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"La rivolta degli schiavi parte dal litorale domizio" di Vincenzo Iurillo

I luoghi simbolo del caporalato sono le rotonde stradali sparpagliate tra i vialoni del casertano, del litorale domiziano, della provincia Nord di Napoli. È nei pressi di questi slarghi di cemento che ogni mattina migliaia di immigrati, per lo più africani, vengono ingaggiati per pochi euro al giorno. Per lavorare in nero nell’edilizia, nella grande distribuzione, nelle campagne. Senza assicurazione, senza tutele, senza contributi. Senza
nessun diritto. Ieri mattina all’alba questo esercito di manovalanza clandestina e silenziosa – stimato in quasi 7000 persone secondo i movimenti dei migranti e dei rifugiati – ha deciso di protestare incrociando le braccia. Per dire no alle condizioni finora imposte loro dai caporali, alle paghe giornaliere da fame ancora più basse con la crisi in atto, alle trattenute di 3 o 5 euro imposte dagli schiavisti del Terzo millennio.
SOSTENUTI dai centri sociali, dai movimenti anti-razzisti e dalle associazioni di volontariato, gli immigrati si sono radunati a Baia Verde, Villa Literno, Castelvolturno, Casal di Principe, Pianura, Scampia, Afragola, Giugliano, Quagliano, Licola, Quarto, portando appeso al collo il cartello: “Oggi non lavoro per meno di 50 euro al giorno”. Distribuendo un volantino dal titolo “Siamo uomini o caporali”, hanno spiegato le proprie ragioni agli automobilisti e ai passanti incuriositi. Raccontando storie di agghiacciante sfruttamento. Come quella del nordafricano 30enne che si spacca la schiena 10 ore per 15-20 euro al giorno, a seconda dell’umore del caporale di turno. O del giovane nigeriano che scarica cassette di frutta e di latte in un supermercato gratis per giorni, nella speranza, che non sempre si avvera, di ricevere un salario a fine settimana.
JOSEPH, 39 ANNI, ghanese vive da nove in Italia, è sposato e ha due figli. Vive nella periferia di Villa Literno, dice di arrangiarsi con lavoretti da 25-30 euro al giorno e confessa di non riuscire a farcela. D’estate Joseph fa il bracciante agricolo: raccoglie la frutta per 12 ore al giorno. In alternativa, si presta a fare il giardiniere, il facchino, il muratore. Non raggiunge i mille euro al mese e al netto delle bollette e del cibo c’è davvero poco da scialare. “Qui circola una battuta che non è tanto lontana dalla realtà: c’è chi lavora soltanto per un panino” dice Mimma D’Amico del centro sociale ex Canapificio, uno degli enti che ha promosso lo sciopero. “Ma stiamo assistendo a una situazione paradossale: nei controlli incappano solo questi lavoratori, perché clandestini o irregolari, e non gli sfruttatori. Che approfittano di loro proprio perché sono privi di permesso di soggiorno, obbligandoli ad accettare condizioni davvero assurde. Cose che denunciamo da anni, nel silenzio assordante del governo e delle istituzioni, a cui ci rivolgiamo affinché favoriscano interventi per l’emersione del lavoro nero”.
LA SITUAZIONE è peggiorata da quando negli ultimi tempi alle storiche comunità di immigrati asiatici e africani si sono aggiunti i romeni e i cittadini dell’Est europeo, che accetterebbero di lavorare a condizioni peggiori (i romeni ieri hanno lavorato lo stesso). La protesta degli immigrati è comunque stata pacifica e composta. “Una bella manifestazione – commenta Alfonso De Vito, della rete antirazzista – perché queste persone hanno avuto il coraggio di scendere in piazza, metterci la faccia e sfidare i caporali”. A Baia Verde, nella piazzetta dove morì Miriam Makeba al termine di un concerto per le vittime della strage di San Gennaro a Castel Volturno, in molti si commuovono e dedicano un pensiero a Mamma Africa. Pregando per un futuro migliore.

da Il Fatto Quotidiano 09.10.10

"Mariastella delle gaffe. Il ministro senza fondi che Tremonti snobba", di Federica Fantozzi

