Latest Posts

"Una società per azioni per gestire la scuola. Pd: «Ora basta cricche»", di Jolanda Bufalini

Il no di comuni e province all’ipotesi della Spa per la gestione di edifici e diritto allo studio. «Noi paghiamo l’affitto e ai privati vanno gli utili». Franceschini: «È il contrario del federalismo».

In tempi di ansia da privatizzazione si potrebbe iniziare dal brand: Belpaese Spa, oppure: Repubblica italiana Spa. All’inizio fu la cartolarizzazione dei patrimoni di enti pubblici, beni demaniali e Asl, che produssero scarse liquidità, molti scandali e discutibili valorizzazioni, ovvero aumenti di cubature con scarse contropartite per gli interessi pubblici, nelle città italiane.
Poi il tentativo, per ora non portato a buon fine, della “Protezione civile spa”: per anni modello complesso e riuscito di democrazia e cultura, pratiche condivise fra amministratori, volontari e scienziati, ridotta ad un brand da esportazione nella disponibilità del premier, con poteri straordinari su emergenze vere e su operazioni immobiliari chehanno stimolato gli appetiti delle cricche.
Ora è il momento di lanciare la scuola pubblica Spa, progetto allo studio del governo di cui ha dato notizia il Sole 24 ore di domenica.
La Spa, secondo le anticipazioni del giornale di Confindustria, acquisirebbe la proprietà degli istituti scolastici, il rendimento per la società per azioni sarebbe garantito dal canone d’affitto pagato da comuni e province, in cambio la Spa si occuperebbe di manutenzione e messa in sicurezza.
La Spa gestirebbe anche altri servizi aggiuntivi come il sostegno agli studenti e la formazione del personale docente. Piovono le proteste e le richieste di smentite, in primo luogo da parte di quelli che sono, fino a prova contraria, i legittimi proprietari.
Nara Rebecchi, ex sindaco di Medicina in Emilia Romagna e, ora, consigliere provinciale: «Abbiamo fatto tanti sacrifici per dotare il paese di tante scuole, sarebbe davvero una beffa se ora dovessimo pagare l’affitto».OAntonio Saitta, presidente della Provincia di Torino e vicepresidente dell’Unione delle province: ««Una ipotesi inaccettabile per gli Enti locali e per le Province in particolare, che gestiscono 5179 edifici composti da 120.000 classi che accolgono circa 2.700.000 alunni».

SPECULAZIONE
E sfugge in cosa consista il federalismo all’italiana, se il governo con una mano devolve e con l’altra accentra.
Il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini definisce l’idea talmente «assurda e inqualificabile da dubitare che sia vera». Franceschini cita il tentativo di creare la Protezione civile Spa «per sottrarla da tutte le regole e garanzie» e Borghesi dell’Idv si chiede se il governo voglia «dare spazio a nuove cricche». È una scelta, dice Franceschini, «grave e opposta alla concezione federalista mentre per risolvere il problema dello stato fatiscente di molti edifici scolastici bisogna escludere dal patto di stabilità i comuni e le province delle spese per gli investimenti sull’edilizia scolastica ».
Ipotesi pericolosa, la definiscono gli ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante: «Dopo l’acqua il governo intende privatizzare anche la scuola. Se lo scopo dei privati sono gli utili, le spese di gestione delle scuole aumenteranno». «Ipotesi come la Scuola spa sono speculazioni che scatenano comprensibilmente grandi appetiti sui 42mila plessi scolastici italiani», aggiungono i due senatori.
E Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: «Trucco contabile del furbetto di via XX settembre per scaricare una parte della spesa pubblica sugli enti locali, ai quali nel frattempo si tagliano le risorse, senza che il federalismo trasferisca una parte adeguata dell’autonomia fiscale centrale».

da www.unita.it

******

Scuola Spa, le Province dicono no

Ieri il quotidiano Il Sole 24 Ore ha diffuso la notizia, secondo la quale il Governo starebbe studiando una “Scuole spa”, ossia una società per azioni cui conferire la proprietà degli edifici scolastici e la competenza per la loro manutenzione e messa in sicurezza, oggi in carico agli enti locali.

L’ipotesi allo studio prenderebbe in considerazione anche la partecipazione al progetto degli enti previdenziali che potrebbero entrare nel capitale della società per azioni. Il rendimento sarebbe garantito dall’incasso di canoni di locazione pagati dagli enti locali, oggi proprietari degli immobili interessati al progetto. La formula, vicina a un project financing freddo, potrebbe essere aperta ad altri soggetti pubblici e privati.

“Al ministero della Pubblica istruzione – spiegava l’articolo del quotidiano di Confindustria – fanno notare che il consenso degli enti locali è uno degli aspetti delicati dell’operazione”.

E la prima risposta degli enti locali è molto negativa. Questo infatti è il primo commento del vice presidente vicario dell’Upi, Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino: “L’ipotesi di creare una Scuola Spa per la gestione degli edifici scolatici è del tutto improponibile. Ci auguriamo che il Governo voglia quanto prima smentire le notizie diffuse in tal senso dalla stampa, dimostrando nei fatti la volontà di costruire un sistema istituzionale federale, abbandonando ogni proposta che riporta indietro il Paese ad un centralismo che ritenevamo ormai superato”.

