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"La scuola usata per la guerra", di Giuseppe Caliceti

Venerdì 300mila studenti e docenti hanno chiesto le dimissioni del Ministro delll’Istruzione. Ad essi, ieri pomeriggio, in una manifestazione regionale a Reggio Emilia, si aggiungono tanti genitori degli studenti del gruppo trasversale «Riprendiamoci la scuola». Ma Gelmini, che non ha incontrato i precari «perchè sono militanti politici», non riceve neppure gli studenti perchè «dà fastidio che la scuola non sia più proprietà privata della sinistra ». Intanto ad Adro, dopo un mese dall’inizio delle lezioni, restano in una scuola pubblica i simboli leghisti e lo Stato è latitante. E a Chieri l’assessore all’Istruzione dichiara: «A scuola i disabili disturbano. Meglio mandarli via dalla scuola per essere seguiti da personale specializzato ». È ormai la guerra di tutti contro tutti. Mentre in Piemonte si parla di far uscire da scuola gli studenti disabili, in Lombardia entrano i militari. Titolo del corso: «Allenati per la vita». Tra le materie: armi e tiro, con gare pratiche finali tra pattuglie di studenti. Il corso, organizzato dall’ufficio scolastico lombardo e dall’esercito, ha l’investitura dei ministri Gelmini e La Russa. Obiettivo? Contrastare il bullismo grazie al lavoro di squadra. Chissà se è prevista la partecipazione di studenti disabili o, come accade per le prove Invalsi, sono esonerati per non rovinare la media

da L’Unità/Bologna

"La guerra e i veri obiettivi", di Vittorio Emanuele Parisi

Il 2010 si va profilando come l’anno più luttuoso per la coalizione multinazionale da quando la guerra afghana è cominciata. E a questa tendenza generale non sfugge purtroppo neppure il contingente italiano.
Il prezzo da pagare si fa sempre più alto, al punto che dal presidente Obama al premier Cameron al ministro della Difesa La Russa, tutte le autorità governative si affannano a proclamare il 2011 come l’anno in cui terminerà lo sforzo di Isaf. Quasi volessero rassicurare l’opinione pubblica che si tratta di stringere i denti ancora per un anno e poi l’incubo, con il suo stillicidio di morti, cesserà o perlomeno smetterà di riguardarci.

Lasciateci dire che tutto questo è profondamente sbagliato. Il punto non è fissare una data e cercare di arrivarci in qualche modo. Il punto è capire quali sono gli obiettivi della nostra guerra, quella di Isaf, in Afghanistan, adeguare la strategia agli obiettivi e ritirarsi quando saranno stati raggiunti o quando risultasse evidente che è impossibile ottenere più di quanto è stato conseguito. Ma procediamo con ordine. Quello che tutti sembrano aver dimenticato è che la guerra in Afghanistan era già in corso quando la coalizione internazionale è arrivata.

Era una guerra tra l’Alleanza del Nord, il cui leader Massud fu eliminato poche ore prima dell’11 settembre, e il regime talebano. L’intervento occidentale in quel conflitto fu causato dagli attentati dell’11 settembre e dal rifiuto del regime talebano di consegnare Osama alle autorità americane, come richiedevano le Nazioni Unite. Noi non siamo entrati in guerra per trasformare l’Afghanistan in una socialdemocrazia, né per far prevalere questa o quella fazione. Ma abbiamo sostenuto una fazione e rovesciato il regime talebano per un duplice scopo: quello esplicito di eliminare le cellule qaediste e catturare Bin Laden e quello implicito di tenere la guerra lontano dall’Occidente, dopo che Bin Laden era riuscito a portarla nel cuore dell’Occidente.

