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«Un altro passo verso il baratro», di Marcello Sorgi

È in qualche modo segno dei tempi, la convocazione a sorpresa di Berlusconi da parte della magistratura romana, per lo stralcio dell’inchiesta milanese sui fondi neri Mediaset. Uno stralcio, va detto subito, di assai modesta entità, grazie anche agli effetti della legge Cirielli, una delle tante norme «ad personam» volute dal premier, per accorciare i termini di prescrizione. L’accusa originaria per l’azienda di famiglia del Cavaliere s’è negli anni ridimensionata, dai mille miliardi di lire ad alcune decine di milioni di euro di evasione, in una serie di transazioni sul mercato off-shore dei diritti di film destinati alle tv berlusconiane. A dispetto di tanti giudici onesti che vestono la toga con onore, infatti, la Procura di Roma da decenni si porta dietro l’ingiuria del «Porto delle nebbie». Governi e ministri di tutti i tempi, colpiti da inchieste, hanno sempre cercato di spostare i loro guai giudiziari nella Capitale.

Non perché speranzosi di un esame più benevolo delle accuse che li riguardavano, ma perché a Roma i tempi, già lunghissimi, dei processi, subiscono un ulteriore rallentamento. E nei meandri del «Palazzaccio», com’è chiamato l’edificio in riva al Tevere, che oggi ospita solo la Cassazione, i processi spesso si dissolvono senza una vera ragione, e soprattutto senza arrivare a sentenza. Ma se anche l’indolente liturgia delle toghe romane – già perseguita, anni fa, in una lotta fratricida, dai colleghi milanesi – ha avuto un soprassalto, significa che qualcosa sta cambiando. E senza andare tanto lontano, vuol dire che la magistratura della Capitale, la più contigua, non fosse che per ragioni geografiche e toponomastiche, ai Palazzi del potere politico, ha percepito i sintomi della dissoluzione del centrodestra sullo specifico e insidioso terreno della riforma della giustizia. Una riforma tante volte annunciata, a pezzi e nel suo insieme, e finora mai realizzata per mancanza di accordo. Ma sulla quale adesso il Cavaliere ha deciso di giocare in un sol colpo la posta dell’intera legislatura.

Saranno pure coincidenze, chi può dirlo. Eppure, se si mettono in fila le cronache giudiziarie degli ultimi mesi, la sensazione si rafforza. In passato quando mai si sarebbe vista un’inchiesta come quella che – stringendosi attorno alla «cricca» del costruttore Anemone e del Provveditore alle Opere pubbliche Balducci – è arrivata a sfiorare Palazzo Chigi, le Mura Vaticane e la felpata schiera dei gentiluomini di Sua Santità? Con la rivelazione, che ha fatto altro rumore, di una quinta colonna tra gli alti gradi della stessa magistratura inquirente, e le conseguenti dimissioni dal suo ufficio del procuratore aggiunto della capitale Achille Toro, accusato di aver passato informazioni riservate ai futuri imputati.

Vanno inquadrate in questo stesso filone l’inchiesta sulla cosiddetta P3, che coinvolge il coordinatore del Pdl Denis Verdini, e adesso anche quella che ha portato alla convocazione di Berlusconi. Convocazione tardiva, in extremis, se è vero che di qui a pochi giorni tutto l’incartamento sarebbe caduto in prescrizione, e invece la chiamata del presidente del Consiglio, che si avvarrà del «legittimo impedimento», darà un altro anno e mezzo di tempo agli inquirenti per inquisirlo.

Naturalmente nessuno può mettere in dubbio le ragioni della Procura, specie in casi in cui l’intreccio di interessi obliqui e illegali è evidente. Non è in discussione, in altre parole, che la giustizia debba fare il suo corso. Quel che colpisce è solo il cambio di velocità, dalla marcia lenta alla corsa. È inevitabile, ancorché indimostrabile, che il nuovo ritmo abbia risentito del rilancio della riforma della giustizia e dell’intenzione annunciata dal premier di andare allo scontro, non più con le toghe politicizzate, ma con la magistratura nel suo insieme.

Indipendentemente dalle nuove accuse piovutegli sul capo, è su questo che Berlusconi dovrebbe riflettere. Com’è impostata – una sorta di redde rationem con i magistrati -, la riforma non va da nessuna parte. Basta solo rileggere le proposte: la nuova bozza, tanto per fare un esempio, aggiunge anche l’ipotesi di obbligare la Corte Costituzionale ad approvare le sue sentenze con maggioranze di due terzi. A parte il fatto che un’innovazione come questa richiederebbe una nuova legge costituzionale, come quella che faticosamente sta affrontando l’iter parlamentare per restaurare il lodo Alfano, si può pensare che una norma del genere trovi davvero l’appoggio di cui ha bisogno per essere approvata, a cominciare dal «sì» di Fini? E si può credere, nel caso in cui si ritenga di vararla con legge ordinaria, che la Consulta rinunci successivamente a dichiararla incostituzionale?