“Una ipotesi inaccettabile per gli Enti locali e per le Province in particolare, che gestiscono 3226 istituti scolastici di scuola secondaria (licei, istituti tecnici e professionali) ripartiti in 5179 edifici scolastici composti da 120.000 classi che accolgono complessivamente circa 2.700.000 alunni. Invece di attardarsi in inutili dibattiti su interventi estemporanei – sottolinea il presidente Saitta – il Governo lavori con le Province e con i Comuni alla definizione di un Piano nazionale straordinario per la scuola, e sblocchi i fondi destinati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli edifici. E’ in queste scelte che si misura la volontà di costruire un sistema istituzionale federalista che fondi sui territori e sulle istituzioni locali l’amministrazione del Paese”.

La smentita del governo però ancora non è arrivata, anche se il Corriere della Sera, in un articolo di oggi, circoscrive la portata del possibile provvedimento: “…si sarebbe deciso di limitare l’attività della Spa alla costruzione degli edifici nuovi”.

da Tuttoscuola

«Garantisti ad personam lasciate stare Sciascia», di Francesco Merlo

IN UN CERTO SENSO – in senso propriamente sciasciano – Sciascia se l´è voluta. Forse è così che Sciascia, ironico e borgesiano, comincerebbe quest´articolo su Sciascia. Ma poi sicuramente userebbe la Sicilia come randello, magari intervenendo a sorpresa in uno dei tanti convegni dove, almeno ogni sei mesi, un numero limitato ma crescente di ‘pensatori´ berlusconiani commette “sottrazione di cadavere”.
E idealmente lo annette al lodo Alfano, al processo breve, alle leggi ad personam, all´eroismo dello stalliere Mangano. È così che la Civetta diventa l´Avvoltoio e il garantismo un´impostura, come quando Minzolini cita Amendola e Berlusconi dice di ispirarsi a Calamandrei perché tanto, direbbe ancora Sciascia, “tintu cu mori”, sventurato chi muore e non è più in condizione di difendersi, e ogni cosa gli si può attribuire. «Aspiro – è la frase che scelse come epigrafe – , per quando sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio».
Ovviamente nessuno, certamente non io, e neppure Emanuele Macaluso che domani manda in libreria una biografia politica (Leonardo Sciascia e i comunisti, Feltrinelli), sa quali cronachette volterriane lo scrittore dedicherebbe alle ronde padane, alle violenze contro gli immigrati, al legittimo impedimento, allo scudo fiscale. Ma poiché Sciascia morì nel 1989, prima ancora di Tangentopoli, temo che «risiedevo già qui e poi vi sono nato» non potrebbe più dire dell´Italia e di tutte le mirabolanti novità del potere italiano, dal conflitto di interessi alla mignottocrazia, dall´abuso di stato all´impunità spudorata e alla legge bavaglio, che sono tutte al di sotto dell´universo sciasciano e caso mai, «se davvero il futuro ha una memoria», un poco appartengono ai trafficanti gogoliani di anime morte.
Anche Emanuele Macaluso rimane tramortito ogni volta che il ministro Alfano, aprendo o chiudendo un solenne seminario, lancia una bombetta puzzolente, come di recente ha fatto a Racalmuto: «Dio solo sa come l´Italia e la Sicilia avrebbero bisogno dell´autore del Giorno della civetta». A me capita sempre più spesso di essere invitato a convegni, dove non vado, i cui relatori appartengono quasi tutti allo stesso ‘tipo´ lombrosiano, dal sottosegretario Alfredo Mantovano a Vittorio Sgarbi, dagli avvocati di Silvio Berlusconi a Marcello Dell´Utri. E tutti rivelano di ispirarsi al garantismo di Sciascia che, statua dentro una santa nicchia, benedice questa rovina. Ma è una malefatta per tutti noi prima ancora che per la memoria di Sciascia, per la sua grandezza di scrittore e per il suo impegno civile, per i fantasmi illuministi che abitano la sua stanza-museo alla Noce, per la Critica della Ragion Pura che Sciascia usò sempre per fare «abballari la gran surdana» al potere. Sempre all´opposizione. E sempre a sinistra, anche quando si fece radicale, che fu la sua stagione più felice, quella in cui scoprì le radici, e sempre mettendo l´etica al primo posto, sacerdote della forma e della regola perché come ricorda Macaluso «anche rileggendo I professionisti dell´antimafia chiara e indiscutibile è l´avversione radicale a leggi o ad atti amministrativi ad personam fatti anche con le migliori intenzioni».
È vero che rimangono appassionanti, ma solo per gli studiosi di biografie e per i filologi, le polemiche di Guttuso e Sciascia che erano due fratelli e si guastarono, dove guastarsi è un´altra maniera di vivere insieme, senza perdersi di vista. È invece sicuramente miserabile il tentativo di fare ancora litigare i morti o i vivi con i morti. Oggi, il torto dell´uno è la ragione dell´altro perché l´uno era fatto dell´altro, come i gemelli mitologici, come Prometeo ed Epimeteo, e le loro vite sono il riassunto di un´epoca. E non ci sono più conti da saldare con Berlinguer né con Giorgio Amendola o con Ugo La Malfa né via via con tutti i grandi protagonisti delle polemiche del tempo, e neanche con Eugenio Scalfari e con Repubblica ovviamente, stili e dettagli di vita che sono contributi all´autobiografia del secolo.
Perciò è veniale il peccato di Macaluso che, a 86 anni, preso dalla voglia di ritrovarsi con l´amico alla fine della storia, quella che si compie nel regno dei cieli dove il tempo non esiste, deforma amabilmente Sciascia sino a farlo di nuovo assomigliare a Macaluso, come da ragazzi, quando frequentarono la stessa scuola e poi anche la stessa cellula clandestina del Pci. Gli rimette pure in bocca qualche frase filosovietica scritta nel 1964 e poi ancora un elogio di Krusciov…, a conferma, credo, che non è stata ancora scritta la storia degli anticomunisti che militarono nel Pci, a partire, molto prima di quel Candido dove Sciascia fu impietoso anche con Macaluso, da quel racconto che Italo Calvino, per anni ‘guida´ politica di Sciascia, scrisse sulla rivista Città aperta uscendo dal partito nel 1956; e pensate alla meraviglia di lasciare un partito con un racconto! La grande bonaccia del Mar delle Antille – nel gabbiere Slim John era trasfigurato Antonio Giolitti – provocò le specialissime ire di Togliatti perché la letteratura, alla quale Calvino e Sciascia e Manzoni appartengono, non ha sul retro la data di scadenza che hanno invece le polemiche politiche di centocinquanta anni fa (Manzoni), o di cinquanta anni fa (Calvino) o di trenta anni fa (Sciascia).
Giù le mani da Sciascia, dunque. Non so se riusciremo a salvarlo dai pataccari pelosi come il ministro Alfano e dalla maleducazione compiaciuta e sapiente dei Vittorio Sgarbi che gli rapinano l´identità. È però molto importante restituirlo alla letteratura perché «non Dio ha creato il mondo, ma sono i libri che lo creano». Con le idee di vita e di morte, del potere e dell´amore, di bellezza e di forza, del dolore e dell´amicizia Sciascia ha consegnato alla grandissima arte anche l´idea di giustizia. Appartiene all´universo di Dürrenmatt e del Manzoni della Colonna Infame, non certo a Marcello Dell´Utri, all´avvocato Mills e a Gaspare Spatuzza.
Scrisse Sciascia di Borges: «In un certo senso – in senso propriamente borgesiano – Borges se l´è voluta… E così sia di noi».

