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«Il sistema di appalti segreti degli alti funzionari pubblici», di Sergio Rizzo

Concessa ai dirigenti dello Stato la possibilità di procedure riservate. La norma «nascosta» nella manovra. I dubbi dell’Authority

ROMA – Con una fantasia degna di Charles Perrault, l’autore della celebre fiaba di Pollicino, nella manovra economica di questa estate è comparso un bel grimaldello per aggirare le gare pubbliche. Il sistema è semplice: d’ora in poi i dirigenti «generali» dello Stato, per intenderci quelli più alti in grado come i capi dipartimento, potranno dichiarare «segreti» gli appalti e le forniture di beni e servizi per la pubblica amministrazione. Gli basterà fornire un motivo plausibile.

ABITUDINE – Il ricorso alla «segretazione» delle opere e dei contratti pubblici è diventata un’abitudine sempre più frequente. Ci sono ragioni di sicurezza, certamente, che riguardano per esempio gli apparati di polizia, gli 007, alcuni settori militari. Spesso, però, la scusa serve a imboccare scorciatoie immotivate. Qualcuno sa spiegare perché i lavori di ristrutturazione di un palazzetto del Senato che dovrebbe ospitare uffici degli onorevoli, come quello di largo Toniolo, a Roma, debbano essere eseguiti con procedure «segretate»? O perché i cittadini italiani non possano conoscere i particolari del contratto per i vaccini contro l’influenza A che ci sono inutilmente costati oltre 180 milioni di euro, contratto dichiarato «segreto», come ha stigmatizzato la Corte dei conti? La verità è che questa corsia preferenziale consente di evitare le gare ordinarie e aggirare vincoli ambientali e paesaggistici.

CONTROLLI – Per non parlare dei controlli: le opere «segretate» non sono sottoposte alla vigilanza dell’authority. Non è un caso che quando quella norma era in discussione in Parlamento, l’autorità per i contratti pubblici allora presieduta da Luigi Giampaolino non mancò di manifestare la propria preoccupazione. E non perché l’idea di trasferire dalla politica all’amministrazione la responsabilità di stabilire se un certo appalto necessita della segretezza sia campata per aria. Anche se poi, com’è intuibile, iniziative del genere difficilmente verrebbero assunte senza l’avallo politico. Il fatto è che, senza uno strumento che consenta di tenere sotto controllo questa delicatissima materia, questo potrebbe amplificare a dismisura un fenomeno che ha già suscitato, per le sue degenerazioni, l’attenzione dell’Unione europea, dove si sta preparando qualche contromisura. Che però non potrà purtroppo risolvere un altro grosso problema: quello della trasparenza di leggi come questa. E qui entrano in gioco Pollicino e le sue molliche di pane.

NORMA – La norma che consente ai dirigenti generali dello Stato di «segretare» i contratti pubblici è il comma 10 dell’articolo 8 del decreto legge 78/2010 convertito nella legge 122 del 30 luglio scorso. Dice così: «Al fine di rafforzare la separazione fra funzione di indirizzo politico-amministrativo e gestione amministrativa, all’articolo 16, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, dopo la lettera d), è inserita la seguente: d bis) – adottano i provvedimenti previsti dall’articolo 17, comma 2, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163, e successive modificazioni». Impossibile capirci qualcosa, senza seguire le molliche. Prima mollica: il decreto legislativo 165 del 2001 è quello che stabilisce i poteri dei «dirigenti di uffici dirigenziali generali». Seconda mollica: il decreto legislativo 163 del 2006 altro non è che il codice degli appalti nel quale si disciplina la «segretazione» delle opere e dei contratti. Chiaro, no? Tanto valeva «segretare» pure la legge…

CHIAREZZA – Andrebbe ricordato che nel giugno del 2009, più di un anno prima che sulla Gazzetta ufficiale venisse pubblicato questo incomprensibile obbrobrio, il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, apprestandosi a incendiare pubblicamente una pira di migliaia di leggi «inutili», aveva fatto approvare una norma intitolata: «Chiarezza dei testi normativi». Così tassativa da non lasciare margini di manovra ai mandarini della burocrazia nostrana. Lì dentro è detto che quando si cambia o si sostituisce una legge è obbligatorio indicare «espressamente» ciò che viene cambiato o sostituito. È previsto pure che quando un provvedimento contiene un «rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative» (esattamente come nel caso che qui si sta raccontando) si debba anche indicare «in forma integrale, o in forma sintetica e di chiara comprensione» il testo oppure «la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento». Si stabilisce, infine, che le disposizioni sulla chiarezza dei provvedimenti «non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito». Pensate se non avessimo una norma del genere… Come l’avrebbero scritto quel comma contenuto nella manovra economica? In etrusco, meroitico o rongo-rongo?