“Pregiudizi contro chi, come me, ha gli occhi a fessuretta» si difendeva la vaporosa Caterina Guzzanti-Mariastella Gelmini a Parla con me. Chissà se, in consiglio dei ministri, la vera titolare dell’Istruzione ha opposto lo stesso argomento allo sferzante sarcasmo di Giulio Tremonti con le forbici in mano.
In fondo, il mite collega Bondi, che ha minacciato dimissioni dalla Cultura stanco di fronteggiare la rivolta di teatri, musei, fondazioni, enti lirici, siti archeologici, etc, ha incassato non soldi ma almeno umana solidarietà. Lei, invece, tutti si chiedono se sia cattiva o la disegnino così. L’avvocato dalle mise grigio acciaio, i lineamenti appuntiti e gli occhiali aguzzi; il ministro ribattezzato dall’Onda «della Pubblica Distruzione»; la cattolica ritratta come Beata Ignoranza in irridenti santini; la neo-mamma che ha fatto imbufalire mezza Italia dichiarando che «il congedo di maternità è un privilegio, tutte dovrebbero tornare subito a lavorare come me».
37 anni, liceo a Desenzano del Garda, laurea a Brescia, praticantato ed esame da avvocato a Reggio Calabria (trasloco foriero di molte illazioni), sposata a Sirmione con un aitante immobiliarista bergamasco (abito avorio, Berlusconi presente, servizio fotografico esclusivo con parenti e affini in posa per Chi). Forzista della prima ora, consigliere regionale lombarda e coordinatrice locale del partito. Nordista fino al midollo. Al punto che, a voler credere al Cavaliere, chiamò la bimba Emma su sua «imposizione» in onore della Marcegaglia: decisamente erano altri tempi, adesso alla presidente di Confindustria il Giornale del premier intitola dossier. Così nordista la Gelmini che quando Bossi se la prese con gli insegnanti del Sud dopo la bocciatura del figliolo, da Cortina d’Ampezzo batté un colpo: «Nel Sud alcune scuole abbassano la qualità. In Sicilia, Puglia, Calabria (che ingratitudine, avranno pensato laggiù, ndr) e Basilicata organizzeremo corsi intensivi».
Il ministro ha dato nome a due fatti epocali. La Riforma Gelmini (work in progress) di scuola e università. E il No Gelmini Day, punto culminante di una stagione di manifestazioni di genitori, maestri, professori, precari, cobas. Migliaia di caschetti gialli con il suo volto incorniciato da un segnale di senso vietato. Slogan socratici «Come nasce la dittatura? Con i tagli alla cultura» o pragmatici «Silvio, il viagra nasce dalla ricerca».
Gelmini difende la sua multiforme creatura: «meritocrazia, trasparenza e competitività internazionale», addio a baronie e incrostazioni corporative, razionalizzazione degli atenei inutili, rettori a tempo, maestro unico, liceo musicale-coreutico, ritorno ai voti. Plaude alla alla bocciatura per voto di condotta e al grembiule anti-griffe e anti-bullismo. Ma anche ai libri di testo digitali e alle lavagne interattive multimediali. Sul canale dedicato su YouTube illustra gli estimi, la figura disegnata, le tecniche di ristorazione.
Non incontra i precari «perché sono militanti politici». Non riceve gli studenti perché «dà fastidio che la scuola non sia più proprietà privata della sinistra». Quella di Adro, in realtà, è quantomeno affittata alla Lega, e nonostante la lettera con cui lei invitava il sindaco «ad adoperarsi per toglierlo» il Sole delle Alpi è ancora lì.
Il ferreo universo gelminiano mostra due sole crepe. La prima è la scelta del pirotecnico Giorgio Stracquadanio come consigliere politico. La seconda è l’assoluta mancanza di fondi per realizzare la rivoluzione dell’italica istruzione. Mancherebbero parole sue decine di milioni di euro. Copertura zero per ricercatori, associati, precari (pochi) da regolarizzare. Atenei di buon livello al collasso, incapaci di rispettare l’offerta programmatica promessa al momento delle iscrizioni. Le scuole vivono i momenti bui dei tribunali, tocca portarsi da casa il materiale di prima necessità. E Tremonti, slot machine dei dicasteri altrui, si gira dall’altra parte. Quella leghista.

L’Unità 09.10.10

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Il testo Gelmini viola le leggi sulla sicurezza nelle aule

Il Movimento per la Difesa della Scuola Pubblica denuncia che la riforma Gelmini va contro le leggi sulla sicurezza. «Basterebbe appendere nelle porte delle aule dei cartelli indicanti capienza e numero massimo di alunni per le relative classi, in base a un numero massimo di 26 persone per aula e di circa due metri quadri di spazio a testa per spronare gli stessi studenti o genitori a segnalare i casi di sovraffollamento, chiedendo lo sdoppiamento delle classi, con le conseguenti ricadute positive date da lezioni con meno alunni.
Molte classi non si formano o gli alunni abbandonano o vengono inseriti nell’apprendistato o nella formazione professionale. Il risultato è calo dei diplomati, che incide considerevolmente sul calo degli iscritti nelle università. Un vero crimine, visto che in Italia dal 2003, e in Sardegna da 2 anni, gli alunni delle scuole inferiori aumentano».

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“Solo i tagli sul personale ammontano a quasi 8 miliardi di euro, pari a 130mila posti di lavoro”, di Luigina Venturelli

Ma la lista è lunga e articolata: offerta formativa, cancelleria, edilizia scolastica, crediti inevasi.
La scuola, vittima prediletta dal governo per fare cassa
L’impossibile conteggio dei tagli alla scuola inflitti dal governo: 8 miliardi sul personale, 1,6 miliardi di crediti non pagati, 73 milioni sulla cancelleria, 10 milioni sull’offerta formativa. Ma la lista è ancora lunga. Ci sono i tagli al personale, quelli all’ampliamento dell’offerta formativa, quelli per il funzionamento ordinario amministrativo. Poi ci sono i crediti che gli istituti vantano nei confronti del Ministero ma che vengono pagati con anni di ritardo, i fondi per l’edilizia scolastica che non si trovano mai, e le risorse che stanziavano gli enti locali prima di essere strozzati dalla manovra d’estate di Tremonti. Impossibile fare una somma esaustiva dei tagli che questo governo ha inflitto e continua ad infliggere alle scuole italiane: il salasso arriva da più parti e spesso sotto mentite spoglie.
LA RIDUZIONE DEL PERSONALE
Un dato acclarato è quello relativo al piano triennale di riduzione del personale che ha preso avvio nel 2009: quasi 8 miliardi di euro in meno, equivalenti ad oltre 130 mila posti di lavoro in corso di cancellazione, 87mila docenti e 45mila ausiliari. «Ma i tagli effettivi sono superiori» sottolineano Gianna Fracassi e Annamaria Santoro dell’Flc Cgil, «perchè il conto finale non considera la soppressione quasi totale dei corsi serali per adulti». Sono infatti sparite quasi del tutto le classi riservate agli studenti lavoratori, quelle allestite negli istituti penitenziari, quelle per persone in età matura: un’utenza debole che non ha avuto modo di alzare la voce e di venir considerata nell’elenco dei danneggiati dalla Gelmini. I numeri sono comunque previsionali, quelli reali potrebbero presto rivelarsi peggiori: la perdita dei posti di lavoro, infatti, considera il licenziamento di 17mila precari all’anno, ma la cifra è destinata a salire man mano che docenti e ausiliari a fine carriera decideranno di ritardare la pensione per non rimetterci in termini economici.
LA VTTIMA PRESCELTA
Quando c’è da recuperare risorse per aggiustare i conti pubblici, la scuola si rivela spesso la vittima prescelta: certo la manovra di luglio ha bloccato i rinnovi contrattuali per tutti i pubblici dipendenti, ma il grosso del risparmio è arrivato dal blocco delle anzianità tra il personale scolastico. E non stupisce il risparmio di 73 milioni di euro attuato sul funzionamento ordinario amministrativo, ovvero sulle spese per la carta, i toner e la cancelleria in generale: lo sanno bene le famiglie degli studenti, a cui gli insegnanti chiedo-
no di farsi carico delle fotocopie necessarie all’attività didattica.
Ancora più odioso il salasso ai fondi per la legge 440 sull’offerta formativa, vale a dire corsi aggiuntivi e sperimentali, sostegno all’innovazione, scuola digitale, integrazione degli alunni in situazione di handicap. Quelli per il 2010 ammontano a 129 milioni di euro, 10,5 milioni in meno rispetto al 2009 e la metà dei 260 milioni che erano disponibili dieci anni fa. Ma la lista non è ancora finita: ci sono i 350 milioni di euro stanziati per l’edilizia scolastica che invece, secondo le stime della Protezione civile, ne richiederebbe 13 miliardi. I crediti per 1,6 miliardi che le scuole vantano nei confronti del Miur e che hanno convinto la Cgil scuola e le associazioni dei genitori a presentare una class action nei confronti del Ministero. E i tagli per ora non quantificabili che gli enti locali saranno costretti a fare sui servizi scolastici dopo la stretta finanziaria della scorsa estate.
«Si tratta di tagli orizzontali che non eliminano gli sprechi per reinvestire in qualità, ma che impoveriscono il sistema dell’istruzione con una operazione di bilancio» spiega il segretario generale della Flc, Domenico Pantaleo. «Eppure l’Italia spende già molto meno degli altri paesi Ocse nella scuola e nell’università: solo il 4,5% della spesa pubblica a fronte di una media europea del 5,7%».

