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"Tre parole per un patto, le nuove regole europee di stabilità", di Tommaso Padoa-Schioppa

Nel marzo scorso il presidente Sarkozy e il cancelliere Merkel, da podi affiancati, invocarono un «governo economico» per l’Europa. L’invocazione fu accolta dall’intero Consiglio europeo dopo solo tre mesi; ma chi leggeva il comunicato ufficiale scopriva che nelle principali lingue dell’Unione il concetto era espresso con tre parole diverse, di forza decrescente (Gouvernement, Governance, Steuerung). Ora la Commissione propone come tradurre quel concetto in regole, procedure, poteri, sanzioni.

L’impianto è questo: le regole di bilancio restano quelle del Patto di stabilità, ma il debito pubblico (sotto il 60 per cento) – finora trascurato – assurge alla stessa importanza del deficit (sotto il 3); si rafforzano i meccanismi di controllo e le sanzioni; alla disciplina di bilancio si aggiunge una politica di prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici; si fa più autonomo il potere della Commissione e più difficile il boicottaggio del Consiglio.
Le proposte sono complesse e occorre guardarsi dai giudizi affrettati; tanto più che non sappiamo con quali modifiche diverranno norme, né come le norme saranno poi applicate. Suggerisco questa linea di giudizio e di condotta negoziale: si lavori sull’impianto proposto cercando di trarne il massimo, ma nello stesso tempo si pongano in essere, anche se in forma embrionale, gli strumenti di un vero governo economico europeo, indirizzandoli al sostegno della crescita: bilancio dell’Unione, una tassa europea, eurobonds, uso attivo del nuovo Fondo di Stabilità Finanziaria.

I limiti dell’impianto sono evidenti. Ho altre volte sostenuto che una politica economica europea fondata sul mero coordinamento è nello stesso tempo troppo debole e troppo ambiziosa. Debole, perché minata dal fatto che sono i giudicati ad essere giudici, soprattutto quando la Commissione si lasci da essi intimidire. Ambiziosa, perché neppure là dove una vera federazione esiste, il governo federale ha un potere di coordinamento sulle politiche dei federati (si chiamino Stati, Länder, Province o Regioni). Quello che si propone ora è, forse, sì un governo europeo, ma – a differenza della moneta – un governo privo di strumenti europei, affannato a indirizzare strumenti e variabili nazionali, quali il bilancio, il debito, la produttività, i salari. Insomma, una felliniana prova d’orchestra.

Una condanna immediata sarebbe però un errore. Non dimentichiamo che nel 1957 sia Altiero Spinelli sia Jean Monnet dettero del Trattato di Roma un giudizio assai più negativo di quello che la storia ed essi stessi decretarono in seguito. Bocciare la proposta non spianerebbe la strada verso l’impianto giusto, verso il vero governo europeo; aumenterebbe solo la cacofonia attuale. Se accolte e applicate al meglio, le regole e le procedure proposte potranno rafforzare – pur nei limiti del modello del coordinamento – la disciplina degli orchestrali e l’autorità del direttore.

Il dibattito è incominciato, e chi pronunciava parole forti sembra ora preferire una sostanza debole. Il ministro francese si affretta a dichiarare eccessive le nuove regole; quello tedesco le accetta e le giudica insufficienti. Inizia un negoziato che durerà mesi. Era accaduta una cosa simile 22 anni fa quando venne avviato il progetto dell’unione monetaria. Per la Germania doveva significare una moneta e una banca centrale; per la Francia un fondo di riserva comune, che lasciasse in vita molte monete e politiche monetarie nazionali. Prevalse il fondamentalismo tedesco e l’euro si fece.

