Ghizzoni:risorse adeguate a media Ocse, tutele per precari, in cattedra in 6 anni. “Il partito democratico ha presentato un pacchetto di emendamenti al ddl università volto a contenere i danni di una riforma profondamente sbagliata perché inserita in una logica di tagli, lesiva dell’autonomia degli atenei, che non garantisce le legittime aspettative di chi già lavoro nelle università e chiude le porte ai giovani. La verità è che con questa legge si rischia di perdere un’intera generazione di talenti che ha già pronte le valigie per andare all’estero dove verrebbe valutata solo per il proprio valore scientifico. I nostri emendamenti prevedono che l’Italia raggiunga il livello medio Ocse di investimenti per il sistema universitario; che il 50% dei finanziamenti agli atenei sia ripartito secondo i risultati conseguiti; che i meccanismi per garantire il diritto allo studio tengano insieme merito e reddito; che ai giovani precari sia attivato un contratto di lavoro con adeguate tutele sociali; che si possa entrare in cattedra dopo 6 anni di esperienza come ricercatore a tempo determinato; che sia istituito una carriera unica del professore universitario alla quale si acceda con idoneità e valutazione; che venga sbloccato il turn-over e le inique misure contro il personale previste dalla manovra estiva. E’ un pacchetto di emendamenti che riprende idee coraggiose di rinnovamento delle università e che riscrive profondamente il ddl Gelmini. Su questi emendamenti sfidiamo il Governo e le diverse forze della maggioranza”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni.
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Nobel per la medicina al padre della fecondazione in vitro
Il premio Nobel per la Medicina 2010 è stato assegnato al britannico Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro. Lo ha annunciato il comitato per il Nobel a Stoccolma.
L’85enne Edwards, assieme a Patrick Steptoe, che è morto nel 1988, ha sviluppato la tecnica IVF, con la quale è stata resa possibile la fecondazione degli ovuli in vitro, per poi essere reimplantati nell’utero.
Robert Edwards ha ricevuto il prestigioso riconoscimento «per lo sviluppo del trattamento della fecondazione umana in vitro. Le sue scoperte hanno reso possibile il trattamento della sterilità che colpisce un’ampia porzione dell’umanità e più del 10% delle coppie nel mondo», ha precisato il comitato in un comunicato. Il ricercatore è all’origine della nascita del primo «bebè in provetta», Louise Joy Brown, nel 1978.
L’Unità 04.10.10
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Il Nobel per la medicina a Edwards
IIl britannico premiato per le sue ricerche sulla fertilità in vitro
Il padre della fecondazione in provetta, il britannico Robert Edwards, è l’unico vincitore del Nobel per la medicina 2010. Nella motivazione del riconoscimento assegnato Robert G. Edwards, pioniere di una tecnica che ha avuto fortissime ricadute nella società e che ha partire dal 1978, anno di nascita della prima bambina in provetta, Louise Brown, ha finora ha portato alla nascita di circa 4 milioni di persone in tutto il mondo. Professore emerito dell’università di Cambridge, Edwards ha da poco compiuto 85 anni.
È nato in Gran Bretagna, a Manchester, il 27 settembre 1925, ed ha gettato le basi della fecondazione artificiale negli anni ’60 e ’70 insieme al ginecologo Patrick Steptoe, morto nel 1988. Dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale, Edwards ha studiato biologia prima negli Stati Uniti e poi in Scozia, dedicandosi agli studi di embriologia.
Nel 1958 è diventato ricercatore dell’istituto Nazionale per la Ricerca Medica e Londra, dove ha cominciato le ricerche su processo di fecondazione, A partire dal 1963 ha proseguito il suo lavoro a Cambridge, prima nell’università e poi nella clinica Bourn Hall. Qui, con Streptoe ha fondato il primo centro al mondo per la fecondazione assistita, che ha diretto per molti anni.
