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Bersani a Palermo: "Prepariamo giorni migliori per la Sicilia e per l'Italia"

“Se c’e’ maggioranza per nuova legge elettorale, si faccia. Stiamo parlando di regole, non di governo. Il centrodestra non imputi ad altri il suo fallimento in Sicilia”. Il Segretario del Pd Pier Luigi Bersani si è recato a Palermo per una tappa della manifestazione: “Prepariamo giorni migliori per la Sicilia e per l’Italia”. L’iniziativa si è tenuta presso il Teatro Politeama con il Segretario regionale del Pd siciliano, Giuseppe Lupo ed i vertici regionali del Partito democratico.
Tanti i temi affrontati, riguardo il difficile momento in cui verte la politica nazionale e in maniera più specifica le dinamiche politiche della Regione Sicilia, nella quale ci sarà un governo di alleanza costituzionale per traghettare alcune importanti riforme del territorio.

E proprio sull’eventuale riforma della legge elettorale nazionale, tanto auspicata dal Pd e dalle altre opposizioni, il segretario si è mostrato disponibile a raccogliere tutte le forze in campo favorevoli a realizzarla. Bersani però commentando le dichiarazioni del finiano Italo Bocchino, ha chiarito: “Non stiamo parlando di una maggioranza di governo, ma di una maggioranza parlamentare che si esprime sulle regole. Se c’è una maggioranza che dice che la legge elettorale è intollerabile, allora si va in Parlamento e si vota”.

“La norma attuale è vergognosa e reca solo danni”, ha spiegato il segretario del Pd. “Da sempre diciamo che abbiamo una legge elettorale che consente la subordinazione della maggioranza al governo, e che ha portato e può portare ancora un sacco di guai al Paese”, ha aggiunto Bersani durante l’incontro.

“Non da oggi – ha ricordato – siamo disponibili a concordare una nuova legge elettorale. Perché la legge la si fa in Parlamento, con chi è disposto a convergere”.

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Bersani poi ha commentato il vuoto istituzionale generato dall’assenza del fino alla nomina dell’uomo di Berlusconi: Paolo Romani, già Viceministro allo sviluppo Economico cond elga alle Comunicazioni: “Il nuovo ministro non troverà neanche il ministero. In 5 mesi è stato fatto a pezzi, nell’incuria generale per i problemi veri che si chiamano lavoro, attività economiche e produttive”. Per il leader del Partito democratico “non sarà facile recuperare tutto il tempo perso, vedremo se avremo un ministro che possa occuparsi di un pò di crisi aziendali, perché fino ad oggi – ha concluso Bersani – per l’incontro con Fincantieri, ad esempio, c’erano solo i funzionari ad incontrare società e sindacati”.

A proposito delle pressanti richieste della Lega di tornare alle urne, commentando le ipotesi di elezioni anticipate Bersani ha specificato: “Si devono chiarire le idee e capire se il governo è in una crisi politica. Questa coalizione di centrodestra non è in grado di guidare il Paese. Il Paese non può aspettare i loro traccheggiamenti. Noi abbiamo detto la cosa più chiara: se siete in una crisi politica andate in Parlamento e dite la verità, che questa coalizione di centrodestra è frantumata, e non è in grado di guidare il Paese. Dopo di che vediamo. Si è visto che il giorno dopo la cosiddetta fiducia si trattava di una ‘fiducia del cerino acceso’, che nessuno vuole in mano, ma è lì che gira”.

Bersani al margine della convention a Palermo, ha commentato le parole del ministro Stefania Prestigiacomo, che a proposito della giunta regionale siciliana aveva accusato Lombardo di patto col Pd per salvare la sua poltrona ed ha parlato del “problema Sicilia”.

“Alla Regione non c’è alcun laboratorio politico, si lavora solo per i siciliani. Il Pd si è assunto responsabilità esclusivamente programmatiche” ha detto commentando l’alleanza tra il Pd e il governatore dell’Isola, Raffaele Lombardo, sostenuto anche dall’Api, da Fli e dai casiniani dell’Udc.

“Il problema non si chiama Lombardo ma Sicilia –ha dichiarato Bersani – si chiama fallimento del centrodestra. Il centrodestra non punti il dito contro nessuno perché ha fatto tutto lui. Ha tradito gli elettori, ha lasciato nel vuoto politico una regione che ha un sacco di problemi. Noi abbiamo dato, nei limiti in cui potevamo una disponibilità per la Sicilia ad una giunta fatta da persone responsabili. Vigileremo sul caso Sicilia – ha concluso – e seguiremo questa vicenda”.

“Ci sono stati dei malumori interni nel Partito per il sostegno alla giunta regionale di Lombardo. Il Pd ha discusso prima di fare questa scelta, quella siciliana non è stata certo una scelta semplice. Uno può scegliere di tirarsi fuori – ha concluso Bersani – o di impegnarsi nei limiti del possibile per dare una mano a questa Regione”.

A conclusione della convention del Pd a Palermo, il Segretario ha analizzato le fasi del berlusconismo in Italia, che pare stia volgendo al termine. “Siamo al secondo tempo del berlusconismo, il premier non ha la forza di raccontare un sogno nuovo e ha ripreso quello del ’94, aggiungendo qualche insulto alla magistratura”. “Quindi – ha proseguito Bersani – Berlusconi attacca i pilastri costituzionali, enunciando questo ‘tutti contro di me’”.

