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"Ocse, 13 milioni di disoccupati in più", di Roberto Petrini

L´esercito dei senza-lavoro nei 33 maggiori paesi industrializzati resta enorme in cifre assolute: nell´agosto di quest´anno è stato pari a 45,5 milioni. I dati diffusi ieri dall´Ocse indicano anche quanto è costata la Grande Recessione in termini di disoccupazione: dal luglio del 2008 ci sono 13,4 milioni di disoccupati in più. C´è comunque lo spazio per un piccolo spiraglio di ottimismo tanto che l´Ocse arriva a parlare di situazione «stabile»: il tasso di disoccupazione ad agosto, nell´area Ocse, è sceso all´8,5 (rispetto all´8,6 di luglio). Piccole variazioni, ma se si va a guardare il dato di aprile 2010, quando la disoccupazione era all´8,7 per cento, si scopre che è stato recuperato circa 1 milione di posti di lavoro.
Molto grave la situazione i paesi come la Spagna, che in agosto ha fatto registrare un picco di disoccupazione pari al 20,5 per cento, come il Portogallo con il 10,7 per cento e l´Irlanda con il 13,9 per cento. Va bene l´Olanda dove la disoccupazione è al 4,5 per cento.
E l´Italia? In agosto il nostro tasso di disoccupazione è sceso all´8,2 per cento, dunque in calo di 0,2 punti percentuali rispetto a luglio quando era dell´8,4 per cento. Se si guarda invece a dodici mesi prima, cioè all´agosto del 2009 (quando il tasso era al 7,9 per cento), emerge che rispetto all´agosto di quest´anno c´è stato un incremento di 0,3 punti. Dunque scende il congiunturale e sale il tendenziale. Inoltre l´Ocse fornisce anche i dati trimestre su trimestre: ebbene nel secondo trimestre del 2010 la disoccupazione è stata in media dell´8,5 per cento contro l´8,4 del trimestre precedente con un incremento pari a 0,1. Infine il raffronto con la media europea: andiamo meglio perché nell´Unione il tasso di disoccupazione è del 9,6 per cento. Non si possono trascurare i maggiori partner: la Germania fa meglio (6,8 per cento), la Francia peggio (10,1 per cento).
I dati sulla disoccupazione nei maggiori paesi industrializzati seguono quelli di lunedì sulla battuta d´arresto del superindice sempre dell´Ocse nei mesi di luglio e agosto di quest´anno mentre l´Fmi, nei giorni scorsi, ha parlato di ripresa «fragile e disomogenea». In particolare per l´Italia si ricorda la previsione dell´Ocse del 9 settembre scorso che indicava nel terzo trimestre un ritorno al segno meno del Pil dell´entità dello 0,3 mentre nei giorni scorsi il governatore della Banca d´Italia Mario Draghi ha parlato di un terzo trimestre «che è andato meno bene».
Qualche indicazione su quanto sta accadendo in queste settimane proviene dall´Isae: secondo l´istituto nel terzo trimestre dell´anno l´indice del clima economico sta migliorando (da 98,6 a 101). La ripresa di fiducia tuttavia non è diffusa in modo omogeneo sul territorio nazionale: se cresce nel Nord Est, passando da 99,5 a 102,5, e al Centro, da 95,2 a 97,1, scende invece nel Mezzogiorno passando da 91,1 a 88,7 e nel Nord Ovest che denuncia una decisa battuta d´arresto, da 102,5 a 100,7.

La Repubblica 13.10.10

«Il nuovo fisco regionale? Quello di prima», di Alberto Zanardi

Nel decreto omnibus sul federalismo fiscale approvato dal governo è delineato anche il sistema di finanziamento delle Regioni a statuto ordinario. I tributi disponibili restano quelli di oggi: Irap, addizionale Irpef, compartecipazione Iva, con qualche margine di manovra in più, seppure sotto il vincolo di non aumentare la pressione fiscale generale. Sul sistema perequativo delle Regioni, lo schema di decreto aggiunge poco a quanto detto dalla legge delega. Scioglie alcuni ma non tutti i dubbi e suscita però anche nuovi interrogativi.

Con un colpo di reni in parte imprevisto (aria di elezioni?), il Consiglio dei ministri del 6 ottobre ha approvato, impacchettandoli in un decreto omnibus, una serie di blocchi fondamentali della riforma del federalismo fiscale: il sistema tributario delle Regioni, i fabbisogni standard in sanità (su lavoce.info discussi approfonditamente da Massimo Bordignon e Nerina Dirindin e da Vittorio Mapelli), il meccanismo perequativo regionale, quello dei Comuni e il sistema dei tributi provinciali. L’impressione generale è che la riforma vada avanti per compartimenti stagni, che non comunicano tra loro, senza un quadro di insieme che faccia da collante, quel quadro di insieme che avrebbe dovuto fornire la Relazione Tremonti sul federalismo fiscale del 30 giugno.
Del decreto approvato, qui vengono commentate in particolare le parti relative al sistema di finanziamento delle Regioni a statuto ordinario: tributi da un lato, trasferimenti perequativi dall’altro.

