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Università: Ghizzoni (Pd), nessun calendario alternativo La maggioranza ascolti nostre proposte

“La conferenza dei capigruppo della scorsa settimana ha previsto l’inizio del dibattito in aula del Ddl Gelmini per il prossimo 14 ottobre: non esiste al momento nessun altro calendario alternativo”. Lo afferma la capogruppo Pd nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, la quale aggiunge: “I 600 emendamenti depositati, metà dei quali a firma della maggioranza, dimostrano che il disegno di legge ha bisogno di importanti modifiche e di risorse, sulla cui entità avremo certezza solo con l’imminente legge di stabilità. I pareri favorevoli espressi dal relatore alle nostre proposte di modifica agli art. 1 e 2 del provvedimento, discussi oggi in commissione, riguardano questioni marginali. Andando avanti nella discussione – conclude la deputata democratica – ci aspettiamo una maggiore apertura alle nostre proposte”.

"L’ultimo anatema sulla scienza maligna", di Miriam Mafai

Si chiudano dunque i laboratori. Dietro ogni scienziato chino sulle sue provette è riconoscibile il Maligno. In particolare quando lo scienziato si permetta di indagare su quello che per millenni è stato un mistero imperscrutabile, il mistero della procreazione. Questo era e resta il giudizio della Santa Sede. Questo è il giudizio della Santa Sede anche nel momento in cui a Robert Edwards viene conferito il premio Nobel per la medicina.

Ma, se la Santa Sede protesta, centinaia di migliaia di donne saluteranno con soddisfazione questo riconoscimento al medico che ha regalato loro la gioia della maternità. Robert Edwards è infatti lo scienziato inglese che, nel 1978, dopo un lungo periodo di ricerca e di tentativi, è riuscito, per la prima volta a far incontrare in provetta uno spermatozoo e un ovulo. Da quell’incontro nasceva Louise Brown. Oggi Louise è una giovane donna, sana e felice, che ha dato vita, in modo naturale, ai suoi bambini. E in tutto il mondo, grazie al lavoro di Edwards vivono, sani e felici, centinaia di migliaia di bambini “figli della provetta”.

Dietro Robert Edwards non c’era il demonio, come sembra sospettare la Chiesa. C’era una grande passione per la scienza, e il tentativo di soddisfare il desiderio di maternità di donne che, per vari motivi, non riuscivano a soddisfare in modo naturale questo loro legittimo, spesso disperato desiderio. Da allora ad oggi centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo hanno provato la gioia di stringere tra le braccia un neonato, di cullarlo, di allattarlo, di crescerlo. La gioia di essere madri, che per qualche motivo era stato loro negato. Non sempre la natura è benigna. Lo sappiamo. Sia benvenuta dunque la scienza quando ci aiuta a superare un ostacolo naturale, quando ci offre una nuova possibilità. “Fatti non foste a viver come bruti”, ci ricorda il Poeta, “ma per seguir virtute e canoscenza”.

Il premio Nobel a Robert Edwards non certifica solo il valore scientifico della sua opera, che del resto nessuno ha messo in dubbio, ma anche il valore etico di una scoperta: la sua tecnica viene sempre più spesso usata in una società che vede allungare i tempi di vita, slittare il momento dell’autonomia economica, ritardare le scelte di maternità. La scoperta di Edwards e ha lasciato aperta una possibilità , e quindi ha esteso la libertà di scelta delle donne in materia riproduttiva. Ed è proprio questa libertà di scelta, che le donne debbono a Robert Edwards, che indigna monsignor Carrasco, presidente dell’Accademia per la Vita. È questa libertà di scelta lo scandalo vero, la possibilità per le donne di decidere, di andare oltre il limite loro imposto, in molti casi, dalla natura.
Si chiudano dunque i laboratori, dietro ogni scienziato si intravede il Maligno (che del resto ispirò già a suo tempo persino Galileo).