L’Unità 09.10.10

"Legge elettorale, due bozze bipartisan", di Rudy Francesco Calvo

Politica, sarà possibile superare il Porcellum?
Non ci saranno stati i vertici ad altissimo livello rivelati da giornali e agenzie di stampa, come quello tra Bersani, D’Alema e Gianni Letta prontamente smentito dal segretario del Pd o, ancora prima, quello tra Franceschini, Mantini e Bocchino, anch’esso rigettato come una bufala dai diretti interessati. Quel che è certo, però, è che i contatti informali in prospettiva di una riforma della legge elettorale esistono e sono trasversali agli schieramenti di maggioranza e opposizione. Se Fini si chiede se sia «eresia » dire che «democrazia è restituire all’elettore la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti », Casini parla di «un’intesa possibile», che sarebbe «già nel cassetto», pronta per essere tirata fuori in caso di un’accelerazione verso la crisi di governo. Berlusconi lo sa e sa anche che per quella strada passerebbe la realizzazione di un governo di transizione, magari a guida Pisanu, che frenerebbe la sua corsa alle urne. Non è un caso, quindi, che il fedelissimo presidente del senato Schifani tiri il freno a mano, collocando la legge elettorale «all’interno di un pacchetto complessivo di riforma di funzionamento del nostro paese».
I timori del Cavaliere appaiono più vicini a concretizzarsi, non solo perché gli equilibri interni al centrodestra appaiono sempre più precari, ma anche perché si sta sgretolando uno dei principali limiti alla realizzazione di un’intesa bipartisan sulla sostituzione del porcellum, ossia la necessità di trovare un modello alternativo che metta d’accordo una nuova maggioranza parlamentare. Tentativi di dialogo si muovono infatti lungo due binari paralleli, uno più sotterraneo e uno più scoperto, il primo basato su un sistema misto che concilia le spinte maggioritarie a quelle proporzionalistiche, il secondo a piena trazione uninominale.
Partiamo da quest’ultimo. Ieri a Roma si è costituita un’associazione volta a promuovere il Manifesto per l’uninominale pubblicato in piena estate, ma sulla base del quale si sono svolti diversi incontri tra costituzionalisti e politici nelle scorse settimane. Tra gli aderenti vi sono esponenti del Pd (soprattutto del MoDem, come Ichino, Ceccanti, Gentiloni, Morando, Tonini e Verini, ma anche Chiti e Marino), dei radicali (Bonino e Pannella in testa), di Fli (Baldassarri, Urso, Viespoli) e perfino del Pdl (Martino, Fleres, Gramazio). A “benedire” dall’esterno il movimento c’è anche Veltroni, che spinge anche per «primarie fissate per legge». I promotori, dal canto loro, si limitano a tenere fermo il principio del collegio uninominale, ma avanzano anche come proposta su cui ricercare una possibile convergenza il modello che sarà sottoposto a referendum nel Regno Unito il prossimo anno, già presentato al senato in una proposta di legge a prima firma Ceccanti: la possibilità, cioè, per l’elettore di indicare una preferenza prioritaria e una secondaria, che si somma alla prima finché il candidato più votato non supera il 50 per cento delle preferenze. L’effetto sarebbe simile a quello del doppio turno, ma senza costringere gli elettori a recarsi due volte alle urne. Anche il presidente dell’Udc Buttiglione, pur ribadendo la preferenza del proprio partito per il modello tedesco, ha indicato questo come un esempio di possibile mediazione.
L’altra bozza, su cui stanno lavorando altri settori di Pd, Idv, Udc e Fli, punta invece a inserire un correttivo proporzionale all’interno di un sistema che mantenga l’impianto bipolare. Accantonato il Mattarellum, che non piace all’Udc, ci si orienta verso un sistema misto simile a quello neozelandese, che prevede una quota del 45 per cento di seggi da assegnare con il voto proporzionale di lista (magari introducendo la possibilità di indicare la preferenza) e il resto attraverso collegi uninominali.

