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«Le deroghe al CCNL: nella scuola ci sono, ma non si vedono», di Pippo Frisone

L’ultimo tavolo le parti sociali lo stanno aprendo sulle deroghe e flessibilità ai contratti nazionali di categoria.
Si parte dal settore auto, dal contratto dei metalmeccanici, Pomigliano docet.
Per ottenere tutto ciò la Confindustria, il governo ma anche Cisl e Uil pensano che sia giunto il momento di abbandonare la rigidità dei contratti nazionali, introducendo una serie di deroghe. Obiettivo finale è puntare sulla contrattazione di secondo livello per migliorare la produttività.
Questa volta è il privato che tira la volata anche al pubblico.
Nella scuola la contrattazione di secondo livello non è come nelle fabbriche e non è nemmeno legata alla produttività.
I finanziamenti arrivano dal Miur in base ad alcuni parametri decisi a livello nazionale (numero di personale, numero di plessi ecc…).
Spetta poi alla contrattazione d’istituto impegnare le somme, definire i compensi, liquidare le attività svolte. Ancora non c’è riconoscimento del merito nè i premi né i livelli introdotti da Brunetta.

Il contratto integrativo d’istituto anche quest’anno, si sviluppa all’interno delle coordinate stabilite dal Contratto Nazionale (2006/09).
Il blocco dei contratti nel pubblico impiego e quindi anche nella scuola fino a tutto il 2012 ha reso ancor più complicate tutte le novità introdotte col dlgs 150/09.
Nel P.I., contrariamente al settore privato, vige il principio che i Contratti a qualsiasi livello non possono più derogare dalle norme di legge.
Ma ancor prima delle recenti novità, le scuole per poter funzionare hanno dovuto sempre più spesso derogare non tanto dalla legge quanto dallo stesso Contratto Nazionale.
Ciò è avvenuto sempre più spesso a causa dei tagli agli organici da un lato e dall’altro della scarsità dei finanziamenti per il funzionamento in generale.
Alcuni esempi di deroghe giocoforza introdotte nelle scuole:
-Il CCNL vieta lo spezzettamento dell’orario ordinario del personale ATA che, salvo quello in turnazione, è antimeridiano e continuativo. Avviene, invece, che per coprire la vigilanza e la pulizia nelle scuole con più sedi o a tempo lungo, in maniera più o meno esplicita, si deroga dal CCNL ,spezzando l’orario.
-Il CCNL riconosce solo a due collaboratori del Dirigente i compensi del FIS, invece, nelle scuole più complesse e con più sedi, si deroga, pagando più di due collaboratori o dividendo il compenso complessivo o mascherandolo con altre funzioni.
-Il CCNL non prevede permessi per visite specialistiche, ambulatoriali superiori alla metà dell’orario contrattuale (due ore per i docenti), orbene in quasi tutti i contratti d’istituto si deroga consentendoli senza recupero.
-Il CCNL riconosce al personale ATA, a determinate condizioni , pur se con qualche residua ambiguità, la riduzione dell’orario a 35 h. Qui le deroghe vanno dall’estensione a tutti a prescindere dalle condizioni soggettive e oggettive, al personale in part-time, al personale con turno fisso .
-Il CCNL prevede che le ore a completamento dei docenti, se utilizzate dal Collegio in determinate attività restino così vincolate per tutto l’anno.
Invece, a causa della carenza di fondi per le supplenze, i Dirigenti utilizzano queste ore sospendendo le attività deliberate e in alcuni casi anche l’attività di sostegno ai disabili.
Tutti questi esempi sono la spia dei limiti che in alcuni casi s’incontrano con gli stessi Contratti
Nazionali.
Siamo sempre più convinti che anche nel P.I. e nella scuola in particolare la declinazione delle materie contrattuali vada profondamente rivista, lasciando al livello nazionale la tutela del potere d’acquisto di salari e stipendi e dei diritti inalienabili sanciti dalla Costituzione.
Il resto, cioè le parti più dinamiche del contratto, dal miglioramento dell’offerta formativa, all’organizzazione del lavoro, alla carriera e al merito, va ripartito tra competenze e responsabilità esclusive della dirigenza scolastica e una competenza della contrattazione di secondo livello che va individuata senza intermediazioni nelle istituzioni scolastiche.
Per fare ciò occorre rafforzare le rappresentanze unitarie dei lavoratori (RSU) e procedere senza tentennamenti o altri rinvii di comodo, alla loro elezione entro e non oltre il 30 novembre del 2010.
Non farle, per la seconda volta di fila, metterebbe a rischio non solo la credibilità del governo ma la tenuta stessa della democrazia e della rappresentanza sindacale in tutto il P.I.

