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"Il giornalismo davanti a un incrocio", di Barbara Spinelli

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.

Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome – yellow kid – al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.

Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c… alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,… e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

da www.lastampa.it

"Cnsu bloccato per mesi e La Gelmini lo insedia in ritardo", di Manuel Massimo

Il nuovo Consiglio degli Studenti verrà convocato per il prossimo 26 ottobre, a oltre cinque mesi dalla sua elezione, e non potrà confrontarsi sulla riforma dell’università. Forse perché rischia di avere un presidente non gradito al ministro?

Interpellanze parlamentari, lettere aperte, richieste d’incontro e dichiarazioni a mezzo stampa: dopo una lunga serie di sollecitazioni provenienti da più parti, il ministro Mariastella Gelmini si è finalmente decisa a convocare per il 26 ottobre prossimo la prima seduta del nuovo Cnsu (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) eletto lo scorso maggio. L’organo consultivo di rappresentanza studentesca degli atenei, per poter cominciare i lavori, ha bisogno di essere “insediato” e, in base al regolamento del Miur, questo compito spetta appunto al ministro in carica. L’iter pianificato dal Ministero, però, non ha certo brillato per celerità: il decreto ufficiale di nomina dei consiglieri eletti è arrivato soltanto il 25 giugno (43 giorni dopo la chiusura delle urne), il 5 luglio (dopo altri 10 giorni) è partita la richiesta formale degli indirizzi e dei recapiti telefonici degli eletti da fornire “con la massima cortese sollecitudine”; poi sono arrivate le vacanze estive e la prima convocazione del Consiglio è slittata ancora. Una nota del Miur del 7 ottobre informa che il ministro Gelmini insedierà il Cnsu il giorno 26 ottobre: 122 giorni dopo il decreto di nomina, 165 dalla chiusura delle urne. Della serie: meglio tardi che mai.

Il nodo del presidente. Ma perché il ministro Gelmini, che all’indomani del voto si era detta soddisfatta per l’affermazione delle liste di centrodestra, ha procrastinato questa fatidica data così a lungo? Il busillis sta nell’elezione del presidente: a quanto risulta la componente del Pdl e quella centrista di Cl non hanno trovato l’accordo su un candidato comune, questo “rischia” di spianare la strada – in seconda votazione – all’elezione di un presidente espressione delle liste di centrosinistra capeggiate dall’Udu (che con 10 consiglieri eletti su 30 hanno la maggioranza relativa in Consiglio) in aperto contrasto con la linea dettata dal Ministero. Un presidente “ostile”, dunque, potrebbe essere un ulteriore bastone tra le ruote per i progetti del ministro Gelmini, già messi a dura prova dalla crescente ondata di protesta di tutte le componenti del mondo della scuola e dell’università.

Lo smacco di settembre. Di “operazione di delegittimazione del Cnsu” da parte del ministro parlava apertamente la dottoranda neoeletta Valentina Maisto dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) a cui proprio non andava giù il fatto che il 28 settembre – durante l’audizione presso la VII Commissione Cultura della Camera per discutere della Riforma – fosse stato convocato il Consiglio nella composizione antecedente alle ultime elezioni (dunque decaduto dal 25 giugno, ndr): “Dottorandi, specializzandi e studenti hanno espresso la propria volontà elettorale oltre quattro mesi fa, eppure su una questione di fondamentale importanza, quale è quella di una riforma organica della governance e del reclutamento universitario, si è espresso il Cnsu nella vecchia composizione”.

Giovani Pd: “Autoconvochiamoci”. Il malcontento verso l’atteggiamento di chiusura del ministro nei confronti del nuovo Cnsu “non allineato”, a partire da settembre è montato giorno dopo giorno. Tanto che i Giovani Democratici e la Rete Universitaria Nazionale avevano deciso di mettere in atto una plateale forma di protesta in concomitanza con la discussione del ddl Gelmini alla Camera: “Studenti e ricercatori non sono forze conservatrici: siamo noi a chiedere una riforma; ma che sia vera e con risorse vere, non una sommatoria di tagli. Anche per questo il 14 ottobre saremo in Piazza Montecitorio, autoconvocando il Cnsu: invitiamo gli eletti di tutte le liste a partecipare”. Anche perché il 26 ottobre, con la riforma già “blindata” e pronta per essere approvata, potrebbe essere ormai troppo tardi: il provvedimento passerebbe, dunque, senza tener minimamente conto delle proposte di modifica da parte degli studenti.

Perplessità anche a destra. Una timida voce di dissenso, negli scorsi giorni, si è levata anche dal centrodestra studentesco, con il consigliere neoeletto Emanuele Maniscalco (Studenti per le Libertà – Pdl) che i primi di ottobre dichiarava: “Insediare il Cnsu potrebbe essere una grande opportunità di confronto che sta sfumando con il passare del tempo; il Cnsu potrebbe portare all’attenzione del ministro proposte nuove che vedano gli studenti come destinatari di una riforma necessaria ma molto contestata”. Nel frattempo gli studenti neoeletti continueranno a “fare anticamera”, almeno fino al 26 ottobre: e le loro istanze resteranno fuori dalla porta.

da www.repubblica.it

Idee e progetti per allearsi con l'Italia

Bersani conclude l’Assemblea Nazionale: “Perché siamo venuti a Varese? Per avvicinarsi ai cittadini che lavorano. Il progetto per l’Italia, con lavoro e legalità, serve anche al nord, preso in ostaggio da Berlusconi e dalla Lega. La Lega di 37 leggi ad personam approvate, ruberie coperte…la Lega si prenda il suo che noi lo mettiamo sui manifesti”