La Repubblica 05.10.10

Un ministro tutto casa e bottega

Paolo Romani è il nuovo ministro per lo Sviluppo economico. Dopo 5 mesi di vacanza istituzionale, Berlusconi affida ad un amico un ministero fondamentale per superare la crisi. Siamo all’apice del conflitto d’interessi. Centocinquantaquattro giorni e poche ore per nominare il ministro dello Sviluppo economico dopo l’abbandono di Scajola. Tanto tempo è servito a Berlusconi per decidere se abbandonare l’interim ad un dicastero fondamentale per la ripresa economica. La scelta è ricaduta su Paolo Romani che già occupava il ruolo di sottosegretario nello stesso ministero.

Alle ore 19 dopo vari annunci e conseguenti smentite, finalmente si è avuta la certezza che Paolo Romani è il nuovo ministro dello Sviluppo economico. Nel gelo politico, dopo quanto avvenuto per la precedente nomina del ministro Brancher, Napolitano ha ricevuto Romani per la firma e il giuramento sulla Costituzione.

Come era facilmente prevedibile la scelta è ricaduta su chi potesse garantire maggiormente gli interessi del premier e non della ripresa economica del Paese. Nel ruolo di sottosegretario con la delega alle Comunicazioni, Romani si era già messo in luce in questi due anni per aver preso i meriti del passaggio della televisione al digitale terrestre già orchestrato e realizzato dal suo predecessore Paolo Gentiloni. Insomma Romani si era distinto solo per aver tagliato il nastro ad una cerimonia dove era stato invitato per forza di cose.

Il neo ministro evidenzia ancora due tra le più spiccate tendenze del governo Berlusconi: affidare incarichi in base ad amicizie ed interessi oppure improvvisare. Romani è un simbolo dell’imprenditoria televisiva privata targata Berlusconi, tanto da essere paragonato, in materia di fedeltà, a Fedele Confalonieri. La scelta del ministro può tra l’altro sembrare un’improvvisazione visto che sono passati pochi giorni dall’incontro tra Berlusconi e Napolitano e il Presidente del Consiglio avrebbe potuto preannunciare la sua decisione al Capo dello Stato ma così non è stato.
Da qui la freddezza e l’elegante irritazione di Napolitano durante la cerimonia di investitura.

Ancor prima che venisse ufficializzata la scelta di Romani, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani aveva accusato il governo di mentire come Pinocchio. “Mastro Geppetto costruirà in legno il ministero dello Sviluppo. La verità è che qualunque ministro venga non troverà più il ministero”..

Per Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Partito Democratico, “dopo 150 giorni di ingiustificabile vacanza istituzionale, con la nomina del nuovo ministro dello Sviluppo economico è finalmente terminato l’interim di Berlusconi. Romani è senz’altro un esperto di politiche della comunicazione, essendo stato editore, dirigente di Mediaset, poi uno dei principali autori della sciagurata legge Gasparri. Non credo, invece, si intenda molto di vertenze aziendali e di crisi d’impresa, ed è quindi improbabile che riesca a riparare i danni di cinque mesi di sostanziale assenza del governo nel periodo più acuto della crisi economica. In compenso, la sua nomina rappresenta, anche simbolicamente, l’apice del conflitto di interessi proprio mentre sta per cominciare l’autunno del patriarca”.

Dello stesso parere anche Vincenzo Vita, deputato Pd componente commissione Vigilanza: “Con la nomina di Paolo Romani allo Sviluppo economico, ottiene il rango di ministro uno degli autori della legge Gasparri. Seppure si tratti di una persona di notevole conoscenza dei settori della comunicazione, indubbiamente capace, la sua scelta rappresenta una volta di più il trionfo del conflitto di interessi del presidente del Consiglio.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"L'umiliazione di Pompei", di Sergio Rizzo

L’area archeologica in abbandono. Non passa giorno senza che qualcuno ci ricordi come l’Italia custodisca la maggior parte dei beni artistici e archeologici del pianeta. Ma meritiamo davvero un simile onore? Il dubbio sorge, osservando quello che accade a Pompei. Da tempo il Corriere del Mezzogiorno sta documentando lo scempio di alcuni «restauri » a base di colate di cemento e l’incuria che regna nell’area immensa degli scavi. Con la protesta montante attraverso i social network, come sta a dimostrare il record di adesioni a una pagina di Facebook che si chiama «Stop killing Pompei ruins». Al punto che viene da chiedersi: ma se quel tesoro ce l’avessero gli americani, oppure i francesi o i giapponesi, lo tratterebbero allo stesso modo?