da www.corriere.it

Una vera riforma dell’Università: gli errori del governo, le proposte del PD

L’università italiana ha bisogno di norme e risorse che la rendano più moderna e capace di favorire una crescita sociale e dell’economia fondate sulla conoscenza, sull’innovazione e la mobilità sociale degli studenti.
Un sistema universitario di qualità, con docenti motivati e selezionati in base al merito; con Atenei autonomi, responsabili, valutati in base ai loro risultati.
Il DDL Gelmini non corrisponde a nessuno di questi obiettivi: questa è la ragione della nostra opposizione. Non stiamo affrontando il confronto parlamentare con la logica del “tanto peggio tanto meglio”, ma con le nostre proposte, che hanno un obiettivo chiaro: consentire all’università italiana di fare un deciso passo in avanti, mentre il progetto del governo vorrebbe certificare definitivamente il suo impoverimento e il suo arretramento, riportandola indietro di decenni ad una gestione centralistica della burocrazia ministeriale, del tutto inefficace e fuori dalla storia.

In questi mesi il tema della riforma dell’università è passato sottotraccia nel dibattito pubblico, con la colpevole complicità di molti: crediamo che la parte più coraggiosa del mondo accademico, a partire dai ricercatori strutturati e precari, abbia avuto il grande merito di porre un problema che non riguarda il destino di una specifica categoria, ma la qualità della nostra università. Ora spetta al Parlamento non perdere questa opportunità e cambiare radicalmente il provvedimento.

Le nostre proposte

1. Un sistema universitario più efficiente
Gli Atenei devono essere autonomi e responsabili delle loro scelte, attraverso la valutazione. Il sistema universitario deve essere governato da regole chiare per l’attribuzione delle risorse e per la coesione territoriale.
Il DDL Gelmini fa il contrario: centralismo ministeriale in tutte le scelte degli Atenei, arbitrio del governo nell’attribuzione delle risorse e nella concessione di deroghe alle regole.
Il PD propone:
· Almeno il 50% delle risorse agli Atenei assegnato con la valutazione di ricerca e didattica, in base alle scelte degli studenti e alle conoscenze acquisite nel corso degli studi
· Fondi pubblici per la ricerca assegnati in modo trasparente e meritocratico attraverso il criterio della valutazione tra pari (grazie a una proposta del PD già approvata)
· Semplificazione delle norme e libertà di organizzazione per gli atenei
· Criteri trasparenti e programmazione per gli accordi di programma tra Ministero e Atenei

2. Ricercatori e docenti
L’università italiana ha bisogno di più ricercatori, e di consentire a molti più giovani di laurearsi. Selezionare docenti di qualità è fondamentale per la ricerca e per la trasmissione del sapere: per questo è necessario che i percorsi di accesso siano fondati su regole chiare, e che la carriera sia fondata sul merito.
Il DDL Gelmini fa il contrario: diminuisce il numero dei docenti di ruolo, aumenta il precariato, affidando l’ingresso nella carriera accademica a un percorso lunghissimo e incerto. Così i più bravi non resteranno nell’università, con una perdita di un enorme capitale umano.
Il PD propone:
· Per il pre-ruolo: NO al precariato, SI’ al Contratto Unico Formativo di Ricerca per tutti i rapporti di lavoro, che sostituisce tutte le figure non di ruolo della ricerca (borsisti, assegnisti, post-doc, co.co.co., etc.), con durata massima complessiva di 4 anni, compenso e tutele sociali e previdenziali certe
· Per i ricercatori a tempo determinato in percorso di ruolo (tenure track), tre anni rinnovabili una sola volta, con accantonamento del budget per la chiamata fin dalla stipula del primo contratto triennale
· Ruolo unico dei docenti universitari articolato in due livelli (tre nel periodo transitorio di sei anni), con eguali diritti e doveri accademici, ad eccezione della possibilità di elezione a rettore, riservata ai professori del primo livello
· Forte ricambio generazionale nelle università: età di pensionamento negli standard europei (65 anni, con permanenza in ruolo fino ai 40 anni di anzianità contributiva); per gli over-65 comunque possibilità di svolgere attività didattica e di ricerca; tutte le risorse dovranno essere impiegate integralmente per l’assunzione di nuovi docenti
· Piano straordinario di investimenti per consentire l’attivazione di oltre 15.000 posizioni di professore (nei prossimi 6 anni), accesso con procedure di selezione fondate sul merito, con quote riservate per gli attuali ricercatori e spazi per i non strutturati.
· Eliminazione dei vincoli del 50% al turn-over, con spazi per nuovi ricercatori a tempo determinato e professori.