da Europa Quotidiano 09.10.10

"La firma del cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Berlusconi se ne sta zitto. Non si cura della crepa che s´allarga tra il governo e gli industriali, dopo la violenza subita dalla Marcegaglia per mano del giornale di famiglia. Tace con arroganza e “firma” l´aggressione. Lo comprende anche il comitato di presidenza della Confindustria. Che va per le spicce e sceglie con parole essenziali di non arretrare dinanzi all´imboscata e alle minacce del foglio del Cavaliere.
Non teme nemmeno di denunciare il degrado di un´azione di governo che, incapace di assolvere alle sue responsabilità, immiserisce nel rancore e nella vendetta liberando una violenza che pretende di umiliare la libertà morale di chi rappresenta migliaia di imprese. Confindustria esprime solidarietà a Emma Marcegaglia, e ci mancherebbe.
È quasi un atto dovuto. Né dovuti né scontati sono gli argomenti che gli industriali propongono. Scrivono: «La libertà d´informazione è un bene prezioso che va difeso e tutelato, ma chiunque, a maggior ragione se ricopre ruoli di rappresentanza, ha il diritto e il dovere di esprimere giudizi e valutazioni, senza timori di azioni che possano lederne l´immagine e la moralità». Dunque, Confindustria ha un´opinione su quanto è accaduto al suo presidente. La Marcegaglia ha espresso dei giudizi e delle valutazioni che hanno messo in movimento la macchina del fango politico-informativa che progettava contro di lei un rito di degradazione, una bastonatura che avrebbe voluto condizionare un suo diritto e un suo dovere, influenzare le sue parole, limitare la sua indipendenza. Scrive il comitato di presidenza: «L´indipendenza è da sempre la forza del sistema Confindustria. Emma Marcegaglia, nel suo ruolo di presidente degli imprenditori italiani, è simbolo di questa indipendenza, che non può in alcun modo essere attaccata o messa in discussione». C´è dunque chi, con un´intimidazione, ha provato a vincolare l´autonomia della Marcegaglia e l´autodeterminazione della Confindustria. Chi?
Scrive Confindustria: «Stiamo assistendo a un imbarbarimento del clima politico, che oltre a creare sentimenti di disaffezione e disistima nei cittadini, non incoraggia le imprese a continuare a lottare per difendere ed accrescere il benessere che abbiamo conquistato». È dunque la barbarie della politica – e non la ferocia di un giornalismo degradato a killeraggio – che ispira per Confindustria i sicari che avrebbero dovuto friggere la Marcegaglia. Sembra di vedere qui un dito puntato contro il presidente del Consiglio. È Berlusconi che la presidente di Confindustria critica in settembre. È Berlusconi che tace oggi. Non una parola. Non un rigo per esprimere sostegno e apprezzamento a una donna che, quale che sia l´esito dell´inchiesta giudiziaria, ha già avuto modo di dire di aver patito come «un avvertimento, come un rischio reale e concreto per la sua persona e per la sua immagine», come un manifesto tentativo di «coartare la sua volontà» l´annuncio che la direzione del Giornale aveva raccolto – e si preparava a pubblicare – un dossier contro di lei. Non un rigo. Non una parola di Berlusconi per spegnere l´incendio. Il silenzio è assordante. È molto eloquente. Autorizza a immaginare che il capo del governo non abbia nessuna voglia di smentire o contraddire i suoi sicari e nessuna intenzione di venire incontro a chi lo ha criticato in nome delle imprese. È questo silenzio, si può credere, la chiave che consente di interpretare, da un lato, le parole severe del comitato di presidenza di Confindustria contro «l´imbarbarimento della politica» e, dall´altro, la decisione del giornale del Cavaliere di pubblicare oggi quatto pagine di guai giudiziari e liti familiari dei Marcegaglia. Con un cambio di direzione sorprendente. Ieri, Feltri (direttore editoriale), Sallusti (direttore responsabile), Porro (vicedirettore) banalizzavano l´affare dandosi di gomito dinanzi alle telecamere. Non c´è stato mai alcun dossier! Nelle telefonate si «cazzeggiava»! È vero, si diceva: faremo male a Emma per settimane; i segugi sono già a Mantova; il super dossier giudiziario è già pronto. Ma non era vero niente! Era quel Porro che aveva voglia di ridere e «per una volta» c´è chi lo ha preso sul serio. Ora, cambio di scena. Sallusti dice che il dossier c´era e «venti carabinieri» non l´hanno trovato e sequestrato così ora si può pubblicare. Feltri fa sapere che ne farà, addirittura, quattro pagine: «C´è di tutto». In questo bailamme, un solo fatto appare chiaro. Berlusconi non intende muovere un dito per evitare l´ennesimo conflitto scatenato in suo nome e per suo conto. È un distacco che conferma come dietro le aggressioni del suo giornale ci sia sempre la sua volontà, il suo risentimento contro chi immagina lo abbia tradito o lo voglia tradire. Contro chi non crede (o non crede più) alle sue performance di illusionista, al suo mondo di immagini, umori, riflessi mentali, paure, odio del tutto artefatti come le emozioni dinanzi alla visione di un film. Esaltato da un rancore cieco, gonfio di un´inimicizia assoluta e irreparabile, il Cavaliere non riesce a scorgere nessuna differenza ormai tra la critica legittima e l´aggressione violenta, tra il disaccordo ragionato e la destabilizzazione. Ogni dissenso diventa per lui «disegno eversivo», sfida per il legittimo governo del Paese, assedio alla sua persona. Chi rompe l´equilibrio del regime che governa – sia la moglie, un giornalista, un alleato, il presidente della Camera, il presidente degli industriali – deve essere trascinato nel fango e distrutto. È questa la missione di un non-giornalismo trasformato in killeraggio politico. È improprio parlare di libertà di stampa dinanzi a questa anomalia del tutto nuova anche per il giornalismo italiano da sempre prigioniero delle divisioni ideologiche e dell´asprezza del conflitto politico che hanno ostacolato lo sviluppo di una cultura professionale separata dalle opzioni politiche. Questo non-giornalismo è soltanto la vetrina della collera di Berlusconi. Si nutre di calunnia e di menzogna. Diffama e pretende di distruggere ogni reputazione. Contamina ogni rispettabilità. Umilia e ferisce. È artefice di un linciaggio violento, permanente e senza vincoli che si alimenta degli odi del padrone. È soltanto lo strumento di una lotta politica declinata come guerra civile. Una guerra dichiarata unilateralmente da Berlusconi contro tutti. Oggi anche contro la Marcegaglia e Confindustria.

