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"La sinistra cresce. In ordine sparso", di Rudy Francesco Calvo

La multiforme espressione della gauche italiana: ma i vari
pezzi sono conciliabili? L’articolo di Ilvo Diamanti pubblicato ieri su Repubblica descrive una galassia della sinistra italiana in costante crescita, tanto da raggiungere ormai complessivamente quasi l’11 per cento. Un campanello d’allarme, certo, per un Pd che resta bloccato attorno al 25 per cento e che con queste forze è costretto a fare i conti in vista di una chiamata al voto che, se sul piano nazionale è ancora solo probabile, è invece sicuro per molti dei principali comuni italiani. E basta ricordare lo scherzetto giocato da Grillo e dalla sua lista a Mercedes Bresso la scorsa primavera per capire la portata del pericolo, più che rosso anti-politico.
Se però si prova a riportare alla realtà dei temi politici queste forze, si capisce che quell’11 per cento si raggiunge solo mettendo insieme le mele con le pere, una somma impossibile come spiegherebbe una maestra ai suoi alunni. Grillo, Di Pietro, Vendola e Ferrero vanno in ordine sparso praticamente su tutto, con in più una tendenza inestirpabile nella sinistra radicale, ossia quella di sgomitare l’un l’altro nel tentativo di strapparsi a vicenda i (pochi, spesso) voti che hanno.
Grillo va per conto proprio. La sua posizione, in un certo senso, è la più semplice: essendo al di fuori del “sistema” può permettersi di contestare tutto e tutti. In più, sapendo anche di avere ben poche speranze di entrare nel sistema stesso, non ha nemmeno il problema di ricercare eventuali alleati o di dare il proprio contributo al superamento del berlusconismo. I suoi unici alleati sono i movimenti del “no” (Dal Molin, Tav, Ponte sullo Stretto, ecc.), incompatibili tanto con il centrodestra quanto con il centrosinistra.
Per questo, forse l’unico a soffrire in maniera consistente la concorrenza dei grillini è Di Pietro. L’ex pm prova a mettere il cappello su tutti i movimenti più o meno spontanei che emergono in quell’area («con Grillo siamo complementari» e sabato il popolo viola ha dovuto chiedere ai suoi di abbassare le troppe bandiere col gabbiano distribuite), ma nel contempo cerca di limitarne la concorrenza elettorale. Ieri, ad esempio, ha precisato di auspicare il voto «già domani », ma anche di sostenere «un governo di transizione con tutti quelli che ci stanno» che «può durare solo 90 giorni» per cambiare la legge elettorale. Quale? L’Idv ha già presentato una proposta per l’uninominale a doppio turno, ma anche è disponibile a «discutere di un sistema proporzionale alla tedesca», purché «ci sia uno sbarramento per evitare la frammentazione». La coperta dell’antipolitica è corta, come dimostra l’improvvisa frenata nei sondaggi di Idv, e Di Pietro rischia di tirarla da troppe parti nel tentativo di lasciare scoperta la concorrenza, grillini e Vendola in primis.
Il governatore pugliese, dal canto suo, punta a contenere le spinte antipolitiche, più che a cavalcarle. Ricerca il confronto con il popolo viola, meno pregiudiziale verso i partiti, e invita gli indiscussi alleati del Pd a cercare il confronto anche con le piazze.
«Se daremo vita a un progetto politico forte – spiega Franco Giordano – questo saprà dare le risposte anche ai movimenti».
Se questa è la priorità, un’alleanza seppur temporanea con Fini sarebbe una contraddizione, «un atto di eresia e di fantapolitica», per dirla con Vendola. Se quindi si trova in parlamento una maggioranza in grado di cambiare la legge elettorale bene, altrimenti per Sel bisogna andare alle urne con un progetto ben delimitato: insomma, sì al nuovo Ulivo, ma no all’alleanza democratica.
Un passaggio su cui il governatore pugliese è scavalcato a destra da Ferrero, secondo il quale «le opposizioni democratiche hanno il dovere di dare una risposta unitaria e immediata» a Berlusconi. Il Prc, insomma è pronto a fare la propria parte, anche se Diliberto, l’altra gamba della federazione della sinistra, già non è d’accordo.