da ScuolaOggi

«La trincea degli ultimi», di Adriano Sofri

Cagliari, 11 ottobre, ore 14.30. Un centinaio di immigrati in rivolta si impadronisce del Centro di prima accoglienza, ubicato nell´area militare dell´aeroporto. Ore 14.45, una decina di ribelli fugge scavalcando le reti di cinta di 4 metri. Alcuni si feriscono. Ore 14.50, quattro fuggiaschi vengono avvistati sulla pista dell´aeroporto. Ore 14.55, l´Enac avverte della chiusura dello scalo fino alle 22.
Ore 17.15, la rivolta appena cominciata è già finita, tutti i ribelli sono stati ricatturati. Lo scalo è riaperto. Si registrano ritardi fra le due e le tre ore. Era la terza ribellione nel giro di undici giorni, si è saputo. Però questa volta bisogna dirne qualcosa, perché è stato toccato l´aeroporto, già profanato dalla lotta dei pastori. I voli, da un´isola, sono sacri come i ponti altrove. D´altra parte non ci si stupirà che un Cpa collocato strategicamente a una manciata di metri dalla torre di controllo, nella ex caserma degli avieri, diffonda i suoi spaesati evasi dentro l´aeroporto. A leggere con più attenzione le cronache, i quattro ripresi dentro lo scalo, piuttosto che irrompere sugli aerei, hanno rischiato di finirci sotto.
Dunque bisogna decidere come commentare. Deplorare i rivoltosi che, approdati indebitamente alle nostre coste (possono però essere candidati meritevoli all´asilo), hanno anche danneggiato suppellettili e passato le linee, non mancherà certo chi lo faccia. E i passeggeri danneggiati senza colpa vanno certo capiti, benché la ventina fra loro che ha aggredito quattro cittadini italiani innalzatori di striscione (“Libertà ai migranti liberi tutti”) si sia mostrata troppo nervosa.
Però proviamo a vedere le cose, se non dall´infimo punto di vista degli stranieri ribelli, dannatissimi della terra, almeno da quello del cronista futuro, ammesso che ci sia un futuro e un cronista di microstorie simili. Chissà che giudizio si farà il futuro di ideali che già infiammarono gli animi di altre generazioni, e poi andarono fuori corso, come quello che ribellarsi è giusto. Si chiederà, il cronista a venire, che cosa abbia spinto un manipolo di disgraziati a ribellarsi in una così enorme sproporzione di forze. Se non si accontenterà di spiegazioni temerarie (“Sono bestie. E´ puro vandalismo”), dovrà misurarsi di nuovo con il rovello che da sempre il carro trionfale della storia si trascina dietro nella polvere, legato a una fune: che cosa spinge gli umani alla rivolta senza speranza?
Molte risposte si sono tentate. La più celebre, e anche la più comune, dice che non hanno niente da perdere. Solo le loro catene, dunque ribellarsi conviene. Ma abbiamo imparato che non è vero. Che c´è sempre qualcosa da perdere, che costa sempre caro ribellarsi. Un´altra risposta chiama in causa l´amore per la libertà. Dev´essere vera. Se no non si spiegherebbe come mai degli esseri umani trovino la forza di ribellarsi anche nella più schiacciata delle condizioni. Anche sulla rampa di un lager. Gli schiavi di Spartaco, extracomunitari rastrellati un po´ dappertutto per venire a fare i lavori che i romani non volevano più fare e i giochi da stadio che i romani non sapevano più fare, ne diedero un esempio splendente. I posteri poi spiegarono che non avrebbero comunque potuto vincere, che i rapporti di produzione non erano abbastanza maturi da autorizzare il passaggio a un mercato libero o, chissà, al socialismo: ma per fortuna donne e uomini non si ribellano solo quando i rapporti di produzione lo autorizzino, e quando i rapporti di forza mostrino plausibile la vittoria. Su! I 102 “ospiti” del Cpa di Cagliari non sono certo gli schiavi di Spartaco, riderete voi: naturalmente. Cioè, sì e no. Non proverò a sviluppare il confronto, per non renderlo ridicolo. Mi basta averne insinuato l´eventualità, e ora ciascuno lo segua fra sé e sé.
Comunque sia, anche se si voglia ferreamente tenere la rivolta di Cagliari alla sua misura minuscola e aneddotica, si pensi almeno al rapporto che lega qualunque creatura reclusa, umani o altri animali, al cielo. Quando ogni altra dimensione è sbarrata, lo sguardo cerca il cielo e lo invidia e lo prega. Affida la propria nostalgia a un volo di uccelli o a una nuvola di passo o una scia di reattore. È per questo che i prigionieri si arrampicano sui tetti, e ora anche tanti che non sono prigionieri. Il cielo e la libertà fanno tutt´uno. Consigli agli imprenditori edili e alle autorità competenti che assegnano loro l´appalto per la costruzione dei Cpa, dei Cia e delle altre galere novissime: non li collocate dentro un aeroporto. È come mettere un gorilla ai piedi dell´Empire State Building.
Comunque, non c´è problema. Questa volta è andata. Materassi bruciati, dieci arrestati. La rivolta appena cominciata è già finita. Il cielo non è più con noi.

