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Santoro ricorre ad arbitrato Annozero andrà in onda

Michele Santoro ha formalizzato il ricorso all’arbitrato interno Rai contro la sospensione di dieci giorni – due puntate di Annozero – decisa dal Dg Mauro Masi. Il programma andrà dunque in onda in attesa che il collegio aritrale si pronunci.

«In Italia ci sono regole ben precise, non so quale siano le motivazioni che hanno spinto Santoro a chiedere l’arbitrato. Noi comunque non accettiamo l’arbitrato», replica Masi. Aggiungendo che «un dipendente che manda a quel paese un capo azienda è un caso unico al mondo».

Il conduttore ha intanto annunciato che centinaia di migliaia di adesioni al suo appello stanno pervenendo in queste ore ai vertici Rai. Oltre a quelle arrivate spontaneamente al sito de l’Unità, Santoro ha spiegato che già in trasmissione erano state raccolte oltre mille firme. “Ancora non sappiamo in quanti hanno risposto al nostro appello. I segnali sono molto incoraggianti”. Su Facebook, i fan di Annozero sono 335.600 e, visto che i frequentatori del social network piu’ popolare del mondo sono molto attivi, il ‘bacino’ di firme e’ enorme. Sulla pagina di Facebook, in bacheca, la redazione del programma ha postato l’invito a sottoscrivere l’appello di Santoro che rimanda alla pagina web di Annozero. In home-page si legge un testo, firmato dallo stesso giornalista, in cui si invitano le persone a scrivere all’indirizzo e-mail di Annozero (“molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte”) e a quello del presidente della Rai il seguente messaggio: “Gentile presidente Paolo Galimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente”. L’unica incognita riguarda, forse, il fatto che la sottoscrizione debba venire da “abbonati Rai”, anche se Santoro si e’ premurato di aggiungere: “Vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet”.

Annozero ieri, ha ‘incollato’ al video oltre sei milioni di spettatori, un record stagionale, con il 23,47% di share. “Non commento il dato – ha aggiunto Santoro – posso solo dire che e’ il risultato del lavoro che stiamo facendo. Un lavoro che viene svolto in condizioni molto difficili. La situazione e’ complicata e noi stiamo facendo la nostra parte con passione. C’e’ solo da ringraziare gli spettatori perche’, in realta’, sono loro che fanno tutto e capiscono quali sono i momenti difficili”. Quanto al ricorso in arbitrato, il giornalista ha detto di confidare in una soluzione positiva anche se, “non sappiamo come realmente andare a finire. Ecco perche’, intanto, abbiamo lanciato quell’appello”.

Alcuni lettori più intraprendenti, ci stanno mandando la loro foto con il cartello «Io sono un abbonato Rai e non voglio essere punito al posto di Santoro». Se anche voi volete mandare la vostra immagine, inviatela a questo indirizzo: unisciti@unita.it

da www.unita.it

Giustizia, Pd: “Basta Pressioni sulla Corte Costituzionale”

Giustizia, Pd: “Basta Pressioni sulla Corte Costituzionale”

La riforma della giustizia, fa parte dei punti illustrati dal presidente Berlusconi nella sua relazione in Parlamento sulla quale ha ottenuto, anche se con stretto margine, la fiducia. Ora si attende, la tanto agognata proposta per rendere migliore il nostro sistema giudiziario.

Se questa riforma però, riguarderà, l’ennesima proposta di intervento sulla Corte Costituzionale, generando ‘nuove pressioni sulla magistratura’, il Partito Democratico, non ci sta.

Il Pd ha stigmatizzato la “nuova pressione” sulla Consulta e chiesto al Pdl di smentire le indiscrezioni su una possibile riforma in questo senso.

Andrea Orlando, Responsabile Giustizia del Pd, ha dichiarato in una nota: “Dopo le indiscrezioni sull’ennesima proposta di intervento sulla Corte Costituzionale, che suona come una nuova pressione nei confronti dei magistrati che a dicembre dovranno decidere sul legittimo impedimento, è bene che il Pdl chiarisca quali siano le sue intenzioni e smentisca questo disegno”.

da www.daprtitodemocratico.it

Finanziaria sprint: ci vuole poco a tagliare. Scavalcano il Parlamento

Sempre all’insegna del “ghe pensi mi”: anche per la Finanziaria, il governo avrebbe già deciso di fare da sé, riducendo al silenzio il Parlamento e gran parte degli stessi ministri, che devono passare per i nuovi tagli di Tremonti. Peccato che il metodo scelto, questa volta, infranga da subito non solo la prassi politica ma anche quella giuridica. E questo mentre Bankitalia rivela che il tasso di disoccupazione reale supera l’11% contando anche gli scoraggiati e le ore di cassa integrazione, nonché l’impoverimento delle famiglie che hanno meno reddito disponibile e sono più indebitate. La soluzione del ministro dell’economia qual’è? Un bluff sul digitale promettendo ai suoi colleghi soldi freschi dalla vendita delle frequenze del digitale. L’ennesimo effetto annuncio stavolta alle spalle dei suoi stessi colleghi perché non si tratterebbe della vendita all’asta delle frequenze lasciate libere da Rai e Mediaset, come proposto ieri da Pier Luigi Bersani per finanziare la scuola e l’università, ma delle frequenze delle tv locali. Le briciole di un piatto potenziale da miliardi di euro.