Purtroppo la scelta dello scontro frontale, maturata ancora una volta dal Cavaliere, potrà portare solo nuovi conflitti e pochi o nessun risultato pratico. Un fallimento già prevedibile, che sarebbe veramente un peccato, perché tra le riforme attese dal Paese, quella della giustizia è tra le più urgenti. Non a caso il Capo dello Stato non si stanca di sollecitarla. Ma una riforma contro i magistrati, oltre ad essere sbagliata, difficilmente vedrà la luce. Servirà piuttosto a creare nuove occasioni di rottura politica, ad aprire la strada a elezioni giocate sul tema della legalità e a una campagna elettorale orrenda: fatta di accuse contrapposte, spiate e denunce anonime, come quelle degli ultimi mesi, in un clima di fine regime. Un altro passo avanti verso il baratro, che ancora può essere evitato.

da www.lastampa.it

«Se le bugie negazioniste diventeranno un reato», di Adriano Prosperi

Fare i conti con la realtà di Auschwitz e della Shoah è un compito che ci sta davanti, che domina il nostro presente e dominerà il futuro della nostra specie. Si tratta di un peso insostenibile. È un passato che non passa: e che non deve passare se questo significa affidarlo al metabolismo illimitato di una storia come galleria degli orrori.
Né deve essere oggetto di comprensione, se comprendere significa giustificare. È la sua realtà storica che deve essere conosciuta. E questo è un compito immenso, appena avviato e sempre minacciato dal bisogno di sfuggire, di ridurre, di negare. È qui che si affacciano i «negazionisti» e i «riduzionisti»: termini orrendi. Preferiremmo parlare, con Pierre Vidal-Naquet, di «assassini della memoria». L´ultimo in ordine di tempo è un professore che si è appellato a una nozione notarile della storia: manca un atto con firma autografa di Hitler, dunque il dittatore nazista non è colpevole della Shoah. E forse Hitler non è nemmeno morto. E forse le leggi razziali fasciste sono state azzerate da quegli italiani che ci piace immaginare come brava gente. Prende così forma in un depresso e deprimente contesto italiano di barzellette antisemite e di rigurgiti razzisti e clerico-fascisti l´ennesimo caso di fuga dalla storia come verità verso una storia come proiezione delle illusioni del momento, falsificazione del certo e del documentato. Bisognerà forse cacciare quel professore dall´università, medita un ministro incapace di fornire a chi studia e insegna il minimo indispensabile di risorse. O non si dovrà punire per legge i negazionisti, come propone il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici?
Diciamo subito che comprendiamo la reazione di sdegno e di sconforto dei membri della comunità ebraica romana. La tragica eredità di memoria che quella comunità reca nel cuore dei suoi membri ha trovato voce corale nelle testimonianze rese di recente dai suoi membri che la benemerita attività editoriale di Daniel Vogelmann con la sua «Giuntina» manda in libreria in questi giorni. Ma crediamo che si debba dissentire senza incertezze dalla proposta di affidare a una legge il compito di far rispettare la verità storica. Il principio della libertà intellettuale e l´inviolabile diritto di ciascuno a non essere punito per legge per le proprie convinzioni sono il frutto di secoli di lotte contro l´intolleranza e la censura di poteri religiosi o politici. Sarebbe una vittoria postuma dei regimi totalitari sconfitti al prezzo di un´immane conflitto mondiale se nella nostra repubblica democratica si dovesse ricorrere alla barriera del codice penale per difendere dalle deformazioni e dagli errori la verità storica. La verità della storia è tutelata quando esiste la tranquilla coscienza che l´indagine degli storici ha per oggetto il passato come realtà di cose accadute. È solo così che si reagisce alla cultura del falso e dell´apocrifo, alla fabbrica della propaganda e della disinformazione, alla confusione deliberata tra ricerca del vero e «fiction», alla riduzione della storia a racconto piegato a piacere a seconda delle convinzioni soggettive. La riduzione del lavoro degli storici a una costola dell´invenzione romanzesca ha conosciuto una moda diffusa nei decenni del tardo ‘900: prova se ce ne fosse bisogno che la malattia del nostro tempo ha una radice nell´incapacità di fare i conti con la realtà di Auschwitz. Una realtà talmente enorme e spaventosa da spingere a evitarla nei due modi opposti della negazione e della ritualizzazione retorica della memoria. Dobbiamo diventare consapevoli che quella realtà non è nata come un fungo, non è un tumore che può essere escisso isolandolo da tutto il percorso che lo ha generato o circoscrivendolo cautelosamente con una norma di legge. Non è né col codice penale né coi «giorni della memoria» che si fa fronte alla pulsione a ripetere gli errori del passato o addirittura a farne l´apologia. I rigurgiti di antisemitismo che affiorano ogni giorno in Italia si curano con la volontà di fare i conti con la realtà storica di qualcosa che ci appartiene, che è stato generato dal profondo della storia europea ed è stato portato all´ultima maturazione dall´Italia fascista e dalla Germania nazista. Ed è tanto più urgente farlo in un paese come il nostro, dove la rinascita repubblicana non ha avuto la forza necessaria per affrontare in radice le responsabilità del passato e rendere giustizia alle vittime. Una giustizia che coincide con la verità. La storia come ricerca del vero e la memoria come dimensione del ricordo sono realtà diverse: ma vivono quando sono legate insieme da una tensione speciale. C´è stato il tempo dei testimoni, dei superstiti . E poi c´è stata la verità delle carte. Oggi è il tempo di scegliere con decisione la via giusta per opporsi alla minaccia della distruzione della memoria. Lo storico Michele Battini ha parlato in un libro recente della condizione di «estrema solitudine» in cui oggi gli ebrei italiani e non italiani affrontano il ricordo della Shoah. E ha ricostruito la lunga elaborazione di un falso, quella leggenda del «complotto ebraico» che fu la premessa del complotto vero, quello destinato alla distruzione degli ebrei come obbiettivo primario del nazionalsocialismo e del fascismo. Ma c´è anche una solitudine di chi indaga la verità storica coi poveri mezzi e con l´asfittica burocrazia di una università in gravissima crisi. Compito del governo di un paese democratico non è quello di cacciare dall´Università un povero untorello del negazionismo ma quello di ridare slancio alla ricerca e speranza di futuro ai giovani . Oggi abbiamo bisogno di tutta la loro intelligenza per fare i conti con la storia che ha prodotto Auschwitz: la nostra storia.
da www.repubblica.it

