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"Un colpo al cuore del calcio malato", di Gianni Mura

Bruttissimo colpo al cuore del calcio. Il cuore non è la pancia e neanche la testa. È voglia di godersi uno spettacolo, è passione, è saper stare con gli altri. Poco importa sapere che Italia-Serbia avrà come risultato un 3-0 a tavolino e che la Serbia, per colpa dei suoi tifosi peggiori, sarà probabilmente esclusa dalla competizione. Importa che contro l’ottusità e la violenza non si scorga una linea di difesa. Che la festa di Genova sia rinviata a data da destinarsi. I bambini in maglia azzurra e anche gli altri, quelli serbi con la maglia bianca e rossa, avevano gli occhi tristi e pieni di domande, cui qualcuno dovrà rispondere.

Una sola riguarda l’Italia: come ha fatto a entrare allo stadio, tanto più dopo i tafferugli in città che hanno coinvolto lo stesso pullman della nazionale serba e particolarmente il portiere Stojkovic, che s’è chiamato fuori, quella cinquantina di figli di Arkan, attrezzati con tutto il necessario per far saltare la partita? Il capo, un grassone a volto coperto, maglietta nera con teschio e numero 28 tatuato sul braccio, dev’essere molto fiero di sé. Il resto è noto, forse sottovalutato. Nell’est europeo, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Serbia alla Russia, negli stadi stanno crescendo i gruppi ultranazionalisti e neonazisti. Non ci sarà molto da divertirsi, ai prossimi europei. Altri sport hanno saputo isolare e guarire
il fenomeno della violenza. Il calcio no, e non è da discutere ora l’impegno (relativo o scarso). Ma il risultato è quello di Marassi. Un non risultato. Una partita sequestrata da un gruppo di imbecilli che crede di stabilire cosa sia l’onore o il disonore di un Paese. Beccare 3-1 in casa dall’Estonia è un disonore, di qui la marcia su Marassi e nell’intervallo, giusto per tenersi in allenamento, un po’ di botte sulla giornata belgradese del Gay Pride.

Basta un gruppetto di questi black block senza uno straccio d’ideologia per fermare una partita? Sì. Dopo oltre mezz’ora di ritardo sul fischio d’inizio si è giocato per 5′, un fumogeno è finito vicino a Viviano e al quel punto l’arbitro scozzese ha deciso che non c’erano più le garanzie di sicurezza per continuare. Difficile dargli torto, anche se ricordo situazioni peggiori. L’unica alternativa era sloggiare i tifosi peggiori, ma la polizia s’è limitata a guardarli dal campo. Irrompere in quel settore avrebbe causato guai peggiori e l'”arrivano i nostri” ormai si vede solo al cinema.

La federcalcio serba non pare molto preoccuparsi dei galantuomini che espatria, sia pure verso uno stadio, ma anche questa è un’osservazione marginale. Si dovevano ricordare con un minuto di silenzio i nostri militari morti nel corso di una guerra vera. Da spettatori, con diversi stati d’animo, di quella che doveva essere una semplice partita di calcio, abbiamo man mano visto la solita guerriglia da pallone, ma non solo, non sottovalutiamo le dimostrazioni di orgoglio cetnico, le bandiere bruciate. Il grassone tatuato e i suoi amici questo hanno provato a dirci: che il calcio per qualcuno o molti è anche politica, roba sporca, esibizione di muscoli e slogan. Non è pace, non è fairplay, non è etica. Nel caso lo avessimo dimenticato, grazie di avercelo ricordato.