“Il ministro Tremonti e il governo dovrebbero ricordare che l’Italia è una repubblica parlamentare. E’ gravissimo – attacca Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro nella segreteria PD – sul piano costituzionale che il governo umili il parlamento e approvi la legge di stabilità quando il Senato, a causa dei ritardi del governo stesso, sta ancora discutendo la risoluzione sulla Decisione di finanza pubblica. Dopo aver marginalizzato il parlamento nella sostanza, con 34 voti di fiducia e oltre 50 decreti, ora si sovverte anche la forma. L’atto approvato dal governo non ha alcun valore. Il governo deve rispettare il ruolo del Parlamento e deliberare sulla legge di stabilità dopo il voto del senato. Inoltre la fiducia posta, l’ennesima, dimostra chiaramente come il governo, conscio della pochezza delle sue proposte, abbia paura di confrontarsi con le opposizioni”.

Un pericolo che aveva avvertito anche Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori del Pd, in una lettera indirizzata a Renato Schifani ieri:“da notizie di stampa si apprende che il Governo, pur in assenza della deliberazione del Senato, ha approvato all’unanimità nella seduta odierna del Consiglio dei Ministri i provvedimenti di finanza pubblica, tra l’altro prevedendo l’ipotesi di fiducia sui medesimi. Il Governo non può approvare e presentare al Parlamento la Legge di stabilità e la legge di Bilancio. L’articolo 7 della nuova Legge di contabilità dispone, infatti, che il disegno di Legge di stabilità sia presentato alle Camere entro il 15 di ottobre di ogni anno”.

Per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del gruppo Pd alla Camera, “o Tremonti scappa dall’Italia o deve scrivere una manovra correttiva entro fine anno”. Non ha alternative perché “prmotette che l’università avrà soldi entro fine dicembre, a Galan assicura risorse per l’agricoltura al più presto, alle imprese garantisce l’arrivo dell’immancabile decreto mille-proroghe a fine anno. E’ chiaro che sta pensando a un decreto con cui far fronte alle emergenze, cioè ad una correzione dei conti pubblici. Il problema è che i dati di Bankitalia insistono a descriverci lo stato comatoso della nostra economia per il quale il governo non ha altre proposte se non una Finanziaria con zero soldi. Ma questo paese, secondo il Pd, ha bisogno di una grande operazione di redistribuzione delle risorse, la più grande dal dopoguerra, e questo governo non è in grado di realizzarla”.

Cesare Damiano, capogruppo dem in commissione Lavoro alla Camera, pensa che “Galan ha detto l’unica verità uscita dal consiglio dei ministri e cioè che non ci sono le risorse e che la finanziaria è una tragedia. Di quale sviluppo parla Tremonti? Il paese è allo sbando e le crisi industriali e i problemi di occupazione aumentano. La fase due in realtà sarà: dopo i tagli altri tagli”.

Per Nicodemo Olivierio, capogruppo del Pd nella commissione Agricoltura della Camera, dopo le sue dichiarazioni “il ministro dell’Agricoltura deve immediatamente venire in commissione per informare il parlamento su cosa è successo e perché il governo, dopo le tante promesse, ha deciso, ancora una volta, di non investire un euro sul settore agricolo. Vogliamo sapere – ha ribadito il parlamentare Dem – quali erano le promesse di Tremonti, cosa non ha funzionato e come il ministro dell’agricoltura ha reagito e cosa intende fare per rilanciare la competitività del settore”.

Insomma in appena 24 ore con i dati di Bankitalia la Finanziaria diventa carta straccia: per Paola De Micheli, responsabile Pmi del Pd “Se entro dicembre Tremonti dovrà intervenire con altri tagli, sottoponendo gli italiani a ulteriori sacrifici oltre a quelli già inflitti, che peraltro da gennaio porteranno a una riduzione dei servizi degli enti locali, dovrà’ essere chiaro a tutti che la responsabilità èsolo sua e del governo. In tutto il mondo i governi reputano non solo doveroso ma utile confrontarsi con le parti sociali per trovare un nuovo paradigma di sviluppo in grado di conciliare crescita e rigore. Da noi -sottolinea De Micheli- si liquida la questione in sessioni di bilancio formato mignon: spot lampo che mortificano il Parlamento e le opposizioni e non risolvono i problemi. Il PD di proposte per la crescita ne ha presentate molte. Su quelle chiediamo il confronto. Tutto il resto è propaganda e incapacità di dare risposte vere a un Paese in difficoltà”.