“Questa è la fase in cui dobbiamo stare tutti con gli occhi aperti senza far sì che passi. Questa è la fase del muoia Sansone con tutti i filistei, con tutto quello che ciò può significare per il Paese, quella in cui si accumula sconforto e malcontento e adesso sta a noi mostrare un segno forte”, ha detto Bersani.

“Tra demagogia, attacco alla magistratura, ai comunisti, alla Corte costituzionale, Berlusconi non ha più un progetto”. La guerra dei dossier – ha aggiunto – mostra, inoltre, che un pezzo del sottoscala della Repubblica non è più a posto”.

Nel corso del suo lungo intervento al Teatro Politeama Bersani ha criticato duramente il governo Berlusconi, che ha messo a segno “la rapina di 20 miliardi di euro sottratti al Sud e buttati in cause non sempre nobili, che ha dato mazzate alla scuola e all’università per risparmiare sulla spesa corrente, che invece è aumentata, che ha creato tra la gente scoramento, disillusione, sfiducia e rabbia impotente”.

“Il Paese – ha concluso Bersani – si trova in uno stato di sbandamento a causa della crisi del centrodestra, che non si è dimostrato capace di reggere la barra del governo non per le antipatie personali tra Fini e Berlusconi, ma perché ha perso la presa sui problemi reali del Paese”.

“Silvio Berlusconi usa il governo per avere consenso e per ‘campare’ ha sempre bisogno di miracoli e simboli. Il suo modello di consenso, che ha fallito in questi anni e non ha portato a niente, è quello del ‘ghe pensi mi'”.

“La sua strategia – ha proseguito- è quella di dare la colpa agli altri. Gli ho chiesto ‘quanti anni vuoi ancora governare prima di dire che e’ colpa tua? 30 o 40 anni?'”.

“In due anni – ha ribadito Bersani- ci sono stati 38 voti di fiducia e 54 decreti, ma il governo non ha deciso niente, i disastri si sono accumulati e ora c’è una caduta di credibilità: i miracoli sono diventati favole e le favole bolle di sapone”.

Il Segretario democratico ha parlato anche di economia. “Due giorni fa Sergio Marchionne ha detto che stare fermi ad aspettare la crescita è un atto di fede. Se l’avesse sostenuto due anni fa, ci avrebbe dato una mano. Questo governo – ha aggiunto – ai vertici internazionali dice che noi non siamo la Grecia, e questo dovrebbe bastare a gratificarci?”.

Al termine dell’incontro a Palermo Bersani ha lanciato un importante appello: “Lo dico a tutti, alle forze politiche e a quei soggetti che possono essere nostri alleati o vorrebbero correggersi su alcuni punti: dovete avere rispetto per il Pd. Chi vuol mandare a casa Berlusconi, sappia che senza di noi ogni alternativa è impossibile”. “Serve un progetto di risveglio italiano che parta dai problemi veri del Paese e che sia portato avanti da un partito autonomista e nazionale che dica le stesse cose a Palermo e a Varese”.

www.partitodemocratico.it

Anto. Pro.

"I conti pubblici sotto il tappeto", di Tito Boeri

Singolare democrazia la nostra. A Bruxelles nell´Eurogruppo il governo sta da mesi negoziando una riforma del Patto di Stabilità e Crescita che presumibilmente imporrà al nostro Paese di varare nei prossimi anni Finanziarie molto, molto impegnative. Al loro cospetto la manovra varata in primavera sembra un ritocco. Il 29 settembre, lo stesso giorno in cui il presidente del Consiglio si presenta alla Camera per chiedere il voto di fiducia dopo la crisi nella maggioranza, la Commissione formula la sua proposta.

