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Università, Ghizzoni: Vogliamo una riforma che valorizzi il merito

Il capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura: “Facciamo ciò che il centrodestra non fa né a Roma né a Modena: ascoltare le ragioni di chi nell’università studia e lavora”

«Oggi è stata una grande giornata di mobilitazione per tutto il mondo dell’università. Davanti a Montecitorio si sono radunate centinaia di persone studenti, ricercatori, precari, docenti, semplici cittadini,contrarie alla finta riforma dell’ università firmata Gelmini. Questa la ragione per cui, con grande rammarico, il segretario Bersani e io non possiamo partecipare al congresso di Modena.

Abbiamo voluto essere in piazza innanzitutto per dire no a un decreto legge che, anche emendato, resta iniquo e del tutto inefficace rispetto ai nodi veri dell’università. Un decreto al quale il governo ha fatto mancare la copertura finanziaria laddove tentava, timidamente, di dare una risposta alle richieste dei ricercatori.

Il nostro no a questa finta riforma non è certo motivato da una volontà di conservare lo stato di cose presente, come qualcuno ha voluto maliziosamente insinuare. Non siamo noi i conservatori ma quelli che vogliono cambiare tutto per non cambiare nulla. Il Ddl Gelmini è questo: un provvedimento centralistico, burocratico, farraginoso che non valorizza le professionalità di chi lavora negli atenei, men che meno i meriti dei ricercatori invitati esplicitamente dal governo ad andare a cercar fortuna all’estero e quindi condannati in Italia al precariato e alla morte sociale.

Quella che noi vogliamo è una riforma vera dell’università che usi gli strumenti della valutazione per una razionale allocazione delle risorse, che investa finalmente sulla ricerca, che valorizzi i meriti di chi lavora e di chi studia, che renda effettivo il diritto allo studio, l’accesso ai servizi, la mobilità degli studenti. Non è vero che le risorse non ci sono. Si possono trovare, ad esempio mettendo in vendita le frequenze televisive liberate dalla transizione al digitale terrestre, come propone il segretario Bersani.

Abbiamo voluto essere in piazza questa mattina e incontrare una delegazione di studenti, ricercatori di ruolo e precari dell’università anche per un altro motivo: ascoltare le ragioni di chi nell’università studia e lavora, intrecciare i fili con un settore strategico per un Paese che voglia essere realmente competitivo e intenda partecipare a pieno titolo ai cambiamenti globali. Abbiamo fatto ciò che il centrodestra non fa né a Roma né a Modena: cercare di ascoltare, di capire, essere interlocutori credibili di un pezzo importante della società.

Il centrodestra si scandalizza perché a Modena l’assessore all’istruzione scende in piazza insieme agli studenti e, per questo, ne chiede le dimissioni. Ma se veramente il centrodestra avesse a cuore la meritocrazia tanto proclamata (e poco praticata) allora dovrebbe chiedere le dimissioni di un ministro che sta letteralmente smantellando il sistema formativo nel nostro Paese e non di chi, con competenza e senso di responsabilità, vuole una scuola al passo con i tempi e che ascolta la società.

Sono certa che anche da questo punto di vista, quello delle proposte e delle azioni positive, il congresso di Modena darà un contributo autorevole alla ricerca di nuovi modelli educativi e alla costruzione di una scuola che sia luogo di formazione non solo di una nuova classe dirigente ma di cittadini consapevoli e responsabili capaci di confrontarsi con il mondo che cambia».