da www.partitodemocratico.it

«Lo stato della forza», di Giuseppe D'Avanzo

Frastuono e molti strepiti. Previsti, utilissimi per la congiuntura politica, come vedremo, ma non troppo ragionevoli. Se i corifei del Cavaliere che oggi fanno confusione avessero chiesto all´avvocato del premier Nicolò Ghedini se dietro la convocazione di Silvio Berlusconi in procura a Roma ci sia una manovra politica, un accanimento giudiziario, una trappola mediatica probabilmente si sarebbero sentiti rispondere: no, ragazzi, calma, è più o meno un atto scontato che ci aspettavamo da quando abbiamo saputo a Milano che le indagini sui diritti tv di Mediaset per gli anni 2003 e 2004 erano state trasferite nella Capitale per competenza: in quei due anni, infatti, la società sotto inchiesta, “Reti televisive italiane” controllata Mediaset al 100%, aveva sede legale a Roma.
«Era proprio necessario un invito a comparire?», avrebbero potuto allora chiedere gli sdegnati (a comando) turiferari del Cavaliere. Ghedini, se in vena di schiettezza, avrebbe saputo spiegare loro che l´invito a comparire non è altro che un espediente dei pubblici ministeri per guadagnare un po´ di tempo.
Sapete, avrebbe potuto dire l´avvocato, quei poverini si sono trovati sul gobbo un processo più o meno già morto perché la prescrizione – che meno male ci siamo accorciato con una legge ad hoc – lo avrebbe cancellato già la prossima settimana e allora per stiracchiare i margini quelli hanno firmato l´invito a comparire. Il provvedimento interrompe i tempi della prescrizione e il rimedio potrebbe concedere ai pubblici ministeri più o meno un altro anno e mezzo.
Naturalmente, nessuna assennata decifrazione del provvedimento della procura di Roma avrebbe fermato gli schiamazzi perché l´invito a comparire precipitato nel conflitto politico consente al Cavaliere, da un lato, di far dimenticare che cosa gli viene contestato nel processo e, dall´altro, gli permette di rilanciare l´offensiva contro la magistratura, contro la Costituzione, contro gli organi di controllo come la Consulta. In effetti, come sempre i suoi processi, anche l´inchiesta sui diritti tv di Mediaset potrebbe mostrare con quali pratiche sono stati costruiti il successo e la fortuna di Silvio Berlusconi. Il meccanismo ipotizzato dal pubblico ministero è simile a quello del processo in cui Berlusconi è imputato a Milano di frode fiscale per i fondi neri creati da Mediaset attraverso la compravendita dei diritti Tv e cinematografici. Mediaset, con la Rti, rinuncia a trattare i diritti televisivi direttamente con le majors americane, come fino agli anni ‘80 faceva personalmente Silvio Berlusconi, e affida l´incarico a un egiziano diventato cittadino americano, Frank Agrama. Una bizzarria, in apparenza. Perché pagare a un mediatore una provvigione quando un rapporto diretto con le majors oltre che più efficace sarebbe stato più economico? Semplice, sostiene l´accusa: per “fare la cresta”.
Le cose andavano così, per i pubblici ministeri: Mediaset non compra direttamente, ma da quell´Agrama. Acquista con società offshore (Century One e Universal One e altre come la Wiltshire Trading e la Harmony Gold). A loro volta queste cedono i diritti ad altre società gemelle. Il prezzo, a ogni cambio di mano, si gonfia. La differenza tra il valore reale del diritto di sfruttamento televisivo del film e quello pagato in Italia, alla fine di quella catena di Sant´Antonio, consente a Mediaset di mettere da parte un bel gruzzolo al riparo del fisco sottraendo risorse alla società quotata in borsa e dunque alla disponibilità degli azionisti. Mediaset nega tutto con collera: «I diritti cinematografici sono stati acquistati a prezzi di mercato e tutti i bilanci e le dichiarazioni fiscali della società sono stati redatti nella più rigorosa osservanza dei criteri di trasparenza e delle norme di legge».
È una sicurezza che dovrebbe convincere Silvio Berlusconi ad affrontare il processo, come un cittadino tra i cittadini, e non evitarlo come l´inferno, la peste, una maledizione, ma – si sa – da quell´orecchio il Cavaliere è sordo (io, unto dal Signore, uguale agli altri?) e diventa muto come un pesce quando è chiamato a spiegare i metodi del suo lavoro. Così c´è da scommettere che il 26 ottobre, giorno della convocazione in procura, il premier non si presenterà dinanzi ai pubblici ministeri. Che comunque con la loro mossa dovuta gli consentono di rilanciare il piano annunciato a Bonn il 10 dicembre 2009. Ricordate? Disse Berlusconi: «Oggi in Italia la sovranità è passata dal Parlamento al partito dei giudici. Dobbiamo rimediare. La Costituzione italiana dice che la sovranità appartiene al popolo, è il popolo che vota ed è il Parlamento che fa le leggi, ma se queste leggi non piacciono al partito dei giudici della sinistra questo si rivolge alla Corte Costituzionale che ha undici componenti su quindici che appartengono alla sinistra. Di questi, cinque sono di sinistra in quanto di nomina del presidente della Repubblica e noi abbiamo avuto purtroppo tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra. Quindi da organo di garanzia la Corte costituzionale si è trasformata in organo politico che abroga le leggi decise dal Parlamento. Quindi la sovranità oggi in Italia è passata dal Parlamento a partito dei giudici. Una situazione transitoria perché stiamo lavorando per cambiarla, anche attraverso una riforma della Costituzione».
Detto fatto perché Berlusconi, gran bugiardo, quando parla di giustizia è sempre sincero e fa sempre quello che dice. Così è già pronto il progetto di rendere “qualificata” la maggioranza nella Corte Costituzionale per bocciare o promuovere una legge. Servirà il sì o il no di due terzi dei giudici, 10 su 15. Il nuovo ordine, mostrato e proposto già ai leader della maggioranza, è stato per il momento accantonato nelle bozze che saranno sottoposte al consiglio dei ministri la prossima settimana. Rimane lì come una minaccia, che può essere sempre riproposta, e soprattutto come segnale della volontà di Silvio Berlusconi di passare da una Costituzione che prevede una democrazia liberale basata sulla divisione dei poteri e sui controlli reciproci a un´altra incardinata sull´investitura popolare-elettorale che rende onnipotente colui che l´ottiene. Un sistema costituzionale nel quale l´investitura popolare ha la meglio su ogni limite e controllo con il rischio, per ripetere qui una preoccupazione di Gustavo Zagrebelsky, di precipitare «dallo stato di diritto allo stato della forza», dalla democrazia liberale a «un dispotismo in forma democratica» perché è autoritaria una democrazia dove il governante non sta sotto la legge (lex facit regem), ma è il governante a farsi la legge su misura (rex facit legem). Sarà interessante capire se Gianfranco Fini seguirà il Cavaliere lungo questa deriva. Se ne deve dubitare. Già dopo l´esternazione di Bonn, lo lasciò solo. Disse il presidente della Camera: «Le parole di Silvio Berlusconi, secondo cui la Consulta sarebbe un organo politico, non possono essere condivise» perché «è certamente vero che la “sovranità appartiene al popolo”, ma il presidente del Consiglio non può dimenticare che esso “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1). Ed è altresì incontestabile che gli articoli 134 e 136 indicano chiaramente il ruolo di garanzia esercitato dalla Corte Costituzionale».
Sono parole che ripetute oggi possono mandare a gambe all´aria il progetto di riforma costituzionale della giustizia che separerà le carriere dei magistrati; spaccherà in due il Consiglio superiore della magistratura; sottrarrà la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero; introdurrà la responsabilità civile delle toghe e l´inappellabilità delle sentenze se l´imputato è assolto. Intorno a questa riforma punitiva dei giudici – più che migliorativa della giustizia – si giocherà e in tempi brevi la partita finale e il destino della legislatura. Come già è stato detto, sarà sulla giustizia che cadrà il governo e l´invito a comparire per il Cavaliere, anche se espediente processuale, è soltanto l´avvenimento che accelera i tempi della resa dei conti dentro la maggioranza.