3. Le risorse per l’università e gli studenti
L’Italia è al fanalino di coda tra i paesi europei per investimenti in università, per i quali spende poco più della metà della media (0,9% del PIL prima dei tagli del 2008, contro una media OCSE dell’1,5%). I principali paesi europei, dalla Francia alla Germania, per uscire dalla crisi hanno programmato nuovi investimenti per miliardi di euro.
IL DDL Gelmini fa il contrario: rende definitivi i tagli del 2008, che sottraggono all’università il 20% delle sue risorse. La conseguenza è inevitabile: un sistema universitario più asfittico e l’abbandono degli investimenti in ricerca da parte del nostro Paese.
Il PD propone:
· Ripristino, nella legge di riforma dell’università, delle risorse tagliate dal 2008 ad oggi e investimenti per raggiungere, entro il 2020, la media europea
· Finanziamento del Fondo per il merito degli studenti, che il DDL Gelmini lascia incredibilmente privo di risorse, con 10.000 Borse nazionali di merito all’anno da 10.000 euro ciascuna per il sostegno agli studenti meno abbienti e meritevoli

da www.partitodemocratico.it

Bersani: «Breve governo Poi voto a primavera», di Andrea Carugati

«Berlusconi è un osso duro, quando abbiamo detto che era una macchietta lo abbiamo sottovalutato». Pierluigi Bersani sceglie il salotto di Fabio Fazio su Raitre per una “confessione” inedita sul rapporto tra il suo partito e il Cavaliere. E tuttavia, accanto a questa autocritica, infila un moto d’orgoglio: «Io sono per guardare tutti i nostri limiti e correggerli, ma non sono per l’autolesionismo. La destra in tutta Europa vince perché è riuscita a gestire meglio i temi della globalizzazione. Ma noi non siamo stati delle meteore inutili, se siamo nell’Unione europea è per noi…». Bersani parla anche del futuro, a partire da una previsione sul voto: «C’è una buona probabilità che si vada votare in primavera, il deterioramento di questa maggioranza è evidente», spiega. «Andranno avanti a pajata e polenta, finché uno di loro non staccherà la spina…». Per questo il leader Pd continua a ragionare su «un breve governo di transizione, che faccia una nuova legge elettorale». «Tutti dimenticano che due anni fa fu proprio Berlusconi a dire in Parlamento che bisognava cambiare la legge elettorale. Se la maggioranza dei parlamentari vuole attuare la riforma, allora si può fare. Ancora non è in vigore la costituzione di Arcore…».

PROPOSTA ALL’UDC
Su come andare al voto, Bersani ha ribadito la sua ricetta dei “due cerchi”: un «nuovo Ulivo» con Vendola e Di Pietro, e una proposta di alleanza anche all’Udc. Sulla base di accordi chiari, «perché stavolta dobbiamo fare una cosa come si deve, altrimenti meglio che ci riposiamo…». Bersani difende il metodo delle primarie per scegliere il candidato premier, «sono una cosa bellissima». Massima disponibilità dunque al dialogo ma il segretario avverte: «Il Pd non è salmeria di nessuno, discute con tutti ma non ci sta a tutti i prezzi. Noi stiamo costruendo un progetto, ne discutiamo con tutti ma abbiamo bisogno di rispetto». «Se restiamo a pettinare le bambole, veniamo meno a un compito storico», avverte Bersani, ribadendo i rischi del secondo tempo del berlusconismo che rischia «lesionare i pilastri fondativi della Costituzione più bella del mondo». «Le regole vengono prima del consenso, non si può dire che siccome ho il consenso io forzo le regole. Chi direbbe in una democrazia “ghe pensi mi”? Berlusconi favorisce una deriva populista e plebiscitaria che rischia di portare l’Italia fuori dalle democrazie occidentali». «Il Cavaliere è arrivato in una fase di discredito della politica e il suo istinto porta verso una fase di grande discredito della politica. Oggi c’è un distacco tra società e politica paragonabile al ‘94. Bisogna sfondare il numero di gomma che si è creato…». Di qui la risposta alla “dolorosa” domanda: «Perché la crisi di Berlusconi non porta voti al Pd?». «Quando piove piove per tutti», dice Bersani.