LA FISCALITÀ REGIONALE

Sul piano della fiscalità regionale, lo schema di decreto non è rivoluzionario. Conferma il menù di tributi oggi disponibili alle Regioni: Irap, addizionale Irpef, compartecipazione Iva. Riconosce qualche spazio di manovra aggiuntivo ma allo stesso tempo, in modo vagamente schizofrenico, lo costringe sotto la cappa di quello che secondo il ministro Tremonti rimane l’obiettivo fondamentale del governo: “non aumentare la pressione fiscale generale”.
Più in dettaglio, l’Irap è pienamente confermata almeno “fino alla data della sua sostituzione con altri tributi”, a conferma che questa imposta, pur non essendo nelle corde del governo, non è facilmente rimpiazzabile. Viene ampliato il margine di manovrabilità dell’aliquota da parte della Regione ma soltanto verso il basso, fino al limite al totale azzeramento dell’imposta. La riduzione dell’Irap è però possibile solo se la Regione non sfrutta le possibilità di aumento d’aliquota (al di sopra dei 0,5 punti percentuali) sull’altro strumento della sua autonomia fiscale, l’addizionale Irpef. In altri termini, una Regione non può finanziare una riduzione della sua Irap per incentivare qualche settore o area svantaggiata con un aumento della parte manovrabile dell’addizionale Irpef. Perché? Per evitare uno spostamento del prelievo regionale dalle imprese ai lavoratori? Resta il fatto che l’autonomia regionale ne esce un po’ sofferente.
Addizionale Irpef e compartecipazione Iva si dividono i ruoli nel federalismo fiscale regionale. Da un lato, l’addizionale Irpef attraverso la sua componente obbligatoria (che equivale a una compartecipazione) provvede, a partire dal 2012, a “fiscalizzare” i trasferimenti statali di parte corrente che la riforma sopprime: l’aliquota base dell’addizionale (oggi allo 0,9) verrà fissata a un livello che garantisce nella somma delle Regioni un gettito pari all’ammontare totale dei trasferimenti cancellati: circa 6,4 miliardi di euro secondo la relazione Tremonti sul federalismo fiscale.
Dall’altro lato, a partire dal 2014 la compartecipazione Iva funzionerà come “elemento di chiusura” del sistema di perequazione delle spese regionali relative ai livelli essenziali delle prestazioni: sanità, assistenza, istruzione, trasporto pubblico locale per la parte in conto capitale. Una prima aliquota di compartecipazione verrà fissata al livello minimo sufficiente ad assicurare l’autofinanziamento di queste spese ai fabbisogni standard in almeno una Regione. (1)
La seconda aliquota di compartecipazione verrà decisa in misura sufficiente per alimentare trasferimenti perequativi a favore di tutte le altre Regioni tali da garantire anche a esse il pieno finanziamento dei fabbisogni standard.
Lo strumento principe dell’autonomia fiscale regionale resta, come oggi, insieme all’Irap, la componente facoltativa dell’addizionale Irpef. La riforma ne amplia la manovrabilità in varie direzioni. L’aliquota massima, oggi allo 0,5, è confermata tale fino al 2013, poi potrà aumentare fino al 2,1 dal 2015. E tuttavia, si specifica, la maggiorazione oltre lo 0,5 non deve comportare un aumento del prelievo per i redditi da lavoro dipendente e da pensione relativamente ai primi due scaglioni Irpef. Si prevedono aperture verso forme di progressività specifiche regionali (l’aliquota dell’addizionale potrà essere differenziata per scaglioni) nonché la possibilità da parte della Regione di disporre detrazioni per le famiglie, e per voucher e buoni-servizio in una prospettiva di sostegno fiscale alla sussidiarietà orizzontale. L’Irpef ne esce un po’ sotto stress. A parte che operativamente non sarà facile applicare addizionali che escludano i redditi da lavoro dipendente e da pensione per la parte che ricade nei primi due scaglioni, la soluzione prospettata circoscriverebbe il prelievo regionale sui soli redditi medio-alti, con il risultato di incentivare lo sforzo fiscale soltanto nelle Regioni ricche. Inoltre, la possibilità di creare scale di progressività diversificate tra Regione e Regione sembra in contrasto con il segno che pervade tutta la riforma della finanza regionale, costruita com’è sulla tutela di livelli essenziali delle prestazioni fissati dal centro e da garantire su tutto il territorio nazionale. Infine, l’aumento, seppure a conclusione di un lungo percorso, degli spazi di manovrabilità delle aliquote può apparire eccessivo, soprattutto se non si preveda una parallela cancellazione dell’addizionale Irpef comunale, per preservare un accettabile grado di equità orizzontale a livello interregionale.