da www.repubblica.it

Bankitalia: disoccupazione reale oltre l'11%

Polemici Sacconi (dati esoterici) e il Tesoro sulle entrate.

Il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre sarebbe oltre l’11% includendo i lavoratori scoraggiati e l’equivalente delle ore di cassa integrazione. Lo rileva la Banca d’Italia nel suo bollettino mensile. «L’andamento del tasso di disoccupazione – spiega Bankitalia – ha riflesso soprattutto quello della partecipazione al mercato del lavoro, in aumento in primavera, in diminuzione in luglio e in agosto».

«Al netto dei fattori stagionali, il tasso di disoccupazione è leggermente aumentato, all’8,5 per cento nel secondo trimestre; sarebbe sceso in luglio e in agosto. Una misura più ampia del grado di sottoutilizzo dell’offerta di lavoro che include i lavoratori scoraggiati e l’equivalente delle ore della Cassa integrazione guadagni (Cig) collocherebbe tale tasso sopra l’11 per cento. Il tasso di disoccupazione continua a essere più di tre volte maggiore tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni». L’anaisi di Bankitalia riprende il filo del confronto con il governo sul tema. Secondo l’esecutivo in raltà conterebbero solo i dati Eurostat e Istat, mentre per la banca centrale non si escludono dal conto dei disoccupati lavoratori in Cig e scoraggiati. «Commento solo i dati di Eurostat e non dati esoterici». Così, oggi, la replica del ministro del lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi.

Altro punto di attrito le entrate tributarie. Il commento sull’andamento dei primi tre trimestri 2010 pubblicato a pagina 43 del Bollettino economico della Banca d’Italia «ha toni inutilmente ansiogeni», ha spiegato in serata una nota del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. «Il presunto crollo delle entrate tributarie è esclusivamente dovuto al venir meno quest’anno di entrate una tantum registrate nel 2009. Le entrate – conclude la nota – sono perfettamente in linea con le previsioni, come già segnalato dal Dipartimento delle Finanze».

Secondo Bankitalia nel 2010, le entrate, previste in aumento dell’1,7%, saranno «sostenute dal calo delle compensazioni d’imposta effettuate dai contribuenti. Tali compensazioni – si legge più avanti – si sono notevolmente ridotte nell’anno in corso, sostenendo così la dinamica del gettito effettivo». Peraltro, sempre a proposito di gettito, l’istituto centrale segnala che «i dati disponibili segnalano che sia la crescita delle entrate sia quella delle spese potrebbero risultare inferiori a quanto indicato nella Dfp». Inoltre, il Bollettino ricorda che “la dinamica dell’Irpef versata in autotassazione é stata sostenuta dalla riduzione temporanea dell’aliquota dell’acconto versato alla fine del 2009 che, secondo le valutazioni ufficiali, avrebbe comportato uno slittamento di gettito all’anno in corso per quasi 4 miliardi”.

I toni cupi del Bollettino, però, non finiscono qui. I crediti in sofferenza delle banche italiane «potrebbero continuare ad aumentare a tassi significativi anche nei prossimi mesi», avverte ancora via Nazionale nel Bollettino. Vari gli indizi per gli economisti di palazzo Koch. Ad iniziare dal fatto che «l’esposizione nei confronti dei debitori segnalati per la prima volta in sofferenza» é aumentata nel bimestre luglio-agosto, rispetto allo stesso periodo 2009, per proseguire con la constatazione che il livello delle altre tipologie di credito deteriorato (quindi non ancora trasformato in sofferenza) si é mantenuto elevato, al 7,8% dei crediti erogati in agosto. La qualità del credito resta bassa e il deterioramento, aggiunge il Bollettino, è stato significativo «nel comparto delle società finanziarie, delle famiglie consumatrici e delle imprese del settore dei servizi».