Il fatto è che quell’area archeologica unica al mondo è purtroppo il simbolo di tutte le sciatterie e le inefficienze di un Paese che ha smarrito il buon senso e non riesce più a ritrovarlo. O forse semplicemente non vuole, affetto da una particolare forma di masochismo. Che però ha responsabili ben precisi. «Le istituzioni preposte alla tutela dei beni culturali sono costantemente umiliate da interessi politici ed economici del tutto privi di attenzione per la salvaguardia di quella che è la maggiore ricchezza del nostro Paese» ha denunciato qualche tempo fa Italia Nostra. Ed è proprio difficile dargli torto, quando proprio a Pompei l’indifferenza della politica si tocca con mano.

Per due anni, con la motivazione del degrado in cui versa l’area, hanno spedito lì il commissario della solita Protezione civile. Con il risultato di «commissariare » nei fatti anche la Sovrintendenza. E già questo non è normale (che c’entra la Protezione civile con gli scavi archeologici?). Ma ancora meno normale è il fatto che da mesi, ormai, Pompei sia senza una guida. A giugno il commissario è scaduto. Mentre a ottobre il sovrintendente ancora non c’è. O meglio, il posto è tenuto in caldo da un reggente in attesa del titolare. Che però il ministero dei Beni culturali non nomina.

Perfino inutile interrogarsi sui motivi di questa paralisi. Viene addirittura il sospetto che nella stanza dei bottoni nessuno si renda conto di avere fra le mani una risorsa economica enorme in una regione che ha disperato bisogno di lavoro e sviluppo. Per dare un’idea dell’attenzione riservata a questa materia basterebbe ricordare che dal 2004 a oggi il governo non è stato nemmeno in grado di mettere in piedi un portale nazionale di promozione turistica degno di tal nome. Nonostante i milioni (non pochi) spesi. Per verificare, f a t e v i un giretto su www.italia.it, dove la pratica pompeiana è liquidata in 66 parole, senza nemmeno una foto: «Per l’eccezionalità dei reperti e il loro stato di conservazione, l’Unesco ha posto sotto la sua tutela l’Area archeologica di Pompei ed Ercolano, che nel 79 d.C. furono completamente distrutte dal Vesuvio. La lava vulcanica segnò la loro distruzione ma, solidificandosi, la stessa lava che le distrusse divenne un’eccezionale “protezione” che ha preservato gli straordinari reperti, riportati alla luce molti secoli dopo ». Stop.

E poi c’è chi si lamenta che con il 70% delle bellezze artistiche e naturali di tutto il mondo continuiamo a scivolare in basso nelle classifiche internazionali del turismo…

Il Corriere della Sera 05.10.10

"Saldi di fine stagione", di Massimo Giannini

Dopo ben centocinquantatre giorni di colpevole latitanzae di irresponsabile iattanza, il presidente del Consiglio ha finalmente nominato il nuovo ministro dello Sviluppo Economico. Dovremmo essere compiaciuti, per la fine di un grave “vuoto di potere” che su questo giornale avevamo denunciato da tempo, indicandolo come vero paradigma di un ancora più grave “vuoto di politica” che ormai caratterizza lo stadio terminale del berlusconismo. E invece non c’è proprio nulla da festeggiare.

La scelta di Paolo Romani soddisfa la “meccanica” di governo: c’era una poltrona vuota, quella di Claudio Scajola, che ora viene nuovamente occupata. Ma offende l’etica: c’è un conflitto di interessi strutturale, quello di Silvio Berlusconi, che ora viene ulteriormente codificato. Romani, già viceministro, è infatti un perfetto ingranaggio della “macchina” Mediaset. È l’uomo che ha contribuito a scrivere la scandalosa legge Gasparri sulle tv. Ha fatto pressioni sulla Ue per negare a Sky la deroga sull’asta per il digitale terrestre. Ha tentato di sfilare la rete a Telecom, per consentire all’azienda del premier di prendersene un pezzo.

Ha regalato alla stessa Mediaset il canale 58, per permettergli di sperimentare il digitale in alta definizione prima della gara. Ora che è stato promosso ministro, dovrà firmare il contratto di servizio della Rai, scaduto a fine 2009.