da www.repubblica.it

«La “rivoluzione” della scuola alla prova delle 3i», di Flava Amabile

La riforma promette di cambiare le classi, ma è ancora a metà

Nel programma presentato da Berlusconi nel 2008, scuola e università erano nascoste sotto la voce «sostenere la famiglia, dare ai giovani un futuro» ed in quello dedicato ai servizi ai cittadini. Il Pdl prometteva «un’effettiva libertà di scelta educativa tra scuola pubblica e scuola privata; assegnazione di libri di scuola gratuiti per le famiglie meno agiate, estesa fino al 18° anno di età per garantire il diritto/dovere all’istruzione».

Quella che poi si è rivelata una vera e propria rivoluzione che ha scatenato un terremoto dalle elementari ai licei e messo alla porta decine di migliaia di precari e insegnanti, due anni e mezzo fa era una formulazione ancora vaga per la necessità di sintesi chiesta dallo stesso Berlusconi. Il primo obiettivo del Pdl era «Ripresa nella scuola, per gli alunni e per gli insegnanti, delle 3i: inglese, impresa, informatica». Cosa è stato fatto in questi primi due anni e mezzo di attività di governo per l’inglese nelle scuole? «Tanto», risponde Valentina Aprea, del Pdl, presidente della commissione Cultura della Camera. «Un aumento delle ore di lezione nella riforma del secondo ciclo dell’istruzione, e dello studio di due lingue nel primo ciclo». Per Mariangela Bastico, senatrice del Pd, le cose stanno in modo un po’ diverso: «Sono stati cancellati i docenti specializzati nelle primarie, sostituiti da maestri tuttofare a cui è stato fornito un corso di formazione di 150 ore. Si pensa che un corso di inglese possa bastare per insegnare l’inglese ai bambini delle elementari? E poi l’aumento delle ore di inglese alle superiori è vero solo al liceo classico». Anche sull’informatica per Valentina Aprea «molto è stato fatto sia nella diffusione delle lavagne multimediali nelle scuole, sia nella preparazione degli insegnanti». «Un fallimento» è il giudizio di Mariangela Bastico. «Le lavagne, introdotte dal governo Prodi, sono presenti solo in 40 mila classi, una goccia del totale». Circa una su dieci, per la precisione. «E la vera scommessa da vincere sarebbe stata l’introduzione della banda larga per permettere agli studenti di usare i propri apparecchi, ma non ce n’è traccia. Oltretutto negli istituti tecnici le ore di laboratorio, anche di informatica, sono state ridotte». Sulla «i» di impresa Valentina Aprea rivendica al governo il merito di essere riuscito «dopo 38 tentativi falliti» di riformare la scuola superiore, e in particolare i tecnici. E poi l’aumento degli stage per studenti. Mariangela Bastico ricorda però che aumentare gli stage sulla carta non serve. «Si tratta di iniziative che vengono pagate con i fondi dell’autonomia scolastica. Peccato che siano stati cancellati».

La seconda promessa prevedeva la «difesa del patrimonio linguistico e delle tradizioni» anche per «favorire l’integrazione degli stranieri». Valentina Aprea, sottolinea «l’impegno del governo nel rafforzare lo studio della lingua italiana» e gli «interventi specialistici per insegnare l’italiano come seconda lingua». Mariangela Bastico ricorda che «per fortuna l’idea di introdurre i dialetti è rimasta un’iniziativa politica» e che l’italiano «è aumentato in proporzione solo perché gli altri insegnamenti sono stati ridotte ma ore sono le stesse».