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«Negazionismo, coro di sì a Pacifici Letta: in campo anche il governo», di Paola Coppola
Schifani e Fini: corsia privilegiata per una legge che lo punisca. Numerose iniziative per il 67esimo l´anniversario della deportazione degli ebrei romani

ROMA – Presto una legge per punire chi nega la Shoah e introdurre in Italia il reato di negazionismo. Una risposta concreta a chi diffonde tesi che mettono in dubbio l´esistenza delle camere a gas o contesta i dati dello sterminio nazista. Alla vigilia dell´anniversario della deportazione degli ebrei di Roma, il 16 ottobre del 1943, i presidenti di Camera e Senato e politici di ogni schieramento hanno risposto all´appello lanciato dalle pagine di Repubblica dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. «Potremmo prenderci tutti noi l´impegno fino al 27 gennaio prossimo (la Giornata della Memoria, ndr.) di mettere nero su bianco un testo di legge sul negazionismo da far discutere e approvare dal nostro Parlamento», ha suggerito dopo l´ennesimo episodio di una lezione che metteva in dubbio l´Olocausto davanti agli studenti dell´ateneo di Teramo. Una legge come «ultima chance» per fermare la deriva negazionista che trova spazio soprattutto su Internet, e in linea coi provvedimenti adottati in paesi come Germania, Austria e Francia.
Occorre «contrastare le voci» che offendono la storia e «la sofferenza di chi ha visto sparire i propri cari» e il governo «non lascerà nulla di intentato perché prevalgano sempre la verità e la storia», si legge nella lettera che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha inviato a Pacifici in occasione dell´anniversario del rastrellamento e della deportazione di oltre 1000 ebrei romani, tra cui 207 bambini, da parte delle truppe naziste. Pronto a calendarizzare in fretta la discussione su un eventuale ddl il presidente del Senato, Schifani. Così il presidente della Camera, Fini, che sensibilizzerà «i gruppi parlamentari affinché possano assumere al più presto ogni iniziativa legislativa per contrastare gli irresponsabili profeti del negazionismo». Tante adesioni arrivate dal Pdl, anche per una scrittura rapida del testo. «Pronto a mettermi al lavoro per una risposta operativa», ha annunciato Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari Costituzionali; Maurizio Gasparri vuole incontrare Pacifici per definire i contenuti del ddl, voluto anche dall´opposizione. «Qualsiasi iniziativa volta a tenere viva la memoria va sostenuta» per il vicepresidente del Senato, Vannino Chiti. «Quelle norme, davanti anche ai segnali allarmanti di un nuovo antisemitismo, vanno discusse presto e approvate», per Walter Veltroni. A favore della legge si è impegnato Fassino. Il leader dell´Idv, Di Pietro: «Gli ultimi vergognosi episodi confermano la necessità e l´urgenza di norme contro questa deriva pericolosa». D´accordo con l´introduzione di un nuovo reato Rutelli: «C´è ancora chi si ostina a non comprendere l´unicità della Shoah paragonandola ad altri eventi tragici della storia moderna». Favorevoli il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, come Gianni Alemanno. Davanti a chi nega la Shoah – ha chiarito il sindaco di Roma – «le autorità amministrative e politiche sono costrette a prendere provvedimenti estemporanei. Non è accettabile perché il negazionismo non può essere presentato come una opinione o una qualche forma di revisione critica della storia».
da www.repubblica.it