Prevede che il nostro Paese riduca il debito pubblico di circa 50 miliardi ogni anno nei prossimi 10 anni e poi prosegua con aggiustamenti di un´entità che si riduce gradualmente nel corso del tempo fino a riportare il nostro debito pubblico al 60 per cento del pil, come era attorno alla metà degli anni ´70, 35 anni fa. Con gli attuali tassi di interesse e gli scenari di crescita (fiacca) della nostra economia che vengono da tutti condivisi, compreso il nostro governo, questo aggiustamento comporterà un avanzo primario (il surplus di bilancio senza tenere conto della spesa per interessi sul debito pubblico) di circa il 5 per cento del prodotto interno lordo.
Non si tratta di un obiettivo irraggiungibile (ci siamo arrivati nel 1997, nel 1998 e ancora nel 2000), ma certo impegnativo. Si noti che la Decisione di Finanza pubblica appena presentata dal governo contempla avanzi primari mediamente inferiori al 2 per cento per i prossimi tre anni e, non a caso, si limita a stabilizzare il debito ai livelli del 2009, non certo a ridurlo. Quindi si prospetta una manovra complessivamente di circa 9 punti di pil in 3 anni. Se questa riduzione del debito non verrà conseguita da qui a tre anni, recita sempre la proposta della Commissione, il nostro Paese dovrà pagare una sanzione che, negli scenari prospettati dal governo, potrebbe ammontare a più di un punto di pil (lo 0,2 per cento più un decimo dello scostamento, quindi lo 0,9 per cento, per un totale dell´1,1 per cento del prodotto interno lordo).
Se il governo dovesse reggere fino alla fine della legislatura, sarebbe chiamato a modificare profondamente l´indirizzo di politica economica sin qui seguito, puntando su di una più forte crescita della nostra economia e su interventi di contenimento della spesa pubblica e di contrasto all´evasione ben più incisivi di quelli varati sin qui (le entrate nel 2010 vanno male come certificato in questi giorni dall´Istat). Eppure nel documento che prospetta il programma di fine legislatura della nuova-vecchia maggioranza non c´è alcun cenno a una strategia di rientro del debito. Negli interventi alla Camera e al Senato del presidente del Consiglio, prima della richiesta del voto di fiducia, non si trova alcun cenno a questo problema. Né si è ritenuto di parlare direttamente agli italiani. Nella sua lunga intervista su queste colonne del 4 settembre, il ministro dell´Economia ha parlato di tutto (anche di dettagli sulle procedure di bilancio poco accessibili a chi non è cultore della materia) tranne che di questi impegni gravosi che stavamo prendendo a livello europeo.
Lo spazio televisivo ampiamente concesso a esponenti della maggioranza in questi mesi non è mai stato utilizzato per informare gli italiani delle scelte difficili che ci attendono. Si è parlato di case monegasche, di giudici, di rom e di sole padano. Al debito pubblico neanche un riferimento che sia uno. E non parliamo degli interventi nelle piazze e nei capannelli, ormai destinati solo a barzellette “politically incorrect”. Anche quelle contribuiscono a distogliere l´attenzione dai problemi veri.
Ci sono tre possibili interpretazioni di questo strano comportamento. Diciamo subito che nessuna di queste ci rassicura.
La prima è che il governo sia convinto di non farcela a sopravvivere da qui alla fine della legislatura e, dunque, sia intenzionato a scaricare la patata bollente al prossimo esecutivo, quello che verrà dopo le elezioni. Ciò significa che, chiunque andrà al governo, dovrà subito prendersi carico di manovre del tipo di quelle varate nella prima metà degli anni ´90. Da chiedersi come la maggioranza potrà presentarsi agli elettori lasciando questa eredità, ma non mancano certo capacità comunicative nell´attuale maggioranza.
La seconda interpretazione è che il governo conti in una non-applicazione di queste regole, sia convinto che pacta sunt … violanda. Vero è che le regole sono state introdotte soprattutto per porre dei limiti ai comportamenti dei paesi più piccoli dell´area Euro. Vero anche che sin qui il Patto, nelle sue diverse edizioni, ha imposto sanzioni politiche solo a paesi relativamente piccoli ed è crollato proprio quando Francia e Germania si sono ribellate all´apertura della procedura per disavanzo eccessivo nei loro confronti. Il governo, quindi, non si preoccuperebbe di queste scelte che maturano a livello europeo perché ritiene che queste regole non verranno di fatto mai applicate all´Italia.
Lo scarso peso che l´Italia ha mostrato in questo negoziato (ha cercato invano di allargare la nozione di debito al debito privato per alleggerire l´aggiustamento a noi richiesto) non sembra tuttavia deporre a favore di questa ipotesi. Inoltre è molto pericoloso contare su regole fatte solo per non essere applicate. Quelle regole vengono introdotte proprio per proteggere paesi ad alto debito pubblico dal contagio di crisi maturate altrove.
La terza interpretazione è che il governo conti di ridurre solo il debito lordo, non il debito netto. In altre parole, penserebbe a nuove operazioni di finanza creativa, come le cartolarizzazioni del primo Tremonti. Sono operazioni che portano ad un´immediata riduzione del debito sacrificando entrate future, come abbondantemente sperimentato in questi anni. Siamo ancora qui a contare le centinaia di milioni di euro perse con operazioni come Scip1 e Scip2, di cartolarizzazione degli immobili pubblici. Ci sembra davvero impossibile che il Consiglio Europeo, nel varo della riforma possa accettare che il debito venga definito in questo modo responsabile nei confronti delle generazioni future.
Ognuna di queste interpretazioni è, a suo modo, inquietante. Per favore allora datecene un´altra. Una quarta o una quinta. Vorremmo dormire sonni tranquilli.

La Repubblica 06.10.10

"Allarme rosso per l'editoria. Il governo strangola oltre 90 testate", di Roberto Monforte

Siamo oltre all’allarme rosso. Senza certezze sul finanziamento pubblico, senza una legge di riforma e senza quel regolamento annunciato da oltre due anni, il destino di tante testate di idee, politiche e non profit è segnato: la chiusura. Tutti gli impegni assunti sin qui dal governo sono stati disattesi. Sono oltre 90 quelle che, senza fatti nuovi, rischiano di non superare il prossimo 31 dicembre. E sono 4-5mila i lavoratori, che rischiano il posto di lavoro, con un danno incommensurabile al pluralismo dell’informazione. È un vero e proprio allarme democratico, come per la «legge bavaglio », quello lanciato ieri al Senato dalla Fnsi, da Mediacoop, dall’Associazione Articolo 21, dai cdr dei giornali di idee e politici, dalla Cgil. La situazione si fa veramente critica per testate come Liberazione, Il Manifesto, Europa, la Padania, il Secolo d’Italia, Europa, la stessa Unità.