da Europa Quotidiano 05.10.10

"Quando gli uomini uccidono le donne", di Adriano Sofri

Chi tenga il conto degli uomini che ammazzano le donne annovererà l’uxoricidio di Novi (Modena) in questa categoria, alla data del 3 ottobre. Alla data del 4, appena un giorno dopo e a qualche chilometro da lì, nel Piacentino, un uomo ha ridotto in fin di vita la sua convivente, trafiggendole la schiena con un forcone. Per questa voce, “Uomini che uccidono le donne”, i dettagli sono secondari. ANovi l’uomo, 53 anni, che ha ucciso a colpi di mattone la moglie, Begm Shaneez, 46 anni, era, come lei, pachistano, e pachistano il figlio maschio, 19, che ha ridotto in coma a sprangate sua sorella, Nosheed, 20 anni. A Castelsangiovanni, sono italiani, piacentini ambedue, lui 60 anni, e lei 41. Sarà diverso il registro di chi invece tenga nota dei pachistani che ammazzano le donne o, rispettivamente, dei musulmani che ammazzano le donne. Gli uni avranno annotato in particolare l’assassinio di Hina, 20 anni, sgozzata nel 2006 dal padre a Sarezzo, Brescia, gli altri quello di Sanaa, 18 anni, sgozzata nel 2009 dal padre fin quasi a decapitarla, a Pordenone.

Sono i casi più famosi in elenchi fitti. Ogni volta si ripeterà doverosamente che le generalizzazioni sono arbitrarie e disastrose. “I musulmani ammazzano le donne”, o “i pachistani ammazzano le donne” – o, del resto, “i cristiani ammazzano le donne”. Tuttavia, senza una misura convenzionale di generalizzazione, non sapremmo né ragionare né comunicare. Così, quando diciamo che “gli uomini ammazzano le donne”, sappiamo naturalmente che non tutti gli uomini ammazzano le donne, ma intendiamo che parecchi uomini, e senz’altro troppi, ammazzano donne. In Italia, per esempio, l’anno scorso sono state assassinate (almeno, i dati non sono completi) 119 donne, 147 nel 2008, 181 nel 2006, più di 600 tra il 2006 e oggi. Se dicessimo che “le donne uccidono gli uomini” la generalizzazione sarebbe molto più infondata, dal momento che le donne che uccidono uomini sono una minima percentuale degli omicidi fra persone di sesso differente.

Quella arbitraria dichiarazione – gli uomini uccidono le donne – allude anche, per eccesso, a un’altra verità: che gli uomini, anche quelli che si astengono con orrore dall’ammazzare e violentare e picchiare donne, se non sono ipocriti con se stessi e sono disposti a frugare nella propria formazione, sentono di avere a che fare con l’impulso che spinge i loro simili a quell’orrore. Se ne tengono a distanza dandogli nomi di sicurezza come “raptus” e follie. Sono tentato di dire che gli assassinii di donne stanno al maschilismo come gli attentati contro gli ebrei stanno all’antisemitismo. Il succo della “Sonata a Kreutzer” è questo: che, secondo Tolstoj, chiunque può ammazzare la propria moglie. Lui non lo fece, però lo scrisse. Le uccisioni di donne, anche quando sono privati, anche quando sono l’opera di uomini miti – “tranquilli”, diranno i vicini – e da un assassinio solo, sono efferati. A Novi di Modena, una ferocia infame si è compiuta così: due uomini, un padre e un figlio, si sono accaniti su due donne, moglie e sorella, ripetendo e però rovesciando il modo dell’agguato a Hina. Lì, la violenza del padre e dei suoi parenti maschi complici si era procurata poi il consenso, chissà quanto forzato e rassegnato, della madre di Hina. Qui, la madre di Nosheed ha dato la vita per proteggerla. Ha fatto bene il ministro Carfagna a parlare di “deliri patriarcali”. Fanno bene quelli che ricordano che il delitto d’onore è uscito dal nostro codice nel 1981 appena ieri (e dalle nostre teste, chissà) e che appunto gli uomini ammazzano le donne, e di preferenza le “loro” donne – mogli, fidanzate, amanti, come nella singolare espressione che estende la proprietà – “la mia donna” – oltre la data di scadenza – “la mia ex-donna”. “Uccide la sua ex-fidanzata”.