E il “papa straniero” che dovrebbe salvare il centrosinistra? «Speriamo che non si liberi Obama – risponde sorridendo – lo spero per Stati Uniti…». Fazio cita Montezemolo, Draghi, Profumo, «nessuno di questi ha fatto il volontario alle feste del Pd…». «Per adesso divertiamoci leggendo i giornali. Poi quando sarà il momento vedremo», la risposta.

CHIARIMENTO SULL’AFGHANISTAN
Si parla anche del dramma afghano. «L’Italia chiarisca il proprio ruolo», spiega Bersani uscendo dagli studi Rai. Nessun commento sulle bombe proposte da La Russa. «Servirebbe un chiarimento sul futuro della missione italiana. Perché siamo andati li? Cosa succede? Quali sono le prospettive?». Una tappa fondamentale per mettere a fuoco la questione «è quella che coincide con l’inizio del ritiro delle truppe, a metà del prossimo anno». «I talebani non possono vincere questa partita, né l’Italia può venire meno ai patti e alle alleanze. Mi piacerebbe che l’Italia giocasse un ruolo decisivo per ottenere chiarezza su quello che sta succedendo, che facesse sentire la sua voce».

L’Unità 11.10.10

"Riforma Fiscale: è ora di discuterne", di Maria Cecilia Guerra

Il tema della riforma fiscale è stato più volte riproposto nel corso della legislatura. Da ultimo il presidente del Consiglio ha fatto del fisco uno dei cinque punti su cui richiedere la fiducia alle Camere. Il ministro dell’Economia ha in più occasioni affermato che su questo tema è auspicabile un ampio confronto. Un contributo alla discussione può venire da un documento di analisi e discussione elaborato da un gruppo di esperti che ha lavorato in questi mesi presso la sede del Nens.

Nel suo intervento alla Camera del 29 settembre il presidente del Consiglio ha parlato della riforma fiscale come “chiave strategica per la crescita del Paese” . Ancora una volta l’architrave della sua proposta è stata la reiterata promessa di ridurre la pressione fiscale , “tenendo conto delle esigenze e delle compatibilità di bilancio pubblico, sulla base della lotta all’evasione fiscale e del dividendo della crescita”.

IL FISCO NEI “CINQUE PUNTI”
L’obiettivo non è però compatibile con i numeri forniti nella Decisione di finanza pubblica (Dfp), deliberata, sempre il 29 settembre, dal Consiglio dei ministri, che pure incorpora gli effetti della manovra per il triennio 2011-2013 (l’intero orizzonte della legislatura) varata a fine maggio, con il decreto legge 78. La Dfp prevede che la pressione tributaria (e cioè il rapporto fra tutte le imposte e il Pil), aumenterà di 0,3 punti percentuali , nonostante il venir meno di 0,8 punti di gettito da interventi straordinari (primo fra tutti lo scudo fiscale). Ciò sembrerebbe implicare che, secondo la Dfp, il prospettato recupero dell’evasione (e/o l’auspicato dividendo della crescita) si tradurrà in aumento delle imposte.

Molto generici sono stati invece i riferimenti alle misure in cui si concretizzerebbe la riduzione graduale del prelievo su famiglie e imprese. Per quanto riguarda le prime, si evoca ancora una volta l’introduzione del “ quoziente familiare ”. Si tratta ormai di un oggetto misterioso, con il quale si indicano generiche politiche di sostegno alla famiglia attuate attraverso lo strumento fiscale, ma del quale manca ancora una formulazione articolata e condivisa. Alle imprese di fatto non si promette nulla in più rispetto ai provvedimenti già approvati. Ricorda in particolare il presidente del Consiglio che grazie a una misura introdotta nel decreto 78, “in determinati casi, le nuove iniziative imprenditoriali si vedranno addirittura ridotta l’Irap a zero: è un’ipotesi importante di fiscalità di vantaggio”. Ma non andrebbe sottaciuto che l’onere di questa misura è posta interamente a carico delle Regioni. Come potranno mai finanziarla?