da www.repubblica.it

Non far pagare l'Ici agli enti ecclesiastici è aiuto di Stato? Bruxelles apre un'inchiesta

La Commissione Ue: «dubbi» sulla compatibilità dello sconto fiscale con le norme europee. L’italia avrà due mesi di tempo per rispondere. Poi potrebbero scattare le sanzioni

MILANO – Da martedì l’esenzione dell’Ici concessa dallo Stato italiano agli enti ecclesiastici non commerciali sarà formalmente sotto il tiro della Commissione europea, che aprirà l’inchiesta formale. Nel documento che lancia l’indagine, con l’ok di tutti gli uffici dei commissari, si afferma che esistono «dubbi» sulla compatibilità dello sconto fiscale con le norme europee. L’Italia avrà due mesi di tempo per rispondere.

L’INDAGINE – «L’indagine – secondo quanto appreso dall’Ansa- servirà a verificare se effettivamente questa agevolazione è un aiuto di Stato non compatibile con le norme europee sul funzionamento del mercato unico».
Bruxelles ritiene che le informazioni finora raccolte attraverso lo scambio di lettere avuto con le autorità italiane non siano sufficienti a sgombrare il campo dal sospetto che l’agevolazione riconosciuta agli enti ecclesiastici e ai club sportivi amatoriali abbia effetti distorsivi sulla concorrenza. L’esenzione dall’Ici – osserva Bruxelles nella comunicazione che si appresta a inviare all’Italia – rappresenta comunque un aiuto di Stato poiché è un vantaggio derivante da una minore entrata per il fisco. E al momento questa agevolazione non sembra poter rientrare tra i casi in cui sono consentite deroghe al divieto di aiuti pubblici stabilito dal Trattato Ue. Sul caso, Bruxelles ha ricevuto da diversi ricorrenti informazioni sui servizi ricettivi e sanitari offerti da istituzioni ecclesiastiche. Servizi che, osserva la Commissione, «sembrano essere in competizione con servizi simili offerti da altri operatori economici» che non beneficiano delle stesse agevolazioni. Per la Commissione, inoltre, l’esenzione Ici non appare essere in linea con i principi del sistema fiscale nazionale ed anche l’articolo 149 del testo unico per le imposte sui redditi ha «a prima vista, carattere discriminatorio» poiché consente di non pagare l’imposta comunale sugli immobili solo alle istituzioni ecclesiastiche e alle associazioni sportive amatoriali. Il dossier sull’esenzione dall’Ici riconosciuta alla Chiesa è sul tavolo di Bruxelles dal 2006. La Commissione, nel febbraio 2009, aveva deciso di chiudere il caso ritenendo che non ci fossero le premesse per portare avanti un’indagine per aiuti di Stato. Ma in seguito all’intervento della Corte di giustizia Ue e a nuovi elementi acquisiti nel frattempo, lo scorso luglio la Commissione ha deciso di riaprire il dossier «perchè non può escludere di essere in presenza di un aiuto di Stato».

da www.corriere.it

«In tre vincono il Nobel per l'economia paladini della lotta alla disoccupazione», di Roberto Petrini