LA PEREQUAZIONE REGIONALE

Sul sistema perequativo delle Regioni lo schema di decreto aggiunge poco a quanto detto dalla legge delega sul federalismo fiscale. Scioglie qualche dubbio, non ne risolve altri, e suscita anche interrogativi aggiuntivi. (2) Ad esempio, si prevede la cancellazione a partire dal 2013 di tutti i trasferimenti correnti che le Regioni attualmente erogano a favore dei propri comuni. Anche questi trasferimenti verranno puntualmente “fiscalizzati” mediante una compartecipazione dei comuni sull’addizionale regionale all’Irpef: di fatto, una compartecipazione su un’altra compartecipazione. Ma dato che la compartecipazione sarà distribuita tra i comuni di una Regione in modo differente dai trasferimenti aboliti, si istituisce un fondo “sperimentale” regionale di riequilibrio da cui attingere per riassegnare le risorse così raccolte secondo criteri equitativi da definire. La questione è allora: questo fondo come si coordinerà con quello, presumibilmente più importante, ma soltanto vagamente abbozzato nel decreto, che assegnerà ai comuni le risorse di provenienza dello Stato?
E ancora: se, come previsto, il fondo perequativo delle Regioni verrà attivato nel 2014 (e quello dei comuni addirittura nel 2016) cosa succederà da qui a quella data? I trasferimenti statali alle Regioni sono soppressi dal 2012 e sostituiti dall’addizione Irpef all’aliquota base: cosa succederà di questi gettiti? Saranno attribuiti alla Regione fonte dei redditi senza alcuna forma di (pseudo) perequazione?
E infine: come si inserisce tutta la costruzione dei fabbisogni standard in sanità nel più generale sistema del finanziamento dei fabbisogni standard per le funzioni regionali assistite dai livelli essenziali delle prestazioni? Dalle risposte a queste (e altre) domande dipende in modo critico la distribuzione delle risorse finanziarie tra i vari territori quale esito della riforma del federalismo fiscale.

(1) Quella per la quale il divario tra i fabbisogni da finanziare e le capacità fiscali – Irap, addizionale Irpef e compartecipazione Iva – è minore, presumibilmente la Lombardia.
(2) Il fondo perequativo sulle funzioni regionali non assistite dai livelli essenziali delle prestazioni, quello che dovrebbe garantire una riduzione delle differenze interregionali nelle capacità fiscali dedicate al finanziamento di tali spese, si configura ora più chiaramente come un fondo orizzontale, in cui le Regioni sopra la media trasferiscono risorse direttamente alle risorse sotto la media. Tra gli interrogativi aggiuntivi: di quanto si dovrebbero ridurre le differenze di capacità fiscale?