LA LUNGA SERIE DI TAGLI È stato il presidente onorario di Mediacoop, Lelio Grassucci a richiamare nella sua drammaticità la situazione. Lo scorso31marzo vi è stato l’abolizione delle tariffe postali agevolate. Quindi il taglio del50% al contributo per i giornali italiani all’estero e la cancellazione di quello per l’emittenza locale. L’abolizione del diritto soggettivo e il taglio del 50% al Fondo per l’editoria. Per il 2010 sono disponibili soltanto 195 milioni di euro a fronte dei 414 milioni del consuntivo 2008, che dovranno coprire anche i 50 milioni destinati al contratto di servizio Rai e i 46 milioni di arretrati alle Poste. Il governo è più che inadempiente. Si assuma le proprie responsabilità dando seguito ai numerosi richiami «bipartisan» del Parlamento: lo ha affermato il segretario di Federstampa, Franco Siddi. «L’informazione è sotto tiro da più parti – denuncia -. Ci sono tagli assurdi, ingiustificati e ingiustificabili ». E cita le manovre in atto per le agenzie a partire dall’Ansa: «Con la riduzione delle convenzioni ad annuali, rischiano di finire in mano a chi ha il potere» afferma. Ricorda come la Fnsi abbia chiesto «pulizia e trasparenza» nella gestione dei contributi e «regole certe». Che bisogna intervenire e in fretta lo sottolineano i parlamentari presenti, dal leghista Mura a Lusetti (Udc), a Vita, Lusi e Merlo, tutti del Pd.Chiamano in causa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Bonaiuti e il neo ministro per lo sviluppo economico, Paolo Romani. «Il nuovo ministro dimostri di non essere solo il ministro della tv e del conflitto d’interesse – incalza il portavoce di Articolo 21 Giulietti -. Dimostri di non essere il guardiano di una sola azienda. Usi anche solo un centesimo della passione usata per la difesa di Retequattro e la questione Sky per difendere l’editoria». Vita chiede al ministro un’asta competitiva per l’assegnazione delle frequenze digitali con cui finanziare il Fondo per l’editoria. Grassucci suggerisce di equiparare l’Iva di tutti i gadget venduti nelle edicole. Fammoni (Cgil) sollecita la convocazione «dal basso» e «prima che sia troppo tardi» di quegli stati generali dell’editoria promessi e sempre rinviati da Bonaiuti.

L’Unità 06.10.10

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“Quello strano silenzio sull’editoria”, di Gabriella Monteleone

Ci si costringe a pensare male. Non c’è alcun settore, come quello dell’editoria, sul quale si registra una pressoché unanime convergenza parlamentare e politica. Ammetterete che di questi tempi è merce rara, ma non sufficiente per evitare che il governo continui ad infierire attuando solo tagli. Mozioni e ordini del giorno approvati all’unanimità nelle commissioni competenti e in aula a sostegno del fondo per l’editoria non sono state rispettate. Sappiamo bene che la crisi economica impone a tutti uno sforzo ma il pluralismo dell’informazione non è un bene “disponibile”. A un bene di interesse pubblico qual è l’informazione non si può applicare una «politica tecnocratica di bilancio».
Soprattutto se alle proposte concrete di risparmio e trasparenza avanzate da parte dei vari rappresentanti di categoria si sono opposti solo silenzi, interrotti qua e là da ripetute promesse puntualmente disattese: che fine ha fatto il regolamento dell’editoria, sottosegretario Bonaiuti? E gli annunciati Stati generali? In compenso per il 2010 è stato soppresso il diritto soggettivo ai contributi così come le tariffe postali agevolate e il fondo all’editoria, per il 2010, in Finanziaria sono destinati solo 195 milioni di euro (meno della metà dei 414 previsti nel 2008). E di questi ben poco resterà per i contributi diretti.
Ma ora l’allarme rosso per l’editoria cooperativa, non profit e di partito è «assoluto» come ha detto ieri il segretario della Fnsi Siddi: entro il 31 dicembre rischiano di chiudere 92 testate, anche storiche, e la conseguente perdita di oltre 4mila posti di lavoro tra giornalisti e poligrafici. Dietro i numeri ci sono persone, famiglie. Ed eventuali costi sociali per gli ammortizzatori che non viene mai calcolato prima. Siamo allo «strangolamento» hanno denunciato ieri Siddi, Articolo 21, Mediacoop, il Comitato per la libertà d’informazione e il pluralismo, Lusi, Vita e Merlo per il Pd; Lusetti per l’Udc, Mura per la Lega (Butti del Pdl ha avuto un contrattempo). Siamo arrivati al redde rationem: per evitare la decimazione del sistema informativo – ed essere così obbligati a pensare male – vanno reperite le risorse necessarie per il prossimo biennio appostando in Finanziaria i 70 milioni di cui all’articolo 56 comma 2 della legge n. 99 del 2009. Il pragmatico Lusi non ci gira intorno e chiama in causa la Lega: la proposta emendativa «che ha capacità finanziaria perché i soldi ci sono» va inserita ora nelle commissioni bilancio o non c’è storia. Mura non si sottrae: «Le istanze del settore editoria avranno tutto il nostro appoggio perché questo non è interesse di parte ma pubblico». Ora aspettiamo i fatti.
Sperando che anche il neoministro dello sviluppo, Romani, batta un colpo e dimostri interesse oltre le televisioni.

da Europa Quotidiano 06.10.10

Riforma Gelmini, il 43 % dei ricercatori non salirà più in cattedra per protesta

Su 863 ricercatori dell’Università di Palermo, 485 si dicono «non disponibili» a svolgere attività non previste dal contratto, come la didattica, in segno di protesta contro il disegno di legge Gelmini. A questi si aggiungano 239 ricercatori su 629 dell’ateneo di Messina e 200 su 649 a Catania. Il «no» raggiunge dunque una media del 43 per cento. I dati sono stati forniti dalla Flc-Cgil Sicilia. Il sindacato sottolinea che è a rischio il regolare avvio delle lezioni e la qualità dell’offerta formativa, mentre molti corsi di laurea partiranno senza una copertura degli insegnamenti fondamentali. «Sono i ricercatori a tenere in piedi il sistema universitario italiano», dice Giusto Scozzaro, segretario della Flc Cgil, «il loro problema è quello di una stabilizzazione e di un’attività basati su requisiti certi. Chiediamo il blocco della riforma, che peggiora la qualità della formazione e riduce i finanziamenti».