(Ahimé, anche il comandamento, “la donna d’altri”). E se no le prostitute, che non sono di nessuno, dunque di tutti, dunque “mie”. Quanto al modo in cui il cristianesimo ha innovato nella condizione della donna (e dei bambini, soprattutto introducendo una tenerezza e più tardi un amore cavalleresco) e insieme ha accolto e perpetuato una soggezione patriarcale, e non di rado una veemente misoginia, è un fatto che oggi è più difficile adattare una cultura cristiana alla brutalità contro le donne. La quale troppo spesso si compie, ma contro la sua ispirazione. Ne abbiamo appena riparlato a proposito della più tradizionale delle pratiche contro le donne: le mutilazioni genitali – o d’altra parte dell’abbigliamento teso a occultare la vista della donna (che sia vista,e che veda, anche). Per questi usi il relativismo per conto terzi richiama la complicità di nonne e madri infibulate e autrici a loro volta dell’infibulazione delle loro bambine, come se ne risultasse una loro responsabilità libera, e non la più trista prova del dominio patriarcale. Cui meravigliosamente si ribellano tante donne (le bambine, si erano sempre ribellate, e tenute ferme a forza come in una tortura), com’è successo l’altro ieri nel giardino mattatoio di Novi. Queste pratiche, tradizionali e patriarcali, e sconfessate (non sempre, del resto) dalle autorità di tutte le religioni, sono state però incorporate e fissate, e a volte inasprite, in molti paesi dalla tradizione islamica. Lo conferma proprio l’argomento invocato per smentirlo: cioè che costumi e prescrizioni misogine non appartengano al Corano, ma risalgano a prima dell’Islam. Esso è diventato il pretesto per una «riconquista» delle donne alla modernità: nella «rivoluzione» khomeinista che ha ricondotto in cattività le donne iraniane, o in quella taliban che la sta perseguendo. Ho letto la sterminata trilogia di Stieg Larsson diffidando, e ricredendomi. A cominciare dal titolo, “Uomini che odiano le donne”, dunque le uccidono. A stare alle motivazioni che un gran numero di loro fornisce a se stesso e al pubblico, si potrebbe dire anche “Uomini che amano le donne”, dunque le uccidono. (I francesi, campioni di eufemismo, hanno tradotto: “Uomini che non amano le donne”!). Larsson è stato un campione dell’impegno contro il razzismo e il fascismo nella sua Svezia.I suoi romanzi hanno finito per offrire la miglior chiave di interpretazione del recente voto svedese, segnato dal successo del partito xenofobo e nazisteggiante.

Se la libertà è misurata prima di tutto dalla libertà delle donne – la Scandinavia ne fu un esempio precoce e proverbiale, fino allo scherzo – l’immigrazione che trascina con sé il peso di una tradizione patriarcale e sperimenta nella nuova condizione lo scontro fra i suoi maschi e le sue donne, eccita lo spettro dell’aggressione e della rivalsa sulle donne libere. Due modi distanti e perfino opposti di “odiare le donne” rischiano di congiurare contro la loro libertà – e incolumità. La nuova demografia di Malmoe coincide strettamente con la sua nuova mappa elettorale. L’alternativa starebbe, all’opposto, nella congiura di donne libere e donne immigrate, cui leggi, istituzioni e forza pubblica dovrebbero mettersi al servizio.