La Stampa 04.10.10
La litania del disco rotto
Dalla festa del Pdl, Berlusconi attacca tutto e tutti nel monologo “dell’amore”. Bersani: “La sua risposta ai problemi del Paese è un comizio datato 1994 con l’aggiunta di sedici anni di assoluta inconcludenza e di aggressione ai capisaldi costituzionali”.
Che si trattasse della Festa del Pdl era chiaro solo per i manifesti. Quando parla Berlusconi non è mai festa a meno che non si limiti all’auto celebrazione attraverso barzellette di pessimo gusto. Anche il suo ultimo dibattito, monologo dal palco allestito nel Castello Sforzesco di Milano si è dimostrato un vecchio e rovinato disco rotto che va avanti dal 1994. Un attacco continuo e senza pudore contro tutte le istituzioni democratiche e la magistratura rea di aver rovesciato la sovranità popolare.
Il discorso è vecchio: Berlusconi attacca direttamente l’ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, poi la magistrutra perché “in Italia la sovranità è stata trasferita dal popolo ai pubblici ministeri”, quindi passa a Fini e finiani che lo hanno tradito e a Napoli dove non sapendo dare una spiegazione dell’ennesimo fallimento del suo governo (quello che aveva messo sotto il tappeto la spazzatura) dice che il problema dei rifiuti è colpa della sinistra.
Infine con la faccia di bronzo sostiene che a L’Aquila non c’è stata nessuna corruzione negli appalti, nessuna corruzione in generale e che è stata inventata a puntino sempre dalla sinistra. Applausi.
Che un discorso così basso di statura politica possa piacere ai suoi seguaci è poco ma indubbio tanto e vera la “dolcissima” e.mail che è arrivata alla nostra redazione. Un tipico esempio del partito dell’amore contro la sinistra dell’odio: “Tra poco si commemorano i morti. Spero di festeggiare. Quando muore un giudice o un comunista mi viene addosso una felicità particolare. Certo prima o poi tocca a tutti ma vedere un comunista o un giudice morto mi da lo stesso una gioia eccezionale. Quasi come andare con una donna. 10 100 1000 morti comunisti veder voglio olè”.
(firma)
Molto deluso dal discorso di Berlusconi è stato il segretario Pier Luigi Bersani. “E’ chiaro che il presidente del Consiglio – ha dichiarato il leader del Pd – non si sta predisponendo a governare ma a organizzare un nuovo scontro ideologico. La sua risposta ai problemi del Paese è un comizio datato 1994 con l’aggiunta di sedici anni di assoluta inconcludenza e di aggressione ai capisaldi costituzionali”.
Per Anna Finocchiaro, capogruppo del Partito Democratico al Senato, “anche oggi Berlusconi ha dimostrato la sua vera natura. Un insieme di demagogia, arroganza, populismo, bugie, continui insulti alle istituzione e alle opposizioni. Ma quest’uomo non ha più nulla da dire al Paese, se non le stesse cose di quindici anni fa. Nelle parole del premier l’Italia vera, il Paese reale non c’è mai e ciò che non va o non funziona è sempre colpa dei giudici o della sinistra. E’ una vergogna. Di fronte al fallimento del suo governo Berlusconi è capace solo di mentire o di ripetere sterili e ormai logore parole di propaganda. Prima se ne va è meglio è. Tanto lui ha venti case, appunto, alla faccia delle famiglie che non arrivano alla fine del mese”.
“Quando si trova davanti a un insuccesso – ha dichiarato Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Partito Democratico – Berlusconi ha sempre la solita spiegazione: è colpa di qualcun altro. Sembra uno di quegli allenatori che, quando giocano male e vengono sconfitti, dicono che è stato l’arbitro.E se, molto più semplicemente, il premier fosse incapace di governare?”.
Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, “anche oggi un altra barzelletta di Berlusconi: sulle tasse. Il premier ha ancora il coraggio di dire che non sono aumentate. A causa delle sue manovre, sono raddoppiati i costi delle mense scolastiche, le rette degli asili nido; aumentano, dal primo gennaio, i biglietti dei pendolari ai quali è stata anche eliminato la detrazione del 19% per gli abbonamenti; sono aumentati i pedaggi autostradali, le tariffe postali. Inoltre, il governo ha eliminato la detrazione del 55% per le ristrutturazioni edilizie, ha svuotato il credito di imposta per gli investimenti in R&S con il famigerato click day, ha introdotto il blocco delle compensazioni Iva per milioni di lavoratori autonomi e piccole imprese, ha colpito i redditi Irpef attraverso il fiscal drag, ha lasciato aumentare l’Irap e l’addizionale Irpef in tante regioni. L’abbandono delle liberalizzazioni ha determinato l’impennata dei premi delle assicurazioni e dei prezzi della benzina più che in ogni altro Paese europeo. La lista è lunghissima. Lo sanno le famiglie, lo sanno le imprese. Basta barzellette presidente Berlusconi. E’ora di una svolta riformista per il Paese”.
A.Dra
www.partitodemocratico.it
Novi, Ghizzoni: “A fianco delle donne immigrate per cambiare”
La deputata Pd: “Riprendere il cammino che, nella passata legislatura, aveva portato alla Carta dei Valori voluta da Giuliano Amato che sanciva l’uguaglianza tra uomo e donna”.
«Il brutale assassinio di Begm Shnez e il grave ferimento della figlia ci lascia tutti sgomenti. In questo momento il nostro pensiero va a Nosheen, che combatte tra la vita e la morte in un letto d’Ospedale, e alla vita spezzata di sua madre, uccisa da una violenza brutale che non ha, e non avrà mai, nessun tipo di giustificazione. Prima che culturale o religiosa questa è violenza sulle donne, che trova la sua causa nel mancato riconoscimento, da parte dell’assassino, dei diritti inalienabile della donna alla libertà e a decidere in autonomia.
Episodi così tragici ci ripropongono ancora una volta il tema difficile di come realizzare l’integrazione culturale e sociale con alcuni componenti delle comunità pakistane, fortemente legati alla mentalità patriarcale. È noto che le radici di questa mentalità hanno origine dal sistema delle caste chiuse e da un mondo rurale in cui far sposare la figlia al primo cugino significa preservare la proprietà delle terre ma si tratta di modelli inaccettabili perché si oppongono ai principi dell’autodeterminazione e della libertà della donna, su cui non si può transigere e che sono il frutto di un lungo cammino di emancipazione, che non intendiamo abbandonare e che vogliamo condividere anche con le donne immigrate, di prima e seconda generazione.
Dobbiamo perciò entrare in contatto con questi gruppi e se saremo al fianco delle donne riusciremo a fermare questi delitti e a costruire insieme un cambiamento culturale. Dobbiamo riprendere il cammino che, nella passata legislatura, aveva portato alla Carta dei Valori voluta da Giuliano Amato che sanciva l’uguaglianza tra uomo e donna. In questi ultimi anni ci si è fermati al tema, pur importante, della sicurezza, ma a scapito dell’integrazione, unica strada possibile per evitare in futuro sopraffazioni simili.
Se invece saremo ostili gli uni con gli altri, produrremmo solo conflitto e a rimetterci, come sempre, saranno i più deboli, donne e bambini. A Nosheen e ai suoi fratelli minori va la piena solidarietà delle donne modenesi che non si tireranno indietro e sosterranno con forza e determinazione un percorso di integrazione e di libertà che le donne non comunitarie nelle nostre realtà vogliono compiere».
"La Costituzione fatta a pezzi", di Nadia Urbinati
Berlusconi ha detto ieri che i magistrati sono criminali e che vanno come tali trattati. Lo aveva già anticipato parlando qualche giorno fa nell´improvvisato happening di fronte alla sua residenza romana, condendo il suo gravissimo ed ennesimo colpo alla Costituzione repubblicana con barzellette e linguaggio scurrile, quasi a voler allontanare l´attenzione dell´opinione pubblica da ciò che aveva pronunciato.
