

Stiamo ora bene all’erta per quello che non deve accadere a San Siro dove sventolerà la bandiera con la Stella di Davide accanto ad altri vessilli. È troppo sperare che «lo spazio pubblico» dello stadio sia più forte dei dubbi e delle resistenze della politica?

da www.lastampa.it

«La scomparsa del ceto medio», di Paul Ginsborg

Che cos´è oggi il ceto medio italiano? Tre elementi ci colpiscono subito. In primo luogo l´incessante crescita numerica. In base ai dati forniti da Paolo Sylos Labini, i ceti medi urbani italiani, in cui l´autore raggruppa le principali categorie dei piccoli imprenditori, degli impiegati pubblici e privati, degli artigiani e dei commercianti rappresentavano nel 1881 il 23,4% della popolazione, mentre nel 1993 toccavano il 52%. Oggi secondo le stime si attestano attorno al 60%…
Accanto a questo primo, grande fatto strutturale ve n´è un secondo: il livello sempre più alto di istruzione che li caratterizza. Nel 2001… gli italiani in possesso di un titolo di studio medio, superiore o universitario erano diventati il 63,4% per cento della popolazione. Questa rivoluzione scolastica non colma il divario esistente rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna, ma è innegabile che il paese può vantare un ceto medio sempre più esteso e istruito. Il terzo elemento strutturale riguarda la composizione interna dei ceti medi. L´Italia ha una quota di occupazione indipendente (o lavoro autonomo) molto alta (il 26,4% dell´occupazione totale nel 2006) più elevata di qualsiasi altro paese europeo. Ma attenzione: in questi anni i media e la destra politica hanno tentato con martellante insistenza di presentare il mondo del lavoro autonomo in generale e quello del piccolo imprenditore in particolare come predominante nel paese… In realtà, il lavoro autonomo è in lento declino dal 2003, costituisce solo un quarto del lavoro complessivo in Italia e meno della metà dell´occupazione dei ceti medi presi nel loro insieme. Esso cela in sé un gran numero di figure diverse – non solo quella del piccolo imprenditore dinamico ma anche il vasto e perdurante mondo dei commercianti e degli artigiani, nonché moltissimi ‘autonomi precari´, specialmente giovani, che hanno la partita Iva ma non un´ occupazione stabile…
Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due mondi, piuttosto diversi uno dall´altro… Chiamerei l´uno il ceto medio riflessivo, capace di bridging (cioè capacità di costruire ponti verso altri) e, in termini occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; l´altro il ceto medio concorrenziale, tendente al bonding (cioè tendenza a rafforzare i legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro autonomo.
Partiamo con la prima componente, il ceto medio riflessivo. In tutta l´Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell´informazione e della cultura… Ad ingrossarne le file è stato un numero sempre crescente di donne molto istruite, alla ricerca di un impiego adeguato alla loro professionalità, ma in forte difficoltà nel trovarlo, soprattutto al Sud… Questa componente dei ceti medi contemporanei in apparenza è dotata di notevole potenziale civico. Se guardiamo il caso italiano vediamo come l´opposizione al regime di Berlusconi provenga in parte considerevole da questi settori dei ceti medi. A partire dalle grandi manifestazioni della primavera e dell´autunno 2002, fino alle dimostrazioni organizzate attraverso internet dal ‘Popolo Viola´ del dicembre 2009 e di ottobre 2010, numerosi appartenenti a questi strati sociali si sono mobilitati contro il regime… Non bisogna in nessun modo esagerare le capacità civiche di questa parte dei ceti medi, né la loro consapevolezza di sé come gruppo sociale… Essi hanno sempre possibilità di scelta e, di fronte alla ripetitività delle proteste e soprattutto allo scarso incoraggiamento proveniente dal ceto politico di sinistra, perdono slancio e speranza…