La Repubblica 13.10.10

"Il futuro dell’Europa? Inizia a scuola", di Luigi Berlinguer

Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco». La profonda semplicità della frase di William B. Yeats è stata tradotta in didattica da alcune scuole italiane ed europee. Alcune esperienze di questa nuova scuola saranno raccontate dai protagonisti domani a Modena in un convegno internazionale promosso dal Gruppo dei Socialisti e Democratici che sarà concluso da Pier Luigi Bersani. Non mi dilungo (per informazioni: www.luigiberlinguer.it). Obiettivo dell’incontro è contribuire al dibattito europeo sull’avvenire del progressismo avviato dai laburisti e intrecciata con la dottrina sociale cristiana. La sinistra non vince in Europa perché la sua identità è invecchiata e difensiva. È il momento di innovare strategie e politiche. Non è questa, del resto, la sfida del Pd?
Nella società della conoscenza, lavoro e sapere sono due facce della stessa medaglia. Una società solidale di liberi, di uguali, di responsabili si fonda sull’intreccio indissolubile tra sapere e lavoro. Lo aveva intuito, con preveggenza, un italiano europeo: Bruno Trentin. Oggi chi sa è libero, chi non sa dipende da altri. Chi sa migliora la qualità del suo lavoro ed è in grado di affrontare meglio la vita. La sintesi tra sapere e lavoro è alla base della promozione umana. In questo nesso c’è il diritto – e la libertà – individuale di scegliere il proprio lavoro e la propria vita, di seguire la propria vocazione. La cultura è volano di promozione sociale e sviluppo complessivo. Come il socialismo voleva spezzare le catene dell’antico servaggio, così oggi una forza di progresso deve rompere quell’automatismo reazionario secondo il quale più quantità di studenti vorrebbe dire meno qualità con il corollario di cercare di restaurare un passato fondato sul privilegio e di indentificare il merito (benemerito, sempre) con la selezione. La cultura del lavoro deve permeare di sé l’insieme dei percorsi educativi, diventando parte della education che segue il metodo scientifico-sperimentale in un percorso di autonomia. Se si segue la propria vocazione, si studia meglio, si apprende di più. La scuola di tutti è la scuola della qualità, capace di formare a livelli più alti il cittadino-professionista, di qualificare l’homo oeconomicus. Stiglitz e Touraine hanno spiegato come, nelle società evolute, più si sviluppa l’equità sociale più cresce la ricchezza. È l’attenzione all’individuo che fonda le nuove dinamiche tra education e lavoro. Quindi una scuola non più trasmissiva né chiusa nelle mura delle aule, ma aperta, contaminata dall’esterno. Si apprende sempre: il 70% fuori dalla scuola. Occorre allora portare l’informale (internet, ad esempio) nel formale. Così la scuola diventa stimolo permanente, insegna a scegliere, forma cittadini pronti ad affrontare la vita. Così si accende il fuoco.

L’Unità 12.10.10

"Sulla giustizia Quirinale e Palazzo Chigi non dicono le stesse cose", di Stefano Folli

Nonostante la soddisfazione espressa dal vertice del Pdl, è difficile credere che Napolitano abbia sostenuto ieri sulla durata dei processi le stesse tesi del presidente del Consiglio. Il richiamo del Quirinale è alla lunghezza abnorme dei procedimenti e all’impossibilità per il cittadino di veder riconosciuti i propri diritti. Quindi il sollecito è alla politica affinché affronti la riforma della giustizia nella sua globalità, con l’obiettivo di restituire efficacia alla macchina giudiziaria.
Il punto di vista di Berlusconi è diverso, o almeno tale appare. L’insistenza sul «processo breve», da conseguire con un dispositivo di legge ad hoc, rischia di compromettere un numero esorbitante di processi in corso e su questo la polemica è nota. Quel che è peggio, Berlusconi dà sempre l’impressione di avere in mente solo il suo caso personale (il processo Mills) e di cercare la «brevità» per trovare la prescrizione.
I due approcci sono quindi opposti. Il capo dello Stato ricorda alla politica che esistono solo i problemi generali, collettivi, e che le riforme devono essere concepite a vantaggio dei cittadini. Il premier, viceversa, quando si tratta di giustizia non riesce a sollevarsi al di sopra della mischia. Così facendo, toglie credibilità ai suoi stessi progetti riformatori: il che spiega perché da anni il governo non riesce ad affrontare i problemi di fondo della giustizia, riproposti con enfasi ancora pochi giorni fa nel discorso programmatico in Parlamento.
Ma la sensazione è di un motore che gira sempre a vuoto, nonostante lo sforzo personale del ministro Alfano. E infatti sul nervo dolente della giustizia martella il presidente della Camera, dichiarando alla stampa estera, con tono persino provocatorio, che su questo terreno «il governo può davvero cadere».