Università, riforma senza risorse

La riforma dell’università si impantana nel nodo delle risorse. Una nota di pochi giorni fa dell’ufficio del coordinamento legislativo del ministero dell’economia, cui si unisce quella della Ragioneria dello stato arrivata ieri in commissione bilancio alla camera, arrestano, per ora, il cammino del disegno di legge sull’università. E vista l’incognita sulla copertura economica, la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso di spostare il dibattito a domani, se la commissione di merito avrà terminato l’esame. Ma sembra ormai scontato che la discussione sul testo di legge andrà a dopo la sessione di bilancio, e quindi tra oltre un mese. Sul parere del bilancio quindi ha pesato la stroncatura della ragioneria generale dello stato, in particolare sull’annoso tema dei ricercatori e sull’emendamento che prevedeva un piano di concorsi tra il 2011 e il 2016 per 9 mila di loro per il passaggio al ruolo di associati per i quali non c’è copertura economica soprattutto a decorrere dal 2012. L’emendamento prevede l’istituzione di un Fondo per la valorizzazione del merito accademico finalizzato alla chiamata di 1.500 professori di seconda fascia per ciascuno degli anni compresi nel periodo 2011-2016 e a valorizzare il merito dei professori e ricercatori universitari inquadrati nella prima progressione economica. Una norma, dice la Ragioneria, coperta dal Fondo per gli interventi strutturali di politica economica ma che necessita, comunque, di una apposita relazione tecnica. Inoltre circa la copertura utilizzata si fa presente che le risorse iscritte sul Fondo per gli interventi strutturali di politica economica sono «interamente destinati all’attuazione della manovra di bilancio relativa all’anno 2011».Gli fa eco il tesoro, negativo, sullo stesso emendamento, e in particolare su tutta una serie di modifiche approvate dalla commissione cultura della Camera che «determinano effetti finanziari negativi tali da pregiudicare la stabilità dei conti di finanza pubblica» . Uno stop che preoccupa la Conferenza dei rettori che esprime «disappunto e vivo allarme» e che non fermerà la protesta prevista per oggi quando ricercatori, professori e studenti (Adi, Adu, Andu, Cisal, Cisl-Università, Cnru, Cnu, Flc-Cgil, Link-Coordinamento Universitario, Rdb-Usb, Snals-Docenti Università, Udu, Ugl-Università e Ricerca, Uilpa-Ur, Rete 29 Aprile) faranno sentire la propria voce in un sit-in di protesta davanti alla Camera. Gli studenti chiedono il ritiro del provvedimento, mentre le associazioni invocano modifiche sostanziali all’articolato. In particolare la richiesta delle sigle di categoria «è di aprire un serio e ampio confronto con l’università, evitando di interloquire esclusivamente con chi non la rappresenta e con chi ha l’interesse a monopolizzare la gestione delle risorse pubbliche destinate alla ricerca e all’alta formazione». Intanto il numero dei ricercatori che contro disegno di legge intendono avvalersi del possibilità di non insegnare ha superato quota 50%, e in molte facoltà si rischia di non iniziare le lezioni per mancanza di professori.

da Italia Oggi
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Tremonti stoppa la riforma Gelmini. «Manca la copertura». E il voto slitta, di Gioia Salavatori