Il premio va a Diamond, Mortensen e Pissarides

ROMA – Stoccolma sceglie il lavoro e guarda ai 210 milioni di disoccupati lasciati sul campo dalla Grande Recessione. La «terna» degli economisti insigniti ieri con il premio Nobel (creato nel 1969 e finanziato dalla Banca centrale svedese, la Riksbank), è composta da due americani e un anglo-cipriota, che partecipano al medesimo progetto di ricerca che ha come priorità l´occupazione. Si tratta di Peter Diamond (1942), il maestro, che insegna al Mit, e dei due suoi seguaci, Dale Mortensen (1939) della Northwestern University e Christopher Pissarides (1948) della London School of Economics.
Nomi poco conosciuti al grande pubblico ma assai attivi sul problema del momento: perché di fronte alla ripresa economica la disoccupazione resta alta? Nel dibattito degli ultimi mesi, soprattutto da parte della destra Usa, repubblicana ed iperliberista, si è sostenuto che la disoccupazione resta alta perché la presenza di sussidi e assegni di sostegno tiene lontani i disoccupati dal mercato del lavoro. Diamond e suoi hanno lavorato per anni intorno alla cosiddetta «curva di Beveridge» (dal nome del celebre autore del rapporto sullo Stato sociale del 1942, che mette in relazione posti disponibili e numero di occupati) per dimostrare che, quando è in atto una ripresa economica, le imprese si ristrutturano e dunque offrono posti per professionalità più avanzate difficili da trovare sul mercato. Dunque, sfasature temporali e mancanza di formazione. Nessuna colpa ai sussidi.
Alle sue teorie e alla sua battaglia culturale Peter Diamond ha già pagato un prezzo: il 29 aprile di quest´anno Barack Obama lo ha designato a ricoprire uno dei tre posti vacanti nel board della Fed ma la sua nomina è stata «silurata» in Senato dai repubblicani. Lo hanno accusato di non essere un economista monetario e solo uno che si occupa di mercato del lavoro: ma si ricorda che tra i suoi allievi c´è stato anche l´attuale presidente della Banca centrale Usa Ben Bernanke. La partita tuttavia non si è ancora chiusa e ieri la Casa Bianca ha espresso l´auspicio che il Nobel possa sbloccare la nomina di Diamond.
«Il messaggio che viene da questo Nobel – ha osservato ieri l´economista Giacomo Vaciago – è: smettiamola di occuparci di banche e finanza e cominciamo a pensare al futuro dei nostri figli e all´occupazione». E in effetti, la Reale Accademia delle Scienze svedese e la Sveriges Riksbank, accusate negli anni passati di aver instaurato una sorta di Stoccolma-Chicago Express, conferendo premi Nobel solo a seguaci di Milton Friedman, dopo la Grande Crisi sembrano muoversi su un nuovo registro: nel 2008 fu premiato Paul Krugman e lo scorso anno due economisti istituzionali attenti al mondo delle comunità.
Nella geografia, un po´ schematica, delle scuole di pensiero la «terna» guidata da Peter Diamond può inserirsi a pieno titolo tra i cosiddetti «imperfezionisti», alla Stiglitz, economisti liberal che tentano di individuare gli ostacoli al buon funzionamento del mercato (asimmetrie informative, oligopoli, azzardo morale). Liberal, ma non keynesiani, perché Peter Diamond è stato seguace della scuola neoclassica del franco-statunitense Gérard Debreu.

da www.repubblica.it

PD: investire sull'istruzione per il recupero della identità collettiva

Alto livello d’istruzione, contenimento degli abbandoni scolastici, progresso nello studio di scienze, tecnologia e matematica, sottoscrizione dell’Accordo di attuazione del Titolo V, maggiori risorse per l’istruzione e la ricerca: sono in sintesi le conclusioni del dibattito svoltosi all’Assemblea nazionale del Partito Democratico dell’8 e 9 ottobre a Varese.

Anche per il PD l’istruzione ha un ruolo rilevante non solo per competere e vincere con le altre economie ma anche per prevenire i sintomi di una crescente disaffezione che i giovani e le famiglie italiane cominciano a nutrire nei confronti della scuola. Il malessere trova conferma nell’incremento del numero di giovani che scelgono di frequentare scuole straniere. Sarebbe un grave errore sottovalutare la questione, perché la disaffezione – come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere – coglie il disagio di una larga parte della società che potrebbe alimentare un sentimento di estraneità nei confronti dell’idea di Italia, della sua storia, determinando lo smarrimento del senso del nostro stare insieme, della nostra identità collettiva.