E così il cerchio si chiude. Da un lato Napolitano ricorda quale sia la responsabilità della politica – e dunque in primo luogo del governo – di fronte all’inefficienza della macchina giudiziaria. Dall’altro Fini conferma che la giustizia è oggi soprattutto un nodo irrisolto, una ferita che lacera la maggioranza. E che il governo rischia di dissolversi a meno di non voler stabilire una netta distinzione tra lo «scudo» posto a salvaguardia del premier, per proteggerlo dai processi nel corso del mandato, e la prospettiva di una riforma che deve corrispondere all’interesse generale. L’intreccio tra questi due piani può essere distruttivo.

Sul terreno della logica nulla vieta al presidente del consiglio di riprendere in mano l’iniziativa come suggerito dal Quirinale. Cancellando la sensazione che l’argomento giustizia sia visto solo in chiave strumentale. Quindi niente leggina sul «processo breve» e addio ai tentativi di agire sulle prescrizioni con la mente rivolta al processo Mills. Sì invece al «legittimo impedimento» (lo scudo giudiziario per le alte cariche), correndo il rischio che i tempi lunghi della legge costituzionale non siano conciliabili con la vicenda in corso (di nuovo il caso Mills). E nel frattempo si può lavorare alle linee generali della riforma, magari discutendone con i magistrati i punti controversi.
Sulla carta non sembra impossibile. In realtà la matassa è così ingarbugliata che forse è tardi per tutto. La giustizia – o meglio i processi che riguardano il premier – è il tema con cui Fini sta logorando Berlusconi. E quest’ultimo avrebbe bisogno, mai come oggi, di un colpo d’ala.

Il Sole 24 Ore 13.10.10

"La violenza dell'indifferenza" Elena Loewenthal

Un attraversamento pedonale con le strisce zebrate. La banchina di una metropolitana in un’ora di punta. Luoghi dall’apparenza neutra, persino inoffensiva. Se non fosse che in questi ultimi due giorni sono diventati teatro di una violenza bieca, assurda.
A Milano un taxista ha inavvertitamente travolto un cane libero da guinzaglio, a Roma una giovane donna ha battibeccato con un ragazzo per una precedenza in coda, come capita infinite volte. Entrambi sono finiti in coma, con grave trauma cranico. E di fronte a casi del genere non ci si può esimere da una domanda tanto banale quanto imperativa, pur sapendo che la risposta sarà necessariamente ambigua, parziale. Che non ci aiuterà a capire. E tuttavia il «perché è successo?», il «come è potuto accadere?» non possono non essere un tormento, per tutti noi.

Il caso più recente, quello al capolinea Anagnina della metropolitana capitolina, è terribile proprio perché scatenato da una circostanza talmente comune che non facciamo alcuna fatica a ricostruire la scena iniziale. Ne siamo stati protagonisti tante volte, da una parte o dall’altra: una fila di persone in coda davanti a uno sportello, una rivendicazione di precedenza, il diverbio che ne nasce con l’inevitabile coinvolgimento di qualcun altro in attesa. Qualche insulto e qualche brontolio che risuonano nel trambusto mattutino. Di lì in poi, l’esito agghiacciante e imprevedibile. Altre parole, spintoni, e un pugno in faccia. L’infermiera trentaduenne cade a terra immobile, l’aggressore ventenne se ne va.