Potremo discutere all’infinito se, finora, l’obiettivo esplicito è stato raggiunto, consapevoli che di Bin Laden si sono perse le tracce tanto che neppure sappiamo se è ancora vivo, ma anche che gran parte della struttura qaedista in Afghanistan è stata eliminata fisicamente. Siamo peraltro riusciti a tenere la guerra lontano dalle nostre case, anche se, in questi nove anni, Londra e Madrid sono state colpite da due gravi attentati terroristici. La domanda che oggi dovrebbero porsi i leader della Nato e dei Paesi associati è se, arrivati a questo punto, non occorra cambiare radicalmente strategia per raggiungere i medesimi obiettivi (tenere lontana la guerra e colpire Al Qaeda), cioè se la presenza delle truppe Isaf costituisca ancora uno strumento efficace o possa essere invece controproducente rispetto ai nostri scopi di guerra. Che non sono quelli di Kharzai. Il Presidente afgano ha i suoi scopi, sintetizzabili nel restare al potere e nel cercare di dare un minimo di tregua al suo popolo. Per potercela fare ha bisogno come minimo di avere un migliore strumento militare, che gli consenta di consolidare la propria posizione, e poi di cercare una soluzione politica del conflitto che sia la sua e non la nostra, parlando con chi ritenga opportuno. A tal fine, la nostra presenza rischia di essere un impiccio. Finché Isaf sarà in Afghanistan il raggio di trattative che Kharzai potrà intavolare con successo sarà di necessità limitato. Ma se l’Alleanza riterrà che, giunti a questo punto, il conseguimento dei nostri scopi di guerra richieda il ritiro di Isaf, allora si dovrà procedere in questa direzione. Valutando solo che ciò avvenga senza mettere a rischio la credibilità della Nato e chiarendo che se l’Afghanistan, con o senza l’associazione dei talebani al governo, dovesse tornare a essere un santuario per i terroristi, si esporrà a una massiccia rappresaglia militare.

Durante i quasi dieci anni di guerra, ci siamo ritrovati a combattere per obiettivi probabilmente irrealizzabili con queste modalità e comunque in così poco tempo. Le foto delle ragazze di Kabul negli Anni 60, con i loro tailleur e i loro capelli al vento ci ricordano che la situazione è regredita di conflitto in conflitto, da quando il Paese è scivolato nella guerra civile che portò all’intervento russo. Quello che abbiamo imparato è che, quando la guerra è tra la gente, conquistare i cuori e le menti della popolazione civile è la sola via per vincere. Ma farlo mentre si combatte è quasi impossibile. Sarebbe come cercare di fare contemporaneamente lo sbarco in Normandia (in cui morirono più civili francesi che soldati di tutti gli eserciti) e il Piano Marshall. Ed è proprio quello che stiamo provando a fare in Afghanistan.

da www.lastampa.it

«La Cgia ricalcola i disoccupati. "Al Sud sono oltre il 17 per cento"»

Cifre molto più preoccupanti rispetto a quelle ufficiali dell’Istat. Comprendendo anche “gli scoraggiati” in Campania si tocca il 20% di senza lavoro contro il 15% dell’Istat, in Puglia si va sopra il 17% contro il 13 dell’Istituto di statistica
La Cgia ricalcola i disoccupati “Al Sud sono oltre il 17 per cento”

ROMA – In Campania, la disoccupazione reale è al 20,1% (5,8 punti in più rispetto al dato ufficiale calcolato dall’Istat), in Puglia al 17,5% (+4), in Calabria al 17,3% (+ 5,7) e in Sicilia al 16,8% (+1,8). Nel mezzogiorno il dato medio si attesta al 17,2%. A livello nazionale, invece, si colloca al 10,2%: quasi 2 punti in più rispetto al dato ufficiale calcolato dall’istituto di statistica. Questi i valori del tasso di disoccupazione reale (o, con una accezione più tecnica, del tasso di marginalità dal lavoro), calcolato dalla Cgia di Mestre. In termini assoluti, secondo gli artigiani mestrini, l’esercito dei disoccupati reali è composto da oltre 2.621.000 persone: ben 528.592 In più rispetto al numero ufficiale.

“Sebbene il numero degli inattivi presenti nel nostro paese – afferma Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia – sia rimasto pressocché stabile negli ultimi decenni, dall’avvento della crisi ad oggi, coloro che hanno deciso di non cercare più attivamente un lavoro sono cresciuti in maniera molto decisa. Negli ultimi 2 anni sono fuoriuscite dalla categoria delle forze di lavoro oltre 528.500 persone che, di conseguenza, non vengono più classificate come occupate o in cerca di occupazione. Ciò significa che il tasso di disoccupazione calcolato dalle statistiche ufficiali è attualmente inferiore a quello reale. Pertanto, alla luce del forte aumento degli scoraggiati, abbiamo stimato un nuovo indicatore: il tasso di marginalità dal lavoro, inteso come sommatoria
dei disoccupati e di quel forte numero di sconfortati cresciuto proprio in questo ultimo periodo”.