da ww.lavoce.info

«Dal federalismo all’illusionismo verde», di Raffaella Cascioli

Altri pasticci sulla riforma federale, super-Giulio ricorre ai soliti trucchetti

Che il federalismo post estivo non sarebbe stato lo stesso d’inizio legislatura era largamente atteso. Che il ministro Calderoli, annusando aria di ricorso alle urne, gettasse la maschera di riformatore pronto a condividere con l’opposizione il processo federalista pure.
Che la Lega, alla luce delle difficoltà di legislatura, si prestasse ai giochetti illusionistici del ministro Tremonti anche.
Tuttavia, che il conto per i cittadini potesse risultare così salato nessuno finora era in grado di immaginarlo. Stante il testo dell’ultimo maxi decreto attuativo relativo al fisco regionale, le addizionali Irpef potrebbero aumentare fino al 300% nelle regioni in rosso a partire dal 2013. A fare i conti con gli esigui dati diffusi dal governo è stato ieri Il Sole 24 Ore. Il quotidiano di Confindustria ha anche ricordato come, se nel testo del provvedimento si legge che «la pressione fiscale non potrà superare i tetti fissati nella Dfp», si deve tener conto anche del fatto che «ciò che succederà nelle singole regioni dipende invece dalla salute dei conti locali». Il che tradotto in cifre può rappresentare un vero e proprio salasso per chi vive nelle regioni colpite dall’extradeficit. Altro che federalismo solidale e perequazione regionale.
E così se l’opposizione non ci sta, anche nella maggioranza c’è chi prende coscienza del cambio di passo. È capitato ieri al presidente della Regione Campania, il pidiellino Stefano Caldoro, che ha preso le distanze da questa impostazione del federalismo. «Risponderemo colpo su colpo ai tentativi di arroganza e prepotenza contro il Mezzogiorno – ha spiegato il Governatore – E se questa arroganza viene dalla Lega, allora risponderemo alla Lega colpo su colpo». In attesa che la Conferenza unificata valuti i provvedimenti, in Bicameralina l’opposizione ritiene che l’impostazione data al provvedimento sia da rifare.
Per il senatore del Pd Marco Stradiotto, componente della Bicamerale, è impensabile continuare a parlare di federalismo senza numeri e, soprattutto, senza obiettivi. Infatti prima ancora di parlare di fabbisogni standard bisognerebbe chiedersi quali siano i livelli standard che quei fabbisogni devono coprire. Dunque prima si fissano gli obiettivi, poi si parla dei costi. E chi decide gli standard? «Per noi può anche essere la Sose, ma non è immaginabile dare senza numeri una delega in bianco alla Sose (la società per gli studi di settore, ndr)». Il problema è che, spiega Stradiotto, finora «sono sempre riusciti a non scoprire i numeri», ma ora si è al redde rationem visto che non è pensabile attuare una riforma tagliando. «Le riforme nel lungo periodo assicurano efficienza e risparmi, ma nel breve c’è necessità di risorse – chiosa Stradiotto – non di tagli». E tagli, molti, sono stati approvati nell’ultima Finanziaria di Tremonti: «La verità è che con il prossimo anno, quando le misure di quella Finanziaria saranno operative, si vedranno gli effetti devastanti di quella manovra». L’obiettivo della Lega è quello di andare al voto a marzo prima dunque che il cittadino percepisca queste difficoltà e, in nome di un falso federalismo, lasciare il posto al federalismo clientelare. Dietro, neanche a dirlo, c’è lo zampino di Tremonti che non solo taglia anche l’intagliabile, ma si spinge oltre, L’ultima trovata riguarda la scuola: obiettivo del governo, finora non smentito, sarebbe la creazione con un apposito provvedimento della scuola Spa per la gestione degli edifici scolastici. L’ennesima cartolarizzazione? Per il responsabile economico del Pd Stefano Fassina si tratta dell’ennesimo trucco contabile per scaricare una parte della spesa pubblica sugli enti locali, a cui nel frattempo taglia le risorse. Altro che federalismo.

da www.europaquotidiano.it

Patto Bersani-Vendola: sì alle primarie

Patto tra il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e il leader di Sel, Nichi Vendola, sull’apertura di un «cantiere» del centrosinistra e per il via libera alle primarie. Si è chiuso così il pranzo tra i due in un ristorante del centro di Roma.

«Da oggi abbiamo il dovere di parlarci per mettere in campo una strategia di salvezza per il Paese. Dobbiamo cercare un punto di unità per dare speranza all’Italia». Il governatore pugliese, Nichi Vendola, spiega così l’intesa raggiunta con il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, che a sua volta parla di un «significativo passo avanti per impegnarci insieme a dare un’alternativa all’Italia».

Il ‘patto’ stretto oggi e che i due, Bersani e Vendola, intendono far crescere nelle prossime settimane si limita, per ora, all’avvio di un cantiere per individuare la proposta alternativa alla destra e di cambiamento che il centrosinistra può offrire al Paese.

Il segretario del Pd si spinge più avanti, continua a parlare del Nuovo Ulivo e sottolinea: “Servono meccanismi strutturali e non solo patti programmatici”. Insomma, se dal patto di consultazione si passa all’alleanza elettorale, Bersani chiede qualcosa di più, chiede garanzie forti perché, dice, “noi non siamo delle pattuglie sparse, siamo forze politiche che si caricano della responsabilità di riorganizzare il centrosinistra e di candidano al governo”. Per questo l’avvio del “patto di consultazione”.

“Lavoreremo insieme -dice Bersani- e continueremo a vederci noi e magari anche altre forze” per mettere nero su bianco “proposte univoche perché non vogliamo rifare l’Unione. Da parte sua Vendola spiega che con il segretario del Pd diversi sono i punti di accordo già trovati oggi: “Il metodo delle primarie, la volontà di riformare la legge elettorale, la volontà unitaria di ridare coraggio alla nostra gente e anche il superamento di polemiche spesso maliziosamente amplificate”.

Il cantiere per la costruzione dell’alternativa al centrodestra e a Berlusconi è aperto e “tutti sono i benvenuti”, compreso l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Anche su questo punto si sono detti d’accordo Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola che oggi hanno ragionato, durante un pranzo nei pressi del Campidoglio, di come preparare la futura coalizione di governo.