Vengo ora alla seconda agglomerazione – i ceti medi – prevalentemente dediti al lavoro autonomo e fortemente orientati al mercato… Storicamente una componente di spicco di questo mondo sono sempre stati i distretti industriali italiani, apprezzati da numerosi studi internazionali e considerati anche portatori di un specifico modello di coesione sociale… Viene da chiedersi, però, quanto questo quadro sia ancora valido nel Nord Italia, di fronte alla crescita della Lega… Nella Lombardia e nel Veneto, se non nella Toscana e nell´Emilia-Romagna, si è sviluppato un modello diverso, fortemente basato sul bonding territoriale e sull´appartenenza etnica, sullo sfruttamento di una sottoclasse di immigrati, sulla scarsa presenza di equità sociale e su una forma di democrazia fortemente personalizzata e di partito. Davanti a quest´onda gli studiosi devono dirci cosa resta dell´ethos dei vecchi gloriosi distretti industriali…
Qual è l´apporto del ‘Berlusconismo´ a questo quadro generale?… La singolarità del ‘Berlusconismo´ risiede nell´uso particolare che egli ha fatto delle opportunità che il degrado democratico degli anni ´80 gli ha offerto. In modo precoce (1984) ha potuto stabilire un controllo mediatico sulla televisione commerciale unico in Europa, senza la sorveglianza di un qualsiasi garante pubblico, e ha potuto utilizzare questa libertà per reiterare incessantemente determinati valori e stili di vita, e per trascurarne o denigrarne altri… Questo sfrenato potere mediatico è il primo elemento del Berlusconismo. Un secondo è il comportamento di Berlusconi nei confronti dello Stato e della sfera pubblica. Qui riscontriamo una forte diversità rispetto alla signora Thatcher. Quest´ultima, per quanto radicale, non mise mai in dubbio le istituzioni e le pratiche della democrazia britannica. Berlusconi, al contrario, come dimostra anche la sua famosa videocassetta del 26 gennaio 1994, quella della ‘discesa in campo´, ha sempre considerato la sfera pubblica una zona di conquista, di occupazione, di trasformazione… L´ultimo apporto del Berlusconismo… è l´esplicito appoggio a un elemento dei ceti medi – quello del lavoro autonomo e concorrenziale – a spese dell´altro, quello più riflessivo e basato sul lavoro dipendente. Berlusconi blandisce il primo con tutta una serie di carezze – agevolazioni fiscali, condoni edilizi, la depenalizzazione sostanziale del falso in bilancio… All´altro elemento dei ceti medi, il ‘Berlusconismo´ riserva solo schiaffi – lo smantellamento progressivo della scuola pubblica, il degrado senza fine delle grandi istituzioni culturali, gli stipendi in calo verticale in termini di potere d´acquisto. Così – e questo forse è la sua eredità più dannosa – Berlusconi contribuisce in modo drammatico a spaccare il ceto medio, e ad incrementare il livello di incomunicabilità tra le sue due componenti principali. Ogni tanto mi sembra che i moniti ottocenteschi di Disraeli circa il rischio di creare due Nazioni siano di scottante attualità per l´Italia contemporanea…
*Questo testo è tratto dal discorso che terrà oggi a Firenze, al convegno “Società e Stato nell´era del berlusconismo”.