Il Pd non è abbastanza “rispettato”, lo sarà presto ma a patto che “ci rispettiamo tra di noi”. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo dice aprendo la relazione conclusiva all’assemblea nazionale democratica: “E’ stata una bella assemblea, noi siamo un bel partito. Se ne convinceranno. Certo, non siamo rispettati abbastanza, non ci rispettano abbastanza gli amici, gli avversari… su di noi si dice di tutto, mi sveglio al mattino e imparo che ho fatto cose che non ho neanche mai pensato. Ma vi garantisco che ce l’avremo ‘sto rispetto, con calma e gesso, ci rispetteranno”. “L’unica condizione – avverte – è che ci rispettiamo noi. Se ci rispettiamo noi stiamo sicuri che poi ci rispetteranno. E qui ci siamo rispettati, questa è la vera rassicurazione, dobbiamo costruire il rispetto e la serietà . Non possiamo permetterci ritardi, i tempi stringono e le responsabilità aumentano, ma le pagine dei giornali sono ancora troppo piene di un partito che parla di sé e non dei problemi, e sì che i problemi in giro sono tanti. Non possiamo permetterci scarti su questo, perche’ i tempi stringono: la crisi politica e la crisi economica si stanno avvitando””.
Subito ha parlato della morte di quattro alpini in Afghanistan: “”La politica deve prendersi più responsabilità rispetto alla presenza militare. Si può anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignità e per i valori di civiltà, ma bisogna essere sicuri di arrivare a un risultato. Quello dell’efficacia dell’azione in Afghanistan e’ il problema, adesso”.
Il segretario ha richiamato le parole pronunciate da Piero Fassino: ”sono d’accordo con lui e sulle ragioni che ha illustrato. Si puo’ anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignita’ umana, per la civilta’, ma bisogna essere certi di arrivare al risultato che ci si e’ prefissati. La politica – sottolinea Bersani – deve assumersi maggiori responsabilita’ rispetto alla presenza militare”.
Poi è passato a parlare di proposte: “Paghi la finanza quello che ha determinato la finanza, oggi la finanza è una forza reale che mette ostacoli ad una regolazione seria. Mettiamo una tassa sulle transazioni finanziarie. C’ una sovraccapacità produttiva micidiale mentre i cantieri rischiano di chiudere, rischiamo una guerra economica. Dobbiamo fare investimenti, innovazione, stimolo all’economia mentre si sono peggiorati i sistemi di distribuzione del reddito. Serve trasporto pubblico locale, servizi di base ai cittadini, tutto quello che il governo sta mettendo a rischio, così come il sistema del sapere e della conoscenza, e siamo gli unici al mondo ad avergli dato una botta micidiale. Non va, stanno azzoppando il futuro. La Gelmini parlerebbe di merito e valutazione? Ma dove? Io le riforme le ho fatte e so che serve cultura per razionalizzare, si investe. Loro invece chiamano tagli le riforme. Hanno fatto il miracolo di tagliare una barca di soldi a istruzione e cultura senza risparmiare su spesa corrente che e’ cresciuta comunque C’è stato un messaggio sbagliato al Paese, che non ha parlato di problemi, riforme, investimenti necessari, invece c’è solo un mondo normale, tranquillo, di piccole cose. E’ quello che denunciamo sempre con il modello plebiscitario e populistico fatto di miracoli e messaggi propagandistici che evitano le decisioni vere. Pensate al federalismo: quello immaginario risolve i problemi, quando ci metti le cifre arrivano i problemi. Invece c’è un paese attonito, più del 50% dei cittadini che non vuole votare o vota per protesta appoggiando soluzioni inutilizzabili, il distacco con i cittadini ce lo raccontiamo al mattino e lo dimentichiamo al pomeriggio. Invece questo è il problema: il berlusconismo nasce con un effetto sistemico di crisi della politica e sta finendo nel discredito della politica, con l’istinto del “muoia Sansone e tutti i filistei”. Stiamo facendo ampi passi in quella direzione, attenzione. Siamo oltre Berlusconi? No, al secondo tempo, forse più pericoloso, senza promesse o nuovi orizzonti per il Paese, solo al forza. Quella ideologica, del conformismo difficile da smontare. C’è una forza economica e mediatica, c’è la forza di un conformismo difficile da smontare… Certo, qualcuno comincia a dire ‘ma’; ma poi magari dice ‘ma anche il Pd’. Perché c’è un terzismo nobile e poi c’è il terzismo di don Abbondio e dei sepolcri imbiancati e dobbiamo saper distinguere”. E poi, “ci sono i dossier, i ricatti… C’è paura in giro. Io no, né? Ma c’è paura in giro!”. Insiste sulla necessità di cambiare la legge elettorale: oggi è possibile con il 35% dei voti di prendersi la maggioranza delle Camere anche riunite, per eleggere il Capo dello Stato. Basta sofismi su chi ci sta, vogliamo capire qual è la posta in gioco sul governo di transizione? Questa, facciamolo capire, è una questione democratica e sociale perché il plebiscitarismo ci tocca tutti. Non facciamoci trascinare nei giochi della maggioranza, occupiamo gli spazi di comunicazione con un messaggio chiaro. Il PD deve impedire la deriva plebiscitaria mettendo in sicurezza al democrazia costituzionale, predisponiamo l’alternativa di governo che susciti un risveglio italiano. Facciamolo in parallelo perché il centrodestra è in crisi, non può garantire governabilità ma pensa a polenta, pajata, casseola e cannoli. Oggi il governo è Belrusconi-Bossi-Cuffaro ce ne rendiamo conto? Il paese non può stare a veder traccheggiare la politica, cambiamo la legge elettorale e andiamo alle elezioni. Rivolgiamoci a tutte le forze interessate a mettere in sicurezza la democrazia partendo proprio dal cambio della legge elettorale. Un’alleanza democratica per tutelare le regole del gioco. Il nuovo Ulivo invece è il cuore delle nostre proposte di governo, con forze di centrosinistra che hanno attitudine di governo: non si rifà l’Unione. L’UDC si autodefinisce una forza di opposizione e non di centrosinistra, credo che il nuovo Ulivo abbia il compito di discutere di governo con tutte le forze di opposizione. Ma la nostra alleanza dobbiamo farla con l’Italia, non possiamo stare nel palazzo con meccanismi politi cistici, rompiamo il muro di gomma con la società, ma tocca a noi aprire un varco, mostrare la politica che si occupa di problemi, facendo venire dubbi a chi oggi è sfiduciato, convincendolo a mettere la sua energia in un atteggiamento positivo? Perché siamo venuti a Varese? Segnala una politica che cerca di avvicinarsi ai cittadini che lavorano. Il progetto per l’Italia, con lavoro e legalità come punti attorno a cui organizzare tutto, l’innovazione e il cambiamento. Le cose cambiano e noi non le abbiamo fatte tutte giuste, attenzione. Viviamo Varese come una svolta. C’è un punto clou, il rapporto con i produttori ed i lavoratori. Sono due grandi messaggi: alleggeriamo il lavoro e l’impresa, la famiglia con figli che ha difficoltà, non lasciamoli a Bossi che fa solo promesse. Le tasse son più alte, son meno chi le paga, non hanno un’idea di federalismo fiscale. La riforma fiscale è un’urgenza, mettiamola all’ordine del giorno e discutiamone”.
Ringrazia il PD di Varese e della Lombardia e invita a riconsiderare il nord: “C’è stata una fuga di Bossi e Berlusconi ma non siamo affatto spariti, non siamo stranieri. Il nord è stato rappresentato al governo ma il nord è tradito e l’Italia è tradita. Promettevano di liberare le energie del nord per liberare il paese, è un obiettivo fallito: tasse alte, niente infrastrutture né semplificazione della burocrazia! E’ stato un danno per l’Italia, è venuto meno il traino vero che ci può tenere agganciati all’Europa, ci stanno facendo allontanare dagli altri paesi. Dopo 10 anni siamo più stranieri in Europa. Questo meccanismo politico però per loro è ancora buono, si rischia di assistere al travaso di voti da Berlusconi alla Lega”. Ma perché questo travaso è facile mentre non interessa i leghisti, che pur nacquero moralizzatori e autonomisti, prendendo voti a sinistra? Un partito popolare radicato e democratico che ci disturbò, poi ha virato sul populismo secondo un’onda presente in Europa, a partire dal tema dell’immigrazione. Anche nella loro comunicazione politica di simboli e miracoli deviando l’attenzione dai problemi irrisolti. C’è sempre una moschea da discutere, un inno di Mameli da discreditare, spariamo ogni settimana il federalismo…un modello che ha preso in ostaggio il Nord, il territorio tabernacolo di sicurezze che tiene fuori i problemi del mondo. Ma così pensando stai fuori dal mondo, da problemi e opportunità. Dobbiamo superare le difficoltà di comunicazione ma le uniche cose per il nord, infrastrutture riduzione del cuneo fiscale, le abbiamo fatte noi. Per il terziario, le professioni, ma non siamo riusciti a far vedere che vogliamo bene alla piccola impresa che lavora,a gli artigiani e ai professionisti onesti. Quando diciamo lavoro parliamo anche di noi, certo poi servono regole per difender ei più deboli e la concorrenza. E’ un universo contrapposto alla Lega,a chi campa fuori da lavoro e regole, noi ci mettiamo a servizio delle persone. Riformare la pubblica amministrazione è roba nostra, noi crediamo nella mediazione dello stato tra le differenze sociali, gli altri han bisogno del disprezzo verso lo Stato. Sappiamo bene che il lavoro è cambiato, c’è un meccanismo che va incoraggiato di sussidiarietà ma attenzione, non vorrei che chi nel governo si occupa di lavoro ha in mente la Tatcher. Un conto è meno stato più società un conto è pensare solo all’arricchimento di alcuni, stato e società si devono dare la mano, noi abbiamo in mente un altro schema. Solidarietà alla CISL, non sono tollerabili gli attacchi. Certo noi non siamo un sindacato, non stiamo con una sigla, noi abbiamo un’idea di società. Dobbiamo dire come fissare la rappresentanza dei lavoratori, la partecipazione alle decisioni, Un patto sociale è riforme, politica industriale, sviluppo e crescita, tutto questo. A parità di costo medio per l’impresa un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile. Cambiamo atteggiamento, anche sull’immigrazione su cui abbiamo discusso. Un paese avanzato che vuole crescere deve fare conti con al necessità di avere immigrati, deve attrezzarsi per farlo.. senza dividere la società facendo sì che i vantaggi vanno ai forti e gli svantaggia i deboli. Così sul federalismo fiscale bisogna dire che se son povero e arrivano nuovi poveri ci servono più risorse e devono arrivare da chi può pagare. Così dobbiamo dire alle persone “.
Bersani parla anche di sud: “Dobbiamo parlare un linguaggio con più rispetto, non c’è crescita di una parte del paese senza l’altra. Falcone e Borsellino sono eroi nazionali, dobbiamo sapere che la nuova unità della nazione non si può fare senza avere al sud un movimento di rinnovamento. Abbiamo delle idee per spezzare la dipendenza dall’intervento pubblico, vi chiedo solo di non far polemiche. Dobbiamo far vedere la tanta bella gente che abbiamo minacciati dalla criminalità, giovani amministratori che in Sicilia e Campania combattono ogni giorno e non possiamo lasciarli soli. Qui al nord rispondiamo così, e ricordiamo che ha fatto al Lega: 37 leggi ad personam approvate, ruberie coperte, la Lega si prenda il suo che noi lo mettiamo sui manifesti”.. E’ uno dei passaggi più applauditi. Noi abbiamo un’idea di territorio e autonomia che non trascura le radici, i municipi, nasciamo lì noi. Ma non siamo attaccati alle paure, che siamo per l’autonomia della convivenza e delle relazioni, il sistema delle autonomie si chiama Italia. Questo famoso sistema si chiama Italia, abbiamo una diversa idea di federalismo, la via più efficiente di arrivare con protagonismo e razionalità alla conquista di livelli migliori di servizi essenziali. Asili, aree artigianali, tutto quel che c’è di buono non lo ha inventato i governi centrali, tutto quel che viene di buono arriva dai governi locali. Tremonti e Calderoli non possono fare il federalismo per raddrizzare una pianta storta ma per darci nuovi obiettivi, servizi civili. 200 anni fa i lombardi pensavano questo, c’erano o i conservatori o i federali, adesso abbiamo Maroni e la pajata con a polenta? Noi siamo alternativi, prendiamo in mano noi la bandiera del federalismo. Qui abbiamo le proposte: per le imprese piccole e medie, per l’agricoltura, la scuola, adesso facciamole vivere. Con il PD a livello locale, con al reciprocità tra nord e sud, io vorrei occuparmi qui del sud nei prossimi mesi. Non è retorica, usciamo dall’Assemblea più forti, approfondendo dei temi di governo, rapporti con altre forze politiche che partono dalle idee. Abbiamo la possibilità di prendere l’iniziativa, chiamare le forze sociali. Attenti che Berlusconi c’è e può porttare la sua crisi a crisi di sistema e chi divaga rischia di tenerselo, non c’è alternativa senza il PD. Quindi si rifletta perché discutiamo con tutti ma non facciamo la salumeria di nessuno, non ci stiamo a tutti i preziz, abbiamo un nsotor progetto di Italia. Pronti a discutere ma nessuno pensi che saremo gli utili idioti di qualcos’altro, noi avremo il fisico per esser eil traino del cambiamento. Abbiamo un dovere di compostezza e serietà ma dobbiamo muoverci. A novembre ci saranno tre week end di mobilitazione, credo che sarà un’occasione formidabile per farci vedere sui problemi, ognuno ci metta la sua fantasia a livello locale, concretamente. E lì cercheremo di far valere le nostre ide, produrre idee e progetti per allearsi con l’Italia. Se ci riusciamo avremo un enorme vantaggio competitivo”.
da www.partitodemocratico.it