“Noi ci rivolgiamo a tutte le forze di opposizione – ha spiegato il segretario del Pd – e vogliamo aprire un dialogo anche con l’Udc”. “Ho sempre detto che questo è un passaggio epocale – ha proseguito il leader di Sel – la crisi del centrodestra, il declinare del berlusconismo, perciò abbiamo il dovere di mettere in campo una grande costruzione politica ma farlo solo dentro il Palazzo e con diritti di veto è puro politicismo, io non metto veti e non ne voglio subire, dico che in questo cantiere tutti devono essere i benvenuti”, compreso l’Udc.

Bersani e Vendola hanno condiviso anche l’analisi dei prossimi passaggi in caso di crisi del governo: “Si può immaginare un governo di scopo per fare la nuova legge elettorale e portare il paese fuori dal pantano in cui si trova – ha detto Vendola – seppellire il cadavere in putrefazione della seconda Repubblica e aprire una fase nuova”. “Un governo di scopo o come lo chiamo io di transizione, ha aggiunto Bersani, “per uscire dal berlusconismo e dopo la riforma elettorale andare rapidamente alle elezioni, che noi non vogliamo ritardare ma prima bisogna mettere in sicurezza la democrazia”.

da www.unita.it

Crisi economica, le priorità del Pd modenese

Baruffi: “In 2 anni bruciati 13 mila posti di lavoro, 15 mila in cerca di lavoro”. Welfare, fisco e ammortizzatori sociali le priorità a livello locale e nazionale

“La crisi non è passata e la situazione occupazionale si è aggravata, anche nella nostra provincia”. Il segretario provinciale del Pd Davide Baruffi smentisce i facili ottimismi del governo e di chi prima ha negato la crisi poi si è affrettato a dire che era già alle nostre spalle.
“Le cifre parlano chiaro – continua Baruffi – in due anni in provincia di Modena sono stati bruciati 13 mila posti di lavoro. I lavoratori in cerca di lavoro sono 15 mila, senza contare quelli, soprattutto donne, che hanno smesso di cercarlo. Mentre i lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori sociali – cassa integrazione ordinaria o speciale e contratti di solidarietà – sono almeno 30 mila”.

Nei giorni scorsi il segretario provinciale del Pd, di rientro dall’assemblea nazionale di Varese, ha convocato i parlamentari modenesi, i consiglieri regionali e gli assessori provinciali al lavoro e all’economia per analizzare la situazione delle imprese e dei lavoratori a due anni dall’inizio della crisi. E’ stato evidenziato come, pur a fronte di una leggera ripresa, che comunque investe in modo diverso sia i settori produttivi che le diverse dimensioni di impresa, la situazione rimane grave, non solo nel settore manifatturiero ma anche nell’agricoltura (poca redditività e difficile ricambio generazionale) e nel terziario (eccetto i servizi alla persona). Persino il settore pubblico, a seguito dei provvedimenti del governo degli ultimi due anni, sta riducendo significativamente le possibilità occupazionali (basti pensare alla scuola).

Dall’incontro sono emerse alcune proposte che, a partire dai prossimi giorni, il Partito democratico sosterrà dentro e fuori le istituzioni: a) Intervenire sui bilanci di previsione degli enti locali per il 2011 al fine di salvaguardare e rilanciare – innovandolo – il sistema di welfare locale; b) Premere sul governo per ottenere il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali (a fine anno scadono 45 accordi di cassa integrazione straordinaria per circa 4 mila lavoratori, che non possono essere lasciati soli); c) Avviare politiche diversificate per le imprese, utilizzando in primo luogo la leva fiscale, lo strumento più efficace e veloce per sostenere i processi di innovazione, riposizionamento e riorganizzazione.

“Sono queste d’altro canto le priorità emerse anche dall’assise nazionale svoltasi a Varese lo scorso week end – spiega Baruffi – dalle quali rilanciamo il lavoro anche sul piano locale. Non solo la grande mobilitazione porta a porta programmata per novembre dunque, ma da subito proposte anche per il governo locale. Non a caso è già convocata per lunedì prossimo l’assemblea provinciale dei sindaci del Pd in cui mettere a punto le linee guida per la formazione dei bilanci previsionali 2011. Nel contempo, d’intesa con parlamentari e consiglieri regionali, metteremo mano alle proposte di politica economica per il territorio modenese: tra le ipotesi operative l’idea di una nuova conferenza economica del Pd entro fine anno”.

ufficio stampa Pd Modena

«Se nel Paese vincono le virtù democratiche», di Gustavo Zagrebelsky

Nel suo nuovo libro, lo storico inglese Paul Ginsborg riflette sulla nostra vita nazionale. E lancia un messaggio contro lo scetticismo. Fin dalle prime pagine, l´autore stigmatizza, usando le parole di Carlo Cattaneo, quel vizio tutto italiano di dir male della propria nazione. Fra i valori positivi, la “saggezza riflessiva” dei ceti medi, le tradizioni comunali, la mitezza che sa temperare attriti e conflitti