PROTESTA – Atenei siciliani in stato di agitazione e inizio delle lezioni rinviato a metà ottobre a Palermo e Messina, mentre a Catania le lezioni slitteranno al primo novembre solo alla facoltà di Architettura. Si annuncia una settimana di mobilitazione per studenti, ricercatori e docenti contro il disegno di legge Gelmini sull’Università. È quanto emerso nel corso della incontro sui problemi delle università siciliane organizzata dalla Cgil Sicilia e Flc-Cgil. Per il 6 e 7 ottobre la Flc-Cgil annuncia volantinaggi e sit-in nelle piazze, mentre giorno 8 ottobre nelle città siciliane si svolgerà la manifestazione degli studenti delle scuole, a cui il sindacato ha assicurato la propria adesione. Dall’8 ottobre la Flc-Cgil ha proclamato «lo sciopero della prima ora» nelle scuole, che si ripeterà ogni quindici giorni fino a dicembre. Flc e Cgil hanno illustrato le difficoltà degli Atenei siciliani come «buchi» didattici in materie importanti dovuti al blocco del turnover, tetti degli incarichi a contratto, mancato riconoscimento di mansioni e carichi di lavoro dei ricercatori precari, sottolineando il rischio del rinvio dell’anno accademico. «Chiediamo uno stop della riforma», dice il segretario Cgil Sicilia Mariella Maggio, «la nostra preoccupazione è che nell’instabilità del governo nazionale passi una riforma che peggiora la qualità dell’offerta formativa universitaria: c’è bisogno di un sistema accademico», conclude, «effettivamente legato al mondo del lavoro e un percorso di carriera certo per i ricercatori».

Corriere del Mezzogiorno 06.10.10

"Fabbrica Italia: Dopo 6 mesi non c'è nulla", di Rinaldo Gianola

Sono passati quasi sei mesi da quando Sergio Marchionne annunciò a Torino il lancio dell’ambizioso progetto “Fabbrica Italia”. Un piano che prevedeva, entro il 2014, la realizzazione di investimenti per 20 miliardi di euro in Italia, il raddoppio della produzione nazionale da 650mila a 1,4 milioni di vetture, 10 nuovi modelli e il restyling di altri 6 vetture. Ad oggi “Fabbrica Italia” è ferma, non è stato investito un euro. Governo, sindacati e dipendenti non sono a conoscenza di quali modelli saranno prodotti nei vari stabilimenti italiani, nè sanno quando il piano vero e proprio potrà partire. Questa situazione di stallo è preoccupante e delude anche quei sindacati che più si erano spesi per comprendere e raccogliere le esigenze organizzative e produttive del gruppo. Ieri, dopo l’incontro tra la Fiat e i sindacati dei metalmeccanici, persino il segretario della Uilm, Rocco Palombella, ha ammesso la sua delusione perchè «la Fiat non ha presentato il piano di investimenti stabilimento per stabilimento». Anche ieri la Fiat invece di mettere sul tavolo modelli, fabbriche, numeri, ha usato le parole e lo stile già impiegati nei mesi scorsi per mettere i sindacati con le spalle al muro, anche se alcuni sono in questa posizione già da tempo. Il Lingotto ha detto che “Fabbrica Italia” «non partirà se non ci sarà l’impegno formale delle organizzazioni sindacali ad assumersi precise responsabilità del progetto». La Fiat vuole garanzie sulla governabilità delle fabbriche, e i sindacati sono pronti a negoziare. Di più, il tavolo di ieri poteva essere l’occasione per aprire un confronto più ampio, per avviare un percorso chiaro e cercare di superare anche le resistenze della Fiom, in un disegno complessivo finalizzato a garantire investimenti e occupazione nel gruppo. Ma, a questo punto, dopo lo strappo di Pomigliano d’Arco, dopo la vittoria del sì al referendum nella fabbrica campana, dopo la disdetta del contratto dei metalmeccanici, dopo le deroghe immaginate per andare incontro alle esigenze della Fiat, che cosa vuole ancora Marchionne? Quali altre garanzie desidera? Ieri si è parlato dell’ipotesi di «andare oltre Pomigliano», come se le condizioni di lavoro stabilite per quell’impianto, con una chiara compressione dei diritti e delle garanzie dei lavoratori, non fossero sufficienti e avessero bisogno di ulteriori ritocchi o inasprimenti. Forse Marchionne, di cui sono note le capacità di contrattare fino al limite, desidera la totale capitolazione dei sindacati, la piena adesione di tutti, compresa la Fiom, al suo disegno? Magari si è accorto che non si governano le fabbriche escludendo il sindacato più grande? Oppure le crescenti difficoltà del mercato europeo dell’auto, la sfida di riportare presto in Borsa la Chrysler in America e la scissione di Fiat Industrial sono argomenti talmente forti e impegnativi che spingono Marchione a spostare in avanti, e a chiedere un prezzo sempre più alto ai sindacati, il piano di investimenti in Italia? Quale che sia la ragione autentica, di fondo, di questa strategia del rinvio da parte della Fiat appare chiaro che fino a quando non si entrerà nel merito del piano industriale, fino a quando non saranno comunicati quali modelli saranno prodotti nei vari stabilimenti italiani, con quale organizzazione, con quanti turni, con quanti lavoratori, l’intero progetto “Fabbrica Italia” non sarà credibile. L’impressione è che Marchionne, pur mantenendo fermo l’impegno a investire in Italia e volendo anche recuperare un rapporto costruttivo con la Cgil, si trovi oggi in una situazione di grande difficoltà in larga misura determinata dal crollo del mercato in Italia e in Europa, e dalla necessità di finanziare un piano di investimenti di 20 miliardi di euro. Va escluso, come sempre, che gli azionisti Agnelli possano mettere mano al portafogli per pagare gli investimenti in Italia. Questi problemi di mercato e industriali sono confermati dalle notizie che parlano di un altro slittamento del lancio della Nuova Panda, il modello destinato a Pomigliano d’Arco. Il lancio già previsto per l’estate 2011, poi spostato a settembre dello stesso anno, adesso verrebbe rinviato all’inizio del 2012, nella speranza di un netto miglioramento delle condizioni di mercato. Ma se il progetto della Nuova Panda viene spostato in avanti, allora Marchionne può forse permettersi qualche settimana in più di confronto con il sindacato per spuntare condizioni ancora migliori (per la Fiat) nelle fabbriche italiane. Perònon bisogna esagerare, perchè la corda rischia di rompersi