La terza promessa di Berlusconi sulla scuola era la garanzia – «per la prima volta» si sottolineava – del diritto allo studio. Per Valentina Aprea promessa mantenuta: «E’ stata la rivoluzione del merito, riportando rigore nelle valutazioni scolastiche e chiudendo definitivamente la partita del Sessantotto». Mariangela Bastico specifica che il diritto allo studio è di competenza delle Regioni: «lo Stato deve limitarsi a garantire le risorse. E le ha tagliate».

Berlusconi aveva poi promesso aumenti di merito agli insegnanti più «preparati e impegnati». «Ci stiamo lavorando. E’ una sfida che contiamo di vincere», afferma Aprea. Per Bastico si tratta di un annuncio ben lontano dall’essere stato messo in pratica: «Anche in questo caso quello che c’era è stato cancellato». Il fascicolo proseguiva poi con l’Università promettendo la loro trasformazione in «Fondazioni associative», la realizzazione di «Fondi dei fondi» e maggiore competizione tra atenei premiando qualità e risultati. Delle prime due promesse non c’è traccia nell’attività di governo. La competizione è stata prevista in atti amministrativi, ricorda Valentina Aprea, e nel disegno di legge all’esame della Camera. «Ripetere più volte che si vuole introdurre il merito non basta a rendere vera quest’affermazione. Ci vogliono atti concreti», conclude Mariangela Bastico.

da www.lastampa.it

******

«La scommessa azzardata del ministro Gelmini», di Luigi La Spina
È contestata e accusata di volere affossare l’istruzione. Ma lei tira dritto

E’ sicuramente il ministro più contestato del quarto governo Berlusconi. Il bersaglio preferito della satira in Tv che si accanisce contro la sua giovanile intransigenza, dipingendo la Gelmini come una zelante esecutrice dei “tagli” di bilancio imposti da Tremonti. Accusata, nella assemblee scolastiche e nei cortei in piazza, di volere addirittura affossare l’istruzione pubblica e imputata, nei consigli di facoltà, di sottoporre il potere dei docenti alle volontà di amministratori teleguidati dalla politica.
In realtà, Mariastella Gelmini, ministro della scuola e dell’università, ha ambizioni più modeste e intenzioni meno luciferine, ma sconta una eredità pesantissima e lo scotto di una scommessa azzardata.

Con indubbia intrepidezza d’animo e, forse, con un pizzico di ingenuità, il ministro di viale Trastevere si è trovato a guidare il dicastero più difficile dell’amministrazione dello Stato. Una struttura burocratica nella quale, da decenni, spadroneggiano due caste di “intoccabili”. La prima è quella dei sindacalisti che hanno trasformato una istituzione al servizio degli studenti e delle loro famiglie in un organismo di surrettizio welfare per la disoccupazione giovanile nel nostro Paese. La seconda è quella dei pedagogisti che, in nome di una pseudomodernizzante filosofia del metodo, hanno incoraggiato l’ignoranza specifica in favore dell’approssimazione generica. Con gravi danni collaterali al buon uso della lingua italiana.

Arrivata con un bagaglio di buoni propositi, come quelli di favorire una migliore preparazione degli insegnanti, di premiare il merito, di scuotere il conservatorismo corporativo dominante, la Gelmini non ha giudicato sufficiente lo sforzo necessario per abbattere gli ostacoli, già enormi, che aveva davanti. Ma ha aggiunto una sfida inedita e temeraria, quella di capovolgere i tradizionali tempi dell’intervento: invece di “riformare per tagliare” ha deciso di “tagliare per riformare”.

Così, in contraddizione con gli impegni di distinguere tra scuole meritevoli e scuole alla sbando, tra atenei virtuosi e fabbriche di illusioni, la scure della riduzione delle spese si è abbattuta, con cieca uniformità, sull’intero territorio dell’istruzione pubblica italiana. Con il risultato, inevitabile, di accomunare, sia nella protesta risonante, sia nel più insidioso muro di gomma della resistenza passiva, l’intero fronte degli addetti ai lavori.

Questa mancata strategia delle alleanze ha fatto sì che, a metà della legislatura, il bilancio della sua guida al dicastero segni un divario notevole tra le enunciazioni di principio, in genere apprezzabili, e i risultati concreti, davvero ridotti. Un’opinione sicuramente condivisa dalla stragrande maggioranza di coloro che, senza pregiudizi ideologici, si battono quotidianamente per una scuola e un’università culturalmente migliori e capaci di formare giovani all’altezza della competitività internazionale nel mondo del lavoro.

Lo scarto tra il riformismo, un po’ febbrile, della Gelmini e gli effetti, ancora modesti, della sua azione nella vita di scuole e atenei, al di là delle proteste per i tanti precari a cui non è stato rinnovato l’incarico e delle agitazioni per il futuro status dei ricercatori universitari, a rischio della stessa sorte, deriva anche da un’altra sua “illusione”. I rivoluzionari, quelli veri, non mantengono alla guida della rivolta gli stessi leader dei regimi che si vorrebbero abbattere. Perchè il trasformismo di tutte le burocrazie è prontissimo ad adeguare le proprie idee a quelle dei nuovi padroni, ma è prontissimo anche a realizzarle come fossero le vecchie. Con effetti gattopardeschi davvero sorprendenti.