LE PROPOSTE DEL NENS
Gli argomenti affrontati dal presidente del Consiglio sono in parte gli stessi richiamati in un documento di analisi e discussione, di cui si propone di seguito una illustrazione sintetica e parziale, elaborato da un gruppo di esperti che ha lavorato in questi mesi, presso la sede del Nens, allo scopo di stimolare l’atteso e reiteratamente promesso confronto sulla riforma fiscale. (1)
Nel documento, si parte dalla consapevolezza che la tenaglia entro cui si muove la finanza pubblica italiana è molto stretta. (2) La possibilità di ridurre il prelievo fiscale è realisticamente legata “solo” al recupero dell’ evasione , che apre tuttavia margini di rilievo: nel complesso circa 120 miliardi di gettito, pari a 8 punti di Pil. Il recupero richiede non solo misure adeguate, ma anche quella continuità di indirizzo tecnico e politico che è venuta meno sia nel 2001 che nel 2008 e ha visto solo nel 2009-2010 i primi segni di inversione di tendenza. Il contrasto all’evasione richiede che non siano tracciabili solo i redditi di lavoro dipendente e pensione e i redditi finanziari prodotti in Italia, ma che lo siano anche gli altri redditi. Significativi passi avanti possono essere compiuti attraverso un ricorso sistematico a un insieme ampio di banche dati oggi disponibili e integrabili grazie alla nuove tecnologie informatiche e telematiche.
Di pari passo, le maggiori conoscenze acquisite dall’amministrazione devono essere utilizzate anche per mettere a punto strumenti di ausilio ai contribuenti : sotto forma sia di sgravi da una serie di adempimenti costosi, sia di riduzione dell’esposizione a misure di accertamento che oggi giudicano, in parte, arbitrarie.
Una riforma fiscale che persegua obiettivi di maggiore equità e maggiore efficienza può avvenire anche attraverso una redistribuzione del prelievo, non solo attraverso una sua riduzione. È in questo contesto che si inquadrano le misure proposte per famiglie e imprese.

1) Quanto alle famiglie, va rilevato che, negli ultimi trenta anni, il peso delle ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente (e pensione) sul totale dell’Irpef è aumentato dal 40 al 52 per cento; mentre la quota di tali redditi sul valore aggiunto totale si riduceva dal 66 al 53 per cento. Redistribuire vuol dire allora: accelerare il recupero dell’evasione (prevalente tra i redditi non di lavoro dipendente); spostare parte dell’onere della tassazione sui redditi finanziari e sui grandi patrimoni , correggendo al tempo stesso la struttura dell’Irpef, che è diventata sempre più gravosa per i redditi medi. (3)
Le detrazioni Irpef per carichi familiari dovrebbero essere integrate con gli assegni familiari, garantendo, diversamente da quanto avviene con il quoziente familiare, un sostegno anche alle famiglie con figli che sono tanto povere da non dovere pagare imposte e che quindi non possono trarre alcun beneficio da qualsivoglia sgravio fiscale. La misura avrebbe anche il pregio di evitare la discriminazione ai danni dell’offerta di lavoro femminile tipica di tutti i sistemi in cui la tassazione è sul cumulo dei redditi familiari, come è appunto il sistema del quoziente familiare.
2) Gli obiettivi prioritari che vengono suggeriti per la riforma del prelievo sui redditi di impresa e di lavoro autonomo sono i seguenti: riduzione dell’evasione e dell’elusione e emersione dal sommerso; neutralità del prelievo nei confronti di redditi che hanno uguale natura, ma che sono conseguiti, ad esempio, con modalità organizzative diverse; neutralità nei confronti delle decisioni imprenditoriali, che riguardino la scelta fra impiego del lavoro e del capitale, le scelte di investimento e così via; in particolare, deve essere favorito (rispetto alla situazione attuale) il ricorso ai mezzi propri e la capitalizzazione delle imprese, rispetto al finanziamento con debito; deve essere sollecitata la cooperazione internazionale, ma occorre non dimenticare l’esposizione al rischio di concorrenza fiscale.
Per realizzare questi obiettivi si suggerisce un’ unica imposta per tutte le attività di impresa e professionali, trasformando l’Ires e l’Irpef da esse dovuta in un’Iri: imposta sul reddito imprenditoriale, articolata su due regimi.
Per le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi, verrebbe operata una netta distinzione fra il reddito reinvestito nell’impresa (o studio professionale), che sarebbe sgravato in modo sostanziale, e il reddito che l’imprenditore (professionista) “estrae” dall’azienda (studio) per soddisfare i bisogni suoi e della sua famiglia, che sarebbe tassato come il reddito di tutti gli altri lavoratori.
Per le società di capitali, verrebbe detassato il costo del capitale proprio, al pari degli interessi sul debito, consentendo la deducibilità della remunerazione ordinaria degli incrementi di questo capitale. Verrebbe al tempo stesso ripristinata la piena deducibilità, dall’Ires, degli interessi passivi. Gli utili distribuiti e le plusvalenze sarebbero tassati in capo al socio con l’aliquota, resa uniforme, riservata ai redditi di capitale e alle plusvalenze.
Si tratta di proposte da discutere e approfondire, che intendono sollecitare un serio dibattito di merito.