Sul fronte del comportamenti di spesa delle famiglie, invece, Bankitalia dice che la sitauzione resta cauta e i «segnali per i mesi estivi non ne delineano un recupero». «Nel secondo trimestre del 2010 è proseguito il ristagno dei consumi delle famiglie, frenati dalla contrazione degli acquisti di beni durevoli (-6,8% sul periodo precedente)».

«La nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui dati forniti da Bankitalia – ha commentato in serata Francesco Boccia, responsabile delle Commissioni economiche del Gruppo del Pd alla Camera – è inusuale e inopportuna. Del resto, fino ad oggi i dati di Bankitalia si sono sempre rivelati corretti mentre quelli del ministero hanno sempre avuto bisogno di correzioni, purtroppo al ribasso. È stato prodotto un debito di 200 milioni di euro in questi due anni: il ministero deve preoccuparsi di questa voragine e non delle presunte ansie della Banca d’Italia».

da www.ilsole24ore.com

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Bankitalia: «I consumi delle famiglie non crescono. Disoccupazione reale all’11%»
Tra i 15 e i 24 anni il tasso dei senza lavoro è più di tre volte maggiore della media
Le analisi contenute nel Bollettino economico

ROMA – Le famiglie non sembrano disposte a spendere perché sono indebitate e i redditi scendono. Come conseguenza i consumi restano cauti e i «segnali per i mesi estivi non ne delineano un recupero». È quanto scrive la Banca d’Italia nell’ultimo Bollettino economico secondo cui «nel secondo trimestre del 2010 è proseguito il ristagno dei consumi delle famiglie, frenati dalla contrazione degli acquisti di beni durevoli (-6,8% sul periodo precedente)». In particolare, nel secondo trimestre «il debito delle famiglie (misurato in rapporto al reddito disponibile sui dodici mesi precedenti) è aumentato di oltre mezzo punto». Alla contrazione dei consumi ha contribuito la fine delle agevolazioni fiscali alla rottamazione delle auto più inquinanti.

DISOCCUPAZIONE ALL’11% – Secondo Bankitalia «le prospettive sul mercato del lavoro rimangono incerte» e a farne le spese sono soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni il cui tasso di disoccupazione continua a essere più di tre volte maggiore della media. Il Bollettino economico osserva che il tasso di disoccupazione reale, che comprende lavoratori scoraggiati e ore di Cig, viaggia oltre l’11% (secondo l’Istat nel terzo trimestre è l’8,5%).

IMPRESE – Le imprese italiane proseguono sulla strada di una graduale ripresa, secondo la Banca d’Italia, ma pesa l’incertezza sull’intensità e la forza di questa ripresa. Ad attestare questo clima all’insegna dell’incertezza è l’indagine trimestrale presso le imprese dell’industria e dei servizi.

ENTRATE IN CALO – Il bollettino ha affrontato anche il capitolo delle entrate tributarie. Nel periodo gennaio-agosto del 2010 sono state pari a 244,263 miliardi di euro, in calo del 2,6% rispetto ai primi otto mesi del 2009. Nel solo mese di agosto le entrate tributarie – riferisce ancora la Banca d’Italia – sono state pari a 33,889 miliardi di euro, in crescita del 2,14% rispetto ai 33,176 miliardi di euro incassati ad agosto 2009. La Banca d’Italia registra il gettito di cassa, mentre i dati del ministero dell’Economia si riferiscono al gettito di competenza del periodo. In serata una nota del Tesoro ha criticato il bollettino accusandolo di diffondere dati dai toni «inutilmente ansiogeni».

da www.corrire.it

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Modello renano, stallo italiano
Era l’inizio di settembre quando, al conclave del mondo economico di Cernobbio, Giulio Tremonti definì «roba da bambini» dire che bisogna seguire le orme della Germania. Il riferimento era a Mario Draghi che ieri, nel bollettino trimestrale di Bankitalia, ha rincarato la dose.
Non si è limitato a ricordare che la disoccupazione reale (inclusi cassintegrati e scoraggiati) è all’11 per cento, tre punti in più rispetto a quella indicata dal governo, che i consumi non ripartono, che le ore di cassa integrazione sono aumentate. Ha detto qualcosa in più. Ha spiegato che il divario tra noi e la Germania si sta allargando. E cioè che non è più vero che la ripresa a Berlino trascina l’economia del Belpaese, com’è (quasi) sempre successo e si è sempre detto.
La locomotiva ha perso un vagone: al boom renano corrisponde una magra ripresina da noi, senza occupazione. Bankitalia spiega che il successo tedesco nasce da lontano, dalle riforme della metà degli anni ‘90, che hanno modernizzato mercato del lavoro, welfare e sistema fiscale in pieno processo di integrazione tra Ovest ed Est. Riforme che parlano anche a chi oggi andrà in piazza con la Fiom. E nonostante la crisi mondiale si sia abbattuta con più forza su due economie molte esposte al commercio mondiale come quella tedesca e quella italiana, le ricadute per Berlino sono state molto meno pesanti.
Come si vede la lezione renana è utile eccome. Sapere che c’è un’economia a forte impronta industriale che anche in Europa riesce a crescere è insieme incoraggiante e desolante. La prova che non è vero che stabilità dei conti e crescita non vanno d’accordo, che gli investimenti in università e ricerca producono dei risultati, che la concorrenza sul costo del lavoro di paesi come Serbia e Ucraina non è un vicolo cieco, che la strategia della flemma è stata un errore fin dall’inizio.
Ovviamente l’alerting lanciato da Bankitalia non piace al governo. Il ministro Sacconi ha definito i dati di ieri esoterici. In effetti per capirli gli servirebbe una lezione.