Di fronte a quest’aspetto della crisi educativa è necessario – e se ne è parlato all’assemblea del PD – riscoprire perché è ancora importante andare a scuola in Italia, recuperare i valori delle identità collettive, favorire l’affermarsi di una moderna cultura popolare e nazionale.

da Tuttoscuola

«Sessione di bilancio al via. Al buio», di Mario D'Adamo

Nemmeno il prossimo anno la dotazione finanziaria che lo stato assegna alle scuole e che è stata progressivamente ridotta contribuirà a innalzare la qualità del programma annuale, preventivo del 2011. Che proprio in questi giorni i dirigenti dovrebbero scrivere per permettere alla Giunta esecutiva di proporlo entro il 31 ottobre prossimo al Consiglio di circolo o d’istituto, con una relazione del dirigente stesso e il parere di regolarità contabile dei revisori (art. 2, terzo comma, del regolamento di contabilità approvato con decreto interministeriale 1° febbraio 2001, n. 44).

Come ogni anno inizia infatti anche per le scuole una mini sessione di bilancio, nel corso della quale il Consiglio deve pervenire a una decisione: o di approvazione del bilancio nel termine ordinario, 15 dicembre, o di rinvio eccezionale della sua approvazione ad una data successiva, comunque non oltre il 14 febbraio, pena il commissariamento (art. 8 del regolamento di contabilità). Ma se c’è una scadenza che tutti lasciano passare fin da quando il regolamento di contabilità l’ha posta è proprio quella del 31 ottobre. In quasi tutte le istituzioni scolastiche, infatti, si preferisce attendere la comunicazione da parte del ministero dell’istruzione della dotazione finanziaria spettante, presentando il bilancio anche dopo il termine ordinario della sua approvazione del 15 dicembre, com’è accaduto l’anno scorso. In realtà ogni istituzione scolastica è in grado di rispettare le scadenze stabilite dal regolamento di contabilità, potendo già ora calcolare la propria dotazione finanziaria. Il decreto ministeriale 1° marzo 2007, n. 21, infatti, definisce in via permanente i parametri di calcolo, attribuendo determinate quote alla tipologia della scuola, a ciascuna unità di personale, a ciascun alunno, a ciascuna sede aggiuntiva (vedere tabella). Moltiplicando le quote per i numeri effettivi di ciascun istituto, si ottiene la dotazione, che le scuole possono ripartire come meglio credono tra le varie attività d’istituto. Essendo assorbita quasi interamente dalle spese per le supplenze (soprattutto nelle scuole del primo ciclo) e per il funzionamento minimo di scuole e uffici, essa concorre quindi se non in minima parte all’attuazione delle attività e delle iniziative previste dal piano dell’offerta formativa. Quanto al fondo per l’arricchimento e ampliamento dell’offerta formativa (legge 440 del 1997), solo in questi giorni le commissioni di Camera e Senato hanno espresso il prescritto parere sulla direttiva ministeriale che lo ripartisce i fondi del 2010 tra le varie finalità. Poiché le scuole non ne hanno evidentemente potuto tenere conto nella redazione del preventivo di quest’anno, potranno iscrivere le relative poste, quando perverrà la relativa comunicazione, in quello del 2011. Una cosa è certa, l’arricchimento dell’offerta formativa potrà contare su metà delle risorse di dieci anni fa, di tanto è stato ridotto lo stanziamento. E sui contributi delle famiglie, degli enti locali, della Comunità europea, dove e quando erogati. Anche per determinare il fondo d’istituto le scuole possono autonomamente calcolare lo stanziamento per finanziare le varie funzioni e attività svolte dal personale. I parametri di calcolo sono contenuti nell’accordo ministero dell’istruzione – sindacati del 18 maggio scorso. A bilancio si potranno iscrivere, poi, negli importi definitivamente previsti per quest’anno, le poste per i contratti di collaborazione con personale ex lsu, i cosiddetti contratti storici per le pulizie, decurtati quest’anno del 25 per cento rispetto al 2009, nonché, quando perverranno le relative comunicazioni, quelli da trasferire ai comuni per rimborsare i costi relativi alla fruizione gratuita della mensa da parte del personale che ne ha diritto. Tutte partite di giro che non innalzano la qualità del programma.

da ItaliaOggi

«Ordigni di pace e di guerra», di Michele Ainis

C’è un che di surreale nel modo in cui la politica italiana ha reso omaggio ai quattro alpini uccisi nel lontano Afghanistan. Il ministro della Difesa ha detto che a questo punto bisogna armare i nostri aerei con le bombe. Il suo predecessore gli ha risposto che non si può fare, è vietato dalla Costituzione. Il successore del predecessore ha controrisposto che tutto dipende dal bersaglio delle bombe. Insomma i nostri arsenali ospiterebbero bombe costituzionali e bombe incostituzionali, bombe di pace e bombe di guerra.