Pochi giorni fa, il 23 settembre, a Scandolara (Cremona) una donna indiana di 25 anni, Rupika, si è cosparsa di benzinaa casa suae siè data fuoco ed è morta. Aveva perso il lavoro, in un ristorante, e aveva paura, scaduto il permesso di soggiorno, di essere rimpatriata. Ho letto che in India l’aspettava un matrimonio combinato. Chissà. Non si può far a meno di pensare a una ragazza che si è data fuoco qui, dove si sentiva libera, per non tornare nel proprio paese, dove una solenne tradizione vuole bruciare vive le vedove sul rogo dei mariti morti.

La Repubblica 05.10.10

"Raffica di ricorsi contro i tagli", di Antimo Di Geronimo

Il ministero dell’istruzione, prima di disporre il taglio delle ore nelle seconde, terze e quarte classi dei tecnici e dei professionali, avrebbe dovuto attendere il parere del Consiglio nazionale della pubblica istruzione. E quindi l’ordinanza del Tar del Lazio che sospende la relativa circolare è legittima.
Così ha deciso la sesta sezione del Consiglio di stato con un’ ordinanza emessa il 28 settembre scorso (n.4413, Severini presidente, Scanderbeg estensore). Si aprono, dunque, nuovi scenari per i docenti dei tecnici e dei professionali, che hanno perso il posto per i tagli e che sono già stati trasferiti d’ufficio. L’illegittimità del provvedimento sugli organici, infatti, costiuisce il presupposto per azioni individuali da parte dei docenti danneggiati. E ciò potrebbe indurre i giudici del lavoro delle varie circoscrizioni a disporre, nell’immediato, il reintegro nelle sedi di precedente titolarità oppure, in alternativa e nel medio periodo, il risarcimento dei danni. Secondo il Consiglio di stato, infatti, «alla luce del sopravvenuto parere emesso dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione l’amministrazione scolastica non potrebbe esimersi dal rideterminarsi sulla definizione dell’orario complessivo annuale delle lezioni delle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e delle seconde e terze classi degli istituti professionali».

Il collegio, dunque, si è spinto anche oltre il mero giudizio di legittimità. Ed entrato anche parzialmente nel merito, valutando l’opportunità e la convenienza del provvedimento ministeriale (la circolare 37/2010). Sebbene in modo succinto, così come prevede la procedura. Si tratta, infatti, di un’ordinanza emessa a seguito della impugnazione di un’ordinanza sospensiva del Tar del Lazio (3363/2010). Con la quale è stata ordinata la sospensione della circolare sugli organici nella parte in cui prevede il taglio delle ore nei tecnici e nei professionali, nelle classi intermedie. Sospensione che è stata disposta perché il ministero ha ordinato il taglio senza attendere che il Consiglio nazionale della pubblica istruzione si pronunciasse.

Il parere, infatti, è un atto endoprocedimentale obbligatorio, anche se non vincolante. L’amministrazione, dunque, avrebbe potuto emettere il provvedimento anche in senso difforme, fermo restando l’obbligo di motivare l’eventuale scelta contraria. Ma il parere non poteva essere ignorato e, una volta emesso, avrebbe dovuto essere tenuto nel debito conto. Così come accennato dal Consiglio di Stato. Resta il fatto, però, che ormai le procedure di mobilità del personale si sono concluse. Salvo rettifiche dell’ultima ora. E quindi i docenti che hanno perso il posto sono già stati trasferiti d’ufficio. E hanno anche usufruito delle procedure di mobilità annuale. Nella maggior parte dei casi, dunque, gli interessati hanno già trovato una nuova collocazione. Ma ciò non vuol dire che non vi siano gli estremi per ulteriori azioni. Anzi, fatta eccezione per i docenti che, in organico di fatto, sono rientrati nelle sedi di precedente titolarità, chi è stato trasferito altrove e in sede di utilizzazione ha trovato una sede lontano da casa, potrebbe tentare la carta del ricorso d’urgenza. O quanto meno, quella dell’azione risarcitoria. Per ottenere un provvedimento d’urgenza, infatti, non basta avere ragione (fumus boni iuris) ma è necessario che il ricorrente si trovi anche in una grave situazione di danno che, per effetto del passare del tempo, diventerebbe irreparabile (periculum in mora). Il ricorso d’urgenza, dunque, è esperibile solo nei casi limite. Non così per gli altri casi dove, comunque, il danno economico dovuto alla necessità di viaggiare per raggiungere la sede di lavoro potrebbe essere risarcibile.