Il suo attacco alla magistratura e l´identificazione della giustizia con la persecuzione non sono né nuovi né inediti: sono la carta d´identità di Berlusconi. Le circostanze dettano il linguaggio, non il contenuto che resta immobile come la terra nel sistema tolemaico. Quando le acque nella sua maggioranza si fanno burrascose tiene metodi di trattativa e moderati. Una volta rinsaldata l´alleanza, magari con l´autorevolezza del voto parlamentare come in questo caso, metodi, forme e linguaggio riprendono la loro solita andatura e ritornano a battere sul tema più vicino agli interessi del premier: l´attacco all´indipendenza della magistratura giustificato nel nome di una sovranità totalizzante del popolo, o meglio ancora della sua parte più numerosa (il mito del 51% come clava punitiva contro i suoi supposti nemici).
La sovranità della parte più preponderante non è sovranità democratica, ma dominio, soprattutto quando coltiva la pericolosissima ambizione di dichiararsi identica alla sovranità democratica della nazione italiana. A questo linguaggio demagogico, il presidente del Consiglio si affida quando si sente rinsaldato nei consensi; quando può tornare a riprendere la sua lotta contro la giustizia per affermare la sua giustizia. L´obiettivo lo conosciamo: mettere la magistratura alle dipendenze del potere politico, toglierle quella indipendenza che, vale la pena ricordarlo, non gli è stata data da altri che dal popolo stesso, nella sua massima espressione di sovranità, quella della scrittura della Costituzione. La nazione italiana ha deciso di fare della magistratura un potere indipendente dal parlamento e dall´esecutivo, per renderla dipendente sola dalla legge. Il presidente del Consiglio la vorrebbe invece dipendente dall´opinione politica che fa la legge e dal governo. La differenza è enorme; è quella che passa tra un sistema maggioritario (un´espressione barbara ma efficace) e un sistema democratico costituzionale. La minaccia rivolta ad alcuni magistrati di aprire una commissione parlamentare d´inchiesta è la vera novità di questi giorni, una proposta che è il coronamento dell´ormai incontenibile tracimazione di questo governo dai limiti costituzionali.
Uno sprovveduto o uno che non abbia seguito la traiettoria ideologica di Berlusconi in questi tre lustri potrebbe restare sorpreso di fronte a un liberale che si fa capo-popolo e propone la centralità della volontà politica sulla giustizia. Non è forse vero che la storia di Forza Italia era cominciata a colpi di propaganda liberal-liberista? Che cosa ha a che fare Friedrich von Hayek (uno degli autori più citati da chi si è identificato con Forza Italia) con il maggioritarismo del presidente del Consiglio?
Nella tradizione liberale classica, il governo e l´organizzazione normativa della vita pubblica sono giustificabili in quanto funzioni al servizio di un fine superiore e precedente: la difesa della proprietà, della vita, della libertà degli individui. I diritti individuali sono il fine non contrattabile e soprattutto un bene che legittima il mezzo, ovvero il governo. Qual è il più sicuro presidio di questa libertà se non un sistema di giustizia autonomo da quella volontà di popolo che Berlusconi vorrebbe egemonica?
Per i liberal-liberisti, quello repressivo è il compito centrale dello Stato, e in realtà la sua ragion d´essere. Una ragione che non va affiancata da compiti di altra natura se vuole essere efficace, per esempio da compiti di giustizia sociale. Affinché svolga questo compito al meglio, il solo legittimo, lo stato deve essere edificato secondo regole ben precise: limitato nelle sue funzioni; non centrato sul governo dell´assemblea; monitorato da chi obbedisce alla legge, non da chi fa la legge; e infine soggetto al giudizio elettorale dei cittadini. Il governo liberale è un governo costituzionale limitato fondato sul consenso nel quale il potere giudiziario svolge un ruolo centrale e che, proprio per questo, deve restare rigorosamente indipendente da quello politico.