L’Unità 06.10.10

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“Fiat-Fiom, solo i toni sono diversi”, di Raffaella Cascioli

Marchionne non spiega gli investimenti di Fabbrica Italia e pone nuove condizioni.
I toni sono meno duri, le parole più smussate, nessuno scontro cercato a tutti i costi. Detto questo, però, la Fiat non cala le carte, non fornisce molti elementi sul progetto Fabbrica Italia, non declina gli investimenti che pure conferma essere dell’ordine di 20 miliardi di euro. Un impegno a investire che, fa sapere il Lingotto, «non partirà se non ci sarà l’impegno formale delle organizzazioni sindacali ad assumersi precise responsabilità del progetto».
Nell’incontro con tutte le sigle sindacali dei metalmeccanici (Fiom compresa) – il primo a ridosso del tavolo sulla produttività che si è aperto ieri a cui era presente la Cgil – il Lingotto ha chiarito «come l’importanza delle scelte di destinazione dei nuovi modelli e il volume degli investimenti previsti richiedono un elevato livello di garanzia in termini di governabilità degli stabilimenti e di utilizzo degli impianti». E se Fiat insiste sulle condizioni preliminari «che assicurino il quadro di certezze», anche i sindacati misurano le parole ma chiedono chiarezza. Tutti spiegano che Pomigliano non può essere un modello, insistono sul fatto che l’incontro non è stato distensivo e ribadiscono che non ci saranno deleghe in bianco.
La presenza della Fiom al tavolo avrebbe potuto imporre una maggiore disponibilità al momento rinviata a prossimi incontri. Quindi le posizioni restano invariate. La Fiom pone paletti, eppure si tiene alla larga da toni ultimativi. C’è quasi il timore di rompere il fragile vetro del dialogo nonostante le posizioni sono e restano lontane. Fors’anche incolmabili se si parla di deroghe al contratto. In ogni caso il Lingotto ha assicurato che intende restare dentro Confindustria e dentro Federmeccanica dicendosi disponibile dunque a risolvere i problemi all’interno del sistema contrattuale. Sbaglierebbe chi pensasse che si tratti di un problema semantico tanto più quando, dall’altra parte del tavolo, non ci sono solo le sigle sindacali che hanno firmato l’accordo di Pomigliano ma anche la Fiom. Fiom che, pur dicendosi disponibile a un confronto su Fabbrica Italia, ha posto alcune condizioni. Se è certamente positivo il fatto che Landini & co. siano tornati a sedersi intorno a un tavolo con Fiat e le altre sigle sindacali, i paletti posti ieri dalle tute blu della Cgil sono ben piantati così come lo erano una settimana fa. Disponibilità a trattare all’interno del contratto, soluzioni positive su Termini Imerese, niet sulle deroghe, superamento dei licenziamenti e, soprattutto il coinvolgimento dei lavoratori. La posizione della Fiom non è cambiata, i toni sì. A pesare non è tanto l’isolamento nel panorama sindacale, quanto piuttosto un nuovo corso nel sindacato di Corso Italia al quale non è estraneo il prossimo cambio alla segreteria tra Guglielmo Epifani e Susanna Camusso e il tavolo sulla crescita apertosi lunedì con le altri parti sociali. Tuttavia le distanze tra Fiom e le altre sigle sindacali si avvertono sebbene tutti ieri abbiano chiesto a Fiat di calare le carte. Il leader della Fim Beppe Farina ha chiarito «non ci sarà una Pomigliano dappertutto» e che eventuali accordi saranno legati alle esigenze di stabilimenti e prodotti: «In ogni sito si partirà da prodotto e investimenti: solo dopo ci sarà la disponibilità alla flessibilità e alle esigenze poste dell’azienda». E se la Fim si dice disponibile a flessibilità insiste su accordi diversi per stabilimenti diversi. Chi dà un giudizio negativo dell’incontro è il segretario della Uilm, Rocco Palombella, secondo cui «la Fiat non ha scoperto le carte perché vuole verificare la nostra determinazione ad andare avanti. Noi ci siamo, ma prima di dare la disponibilità a realizzare certi percorsi vogliamo conoscere il progetto con i relativi investimenti». Tanto più che – come spiegano in una nota Fim, Uilm e Fismic – non è più procrastinabile l’avvio di Fabbrica Italia così da dare certezze sul futuro e sul reddito di migliaia di lavoratori.