Immaginiamo con quanta equanime solerzia saprà valorizzare il servizio pubblico, e difenderlo dallo strapotere di quello privato. Il Cavaliere e i suoi scudieri brindano. “Vendono” la nomina di Romani come il segno che il governo è vivo, e va avanti. È vero il contrario. Siamo ai “saldi” di fine regime. Caligola ha incoronato il suo cavallo. Sistemerà gli ultimi affari. Poi l’Impero potrà finalmente cadere.

La Repubblica 05.10.10

"Oltre la «porcata», testo d’intesa tra Pd e finiani", di Simone Collini

Gli esperti di sistemi di voto di Pd,Udc e Fli hanno messo a punto un primo testo di riforma: via liste bloccate e premio di maggioranza, sì a collegi uninominali, soglia di sbarramento e indicazione del candidato premier. Via il premio di maggioranza e le liste bloccate, soglia di sbarramento al 3%, possibilità di indicare il candidato premier, collegi uninominali e niente preferenze. Dopo che nei giorni scorsi Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini e Giancarlo Fini hanno aperto i canali di dialogo, gli esperti di legge elettorale del Pd, dell’Udc e di Futuro e libertà hanno iniziato il confronto per individuare un modello di voto condiviso.

Una prima intesa su alcuni principi di fondo è stata già raggiunta, e la bozza che sta venendo fuori è rinviabile al sistema tedesco, però modificato introducendo elementi che ne rafforzerebbero l’aspetto bipolare. Il Pd ha approvato all’ultima Assemblea nazionale un documento in cui si sostiene il doppio turno alla francese, ma anche i più strenui difensori del modello d’Oltralpe – veltroniani in primis – difficilmente si metterebbero di traverso qualora si arrivasse a un’intesa maggioritaria in Parlamento. E anche il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, che nelle scorse settimane si era detto contrario a operazioni e modelli che potrebbero generare confusione nell’elettorato di centrosinistra, ora garantisce la sua disponibilità: «Si può anche discutere di un sistema proporzionale alla tedesca, a patto che sia chiara agli elettori l’indicazione di chi deve governare e ci sia uno sbarramento per evitare la frammentazione». Segnali positivi insomma non mancano, ma finché non ci sarà il via libera definitivo a un testo che possa incassare la maggioranza dei voti in Parlamento (si è visto dal voto di fiducia che i finiani alla Camera sono indispensabili per tenere in piedi il governo, mentre al Senato Pdl e Lega sono sembrati autosufficienti) l’operazione dell’asse anti-porcellum proseguirà lontano dai riflettori.

BERLUSCONI PREOCCUPATO

Berlusconi vede infatti come il fumo negli occhi l’ipotesi di una maggioranza alternativa che possa approvare una nuova legge elettorale: perché il porcellum, stando agli ultimi sondaggi, gli garantirebbe di prendere il 55% dei seggi alla Camera con un Pdl che oscilla tra il 28 e il 30% (più complicata la situazione al Senato, «per colpa di Ciampi che impose la “regionalizzazione” del premio», attacca il deputato del Pdl Marco Marsilio); e perché di fronte a un numero di parlamentari sufficienti a cancellare il porcellum, Berlusconi avrebbe poco da gridare all’«eversione» (come ha fatto nei confronti di Scalfaro) se ci sarà una crisi di governo e il Quirinale avvierà le consultazioni per verificare se vi sia in Parlamento una maggioranza alternativa, prima di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.

È proprio quello che temono Pdl e Lega. Non a caso appena il finiano Italo Bocchino si è detto convinto che esista «già una maggioranza alternativa, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di ritrovarsi sulla modifica della legge elettorale» è partito il fuoco di fila dei berluscones: «trasformismo parlamentare», ha tuonato Sandro Bondi; «mille trabocchetti», vede Fabrizio Cicchitto; «mettersi a manovrare su una legge elettorale per favorire chi è perdente sarebbe un errore molto grave», ha sentenziato Gasparri; e il leghista Roberto Castelli: «Maggioranza alternativa è il termine istituzionale per indicare il termine mediatico di ribaltone». Attacchi che non preoccupano Fini, convinto com’è che il «vergognoso» porcellum sia da archiviare: «La sovranità appartiene al popolo, e questo significa che gli elettori devono avere il diritto non solo di scegliere il presidente del Consigli ma i loro parlamentari ». Concetto che il presidente della Camera va ripetendo, in piena sintonia con Casini («evitiamo che quattro gerarchi di partito impongano i parlamentari agli elettori») e con Bersani.