Nei primi decenni dell´Ottocento, la domanda era: «Si può fare l´Italia»; oggi, alle soglie dei 150 anni dell´Unità, è diventata: «La si può salvare»? L´una domanda era dettata da speranza, l´altra da disperanza. Nella spazio aperto tra queste due parole c´è il dramma del nostro Paese. Nel suo nuovo libro, Salviamo l´Italia (Einaudi, Vele, pagg.134, euro 10), Paul Ginsborg ragiona sulla condizione della nostra vita nazionale mettendo costantemente a confronto, come in contrappunto, gli italiani del tempo che è il nostro con i patrioti del Risorgimento, il loro pensiero, la loro azione. Nel dispiegarsi delle sue argomentazioni, gli accadimenti di oggi, che possono sembrarci difficoltà nuove e insormontabili, visti nel lungo periodo risultano lievi increspature nella continuità d´una storia dalle radici profonde. Dunque: nervi saldi e senso di responsabilità; niente catastrofismi, sterili piagnistei o inutili invettive.
Alla fatidica domanda se l´Italia si può salvare, Ginsborg risponde risolutamente di sì, accompagnando il suo entusiasmo con un pizzico d´anglosassone, autoironica presa di distanza, perché «bisogna diffidare dei neofiti: hanno spesso la tendenza a entusiasmarsi troppo». Ginsborg è un illustre storico inglese che ha dedicato gran parte dei suoi studi alla storia italiana. A differenza di molti di noi, che tanto più conoscono il proprio Paese, tanto meno lo amano, lui ha seguito un percorso opposto, che l´ha indotto a chiedere la cittadinanza italiana. All´amico stupito che gli chiedeva: «Ma chi te l´ha fatto fare, e proprio ora, poi», un altro ha risposto ironicamente per lui: «Così potrai dire assieme a tutti noi altri: “mi vergogno di essere italiano”».
Al contrario, il libro vuole essere un antidoto allo scetticismo che – inutile negarlo – di questi tempi portiamo dentro di noi. Per molti versi è una dichiarazione d´amore all´Italia che non sarebbe stata stonata sulle labbra di quei viaggiatori dal Nordeuropa che nei secoli scorsi scendevano da noi per il Grand Tour, alla scoperta della civiltà attraverso le meraviglie del nostro Paese. Del resto, fin dalle prime pagine, l´autore stigmatizza, con le parole di Carlo Cattaneo, «quel vizio tutto italiano di dir male del suo paese». Un vizio che il patriota milanese attribuiva a «una escandescenza di amor patrio», la stessa “escandescenza” che anche il neocittadino italiano Ginsborg è autorizzato a provare ma, nel suo caso, non per “dir male” e neppure per “dir bene” a priori ma per accostarsi al nostro Paese con atteggiamento di seria partecipazione ai suoi tanti problemi.
Quando ci poniamo una domanda come quella del libro: se e come “salvare l´Italia”, dobbiamo essere consapevoli che non siamo parlando di qualcosa come uno spazio fisico, contenitore di esseri umani. L´Italia, così intesa, esisterà sempre e indipendentemente da noi. La domanda sarebbe insensata. Ha senso, invece, rispetto a ciò che oggi si esprime con la parola “identità”. La domanda è se si possa salvare l´identità italiana. Ma la “identità” non è per nulla un dato oggettivo, il carattere “così com´è” di un popolo, tanto più di un popolo come il nostro, dalla storia plurimillenaria e composita, ricca di esperienze e contraddizioni, di molte luci e molte ombre. Non è una fotografia. È una proiezione nella quale mettiamo molto di noi stessi e delle nostre visioni, come accade tutte le volte in cui ragioniamo di un oggetto spirituale, non sperimenta(bi)le. «Gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi», osservava Senofane di Colofone. Così è anche per quella divinità terrena che è la patria, che ognuno s´immagina ornata di tutte le qualità ch´egli stesso onora. Per questo, i discorsi sull´identità (pensiamo, come esempio, all´identità europea), invece di creare unità di sentimenti e proponimenti, si risolvono in controversie. Ciò che piace agli uni, dispiace ad altri. È identità italiana l´Accademia nazionale dei Lincei o il centurione che staziona, sotto il Colosseo, per farsi fotografare con i turisti? Un Leopardi definisce per qualche aspetto la nostra identità? Dipende. Si potrebbe perfino dire che la contraddice, che il suo pessimismo cosmico è il contrario della spensieratezza e della leggerezza tipiche del nostro modo di vivere.
Salvare l´Italia è dunque salvare la nostra idea di Italia, quella in cui proiettiamo tutto ciò che di bello, di buono e di giusto vi è secondo noi; al contrario, è sconfiggere ciò che di brutto, di cattivo e d´ingiusto vi si oppone. È dunque una battaglia. Il libro di Ginsborg è un libro combattente.
Quali sono le virtù italiane da salvare? Innanzitutto, la tradizione delle libertà comunali, concepite in modo aperto al mondo, secondo lo spirito che animava l´amor di patria risorgimentale e che Ginsborg ritrova nella vocazione europeista di uno Spinelli o di un Rossi. Vi è poi la “saggezza riflessiva” e moderata dei ceti medi, di cui viene sottolineata la capacità di mobilitazione per obiettivi altruistici e civili. Infine, virtù di tutte le altre virtù, la mitezza del popolo italiano che sa temperare nella benevolenza anche gli attriti e i conflitti che, in altri contesti, si risolverebbero in tragedie. La mitezza, intesa come abitudine al confronto civile, rispetto, spirito d´accoglienza è la base della democrazia. Dunque, l´Italia da salvare è quella delle virtù democratiche.
Davanti a queste ragioni di speranza e di possibile salvezza si ergono le ragioni di disperazione: l´acceso familismo, il machiavellismo, il clientelismo organizzato come sistema di potere, una certa permanente vocazione al ruere in servitium; un sistema politico sbilanciato dall´evanescenza delle opposizioni; una classe politica fiacca di fronte all´invadenza della Chiesa cattolica; la “supplenza” che questa esercita rispetto a quella; la criminalità che dilaga a ogni livello, da quella dei colletti bianchi a quella delle mafie; le disuguaglianze sociali e territoriali. Sono tutti fenomeni radicati nella nostra storia, dal Risorgimento a oggi, che il libro documenta ampiamente.
Di fronte a questo elenco, come possiamo guardare con fiducia alle virtù? Come parlare di mitezza in una «Repubblica dei dossier»? Di spirito federativo, quando abbiamo a che fare con cose come la «Repubblica dei Padani»? Di civismo “riflessivo” del ceto medio davanti al diffuso egoismo sempre più piccolo-borghese e al diffondersi di xenofobia e intolleranza? Le virtù saranno in grado di prevalere? Caro Paul, questa è la domanda, e la risposta è nell´invito a organizzarsi, a diffondere consapevolezza e ad agire affinché i caratteri positivi abbiano a prevalere su quelli negativi, invito che è il filo conduttore, nemmeno troppo nascosto, del tuo libro. Un invito consegnato alle future celebrazioni dell´Unità d´Italia, affinché non si riducano a vuote ed elusive rievocazioni.