Assemblea PD, i verbali dei lavori delle Commissioni

Franceschini interviene all'Assemblea Nazionale del PD

Franceschini: “Tutti uniti per cambiare la legge elettorale”. Il capogruppo PD interviene anche su immigrazione e sull’unità del PD

Il Pd deve lanciare “un appello a tutti” i partiti per cambiare la legge elettorale “per poi tornare alla normalita’ del bipolarismo”.
Lo ha detto il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, intervenendo all’Assemblea nazionale del partito.
Franceschini ha detto di credere che Berlusconi “tentera’ il colpaccio, visto che il suo consenso si sta erodendo a vista d’occhio”. Egli quindi vorra’ andare presto ad elezioni sfruttando una legge elettorale che “assegna il 55% dei seggi anche a chi vince con il 32%, uno scenario plausibile visto il temporaneo schema tripolare. ‘Siamo nel massimo rischio che corre una democrazia europea nel 2010 – ha proseguito – come dimostra la nostra quotidiana battaglia per la difesa dei normali principi di democrazia”.
Insomma “siamo in una situazione di emergenza – ha spiegato ancora Franceschini – a cui si risponde con strumenti di emergenza: e cioè un appello a tutti quelli che ci stanno, per cambiare questa legge elettorale e poi tornare alla normalità del bipolarismo”.
Immigrazione, abbiamo idee diverse dalla destra.
“Sono d’accordo che servono regole certe per l’immigrazione, che bisogna tutelare la sicurezza degli italiani, ma deve essere chiaro che noi su queste cose abbiamo un’idea diversa dalla destra”. Così il capogruppo alla camera Dario Franceschini, interviene nel dibattito interno sull’immigrazione spiegando “noi rimarremo sempre contrari a chi spara sui barconi, a chi vuole scuole differenti per i bambini stranieri e a chi non vuole dare la cittadinanza ai bambini nati in Italia. Io sto con il Cardinale di Milano che predica accoglienza e integrazione”. Franceschini insiste sulla necessita’ di dire “a voce alta che non siamo d’accordo” con chi spara sugli immigrati. E insiste sulla necessita’ di una risposta univoca ad ogni problema e soprattutto sull’importanza di considerare tutta la societa’ italiana: “un partito nazionale – ha detto – e’ quello che ha dentro di se’ tutta la societa’ italiana e non solo un blocco sociale, che non prende dunque solo alcune associazioni sindacali ma tutte”.
L’invito del capogruppo e’ di “fare battaglie che facciano riemergere le differenze con la destra anche dicendo cose scomode”.
Il PD un partito unito.
“Alle primarie ho detto che qualunque fosse il risultato mi sarei sempre impegnato per il partito e non sara’ qualche amicizia personale o una storia passata a farmi cambiare idea. Il Pd deve essere un partito unito, ma lo deve essere senza ipocrisie. Non vorrei che si sospendessero le divisioni durante le assemblee nazionali per poi riprenderle il giorno dopo sui giornali. Questo non andrebbe. So che la malattia dell’indebolimento del leader ci ha fatto un male enorme negli ultimi sedici anni, dalla nascita dell’Ulivo in poi. La nostra gente non lo può più sopportare”. Insiste il capogruppo Pd alla Camera: “Io già al congresso dissi che dal giorno dopo avremmo sostenuto lealmente chi ha vinto le primarie. Quell’impegno io lo manterrò, ed è più forte di qualsiasi storia passata e di qualsiasi individuale. Nessuno intende rinunciare alle idee sulle quali ha raccolto il consenso, ma le metto a disposizione di un progetto comune. Pier Luigi, voglio che tu sappia che noi manterremo quell’impegno di costruire questo partito insieme”.
da www.partitodemocratico.it