Rispondendo all’ironia del ministro leghista Maroni sull’«ipotesi strampalata» che ci possa essere un governo tecnico che vada da Fini a Di Pietro per riformare la legge elettorale, Bersani ha fatto notare che «non si sta parlando di maggioranza di governo, ma di regole», che come tali vanno discusse nelle aule parlamentari: «Se c’è una maggioranza che dice che la legge è intollerabile allora si va in Parlamento e si vota. Da sempre diciamo che abbiamo una legge elettorale vergognosa, che consente la nomina dei parlamentari, la subordinazione della maggioranza al governo, e che ha portato e può portare ancora un sacco di guai al Paese. E non da oggi siamo disponibili a concordare una nuova legge elettorale. Perché la legge la si fa in Parlamento, non con le maggioranze e le minoranze ma con chi è disposto a convergere».

L’Unità 05.10.10

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Maggioranza alternativa al Senato il rebus dei voti. Si è aperta la caccia ai «responsabili nazionali», di Natalia Lombardo

Sarà pure la mossa di una partita a scacchi, ma da fronte finiano mostrano una certa sicurezza verso un possibile governo di transizione: «Cambiare la legge elettorale è giusto, e su questo ci potrebbe essere una maggioranza molto ampia», assicura Benedetto Della Vedova; per il capogruppo Bocchino «esiste già, sia alla Camera che al Senato» e pesca anche nel Pdl. Convinti che la Lega stia «giocando in proprio per far cadere Berlusconi», i futuristi tengono in caldo le new entry e aperto il dialogo col Pd sulla legge elettorale.

Nel frattempo sembra che Gianni Letta stia cercando di convincere i duellanti, Berlusconi e Fini, a incontrarsi faccia a faccia, cosa non facile. Maggioranza diversa, nuovi acquisti per Fli? «Suggestioni», è la sibillina risposta di un finiano doc. Come quella che vede a Palazzo Madama, dove la maggioranza di governo per ora è ferrea (174 sì alla fiducia), un drappello di senatori pronto a lasciare il Pdl per entrare in Futuro e Libertà. Senatori che Berlusconi starebbe cercando di «blindare» con posti da sottosegretario e viceministro (uno lo lascia Romani).

Molti peones «farebbero di tutto per non andare a casa temendo di non essere ricandidati», ammettono nel Pdl, tanto più che Silvio vuole «facce nuove» e che la Lega farà man bassa al Nord. «Ci sono dieci nomi al Senato, e dieci alla Camera, per ora sono “coperti”», assicura un deputato ex Fi. E, spostando sul pallottoliere anche solo tre oquattro senatori dal Pdl a Fli varrebbero il doppio, cambiando la maggioranza. Il drappello di «responsabili», come li definisce un finiano, fa riferimento a Beppe Pisanu. che aspetta solo il momento giusto per attuare lo «strappo» e passare con i «futuristi ». Un passo da compiere come grande segno di «responsabilità nazionale», appunto.

LA CARTA PISANU PREMIER

Il nome dell’ex ministro dell’Interno, un forzista moderato nato nella Dc, in rotta da tempo con Berlusconi (che lo ha accusato più volte di non aver vigilato nella notte elettorale del 2006) sarebbe la carta tenuta in caldo dai finiani come presidente del Consiglio di questo governo di «responsabilità nazionale» che cambi la legge elettorale e cancelli la «porcata».

In Parlamento è addirittura nata la «Associazione per il ritorno all’uninominale» che domani esordirà con un’assemblea; molti i nomi del Pdl: Salvo Fleres, Domenico Gramazio, Antonio Martino, Francesco Nucara, Mario Pepe, Salvatore Tatarella e Enrico La Loggia, nemici del «porcellum». Pronto a un’intesa sulla legge elettorale è Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa: «Certamente c’è chi, pur di non votare con questa legge elettorale, farebbe i salti mortali. Io sono fra questi; poi vedremo se ci riusciremo».