"Valditara (Fli) e Ghizzoni (Pd) al Sole.com: così si rischia la paralisi", di Celestina Dominelli

Sulla riforma dell’università e sul depotenziamento del fondo di finanziamento ordinario per gli atenei (Ffo) centro-destra e centro sinistra non sono poi così lontani: mancano le risorse. I tagli di Tremonti rischiano infatti di condizionare non solo il camminio del ddl Gelmini ma anche il normale funzionamento degli atenei. Giuseppe Valditara (leggi l’intervista), senatore finiano e relatore di maggioranza al Senato del ddl e Manuela Ghizzoni (leggi l’intervista), capogruppo del Pd in commissione cultura alla Camera, in due interviste a confronto del Sole24Ore.com, per una volta sembrano essere d’accordo: mancano le risorse per far andare avanti le università.

Valditara non nasconde la sua delusione «per come sono andate le ultime vicende. Serve un impegno serio su questa riforma che è una buona riforma e ritengo che vada finanziata e che si debbano rintracciare i soldi per rimpinguare il fondo di finanziamento ordinario degli atenei» e Ghizzoni ribatte rilanciando più o meno lo stesso concetto: «Non c’è solo un problema di copertura della riforma, nessuno parla del depotenziamento del fondo di finanziamento ordinario delle università (Ffo) che garantisce la sopravvivenza degli atenei.

da www.ilsole24ore.com

«Italia 2010. Il pensiero smarrito», di Stefano Rodotà

L’analisi Lescienze sociali impantanate in questo nostro«temposospeso» tra l’autoreferenzialità, le identità in crisi e la sopraffazione del nuovo E per la politica la cultura appare sempre di più un ostacolo da abbattere…

Da uno sguardo sulla situazione delle scienze sociali in Italia si ricava una sensazione diffusa di distanza e di autoreferenzialità.
Distanza, o difficoltà di individuazione, per quel che riguarda il proprio oggetto – una società fattasi sempre più instabile, liquida, del rischio, dell’incertezza, secondo le definizioni correnti. Autoreferenzialità, per la fatica di identificare modalità e fini che consentano loro di collocarsi in forme adeguate nell’epoca che viviamo.
Sembra quasi di trovarsi in un tempo sospeso, nel quale ovviamente ricorre spesso il termine «crisi», il cui esito sembra ancora più cercato che intravisto.
Lo stesso ruolo delle scienze sociali finisce così con l’apparire rimpicciolito, per la mancanza di tracce forti per quanto riguarda il metodo, per il rivelarsi di eccessi di dipendenza da fattori esterni che investono, insieme, il tipo di ricerche e lo status degli studiosi. Al tempo stesso, però, si manifesta una non trascurabile capacità reattiva di fronte alle dinamiche più significative, si tratti della crisi finanziaria o del mutamento radicale indotto dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche.
Considerando questo panorama, tuttavia, si ha piuttosto l’impressione di una agenda dettata dall’esterno, governata più dall’attualità che da un coerente progetto di analisi della società italiana.Mail peso dell’attualità finisce col giocare un ruolo positivo, perché individua questioni ineludibili e che sollecitano l’attenzione di discipline diverse. Si delineano così anche campi di ricerca unificanti, che spingono ad un lavoro comune a diverse discipline, anzi sfidano le stesse partizioni disciplinari. Si tratta, ad esempio, di tutte le questioni volte a disegnare il perimetro stesso dell’azione individuale, a individuare il senso che assume il legame sociale, a cogliere le nuove antropologie.
La persona e il corpo assumono rilevanza particolare, e da qui si sviluppa una riflessione che porta alla dimensione del soggetto e alle impervie questioni dell’identità, alla cui definizione contribuiscono antropologi e sociologi, psicologi e giuristi. Si giunge così, più che ad una generica interdisciplinarietà delle ricerche,ad una attenzione reciproca.
Le difficoltà si manifestano quando bisogna poi passare dalle molteplicità delle ricerche alla ricostruzione di contesti e categorie più generali.
Trascinati recalcitranti in un’altra modernità, molti studiosi sembrano quasi sopraffatti dal nuovo e si fermano al racconto delle novità, senza indagarne il senso più profondo. Diminuiscono così l’elaborazione teorica, la capacità di connessione comparativa interculturale, la propensione alla generalizzazione.
Tutto questo incide sul ruolo sociale degli studiosi, sulla capacità di contribuire alla costruzione del discorso pubblico, sul rapporto con la politica.
Quest’ultimo è fortemente segnato dal disinteresse sempre più marcato dei politici, che davvero sta incentivando una «cultura» tutta italiana, fatta di approssimazione mediatica e di avversione al sapere critico che, anzi, appare sempre più spesso come un ostacolo da abbattere, come l’ultimaforma di controllo di cui una politica povera e prepotente vuole liberarsi.