(1) “Prospettive di riforma fiscale in Italia”, disponibile sul sito www.nens.it
(2) Se si volesse far scendere almeno all’80 per cento nel 2025 il rapporto tra debito pubblico e Pil, occorrerebbe aumentare al 4 per cento del Pil l’avanzo primario (più tasse o meno spese per welfare e servizi) entro il 2015. E poi mantenerlo costante a quel livello fino al 2025.
(3) Il documento spiega che “Risultati significativi si possono ottenere: riducendo la prima aliquota dal 23 al 20 per cento; riducendo l’aliquota del 38 al 36 per cento; rendendo piatte (anziché decrescenti) le detrazioni per fonte del reddito (lavoro dipendente, lavoro autonomo, pensioni); eliminando la gran parte delle agevolazioni esistenti, che complicano inutilmente l’imposta senza vantaggi apprezzabili per i contribuenti”.

da www.lavoce.info

"Al vaglio del governo una S.p.A. per migliorare la gestione delle scuole", di A.G.

La soluzione ai problemi di gestione della scuola italiana? Potrebbe risiedere in una ‘Società per azioni’, finalizzata specificatamente a migliorare l’assistenza strutturale e l’organizzazione generale dei circa 42.000 edifici scolastici italiani e delle oltre 10.000 dirigenze. A sostenerlo, domenica 10 ottobre, è un servizio di un quotidiano economico nazionale, che avrebbe a sua volta pubblicato delle indiscrezioni su un innovativo studio del Governo. Secondo quanto riportato, la S.p.A. non si limiterà alla gestione delle infrastrutture (di competenza per legge dei Comuni, per quanto riguarda gli istituti che ospitano corsi dalla scuola d’infanzia fino alle medie, e delle province per tutte le scuole superiori), ma si occuperà anche di servizi aggiuntivi come il sostegno agli studenti e la qualificazione del personale.Alla ‘Società per azioni’ sarebbe quindi conferita la proprietà degli immobili ed il rendimento sarebbe garantito dal canone di locazione, sostenuto da Comuni e Province. Teoricamente anche gli enti previdenziali potrebbero entrare nel capitale della Spa, cui potrebbe essere assegnata una parte dei finanziamenti destinati dal Cipe all’edilizia scolastica per la messa in sicurezza degli edifici esistenti. Sempre secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano, i tempi di attuazione del progetto sarebbero tutt’altro che lunghi: il piano, infatti, dovrebbe essere già pronto per la fine di ottobre. A seguito della complessità dell’iniziativa, che coinvolge più ambiti ed organismi, è previsto il coinvolgimento attivo di tre ministeri: Economia, Istruzione e Infrastrutture. L’attuazione del piano è però vincolata solo al primo: ancora una volta le sorti della scuola si incrociano con le decisioni del ministro Tremonti