A Palazzo Madama una maggioranza «diversa» non è una chimera. Se si unissero i voti dell’opposizione (112 del Pd, 12 Idv, 13 Udc – senza Cuffaro) con i 10 di Fli, i 3 Mpa, 3 dell’Api, il conto è 153 senza i senatori a vita. Con qualche travaso i numeri potrebbero esserci, ma il rischio è che nasca una maggioranza «prodizzata» sul filo di un voto. Una prospettiva «terrificante» per il leghista Maroni.

L’Unità 05.10.10

"Sorpresa: i paperoni italiani sono sempre più ricchi. Lombardia prima regione", di Mara Monti

Crescono i “paperoni”, ma soprattutto cresce la ricchezza investita in Italia da imprenditori, liberi professionisti e da una nuova categoria quella delle casalinghe. Queste ultime vanno ad allargare le fila dei ricchi made in Italy, ovvero delle 611.438 famiglie che possono contare su un patrimonio finanziario personale superiore ai 500mila euro, escludendo l’investimento immobiliare.
Tra di loro si spartiscono un patrimonio di 896 miliardi di euro salito nel 2010 del 3,2% e superando gli 810 miliardi toccati nel 2007 prima della crisi, ma soprattutto lasciandosi alle spalle il crollo del 2008 quando era piombata a 804 miliardi. Lo scudo fiscale e le performance borsistiche hanno aiutato nell’incrementare la ricchezza soprattutto di imprenditori e professionisti, età media 60 anni, che possono contare su un patrimonio medio di 3,33 milioni. La Lombardia continua ad essere la regione dove si concentra la quota maggiore di ricchezza nazionale (29,74%), seguita da Emilia Romagna (11,1%) e Veneto (10,4 per cento). Chiudono la lista Molise e Basilicata.
I dati sono stati forniti dall’Associazione italiana private banking (Aipb) nell’analisi annuale del settore che vale 391 miliardi di euro. Il peggio, dunque, sembra alle spalle: «Nel complesso i clienti private hanno affrontato adeguatamente la crisi – ha commentato Dario Prunotto, presidente dell’associazione – nei momenti peggiori hanno saputo valutare correttamente la situazione, avvalendosi della consulenza del proprio banker, senza cedere all’emotività e oggi il valore stimato dei loro portafogli è ritornato ai valori pre-crisi del 2007».
I dati forniti mostrano come nel periodo più nero «il private banking ha perso solo il 6% del valore degli asset in gestione, contro il 14,2% di quelle nordamericane e il 16,1% della media degli istituti europei on-shore – ha commentato Bruno Zanaboni, segretario generale di Aipb –. La ripresa è stata invece sugli stessi livelli di Usa ed Europa».
La novità è che tra i paperoni che si affidano al private banking, sono sempre più numerose le casalinghe, al terzo posto per ricchezza detenuta, in media 2,26 milioni di euro: sono vedove, divorziate ed ereditiere con un’età media di 65 anni e un patrimonio che le colloca tra quello dei liberi professionisti con 2,35 milioni di euro e i lavoratori dipendenti con 2,14 milioni di euro. Perdono appeal, invece, i dirigenti con 1,05 milioni che arrivano a collocarsi dietro ai pensionati con 1,7 milioni di euro.
Se l’investimento nel private equity è fatto prevalentemente da imprenditori, la crisi ha modificato la loro percezione del rischio: nella composizione del portafoglio, aumenta la componente investita in assicurazioni (dal 7,1% all’8,3%) e trovano sempre più spazio le gestioni patrimoniali (dal 16% al 17,1%), i fondi comuni (da 12,2% a 13,3%), le obbligazioni (da 15,2% al 19,8%) a scapito di azioni (da 13,2% a 11,3%) e titoli di Stato (da 14,1% a 9 per cento).
Stabile il mix di investimenti non finanziari: il luxury (auto, navi, jet) sale al 10%, apprezzati anche gioielli, orologi, investimenti in opere d’arte che si aggiungono a chi non disdegna lo sport investendo capitali in squadre di calcio, vela e cavalli.

Il Sole 24 Ore 05.10.10