da www.repubblica.it

«Tutti gli scenari della conta piemontese», di Fabrizia Bagozzi

Il Pdl rischia di perdere il Piemonte ma il garbuglio giuridico è intricatissimo.
Ritrovatisi il Piemonte come asset forse senza contarci più di tanto, ora i Padani sentono di stare per perderlo. Perché, anche se non circolano cifre ufficiali sui riconteggi sulle liste delle regionali che il Tar ha dichiarato invalide (Consumatori e Al centro con Scanderebech), quelle ufficiose indicano un netto recupero da parte di Bresso, che ha perso per circa novemila voti di differenza e che li avrebbe ampiamente recuperati. La Lega agita lo spettro del sovvertimento della volontà popolare, ribadito da Bossi, mentre Bresso annusa il vento a favore. Ma dato il complicato intreccio di ricorsi, controricorsi e rinvii, quali sono a grandi linee gli esiti possibili? Proviamo a ricostruire la vicenda.
In questi giorni era attesa l’udienza con cui il Tar, chiuso il nuovo computo, decideva il da farsi. Ma i ritardi accumulati – nel novero manca ancora Torino – l’hanno fatta slittare di 25 giorni. Allo stesso tempo è slittata anche l’udienza (prevista per martedì) con cui il Consiglio di stato doveva decidere sui ricorsi presentati da Cota e da Bresso proprio sul merito di ciò che aveva stabilito a luglio il tribunale amministrativo, ovvero: 1) riconteggio dei voti di due delle tre liste incriminate perché ritenute non valide (per il Tar fa fede il voto al candidato e non alla lista); 2) necessità di un procedimento del giudice civile a seguito di querela per falso per poter decidere sulla validità della terza lista (Pensionati per Cota), quella numericamente più rilevante (ballano 26mila voti). Sul primo punto Cota controbatte che il voto dato alla singola lista vale automaticamente anche per il candidato, il centrosinistra che funziona in questo modo solo per le liste valide, quindi non per queste. Sul secondo Bresso è convinta che il Tar possa decidere sulla lista Pensionati anche senza un procedimento civile. Lo slittamento di entrambe le pronunce allunga i tempi e rischia di farle arrivare in simultanea. Con quali scenari? Il primo: il Consiglio di stato dà ragione al Tar su entrambe le questioni. In questo caso, stante il (ventilato) vantaggio di Bresso, il tribunale amministrativo può decidere per la sua riproclamazione automatica o per il ritorno al voto. Al momento sembra più probabile la riconferma. Procede anche il ricorso sulla lista Pensionati, ma seguendo i tempi biblici del processo civile. Il secondo: il Consiglio di stato dà torto al Tar su entrambi i punti. Cota rimane allora presidente della regione ma pende su di lui il ricorso relativo ai Pensionati, su cui il Tar può però decidere senza aspettare la giustizia civile e dunque più velocemente.
In questo caso il tribunale amministrativo può tornare a propendere per un nuovo riconteggio che, come ora, andrebbe tendenzialmente a vantaggio di Bresso (perché il voto disgiunto porta a indicare o la lista o il candidato). Cota avrebbe tempo, ma sarebbe di nuovo in bilico. Terzo: il Consiglio di stato dà ragione al Tar sul primo punto ma non sul secondo. Bresso ha presumibilmente in mano la riconferma (sempre che non si propenda per il ritorno al voto). Quarto: le due liste minori non sono invalide, quindi Cota rimane governatore ancora per un pò. Fino alla pronuncia del Tar sui Pensionati che arriva in tempi ragonevoli, senza far ricorso al procedimento civile.
Se questo è lo sfondo, al netto di altri ricorsi, al governatore del Piemonte conviene dimettersi per tempo e tornare al voto, agitando il capovolgimento delle regole della democrazia. Bresso sa di essere in vantaggio: «Se ci sarà una riproclamazione o una nuova elezione ce lo dirà il Tar». E in questo ultimo caso si rimette «al giudizio del Pd per una ricandidatura». Il quale non ha dubbi sull’esito della vicenda a favore dell’ex governatore, come nota il segretario regionale Gianfranco Morgando. Che sottolinea: «Credo che la soluzione migliore sarebbe quella di chiedere nuovamente ai piemontesi di esprimersi».

da www.europaquotidiano.it

Se un ministro denuncia un deputato…e un presidente di regione non ha i voti.