Oggi
Sarà presentato un rapporto metodologico, curato da Guido Martinotti e Walter Santagata, su come misurare la cultura, cui seguiranno relazioni su scienze umane (Roberto Esposito)esociali (Stefano Rodotà), culturedi«genere»(Nadia Fusini), esperienza religiosa (Gian Maria Vian), scienze della materia (Luciano Maiani) e scienze della vita (Alberto Oliverio).
Domani
Giornata interamente dedicata a una riflessione sullo stato e sulle prospettive dell’architettura italiana. I lavori, introdotti da Vittorio Gregotti, proseguono con le relazioni di Carlo Magnani, Luca Molinari, Fulvio Irace, Franco Purini, Bernardo Secchi e Rafael Moneo e Joseph Rykwert.

"La Gruber «Tv italiana maschilista»", di Renato Franco

L’intervista La conduttrice di «Otto e mezzo» su La7. «Sì alle quote rosa, mi sono ricreduta Sono contro l’infantilizzazione dell’informazione»

MILANO – «A furia di semplificare abbiamo avallato un approccio semplicistico alla realtà, ma non è tutto bianco o nero. Se i cittadini sono meno consapevoli sono più docili, e c’è automaticamente meno democrazia. Prevale l’attitudine a non mostrare la complessità del mondo che ci circonda, io ci provo». Contro «l’infantilizzazione dell’informazione» – la definisce così – Lilli Gruber ci prova ogni sera (da lunedì a venerdì, alle 20.30) su La7 dallo studio di «Otto e mezzo» dove tra politica e attualità affronta l’argomento del giorno.

In cosa «Otto e mezzo» si differenzia dagli altri programmi di approfondimento? «È il primo dopo i tg: è la nostra forza perché veniamo prima degli altri, ma abbiamo lo svantaggio di avere la concorrenza più forte: Striscia, il quiz di Frizzi, il Tg2… Tutti i programmi di approfondimento durano quasi due ore, noi 35 minuti: un tempo ragionevole, né lungo né corto, per analizzare il fatto del giorno e consentire a chi ci guarda di avere un pezzo di informazione il più possibile onesta».
Anche non urlata, uno dei suoi obiettivi: «Cerco di imbastire una discussione vivace ma nel rispetto delle opinioni di tutti – spiega la conduttrice -, mi impegno a evitare la rissa (che va per la maggiore nella tv italiana) e ad arginare il tasso di animosità, punto sulla qualità del ragionamento». Ex volto storico del Tg1, ex parlamentare europea in quota Pd, «ci prova», anche ad essere imparziale: «L’obiettività dovrebbe essere una meta da raggiungere, altrimenti l’informazione è faziosa e di parte». E i telespettatori sembrano apprezzare: raddoppiati gli ascolti dopo il primo anno, in questa terza edizione «Otto e mezzo» ha una media di un milione e mezzo di persone (5,5% di share).
Vespa, Santoro, Floris e Vinci: i talk di informazione tra prima e seconda serata non mancano: «Per principio non do pagelle, tutti hanno una loro cifra stilistica e non sono paragonabili, ma non butterei mai dalla torre né Lerner né Santoro».

Vespa, Santoro, Floris e Vinci: lei è l’unica donna ad avere un talk politico in prima serata: «La tv italiana è maschilista anche se La7 ha dimostrato di essere all’avanguardia, è una rete che crede nella sua vocazione sperimentale. Per il resto basta vedere le cifre: l’unico direttore di telegiornale donna è Bianca Berlinguer al Tg3. Ma in fondo la tv è solo lo specchio di quello che avviene nel Paese dove le donne stanno sempre fuori dalla stanza dei bottoni. Per questo sulle quote rosa mi sono ricreduta. Quote rosa non significa che tra uno bravissimo e un’asina, si privilegia l’asina, ma che a parità di curriculum le donne vengano premiate. Sarebbe un vantaggio per il Paese».
Su chi sia il politico più ostico Lilli Gruber non ha dubbi: «Silvio Berlusconi, perché non è mai venuto nonostante l’abbia invitato diverse volte, anche personalmente. Comunque lui raramente partecipa ai contraddittori».