da www.europaquotidiano.it

«Ci siamo anche se non aderiamo», di Stefano Fassina

Perché il Pd non aderisce, ma partecipa con tanti suoi dirigenti, compreso il sottoscritto, alla manifestazione Fiom-Cgil di domani?
Il Pd, dalla sua nascita, non aderisce alle manifestazioni organizzate da altri. Pur partecipandovi con i suoi massimi dirigenti, il Pd non ha aderito agli scioperi generali indetti dalla Cgil nei mesi scorsi, alle manifestazioni del “popolo viola” e, sabato scorso, alla mobilitazione di Cisl e Uil per la riforma del fisco.
Perché? Per una ragione semplice: un partito non è il contenitore di pur legittimi interessi parziali e di pur valide rivendicazioni di movimenti tematici. Un partito è declinazione autonoma, sintesi alta, di interessi parziali e rivendicazioni tematiche intorno ad una visione orientata all’interesse generale.
Aderire alla piattaforma di altri vorrebbe dire rischiare di smarrire sul terreno economico-corporativo l’insostituibile funzione etico-politica distintiva del partito. In altri termini, indebolire la funzione di proposta generale nella rincorsa di domande di rappresentanza parziali.
Aderire no, ma partecipare sì. Perché i movimenti non violenti e democratici sono linfa vitale per un partito di popolo, per una forza radicata nella società. Tanto più lo è per il Pd, il partito fondato sul lavoro, una mobilitazione di lavoratori e lavoratrici colpiti dalla crisi e dalle politiche classiste del Governo Berlusconi.
Certo, nel Pd vi sono sensibilità e valutazioni diverse. È normale in un partito impegnato nell’ardua sfida di consolidare una cultura politica condivisa, in una fase segnata da profonde discontinuità economiche e sociali.
Unafase aggravata da una pericolosissima divisione sindacale che soltanto un riformismo subalterno o a vocazione minoritaria può acconciarsi a risolvere seguendo gli uni piuttosto che gli altri

da www.unita.it

Operai in piazza. Il governo deve essere il loro obiettivo

Operai in piazza. Il governo deve essere il loro obiettivo
Grandissima sarà la manifestazione della Fiom, due cortei percorreranno la Capitale fino a piazza San Giovanni, tradizionale luogo dei grandi appuntamenti sindacali. Concluderà Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, con un discorso atteso e particolarmente difficile. Davanti a lui ci sarà una massa imponente di lavoratori e giovani che protestano per le sempre peggiori condizioni di lavoro e soprattutto per dire al governo che bisogna cambiare strada, rafforzando le politiche per lo sviluppo e l’occupazione. Ma non è un mistero che la Fiom ha ingaggiato in questi mesi un durissimo confronto non solo con gli imprenditori ma anche con le altre organizzazioni sindacali, Cisl in testa. E la preoccupazione per provocazioni e presenze estranee al movimento sindacale è salita di molto, anche a causa degli allarmismi di Maroni, che ieri al Viminale ha incontrato Epifani per spiegare il senso della sua esternazione.
Sul piano politico, in piazza ci saranno SeL, Idv, Federazione della sinistra e diversi esponenti e militanti del Pd, che ha precisato che non aderisce alla manifestazione pur sottolineando che in piazza ci saranno alcuni suoi dirigenti.
da www.europaquotidiano.it