In realtà a venire bombardata ormai da tempo è proprio la nostra vecchia Carta. Che non è affatto una Costituzione pacifista, e dunque imbelle, come costantemente si ripete; tant’è che in quel testo la parola «guerra» risuona per 6 volte (erano 7 nel documento licenziato dai costituenti), innervando altrettante disposizioni costituzionali. Per quale ragione? Perché tutta la civiltà giuridica moderna nutre l’ambizione di porre l’emergenza sotto il prisma del diritto, d’imporle procedure e regole, anche nella condizione più estrema, quando l’emergenza incendia i cannoni.

E perché i nostri padri fondatori le bombe in testa le avevano sperimentate per davvero, avevano vissuto una guerra di conquista e una di resistenza all’esercito invasore, senza che il popolo italiano fosse mai stato convocato dal fascismo per esprimere la sua libera opinione.

Sicché dissero: mai più. Però non adottarono la scelta pacifista della Costituzione tedesca, o quella neutralista della Costituzione giapponese, le altre due nazioni sconfitte dalle truppe alleate. Dissero mai più alle guerre d’aggressione, e così scrissero l’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Fu approvato con due soli voti contrari in Assemblea costituente, dai cattolici e dai marxisti insieme, saldando una lezione illuminista (quella consegnata alla Costituzione francese del 1791) all’etica professata da don Sturzo (che nel febbraio 1947 definì la guerra «atto immorale, illegittimo e proibito»). E fu scritto distillando ogni parola, a partire dal «ripudio» della guerra. Non «rinuncia», come qualcuno aveva suggerito, perché possiamo rinunciare all’esercizio di un diritto, e perché la guerra non è affatto un diritto.

Non «condanna», termine che esprime una valenza etica piuttosto che giuridica. Loro scelsero di ripudiare la guerra per sconfessare ogni intervento armato fuori dai nostri confini.

Ma che è accaduto negli anni successivi? Nel 1949 l’Italia ha aderito al patto Nato, dal quale è scaturito un obbligo di mutua assistenza militare fra gli Stati contraenti, sul presupposto che ogni attacco armato contro uno di essi «sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti». Da qui una prima incrinatura nell’edificio costituzionale, benché lo stesso art. 11 menzioni limitazioni di sovranità in favore d’organizzazioni sovrannazionali. Ma soprattutto dagli Anni Ottanta in poi si sono moltiplicate le occasioni d’intervento militare all’estero, con o senza Nato, con o senza l’egida dell’Onu: il Libano, la Somalia, l’Iraq, la Bosnia, il Kosovo, o per l’appunto l’Afghanistan. E l’art. 11? Desaparecido. O meglio apparve come un Ufo sui cieli di Montecitorio nella primavera del 1999, durante il dibattito parlamentare che accompagnò i bombardamenti in Kosovo. Per un istante la Lega Nord e la sinistra estrema ne scoprirono difatti l’esistenza, nonché la manifesta violazione; al punto che un esponente della maggioranza – Clemente Mastella – consigliò di riformularlo per riallineare i principi costituzionali alle nuove circostanze.

Ma è stato un attimo, un battito di ciglia. Prima, durante e dopo quel dibattito tutto è continuato come sempre: le guerre ormai non si dichiarano (come vorrebbe l’art. 87 della Costituzione), si fanno e basta; non si deliberano (come vorrebbe l’art. 78); e naturalmente non servono mai a difendere il nostro territorio, a prescindere dalle bombe sugli aerei. L’unico effetto dell’art. 11 è un’ipocrisia verbale, come tante altre cui ci ha abituato la politica. Niente più guerre, solo conflitti armati, o meglio ancora operazioni di polizia internazionale. D’altronde in Italia non ci sono più spazzini, solo operatori ecologici. Ma si tratta pur sempre di monnezza.

da www.lastampa.it