Il risultato fa esplodere la disoccupazione reale presente nel mezzogiorno: +3,7 punti rispetto al dato medio ufficiale; con punte del +5,8 in Campania; del +5,7 in Calabria e del +5 in Abruzzo. Nel centro nord, invece, i differenziali tra le due medie sono invece molto contenuti. “L’esercito dei nuovi scoraggiati – conclude Bortolussi – si concentra prevalentemente al sud. Tra le oltre 528.500 Persone che in questi ultimi 2 anni di profonda crisi hanno deciso di non cercare più un lavoro, oltre il 61% del totale risiede nelle regioni del mezzogiorno. E’ evidente che una gran parte di queste persone è andata ad alimentare l’abusivismo e il lavoro nero con gravi ripercussioni per quelle aziende che, nonostante le difficoltà economiche, sono rimaste in attività”.

da www.repubblica.it

"Giornata dei diritti delle persone down. Le associazioni: «Gelmini ci penalizza»", di Luciana Cimino

L’Italia è ancora un paese che tutela i bambini deboli? Nel Lazio, come l’inchieste de l’Unità hanno dimostrato nei giorni scorsi, i tagli alla sanità della giunta Polverini hanno penalizzato i centri di riabilitazione e quindi le famiglie con ragazzi disabili che si sono visti negare le cure essenziali. Nel resto del Paese è la contestata riforma Gelmini a creare difficoltà ai genitori dei bambini con handicap. «Il percorso formativo delle persone disabili è penalizzato», denunciano dal CoorDown, il coordinamento nazionale che riunisce oltre 80 associazioni che si occupano di sindrome di down e che quest’anno ha scelto come tema per la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down, in corso oggi sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica, proprio la scuola. «La composizione di classi di 30 alunni, i ritardi nelle nomine degli insegnanti di sostegno, la mancanza di un tetto massimo di alunni con disabilità nella stessa classe, la consuetudine di accorpare gli alunni con disabilità con un unico insegnante di sostegno fuori della classe, l’utilizzo dell’insegnante di sostegno per supplenze: questa è la situazione attuale», spiega Sergio Silvestre, coordinatore del CoorDown. «La Gelmini non ci incontra da novembre scorso, manda avanti i suoi funzionari a dire che provvederanno ma l’anno scolastico è cominciato e ancora non si è visto niente». Per questo la giornata di oggi «ha un obiettivo inderogabile: una vera inclusione degli studenti disabili, perché gli strumenti legislativi perché questo avvenga, anche se ignorati, esistono». Altrimenti, conclude Silvestri «entro novembre scenderemo ancora in piazza per rivendicare un diritto sacrosanto». ROSA «RIFIUTATA» A GARDALAND Sono anche cadute nel vuoto le due interrogazioni parlamentari che Maria Antonietta Farina Coscioni, segretario della commissione Affari Sociali alla Camera e co-presidente dell’associazione Coscioni, ha presentato sul caso di Rosa, la bambina down di 8 anni alla quale ad agosto è stato negato l’accesso a Gardaland. Nessuna risposta dai ministri Carfagna e Meloni. Alla fine la parlamentare radicale si ha proposto una mozione che deve essere necessariamente discussa dal Parlamento e votata. La mozione chiede l’intervento del governo per un regolamento concordato con le associazioni e i gestori sull’accesso ai parchi giochi per i bambini down. Il padre di Rosa, Aldo Aceto, magistrato e presidente dell’associazione Pianeta Down, ha presentato denuncia e avviato l’azione civile per il risarcimento danni: «Non voglio soldi da Gardaland – ha detto –ma che si gestiscano diversamente i rapporti con la disabilità».E oggi, per la Giornata Nazionale delle persone con la Sindrome di Down, in 200 piazze italiane, o accanto a chiese e centri commerciali, si possono prendere informazioni o acquistare una tavoletta di cioccolato. Con i contributi raccolti potranno essere sostenuti i progetti delle 80 associazioni che fanno capo al Coor- Down (www.coordown.it).

da www.unita.it

"Si può staccare la spina dall'orrore?", di Aldo Grasso

Dal pozzo di Vermicino al delitto di Avetrana

Ieri, mentre si celebravano i funerali della povera Sarah, al Corriere sono continuate a giungere centinaia di mail di protesta sul programma «Chi l’ha visto?», sull’opportunità di annunciare in diretta alla madre la morte atroce della figlia. Le proteste contro la trasmissione continuano da giorni. Ogni volta per esprimere sdegno e rabbia, come se una moviola potesse far tornare indietro il tempo e una mano soccorrevole spegnere quella telecamera.

Passata la commozione e superato lo shock, dobbiamo provare a ragionare a mente fredda. Certo, la trasmissione poteva essere interrotta e la regia evitare di indugiare sul volto pietrificato della madre, ma in simili situazioni è ancora possibile staccare la spina? Spenta la telecamera di un programma dedicato alle persone scomparse, siamo sicuri che non sarebbe rimasta accesa quella di una tv locale? I media non sono più soltanto strumenti del comunicare, ma rappresentano un nuovo ambiente in cui viviamo, nuotiamo galleggiamo. Interrotto «Chi l’ha visto?», forse noi oggi inseguiremmo sul web quello stesso volto pietrificato, ripreso magari da un telefonino.