clicca qui per vedere il video dell’intervento

Assemblea Nazionale Pd – Interventi

Idee e progetti per allearsi con l’Italia. Bersani conclude l’Assemblea Nazionale: “Perché siamo venuti a Varese? Peravvicinarsi ai cittadini che lavorano. Il progetto per l’Italia, con lavoro e legalità, serve anche al nord, preso in ostaggio da Berlusconi e dalla Lega. La Lega di 37 leggi ad personam approvate, ruberie coperte…la Lega si prenda il suo che noi lo mettiamo sui manifesti”.
Il Pd non è abbastanza “rispettato”, lo sarà presto ma a patto che “ci rispettiamo tra di noi”. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo dice aprendo la relazione conclusiva all’assemblea nazionale democratica: “E’ stata una bella assemblea, noi siamo un bel partito. Se ne convinceranno. Certo, non siamo rispettati abbastanza, non ci rispettano abbastanza gli amici, gli avversari… su di noi si dice di tutto, mi sveglio al mattino e imparo che ho fatto cose che non ho neanche mai pensato. Ma vi garantisco che ce l’avremo ‘sto rispetto, con calma e gesso, ci rispetteranno”. “L’unica condizione – avverte – è che ci rispettiamo noi. Se ci rispettiamo noi stiamo sicuri che poi ci rispetteranno. E qui ci siamo rispettati, questa è la vera rassicurazione, dobbiamo costruire il rispetto e la serietà . Non possiamo permetterci ritardi, i tempi stringono e le responsabilità aumentano, ma le pagine dei giornali sono ancora troppo piene di un partito che parla di sé e non dei problemi, e sì che i problemi in giro sono tanti. Non possiamo permetterci scarti su questo, perche’ i tempi stringono: la crisi politica e la crisi economica si stanno avvitando””.
Subito ha parlato della morte di quattro alpini in Afghanistan: “”La politica deve prendersi più responsabilità rispetto alla presenza militare. Si può anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignità e per i valori di civiltà, ma bisogna essere sicuri di arrivare a un risultato. Quello dell’efficacia dell’azione in Afghanistan e’ il problema, adesso”.
Il segretario ha richiamato le parole pronunciate da Piero Fassino: ”sono d’accordo con lui e sulle ragioni che ha illustrato. Si puo’ anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignita’ umana, per la civilta’, ma bisogna essere certi di arrivare al risultato che ci si e’ prefissati. La politica – sottolinea Bersani – deve assumersi maggiori responsabilita’ rispetto alla presenza militare”.
Poi è passato a parlare di proposte: “Paghi la finanza quello che ha determinato la finanza, oggi la finanza è una forza reale che mette ostacoli ad una regolazione seria. Mettiamo una tassa sulle transazioni finanziarie. C’ una sovraccapacità produttiva micidiale mentre i cantieri rischiano di chiudere, rischiamo una guerra economica. Dobbiamo fare investimenti, innovazione, stimolo all’economia mentre si sono peggiorati i sistemi di distribuzione del reddito. Serve trasporto pubblico locale, servizi di base ai cittadini, tutto quello che il governo sta mettendo a rischio, così come il sistema del sapere e della conoscenza, e siamo gli unici al mondo ad avergli dato una botta micidiale. Non va, stanno azzoppando il futuro. La Gelmini parlerebbe di merito e valutazione? Ma dove? Io le riforme le ho fatte e so che serve cultura per razionalizzare, si investe. Loro invece chiamano tagli le riforme. Hanno fatto il miracolo di tagliare una barca di soldi a istruzione e cultura senza risparmiare su spesa corrente che e’ cresciuta comunque C’è stato un messaggio sbagliato al Paese, che non ha parlato di problemi, riforme, investimenti necessari, invece c’è solo un mondo normale, tranquillo, di piccole cose. E’ quello che denunciamo sempre con il modello plebiscitario e populistico fatto di miracoli e messaggi propagandistici che evitano le decisioni vere. Pensate al federalismo: quello immaginario risolve i problemi, quando ci metti le cifre arrivano i problemi. Invece c’è un paese attonito, più del 50% dei cittadini che non vuole votare o vota per protesta appoggiando soluzioni inutilizzabili, il distacco con i cittadini ce lo raccontiamo al mattino e lo dimentichiamo al pomeriggio. Invece questo è il problema: il berlusconismo nasce con un effetto sistemico di crisi della politica e sta finendo nel discredito della politica, con l’istinto del “muoia Sansone e tutti i filistei”. Stiamo facendo ampi passi in quella direzione, attenzione. Siamo oltre Berlusconi? No, al secondo tempo, forse più pericoloso, senza promesse o nuovi orizzonti per il Paese, solo al forza. Quella ideologica, del conformismo difficile da smontare. C’è una forza economica e mediatica, c’è la forza di un conformismo difficile da smontare… Certo, qualcuno comincia a dire ‘ma’; ma poi magari dice ‘ma anche il Pd’. Perché c’è un terzismo nobile e poi c’è il terzismo di don Abbondio e dei sepolcri imbiancati e dobbiamo saper distinguere”. E poi, “ci sono i dossier, i ricatti… C’è paura in giro. Io no, né? Ma c’è paura in giro!”. Insiste sulla necessità di cambiare la legge elettorale: oggi è possibile con il 35% dei voti di prendersi la maggioranza delle Camere anche riunite, per eleggere il Capo dello Stato. Basta sofismi su chi ci sta, vogliamo capire qual è la posta in gioco sul governo di transizione? Questa, facciamolo capire, è una questione democratica e sociale perché il plebiscitarismo ci tocca tutti. Non facciamoci trascinare nei giochi della maggioranza, occupiamo gli spazi di comunicazione con un messaggio chiaro. Il PD deve impedire la deriva plebiscitaria mettendo in sicurezza al democrazia costituzionale, predisponiamo l’alternativa di governo che susciti un risveglio italiano. Facciamolo in parallelo perché il centrodestra è in crisi, non può garantire governabilità ma pensa a polenta, pajata, casseola e cannoli. Oggi il governo è Belrusconi-Bossi-Cuffaro ce ne rendiamo conto? Il paese non può stare a veder traccheggiare la politica, cambiamo la legge elettorale e andiamo alle elezioni. Rivolgiamoci a tutte le forze interessate a mettere in sicurezza la democrazia partendo proprio dal cambio della legge elettorale. Un’alleanza democratica per tutelare le regole del gioco. Il nuovo Ulivo invece è il cuore delle nostre proposte di governo, con forze di centrosinistra che hanno attitudine di governo: non si rifà l’Unione. L’UDC si autodefinisce una forza di opposizione e non di centrosinistra, credo che il nuovo Ulivo abbia il compito di discutere di governo con tutte le forze di opposizione. Ma la nostra alleanza dobbiamo farla con l’Italia, non possiamo stare nel palazzo con meccanismi politi cistici, rompiamo il muro di gomma con la società, ma tocca a noi aprire un varco, mostrare la politica che si occupa di problemi, facendo venire dubbi a chi oggi è sfiduciato, convincendolo a mettere la sua energia in un atteggiamento positivo? Perché siamo venuti a Varese? Segnala una politica che cerca di avvicinarsi ai cittadini che lavorano. Il progetto per l’Italia, con lavoro e legalità come punti attorno a cui organizzare tutto, l’innovazione e il cambiamento. Le cose cambiano e noi non le abbiamo fatte tutte giuste, attenzione. Viviamo Varese come una svolta. C’è un punto clou, il rapporto con i produttori ed i lavoratori. Sono due grandi messaggi: alleggeriamo il lavoro e l’impresa, la famiglia con figli che ha difficoltà, non lasciamoli a Bossi che fa solo promesse. Le tasse son più alte, son meno chi le paga, non hanno un’idea di federalismo fiscale. La riforma fiscale è un’urgenza, mettiamola all’ordine del giorno e discutiamone”.
Ringrazia il PD di Varese e della Lombardia e invita a riconsiderare il nord: “C’è stata una fuga di Bossi e Berlusconi ma non siamo affatto spariti, non siamo stranieri. Il nord è stato rappresentato al governo ma il nord è tradito e l’Italia è tradita. Promettevano di liberare le energie del nord per liberare il paese, è un obiettivo fallito: tasse alte, niente infrastrutture né semplificazione della burocrazia! E’ stato un danno per l’Italia, è venuto meno il traino vero che ci può tenere agganciati all’Europa, ci stanno facendo allontanare dagli altri paesi. Dopo 10 anni siamo più stranieri in Europa. Questo meccanismo politico però per loro è ancora buono, si rischia di assistere al travaso di voti da Berlusconi alla Lega”. Ma perché questo travaso è facile mentre non interessa i leghisti, che pur nacquero moralizzatori e autonomisti, prendendo voti a sinistra? Un partito popolare radicato e democratico che ci disturbò, poi ha virato sul populismo secondo un’onda presente in Europa, a partire dal tema dell’immigrazione. Anche nella loro comunicazione politica di simboli e miracoli deviando l’attenzione dai problemi irrisolti. C’è sempre una moschea da discutere, un inno di Mameli da discreditare, spariamo ogni settimana il federalismo…un modello che ha preso in ostaggio il Nord, il territorio tabernacolo di sicurezze che tiene fuori i problemi del mondo. Ma così pensando stai fuori dal mondo, da problemi e opportunità. Dobbiamo superare le difficoltà di comunicazione ma le uniche cose per il nord, infrastrutture riduzione del cuneo fiscale, le abbiamo fatte noi. Per il terziario, le professioni, ma non siamo riusciti a far vedere che vogliamo bene alla piccola impresa che lavora,a gli artigiani e ai professionisti onesti. Quando diciamo lavoro parliamo anche di noi, certo poi servono regole per difender ei più deboli e la concorrenza. E’ un universo contrapposto alla Lega,a chi campa fuori da lavoro e regole, noi ci mettiamo a servizio delle persone. Riformare la pubblica amministrazione è roba nostra, noi crediamo nella mediazione dello stato tra le differenze sociali, gli altri han bisogno del disprezzo verso lo Stato. Sappiamo bene che il lavoro è cambiato, c’è un meccanismo che va incoraggiato di sussidiarietà ma attenzione, non vorrei che chi nel governo si occupa di lavoro ha in mente la Tatcher. Un conto è meno stato più società un conto è pensare solo all’arricchimento di alcuni, stato e società si devono dare la mano, noi abbiamo in mente un altro schema. Solidarietà alla CISL, non sono tollerabili gli attacchi. Certo noi non siamo un sindacato, non stiamo con una sigla, noi abbiamo un’idea di società. Dobbiamo dire come fissare la rappresentanza dei lavoratori, la partecipazione alle decisioni, Un patto sociale è riforme, politica industriale, sviluppo e crescita, tutto questo. A parità di costo medio per l’impresa un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile. Cambiamo atteggiamento, anche sull’immigrazione su cui abbiamo discusso. Un paese avanzato che vuole crescere deve fare conti con al necessità di avere immigrati, deve attrezzarsi per farlo.. senza dividere la società facendo sì che i vantaggi vanno ai forti e gli svantaggia i deboli. Così sul federalismo fiscale bisogna dire che se son povero e arrivano nuovi poveri ci servono più risorse e devono arrivare da chi può pagare. Così dobbiamo dire alle persone “.
Bersani parla anche di sud: “Dobbiamo parlare un linguaggio con più rispetto, non c’è crescita di una parte del paese senza l’altra. Falcone e Borsellino sono eroi nazionali, dobbiamo sapere che la nuova unità della nazione non si può fare senza avere al sud un movimento di rinnovamento. Abbiamo delle idee per spezzare la dipendenza dall’intervento pubblico, vi chiedo solo di non far polemiche. Dobbiamo far vedere la tanta bella gente che abbiamo minacciati dalla criminalità, giovani amministratori che in Sicilia e Campania combattono ogni giorno e non possiamo lasciarli soli. Qui al nord rispondiamo così, e ricordiamo che ha fatto al Lega: 37 leggi ad personam approvate, ruberie coperte, la Lega si prenda il suo che noi lo mettiamo sui manifesti”.. E’ uno dei passaggi più applauditi. Noi abbiamo un’idea di territorio e autonomia che non trascura le radici, i municipi, nasciamo lì noi. Ma non siamo attaccati alle paure, che siamo per l’autonomia della convivenza e delle relazioni, il sistema delle autonomie si chiama Italia. Questo famoso sistema si chiama Italia, abbiamo una diversa idea di federalismo, la via più efficiente di arrivare con protagonismo e razionalità alla conquista di livelli migliori di servizi essenziali. Asili, aree artigianali, tutto quel che c’è di buono non lo ha inventato i governi centrali, tutto quel che viene di buono arriva dai governi locali. Tremonti e Calderoli non possono fare il federalismo per raddrizzare una pianta storta ma per darci nuovi obiettivi, servizi civili. 200 anni fa i lombardi pensavano questo, c’erano o i conservatori o i federali, adesso abbiamo Maroni e la pajata con a polenta? Noi siamo alternativi, prendiamo in mano noi la bandiera del federalismo. Qui abbiamo le proposte: per le imprese piccole e medie, per l’agricoltura, la scuola, adesso facciamole vivere. Con il PD a livello locale, con al reciprocità tra nord e sud, io vorrei occuparmi qui del sud nei prossimi mesi. Non è retorica, usciamo dall’Assemblea più forti, approfondendo dei temi di governo, rapporti con altre forze politiche che partono dalle idee. Abbiamo la possibilità di prendere l’iniziativa, chiamare le forze sociali. Attenti che Berlusconi c’è e può porttare la sua crisi a crisi di sistema e chi divaga rischia di tenerselo, non c’è alternativa senza il PD. Quindi si rifletta perché discutiamo con tutti ma non facciamo la salumeria di nessuno, non ci stiamo a tutti i preziz, abbiamo un nsotor progetto di Italia. Pronti a discutere ma nessuno pensi che saremo gli utili idioti di qualcos’altro, noi avremo il fisico per esser eil traino del cambiamento. Abbiamo un dovere di compostezza e serietà ma dobbiamo muoverci. A novembre ci saranno tre week end di mobilitazione, credo che sarà un’occasione formidabile per farci vedere sui problemi, ognuno ci metta la sua fantasia a livello locale, concretamente. E lì cercheremo di far valere le nostre ide, produrre idee e progetti per allearsi con l’Italia. Se ci riusciamo avremo un enorme vantaggio competitivo”.