La Repubblica 09.10.10

Il Nobel per la pace a Liu Xiaobo. Dissidente cinese in carcere

Barack Obama ne chiede la liberazione, la Francia e la Germania sottoscrivono, il mondo intero si congratula mentre Pechino grida all’ «oscenità » e convoca l’ambasciatore norvegese in Cina.

Il premio Nobel al dissidente Liu Xiaobo scuote i rapporti tra oriente e occidente ma crea disaccordi anche tra i suoi sostenitori che si dividono tra chi, come gli Usa, chiede a Pechino un gesto concreto in grado di dimostrare che al salto economico si possa affiancare un’inversione di rotta sul fronte dei diritti umani, e chi, come l’Europa, non trova la forza di una posizione unitaria e, ancora una volta, va in ordine sparso. E desta anche qualche preoccupazione, come dimostra la reazione del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon che, soddisfatto per l’importante riconoscimento, esprime però la «sincera speranza» che il premio non rappresenti un ostacolo a futuri progressi nell’agenda cinese sul fronte dei diritti umani.

La richiesta di liberare «al più presto» Liu, simbolo della lotta per i diritti umani che sta scontando una condanna a 11 anni di carcere, è arrivata dal premio Nobel dello scorso anno, il presidente americano Barack Obama, convinto che negli ultimi 30 anni la Cina abbia fatto «enormi progressi» nel campo delle riforme economiche, «migliorando la vita della sua popolazione», ma anche che la riforma politica non abbia «seguito lo stesso ritmo»e che i diritti umani debbano essere rispettati. Un gesto concreto, che chiedono anche Francia e Germania, mentre Bruxelles si limita alle felicitazioni, senza alcuna richiesta ufficiale. Come l’Italia, reduce dal vertice italo-cinese, che definisce il Nobel «un riconoscimento internazionale per tutti coloro che lottano per la libertà e i diritti della persona».

Nessun commento arriva dal Vaticano, mentre i missionari «plaudono» alla decisione perchè, assicurano, è così «caduta la muraglia di omertà che l’occidente ha mantenuto in questi anni nei confronti di una situazione gravissima». Felicitazioni per il riconoscimento a Liu, arrivano dai nomi illustri che prima di lui hanno ottenuto il Nobel. Primo fra tutti un altro ‘dissidente’, il Dalai Lama, la vera spina nel fianco del regime cinese. «È un riconoscimento della comunità internazionale – dice- all’innalzamento della voce del popolo cinese». Ma anche da Lech Walesa, premio Nobel nel 1983, che definisce il riconoscimento «una sfida per la Cina e il mondo intero».

Parla di decisione «storica» Taiwan, mentre Amnesty International chiede a Pechino «la liberazione di tutti i prigionieri di coscienza». Una voce fuori dal coro arriva invece proprio dal ‘padre’ della dissidenza cinese Wei Jingsheng, convinto che l’intellettuale insignito del Nobel sia in realtà un moderato pronto a collaborare. E che per questo abbia ricevuto il premio.

L’Unità 09.10.10

"Il Ministro, l’Aritmetica e i Tagli", di Mario Piemontese

Ho letto con attenzione l’intervento che il Ministro Gelmini ha fatto il 5 ottobre in Senato. Un passaggio davvero interessante del suo discorso è il seguente:
“Si è molto discusso sull’entità dei tagli al personale docente e amministrativo. Si è più volte lamentata una cura eccessiva, una razionalizzazione non sopportabile per la scuola. Nulla di tutto ciò, perché, se si va a vedere effettivamente la portata di quella manovra, si scopre che a fronte dei 42.000 tagli previsti dal precedente anno, ben 32.000 erano legati ai pensionamenti, e quindi la manovra di fatto si riduce da 42.000 a 10.000 tagli, e anche quest’anno i tagli sono stati di ammontare pari a 25.000 posti ma, considerati ancora una volta i pensionamenti (questi ammontano a 23.000), la differenza è presto fatta, nel senso che il taglio è di 2000 posti: certo non pochi, ma si tratta pur sempre di una manovra che continuo a pensare assolutamente sopportabile e indispensabile per invertire un trend di crescita della pianta organica non proporzionato al fabbisogno effettivo di posti da insegnante o da dirigente scolastico richiesti dalla scuola italiana.”.
Premesse
1. Il Ministro ha dimenticato di citare che in 2 anni il personale ATA ha subito un taglio di 30.000 posti. La scuola non va avanti solo con i docenti, ci sono anche i collaboratori scolastici, gli assistenti tecnici e gli assistenti amministrativi.
2. Quando si parla di tagli si parla di posti che oggi ci sono e dopo non ci sono più: la scuola quest’anno dovrà funzionare, rispetto all’a.s. 2008/2009, con 67.000 posti docente in meno e 30.000 posti ATA in meno, in tutto 97.000 posti.
3. Secondo quanto previsto dalla legge n. 133/08, il prossimo anno la scuola dovrà funzionare, sempre rispetto all’a.s. 2008/2009, con 87.000 posti docente in meno e 45.000 posti ATA in meno.
Il Ministro, l’Aritmetica e i Tagli
Il Ministro sostiene che in 2 anni sono stati tagliati “di fatto” 12.000 posti perché i 55.000 che mancano per arrivare a 67.000 sono stati assorbiti dai pensionamenti. Sarà vero?
In 2 anni sono stati tagliati 67.000 posti docente, cioè posti che non ci sono più. Negli stessi anni ci sono stati 55.000 pensionamenti e la “bellezza” di 18.000 assunzioni, in altri termini 37.000 posti non sono stati rimpiazzati. Se il taglio è di 67.000 posti vuol dire che oltre ai 37.000 posti non rimpiazzati, altri 30.000 posti sono spariti: posti vacanti abitualmente occupati da lavoratori precari. Quindi 12.000 non sono i posti tagliati, ma i precari rimasti senza posto.
Proviamo a fare lo stesso ragionamento in modo diverso
Ci sono 100 bicchieri (totale posti), 70 pieni d’acqua (posti con titolare) e 30 vuoti (posti vacanti).
Ho un damigiana che contiene acqua per riempire i 30 bicchieri vuoti (precari in attesa di supplenza).
Decido di buttare 20 bicchieri vuoti (posti tagliati) in questo modo.
Dei 70 pieni ne svuoto 15 (pensionamenti), ma dopo ne riempio 10 dei 15 svuotati (assunzioni), i 5 che non ho riempito li butto via (pensionamenti non rimpiazzati).
Dei 30 vuoti ne prendo 15 e li butto via.
Alla fine mi ritrovo con 80 bicchieri, 65 pieni (posti con titolare) e 15 vuoti (posti vacanti), e acqua per 20 bicchieri nella damigiana (precari in attesa di supplenza).
Secondo il Ministro dovrei ritrovarmi con solo 5 bicchieri in meno perché i 15 bicchieri svuotati (pensionamenti) hanno compensato in parte i 20 che avevo intenzione di buttare (posti tagliati). I 5 bicchieri del Ministro sono equivalenti al volume d’acqua che resterà nella damigiana (precari espulsi) dopo aver riempito i 15 bicchieri rimasti vuoti (posti vacanti).
Considerazioni finali
1. I pensionamenti non compensano i tagli, così come ci vorrebbe far credere il Ministro, ma riducono il numero di precari perdenti posto.
2. I tempi per andare in pensione si sono allungati, quindi i pensionamenti ridurranno sempre meno il numero di precari perdenti posto.
3. Quest’anno per effetto dei tagli i docenti di ruolo perdenti posto hanno occupato numerosi posti abitualmente occupati da precari.
4. I tagli in organico di fatto hanno ridotto il numero di posti abitualmente occupati da precari.
È necessario prima di tutto arrestare questo processo di espulsione dei precari dalla scuola impedendo ulteriori tagli e facilitando i pensionamenti, senza penalizzare naturalmente chi va in pensione. I precari devono essere assunti su tutti i posti disponibili oggi e su quelli che si renderanno disponibili una volta che si sarà ottenuta la restituzione di tutti i tagli.