da Europa Quotidiano 06.10.10

"ll pendolo mafioso", di Alberto Cisterna*

Il 2010 ha assunto i contorni dell’annus horribilis per la città di Reggio. Mai la ’ndrangheta aveva mostrato una simile volontà di aggressione verso le istituzioni. Certo non erano mancati i gesti eclatanti, anzi l’efferatezza di talune azioni era una sorta di macabro logo delle cosche calabresi.
Pochi lo ricorderanno, ma nelle faide degli Anni 80 erano stati deliberatamente uccisi persino bambini di pochi anni colpevoli solo di un cognome o di una parentela. Per non parlare della barbarie dei 180 sequestrati dall’Anonima.

Eppure c’è qualcosa di incolmabile tra la strage di Duisburg del 2007, con sei giovani cadaveri nelle strade tedesche, e gli eventi di Reggio del 2010. Quello era l’ennesimo episodio di una guerra tra cosche iniziata molti anni prima, la fiamma di un rogo in cui si fronteggiavano uomini resi implacabili dagli enormi profitti della cocaina. Mentre a Reggio da gennaio, ossia dal primo attentato all’ufficio retto da Di Landro, sembra in scena una trama diversa, quasi che all’impeto delle armi si sia sostituita la logica del logoramento, l’opzione per un conflitto a bassa intensità ma prolungato. Il pendolo mafioso che con sinistra precisione alterna le intimidazioni al procuratore generale con quelle al procuratore Pignatone imporrebbe letture profonde del sistema criminale calabrese e delle forze occulte in campo. Bisogna forse partire dall’acuirsi della violenza mafiosa verso le istituzioni in prossimità delle elezioni regionali calabresi. Nel 2005 l’assassinio di Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale, avvelenò i pozzi della politica in Calabria. Nel 2010, prima e dopo la campagna elettorale, lo stillicidio delle intimidazioni incrina la società calabrese e mostra tra le crepe una massa gelatinosa di interessi diversi ed opachi che si sente minacciata dai processi.

E’ indiscutibile che i magistrati reggini paghino per l’azione rigorosa contro le cosche, anche se la scelta delle ’ndrine di aggredire con metodo i giudici sembra consegnarsi a strategie più evolute. Le cosche appaiono affascinate da scenari di potere e di prestigio che ormai condividono con spezzoni delle professioni, della politica e delle istituzioni; tutti insieme protesi a depredare la Calabria e le colonie di ’ndrangheta sparse nel Paese. I clan hanno esercitato un’irresistibile capacità di aggregazione verso ceti sociali e altre organizzazioni criminali, anzi la storia criminale degli ultimi cinque anni li consegna come una miscela pericolosa di spavalda violenza e di silente penetrazione nella società. La convergenza che ha cementato in questi anni gli interessi delle cosche e dei ceti parassitari, e non solo in Calabria, si sente minacciata da un’azione giudiziaria che ha, sia pure in ritardo, focalizzato gli obiettivi e approntato le strategie di contrasto alla nuova borghesia mafiosa.

Un grumo che teme l’intrusione della magistratura negli affari di Calabria.

*procuratore aggiunto nazionale antimafia

La Stampa 06.10.10

"Ricercatori, ancora alla porta", di Enrico Campofreda

A colloquio con Manuela Ghizzoni, deputata del Partito democratico, che segue alla Camera l’iter di approvazione del decreto Gelmini. Tra i punti deboli la carenza di fondi: «Mancano 1,35 miliardi di euro». L’accelerazione che il governo, tramite il ministro dell’Istruzione Gelmini, voleva dare all’approvazione della Riforma universitaria ha incontrato un primo ostacolo nella riunione dei capigruppo della Camera. La discussione parlamentare è slittata di dieci giorni e la votazione avverrà, come ha sottolineato il presidente Fini, al termine della sessione bilancio che parte a metà novembre. Ad accogliere queste novità con una certa soddisfazione i ricercatori dei comitati in lotta dei vari atenei che considerano il rallentamento frutto della propria mobilitazione. Un’agitazione che ha iniziato a ricevere il conforto di professori anche ordinari, di qualche rettore, e degli studenti che pure si troveranno a vivere il disagio di blocchi e ritardi della didattica. La difesa dell’università pubblica e del diritto allo studio generalizzato è il bene comune che unisce docenti e discenti. Manuela Ghizzoni, deputato Pd e lei stessa ricercatrice, sta seguendo nella VII Commissione della Camera lo sviluppo del decreto, del quale uno dei punti più deboli è la carenza di fondi.