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«Dalla parte giusta»», di Rinaldo Gianola
Ci ha pensato la Banca d’Italia, noto covo di estremisti, a dare la benedizione finale alla manifestazione di oggi della Fiom-Cgil che, ne siamo convinti, sarà popolare, pacifica e responsabile. Chi scenderà in piazza a Roma lo farà per difendere il lavoro e i diritti, per affermare che l’unica strada per uscire dalla crisi è quella dello sviluppo nel rispetto della Costituzione, dei contratti e dei lavoratori tutti. Sono richieste che la Fiom e la Cgil hanno argomentato e sostenuto nei mesi passati assieme all’intero movimento sindacale europeo.
Non c’è alcun isolamento della Fiom e della Cgil, come qualcuno vorrebbe far credere. Sarebbe sufficiente leggere le piattaforme dei sindacati in Spagna, in Francia, in Grecia, persino in Gran Bretagna dove stanno tornando di moda le trade unions dopo la lunga “cura” di Margaret Thatcher e Tony Blair, basterebbe sapere che Zapatero ha dovuto subire il più grande sciopero generale della Spagna democratica e che Sarkozy barcolla davanti ai tagli alle pensioni, ai sacrifici imposti al mondo del lavoro, per comprendere che non basta sedersi, in esclusiva, al tavolo con Maurizio Sacconi per pensare di aver ragione. Scioperi e proteste investono l’Europa perchè, come viene affermato oggi a Roma, non si esce dalla crisi colpendo ancora i lavoratori, le famiglie, i ceti più deboli. C’è bisogno di nuova, diversa, più equa politica di sviluppo. Questa è la realtà.
Ma c’è di più. Come se un regista raffinato avesse preparato attori e scenografia, ieri il Bollettino economico della Banca d’Italia ha stroncato il povero Documento economico di Giulio Tremonti che appena il giorno prima aveva imposto le sue tabelline all’intero consiglio dei ministri. La Banca d’Italia spazza via tutte le illusioni, le false promesse, le balle di Berlusconi e compagnia. Non c’è ripresa che tenga, siamo in mezzo ai guai e, anzi, sotto il profilo della tenuta sociale, dell’occupazione che non riparte, i prossimi mesi saranno i più dolorosi. La disoccupazione reale, dice via Nazionale, è all’11%, comprendendo anche cassintegrati e scoraggiati, cioè soprattutto donne e giovani che non riescono nemmeno ad affacciarsi sul mercato del lavoro. I consumi sono fermi, la crescita del pil è stimabile all’1% nel 201O: se questo è il ritmo della nostra ripresa ci vorranno sei anni per tornare ai livelli in cui eravamo nel 2008.
Dove volete andare con questi numeri? Non è finita. La Fiat perde quote di mercato, crolla, non si vede un modello nuovo neanche a sognarlo. Marchionne dice di aver previsto tutto, ma intanto le vendite precipitano.
Colpa della Fiom? Colpa dei tre operai di Melfi o dell’impiegato Capozzi di Mirafiori, tutti licenziati ingiustamente come ha detto la magistratura? C’è la crisi? Certo che c’è, ma mentre le immatricolazioni della Fiat scendono del 20% al mese, la Volkswagen registra nei primi nove mesi del 2010 il record storico di vendite: 5 milioni di vetture, il 12%in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Volete il modello tedesco?
Bene, prendiamo ad esempio la Volkswagen: organizzazione, ritmi produttivi, ricerca e naturalmente anche i salari. Pensate davvero che moltiplicando
le deroghe, le presunte riforme contrattuali, gli accordi separati o declamando «dieci, cento, mille Pomigliano» (che brutto slogan, segretario Bonanni), togliendo agli operai la pausa mensa o i dieci minuti per lavarsi, si possa recuperare efficienza e produttività, cambiare le sorti della nostra economia? Da «Fabbrica Italia» ai piani di Tremonti è giunta l’ora di vedere finalmente investimenti, sostegni alla ricerca e alla formazione, una svolta di politica industriale ed economica, una riduzione della pressione fiscale sui salari e le pensioni. Altrimenti tutte le promesse, tutti i programmi resteranno solo deboli illusioni. I sindacati, tutti i sindacati, sono pronti a far la loro parte, ma senza trucchi, senza divisioni.
La manifestazione di oggi è una prova importante, soprattutto per la Fiom che l’ha proposta, per la Cgil che la condive, per le forze sociali, politiche, culturali che hanno compreso il messaggio. È bene che la manifestazione rimanga sindacale e non assuma altri significati.
È opportuno che la manifestazione, per la credibilità della Fiom, sia per il lavoro, i diritti e lo sviluppo e non contro questo o quel politico o sindacalista. È indispensabile che finisca il lancio di uova e di insulti contro altre sedi sindacali. Anche se ci verrebbe da dire che nelmomentoin cui monsignor Fisichella invita a «contestualizzare » le bestemmie di Berlusconi, forse si potrebbero «contestualizzare » altre rabbie, altre proteste, altre parole. La manifestazione di oggi sarà molto ampia, partecipata e pacifica.
La Fiom e la Cgil hannouna lunga esperienza di iniziative democratiche e popolari. I pericoli di infiltrazione, denunciati dal ministro Maroni, ci sono sempre. Ma è bene che il ministro sappia che nei cortei sindacali è molto difficile che ci siano provocatori infiltrati. A meno che non ci sia chi lavora per infiltrali.
da www.unita.it

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«Tutta l’opposizione in piazza. Concerto a più voci nel Pd», di Laura Matteucci
La Fiom porta in piazza l’opposizione: Sel, Federazione della sinistra, Verdi, Idv, movimenti, studenti, associazioni, intellettuali. Il Pd nonaderisce ufficialmente
(e Bersani non c’è), ma molti dirigenti partecipano.