C’è speranza che, nella seconda parte della legislatura, se non verrà interrotta prima, la tempesta che si è abbattuta nelle scuole e nelle università produca meno polemiche e più utili frutti? Da una parte, l’esperienza dovrebbe far correggere le baldanze di un ministro, provvisto di molta determinazione, ma catapultato all’improvviso in un mondo sconosciuto e molto complicato. Dall’altra, il misoneismo delle corporazioni dovrebbe prendere atto che i risultati della preparazione degli studenti nelle scuole e il numero dei laureati in Italia, sanciti dai più seri confronti internazionali, impongono un deciso cambio di rotta. Si tratta di scegliere se mettere a rischio le proprie convinzioni e, magari, qualche comodità o mettere a rischio il futuro dei nostri figli.

da www.lastampa.it

La Corte d'appello dispone il pagamento dei mesi estivi

Non un semplice giudice del lavoro, bensì una Corte d’appello, quella di Brescia, ha riconosciuto a un’insegnante il diritto al pagamento degli stipendi estivi per gli ultimi 5 anni (il pregresso non è stato recuperato per avvenuta prescrizione).

L’insegnante aveva richiesto che il suo contratto di lavoro a tempo determinato fino al termine delle attività didattiche (30 giugno) fosse riconosciuto e convertito in contratto a tempo indeterminato.

La Corte d’appello non ha riconosciuto il diritto di convertire il contratto a tempo indeterminato, ma ha però dato ragione alla ricorrente sulla questione del risarcimento del danno, che è stato quantificato in 13mila euro complessivi.

Nel dispositivo della sentenza emessa nel luglio scorso viene affermato, tra l’altro che “ andrà individuato calcolando la differenza tra quanto effettivamente percepito dai lavoratori e quanto gli stessi avrebbero percepito qualora fossero stati subito inquadrati quali lavoratori a tempo indeterminato, ossia tenendo conto della retribuzione per i mesi estivi che non è stata corrisposta, con gli interessi di legge ”.

La sentenza spiega che qualora si trattasse di una “sopravvenienza imprevista” non ricorrerebbero le condizioni per la sanzione a carico dell’amministrazione. Ma dal momento che da anni il Miur assume decine di migliaia di persone con contratti fino al termine dell’anno scolastico, che poi rinnova all’inizio dell’anno successivo (e molto spesso sugli stessi posti), secondo la Corte “ è pacifico che il ricorso alla contrattazione a tempo determinato e reiterata è il risultato di una scelta programmatica dell’amministrazione ”.

“ Grazie a un pronunciamento della Corte europea che mira a scoraggiare la pratica invalsa dei contratti a termine ripetuti in successione – ha spiegato il legale dell’insegnante ricorrente – è stato accolto il principio della sanzione quale deterrente. Il Ministero se non regolarizza i precari appare quantomeno condannato a parificarli dal punto di vista retributivo ”.

Una rondine non fa primavera, ma se l’applicazione della sentenza di Brescia fosse chiesta in modo generalizzato da tutti i supplenti temporanei, cosa succederebbe?

******

Il pagamento dei mesi estivi costerebbe più di un miliardo e mezzo
Se la sentenza della Corte di appello di Brescia, che ha riconosciuto il diritto alla retribuzione di un’insegnante temporanea anche per i mesi estivi, venisse applicata in modo generalizzato a tutti i supplenti temporanei, cosa succederebbe?

Abbiamo provato a fare due conti in tasca al Miur, a cominciare dalla quantificazione dei possibili aventi diritto, e vengono fuori numeri da far tremare anche il ministro… dell’economia.

Nell’ultimo quinquennio il numero dei supplenti temporanei ha oscillato intorno alle 100mila unità all’anno (nel 2006-07 e nel 2007-08 ha sfiorato quota 120 mila), di cui oltre il 40% negli istituti di istruzione secondaria superiore (solo il 6-7% nella scuola dell’infanzia).

Va precisato, però, che tra i docenti con nomina fino al termine delle attività, interessati all’eventuale recupero della retribuzione estiva, fino al 2007-2008 non dovrebbero essere considerati i docenti di sostegno, perché per loro (pur in numero considerevole) era proprio la legge fino al 2007-08 a prevedere espressamente che i posti di sostegno in deroga venissero assegnati a docenti con contratto fino al termine delle attività.

Escludendo l’a.s. 2004-05, ormai andato in prescrizione, ma calcolando, oltre alle due mensilità di luglio e agosto non retribuite, anche il corrispondente rateo di 13.ma, il pagamento integrale dei mesi estivi per i supplenti temporanei fino al termine delle attività nominati dal 2005-2006 fino all’anno scolastico 2009-10, porterebbe ad una spesa complessiva superiore al miliardo e mezzo di euro, di cui quasi 700 milioni per i professori supplenti delle superiori, 460 milioni per quelli della scuola media, 291 milioni per i maestri delle elementari e più di 80 milioni per le insegnanti della scuola dell’infanzia. Senza considerare gli interessi…