E poi, passa un bel po’ di tempo prima che qualcuno si renda conto della gravità di quella scena. Intanto, la gente passa, sale e scende dalla metro, nessuno pensa di fermarsi accanto a quel corpo esanime, allungato per terra. Così come sulla strada milanese una domenica mattina, anche questa scena si consuma in un luogo di passaggio, di transito. Un non-luogo che non appartiene a nessuno e dove teoricamente nessuno ha nulla da rivendicare, un territorio neutrale dove siamo tutti di passaggio e che dovrebbe essere incapace di generare conflitti. E invece, difficile dire se quanto è successo sia una scena più adatta a un film dell’orrore o a una tragedia dell’assurdo, quel che è certo è che appartiene alla realtà di una mattina romana come tutte le altre. Al di là del danno subito fisicamente dalle vittime, questa è certamente la cosa più preoccupante di tutte: il fatto che sia successo per davvero, e non in una finzione cinematografica.

Le due vicende, quella milanese sulle strisce pedonali e quella romana allo sportello della metropolitana, sono al di fuori di ogni possibile «catalogazione» razionale o emotiva. Per questo, le domande sul perché, sul come sia potuta succedere una cosa del genere, non trovano un azzardo di risposta. C’è troppa violenza per potere tirare qualunque somma. C’è una violenza gratuita, come la violenza è sempre perché in fondo se ne potrebbe sempre fare a meno. Ma c’è anche e soprattutto una violenza imprevedibile, capace di scatenarsi con una facilità spropositata, come se fosse stata lì in agguato ad aspettare il momento propizio, la scusa più blanda per venire fuori e far finire in coma due persone.

Anzi, di violenze ce ne sono due. Certo differenti per grado e dato di colpevolezza, eppure in qualche modo parallele. Ci sono la rabbia e i pugni da una parte, e il distacco dall’altra. In entrambi i casi, tanto a Milano quanto a Roma, è passato del tempo prima che il corpo al suolo venisse degnato d’attenzione. In quel terribile intervallo, è stato come se nulla fosse successo. O peggio ancora, come se quel che era appena successo non riguardasse nessuno di noi. Quanto è durato, quel tempo sospeso? Una manciata di secondi? Qualche minuto? Certamente, un’eternità di indifferenza.