«Gli emendamenti inseriti alla Camera alla riforma Gelmini sono tali da “pregiudicare la stabilità” dei conti di finanza pubblica». Lo hanno messo nero su bianco i tecnici del ministero dell’Economia e Finanze scatenando un putiferio all’interno della maggioranza proprio alla vigilia della discussione del ddl Gelmini prevista per oggi alla Camera e passata in cavalleria: il voto dopo la finanziaria e il milleproroghe. La nota è stata inviata alla commissione bilancio della Camera, il messaggio di Tremonti ai parlamentari è chiaro: gli emendamenti inseriti in commissione a Montecitorio per incrementare le borse di studio e stabilizzare novemila ricercatori precari in quattro anni costano troppo, non passeranno. Lo stop mandain confusione la maggioranza ed è braccio di ferro tra il titolare dell’Economia e il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, tra Tremonti e alcuni parlamentari incontrati insieme alla titolare di viale Trastevere in un vertice di maggioranza pomeridiano da cui la Gelmini esce rabbuiata. Lo stesso presidente del consiglio pare nonabbia gradito lo stop di Tremonti e ribadito che la riforma che rischia di saltare è «tra le priorità del programma». Intanto i finiani con Fabio Granata fanno sapere che «se non c’è copertura per gli emendamenti la Gelmini deve ritirare il ddl» o loro non lo voteranno, così come l’Udc. Ma il voto della riforma ci sarà dopo il passaggio in Aula della finanziaria e del milleproroghe, quando si capirà se ci sarà copertura per il principale nodo del contendere: la stabilizzazione dei 9mila ricercatori per cui servono 1miliardo e 700milioni. I rettori che si erano schierati col governo dopo le aperture, traditi, vanno su tutte le furie e la Crui «ribadisce con forza l’esigenza di assicurare al più presto i finanziamenti indispensabili consentendo che l’iter legislativo al momento interrotto possa essere effettivamente ripreso e portato a conclusione». Per il Pd, si è scoperto un “bluff”, per la Flc Cgil «un gioco delle tre carte» e Manuela Ghizzoni, deputata, plaude al rinvio: «Darà la possibilità di verificare la certezza delle risorse e consentire a tutte le forze politiche di modificare, anche in profondità i punti più critici di questa riforma troppo centralistica». La notizia arriva mentre l’università è in mobilitazione con due facoltà occupate a Trieste e alla Sapienza, un corteo ieri a Pisa a cui partecipa anche il neo-rettore. Ieri alla Sapienza si è tenuta un’assemblea studentesca a cui ha partecipato anche il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. Prove generali di rete tra studenti e operai e restano, nonostante il rinvio del passaggio alla Camera del ddl Gelmini, “l’assedio” a Montecitorio da parte degli studenti e le manifestazioni previste in tanti atenei italiani per oggi. Il sit in sotto la Camera «si trasformerà in una festa, abbiamo scoperto che il governo è precario quanto noi», hanno scritto a tarda sera gli studenti di Udu,Udse Link. La mobilitazione oggi non sarà solo a Roma. Assemblee di ateneo si terranno a Siena, Firenze, Pisa. A Bari manifestazione di studenti e ricercatori in piazza Umberto, a Torino assemblee di facoltà e cortei fino al rettorato. A Milano la compagnia teatrale degli Incauti, giovani attori professionisti della scuola del Piccolo, scenderà dal palco per sostenere la protesta dei precari dell’università, oggi alle 14.30, nella piazza dell’ateneo della Bicocca, a Padova sit-in di studenti e dottorandi davanti al Rettorato; anche a Salerno la protesta sarà sotto le finestre del rettore, mentre a Catania il sit-in sarà in piazza dell’Università. Intanto Bossi, discutendo del finanziamento della missione Afghana fa sapere che «i soldi è meglio darli alla ricerca che spenderli per le bombe». Chissà se stavolta verrà ascoltato.

da L’Unità
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Caro ministro, non ci faccia fuggire dalle università

CARO ministro Gelmini, sono una ricercatrice di Cà Foscari, insegno sociologia. Mai avrei pensato di scriverle sino ad oggi, ma la situazione è grave. Mi perdoni se per un istante le parlo apertamente. Ho due anni meno di lei e sono rientrata in Italia nel 2008 dopo aver trascorso il resto degli anni 2000 negli Stati Uniti. Quand’ero un Ph. D. student negli States con molti docenti c’era un rapporto di amicizia.