L’amministrazione dal canto suo, non sembra interessata a rimettere mano alle operazioni già effettuate. Anche perché ciò arrecherebbe gravi danni al servizio. E quindi, secondo quanto risulta a Italia Oggi, il ministero del’istruzione sarebbe sul punto di emanare un provvedimento con il quale sarà ordinato agli uffici periferici di non fare nulla. Perché, se è vero che il parere del Cnpi è indispensabile, è altrettanto vero che non è vincolante per l’amministrazione. È probabile, dunque, che per quest’anno tutto rimanga così com’è, salvo rivedere la situazione in vista del prossimo anno scolastico, tenendo conto almeno in parte delle considerazioni espresse dal Cnpi. E soprattutto della decisione di merito.

da Italia Oggi 05.10.10

"Atenei, i ricercatori chiamano precari e studenti. In gioco il destino di tutti, di Jolanda Buffalini

Valle Giulia, facoltà di architettura a Roma 1, a pianterreno studenti seguono attraverso un monitor; primo piano, un altro monitor un’altra piccola folla attenta, un cartello indica: maxischermo in Aula 7. L’Aula magna è gremita, non si respira, sulla cattedra, in fondo, preside e capo-dipartimento delle due facoltà (Valle Giulia e Quaroni), prorettore, ricercatori. Si sta svolgendo una lezione sui generis, l’oggetto è il sistema universitario italiano, i tagli del governo, la riforma Gelmini, il perché della protesta dei ricercatori che chiamano studenti, precari e ordinari a unirsi. Carola Clemente, ricercatrice, fa scorrere le slide, statistiche ufficiali dell’Ocse: il rapporto docenti studenti in Italia è 1 a 19,5, «siamo avanti solo a Slovenia, Turchia, Cile», in Europa le borse di studio sono al 39% mentre in Italia al 29, il finanziamento alla ricerca è sceso in Italia allo 0,8 del Pil mentre la Germania ha triplicato gli investimenti e la media europea è sopra l’1,5%. Una caterva di dati per spiegare agli studenti, attentissimi, quasi tutti dei primi corsi «come si sta smantellando l’università pubblica ». Il blocco del turn over, per esempio, significa che fra due anni ci saranno 18.000 professori in meno. «La riforma Gelmini – dicono i ricercatori – non risolve il problema del reclutamento, impone una gavetta di 3 anni di dottorato più nove di precariato a chi vuole tentare la carriera accademica, senza alcuna certezza che alla fine del percorso ci siano i soldi per l’assunzione». Tutto questo mentre «per gli studenti della Luiss si prevede, con fondi pubblici, il diritto a 2500 fotocopie annue». Nelle università pubbliche, invece, non solo non ci sono le risorse per dare agli aventi diritto l’assegno di studio ma si prepara per gli studenti un «prestito d’onore» parametrato su un improbabile reddito di 40mila euro. Tutte ragioni per invitare alla manifestazione dell’8 ottobre.
IN PARLAMENTO Alla Camera, intanto, inizia oggi l’esame degli emendamenti, dopo lo slittamento al 14 ottobre della discussione in Aula. «È una vittoria del buon senso – spiega l’on del Pd Manuela Ghizzoni, che di mestiere è ricercatrice – la discussione accelerata toglieva senso al nostro lavoro». Ora è probabile che l’esame del Ddl si concluderà dopo la sessione di bilancio: «E sapremo nero su bianco – dice Manuela Ghizzoni – se il governo restituirà il miliardo e 350 milioni tagliati. Se, per caso, abbia intenzione di investire ». Gli emendamenti Pd sono 200 a cui si aggiungono i 50 Udc ma, «non c’è alcun ostruzionismo, è una legge complessa, di 25 articoli con paginate di commi». Pdl e Lega rispondono alle critiche di rettori e commentatori favorevoli all’approvazione veloce della riforma: «Non è colpa nostra». «E sarebbe colpa dell’opposizione? – replica Manuela Ghizzoni – c’è tutto il tempo di discutere seriamente. Se invece vogliono andare alle elezioni anticipate, dopo aver incassato l’approvazione senza discutere, questo sì, è un problema loro».