La Stampa 13.10.10

"Voglia di urne e di talk show", di Stefano Balassone

È da un paio di settimane che in questa sede stiamo esprimendo l’idea che il comportamento dell’audience, come già avvenne alla fine degli anni ’80, stia uscendo dai binari consueti e che, oggi come in quella fase, le scelte degli individui-spettatori dipendono da bisogni degli individui-cittadini.
Vediamo ad esempio che, nonostante il crescente – così dicono tutti – disgusto per la politica i programmi televisivi “politici” vanno particolarmente alla grande. Nell’ultima settimana Santoro ha sfiorato i sei milioni e Floris i quattro, mentre La7 conferma il boom del tg e la crescita delle altre trasmissioni informative. Potrebbe trattarsi di fatti fortuiti, se non fosse che contemporaneamente sono entrate in sofferenza le reti ammiraglie, in particolare il Tg1 e la tripletta quizzone&Tg5&Striscia. In altri termini c’è un aumento dell’ascolto “motivato”, figlio di situazioni di inquietudine, a scapito di quello abitudinario che domina le fasi storiche di tran tran. Sarà perché, dopo la sorpresa del TgLa7, questa idea ha cominciato a frullarci nella testa che ci sembra di trovarne conferma perfino nelle chiacchiere origliate in metropolitana, dove corrono formule di vera preoccupazione come «ho smesso di cercare di capirli» o «rischiamo la fine della Grecia».
Potevamo ancora dubitare delle nostre supposizioni, finché domenica scorsa, sul Corriere della Sera, Renato Mannheimer ci ha tolto ogni dubbio.
L’ultimo sondaggio racconta infatti che l’approvazione per l’operato del governo è scesa al 30% e che, quel che più conta, anche gli indecisi sul se e per chi votare, dichiarano che comunque questo governo opera male. Siamo al di là della usuale ripartizione fra due quote di fan che si contrappongono passando sulla testa della vasta area intermedia di persone variamente perplesse o indifferenti. Stavolta c’è il 70% del paese che è contrario a un governo sorretto dal restante 30%. Insomma, Auditel e Mannheimer raccontano in modo convergente che la “gente” è sì disincantata (gli indecisi del voto sono tantissimi) ma non per questo non giudica o è indifferente. Aggiungiamo che è la struttura stessa della Seconda repubblica che rende radicali le preoccupazioni e complessi gli sbocchi.
Nella cosiddetta Prima repubblica, quando la faglia sismica del consenso emanava brontolii, la Dc dava sfogo e risposte alle irrequietezze dell’elettorato avvicendando il premier di turno. La Dc poteva farlo perché era impersonale – una balena, non una persona. Ma il berlusconismo, pur simile alla Dc per insediamento sociale, ne è l’opposto come soggetto politico e non contempla la possibilità di passaggi di mano al suo interno. E così fa sentire in un cul di sacco i molti elettori che a Berlusconi hanno dato un voto utilitaristico e non carismatico (non, per intenderci, il pubblico di Rete4). Per non dire di quel quarto di leghisti che boccia anch’esso il governo (la fonte è sempre Mannheimer).
È per uscire da questo cul di sacco, pensiamo, che tanta gente più del solito sta tenendo gli occhi sopra la politica e i programmi televisivi che la imbandiscono. Il che ci induce a concludere che non si tratta di gente disposta a tornare all’ovile dopo una stagione di follia antipartitica. Sono persone, pensiamo, che stanno constatando i limiti dell’idea berlusconiana (nulla cambiare e tutto lasciar fare), ma che non appoggeranno soluzioni volte all’indietro né linguaggi che sanno di stantio. Non solo sulle materie più strettamente politiche.
Tanto per fare un esempio recente, difficilmente si fideranno di chi alla prima occasione cavalca le geremiadi contro la “cattiva maestra tv” (vedi il caso Chi l’ha visto? ad Avetrana). Roba da giornalisti-politici che giocano ai papà e non da gente che deve informare e governare un paese nell’era della globalizzazione. È proprio vero: conviene affidarsi a un “nuovo pensiero”, come hanno detto a piene mani il Bersani e il Letta di Varese. Di certo, in ogni talk-show l’occhiuto pubblico generato dal momento attuale controllerà se il Pd ci crede.