Il sistema della giustizia penale e civile è il potere più importante nell´idea liberale, la quale infatti vede nella politica solo un mezzo per coordinare in maniera indiretta (con il timore della coercizione) le azioni degli individui e per riparare agli errori e ai delitti che essi commettono o in buona fede o per malevola violazione della legge naturale e civile. Questo è lo Stato ‘minimo´ dei liberali; uno Stato al servizio di una società che, pensava Hayek, è libera nella misura in cui capace di autoregolarsi con minimo dispendio di potere diretto del governo o del parlamento, ma il cui potere giudiziario è ben funzionante, non usato a discrezione dei potenti e che opera secondo procedure impersonali e regole certe. Un potere, quello della giustizia che é assolutamente essenziale che resti “negativo”, cioè che non dipenda da chi fa e applica la legge. La nostra libertà è sicura – e i costituenti accettarono questa idea liberale – solo se chi la applica nei tribunali e nelle corti non dipende dall´opinione della maggioranza in carica, quale che essa sia. Berlusconi sarebbe inviso a tutti i liberali. Ora, sarebbe interessante sapere come i “liberali” che abitano la casa delle libertà giustificano questo scivolamento nel dispotismo della maggioranza, il più temuto degli orrori per i liberali di tutti i tempi e paesi.
La Repubblica 04.10.10
Scuola, un mese di proteste. Comincia l'Università
Per la scuola non c’è pace: contro tagli e riforme decisi dal governo, dopo gli scioperi della fame intrapresi sul finire dell’estate dai precari, culminati con il blocco dello Stretto di Messina di metà settembre, a partire da domani assisteremo alla mobilitazione di studenti e dei sindacati di comparto: i primi a scendere in piazza, per tre giorni consecutivi, saranno le associazioni studentesche universitarie, con in testa Udu e Link.
Venerdì 8 Ottobre la mobilitazione si estenderà ai sindacati Usi Ait Scuola e Unicobas, che sfileranno a Roma fino al ministero dell’Istruzione, agli studenti delle scuola superiori (l’Unione degli Studenti promette di riempire 45 piazze), ai coordinamenti dei genitori e ai coordinamenti precari scuola. Venerdì prossimo le lezioni potrebbero davvero essere a rischio: i lavoratori della conoscenza della Cgil hanno infatti deciso di astenersi per un’ora (la prima o l’ultima).
Il 13 ottobre a fermarsi sarà il personale non docente con contratti di tipo co.co.co aderente a Felsa-Cisl, Nidil-Cgil e Uil Cpo. Due giorni dopo, il 15 ottobre, a scioperare, per l’intera giornata, saranno docenti e Ata vicini ai Cobas (sono previste diverse manifestazioni locali). Le contestazioni di rappresentanti della scuola continueranno il 16 ottobre, quando le associazioni studentesche si mischieranno ai manifestanti Fiom-Cgil. Il 30 ottobre torneranno in piazza i precari: a Napoli è in programma una manifestazione del Cps.
Il 3 novembre protesteranno gli iscritti all’Anief, gli educatori in formazione che nel giorno dell’ennesimo sciopero generale si ritroveranno a Roma davanti al Miur. Presto potrebbero inoltre entrare in scena gli altri sindacati, ad iniziare dalla Cisl, che ha promesso da tempo, attraverso il segretario generale Raffaele Bonanni, «una contestazione in autunno per il settore della scuola martoriato dai tagli».