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Giuseppe Fioroni: “Non c’è alleanza se non c’è un Partito forte”

Giuseppe Fioroni, ha esordito all’Assemblea nazionale del Pd a Varese esprimendo piena solidarietà ad Emma Marcegaglia e Raffaele Bonanni, che sono stati oggetto in questi giorni di intimidazioni l’una da parte dei giornali e l’altro indirettamente, attraverso una serie di attacchi ad alcune sedi del Sindacato Cisl, di cui è leader. “C’è qualcuno che vuol far crescere la paura nel Paese –ha detto Fioroni – mentre cresce il disagio sociale, e piuttosto che arginarlo si spera che sfoci in un conflitto. Gli italiani in realtà sono brava gente, ed anche se si cerca ad alimentare tensioni e scontri, tramite la paura, non ci cascano”. Fioroni ha spiegato la scelta di fare l’Assemblea al nord Italia, proprio per far partire una sfida forte da questi territori. “Al nord vogliamo dire che il Pd non è il Partito delle tasse. E qui tante aziende sane stanno sul lastrico perché pagano le tasse. E noi come Pd, vogliamo dire agli artigiani, e agli agricoltori che sappiamo che l’economia del Paese, si basa sul loro lavoro, infatti questi lavoratori hanno parato la crisi mettendo mano alle loro tasche e non grazie all’ausilio del governo”. Parlando poi di scuola e università Fioroni ha voluto pubblicamente ringraziare ‘Francesca Puglisi e Giovanni Bachelet, che in questi mesi si stanno attivamente impegnando per dar voce agli scontenti che circolano in questi ambiti, perché i nostri figli sono l’impresa del futuro’. “Lo stato è assente ed entrare nel mondo del lavoro è diventata una corsa ad ostacoli, per questo –ha dichiarato Fioroni -lo stato deve dare maggiori risorse alla famiglia che è l’unica cellula che ha retto il colpo, in questo periodo di crisi”. A margine del suo intervento Giuseppe Fioroni ha parlato di integrazione e sicurezza, ribadendo come sia necessario ‘saper coniugare i diritti degli immigrati con i doveri, per creare veramente una società più equa. Noi siamo il Partito che combatte per la legalità che non significa Roma ladrona’. Fioroni ha concluso parlando del ruolo del Pd: “Ci vuole una democrazia economica plurale per non far fallire un progetto di governo. Vogliamo dire ai cattolici e ai moderati che il Pd è casa loro e questo lo sottolineeremo senza paura e senza pregiudizi. Nella pluralità e con la forza delle nostre donne e dei nostri uomini possiamo costruire l’Alternativa. Non c’è alleanza se non c’è Partito forte. Fini fa la sua battaglia ma è nella destra. Credo che può cambiare con noi lalegge elettorale ma non possiamo fare una alleanza con lui perché la Costituzione è basata sull’antifascismo”.