Inevitabile parlare degli editoriali di Minzolini, ma la riposta è gattesca: «Vado in onda subito dopo e il Tg1 non lo vedo quasi mai». Però sul Tg1 tira fuori le unghie: «Per tanti anni il Tg1 delle 20 è stato un appuntamento istituzionale. Io ho avuto la fortuna di condurlo quando il direttore era Rossella e faceva il 40 per cento di share. Il Tg1 è sempre stato leader, mentre ora è al 23 per cento. Al posto di Minzolini mi farei qualche domanda».

da www.corriere.it

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“LA PARITÀ? IN ITALIA UNA CHIMERA”, di Loretta Napoleoni
Nell’indice dell’eguaglianza tra i sessi prodotto questa settimana dal World Economic Forum il nostro Paese è al 74° posto, dopo il Ghana. Il motivo? Le donne sono lontane dalla parità in tutti campi, dalla politica agli affari.
Quello che l’indice non dice è che quando qualcuna riesce ad arrivare in cima per professionalità, e non per relazioni personali, spesso viene infangata.
All’estero, non solo nei paesi membri del G8 ma anche in quelli in via di sviluppo, questo maschilismo fuori tempo fa ridere, siamo diventati la barzelletta del villaggio globale. Il latin lover è scomparso con Mastroianni e Fellini, ma quel personaggio era un gentiluomo, adesso il maschio italiano è identificato con il bulletto di periferia che racconta agli amici storie di sesso svoltesi sul sedile posteriore della macchina.
Insultare le donne perché donne è la reazione tipica dei deboli: ci si rifà su una categoria ancora più debole.
Manoi non lo siamo più e questo produce un risentimento animalesco.
Ilmondoè cambiato, uno studio appena pubblicato ad Harvard lega la crescita economica alla presenza delle donne in settori chiave quali la finanza, la politica, la cultura e l’informazione. Ilmondoè cambiato anche se a casa nostra non ce ne siamo accorti, proprio perché il maschilismo che la caratterizza impedisce la crescita culturale. Tutti sanno che quando l’informazione, come la politica, degenera nel bullismo i paesi rischiano di scivolare nel baratro della dittatura. Riflettiamo su questo punto.
L’Unita’ è stata fondata da Antonio Gramsci, un grande pensatore che il mondo intero riconosce come tale, un uomo imprigionato a causa delle sue idee. Non forziamo chi questo giornale continua a gestirlo con correttezza e professionalità ed in memoria di questo grande filosofo italiano, dietro altre sbarre, quelle della propaganda diffamatoria.