da Tuttoscuola

«Le due agende etiche», di Stefano Rodotà

Due “agende etiche” sono comparse all´orizzonte politico, e vale la pena di metterle a confronto. La prima è stata presentata dal presidente del Consiglio nel suo discorso alle Camere, e contempla temi noti, nell´abituale cornice limitativa dei diritti delle persone – procreazione assistita, aborto, testamento biologico, ricerca scientifica. La seconda nasce dall´ordinanza con la quale il Tribunale di Firenze ha rinviato alla Corte costituzionale la legge sulla procreazione assistita perché vieta la cosiddetta fecondazione eterologa, così violando l´eguaglianza tra le persone. Qui l´impostazione è completamente rovesciata. Si vuole restituire a tutti la libertà di scelta nelle questioni di vita, come ha già fatto la Corte dichiarando incostituzionali alcune norme della stessa legge e come ha indicato la Corte europea dei diritti dell´uomo affermando l´illegittimità del divieto contenuto nella legge austriaca.
Prevedibili le reazioni critiche di governo e Vaticano, fondate tuttavia su sgrammaticature istituzionali e falsificazioni della realtà. Non è vero che la legge sulla procreazione assistita sia inattaccabile perché confermata da un referendum: nel 2005 semplicemente non fu raggiunto il quorum necessario per l´abrogazione per l´invito all´astensione venuto dalla Chiesa, dunque non vi è un risultato giuridicamente vincolante. E non è vero che una dichiarazione di incostituzionalità provocherebbe “un far west procreativo”: questo, invece, è stato l´effetto dei divieti legislativi, che obbligano le donne italiane a chiedere una sorta di provvisorio “asilo politico” in altri paesi europei per soddisfare il desiderio di maternità.
Ma torniamo all´agenda governativa e a quel che ha detto uno dei ministri che l´ha preparata: «La biopolitica è oggettivamente all´ordine del giorno». Mai parola è stata più rivelatrice. Consapevole o no, quel ministro ha usato un termine, «biopolitica», che descrive proprio il modo in cui il potere si impadronisce della vita delle persone, sottomettendole, espropriandole della loro libertà. Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove la misura dovrebbe essere la regola, dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la ricerca scientifica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Considerando tempi e difficoltà della politica, vi è la ragionevole speranza che questa agenda non sia approvata dal Parlamento. Ma il suo annuncio rivela un intento strumentale. Usare i temi “eticamente sensibili” per mettere in difficoltà i finiani, già critici verso la legge sulla procreazione e ostili alla proposta di testamento biologico approvata dal Senato, per allettare l´Udc e creare divisioni all´interno del Pd. Soprattutto, però, la mossa ha un destinatario privilegiato, le gerarchie vaticane, alle quali Berlusconi cercò di mandare un segnale di fedeltà proprio su quei temi al tempo dell´affare delle escort. E Berlusconi fece recapitare una lettera alle suore che avevano ospitato Eluana Englaro, addolorato «per non aver potuto evitare la sua morte».
Non era il rammarico di un Re Taumaturgo al quale era stato impedito di imporre le sue mani per una guarigione altrimenti impossibile. Era la rivendicazione di un potere sulla vita, di cui il politico vuole tornare a essere l´unico depositario. Era pure il tentativo di mantenere una traballante alleanza tra Trono e Altare, con una agenda bioetica e dichiarazioni governative che rispecchiano quasi alla lettera parole di Benedetto XVI.
Ma il Parlamento deve essere sempre guidato dai principi costituzionali, chiariti assai bene dalla Corte costituzionale in sentenze su salute, autodeterminazione, procreazione (e si potrebbe aggiungere quella sulle unioni omosessuali, per mettere ancor più in evidenza quanto la logica costituzionale sia lontana dalla linea dell´attuale maggioranza). Nel dicembre 2008 la Corte ha ribadito che le decisioni sulla vita sono affidate al consenso informato dell´interessato e che vi sono «due diritti fondamentali della persona: quello all´autodeterminazione e quello alla salute». Pochi mesi dopo, nel maggio 2009, dichiarando incostituzionali proprio alcune norme della legge sulla procreazione assistita, la Corte ha sottolineato che «in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere l´autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali». Il quadro costituzionale è così definito senza possibilità di equivoci. Il potere di decidere sulla vita appartiene alla persona, titolare del diritto fondamentale all´autodeterminazione. Al suo consenso è subordinato l´intervento del medico, il quale tuttavia non può essere espropriato delle sue competenze professionali. No, dunque, al legislatore-medico e al legislatore-scienziato (che, ad esempio, stabilisce se idratazione e alimentazione forzata siano o no trattamenti medici).
I contenuti dell´agenda etica rovesciano questa linea, si allontanano dalla retta via costituzionale. La sostanziale cancellazione della volontà della persona nel disegno di legge sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, dunque sulle decisioni di fine vita e sulla dignità del morire, è in contrasto palese con il diritto fondamentale all´autodeterminazione e vuol far divenire le persone prigioniere di un´etica di Stato invece d´essere titolari dei diritti riconosciuti dalla Costituzione.
Poiché, tuttavia, il tema del governo della vita rimane cruciale nel tempo della tecnoscienza, è indispensabile una riflessione più generale sul ruolo del diritto e i limiti dell´intervento dello stesso Parlamento. Ancora una volta è la Costituzione a indicarci nitidamente il cammino, con le parole che chiudono l´art. 32 sul diritto alla salute: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». È una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, una sorta di nuovo habeas corpus, con il quale il moderno sovrano, l´Assemblea costituente, promette ai cittadini che non “metterà la mano” su di loro, sulla loro vita. Quando si giunge al nucleo duro dell´esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all´indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell´interessato. Una riflessione indispensabile in un tempo segnato dalla presenza pervasiva del diritto, sulla quale ha richiamato recentemente l´attenzione anche il cardinale Angelo Scola.
Mentre discutiamo di questioni generali, però, troviamo il tempo per gettare uno sguardo su una piccola e devastante agenda etica che si vuole imporre nella Regione Lazio, che vuol riscrivere le norme sui consultori familiari, modificare sostanzialmente la legge sull´aborto, costringere le donne a fare i conti con le associazioni private antiabortiste. Né la Costituzione, né il rispetto della persona consentono prepotenze come questa.