L’Unità 05.10.10

"La Cgil propone un sistema a due pilastri per gli ammortizzatori sociali", di Giorgio Pogliotti

Semplificare gli ammortizzatori sociali per estendere la copertura alla platea di lavoratori priva di tutele. È l’obiettivo della proposta presentata dalla Cgil che punta ad un sistema pubblico universale fondato su due istituti – la cassa integrazione e la disoccupazione – senza distinzione di qualifica, appartenenza settoriale, dimensione di impresa e tipologia di contratti di lavoro. «Intendiamo garantire i molti giovani, precari, donne, migranti, che non sono inclusi dall’attuale sistema – spiega il leader della Cgil, Guglielmo Epifani – con una riforma da realizzare in modo graduale, sostenibile dal punto di vista finanziario».
La proposta della Cgil prevede la riduzione degli attuali sette strumenti normativi a due, la Cig e l’indennità di disoccupazione, con aliquote unificate per tutte le qualifiche (esclusi gli apprendisti), con la razionalizzazione dei modelli di contribuzione che passerebbero dai 24 attuali a 6. Resterebbe una differenziazione per le imprese fino a 15 dipendenti (aliquote più basse) e l’industria ed edilizia (aliquote cig maggiorate). La riforma a regime assicurerà una copertura al 73,3% dei lavoratori a differenza dell’attuale 50,5%, aumentando la platea di beneficiari di 500mila unità. Per avere un sistema più inclusivo, la Cgil propone per accedere al sussidio di disoccupazione di eliminare il requisito del biennio assicurativo, principale fattore di esclusione, fissando in 78 giornate su cui è versata contribuzione l’unico requisito d’accesso, con la conseguente scomparsa dell’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e dell’indennità di mobilità.

Altro pilastro della riforma è l’elevazione del tetto massimale a 1.800 euro netti (pari a 2.650 mensili). Per scendere al 64% dopo 12 mesi e al 50% per le mensilità successive. La durata del sussidio è di 24 mesi, 30 per ultracinquantenni, 36 se nel mezzogiorno. È previsto l’intreccio con politiche attive e percorsi di formazione che fanno in capo alle Regioni. Mentre per la nuova Cig unica è prevista una durata di 36 mesi nel quinquennio, con importo all’80% della retribuzione con tetto a 1.800 euro netti.

Il costo della riforma è quantificato in 13,8 miliardi di euro, ovvero 4,2 miliardi in più rispetto all’attuale sistema. Per una fase di transizione, la proposta prevede un concorso pubblico con l’utilizzo di una quota della cassa in deroga per l’estensione universale degli ammortizzatori. A regime, secondo la Cgil, «il nuovo sistema non comporta oneri per i conti pubblici perché prevede da un lato l’allargamento della base contributiva per disoccupazione e Cig a tutti i settori, per tutte le tipologie coinvolte», dall’altro «opera all’interno delle attuali coperture contributive al fine di ridurne la frammentazione e in alcuni casi il peso».

Il Sole 24 Ore 05.10.10

"Scuola, settimana di passione a Roma. la maestra di matematica insegna inglese", di Simona De Santis

«Così il tempo pieno non funziona». I genitori della scuola primaria Principe di Piemonte hanno le idee chiare. «Servono due insegnanti e la compresenza delle maestre per 4 ore alla settimana». Perché? «Altrimenti non parliamo più di tempo pieno, ma di “spezzatino” delle cattedre». In attesa della manifestazione indetta, venerdì 8 ottobre, da tutte le componenti del mondo della scuola, iniziano le prime proteste: Il Comitato dei genitori e insegnanti 49esimo Circolo Didattito ha scelto di manifestare lunedì, alle 17, davanti al ministero dell’Istruzione. I tagli al personale docente, continuano le famiglie del Comitato, provocano un «valzer» delle insegnanti che «non garantisce la continuità didattica» e «snatura il tempo pieno».