da Retescuole 09.10.10

Assemblea Nazionale PD Busto Arsizio 8-9 ottobre.

Rosy Bindi apre l’Assemblea nazionale di Varese. “Berlusconi prima prometteva speranze e grandi cambiamenti. Ora fa vedere solo le macerie di una crisi tutta politica. Ora tocca a noi perché siamo le persone giuste per vincere il frutto più amaro degli ultimi 15 anni, la sfiducia e il disincanto di tanta gente. Se non lo faremo noi non c’è nessuno che può farlo. Voltare pagina è possibile”. “Saranno due giorni di intenso lavoro politico qui nel profondo Nord” così Rosy Bindi ha iniziato la sua relazione introduttiva dell’Assemblea nazionale di Varese. “Noi siamo qui perché non siamo estranei al Nord e il Nord non è estraneo a noi. Questa è una sfida cruciale per il Paese e dovremmo esserne all’altezza parlando all’Italia di oggi”.

Rosy Bindi ha evidenziato come stiamo oramai alla “chiusura dell’era del cavaliere trionfante” e tocca a noi dare risposte alle tante domande per la ripresa per il Paese. “Abbiamo assistito in questi ultimi mesi a spettacoli degradanti e desolanti della politica di Berlusconi. Solo ieri nell’ultimo Consiglio dei ministri Bossi ha ritirato la pistola fumante del voto anticipato e Berlusconi gli ha consegnato a lui e alla Lega una patacca sul federalismo che nasconde ogni ragioni di merito. Berlusconi non governa più ma non vuole mollare la presa. È in balia degli eventi e non si sa cosa vuole. È un leader debole, fedele solo a sé stesso sulla personale guerra ai magistrati” tutto condito da una greve volgarità.

“Berlusconi – ha continuato il presidente dell’Assemblea del Pd – prima prometteva speranze e grandi cambiamenti. Ora fa vedere solo le macerie di una crisi tutta politica. La maggioranza non c’è più. Il governo del fare ha fatto suo il motto meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

“Noi diciamo alla Lega di non fare la furba e di non tirarsi fuori dalle sue responsabilità. La stessa Lega che ancora oggi si mostra come forza di opposizione nascondendo di far parte del governo. Parla di federalismo al Nord e sostiene il governo più statalista a Roma. Perché vota sulle intercettazioni a Cosentino? Sullo scudo fiscale? Le leggi ad personam? Non dà mai nessuna risposta! Noi vogliamo parlare al Nord e competere con la Lega mostrando tutte le loro contraddizioni”.

“Tocca a noi farci promotori di una vera coesione nazionale dopo questi anni di divisioni: noi possiamo prendere in mano questo Paese che soffre perché abbandonato e umiliato. Noi possiamo risollevare l’Italia nel ruolo che le compete nella politica internazionale. Tocca a noi nel nostro ruolo di opposizione a far cadere il governo Berlusconi e a rappresentare davvero un’alternativa. Un’alternativa che non è antipolitica o demagogia. Occorre costruire ogni giorno una risposta ai problemi dell’Italia”.

“L’aria sta cambiando. C’è più voglia di giustizia e di solidarietà. C’è un sentimento di indignazione che ha portato il governo ad essere minoranza nel Paese. Non ci serve nessun sondaggio perché questi non hanno la forza di capire questo cambiamento. Anche le parole di Confindustria fanno capire come anche chi era molto legato a Berlusconi lo sta allontanando”. Lo stesso è valido per il mondo cattolico. “Se i cattolici e le donne erano determinanti per la vittoria della destra, oggi devono diventare una nostra priorità. Ogni giorno una donna viene colpita e a noi non interessa se è italiana o straniera. A noi interessa che è un donna sola!”

“Tocca a noi perché abbiamo la bussola e la rotta. Ma sono anche stufa di essere rappresentati come un popolo in cerca del Papa. Il Papa non è straniero, il Papa è universale e lo sceglieremo noi. È il nostro segretario, eletto con il voto di 3 milioni di cittadini”. Allo stesso tempo chiediamo rispetto dai nostri alleati: “dicevano che avevamo paura di andare al voto ed eravamo soli a sostenere l’urgenza di cambiare la legge elettorale. Ma le cose giuste poi trovano sempre sostegno e ora Di Pietro, Casini e lo stesso Fini sostengono la stessa cosa”.