Nel 1981 è successa la terribile tragedia di Vermicino, un’atroce, lunga diretta sull’agonia di un bambino sprofondato in un pozzo. Vermicino è stato un punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro. Con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre. Da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell’ascolto. Ogni volta, il luogo della tragedia si trasforma in un enorme set televisivo, con il fondato rischio che il dolore declini in spettacolo. Un fremito sembra anzi scuotere gli astanti, parenti e amici (perché la madre era in tv, aveva solo la Sciarelli cui chiedere soccorso?).

Ma «l’effetto Vermicino» riguarda solo l’Italia o è così in tutto il mondo? Qualche anno dopo, era il maggio del 1985, a Bruxelles Juventus e Liverpool si giocavano la finale della Coppa dei campioni. Ebbene, quella sera, allo stadio Heysel, rimasero uccise 39 persone (più 580 feriti): l’infausta serata fece il giro del mondo in diretta e solo la tv tedesca si rifiutò di mandare in onda le immagini. In questo momento, in Cile, 33 minatori sono ancora intrappolati nella miniera di San José. Una trivella sta per raggiungerli e liberarli. Intanto, fuori, c’è un accampamento dove bivaccano parenti e troupe giunte da tutto il mondo. Qualcuno ha evocato il film L’asso nella manica. Speriamo vivamente nel lieto fine, ma succedesse una disgrazia finirebbe immediatamente nell’etere.

Nel luglio di quest’anno, abbiamo assistito alla tragedia di Duisburg, in Germania, dove 19 ragazzi sono morti a un raduno, la Love parade, per le conseguenze di una calca improvvisa scatenata da momento di panico. C’era la tv, ma c’erano soprattutto i telefonini dei ragazzi che sui social network hanno immediatamente caricato i filmati di quel terribile incidente. Se qualche funzionario avesse stoppato le riprese televisive, la tragedia sarebbe comunque andata in onda in diretta, con nuove e inusuali modalità.

L’11 settembre, la stazione di Atocha, l’Iraq, la scuola in Ossezia, l’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi da parte dei carnefici di Al Qaeda… Sembra che la brutalità sia la sola retorica della nostra epoca, il solo modo con cui ci esprimiamo. Ci sono giorni in cui malediciamo i media perché mostrano quello che non vorremmo mai vedere: morte, distruzione, sangue. Del resto, i fratelli Kennedy, presidenti del Paese tecnologicamente e democraticamente più avanzato, sono morti sotto l’occhio delle telecamere. Dalla Striscia di Gaza ci giungono spesso immagini di morte. Solo Israele tende a non mostrare l’orrore in tv, come se il ricordo della Shoah fosse sacro e inviolabile: una decisione, la sua, però contestata da molti, quasi che la ritrosia dello Stato di Israele a mostrare lo strazio delle sue vittime favorisca la propaganda avversa.

A volte, abbiamo la sensazione che certi conduttori, come sciacalli, siano pagati per non retrocedere mai di fronte a ciò che non comprendono, per avere parole anche quando non hanno pensieri e che la tv non conosca la potenza del lutto: altrimenti saprebbe ancora far calare il sipario sull’orrore. Bisogna smetterla di parlare della normalità del male; qui siamo di fronte al male della normalità. Un passo indietro si riesce a fare solo quando un’intera comunità ristabilisce il senso del tabù. Ma, da Vermicino, tornando al caso della povera Sarah, il Servizio pubblico non ha mai dettato un codice di comportamento per casi simili, anzi ha allegramente alimentato trasmissioni che hanno trasformato la tragedia in entertainment: il «Novi Ligure show», il «Cogne Show», l’«Erba show», il «Garlasco show» e via elencando. Ha lasciato alla sensibilità dei singoli l’onere di non degenerare. L’etica è un insieme di valori condivisi, appartiene prima alla società, poi alla rete televisiva e infine, di conseguenza, ai singoli conduttori.

da www.corriere.it

Inaccettabile la pressione nei confronti dei ricercatori universitari indisponibili

Le legittime azioni di lotta di questi mesi, a partire dall’indisponibilità dei ricercatori a svolgere compiti didattici che esulino da quelli definiti dalle norme come “integrativi dei corsi di insegnamento ufficiali” (art. 32 DPR 382/80), hanno portato ad un rallentamento dell’iter del DDL.