L’Unità 04.10.10
"Ma il vero scontro sarà sul processo breve", di Amedeo La Mattina
Nel retropalco, prima e dopo che parlasse Berlusconi, non trovavi un solo dirigente pronto a scommettere un euro sulla possibilità di trovare un accordo con Fini. Nemmeno un euro che la legislatura possa andare oltre la prossima primavera. Tuttavia il problema è che tanto il premier quanto il presidente della Camera hanno bisogno di tempo per ragioni opposte. Il primo deve ridare smalto al suo partito, a quel Pdl che ha perso consensi al Nord e al Sud. E deve recuperarlo con una nuova comunicazione su cosa ha fatto il governo in questi ultimi due anni, con una mobilitazione militante annunciata ieri dallo stesso Cavaliere dal palco del Castello Sforzesco. Ma soprattutto con qualche bel provvedimento economico che dia ossigeno a imprese e a famiglie.
E’ Fini però che ha più bisogno di tempo per mettere in campo il suo partito e farlo crescere, succhiando amministratori, giovani e scontenti dalle fila del Popolo della Libertà. «Il tempo – spiegava Denis Verdini – fa danno più a noi. Non possiamo rimanere inchiodati a loro gioco: noi responsabili e loro che gettano il cappello in aria, preparano il patto e l’alleanza con Casini e forse con il Pd. Non possiamo stare fermi».
Del resto è quello che ha fatto capire Berlusconi nel suo intervento. Un comizio che aveva tutto il sapore di un inizio di campagna elettorale. Non a caso è stato preceduto dal famoso video con la calza della sua discesa in campo del ‘93. Quando poi è arrivato lui sul palco, ha detto che di quel messaggio non c’è una parola da cambiare. E ha chiuso il comizio invocando il ritorno allo spirito del ‘94 quando vinse le prime elezioni. Passando per alcuni ricordi polemici. Quando il suo primo governo andò in crisi, con Fini e Casini che sostenevano la necessità di andare ad elezioni senza la Lega: alla fine per colpa loro «il Paese è stato consegnato alla sinistra».
Qualcosa del genere, è l’antifona, potrebbe accadere anche adesso. Ora che Casini e Fini fanno l’«occhiolino» alla sinistra sulla legge elettorale e sostengono le stesse posizioni della sinistra su «fantomatici governi tecnici». A quel punto il Cavaliere avrebbe potuto affondare il coltello come hanno fatto i coordinatori La Russa, Bondi e Verdini nell’intervista collettiva che ha preceduto il comizio del premier. Si è limitato a dire che «liti, mesi di stillicidio e chiacchiere» hanno offuscato i risultati del governo. Niente affondi diretti. Ma l’avviso agli «amici che hanno costituito nuovi gruppi parlamentari» è chiaro: «Non attenderemmo un minuto ad andare davanti agli elettori se verrà meno la lealtà, che metteremo alla prova».
Il volto è scuro come non si vedeva da tempo. Ha dato l’impressione di un uomo impotente, che non sa bene cosa fare, come liberarsi di una camicia di forza in cui è strozzato. Ha cercato di non dare grossi pretesti a Fini per farsi attaccare, ma quando ha alzato i toni sulla magistratura e invocato una commissione sui loro comportamenti lo ha fatto per provocare l’avversario. Mettendo in difficoltà le colombe e il ministro della Giustizia Alfano che tutto vorrebbe tranne che una commissione di questo genere. Da Palermo, dove è rimasto per ricevere il Papa, Alfano ha fatto sapere di non essere d’accordo con questa iniziativa, ma di non poterlo dire pubblicamente.
Lo sforzo sovrumano che il premier sta facendo è quello di addossare la colpa della rottura a Fini. E tentare un accordo sullo scudo giudiziario. La Russa conferma che non basta il Lodo Alfano che, essendo una legge costituzionale, richiede quattro letture. Ci vuole almeno un anno «e magari succede che Fini, per guadagnare tempo, vota il Lodo alla prima, alla seconda e alla terza lettura e poi alla quarta manda tutti a quel Paese. E’ inutile girarci attorno: è necessario il processo breve». Ma i finiani dicono che non lo voteranno mai con la norma transitoria che annulla migliaia di processi per salvare il Cavaliere. «Allora le cose si mettono molto male», conclude La Russa.
La Stampa 04.10.10