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Ignazio Marino: “La gente vuole sentirci parlare anche dei nostri ideali”

Ignazio Marino, è intervenuto all’assemblea del Pd a Varese, esprimendo profondo cordoglio per la tragedia della morte dei quattro nostri soldati, caduti in Afghanistan, che porta a 34 il numero delle vittime italiane. Marino ha sottolineato che ‘proprio questi orrendi fatti ci debbono far sentire di più la responsabilità di tornare al governo del Paese, per avere un potere decisionale adeguato e far accelerare il processo di rientro dei nostri soldati dalle missioni estere’. “Perché questa destra non ce l’ha l’idea di come governare –ha dichiarato Marino -. Durante questa estate ci sono state diverse idee per uscire dalla crisi di governo: dalle sante alleanze, ai fronti di liberazioni nazionale, forse anche guidati da Tremonti, cioè proprio colui che ha scritto la legge finanziaria, che ci sta portando sul lastrico. Anche l’ipotesi di Montezemolo è poco credibile, perché non si capisce dove porti”. Marino ha poi criticato l’idea di trasformismo che può trapelare in qualche interpretazione della visione del Pd. “L’esempio di Lombardo in Sicialia –ha detto Marino – per me non è un modello di nulla. L’unica priorità è cambiare la legge elettorale. Chiediamo a tutti di tenere fede a questa proposta”. “Per non essere ingenui, dobbiamo considerare che c’è un rischio di elezioni anticipate”, ha chiarito Marino che ha poi ha espresso le sue opinioni su ipotetiche alleanze di governo, alle quali il Pd dovrebbe aderire, facendo confluire Vendola, Idv, ed il popolo viola. Marino ha poi ribadito la ‘necessità di dare una risposta netta su alcuni punti: testamento biologico, unioni civili, uso delle cellule staminali e il nucleare, perché la gente vuole sentirci parlare anche dei nostri ideali’.

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Matteo Mauri: “Il governo vuole sfasciare il trasporto pubblico”

“I tagli a danno dei pendolari operati da questo governo rischiano di portare
allo sfascio il sistema del trasporto pubblico, l’ha ribadito con forza anche
Bersani dal palco di Varese”. Lo dichiara Matteo Mauri responsabile Trasporti
del Partito democratico.
“Tagli e pedaggi, la tagliola che questo governo ha costruito contro la
mobilità è senza precedenti, e soprattutto è senza senso. Si continuano a
tagliare i fondi, siamo al 30%, pensando di scaricare poi le colpe sui sindaci
e sulle regioni. Questo è il loro progetto – prosegue Mauri – sfasciare il
trasporto pubblico e poi lavarsene le mani. È questo il federalismo del
governo Berlusconi e Tremonti?”
“Il partito democratico rilancia da Varese il tema della mobilità, come
diritto di tutti, come opportunità di lavoro, di sviluppo, di innovazione,
perché prendere i mezzi non deve essere un atto di eroismo, basta mettere i
bastoni tra le ruote a chi lavora dalla mattina alla sera per questo paese,
perché attaccare il diritto alla mobilità – conclude Mauri – vuol dire
attaccare il futuro”.

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Sassoli: “Ora uniti per grandi sfide. Stop a gossip da salotto”

“Abbiamo di fronte sfide da far tremare le vene e i polsi: guidare una grande modernizzazione del Paese e avviare la più imponente opera di redistribuzione dal secondo dopoguerra”.

Lo afferma il capogruppo del Pd al Parlamento europeo, David Sassoli, al termine dell’Assemblea nazionale del Partito democratico che si è svolta Varese.

“L’Assemblea nazionale ha lavorato con grande unità sulle priorità di un Paese sempre più ingiusto – aggiunge Sassoli -. Speriamo che sia ormai tramontato quell’atteggiamento per cui si abbassano i toni nel dibattito interno per poi rialzarli sui giornali o in televisione. C’è un Paese insicuro e abbandonato che chiede al Pd di non cadere nelle trappole prodotte dai salotti del gossip, ma di lanciare con responsabilità una sfida per il cambiamento”.

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L'Assemblea riprende con un minuto di silenzio per i soldati caduti in Afghanistan

Riprendono i lavori dell’Assemblea con un minuto di silenzio per i nostri 4 alpini morti in Afghanistan. Piero Fassino apre i lavori con una relazione sulle missioni all’estero.
Quattro militari italiani sono morti e uno è rimasto ferito in modo grave nella zona di Farah, in Afghanistan. La notizia è stata data da fonti del Ministero della Difesa. I militari, che erano tutti alpini, alle 9:45 ora locale (le 7:15 in Italia), sarebbero stati vittime di un’imboscata al ritorno da una missione, mentre si trovavano nella valle del Gulistan, nella provincia di Farah. Ci sarebbe stato sia un attacco con colpi di arma da fuoco, sia l’esplosione di un ordigno. Il militare ferito, ha detto il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa del ministero della Difesa ai microfoni di Sky Tg24, è stato soccorso e trasportato con un elicottero nella base di Delaram, il luogo più vicino a quello dell’attentato. Si parla di un suo imminente trasferimento nell’ospedale da militare da campo americano di Farah. Al momento l’alpino sarebbe cosciente, anche se ha riportato tantissimi traumi.

Il Presidente della Repubblica esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti in Afghanistan. Giorgio Napolitano, rende noto un comunicato del Quirinale “appresa con profonda commozione la notizia del gravissimo attentato in cui hanno perso la vita quattro militari italiani impegnati nella missione internazionale per la pace e la stabilita’ in Afghanistan, si rende interprete del profondo cordoglio del Paese”.

Il PD dice no a una partenza precipitosa dall’Afghanistan. A chiarire la necessità di non abbandonare frettolosamente la missione, anche dopo la tragedia dei quattro alpini caduti a Farah, e’ stato Piero Fassino.
Pier Luigi Bersani ha espresso il suo “cordoglio” per i quattro militari morti in Afghanistan e ha sollecitato una riflessione fra gli alleati sulla strategia dell’impegno militare comune. “E’ ora che l’Italia chieda una vera puntualizzazione della strategia”, ha spiegato il segretario del Pd arrivando all’assemblea nazionale a Busto Arsizio. “Bisogna vedere quali sono le prospettive reali in una situazione del genere”, ha spiegato, “una situazione sul campo molto difficile, e dalle prospettive incerte”. Bersani ha sottolineato la necessita’ che gli alleati lavorino insieme “essendo chiaro che non si puo’ agire fuori dal contesto delle alleanze, bisogna riflettere assieme su cosa voglia dire questa famosa nuova fase”. Bersani ha poi espresso a nome suo e del partito “il cordoglio per le vittime e la solidarieta’ alle famiglie dei caduti”.

“Quando si viene via? Quando si sa cosa si lascia”, ha chiarito nel suo intervento di apertura della seconda giornata dell’assemblea nazionale del partito democratico. Fassino ha ricordato il precedente della fuga dei sovietici, che lasciarono campo libero ai talebani con le tragiche conseguenze che ancora oggi si sentono. “Non possiamo permetterci di lasciare l’Afghanistan per salvare la nostra coscienza sapendo quello che e’ gia’ successo”, ha aggiunto.
“La soluzione non puo’ che essere politica”, ha spiegato, “e’ essenziale accelerare la transizione politica” coinvolgendo tutte le forze, anche gli insorti disposti a trattare, “in un processo di riconciliazione nazionale”.
In questo senso, “chiediamo al governo italiano un impegno su questo fronte perche’ avvertiamo la preoccupazione di un governo sempre piu’ afasico in politica estera, parla con Putin ma e’ inesistente sui principali dossier”, ha sottolineato.”La presenza militare in Afghanistan non risolve tutti i problemi ma certo e’ ancora necessaria”. Cosi’ Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, conferma l’appoggio del Partito democratico alla missione militare italiana in Afghanistan aprendo i lavori del secondo giorno dell’Assemblea Nazionale dopo il minuti di silenzio per i 4 alpini caduti in Afghanistan: “Dobbiamo stare li’ finché il paese non diventa stabile, fino a che non sappiamo che cosa lasciamo. L’Afghanistan era il regno dell’oscurantismo quando siamo arrivati e dava rifugio ad Al Qaeda”.