«Solo la ricerca ci regala il futuro», di Aldo Schiavone

C´è una logica implacabile all´opera, nella decisione del ministro Tremonti di negare i fondi per le carriere dei ricercatori universitari, e con questo di mettere in crisi l´intera riforma Gelmini. Ed è la medesima logica che affiora nella battuta da lui appena pronunciata – e mai, credo, smentita: «La cultura non si mangia».
Sia chiaro. Il ministro non dice una parola sulla sostanza dei provvedimenti: l´inquadramento dei ricercatori, o l´impianto del disegno Gelmini – sui quali, pure, si potrebbe discutere moltissimo. A lui, questo merito non interessa. Non vuole migliorare, cambiare, modificare. E nemmeno “punire” (i professori o i ricercatori). No. Semplicemente, dell´università italiana non gliene importa niente, come uomo di governo: è l´ultimo dei suoi pensieri. Può anche andare in malora.
Bisogna avere il coraggio di dirla, questa drammatica verità, prima di sbattervi contro. Colui il quale esercita di fatto le funzioni di presidente del Consiglio – tranne che per quanto attiene alle questioni di giustizia – ha in mente un´idea del Paese e del suo futuro, che spiega benissimo le sue scelte e il suo agghiacciante umorismo. Egli accetta e promuove l´esistenza di due Italie: una destinata a precipitare nella regressione, e l´altra, invece, votata a salvarsi. E sta lavorando per rendere questa frattura un punto di non ritorno, il caposaldo politico del dopo Berlusconi. Forse lo fa per pessimismo conservatore, forse per malinteso realismo. Ma sta divaricando le parti della nostra società spezzate dalla crisi: sia orizzontali, geografiche (Nord e Sud, per esempio), sia verticali, sociali (professionalità emergenti e vecchi ceti medi in caduta libera: nuove ricchezze e nuove povertà).
Il primo pezzo – l´Italia che affonda – in questa strategia non ha che da rassegnarsi al peggio: a scambiare il lavoro con i diritti – e questo riguarda sia il vecchio lavoro industriale, sia il nuovo lavoro precario ad alta intensità tecnologica – e ad acconciarsi a uno spazio pubblico sempre più degradato, in cui la crisi finanziaria della scuola e dell´università diventa il simbolo di un ritrarsi generale dello Stato anche da funzioni finora considerate primarie. Questa Italia – per il nostro ministro – non ha bisogno di un´università in piedi. Va benissimo una specie di esamificio senza prospettive e senza speranze. Non ha bisogno di un´edilizia scolastica appena decente, con un minimo di infrastrutture e di servizi: è già troppo quella che c´è. Questa Italia è bene si chiuda nelle sue paure e nelle sue fragilità, che trasformi in fortezze i suoi territori, e che si affidi alla Chiesa, come ha fatto sempre. Che rimanga ringhiosa, isolata e passiva. Ipnotizzata dalle televisioni e lontana dalla politica: per quest´ultima basta, a tempo debito, qualche onda plebiscitaria opportunamente indotta. Per lei, “che la cultura non si mangi” può anche essere uno scherzo ben riuscito, una verità sana ed elementare.
Tanto, c´è un´altra Italia – su cui contare e su cui far leva – che si salva grazie allo stratificarsi dei suoi privilegi antichi e recenti, e al loro trasformarsi in opportunità e in occasioni. Questa parte è già intrinsecamente globalizzata: nei circuiti produttivi, nella finanza, nei servizi, nella formazione. Per lei, il Paese come sistema unitario – l´Italia come patria comune – sta già cessando di esistere. Non si affida più in nulla o quasi alle strutture pubbliche. Il suo futuro è sciogliersi nel mondo – il nostro antico cosmopolitismo – e al diavolo tutto il resto.
Quest´altra Italia non ha bisogno più di una grande università nazionale, perché si educa attraverso reti private, o direttamente europee e americane. Pensa, produce e lavora su scala globale, e guarda con fastidio a ogni vincolo locale.
Ebbene, le scelte politiche del nostro ministro dell´Economia nei confronti della scuola e dell´università vanno nella direzione di far saltare tutti i nessi fra queste due società, rendendo impossibile mantenere aree di solidarietà e di condivisione. Un´importante università pubblica sarebbe per definizione il luogo dove sviluppare queste pratiche e questi legami. Ma che farsene, se si persegue l´opposto?
Vi è nell´epilogo dell´avventura politica di Berlusconi una carica di nuovo classismo – di classismo senza più il contrappeso della lotta di classe, per così dire – una spinta alla divisività del Paese, che è forse il suo aspetto peggiore e più rischioso. L´università e la scuola sono finite nella morsa di questa tenaglia, che minaccia di sottrarre vita a intere generazioni, e di trasformare l´Italia nell´autentico laboratorio della nuova diseguaglianza.

da www.repubblica.it

«ANNO ZERO NO STOP, MASI STOP!» di Giuseppe Giulietti

Domani 16 ottobre in piazza anche contro il bavaglio a Santoro!

Chi ha letto MicroMega, e pochissimi altri giornali ne hanno parlato, sa che il giorno 16 ottobre a Roma si svolgerà una grande giornata per la democrazia e la Costituzione indetta dalla Fiom e sostenuta dalla Cgil. Al centro della iniziativa, ovviamente, ci sono le questioni legate alla contrattazione, alla democrazia sindacale, alla lotta alla precarietà, al diritto delle organizzazioni più rappresentative a non vedersi escluse dal tavolo della trattativa. Non ci sembra poca cosa in un paese stravolto dai conflitti di interesse, dalle liste zeppe di candidati indegni, per parafrasare il presidente della commissione anti mafia Beppe Pisanu, dagli insulti ai giudici e ai pochi cronisti che ancora tentano di opporsi ai bavagli, alla fabbrica dei veleni, ai pestaggi mediatici orditi e ordinati dal nostro don Rodrigo di Arcore.

Per quanto ci riguarda sarà anche una grande giornata per la libertà di informazione, per impedire che dell’articolo 21 della Costituzione resti solo la cenere, dopo i roghi.
Lo spettacolo di queste settimana ci aveva già offerto argomenti a quintali per partecipare alla manifestazione, ma adesso il direttore generale della Rai Masi ha pensato bene di regalare un altro spot a sostegno delle tute blu e della più larga partecipazione popolare. La decisione di sospendere per 10 giorni Michele Santoro, l’anticamera del licenziamento, e di oscurare una puntata di “Anno Zero” è la migliore conferma della esistenza di un vero e proprio piano per arrivare alle elezioni anticipate non solo con la vecchia legge elettorale, ma anche dopo aver spento le ultime voci che possono infastidire il Caimano raggiungendo milioni e milioni di persone.