A che punto è la discussione?
Il ministro Tremonti e il governo ci devono dire quante risorse hanno intenzione di rimettere nel fondo di finanziamento ordinario e quanto intendono investire per il fondo di merito ovvero se hanno intenzione di sbloccare il turn over e poi rispondere alle legittime richieste dei ricercatori. In più devono chiarire quante risorse offriranno agli atenei per aprire posizoni da tenure-track (il sistema dei 3 anni più 3 riservato ai ricercatori, ndr). Se anticipiamo il voto prima di conoscere le tabelle della Finanziaria giochiamo a carte scoperte e noi non vogliamo farlo. Mancano 1,35 miliardi di euro, attendiamo risposte.

Si è ventilata l’ipotesi del Dicastero di offrire 10mila posti di associato nei prossimi sei anni. Una sorta di contentino per annacquare la fase di agitazione?

Probabilmente sì. Ma quello che è in gioco con l’attuale legge è la funzione del docente universitario e l’ampliamento della precarietà nell’ambito del pre-ruolo. Se questa vuole essere una vera Riforma non può esimersi dall’intervenire sulla figura del ricercatore, che come i dati dimostrano è l’asse portante della didattica negli atenei. Questa legge avrebbe potuto essere il veicolo per una riflessione sulla docenza, invece si è rimasti ancorati all’idea della Moratti che i professori sono esclusivamente gli ordinari e gli associati mentre i ricercatori risultano figure inutili da esaurire. Con questa legge non s’intravede nessuna prospettiva reale d’ingresso nelle università per coloro che in condizioni di precariato consentono agli atenei di raggiungere gli eccellenti livelli di ricerca che conosciamo e contribuiscono in maniera fondamentale alla didattica. Come Partito continueremo l’opposizione chiara e netta attuata nelle preliminari discussioni alla Camera.

da Terra News 04.10.10

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«No al ricatto di Tremonti»

Il rinvio deciso da Fini? «Una possibilità di approfondire»
Roberto Ciccarelli
«Vorrei capire di quale vuoto legislativo parla il presidente della Conferenza dei Rettori Enrico Decleva – afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione cultura della Camera, rispondendo all’allarme lanciato ieri dalla Crui: il ritardo dell’iter parlamentare della riforma Gelmini rischia di avere effetti disastrosi sull’università – È vero il contrario: questa legge è talmente piena di rinvii che passeranno mesi prima che produca effetti reali».
In più viene ripetuto il mantra del ministro Tremonti: prima approvate la riforma, prima le università avranno le risorse per chiudere i bilanci…
È un ricatto inaccettabile. È invece necessario conoscere quali risorse il governo ha deciso di reinvestire sull’università prima che la Camera voti il disegno di legge.
Per avere interrotto la marcia del governo verso una rapida approvazione del Ddl, siete stati accusati di aderire a ai settori più conservatori dell’università. Che cosa risponde?
Fa riflettere sullo stato di salute della nostra democrazia il fatto che la richiesta di avere tempo per esaminare una riforma che interviene così profondamente su un sistema strategico dello sviluppo del nostro paese venga stigmatizzata in questo modo. Alludo all’editoriale del prof. Panebianco di ieri e a tutta la cordata che sostiene questo progetto di riforma dell’università. Bisognerebbe avere l’umiltà di leggere i rilievi all’impianto normativo mossi dal servizio studi della camera. Suggerirei a tutti di andare a sentire l’aria che tira nelle università in questi giorni. In questo momento non è proprio il caso di fare muro contro muro. I ricercatori che si sono mobilitati non sono pericolosi facinorosi e hanno interpretato questa dilazione dei tempi come una possibilità di approfondimento.
La richiesta del ministro Gelmini è di anticipare la discussione generale al 12 ottobre. Voi cosa farete?
Ci atterremo al calendario stilato giovedì scorso. La discussione è prevista per giovedì 14. Domani cominciamo l’esame degli emendamenti. Nessun ddl di portata così estesa è stato liquidato in quattro giorni da una commissione parlamentare.
Si parla di un emendamento proposto dal Pd che propone un’indennità didattica di 150 euro per ammorbidire la protesta dei ricercatori. È vero?
Noi non abbiamo mai presentato questo emendamento. Non so in che modo sia stato attribuito a Luigi Nicolais che in questo momento è davanti a me. Credo che provvederà personalmente a smentire questa notizia. Ma, se mi permette, in questa storia il punto è un altro.
Qual’è?
In Italia ci siamo abituati all’idea che i ricercatori insegnano gratis o per passione. L’insegnamento non rientra tra i loro compiti. Fino a 10 anni fa, venivano retribuiti poco, ma lo erano. Oggi nemmeno quello e qualcuno trova strano che i ricercatori chiedano di essere retribuiti se fanno 60 o 120 ore di insegnamento.
Le pressioni per approvare il Ddl Gelmini alla Camera entro il 18 ottobre faranno cambiare idea al Presidente Fini?
La decisione di rinviare il voto dopo la sessione di bilancio è stata presa da lui. Come capogruppo del Pd l’ho valutata con soddisfazione. Oggi abbiamo la possibilità di esaminare il Ddl giocando a carte scoperte.
Come andrà a finire? Questa riforma sarà «rottamata»?
Sono parole che non riesco a capire. Che significa «rottamare» una riforma, se la sua approvazione slitta di tre o quattro settimane?
Ma come spiega allora questa crisi di nervi da parte della Crui e della Confindustria?
Lo deve chiedere a loro. Io tengo a malapena a freno i miei. Tra poco mi scade il tempo per consegnare gli emendamenti.

Il Manifesto 05.10.10