In piazza con la Fiom ci sarà tutta l’opposizione, politica, sociale, civile. Sì deciso di Nichi Vendola («Con la Fiom, per un Paese migliore», è lo slogan dei manifesti di Sel), Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, dei Verdi di Angelo Bonelli, e poi degli studenti, dei centri sociali, dei movimenti della sinistra radicale e di quelli contro la privatizzazione dell’acqua, del Popolo Viola e degli intellettuali vicini alla rivista MicroMega. Hanno aderito Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Carlo Lizzani, Margherita Hack, per dirne alcuni. Dal palco parlerà (anche) il fondatore di Emergency Gino Strada, in collegamento da Firenze l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky.
Contro il «Patto di Pomigliano», per i diritti e la democrazia, arriveranno a migliaia da tutta Italia (anche Giuliano Pisapia, candidato alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano).
LA LINEA SOTTILE
Per il Pd, sulla linea sottile della non adesione ufficiale ma della numerosa partecipazione di militanti e dirigenti, tra la sostanziale condivisione dei motivi della manifestazione e le preoccupazioni per le divisioni sindacali, la faccenda è più complessa.
Pierluigi Bersani non ci sarà, per evitare di prestare il fianco a strumentalizzazioni, ma ci saranno l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, Stefano Fassina, responsabile Economico, membro della segreteria e tra i più stretti collaboratori del segretario, Paolo Nerozzi, Gavino Angius, Vincenzo Vita, Barbara Pollastrini, Matteo Orfini, Sergio Cofferati, Roberto Della Seta del MoDem. Presente anche il senatore Ignazio Marino, in piazza con la Fiom per battere «la paura». Quella «di perdere il lavoro – dice – di non riuscire a pagare il mutuo, l’istruzione o un paio di scarpe per i propri figli. Questa è la paura che serpeggia nel Paese ed è per questo che la tutela del lavoro e l’uscita dalla crisi debbono essere le nostre priorità. Vado in piazza perché dove ci sono i lavoratori deve esserci la politica». In corteo anche i Giovani democratici, perchè «dove c’è un disagio espresso dai lavoratori abbiamo il dovere di esserci», dichiara il segretario nazionale Fausto Raciti.
Assenti Veltroni e Franceschini, ma chi mancherà per scelta precisa sono i moderati che ritengono un grave errore aderire. Per essere chiari, il vicesegretario Enrico Letta parteciperà al forum organizzato dalla Confindustria di Prato. Ma a lamentarsi in modo esplicito è l’ex popolare Beppe Fioroni, che definisce «opportunista» l’atteggiamento del «non aderisco, ma i miei verranno».
Rispetto agli allarmi sicurezza lanciati in questi giorni da Maroni, Sacconi cui ha fatto eco pure il segretario Cisl Bonanni, Letta ricorda che «sarà una grande prova anche per il governo».E Sabina Rossa, parlamentare Pd e figlia del sindacalista ucciso dalle Br, è molto chiara: «È inaccettabile il paragone con gli anni bui della strategia della tensione: non c’è alcun segnale di ritorno a quel periodo, e manifestare rimane un diritto dei lavoratori»

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«Il governo della rabbia», di Stefano Menichini
Delle persone che saranno oggi a Roma a manifestare – degli operai veri, non dei tanti che si imbucheranno, magari per far danni – bisogna aver rispetto.
Non è giusto comprimere in una delle scatole della politica la loro condizione reale, la paura di un futuro vuoto, l’esperienza quotidiana di fabbriche e uffici che chiudono, di famiglie alle quali viene mancare un reddito certo, progetti di vita da rivedere, magari da cancellare.
Non c’è da stupirsi che, dopo una prima fase di depressione e di tentativi di arrangiarsi, venuta meno la speranza che la crisi fosse passeggera, a un certo punto stia subentrando la rabbia.
Anche gli operai leggono i giornali, anzi forse li leggono più degli altri. E oggi troveranno riportate le analisi del Financial Times, le ennesime dopo molte altre: oggi la crisi distrugge posti di lavoro, ma la cosa più grave è che la ripresa, quand’anche arrivasse, non li restituirà.
Il ministro Sacconi può anche fare dello spirito sulle valutazioni pessimistiche, come ieri su quelle di Bankitalia. Purtroppo l’unica cosa davvero «esoterica» in questa situazione molto materiale è il governo di cui lui fa degnamente parte: un governo che mette le pezze (neanche tutte) in termini di ammortizzatori, ma è paralizzato in termini di iniziative positive. Un governo di fantasmi.
Il presidente del consiglio per primo.
E Sacconi per secondo, come denuncia Pietro Ichino a proposito dell’assenteismo ministeriale sul tema della riforma del contratto di lavoro.
La rabbia dei lavoratori però è un problema serio.
Stasera, dopo la manifestazione romana della Fiom, potremmo anche ritrovarci a doverla distinguere dal calcolo cinico dei professionisti della violenza, o anche solo dalle azioni strumentali delle frange settarie del sindacato. La violenza si teme (spetterà in primis al Viminale prevenirla e reprimerla), il settarismo è ormai endemico, come sanno bene i vertici della Cgil e della stessa Fiom.
Entrambi i fenomeni si combattono e si battono con grande capacità di governo.
Sì, di governo. E se quello insediato a palazzo Chigi è latitante, un altro tipo di governo della crisi deve subentrare e rendersi visibile.
Chi dovrebbe comporre questa sorta di «governo fantasma», da contrapporre al fantasma dell’attuale governo?
È presto detto. Sindacati capaci di ritrovare unità (anche Cisl e Uil devono sapere che una stagione di rapporti preferenziali sta per finire, e senza aver portato molto).
Imprenditori che voltino le spalle definitivamente, senza furbizie, alla stagione dei programmi fotocopiati con Berlusconi. E i partiti ora all’opposizione, a cominciare dal più forte, cioè il Pd: che la smetta di inseguire ora una protesta operaia, ora una leadership tecnocratica, per esprimere invece una compiuta proposta di alternativa nel famoso «interesse generale». Una proposta realistica, senza promesse miracolistiche che nessuno può mantenere, innovativa e consapevole che ormai c’è molto lavoro, molta produzione e molta disoccupazione fuori dall’universo rappresentato a Roma dagli operai dell’industria.
C’è la rabbia, è vero. Ma non chiede di sfasciare vetrine. Chiede autorevolezza e credibilità. I lavoratori – anche quelli sulle posizioni più radicali espresse oggi dalla Fiom – sarebbero prontissimi a riconoscere e a premiare risposte serie, riformiste, all’altezza dell’emergenza, concrete.
Berlusconi è l’emblema del fallimento, proprio dal punto di vista della serietà e dell’autorevolezza. Il massimo del paradosso sarebbe che non fosse lui a pagare, per un collasso di credibilità che ha contagiato l’intera classe politica, e che la stagione della protesta finisse invece per dividere e indebolire la possibile alternativa.

da www.europaquotidiano.it