Perle leghiste: il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, vuole denunciare la capogruppo Pd in Commissione Antimafia, Laura Garavini, per le sue dichiarazioni sulle liste presentate alle amministrative. Intanto Mercedes Bresso risulta in vantaggio, nel riconteggio delle schede, su Roberto Cota, attuale governatore del Piemonte

Ciò che può accadere in Italia, da quando il berlusconismo a trazione leghista dilaga, ormai supera l’immaginazione. Non si finisce mai di stupirsi, e si accumulano primati rispetto agli altri Paesi europei, roba da guinness . Roberto Maroni, ministro dell’Interno ha espresso l’intenzione di inoltrare denuncia nei confronti della Capogruppo Pd nella Commissione Antimafia, Laura Garavini. E’ la prima volta che un ministro della Repubblica denuncia un deputato dell’opposizione, in ordine ad affermazioni fatte nell’esercizio del proprio mandato. L’oggetto della denuncia: le dichiarazioni della parlamentare ‘sulla trasparenza delle liste elettorali e sull’infiltrazione della ‘ndrangheta in Lombardia’.

Su questo tema è stata indetta immediatamente dal Pd una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, a cui hanno partecipato: Emanuele Fiano e Andrea Orlando, Responsabili Sicurezza e Giustizia del Partito Democratico e Marco Meloni, esponente della Segreteria del Pd.

Ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, a nome del Partito, ha espresso solidarietà alla democratica Garavini, sottolineando che ’il ministro degli Interni dispone di tutti gli strumenti utili per poter rispondere in maniera adeguata sul piano politico’, quindi questo atteggiamento è inaccettabile.

C’è da sottolineare che tutto è nato da una dichiarazione della capogruppo del Pd in commissione Antimafia, rilasciata, commentando le affermazioni del Presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu il quale ha detto che ‘le liste amministrative sono piene di gente indegna’.

Di conseguenza, Laura Garavini, parlamentare del Pd, eletta nella circoscrizione estero, ha semplicemente ribadito quanto espresso dallo stesso Pisanu, evidenziando la scarsa collaborazione da parte del ministero dell’Interno e dei suoi organi diretti quali le Prefetture, sulle collusioni emerse nelle liste per le scorse elezioni amministrative. “Quanto ha detto il Presidente Pisanu è lo specchio fedele di una situazione gravissima di cui ancora oggi, a sei mesi dalle elezioni, non abbiamo un quadro preciso anche per la scarsa collaborazione di organi delicati come le Prefetture”.

Queste le dichiarazioni ‘incriminate’, espresse dalla parlamentare. “Il Ministero dell’Interno Maroni – ha spiegato la Garavini – fino ad oggi si è semplicemente disinteressato del problema, opponendo un muro di gomma alla maggior parte delle richieste di informazione avanzate dalla Commissione. Al punto che, ad esempio, una Prefettura importante e delicata come quella di Milano non ha dato alcun seguito alle specifiche richieste della Commissione. D’altra parte lo stesso Ministro dell’Interno nulla ha fatto per accertare se, nei comuni e nelle ASL della Lombardia di cui si parla ampiamente nelle operazioni contro la ‘ndrangheta portate a termine nel mese di luglio, ci fossero situazioni di reale condizionamento mafioso. Ha preferito fare finta di nulla per non dover constatare che le mafie si sono ben insediate in quel territorio ed hanno ottimi rapporti con esponenti politici della sua maggioranza”.

Registriamo che subito dopo l’annuncio del ministro, Laura Garavini ha dichiarato esterrefatta: “Questa è una strana concezione di lotta al crimine organizzato. Invece di rispondere inviando le Commissioni di accesso nelle Asl e nei Comuni della Lombardia pesantemente coinvolti nelle inchieste sulla ‘ndrangheta, il ministro Maroni preferisce denunciare gli esponenti dell’opposizione”.

Ha dichiarato Andrea Orlando, introducendo la conferenza stampa: “Noi ci aspettiamo una risposta politica da Maroni e non una querela. Non vorremmo che fosse un escamotage per non rispondere, per buttare la palla in tribuna e parlare d’altro”.