Tecnica della Scuola 11.10.10

La giustizia "sotto il trono", di Carlo Federico Grosso

Il tema giustizia è al centro dell’attenzione riformatrice del capo del governo. Le riforme pensate riguardano peraltro, in larga misura, temi che poco hanno a che fare con l’obiettivo di efficienza che dovrebbe essere prioritario.
Mi riferisco non soltanto ai progetti che salvaguardano il premier dai suoi processi, come il lodo Alfano, ma soprattutto a quelli finalizzati a «riequilibrare», così si dice, i poteri dello Stato, assicurando una protezione generalizzata alla politica contro le iniziative giudiziarie: articolato sistema di immunità, indebolimento del Csm, rafforzamento dell’ingerenza dei partiti nella gestione della magistratura, limitazioni dell’indipendenza di pubblici ministeri e giudici. In questa prospettiva, ancora in questi giorni, si è parlato di sdoppiamento del Csm, d’incremento della componente di nomina politica dei suoi membri, di separazione delle carriere, di ribaltamento dei poteri fra procure e polizia giudiziaria nella conduzione delle indagini.

Io sono in larga misura critico di fronte a questo «nuovo». E sono critico, soprattutto, nei confronti delle ventilate riforme costituzionali «di struttura», che finirebbero per assicurare molta impunità alla politica, ma sicuramente poca giustizia rapida ed eguale nell’interesse dei cittadini. Mi si obietta tuttavia da qualche lettore: bene, ma non basta criticare. Quali sono invece, concretamente, le proposte alternative finalizzate all’efficienza? Senza pretese d’esaustività, mi sembra possibile tratteggiare un quadro di possibili riforme utili a una giustizia funzionante. Occorrerebbe, in primo luogo, affrontare la questione della riorganizzazione delle sedi giudiziarie, eliminando quelle inutili e procedendo ai necessari accorpamenti (sono anni che tale problema è sul tappeto; nulla è stato peraltro realizzato a causa delle resistenze locali).

Ancor prima, occorrerebbe risolvere il nodo delle sedi disagiate vacanti (vi sono, addirittura, procure della Repubblica ormai senza sostituti, e quindi di fatto impedite). A questo riguardo il governo ha varato una riforma che prevede il trasferimento coattivo dalle sedi limitrofe. Tale provvedimento è stato accusato da taluno d’incostituzionalità (violerebbe il principio d’inamovibilità dei magistrati); sembrerebbe, addirittura, che il Csm stia facendo resistenza alla sua applicazione. In ogni caso, la questione dovrebbe essere risolta in fretta: o con la rigorosa applicazione della nuova legge o con altri, possibili, strumenti.

C’è, in secondo luogo, un problema di riorganizzazione interna degli uffici giudiziari. Nel Paese esistono alcuni esempi d’interventi che hanno consentito l’ottimizzazione dei mezzi con risultati apprezzabili; il che dimostra che, riorganizzando in maniera razionale, è possibile ottenere. Perché non cercare d’estendere la riorganizzazione felicemente praticata all’intero sistema? D’importanza decisiva può diventare, a questo punto, l’informatizzazione del servizio giustizia, con la sostituzione degli accessi alle cancellerie con collegamenti via Internet e quella delle copie cartacee degli atti con la loro trasmissione per e-mail.

Sono prospettabili, inoltre, interventi legislativi mirati che potrebbero assicurare l’abbattimento dei rinvii o degli annullamenti «postumi» dei processi. Ne indico alcuni: semplificazione del regime delle notifiche; esaurimento delle questioni relative alla competenza nell’udienza preliminare, e possibilità di ricorso immediato in Cassazione; semplificazione delle nullità con onere, per i difensori, di eccepirle immediatamente; riduzione dei legittimi impedimenti (sovente strumentali) di imputati e avvocati; modificazione della disciplina della contumacia.

Si potrebbe, a questo punto, pensare a cambiamenti più articolati del sistema processuale. Ad esempio, imposizione ai pubblici ministeri di un termine perentorio per le proprie determinazioni una volta esauriti i tempi delle indagini; riordino della disciplina dell’udienza preliminare (oggi trasformata in una sorta di «quarto» grado di giudizio); rivisitazione del sistema delle impugnazioni (es. limitazioni all’uso contemporaneo dell’appello e del ricorso per Cassazione e dei casi di ricorribilità in Cassazione, divieto di ricorrere contro i patteggiamenti).