Nel mio Dipartimento c´erano molte donne, young faculty, associate o full professors. Il reclutamento di nuovi docenti era un processo in cui erano coinvolti tutti, anche i graduate students avevano potere decisionale. Tra le tante cose che valutavamo c´era l´età del candidato, perché più l´Università è giovane e più è viva.
Ricordo che al mio arrivo come studente di dottorato al primo anno avevo trovato ad attendermi all´aeroporto il direttore del Dipartimento. Amava gli studenti perché credeva rappresentassero il futuro e voleva che fossimo tutti nelle condizioni migliori per lavorare. Ricordo che a lezione gli undergraduates non avevano timore di porre domande, che c´era complicità tra studenti e docenti, che si respirava un´orizzontalità a me sino ad allora sconosciuta.
Nel 2008 sono rientrata in Italia. Non era mio desiderio, ma la vita a volte fa strani scherzi. Ricordo con opacità un concorso con altri sei colleghi. Due di noi avevano trent´anni, gli altri ne avevano più di quaranta. Discutevano di candidati interni o esterni, del numero di concorsi tentati e destinati ad altri. Parlavano di famiglie e di figli, di bollette, di una passione messa a dura prova dalla precarietà e dalla svalutazione del sapere.
All´epoca sapevo poco dell´università italiana. Non sapevo che cosa significasse essere un ricercatore, sapevo che il mio stipendio entrante negli Stati Uniti era tre volte lo stipendio che prendo ora. Non mi sono stupita ovviamente quando nessuno è venuto a prendermi all´aeroporto, mi sono stupita quando mi sono accorta di avere poche colleghe donne, quando ho conosciuto colleghi che avevano due volte e mezza i miei anni, quando ho realizzato che durante le riunioni ufficiali i ricercatori difficilmente parlavano. Negli anni mi hanno colpita anche altre cose, ad esempio il fatto che l´autonomia di pensiero venisse a volte considerata non tanto come una conquista sublime ma come un segno di arroganza precoce; che in Università come in strada esistessero parole come protettore e tradimento, e che la giovane età non fosse un pregio bensì un difetto: i giovani del resto non hanno un nome, non hanno capitale, non hanno reti di conoscenza già intessute, non hanno potere politico.
Capirà con quanta meraviglia abbiamo vissuto questi mesi, quant´è stato travolgente vedere migliaia di ricercatori mobilitarsi a partire dal senso di stima di sé, dalla responsabilità per il futuro, dall´entusiasmo, dall´amore per il sapere. Capirà con quanta energia abbiamo cominciato a parlare negli atenei della sua riforma e quant´è stato rigenerante scoprire che potevamo cambiare le cose in meglio. Ci siamo accorti che l´Università pubblica può essere riformata anche senza mutilazioni, che basterebbe invertire un po´ la piramide ordinari-ricercatori per ridurre di molto i costi, per aumentare la democrazia interna, per dare un significato onesto al concetto di meritocrazia. Ci siamo resi conto anche che la sua riforma non va in questa direzione, accentra il potere verso l´alto piuttosto che distribuirlo verso il basso.
Ci siamo resi conto che la sua riforma vorrebbe tagliare i corsi di laurea “inutili”, ma che la definizione di inutilità è sempre un po´ ambigua. Infine ci siamo dovuti arrendere al fatto che lei non pensa ai giovani, anzi propone il blocco delle assunzioni di nuovi ricercatori a tempo indeterminato, cosa che non solo spingerebbe i migliori di noi all´esodo, ma che data l´età media del corpo docente italiano spingerebbe nel medio periodo l´Università pubblica al collasso. Non entro nel merito degli effetti congiunti del suo DdL e dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario all´Università, perché se lo facessi dovrei concluderne che il governo ha in mente un progetto antropologico regressivo per il popolo italiano. Voglio piuttosto dire che tutti noi siamo preoccupati: ricercatori, precari, studenti, professori associati, professori ordinari e presidi.
Siamo preoccupati perché ci sembra che vi interessi di più il bene di pochi che il bene di tutti, e che Confindustria abbia più diritto ad entrare nella governance dell´Università di quanto quei giovani “capaci, meritevoli ed anche privi di mezzi” di cui parla la Costituzione abbiano diritto di studiarvi. Siamo preoccupati perché crediamo che in questo quadro fosco fatto di crisi economica, di precarietà e di crisi di governo non abbia senso dare prove di forza o perseguire un voto politico. Crediamo che il diritto all´istruzione in Italia sia in pericolo, e che sia nostro dovere proteggerlo oggi domani e sempre, sino a quando riusciremo a creare un´università aperta, orizzontale e di tutti.
(*ricercatrice di Cà Foscari)

Federalismo, stangata possibile con la nuova addizionale Irpef, di Roberto Petrini

Le Regioni potranno alzarla di 226 euro a testa. Le simulazioni da qui al 2015 in uno studio della Uil. Aumenti fino a 900 euro pro capite

Il federalismo fiscale rischia di risolversi in un aumento delle tasse regionali. Secondo un dettagliato studio della Uil, che ha analizzato i risvolti del recente maxidecreto varato dal governo, alle Regioni viene data la possibilità di aumentare le addizionali Irpef a regime, cioè nel 2015, in media di 226 per ciascun contribuente. Ovvero un rialzo dell’82,8%. L’ultimo decreto sul federalismo dà allo stesso tempo margini di aumento o di diminuzione, ma è ovvio che con la fame di fondi e i tagli imposti dal governo, sarà la prima opzione quella più probabile.

La vera sorpresa del nuovo meccanismo che si va profilando è che si creerà un fisco regionale a due fasce. Da una parte ci saranno i lavoratori dipendenti e pensionati che guadagnano fino a 28 mila euro lordi all’anno: questa categoria sarà parzialmente protetta dai possibili aumenti e le Regioni dovranno contenerli entro lo 0,5 per cento. Tutti gli altri, invece – sia lavoratori dipendenti sia autonomi – potranno subire – se le Regioni lo riterranno – aumenti fino al 2,1 per cento (che insieme allo 0,9 per cento base, fa il 3 per cento) nell’anno 2015.