“Forse il ministro e’ nervoso –ha ipotizzato il Responsabile sicurezza del Pd – perché dopo che da anni la Lega ha fatto della sicurezza il suo vessillo, le inchieste ci dicono che c’e’ un’infiltrazione sistematica della mafia nelle amministrazioni del Nord. E noi vorremmo che Maroni ci rispondesse su questo, vorremmo capire se sia il caso di avviare procedure di scioglimento, vorremmo insomma affrontare il tema in Parlamento”.

“Non vorremo che l’iniziativa del ministro fosse dettata dalla volontà di non rispondere alle questioni politiche che noi abbiamo posto, ossia perché i prefetti non hanno collaborato con la Commissione Antimafia – ha aggiunto Orlando – e se dopo le notizie di infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia non vi siano i presupposti per lo scioglimento di alcune amministrazioni”.

“Vorremo sapere se c’è stata da parte del titolare del Viminale una copertura politica di questa mancata risposta delle prefettura o addirittura una indicazione specifica, dal momento che alcune di queste prefetture si trovano al Nord, terra di elezione della Lega”, ha chiaramente affermato Orlando.

“Reagiamo con forza al tentativo intimidatorio del ministro Maroni contro Laura Garavini, perché è inaccettabile che un ministro quereli un esponente dell’opposizione per aver svolto un’attività politica che è peculiare del parlamentare”, ha incalzato Fiano, nel corso della conferenza stampa. “La nostra non e’ paura- ha dichiarato – ma crediamo sia necessario ristabilire delle regole istituzionali. Se i rapporti tra maggioranza e opposizioni si trasferiscono al piano delle querele. Se la politica e’ scesa a questo livello, noi non partecipiamo a questo gioco”.

Alla conferenza stampa anche Marco Meloni ha spiegato che la Lega sta ‘crollando sulla questione della moralità perché al nord è sempre più toccata direttamente da fenomeni corruttivi’. “Forse Maroni ha fatto prevalere il suo ruolo di esponente della Lega – ha notato Meloni – su quello istituzionale di ministro e quindi ha cercato di non far emergere che la Lega comincia ad essere toccata da fenomeni di malcostume e abuso di potere”. “Non si utilizzi questo escamotage per non rispondere al problema e buttare la palla in tribuna”, ha considerato l’esponente della Segreteria del Pd.

Al termine della conferenza stampa, gli esponenti del Pd hanno aggiunto congiuntamente di condividere tutto quello che la garavini ha detto, perciò “se vuole il ministro quereli anche noi” ma di certo si tratta di una iniziativa inusuale’.

E il vicepresidente Vicario del Gruppo del Pd della Camera, Michele Ventura ha ribadito che l’opposizione dal canto suo, nonostante questo assurdo atteggiamento di un rappresentante del governo, continuerà a ‘sollecitare un’attività energica e puntuale contro la criminalità organizzata e i suoi rapporti con la politica e a denunciare con forza i ritardi e le inefficienze dell’amministrazione, proprio come ha fatto l’onorevole Laura Garavini esercitando a pieno il suo ruolo di deputata”.

Ebbene, accade questo: un membro del governo, quale il senatore Pisanu del Pdl, critica pubblicamente alcune scelte della maggioranza alla quale appartiene. Un membro dell’opposizione, ne ribadisce il concetto ed amplia e circostanzia le motivazioni di dissenso e rischia addirittura una denuncia dal ministro competente.
Senza precedenti.

Ed a proposito delle scorse elezioni regionali, Mercedes Bresso, candidata dal Pd nella regione Piemonte, risulta in vantaggio nel riconteggio delle schede elettorali, richiesto dalla stessa ex governatrice, sul candidato Roberto Cota della Lega, attuale governatore.

“Sicuramente da questo riconteggio – ha affermato la Bresso ai microfoni di Cnr Media – l’effetto conclusivo che ne deriverà sarà che io ho più voti di Cota. Poi se sarà una riproclamazione o una nuova elezione questo ce lo dirà il Tar”.

Anto. Pro. da www.partitodemocratico.it