da www.repubblica.it

"La sicurezza sul lavoro è uno spot «vergogna»", di Federica Fantozzi

«Quella notte c’erano ragazzi con davanti molti anni di vita e con l’unico peccato di dover lavorare per vivere. E si volevano bene. A se stessi e ai loro familiari. C’era Antonio (Schiavone, ndr) di 35 anni con un figlio di 2 mesi, a cui voleva così bene da voler solo tornare a casa per prenderlo in braccio». Antonio Boccuzzi, operaio sopravvissuto al rogo dell’acciaieria torinese Thyssenkrupp in cui morirono 7 colleghi, che Veltroni ha voluto in Parlamento con il Pd, è tra i firmatari dell’appello contro lo spot governativo anti-incidenti sul lavoro: «È vergognoso. Una sconfitta per il lavoratore, offensivo per i familiari, una presa in giro per precari e manovali in nero».

Nel video, pochi frame. Scritta iniziale: «Quando lavori pensa a chi ti ama e attende il tuo ritorno». Immagini: un agricoltore extracomunitario solleva il figlio, un capo cantiere torna a casa dalla famiglia, una giovane operaia abbraccia il fidanzato. Scritta finale: «Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene».
Appello «ipocrita», lo boccia Carlo Lucarelli, che alle morti bianche ha dedicato una puntata della prossima serie di Blu Notte, «il governo da un lato non mette il lavoratore in grado di pretendere nulla e dall’altro lo colpevolizza». Messaggio «ambiguo» anche per Mimmo Calopresti, che alla tragedia Thyssen ha dedicato il docufilm La fabbrica dei tedeschi: «È un problema complesso e vasto, di democrazia. Dipende da quanto potere ha un operaio sul lavoro, quanto può organizzarsi sindacalmente, essere protagonista. Sembra che sia sempre colpa del lavoratore. alla Thyssen non è stato così. La responsabilità principale è di chi ti mette in certe condizioni».

Partita ad agosto (e prevista fino a maggio 2011) la pubblicità progresso radiotelevisiva del ministero del Lavoro e Politiche Sociali è già molto contestata. Ha raccolto circa 400 firme un appello al ministro Sacconi per il ritiro dello spot. Medici del lavoro, operai, sindacalisti, impiegati, studenti, ricercatori, precari, pensionati, volontari civili. Tra i nomi Corrado Guzzanti, Nicola Tranfaglia, il giornalista del Tg3 Santo Della Volpe, il ferroviere Dante De Angelis, Federico Orlando, Beppe Giulietti. Una campagna «vergognosa», si legge nel testo promosso dagli operatori del settore Andrea Bagaglio, Leopoldo Pileggi, Marco Bazzoni e Daniela Cortese. Slogan «inutili, costati 9 milioni e dannosi per l’immagine di chi rischia la vita ogni giorno, non perché ami gli sport estremi. Spot che colpevolizzano sottilmente il lavoratore nascondendo che… ha poche possibilità di ribellarsi a condizioni sempre più precarie» e che «sottovalutano i rapporti di forza e non dicono nulla su chi deve garantire la sicurezza, ovvero il datore di lavoro». E la nota ministeriale esplicativa della campagna chiarisce che «dalle statistiche emerge che la maggior parte degli incidenti sul lavoro possono definirsi di natura “comportamentale”» il che però non porta «certo a imputare la responsabilità del fenomeno al lavoratore». Freddina anche la formulazione del traguardo: ridurre gli infortuni del 25% «non solo in relazione ai costi che il fenomeno produce… ma principalmente per l’attenzione dedicata alla dimensione sociale e umana del problema».

Boccuzzi è preoccupato: «È molto pericoloso che si stia mettendo al centro il lavoro e non il lavoratore. Questo spot non sottintende: dice che ci si infortuna perché non ci si attrezza, non si mette al centro della missione lavoro la propria incolumità. Un precario ha una bomba a orologeria in tasca, non può pretendere alcunché da un datore di lavoro non virtuoso». Altrettanto grave è «la frantumazione del sistema di norme voluto dal governo Prodi, con la riduzione drastica delle sanzioni per i datori di lavoro e l’aumento di quelle a carico dei lavoratori». Invece: «Servono controlli che facciano rispettare le norme. Alla Thyssen gli operai hanno fatto attenzione: è dimostrato che le colpe sono altre».