Secondo la simulazione della Uil infatti il rincaro per la fascia che sta, ad esempio, tra i 15 mila e i 28 mila euro lordi potrà essere di soli 41 euro per i lavoratori dipendenti, di 39 per i pensionati ma addirittura di 267 per gli autonomi che, sebbene a redditi bassi, non vengono tutelati dalla clausola di salvaguardia che riguarda solo i lavori dipendenti e i pensionati. Quando si va oltre i 28 mila euro le Regioni potranno usare la mano pesante, senza distinzione di sorta tra lavoratori dipendenti e autonomi. Infatti potranno elevare le addizionali molto di più, e non solo in conseguenza degli extra deficit sanitari per i quali sarà mantenuta una procedura a se stante. Per questi contribuenti del ceto medio il rincaro possibile sarà di 862 euro anni: una somma che si ricava facendo la differenza tra l’attuale aliquota media dell’addizionale Irpef pari all’1,2 per cento e quella possibile del 3 per cento, una volta giunto al traguardo il federalismo fiscale regionale nell’anno 2015.

Su quale platea andranno ad incidere gli aumenti che il decreto sul federalismo pone nella gamma delle opzioni delle Regioni? La platea è amplissima, spiega Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil,. Nel nostro paese i contribuenti soggetti al versamento dell’addizionale Irpef sono oltre 30,9 milioni . Ma c’è un nucleo del 22,4 per cento che dichiara redditi sopra i 28 mila euro. C’è anche da considerare che visto l’andamento dell’evasione fiscale in Italia di questa “classe medio alta” il 95,3 per cento è rappresentato dai lavoratori dipendenti e solo il 7,9 per cento è costituito da lavoratori autonomi.

Dubbi e rilievi giungono anche dal Pd. Secondo l’europarlamentare Gianni Pittella, il federalismo del governo e della Lega getta la maschera. In alcune regioni come Lazio, Molise, Campania e Calabria le addizionali Irpef potrebbero salire enormemente. “In pratica – aggiunge Pittella – è una tassa sulla miseria perché si rifiuta di considerare, oltre ai costi standard, anche le prestazioni standard, che nel Mezzogiorno sono drammaticamente sotto la media nazionale ed europea”.

La Repubblica, 14 Ottobre 2010

Tocci: Il Pd libera l'università' dal ricatto del governo

E’ sospeso l’esame del disegno di legge per l’università. Riprenderà solo dopo la sessione di bilancio e comunque non prima di dicembre, per poi andare al Senato in terza lettura. Domani non ci sarà neppure l’inizio del dibattito. La conferenza dei capigruppo ha confermato il programma già stabilito su richiesta del PD. La scomposta iniziativa della Gelmini ha messo inutilmente in tensione il mondo universitario facendo perdere tanto tempo in discussioni inutili sul calendario. Che questo fosse l’unico metodo da seguire era già stabilito dal buon senso e dal rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, ma ora la dimostrazione più eloquente è venuta proprio dalla brutta figura del ministro sull’emendamento per i concorsi da associato, al quale il Ministero dell’Economia ha dato parere negativo in commissione Bilancio. Il contrasto fra Tremonti e Gelmini conferma che avevamo ragione noi, che perfino il governo non riesce a lavorare se prima di approvare le norme non si definisce il quadro finanziario.

Ora l’università è libera dal ricatto del governo che aveva imposto l’approvazione della legge come condizione di una vaga promessa di finanziamenti in futuro. Nella sessione di bilancio ci batteremo per eliminare i tagli e anzi per aumentare le risorse. Avanzeremo proposte precise chiedendo provvedimenti coraggiosi per finanziare l’università. Si può cominciare a intaccare le rendite finanziarie oppure vendere le frequenze che si liberano con la transizione al digitale, mettendo così a disposizione miliardi di euro nei prossimi anni. In ogni caso Tremonti non potrà continuare a imbrogliare le carte, sa bene che è obbligato a mettere i soldi per garantire la sussistenza degli atenei. Ha giocato una brutta partita a poker facendo intendere che erano pronti a chiudere le università italiane e la minaccia è apparsa credibile perché la destra riesce a intimidire la gente e perché la gente si aspetta le cose peggiori da questa destra. Ma neppure la Lega e il Pdl possono permettersi di arrivare a tanto e saranno costretti alla fine a stanziare i finanziamenti necessari.