da Europa Quotidiano 13.10.10

"La violenza dentro di noi", di Michele Serra

ue liti di strada, due pugni micidiali, un tassista in fin di vita a Milano, una ragazza gravissima a Roma. Del secondo crimine esiste un video dei carabinieri (è avvenuto in una stazione videosorvegliata). Immagini che diffondono all´infinito lo scandalo della violenza e ce ne rendono partecipi quasi in tempo reale. Poiché lo scandalo è scandalo (fortunatamente), la prima reazione è di pancia, di repulsione e di allarme. La seconda è provare a dare un peso razionale ai due episodi. È legittimo domandarsi, per esempio, quanto l´aumento della “violenza percepita” sia suffragato dai fatti, e quanto sia influenzato dalla pervasività dei media: anche la violenza è nell´epoca della sua riproducibilità tecnica, e la cronaca nera lievita, nel nostro Paese, molto più rapidamente e potentemente di quanto lieviti la sua materia prima, che è il crimine (vedi lo studio di Ilvo Diamanti pubblicato lunedì scorso su questo giornale).
A fronte di questa constatazione, che ci invita a includere anche la “vendibilità” della violenza tra i suoi connotati più rilevanti, e più contemporanei, non c´è dubbio che l´aggressività spicciola, specie nelle metropoli, sembra in costante aumento a chiunque viva in mezzo agli altri. E l´aggressività è una paglia che avvampa alla minima scintilla. Nel traffico, ai semafori, nei parcheggi, nei centri commerciali, ovunque il fluido della folla si raggrumi, quella che comunemente definiamo “maleducazione” – sopravvalutazione dei propri comodi e disprezzo degli altri – aleggia nei comportamenti, negli atteggiamenti (perfino nell´abbigliamento trucido) più di quanto eravamo abituati a rilevare, e soprattutto a sopportare.
Anche quando non sfoci in veri e propri atti di violenza, l´aggressività intossica, rende vulnerabili, alimenta la catena dell´ostilità. Nell´humus di una asocialità diffusa, l´istinto di sopraffazione germina con speciale vigore, e l´idea stessa delle regole diventa sfocata, sempre più sfocata: a Milano qualche abitante del quartiere dove è caduto il tassista ha accolto la polizia al grido di “sbirri ebrei”, saldando in uno slogan ripugnante la cultura di camorra e quella ultras.
La cocaina e altre droghe, oramai generi di largo consumo popolare, sono ulteriore benzina sul fuoco. Ci sono zone di Milano dove, la sera, le sgommate dei gipponi suonano “drogate” quanto la truce frenesia dei loro driver. L´aggressività, specie nei maschi giovani, è ovviamente sempre esistita: ma non c´è dubbio che in molti aspetti della vita contemporanea abbia trovato facili varchi, quando non un vero e proprio sdoganamento culturale.
Nello stessissimo novero (un impressionante collasso del concetto di legge e di legalità) vanno iscritte le reazioni isteriche di chi vorrebbe “armare i tassisti”. E perché allora non armare le ragazze, i tramvieri, i postini, i passanti, le massaie, tutti gli inermi che escono di casa senza immaginare di potere incappare nel pugno di un iracondo, o nella coltellata di un delinquente? Ogni sbrego della vita quotidiana richiama, ormai, torme di profittatori politici che cercano di allargarlo, come chirurghi al contrario, perché più sangue e paura ne escono, più potente è la zoomata sul fattaccio, maggiore è il profitto politico. A costo di falsare statistiche (è accaduto) e di gonfiare dolore e insicurezza (è accaduto, accade continuamente).
Si tratterebbe, piuttosto, di disarmare i prepotenti, i guappi, i sopraffattori. Attraverso la repressione e il controllo, ovviamente. E poi, molto meno ovviamente, con un lungo lavoro (lungo e per giunta mai definitivo) che faccia leva su socialità, spirito civico, solidarietà, rispetto delle regole, tutta merce controcorrente che qualche sciagurato, un po´ di anni fa, ebbe la pessima idea di chiamare in blocco “buonismo”, lanciando una delle mode culturali di maggior successo, e di maggiore perniciosità, degli ultimi decenni.
Quanto ai media, le stesse telecamere che diffondono a dismisura i gesti della violenza, servono a incastrare i colpevoli, e a diffondere l´idea che non l´occhio di Dio, ma almeno quello del commissariato più vicino possa aiutare le vittime e perseguire i colpevoli. È l´opinione pubblica, siamo noi spettatori che dovremmo imparare la giusta distanza, non quella del solo sgomento, non quella della sola ragione. La violenza è sempre esistita, delitti orribili, sevizie immonde sono state inflitte all´oscuro di qualunque telecamera, di qualunque sguardo. Questo ci deve servire a evitare il panico: quando diciamo «non ci sono mai state epoche più violente», diciamo una sciocchezza. Per contro, il quasi obbligo di vedere e di sapere, la replica infinita di gesti ferini antichi come l´uomo, ma oggi quasi impossibili da nascondere, ci impedisce di far finta di niente, di ignorare il dolore degli altri. La riproducibilità tecnica della violenza ha i suoi svantaggi e i suoi vantaggi. Dipende da noi evitare i primi per non diventare paurosi, usare i secondi per non diventare cinici.