D’accordo lo scrittore Lucarelli: «Per pretendere sicurezza devi essere in grado di farlo: se hai bisogno di lavorare un sacco per arrivare a fine mese… ». Poi: «Una cosa è l’italiano, magari specializzato, altra il marocchino magari clandestino. Che fa, si mette a chiedere il casco? E chi controlla?». Lapidario Beppe Giulietti, firmatario con Articolo 21, che ricorda come molte misure degli ex ministri Turco e Damiano siano state congelate dall’esecutivo in carica: «Spot melenso fatto per salvarsi l’anima mentre bisogna fare leggi per salvare vite».

da www.unita.it

Scuola SpA. Franceschini: scelta assurda, Governo smentisca

Dichiarazione on. Dario Franceschini, presidente deputati Pd

“La notizia di costituire una Spa cui affidare la proprietà degli edifici scolastici e la competenza per la loro costruzione, manutenzione e messa in sicurezza è talmente assurda e inqualificabile che non posso nemmeno credere che sia vera e il governo farebbe bene a smentire subito questa intenzione.
Quella della società è una proposta molto pericolosa che ricorda tanto il tentativo di costituire una Protezione civile Spa per sottrarla da tutte le regole e garanzie.
Sarebbe una scelta grave, è l’opposto di una concezione federalista dello Stato. A soli tre messi dall’approvazione del federalismo demaniale il governo propone una pericolosa inversione a U e ipotizza di sottrarre ai comuni e alle province le proprietà degli edifici scolastici. Peraltro in modo centralista e verticistico e senza nessun coinvolgimento di questi soggetti. La strada per risolvere il problema dello stato fatiscente di molti edifici scolastici è di escludere dal patto di stabilità di comuni e province le spese per gli investimenti sull’edilizia scolastica.”

******

dal Sole 24 Ore di domenica 10 ottobre 2010: «Una SPA per gestire le scuole», di Giorgio Santilli

Il governo studia «Scuole spa», l’ipotesi di una società per azioni cui conferire la proprietà degli edifici scolastici e la competenza per la loro manutenzione e messa in sicurezza, oggi in carico agli enti locali.
Il progetto è allo studio dei ministeri dell’Economia, dell’Istruzione e delle Infrastrutture, che ci stanno lavorando in questi giorni per produrre un piano operativo e forse un provvedimento legislativo entro il mese di ottobre. La formula allo studio viene considerata dal Mef «inedita», l’innovazione punterebbe a un miglior utilizzo dei «flussi di spesa» per reperire nuove risorse, ma i dettagli sono ancora in via di definizione.
L’ipotesi allo studio prenderebbe in considerazione anche la partecipazione al progetto degli enti previdenziali che potrebbero entrare nel capitale della società per azioni. Il rendimento sarebbe garantito dall’incasso di canoni di locazione pagati dagli enti locali, oggi proprietari degli immobili interessati al progetto. La formula, vicina a un project financing freddo, potrebbe essere aperta ad altri soggetti pubblici e privati. Come nel caso del social housing l’operazione potrebbe coinvolgere le fondazioni bancarie mentre al momento è esclusa la partecipazione della Cassa depositi e prestiti. Al ministero della Pubblica istruzione fanno notare che il consenso degli enti locali è uno degli aspetti delicati dell’operazione.
Alla nuova società potrebbero andare una parte dei finanziamenti destinati dal Cipe all’edilizia scolastica per la messa in sicurezza degli edifici esistenti. Si tratta di un miliardo di euro di cui già sono stati assegnati 226 milioni per l’Abruzzo e 358 della prima tranche del piano nazionale. Restano da assegnare ancora 416 milioni per cui il ministero delle Infratsrutture stava già preparando un’istruttoria da portare al Cipe, garantendo la quota di riserva per il Mezzogiorno, data dall’utilizzo dei fondi Fas. A questi fondi si potrebbero aggiungere altre risorse pubbliche bloccate per le procedure eccessivamente farraginose.
A far capire che un’accelerazione sull’edilizia scolastica fosse in corso era stato nei giorni scorso lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che aveva annunciato la messa a punto di interventi per potenziare e migliorare la manutenzione scolastica soprattutto nel Mezzogiorno.

Da tempo, d’altra parte, il tema dell’intervento nelle scuole è oggetto di un confronto fra il governo e i costruttori dell’Ance che aveva avanzato, attraverso la propria struttura Ispredil, proposte di partecipazione dei privati, basata proprio sul modello del canone pagato dagli enti locali per ciascun alunno.
I dati sono rilevanti. I punti di erogazione del servizio per l’istruzione gestiti da comuni e province sono 42mila per un totale di 62 milioni di metri quadrati di superficie, di cui circa il 40% esposta ad elevato rischio sismico e il 7% ad elevato rischio idrogeologico.
Gli studenti, fruitori dei servizi, sono 7,8 milioni. Il ministero dell’Istruzione ha rilevato che 14.700 edifici a livello nazionale presentano urgente necessità di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza. Per 10mila di essi è stata ipotizzata, dai tecnici che hanno svolto la rilevazione per l’anagrafe ministeriale degli edifici, la demolizione. Per gli interventi più urgenti sarebbero necessari subito, secondo stime della Protezione civile, 13 miliardi di euro.
Non è escluso che alla Scuole spa potrebbe essere assegnato anche lo svolgimento di servizi di mensa o di assistenza agli studenti o anche di aggiornamento prfessionale dei docenti. L’importo bandito per lavori nelle scuole è stato, negli ultimi cinque anni, in media di 1,8 miliardi di euro l’anno, mentre la spesa per consumi energetici si attesta sugli 1,5 miliardi di euro l’anno.

da www.ilsole24ore.com

******