da www.repubblica.it

«Sicurezza sul lavoro, l’Italia deve applicare le regole Ue», di Felicia Masocco

Lo stabilisce un giudizio della Corte di giustizia europea bocciando le deroghe del governo Sotto accusa la catena dei subappalti. Ancora ieri altre due vittime sul lavoro

Piaccia o no, le leggi europee sulla sicurezza sul lavoro valgono anche per l’Italia. Lo ha sentenziato la Corte di giustizia europea bocciando alcune deroghe previste dal nostro governo. In pratica se all’interno di un sito operano più imprese (leggi subappalti), deve esserci un coordinatore per la sicurezza. Vale per tutti. Mentre le nostre norme «allentano » le maglie e prevedono, ad esempio, deroghe per i lavori privati in edilizia. «Meno male che c’è l’Europa – commenta Sergio Cofferati -. È di grandissima importanza il giudizio emesso dalla Corte che depenna la deroga che la legge italiana concedeva».Un giudizio importante in sé, per l’eurodeputato pd, «e lo è ancora di più in una fase nella quale la sicurezza di chi lavora è sacrificata sull’altare di un’indistinta riduzione dei costi fissi d’impresa». Le troppe morti ed i troppi infortuni sul lavoro si combattono con investimenti mirati alla sicurezza «e con l’applicazione rigorosa delle norme, senza eccezione alcuna». Questo rigore in Italia non c’è. E anche le campagne di comunicazione del governo si prestano a pesanti critiche. Lo spot con lo slogan «Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuol bene», scarica di fatto tutte o molte responsabilità sui lavoratori. È in corso una raccolta di firme (a fianco la prima pagina de l’Unità di ieri) per chiedere che la campagna del ministero del Welfare venga fermata. «È un fatto importante» dice in proposito il segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudieri, non è possibile che «si scarichi tutto sui lavoratori». È evidente che anche l’impresa deve rispondere delle «proprie responsabilità». Quello spot «offende i lavoratori», afferma l’assessore alla sicurezza della regione Umbria, Stefano Vinti. «Il governo lo ritiri e applichi la normativa piuttosto di smantellarla».