“La pace non basta evocarla ma bisogna prendersi la responsabilità politica, e qualche volta anche militare, di intervenire. La forza e’ l’extrema ratio ma quando la pace e’ in pericolo bisogna intervenire per garantire stabilità e sicurezza. Tutti i nostri militari sono stati uccisi, anche oggi, mentre erano impegnati in azioni di pace, la differenza tra un esercito impegnato per la pace e uno che fa la guerra e’ che il primo, come fa il nostro, non spara per primo, ma spara soltanto per difendere se stesso e la popolazione civile. “.
L’Italia dovrebbe dedicare un “luogo per onorare i nostri militari caduti per la pace. Siamo lì per usare la forza non per aggredire ma per fermare un’aggressione”, precisa l’ex segretario Ds. “Tutti i soldati italiani morti in Afghanistan non sono morti in azioni di aggressione… c’è una differenza tra un esercito che fa la guerra e un esercito che porta la pace. Una differenza non da poco che dobbiamo avere ben presente”.
Fassino, quindi, ribadisce che il solo uso delle armi non è sufficiente e che in Afghanistan serve una “soluzione politica”, ma aggiunge: “Si viene via quando si sa cosa si lascia. La soluzione non può che essere politica e la presenza militare non può che essere funzionale alla soluzione politica”.

La presidente del gruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, ha espresso, “a nome dei senatori cordoglio ai familiari dei quattro soldati morti e vicinanza al militare ferito in un agguato a Farah”. Per Finocchiaro “un altro lutto e un altro grande dolore che ci rattrista molto. Chiediamo al Governo di impegnarsi in maniera piu’ forte perche’ la nostra presenza in Afghanistan per garantire la pace acceleri sempre di piu’ quel processo di stabilizzazione politica cosi’ necessario in quella regione”.

Il generale Mauro Del Vecchio, senatore del Pd ed ex comandante della missione Isaf in Afghanistan, esprime ”grande cordoglio per la morte dei quattro soldati italiani e il ferimento di un loro commilitone a seguito del vile attentato”.
”’Il tragico evento – sottolinea Del Vecchio – colpisce duramente il nostro Paese e tutti coloro che credono nella possibilita’ di realizzare un vero processo democratico in quella martoriata nazione. Mi stringo con commozione alle famiglie delle vittime dell’attentato ed esprimo solidarieta’ alle nostre Forze armate che svolgono in Afghanistan una funzione difficilissima e indispensabile per realizzare condizioni di civile convivenza”.

“L’incremento degli attentati e purtroppo delle vittime italiane in Afghanistan nell’ultimo anno dimostra che la situazione in quell’area dopo nove anni dall’inizio della missione fa registrare un aumento dei rischi e un allontanamento dalle soluzioni di pacificazione”. Lo dichiara Rosa Villecco Calipari, vice presidente dei deputati Pd.

“Urge pertanto un’accelerazione delle soluzioni politiche e in questo senso -aggiunge- e’ necessario adoperarsi perche’ il dialogo intrapreso in questi giorni da Karzai con i talebani ‘moderati’ crei le condizioni perche’ il governo afgano possa riprendere il controllo del proprio Paese. Serve quindi che il governo italiano, nel contesto della coalizione internazionale, spinga in questa direzione puntando anche a completare l’ addestramento delle forze militari e di polizia afgane”.

“Alle famiglie dei nostri quattro valorosi militari che hanno dato la vita per garantire la pace in Afghanistan e la sicurezza del nostro Paese -prosegue- va il mio accorato sentimento di condivisione del loro dolore e la speranza che il militare ferito possa tornare presto a riabbracciare i propri cari. Perche’ il gesto dei caduti non sia vano, occorre quindi interrogarsi sulla validita’ delle strategia sin qui messa in campo e, se necessario, -conclude- ripensare gli obiettivi e i tempi del nostro impegno in quell’area”.

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Afghanistan,Bersani:Riflettiamo con gli alleati sulla strategia

Pier Luigi Bersani ha espresso il suo “cordoglio” per i quattro militari morti in Afghanistan e ha sollecitato una riflessione fra gli alleati sulla strategia dell’impegno militare comune. “E’ ora che l’Italia chieda una vera puntualizzazione della strategia”, ha spiegato il segretario del Pd arrivando all’assemblea nazionale a Busto Arsizio. “Bisogna vedere quali sono le prospettive reali in una situazione del genere”, ha spiegato, “una situazione sul campo molto difficile, e dalle prospettive incerte”. Bersani ha sottolineato la necessita’ che gli alleati lavorino insieme “essendo chiaro che non si puo’ agire fuori dal contesto delle alleanze, bisogna riflettere assieme su cosa voglia dire questa famosa nuova fase”. Bersani ha poi espresso a nome suo e del partito “il cordoglio per le vittime e la solidarieta’ alle famiglie dei caduti”.

www.partitodemocratico.it

"Scuola, 300mila in piazza contro i tagli Gelmini: chi protesta non vuole riforme", di Oriana Liso

Si sono ritrovati ieri nelle stesse piazze italiane, negli stessi cortei, in una fusione di movimenti e istanze sempre più piena. Studenti delle superiori e universitari, ricercatori precari, insegnanti, genitori: 300mila persone in corteo, per la prima di una annunciata, nuova stagione di protesta contro la riforma Gelmini, tra preoccupazione per i tagli ai fondi di istituti e di atenei, al numero di insegnamenti e insegnanti.
Oltre 90 i cortei (non solo nelle grandi città, per la prima volta anche nei comuni più piccoli) – organizzati da Rete degli studenti, Unione degli studenti, Link-coordinamento universitario -, momenti di tensione e scontri a Milano, Torino, Verona, Firenze. A Roma la sede del ministero dell´Istruzione è stata cinta dal pacifico assedio di 30mila persone, ma il ministro Maria Stella Gelmini ha commentato al ribasso, definendo le proteste come la riproposizione di «vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi crede di usare la scuola come luogo di indottrinamento politico della sinistra». Parole contraccambiate dai manifestanti, che sul ministro hanno sfornato slogan e striscioni di ogni tipo, e dal Pd che replica: «Se c´è qualcuno che abusa di vecchi slogan è proprio il ministro».
Tanti i motivi che si sono incrociati nelle proteste, dalle condizioni fatiscenti di molti edifici scolastici causa mancanza di fondi (Rete degli studenti è scesa in piazza con i caschetti da cantiere in testa), alla denuncia delle lezioni di tecniche paramilitari frutto di un accordo tra i ministeri di Istruzione e Difesa e la Regione Lombardia, tanto che a Palermo è stato bruciato un fantoccio-soldato. E proprio a Milano, dove c´erano più di 10mila manifestanti, si sono registrati gli scontri più duri. Nei disordini davanti alla Statale un funzionario della Digos è stato raggiunto dal getto di un liquido urticante, che gli ha provocato un´abrasione della cornea, e un agente è stato lievemente ferito. Tra petardi e cariche della polizia, il fronte più duro del corteo ha assaltato la mensa universitaria e la sede della libreria di Cl.
Un agente ferito anche a Verona dal lancio di un bengala da parte di tre persone, subito identificate, estranee alla pacifica manifestazione, e qualche scontro tra forze dell´ordine e manifestanti anche a Firenze. Momenti di tensione a Torino, con il lancio nella centralissima via Po di una bomba carta (che per fortuna non è esplosa) e di bottiglie di vetro contro la polizia, che a sera denuncia quattro minorenni. Reazioni a catena, dal mondo della politica, con il Pdl schierato a difesa del suo ministro – il capogruppo alla Camera Cicchitto: «bene hanno fatto il governo e la Gelmini a non lasciarsi intimidire e a proseguire con determinazione il lavoro che ha già dato frutti» – mentre dall´opposizione molte voci si sono levate a difesa dei diritti di studenti e precari. «Si parla di cattivi maestri, ma abbiamo il problema di non avere più maestri, la Gelmini li sta buttando per strada», ha commentato il portavoce di Sel Nichi Vendola. Nuove manifestazioni sono già annunciate nei prossimi giorni: data simbolo, giovedì prossimo, quando alla Camera si discuterà il ddl sull´università.