VALZER DELLE MAESTRE – Una situazione comune a moltissimi istituti. «Se cambiano continuamente le maestre – denunciano i genitori della Principe di Piemonte – non si rispetta il giusto equilibrio educativo e didattico per la costruzione di un rapporto forte tra insegnante e alunno, per attuare attività di laboratorio e recuperare i bambini con difficoltà di apprendimento». Quello che il Comitato dei genitori chiama «valzer» delle insegnanti riguarda anche il sostegno agli alunni diversamente abili: «È necessario che tutti i bambini diversamente abili abbiano l’insegnante di sostegno per tutte le ore che le diagnosi prescrivono – continuano i genitori – Purtroppo avviene, invece, che per diverse ore ne siano privi».

Una manifestazione davanti al Ministero contro i tagli SOSTEGNO A RISCHIO – Gli effetti dei tagli sulle scuole primarie cominciano già a farsi sentire, spiegano i genitori. Eliminate le compresenze, molti istituti si devono arrangiare con gli spezzoni delle cattedre, ovvero le ore residue dei docenti. “«E’ il senso stesso del tempo pieno che è venuto meno», ribadiscono dal Comitato. E gli effetti emergono dopo appena un mese dall’avvio dell’anno scolastico. Come dire: niente sperimentazioni, meno uscite e gite (non c’è nessuno libero per accompagnare i bambini). «E succede – spiegano i genitori – che le maestre di inglese sono costrette a fare anche italiano e le insegnanti di matematica debbono coprire l’ora di inglese : e viceversa». Si tratta di «quei pochissimi insegnati abilitati in fretta e fuori con i corsi on line previsti dal ministero – continuano i genitori – e alcuni ancora in corso di formazione». Sull’insegnamento delle lingue, i sindacati di categoria avevano lanciato l’allarme prima dell’inizio delle lezioni: «Il taglio su base nazionale di 11 mila e 200 insegnanti specializzati in lingua – si evince dai dati di Flc Cgil – costringerà 4 mila e 500 insegnanti di inglese ad insegnare tutte le materie». Ma attraverso la formazione on line, i vertici di viale Trastevere contano di abilitare 5 mila insegnanti in tre anni per coprire le esigenze delle scuole. I genitori non ci stanno: se si vuole realizzare concretamente il modello delle 40 ore settimanali, servono – si legge sul volantino distribuito dal Comitato della Principe di Piemonte – una «revisione degli orari» e, soprattutto, «più insegnanti».

POCHI BIDELLI – E c’è anche la questione del personale Ata: «È necessario che nei padiglioni sia sempre presente un collaboratore scolastico – spiegano i genitori del Comitato 49esimo circolo didattico di via Leonardo da Vinci – poiché nei vari e diversi momenti della giornata è necessaria la sua vigilanza per la sicurezza dei bambini». I bidelli, però, scarseggiano: «Purtroppo, il numero insufficiente dei collaboratori scolastici non rende attuabile questa basilare esigenza».
I genitori della Principe di Piemonte chiedono di essere ricevuti da un dirigente del ministero dell’Istruzione: «Dobbiamo riportare la nostra scuola ad un livello soddisfacente – conclude il Comitato – e dare la garanzia che a tutti i bambini venga riconosciuto il diritto di vivere una scuola che risponda alle loro esigenze formative e di sicurezza».

Corriere 05.10.10

"Senza libertà di insegnare non c'è scuola", di Michele Ainis

Oggi cade la Giornata mondiale dell’insegnante, istituita dall’Unesco nel 1994. Una buona occasione per riflettere sul destino della scuola, tanto più alla vigilia del federalismo scolastico, annunciato dalla Bozza di Accordo fra governo, regioni e enti locali del 29 luglio scorso. Ma sta di fatto che i mali della scuola sono gli stessi della società italiana. Uno su tutti: l’eccesso di diritto. E infatti consultando la banca dati del Parlamento s’incrociano 112 provvedimenti legislativi in materia d’istruzione, con una media di 8 nuove leggi l’anno.