“Siamo un grande partito – ha concluso Rosy Bindi – che non ha i fianchi scoperti e che vuole parlare a tutta l’Italia. Un partito che ha una propria proposta politica e che avrà come alleati tutti coloro che condividono questa proposta. Tocca a noi perché siamo le persone giuste per vincere il frutto più amaro degli ultimi 15 anni, la sfiducia e il disincanto di tanta gente. Se non lo faremo noi non c’è nessuno che può farlo. Voltare pagina è possibile. Saremo pronti a cambiare noi stessi e all’altezza delle nostre responsabilità”.

A.Dra

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Letta: “Legge sul conflitto d’interessi al primo punto del nostro governo”

Il vicesegretario PD: “Una donna alla guida del governo istituzionale dopo Berlusconi”. “Berlusconi non è mai stato così potente come oggi” Parte da qui la riflessione di Letta sulle proposte da fare dopo 30 mesi di governo durante la crisi economica che l’ha fatta diventare “l’Italia del fango più totale, con la logica del tanto fan tutti così con cui non risponde alle accuse e porta tutti nel fango con i dossier. Questo premier non vuol bene al suo paese, al paese che amministra. Tra crisi sociale e incertezze non ci sono fatti economici che non avvengono senza un suo intervento, Berlusconi ha portato al culmine il conflitto d’interessi, la prossima legislatura il governo Bersani dovrà portare una legge sul conflitto d’interessi e sulla tv. Purtroppo sarà sempre troppo tardi, mentre lui fa tutto con la Lega accucciata ai suoi piedi, insieme fanno crollare l’immagine dell’Italia nel mondo”. Qui Letta ricorda come avevamo Prodi a presidente della Commissione UE , l’Italia di Berlusconi non conta più in Europa. La scorsa settimana la Commissione ha proposto una nuova Maastricht è importantissima”.

Poi ricorda Angelo Vassallo, la lotta alla mafia e la difesa della legalità ed è uno degli applausi più forti quello all’Italia “che reagisce, l’Italia dei piccoli imprenditori che si riducono lo stipendio per evitare di licenziare, quell’Italia che ha successo all’estero con persone che danno un’immagine positiva”.
Applausi anche per il passaggio in cui ha citato Giorgio Napolitano tra “i segni positivi del paese” nonostante la fase difficile di crisi economica e politica provocata dal berlusconismo. Quindi ha sottolineato che “tra le cose positive c’è anche l’euro che ci ha salvato dalla crisi e per il quale dovremmo chiedere il Nobel per Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro.

“La nostra forza ci impone di dire, attenzione che Berlusconi non si batterà con un berlusconismo di sinistra, che si fa subalterno e lo rafforza, anche se a parole si dice alternativo. Vogliamo sogni che diventano realtà, che non siano incoerenti. Immagino che tra 20 anni diremo ai nostri figli: sì anche io sono stato tra quelli che hanno dato una mano a buttare giù Berlusconi, e pensiamo a cosa sarebbero stati questi 16 anni senza Berlusconi. Siamo a Varese, pensate a Calatafimi, una battaglia da cui è nata l’Italia dove si disse una parola che dobbiamo ancora dire: qui o vinciamo o si muore. Non ci sono piani B, attenzione ai terzi poli o a tempi supplementari, a senati in bilico.. Non ci sarà nulla di questo se vincerà Berlusconi vincerà tutto e noi perderemo tutto, anche il capo dello Stato, cambieranno la Costituzione. Serve un effetto leva, moltiplicare le energie per costruire un PD aperto che discute e partecipa, con lettere, documenti perché vogliamo rilanciare una politica dove la parola autorevolezza abbia un senso. Una politica che rifiuta il provincialismo leghista e si impegna nelle proposte, togliendosi lo scetticismo e l’immagine di un partito della conservazione. Questo non va bene, evoca il passato mentre noi siamo il cambiamento. Il discorso di Bersani a Torino evoca il cambiamento del paese. Se vogliamo essere il partito del cambiamento cominciamo a dire che oggi che le scuole sono chiuse per la politica di tagli indiscriminati della Gelmini che respingiamo, noi diciamo che il PD comincia a essere il partito dei bambini e delle bambine, saremo il partito del futuro se parleremo di loro, delle loro famiglie, di bambini di altre razze e religione che crescono assieme a loro. Le parole che legano quel che facciamo si muovono attorno a tre concetti: la crescita fatta di lavoro, saperi. Ministro Bondi si dimetta, non c’è spazio per la cultura oggi con Tremonti.

Ci dicono che parliamo a chi ha i capelli grigi, ma perché oggi l’Italia fatica e quella del boom correva? Quei trentenni erano nel motore dell’Italia, lavoravano, facevano figli, mantenevano i genitori e studiavano la sera. Oggi, non per colpa loro ma per l’Italia che abbiamo costruito non possono far nulla. Nella legislatura in cui governeremo dovremo dargli la possibilità di uscire da casa e lavorare a 25 anni.
E pensiamo ai ruoli delle donne, che nei concorsi per la magistratura vincono in gran numero ma nei cda delle società quotate sono il 2,1%. E Berlusconi parla di donne solo per fare battutacce, pensate come sarebbe bello se il governo istituzionale che faremo per il passaggio di consegne tra Berlusconi e la prossima legislatura sia guidato da una donna.
Le scuole non sono a norma, questa ormai è la norma ma i bambini devono avere sicurezza.

Il lavoro produce ricchezza non come in questa crisi dove la ricchezza produce ricchezza per chi già ha, ma è il principio della cultura liberale con Adam Smith che il lavoro genera ricchezza, ribadiamo che un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile. Il diritto del lavoro non potrà mai entrare nel diritto commerciale perché il primo tratta delle persone il secondo del lavoro! Proponiamo un modello fiscale nuovo qui, mentre Berlusconi ha aumentato le tasse, portandole al picco massimo.
Cita Edoardo Nesi e il suo ultimo libro, storie della mia gente, per descrivere gli imprenditori che amano il proprio lavoro ma non ce la fanno.