Ora è possibile discutere sul merito della legge. Spenderemo il tempo disponibile per spiegare gli effetti concreti che avrebbe l’approvazione del ddl. L’attuazione in contemporanea di 500 nuove norme e di 1000 regolamenti produrrebbe la paralisi di qualsiasi attività nei prossimi anni. Ciò è già successo per un provvedimento assai più contenuto come il decreto 180 del 2008 che ha modificato le regole concorsuali. Era stato annunciato come la panacea meritocratica e ha avuto solo l’effetto di complicare le procedure già in corso, tanto che in due anni nessun concorso si è ancora concluso.

Per costruire il ricatto hanno stabilito che quelle regole non si potessero usare per i concorsi futuri. In questo modo hanno creato artificiosamente un vuoto legislativo finalizzato a ottenere dalle burocrazie accademiche un consenso incondizionato sul disegno di legge. Ora che la sua approvazione è rinviata di mesi non si può mantenere l’università bloccata. Chiederemo quindi la proroga delle procedure concorsuali del decreto 180, che ormai sono conosciute dal sistema universitario e potranno essere gestite più agevolmente. Il governo non dovrebbe avere alcuna ragione per rifiutarsi di prolungare la validità di quelle norme che ha portato a suo tempo con tanto entusiasmo all’approvazione del Parlamento.

Insomma il ricatto deve finire non solo sui finanziamenti ma anche sui concorsi.

Potremo allora tornare a chiederci che cosa significa riformare davvero l’università. In campo non c’è solo la legge del governo, c’è anche la soluzione alternativa del PD, già illustrata nel precedente messaggio del 5-10-2010 (a proposito, per un errore informatico in quel documento è saltata l’ultima parola “gratuita”). Sulla base delle osservazioni che abbiamo ricevuto proporremo un testo più avanzato. La nostra proposta va nella direzione opposta a quella del governo cancellando norme invece di aggiungerne di nuove e affidando la regolazione del sistema a una rigorosa valutazione dei risultati. Su questa base si affrontano gli altri problemi: lo sviluppo del welfare studentesco, l’accesso dei giovani alla ricerca, le carriere all’interno del nuovo ruolo di Professore universitario. Avremo modo di approfondire questi argomenti. L’università ora è libera di discutere sul proprio futuro.

Walter TOCCI

Università, Pd: maggioranza in tilt, salta discussione generale di venerdì

Ghizzoni: adesso vedremo se ci sono veramente le risorse

“Sulla riforma la maggioranza va in tilt e salta anche la discussione generale del ddl Gelmini prevista per venerdì: tutto l’esame avverrà dopo la sessione di bilancio”. Lo rende noto la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Manuela Ghizzoni dopo l’ ufficio di presidenza di questa sera della VII commissione di Montecitorio.”E un fatto positivo, aggiunge, “perché ci darà del tempo per verificare la certezza delle risorse e consentirà a tutte le forze politiche di modificare, anche in profondità, i punti più critici di questa riforma che giudichiamo fortemente centralistica, che non risponde alle esigenze degli studenti e che non garantisce la valorizzazione del personale universitario strutturato e precario. D’altronde anche dal dibattito in commissione era emersa l’insofferenza di larghi settori della maggioranza, come dimostra la sintonia su molti emendamenti sui punti più critici. Era solo il governo ad incaponirsi per un esame sprint”.