La Repubblica 09.10.10

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Studenti e precari in piazza. Gelmini: «Slogan vecchi», di ALESSANDRA MIGLIOZZI

ROMA – «Voi siete l’incubo e noi la sveglia». È ripartita da qui, da questo slogan stampato su uno striscione srotolato di mattina all’alba davanti al ministero dell’Istruzione, la protesta dell’Onda studentesca. In 300mila (secondo gli organizzatori) hanno sfilato ieri da Nord a Sud, in novanta distinti cortei, per dire “no” alle riforme Gelmini e chiedere «una scuola e una università di qualità, con un occhio di riguardo per l’edilizia, visto che oggi gli istituti cadono a pezzi». Non vogliono «i tagli», non vogliono «classi fatiscenti e affollate», pretendono «una nuova didattica meno rigida e più sperimentale». Gli studenti contestano, ma fanno anche proposte e per supportare le loro posizioni stavolta si sono portati in piazza gli insegnanti, precari e non, i sindacati, i genitori, i ricercatori. «Ed è solo l’inizio di un autunno caldo», hanno annunciato le sigle (Unione degli studenti, Link Coordinamento universitario, Rete degli studenti medi, Federazione degli studenti) che ieri hanno animato le manifestazioni andate in scena in tutta Italia. Il corteo romano (secondo gli organizzatori c’erano 30mila persone) ha raggiunto attorno a mezzogiorno il ministero mandando in tilt la circolazione nella zona circostante. Decine di ragazzi hanno affollato la scalinata che porta all’ingresso del dicastero con i volti coperti da maschere bianche «perché per il ministro- spiegano- siamo solo numeri e non persone, per lo Stato non abbiamo una identità, non contiamo niente». Altri giovani, invece, hanno indossato caschetti gialli da lavoro «per proteggersi dalle macerie della scuola che cade a pezzi ma nessuno fa niente». Qualcuno si è portato dietro da casa straccio, scopa e secchio «perché ormai a scuola tagliano anche le pulizie». In tanti hanno preso il microfono per raccontare la loro preoccupazione «per una riforma che anche negli istituti tecnici, che devono servire per trovare lavoro, taglia le ore pratiche e le lingue». «La scuola pubblica è un bene comune»: hanno scritto a chiare lettere i manifestanti romani nello striscione principale del corteo. A Milano la giornata è stata più complicata: durante le proteste un funzionario di polizia è stato colpito ad un occhio con uno spray urticante durante una carica di alleggerimento all’università Statale. Mentre di fronte al provveditorato sono stati lanciati uova e petardi anche contro una sagoma di cartone del ministro Mariastella Gelmini in tuta mimetica portata in piazza per dire no ad alcuni «corsi paramilitari nelle scuole lombarde». Pure a Firenze ci sono stati tafferugli e, alla fine, sono partite una decina di denunce nei confronti di studenti ritenuti responsabili di diversi reati fra cui manifestazione non preavvisata, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, rissa. Tensioni anche a Torino tra fumogeni e proteste.
Qualcuno ha ribattezzato la giornata di ieri “No Gelmini day”, qualcun altro ha scritto sui cartelli portati in corteo che ormai l’Onda è pronta a diventare Tsunami. Tutti promettono un autunno di proteste contro il ministro che ieri è stata al centro di tutti gli slogan della contestazione e protagonista di una revisione della canzone “Bella Ciao” trasformata per l’occasione in “Stella Ciao” che «la nostra scuola hai ammazzato con il Tremonti distruttor». Ma secondo Gelmini ieri in corteo si sono sentiti solo «vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi è aprioristicamente contro qualsiasi tipo di cambiamento e crede di usare la scuola come luogo di indottrinamento politico della sinistra». Secondo il ministro, invece, «bisogna avere il coraggio di cambiare. E’ indispensabile proseguire sulla strada delle riforme: dobbiamo puntare a una scuola di qualità, più legata al mondo del lavoro e più internazionale». Ma gli studenti ribattono: «Altro che difesa dello status quo, è lei che crea disastri». Il Pd ha invitato il ministro a non criticare gli studenti e ad ascoltarli e si è scagliato contro il Tg 1 delle 13 che «è riuscito nell’ennesimo capolavoro di mistificazione della realtà- accusa la responsabile Scuola, Francesca Puglisi-. Alle centinaia di migliaia di studenti scesi in piazza in tutta Italia ha affiancato uno sparuto gruppetto di non meglio identificati supporter della riforma dell’università che invitava il ministro ad andare avanti. Un ardito esercizio di par condicio smentito dalle immagini che mostravano l’esiguità dei manifestanti a favore»’. Ieri hanno scioperato anche i docenti della Flc Cgil per la prima ora. Secondo il sindacato a Roma in alcune scuole hanno aderito il 90% dei professori. Il Miur parla di un 5,5% a livello nazionale

Il Messaggero 09.10.10

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Studenti in 80 piazze. Gelmini: slogan vecchi In 300 mila contro la riforma.

Gli studenti dicono che è stata un successo la protesta di ieri contro i tagli alla scuola e contro la riforma, il «No Gelmini day». Almeno 300 mila manifestanti in piazza, negli ottanta cortei che si sono svolti in tutta Italia. Trenta mila solo a Roma, 20 mila a Milano e a Palermo, 70 mila in Campania tra Napoli e gli altri capoluoghi di provincia, 10 mila a Bari. Migliaia anche a Torino e Firenze.

Nella capitale la giornata di protesta è cominciata all’alba. Alle sei e mezza sono comparsi due striscioni davanti al ministero dell’Istruzione: «Voi l’incubo, noi la sveglia» recitava uno, «La paura fa 90… cortei in tutta Italia» l’altro. Slogan e proteste, e momenti di tensione.

A Milano, due poliziotti sono stati feriti: uno c on l o spray urticante che gli è stato spruzzato sul viso. E ci sono stati scontri e cariche, in alcuni casi gli agenti erano in divisa antisommossa. Denuncia il vicesindaco Riccardo De Corato: «Centri sociali, anarchici e no global si mischiano agli studenti per alimentare le tensioni contro le forze dell’ordine». C’è stato qualche lancio di fumogeni, di oggetti e di petardi contro gli agenti, e poi sputi, spintoni e lo spray urticante. «Ecco il vero volto del No Gelmini day», conclude De Corato. A Firenze in piazza erano 5.000, ma la manifestazione non era stata preavvisata. Parecchia tensione quindi tra studenti e poliziotti, cariche e decine di denunce.
«Bisogna avere il coraggio di cambiare — commenta il ministro Gelmini alla fine dei cortei —. Questa protesta mi pare riproporre vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo. Evidentemente a molti dà fastidio che la scuola, finalmente, non sia più proprietà privata della sinistra».

«Non ha visto bene», gli rispondono gli studenti, che respingono anche le accuse di aver organizzato una giornata di guerriglia urbana. L’Uds (Unione degli studenti, tra le sigle in piazza ieri) replica: «La Gelmini non può limitarsi a dirci che abbiamo vecchi slogan». E sugli scontri: «Non accettiamo che si parli di nuova strategia della tensione. Chi agisce in modo violento è fuori dal nostro movimento. A Roma eravamo in 30 mila e non è successo nulla».

Accanto agli studenti c’erano anche i ricercatori universitari, molti precari e in tutto il Paese, in un incrocio voluto di proteste, c’è stato lo sciopero dei docenti della Cgil e di Unicobas (i primi hanno scioperato un’ora, gli altri l’intera giornata) che, a quanto affermano le organizzazioni sindacali, è stato anche questo un gr a nde s uccess o. Molte l e scuole con i cancelli chiusi per la prima ora di lezione. «Le manifestazioni di oggi sono il primo passo di una mobilitazione che si estenderà nei prossimi giorni nelle scuole, negli atenei, negli istituti di ricerca pubblici — dice Mimmo Pantaleo della Cgil —. I professori hanno aderito per non meno del 70 per cento, con punte di 90». Ma dal ministero dell’Istruzione arriva una nota: non più del 5,5 per cento il dato dei partecipanti allo sciopero, tra dirigenti, docenti e personale Ata.

E la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi si rivolge direttamente al ministro: «Ascolti il disagio espresso da questi studenti che a migliaia hanno affollato i centri cittadini, invece di continuare a negare l’evidenza perché se qui c’è qualcuno che abusa di vecchi slogan è proprio il ministro quando parla di luogo di indottrinamento della sinistra. Quale indottrinamento se mancano persino le aule».

Corriere 09.10.10