Infrastrutture: se un giorno si andrà in 45 minuti da Varese a Bergamo in treno sarà dovuto solo ai governi di centrosinistra, gli unici che avranno messo i soldi e non annunci e promesse, così per le tangenziali a Milano. Pensate all’immigrazione: nel decennio appena passato si sono spostate 29 milioni di persone: 5 via dall’Africa, 13 dall’Asia, 11 dall’America del sud. ! milione sono andati in Oceania, 13 negli USA, 15 in Europa. La prima volta che li superiamo. Dobbiamo essere il partito della convivenza, il partito che prende la testa di un tema che sarà quello del futuro.
Siamo a Varese e credo che dovremo essere orgogliosi perché se la Lega ha dovuto mettere in tutta fretta all’odg del Consiglio dei Ministri il federalismo questo vuol dire che alla Lega diamo noia perché come ha raccontato Rosy la Lega ha votato tutto, ha salvato le cricche, Cosentino, ha dato 140 milioni per coprire il dissesto finanziario di Catania. Della Lega che siccome ha 129 amici che hanno la tessera e allevano mucche e altri 39.500 che rispettano la legge e dovranno pagare le multe sulle quote latte di quei 129 amici. Uno scandalo che paghiamo per gli amici degli amici che non rispettano le regole.
Ma dove son finite le ronde padane? Maroni ce l’ha menata per un anno e poi? Non se ne vede una. L’Italia non è il Paese con il ministro che si fa imboccare e il premier che bestemmia. Vadano in pensione quei 2. Berlusconi e Bossi ormai non si contengono più, si puntellano a vicenda, ma rappresentano il passato, devono andare in pensione a godersi la vita e smettere di rovinare la vita agli altri. Mandiamoceli con gli italiani che si rimboccano le maniche e insieme a noi si organizzano per preparare giorni migliori per l’Italia”.

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Finocchiaro: “Scriviamo il progetto, poi vedremo chi ci sta”
La capogruppo dei senatori PD: “Vogliamo una legge elettorale che riequilibra la partecipazione delle donne alla vita politica”
“Vogliamo una legge elettorale in cui il Pd riequilibra la partecipazione delle donne alla vita politica del paese”. Dopo che Enrico Letta ha auspicato una donna-premier per il governo di transizione post-Berlusconi, Anna Finocchiaro, dall’assemblea PD torna sul tema della rappresentanza femminile in politica: “Non possiamo continuare ad osservare le cifre tragiche della presenza delle donne nelle postazioni del governo – dice la capogruppo dei senatori Pd – non possiamo non essere, noi, i primi a richiedere piena coerenza a noi stessi. Le donne italiane guardano al Pd come un luogo di modernità, sanno che siamo tutte in competizione e che siamo del tutto concorrenziali a Berlusconi”.
Quanto alla leadership del centrosinistra, la presidente dei senatori spiega: “Troveremo la leadership che probabilmente nascerà in ragione dell’alleanza con l’Italia, in ragione del percorso che seguiremo e della rappresentatività del paese. Sarò ossessiva ma i conti non tornano se continuiamo a esercitarci con le addizioni, i conti torneranno quando saremo in grado di allearci con l’Italia. Quando non limiteremo alle alleanze la nostra proposta per l’Italia e qui mi pare che stiamo cominciando a farlo – ha aggiunto la presidente dei senatori del Pd – alla fine di questo lavoro avremo un progetto scritto con l’Italia e allora vedremo chi ci sta. Se è nostra la responsabilità di governare nostro deve essere anche il rischio di trovare le ragioni profonde per un’alleanza con l’Italia, poi è ovvio che troveremo anche la leadership e probabilmente nascerà in ragione di questa alleanza con l’Italia e del programma che presenteremo”. Nel suo intervento non è mancata la solidarietà a Emma Marcegaglia ma anche auguri di buon lavoro a un’altra donna, “Susanna Camusso che e’ impegnata nello stesso campo sebbene dall’altra parte”. Così la capogruppo dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, all’assemblea del Pd che si tiene a Busto Arsizio.

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Una rivoluzione democratica
“Solo noi siamo la speranza di soluzione e di innovazione per il nostro Paese”. Sintesi dell’intervento di Walter Veltroni all’Assemblea nazionale del Pd a Varese
“Noi dobbiamo essere la soluzione” questa è stata la frase chiave dell’intervento di Walter Veltroni durante l’Assemblea nazionale del Pd a Varese. “Mai il Paese è stato così male come sta oggi”. Quando l’Italia viveva momenti difficoltà si riusciva a sentire una capacità di reazione, “oggi invece il Paese è impaurito”.

È aumentato il deficit, il debito pubblico, la disoccupazione (soprattutto giovanile), non si investe più. “Un Paese dove si diffonde l’intolleranza e il razzismo”. Un Paese che ha bisogno di risposte e “noi dobbiamo essere la soluzione. Noi la principale speranza al bisogno di un futuro, perché oggi ci sono troppi presupposti di una crisi della democrazia”.

“Assumiamoci la sfida del cambiamento. Basta con il gattopardismo fatto da tanti annunci e nessun cambiamento. È necessaria una rivoluzione democratica capace di fare la macchina democratica più leggera e più capace. Una rivoluzione democratica da contrapporre al rischio di una nuova risposta populista e demagogica come quella che portò la destra al governo. Vedete nelle fasi di transizioni, quando il vecchio non è ancora finito e il nuovo non ancora stabile, si possono creare fenomeni difficili e morbosi. Noi dobbiamo apparire come il partito che ha 5 punti precisi, 5 idee che rappresentino la forza della soluzione positiva. Non una rassicurazione ma la soluzione che segna il cambiamento. Si lavora e si combatte insieme per portare fuori dal tunnel il Paese. Solo noi possiamo farlo. Solo noi siamo la speranza di soluzione e di innovazione per il nostro Paese”.

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Tutti i documenti preparatori dei gruppi di lavoro