Rai: dieci giorni di sospensione a Santoro. Giulietti, via Masi e tutti davanti alla Rai il giorno della puntata soppressa

“Se ancora avessimo avuto dei dubbi sulle regioni politiche dei provvedimenti assunti nei confronti di Michele Santoro ci ha pensato il dg Masi a levarceli. La sua dichiarazione nulla è che una precisa rivendicazione. D’altronde tutto era già molto chiaro nelle telefonate intercettate a Trani del presidente Berlusconi”. Lo afferma il portaovce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. “La Rai si candida ad assumere la guida della fabbrica dei veleni e dei giornali di famiglia e a diventare punta di diamante dei “pestaggi” mediatici contro gli avversari. Non si tratta solo di uno sfreggio a Santoro e a coloro che lavorano con lui ma a milioni di italiani”. “Qualcuno consigli al direttore generale di autosospendersi prima di trascinare per l’ennesima vola l’azienda nel ridicolo. Intanto facciamo sentire la nostra voce e il il giorno della puntata soppressa proponiamo una grande iniziativa pubblica davanti agli studi della Rai. Qualcuno degli esponenti della destra che hanno urlato contro le perquisizioni nelle sedi del Giornale – si domanda in conclusione Giulietti – vorranno far sentire la loro voce contro questo sequestro non meno grave?”

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«Sanzione abnorme e non conforme a doveri amministratore», di Domenico D’Amati*

Siamo in presenza di un uso abnorme del potere disciplinare con finalità repressive del diritto di informazione e di critica correttamente esercitato in Annozero. L’abnormità e’ resa evidente, tra l’altro, dalla entità della sanzione, che, pur se risultante dal regolamento aziendale, e’ pari al doppio del massimo consentito dal CNLG per la sospensione, che e’ di cinque giorni, in considerazione della elementare esigenza di continuità del lavoro giornalistico. Il fatto e’ molto grave perchè si aggiunge ad altri precedenti comportamenti diretti ad ostacolare la messa in onda di Annozero e quindi a sottrarsi non solo ai doveri dell’azienda verso i telespettatori ma anche all’esecuzione di una sentenza del Tribunale di Roma confermata in appello. Questo modo di agire non e’ conforme ai doveri di un pubblico amministratore anche perchè appare in linea con interessi extra aziendali, emersi tra l’altro da recenti indagini della Procura della Repubblica di Trani. Questi saranno i temi delle iniziative che promuoveremo in sede giudiziaria. Il Consiglio di Amministrazione della Rai non può restare spettatore di questa vicenda in quanto ha precisi doveri di intervento a tutela del pubblico interesse. La sua inerzia comporterebbe una piena assunzione di responsabilità”, conclude l’avvocato.
*legale di Michele Santoro

da www.articolo21.org

Università, Pd: rinvio ddl a dopo sessione di bilancio è scelta saggia

Ghizzoni: vogliamo sapere con esattezza quanto il governo investirà

“La capigruppo ha fatto la scelta più saggia anche alla luce della netta bocciatura della Ragioneria dello Stato che ha criticato fortemente il ddl Gelmini per l’assenza di adeguate coperture finanziarie. La discussione a dopo la sessione di bilancio permetterà infatti di capire esattamente quanto il governo intende restituire ed investire sull’università. Anche se il siparietto di Tremonti e Gelmini, che solo poche settimane fa annunciavano ‘nuove risorse’ per gli atenei, resta ancora impresso nelle nostre menti e non ci fa bene sperare visto che quelle risorse, come dimostra il parere della Ragioneria, non sembrano nella disponibilità del Governo. Mentre il taglio di 1 miliardo 350 milioni di euro al fondo di finanziamento ordinario dell’università è una cruda realtà scritta nei bilanci dello Stato” .Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la decisione della capigruppo di Montecitorio di far slittare a venerdì la discussione del ddl Gelmini, ma di rinviarne i voti a dopo la sessione di bilancio.

Roma, 13 ottobre 2010

Agenzia di stampa
UNIVERSITA’: DDL IN AULA VENERDI’ MA VOTO DOPO SESSIONE BILANCIO (2)=
(AGI) – Roma, 13 ott. – Il Pd, ha ricordato Dario Franceschini al termine della riunione, “aveva dato la sua disponibilita’ a votare anche durante la sessione di bilancio se fossero stati accolti i suoi emendamenti”. Cosi’ non e’ stato e dunque “non c’e’ nessuna ragione per una riforma fatta in fretta”, ha sottolineato il capogruppo democratico alla Camera. E quando si votera’, “speriamo che la maggioranza si renda conto che le proposte del Pd vanno incontro a quelle arrivate dal mondo dell’universita’”, ha spiegato Franceschini, “se vogliono qualche risultato, ascoltino le proposte dell’opposizione”. (AGI)