ALTRE DUE VITTIME Masotto accusa è anche la catena dei subappalti. «La recente tragedia di Santa Maria Capua Vetere dimostra che senza un controllo sulla corretta esecuzione dei lavori in appalto i rischi di incidenti mortali moltiplicano », afferma Cesare Damiano commentandola sentenza della Corte europea. «Non basta la regolarità del committente – aggiunge il deputato pd- se questo non esercita un controllo su tutta la catena degli appalti. Insistiamo sull’esigenza di rivedere la normativa degli appalti al massimo ribasso». Ieri, intanto, altre due vite spezzate. Daniele Cappella aveva 33 anni, è precipitato dal tetto di un capannone della Scavolini cucine, a Pesaro. Lavorava per una società di Senigallia, la Edra Ambiente che a sua volta collabora con la ditta Energy Resources che dalla Scavolini aveva avuto l’incarico di smantellare la copertura del capannone per far posto a un impianto fotovoltaico. Da una prima ricostruzione Daniele avrebbe calpestato una lastra non rinforzata che non ha retto il suo peso. Le indagini diranno com’è andata. Giovanni Bruno, invece, di anni ne aveva 24. Ha smesso di vivere in un’azienda per la commercializzazione di prodotti agricolia SanMarcoArgentano, in provincia di Cosenza. Era alla guida di un muletto che si è ribaltato. Piaccia o no, le leggi europee sulla sicurezza sul lavoro valgono anche per l’Italia. Lo ha sentenziato la Corte di giustizia europea bocciando alcune deroghe previste dal nostro governo. In pratica se all’interno di un sito operano più imprese (leggi subappalti), deve esserci un coordinatore per la sicurezza. Vale per tutti. Mentre le nostre norme «allentano » le maglie e prevedono, ad esempio, deroghe per i lavori privati in edilizia. «Meno male che c’è l’Europa – commenta Sergio Cofferati -. È di grandissima importanza il giudizio emesso dalla Corte che depenna la deroga che la legge italiana concedeva».Un giudizio importante in sé, per l’eurodeputato pd, «e lo è ancora di più in una fase nella quale la sicurezza di chi lavora è sacrificata sull’altare di un’indistinta riduzione dei costi fissi d’impresa». Le troppe morti ed i troppi infortuni sul lavoro si combattono con investimenti mirati alla sicurezza «e con l’applicazione rigorosa delle norme, senza eccezione alcuna». Questo rigore in Italia non c’è. E anche le campagne di comunicazione del governo si prestano a pesanti critiche. Lo spot con lo slogan «Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuol bene», scarica di fatto tutte o molte responsabilità sui lavoratori. È in corso una raccolta di firme (a fianco la prima pagina de l’Unità di ieri) per chiedere che la campagna del ministero del Welfare venga fermata. «È un fatto importante» dice in proposito il segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudieri, nonè possibile che «si scarichi tutto sui lavoratori». È evidente che anche l’impresa deve rispondere delle «proprie responsabilità». Quello spot «offende i lavoratori», afferma l’assessore alla sicurezza della regione Umbria, Stefano Vinti. «Il governo lo ritiri e applichi la normativa piuttosto di smantellarla».

ALTRE DUE VITTIME Masotto accusa è anche la catena dei subappalti. «La recente tragedia di Santa Maria Capua Vetere dimostra che senza un controllo sulla corretta esecuzione dei lavori in appalto i rischi di incidenti mortali moltiplicano », afferma Cesare Damiano commentandola sentenza della Corte europea. «Non basta la regolarità del committente – aggiunge il deputato pd- se questo non esercita un controllo su tutta la catena degli appalti. Insistiamo sull’esigenza di rivedere la normativa degli appalti al massimo ribasso». Ieri, intanto, altre due vite spezzate. Daniele Cappella aveva 33 anni, è precipitato dal tetto di un capannone della Scavolini cucine, a Pesaro. Lavorava per una società di Senigallia, la Edra Ambiente che a sua volta collabora con la ditta Energy Resources che dalla Scavolini aveva avuto l’incarico di smantellare la copertura del capannone per far posto a un impianto fotovoltaico. Da una prima ricostruzione Daniele avrebbe calpestato una lastra non rinforzata che non ha retto il suo peso. Le indagini diranno com’è andata. Giovanni Bruno, invece, di anni ne aveva 24. Ha smesso di vivere in un’azienda per la commercializzazione di prodotti agricoli a San Marco Argentano, in provincia di Cosenza. Era alla guida di un muletto che si è ribaltato.

da www.unita.it