Si potrebbe, infine, prospettare una riforma organica dei codici e del processo. I tempi per la realizzazione di iniziative di ampio respiro di questo tipo potrebbero essere lunghi. È tuttavia peculiare che progetti organici di riforma, elaborati nell’ultimo decennio da alcune commissioni ministeriali (io stesso ho presieduto una di esse, di riforma del codice penale), siano stati lasciati cadere, sprecando così risorse e vanificando risultati positivi possibili. Requisito indispensabile sarebbe, infine, non tagliare, ma se possibile incrementare, e di molto, le risorse destinate alla giustizia.

A questo punto, di fronte a un’inerzia apparentemente incomprensibile (talune delle menzionate riforme, si badi, sarebbero realizzabili velocemente e a costo zero), viene peraltro un sospetto: che alla politica, al di là delle parole, una giustizia veramente funzionante interessi poco. Ciò che interessa in realtà a larghi settori dell’una come dell’altra sponda politica è, soprattutto, che la magistratura sia saldamente, e definitivamente, collocata «sotto il trono».

La Stampa 11-10.10

Napolitano: «Gli incidenti causati da inaccettabili superficialità e negligenze», di Jolanda Buffalini

«È doveroso rendere omaggio alla memoria dei caduti sul lavoro». Non è forse casuale la solennità delle parole usate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parole che di solito si usano per i caduti in guerra, nel messaggio all’Anmil nella giornata dedicata alla sicurezza sul lavoro. Parole non casuali perché i numeri sono quelli di una guerra: tre persone sono morte ogni giorno in Italia, feste e domeniche comprese, nel 2009, mentre stavano lavorando. Napolitano esprime anche solidarietà a «coloro che hanno sacrificato la salute e la propria integrità fisica, alle famiglie, alle comunità» di chi ha subito danni e lutti. E, nel messaggio del Capo dello Stato, si denunciano – nonostante i «progressi che hanno contribuito a contenere il fenomeno » – «inammissibili superficialità e gravi negligenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori». La tutela della sicurezza dei lavoratori, aggiunge Napolitano «è un valore primario non solo del singolo lavoratore ma di tutta la collettività». E chiede «una politica sistematica e continua di prevenzione e promozione della salute nei luoghi di lavoro, ispirata alla cultura della legalità». «Forte» deve essere la vigilanza sul rispetto delle norme e delle condizioni di lavoro». La denuncia del Capo dello Stato di «gravi negligenze» non è un fatto occasionale, nella giornata dedicata dall’Associazione mutilati e invalidi del lavoro, alla lotta agli infortuni. Napolitano ha fatto del tema della sicurezza sul lavoro uno dei cavalli di battaglia più importanti del suo settennato. E tanto più forte è la denuncia in quanto, se vi è stata una riduzione delle morti, tuttavia quello dato ieri è il bilancio di una strage e, sulla riduzione dei numeri, influisce anche il minor numero di ore lavorate a causa della crisi economica. Alle statistiche sugli infortuni va aggiunto un tragico bilancio sulle malattie professionali come causa di morte: 886 i casi riconosciuti nel 2009 di morti causate dalla mancata tutela dei lavoratori che hanno contratto malattie a causa dell’inalazione o del contatto con materiali pericolosi, amianto, polveri e polveri metalliche, solo per fare alcuni esempi. All’Anmil hanno scritto anche i presidenti di Camera e Senato. Gianfranco Fini, nel suo messaggio, si è richiamato alla Costituzione: «Si tratta di restituire al lavoro il valore fondante che la Carta costituzionale gli riconosce, la sua giusta funzione di strumento attraverso cui l’uomo può maturare e esprimere le sue capacità più apprezzabili e meritevoli». Il presidente della Camera chiama all’impegno verso quella che è «una priorità sociale» «istituzioni,imprenditori, organi di stampa e società civile». Per Renato Schifani «la sicurezza dei lavoratori rappresenta una priorità assoluta e questa consapevolezza deve spingerci a valorizzare e diffondere tra i cittadini una cultura di maggiore attenzione negli ambienti lavorativi, dove l’attuazione delle norme a tutela della salute e della vita dei lavoratori deve essere piena ed efficace».

L’Unità 11.10.10