Il grave e imperdonabile reato commesso da Michele Santoro, da Marco Travaglio, da Vauro, da Sandro Ruotolo, da Giulia Innocenzi, da Corrado Formigli e da tutta la squadra è quello di rendere popolari temi, voci e volti che dovrebbero essere condannati all’oscurità mediatica e politica. Del resto Silvio Berlusconi ha sempre chiesto la testa di Santoro, lo ha fatto anche per telefono, alzando la voce proprio con alti dirigenti della Rai e della autorità di garanzia per le comunicazioni. Questa volta non c’è bisogno di inventare proprio nulla, non servono scoop e dossier, il nome del mandante e quello dell’esecutore sono pubblici.
Il giorno 16, dunque, sarà anche una giornata per rivendicare la libera circolazione delle idee e delle persone, dentro e fuori le aziende, Rai compresa.

Chi vuole oscurare Santoro, e subito dopo tutte le altre trasmissioni sgradite al piccolo Cesare e ai suoi piccolissimi imitatori, vuole colpire anche il diritto dei cittadini a sapere, vuole chiudere gli ultimi spazi dove ancora si parla di mafie, di camorra, di morti sul lavoro, di condizione operaia, di democrazia negata, di norme ad personam e ad aziendam. Vogliono oscurare Annozero per oscurare e cancellare il nostro diritto di scelta, anche per questo è giusto sostenere la giornata del 16, e, se sarà necessario, sostenere in ogni modo le iniziative di lotta, anche clamorose, che saranno promosse dalla squadra di Annozero e da tutte le altre associazioni, tra queste articolo 21, che non hanno mai smesso di lottare contro ogni bavaglio e contro i manganelli e i manganellatori.

da www.articoli21.org

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“Santoro sospeso? Masi licenziato”, di Loris Mazzetti

Non sono d’accordo con il provvedimento disciplinare che il direttore generale della Rai Mauro Masi ha inferto a Michele Santoro, la sospensione di dieci giorni dal lavoro e dallo stipendio è l’anticamera del licenziamento. Lo dico da professionista che lavora da tanti anni nella tv del servizio pubblico, lo dico soprattutto come dirigente Rai. Questo provvedimento non è fatto nell’interesse della Rai, si capisce che Masi ha poco a che vedere con la televisione, è la tipica reazione dettata dalla pancia, che nasconde livore. Forse avrebbe fatto meglio chiedersi quali sono i pro e i contro prima di agire. Santoro non lo merita per la sua storia professionale, per quello che Annozero rappresenta per il pluralismo informativo, non lo meritano i telespettatori che pagano il canone e in quasi 6 milioni tutti i giovedì sera si sintonizzano su Rai2, non lo merita l’immagine della Rai che ancora una volta viene sfregiata associandola a parole che suscitano orrore: censura, assalto alla democrazia. Annozero non andrà in onda per due puntate sarà sostituito dal solito film animato che perderà dai 10 ai 13 punti di share, con Bonolis su Canale 5 che dal 24 passerà al 30-32%. Chissà come saranno contenti gli inserzionisti che hanno acquistato gli spazi pubblicitari sul programma di Santoro. La situazione è gravi e seria. Se a Santoro danno dieci giorni di sospensione Minzolini ne meriterebbe almeno cinquanta visto il danno economico e d’immagine che sta causando il crollo del Tg1 che dal 30/32% è sceso al 23/24%. E Masi quanti ne merita? Non può pensare di essere immune perché ricopre la carica di direttore generale. Entro la fine dell’anno altri 20 milioni di italiani passeranno dall’analogico al digitale terrestre, non esiste ancora una vera linea editoriale, la sostituzione di Carlo Freccero a Rai4 lo conferma. Il presidente della Rai Garimberti, che dovrebbe essere di garanzia, vuole fare sentire la sua voce? Al di là delle dichiarazioni ufficiali vuole fare qualcosa in più, ad esempio convocare un consiglio di amministrazione straordinario? Il lavoratore della Rai, i sindacati che lo rappresentano, si stanno rendendo conto di ciò che sta realmente accadendo? Per una volta invece di girare la testa dall’altra parte, come è accaduto all’epoca dell’editto bulgaro, vogliamo metterci insieme per ridare dignità e credibilità alla Rai? E’ in gioco il futuro del servizio pubblico e di tutti i lavoratori. Masi questa volta ha reso pubblico una delle tante regole d’ingaggio: chiudere Annozero, rispondendo così all’ordine di Silvio Berlusconi.

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