In questo senso lascia sgomenti l’iniziativa della commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali che chiede ai rettori di “conoscere, con riferimento al personale in servizio nel ruolo di ricercatore, quali attività tale personale si rifiuti eventualmente di svolgere e se tale rifiuto consista nel manifestare preventiva indisponibilità all’assunzione degli incarichi di docenza, o piuttosto consista in una mera astensione dall’attività didattica”.

È singolare che proprio durante la massima pressione da parte di confindustria, governo e parte dei rettori per una rapida approvazione del disegno di legge arrivi questa missiva. Appare come l’ennesimo atto intimidatorio.

Anche per questa ragione auspichiamo la piena riuscita della manifestazione/presidio del 14 ottobre a Montecitorio per riportare la discussione sulla riforma universitaria in un ambito accettabile, che veda il coinvolgimento di tutte le componenti universitarie, ed una vera ed attenta discussione parlamentare.

Vanno rispediti al mittente tutti i tentativi di bloccare la protesta, compresi quelli della commissione di garanzia.

da www.flcgil.it

"Governo, consensi solo dal 30%", di Renato Mannheimer

Le priorità: dei cinque punti, il fisco è quello più sentito dagli elettori. Ultimo il federalismo

I cinque punti che Berlusconi ha indicato come priorità (tasse, giustizia, Mezzogiorno, sicurezza, federalismo) costituiscono un programma ampio e impegnativo, sulla cui realizzazione molti nutrono dubbi. È certo, tuttavia, che Berlusconi ha, in questo momento, necessità di imprimere nuova linfa all’azione dell’esecutivo. Non solo in relazione agli equilibri politici interni, quanto per frenare il declino di consensi per l’operato del governo, in atto ormai da mesi e che ha portato a una forte contrazione del seguito per il Pdl, attestatosi in questi giorni attorno al 29%. Se si domanda agli italiani «come valuta l’operato complessivo del governo fino a questo momento?», solo meno di un terzo (30%) risponde in modo positivo, mentre quasi tutti i restanti esprimono un giudizio critico. È significativo il fatto che, su questo argomento e diversamente da quanto accade per tante altre questioni politiche, quasi tutti manifestano un’opinione e le risposte «non so» sono pochissime (2%).

I consensi per il governo sono in misura simile a quanto rilevato a inizio luglio (31%), ma sensibilmente inferiori a quanto emerso nei mesi precedenti: a marzo erano 39%, a giugno erano 33%. Segno che la crisi crescente di fiducia verso l’esecutivo è ancora in atto. Naturalmente, essa non si presenta con la stessa intensità nelle varie categorie di cittadini. Esprimono maggior disagio i giovani fino a 24 anni e i residenti nel Meridione (che vedono con più timore il federalismo). Nonché, ovviamente, gli elettori del centrosinistra, tra i quali i giudizi critici superano l’84%. Ma anche tra i votanti per i partiti di maggioranza c’è una considerevole area di insoddisfazione, che oltrepassa un quarto di questi ultimi (26%, con un’accentuazione tra i leghisti).

E, ancora, si registra una pericolosa prevalenza (81%) di delusi dall’attività di governo nel settore cruciale degli indecisi sul partito (e, spesso, sullo schieramento) da votare alle prossime eventuali elezioni. Tutto ciò comporta perplessità sulla effettiva capacità del governo di fare le riforme promesse. Solo sei mesi fa la maggioranza degli italiani (58%) dichiarava di credere comunque all’attuazione di queste ultime. Oggi, questa posizione è espressa dal 44%, mentre la gran parte degli intervistati (53%) si dice incredula sulla realizzazione. Anche in questo caso, lo scetticismo è presente, in misura minoritaria (19%), nell’elettorato di centrodestra e, in maggioranza (67%), tra gli indecisi.

Restano comunque diffuse le aspettative che qualcosa si realizzi. Esse riguardano tutte e cinque le tematiche proposte da Berlusconi, considerate nel loro complesso essenziali e urgenti. C’è tuttavia una graduatoria di priorità attribuita dagli italiani. Essa vede primeggiare la questione fiscale e l’attesa della riduzione delle tasse, già oggetto più volte del programma elettorale del centrodestra e ribadita dal presidente del Consiglio anche nelle sue ultime dichiarazioni. Seguono la riforma della giustizia, il Mezzogiorno e la sicurezza, mentre il federalismo fiscale, pur reputato importante, si colloca in una posizione di minore urgenza percepita dalla popolazione, specie tra i residenti al Sud. Insomma, gli italiani si mostrano fortemente scettici, ma, al tempo stesso, speranzosi che qualcosa si riesca a fare. E Berlusconi, che conosce bene la situazione essendo un cultore dei sondaggi, deve, per recuperare voti e popolarità, cercare di andare incontro alle loro attese.

da www.corriere.it