Questo fiume normativo non scorre senza conseguenze sul nostro vissuto collettivo: genera un effetto di disorientamento, se non di smarrimento, che ha preso alla gola la comunità scolastica al pari di tutta la comunità italiana. Siamo talmente immersi nell’ansia di governare l’ultima riforma, che non sappiamo più nemmeno cosa abbiamo riformato. E allora, prima d’interrogarci sul federalismo prossimo venturo, è bene partire dalle categorie fondamentali, per mettere un po’ d’ordine, per aggrapparci a qualche punto saldo. O il federalismo scolastico saprà valorizzare i fondamenti della nostra convivenza, oppure sarà come un palazzo costruito su una strada ingombra di macerie. Macerie civili, non solo macerie normative.

Queste categorie fondamentali si conservano nella Carta del 1947, che a sua volta esprime una doppia istanza di libertà nei riguardi del sistema scolastico: libertà nella scuola, libertà della scuola. La prima significa libertà d’insegnamento, le cui radici affondano nella libertà di parola garantita a tutti i cittadini. Con una doppia differenza, tuttavia, che a sua volta deriva dalla funzione pubblica che accompagna questa libertà. In primo luogo, la libertà d’insegnare non può contemplare la libertà di non insegnare: siamo sempre liberi di parlare o di tacere, ma il docente muto sarebbe una contraddizione in carne ed ossa. In secondo luogo, quando la libertà di parola si pone al servizio d’una funzione pedagogica, va sempre preservata l’auctoritas del parlante, ovvero del docente. Se il suo ruolo viene svilito, neppure uno studente crederà alle sue parole. E allora qui viene in campo la specifica dignità degli insegnanti. Questo significa una procedura di selezione ispirata a criteri d’imparzialità tecnica; e significa inoltre uno stato giuridico e un trattamento retributivo che gli permettano un’esistenza libera e dignitosa.

Quanto alla libertà della scuola, entra in gioco l’autonomia delle istituzioni scolastiche, e dunque la norma costituzionale che affida alla Repubblica il compito di dettare le norme generali sull’istruzione, fissando regole sia per le scuole pubbliche che per quelle private. In questa omogeneità di trattamento si riflette il principio d’eguaglianza, che d’altronde la nostra Carta ribadisce affermando che «la scuola è aperta a tutti». In altre parole, la libertà delle istituzioni scolastiche s’arresta quando può tradursi in un fattore di diseguaglianza: è una libertà eguale, se così possiamo dire.

Eccolo allora il metro di misura del federalismo scolastico, di cui stiamo ricevendo le prime avvisaglie in questi mesi. O il federalismo saprà rispettare la libertà degli insegnanti, insieme all’eguaglianza dei discenti, o altrimenti entrerà in rotta di collisione con la Costituzione. E non soltanto con la sua Prima parte, giacché la riforma del Titolo V non ha alterato affatto il quadro dei principi che reggono le libertà scolastiche. Difatti la legge statale, e dunque l’unica fonte normativa cogente in ogni luogo del nostro territorio, da un lato ha il compito d’enunciare i principi fondamentali in materia d’istruzione, vincolando la legislazione degli enti regionali; dall’altro lato fissa le norme generali, che a differenza dei principi sono autoapplicative. Sempre allo Stato spetta infine definire i livelli essenziali del servizio scolastico, controllandone il rispetto.

Che cosa implica questo riparto di funzioni? Implica l’uniformità di trattamento, implica la generalità della legge che a propria volta è ancella del principio d’eguaglianza, come si disse durante il secolo dei Lumi. Tutto l’opposto del federalismo sgangherato che ci propina a piene mani la politica.

La Stampa 05.10.10