La Repubblica 13.10.10

"Italia ultima in Europa nelle opportunità di lavoro per le donne" di Monica D'Ascenzo

Italia maglia nera dell’Unione Europea. Non è una sorpresa ma i nuovi dati del Global gender gap report 2010 del World economic forum indicano addirittura un peggioramento rispetto al passato. «Il rapporto del 2010 – spiega Saadia Zahidi, direttore del World Economic Forum – tiene conto dei dati raccolti negli ultimi cinque anni. Il risultato emerso indica come dei 114 paesi in esame in questo arco di tempo l’86% abbia registrato un miglioramento delle differenze d genere, mentre solo il 14% ha visto un peggioramento». Il nostro paese rientra nella minoranza che ha visto le condizioni delle donne in peggioramento con la conseguente discesa dell’Italia al 74esimo posto della classifica dal 72esimo del 2009 e dal 67esimo del 2008.

In particolare ci penalizza l’accesso e le opportunità delle donne nel mondo del lavoro. In questo ambito l’Italia scende addirittura al 95esimo posto su un panel di 134 paesi dell’ultimo rapporto. La differenza più rilevante è nella partecipazione alla forza lavoro che vede, secondo i dati del World economic forum, le donne impegnate al 52% mentre gli uomini raggiungono il 74 per cento. In particolar modo nel nostro paese resta molto lenta la crescita del peso delle donne sulla forza lavoro complessiva: se negli Stati Uniti, ad esempio, dal 33% del 1950 le donne ora contano per il 50% dei lavoratori Usa, in Italia si è passati dal 30% del 1960 al 40,7% del 2010. Non solo, la presenza femminile nelle posizioni di comando è pari a circa un terzo del totale (33%).

Un divario particolarmente pesante sopravvive anche a livello di salari: le donne italiane guadagnano in media il 50% degli uomini con stime che nel report indicano circa 20mila euro annui per le retribuzioni «rosa» e circa 40mila euro per le buste paga «azzurre».

Nel quadro poliico l’Italia non fa meglio, ma in questo è in buona compagnia tanto che scala al 54esimo posto della classifica nonostante la presenza delle donne in parlamento sia limitata al 21% e fra i ministri al 22 per cento. Inoltre ci penalizza il fatto di non aver mai avuto un capo di stato donna negli ultimi 50 anni.

Fiore all’occhiello del paese è, invece, l’accesso delle donne all’educazione. In questo caso l’Italia si posiziona al 49esimo posto della classifica grazie a parcentuali vicine al 100% per l’istruzione primaria e secondaria di entrambi i sessi. Per l’istruzione superiore, invece, le ragazze superano di gran lunga i ragazzi con il 79% contro il 56% per cento. D’altra parte le studentesse sono ormai il 60% dei laureati italiani e in media vantano un punteggio maggiore (106 contro 104) in un arco di tempo di studi inferiore (età media 26,8 anni contro 27,5 anni).
Vince il modello scandinavo
Ancora una volta esce vincente a livello mondiale il modello dell’Europa del Nord. Svetta per il secondo anno consecutivo l’Islanda, che proprio nel periodo di crisi affidò il risanamento delle prime due banche nazionali a due manager donna. Segue a ruota la Norvegia, primo paese al mondo ad aver introdotto le quote di genere nella composizione dei cda nel 2006 e che oggi ha un’occupazione femminile al 74,4%, il 41% di donne nei cda e il 39,6% di donne in parlamento. Terza in classifica la Finlandia, che può vantare un’occupazione femminile al 68,2% (contro il 69,5% degli uomini) il 23,6% di donne nei cda grazie al codice di corporate governance che chiede un equilibrio fra i generi e il 40% di donne in parlamento.

Nella classifica generale c’è da senalare poi la discesa al 46esimo posto della Francia nell’edizione 2010 a causa della diminuzione delle donne nel governo Sarkozy. Di contro gli Stati Uniti risalgono dodici posizioni ed entrano per la prima volta nella top20 al 19esimo posto grazie alle numerose donne che ricoprono ruoli di comando nelle istituzioni e nel governo e alla diminuzione del gap nelle retribuzioni.

Il Sole 24 Ore 13.10.10