Il Corriere della Sera 03.10.10

"Le anti-Adro, dove a vincere è il tricolore", di Paolo Berizzi

In principio fu la signora Lucia. Correva l´anno 1997 quando, alla prima performance del suo cursus honorum di “resistente” antipadana, l´ormai mitologica patriota veneziana Lucia Massarotto esibiva il tricolore sul balcone di casa facendo imbestialire il popolo leghista radunato sul sacro suolo di Riva Sette Martiri. Ora la “signora della bandiera” non può più prodursi nel suo numero (urticante per i leghisti) di fiera oppositrice della padanizzazione: è stata sfrattata da casa. Persino Bossi ha smussato l´avversione verso di lei. In compenso da quel giorno di 13 anni fa – in un meccanismo quasi surreale per cui a fare notizia, soprattutto al Nord, non è più tanto l´ostensione del Sole delle Alpi e di altri simboli della Lega ma quello del vessillo che rappresenta l´unità nazionale – la signora Lucia ha fatto scuola. Si sfoggia sempre più spesso il tricolore per reazione al marketing padano, per opporsi alla deriva della monocultura cromatica del Carroccio e ribadire, sembra incredibile, che il territorio del Nord-Italia è Italia e non Padania. Nei vessilli e nelle leggi.
La bandiera dello Stato non viene più esposta solo nelle occasioni “classiche” – raduni militari (soprattutto feste degli alpini), vittorie della Nazionale di calcio, parate della destra sociale: oggi il pretesto è offerto più che altro dalle esuberanze leghiste. E allora Adro, per dire l´ultima. Tra le reazioni alla “marchiatura” a colpi di soli delle Alpi dell´istituto Gianfranco Miglio, fortemente voluta dall´amministrazione del paese, ce n´è stata anche una in carne e ossa. Il 18 settembre, convocati dal blogger Pietro Ricca, quello che diede del buffone a Berlusconi, un gruppo di manifestanti si è dato appuntamento in piazza Costantino Ruggeri, a Adro, per dire no all´incontinenza leghista tracimata nel battesimo simbolico della scuola della discordia. Erano gli stessi che il 12 settembre hanno denunciato di essere stati aggrediti a Venezia mentre sfilavano, tricolori in mano, sfidando l´invasione leghista per il classico raduno di fine estate. Quel giorno, in realtà, dopo tredici anni, la città aveva provato a scrollarsi di dosso l´etichetta leghista: Venezia ha accolto i militanti del Carroccio con 500 tricolori affissi su finestre e balconi. “Veneziani tutti italiani” era lo slogan della contromanifestazione organizzata dal Pd (con il sostegno anche di Idv, Psi, Rifondazione comunista, Verdi, Udc, Sinistra e Libertà e dei partigiani dell´Anpi) e dalla signora Anna Maria Beccaris. «Venezia è nell´Italia che esiste e non nell´inesistente Padania» fu la tesi degli autoconvocati dell´orgoglio italiano.
L´insofferenza verso i simboli del Carroccio spalmati nelle città e nei paesi del Nord – nell´arredo urbano, nelle piazze, sulle strade, sui ponti, sui mezzi dei servizi sociali e sui notiziari dei Comuni, persino nelle scuole – è aumentata di pari passo con la loro diffusione. Una settimana dopo Venezia, per solidarietà con i manifestanti aggrediti dai leghisti e per esprimere il suo dissenso nei confronti del sindaco di Adro, c´è stato un sindaco che è addirittura salito sul tetto di casa per issare il tricolore su un pennone. È Renzo Galletto, primo cittadino di Montalto Dora (Torino): all´insolita iniziativa ha assistito tutta la giunta comunale e qualche cittadino. «Sono profondamente indignato: cinque ragazzi che esibivano il tricolore in opposizione alla festa della Lega sono stati perseguiti come soggetti provocatori. E un sindaco ha voluto affermare che prima viene la sua appartenenza politica e poi la sua funzione istituzionale».
L´ultima moda degli amministratori leghisti sono le strisce pedonali verdi. O, anche in aggiunta, i dossi per l´attraversamento davanti alle scuole. In provincia di Verona è andata in scena una battaglia: a Veronella il sindaco ha fatto dipingere le strisce con il colore del Carroccio. Per tutta risposta il suo collega di Isola della Scala ha varato le strisce pedonali tricolori. Inevitabile il formarsi di due fazioni avverse (politicamente e di conseguenza nei gusti estetici) di cittadini a pochi chilometri di distanza. Pensandoci bene è una vecchia-nuova sfida, quella tra sostenitori della Padania e difensori dell´Italia. Lo sanno bene gli esponenti del Carroccio: e cioè gli stessi creatori della mitologia e della simbologia “verde”. La reazione “italiana” alle loro bordate non si è mai fatta attendere.
Negli ultimi anni sono stati diversi i comizi di Bossi e di altri parlamentari leghisti (Borghezio su tutti) “macchiati” da qualche contestatore (solitario o in gruppo) che ha esibito il tricolore o almeno cercato di farlo. Provocatori? Forse sì. Per i big padani, di sicuro. Il “Trota” Renzo Bossi non era ancora assurto alla carica di consigliere regionale. Le sparate contro Roma, il Sud e la Nazionale italiana (lui è team manager di quella padana) forse le stava preparando. Di certo la Lega era già lanciatissima nella sua campagna di avversione del tricolore. Anche a costo di andare contro la Costituzione (articolo 12: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso»). «Non basta più, accanto servono le bandiere regionali», ha tuonato l´anno scorso il capogruppo in Senato Federico Bricolo (che ha presentato una proposta di legge). In precedenza c´era stata la proposta di inserire un crocifisso nel tricolore (ala cattolico-integralista del Carroccio, ben rappresentata da Borghezio). La bandiera nazionale, per ora, è ancora lì, uguale a se stessa. Con lo spicchio verde distribuito in ugual misura a quello bianco e a quello rosso.

La Repubblica 03.10.10

"La forza degli sconfitti", di Barbara Spinelli

Non molti mesi fa, quando Angela Merkel fu catturata da calcoli politici talmente piccoli e brevi da perdere di vista l’interesse del proprio stesso Paese al salvataggio europeo della Grecia, il filosofo Jürgen Habermas scrisse un articolo importante sulla Zeit, il 20 maggio, in cui la mise in guardia da una paura comune a tanti europei: «Il timore delle armi di distruzione di massa che sono i tabloid popolari non vi fa vedere le armi di distruzione di massa dei mercati finanziari».

È una paura introversa, nazionalista, che rischia soprattutto di vanificare quello che per mezzo secolo è stato in Germania il principale punto di forza, appreso secondo il filosofo grazie all’Olocausto: un’attitudine popolare diffusa a mutare mentalità, ad assumersene le «fatiche infinite», a riconoscere che esistono necessità che generano nuove libertà. La Repubblica Federale nacque con queste qualità. Edificò con Parigi l’Europa, forte delle istituzioni federali che perfezionò in patria e che facilitarono un pensiero post-nazionale.
Si accinse all’immane impresa dell’unificazione, di cui oggi celebra il decimo anniversario, e che ebbe costi altissimi: in 10 anni, più di 1.500 miliardi di euro. Come scrive Bernd Ulrich sulla Zeit del 30 settembre, l’unificazione smosse anche le sicumere della vecchia Repubblica di Bonn, immettendo in essa «16 milioni di punti interrogativi».

Questo adattamento tedesco alla sovranità ridotta (a una «costellazione postnazionale», dice Habermas) ha vissuto ripetute stasi, ma ora sta rivenendo in superficie, potente. Spinto dagli eventi, e dalla consapevolezza che Berlino con le sole proprie virtù non si salva né in Europa né nel mondo, il governo tedesco ha scelto ancora una volta l’Europa: non solo ha consentito al salvataggio della Grecia, ma con tenacia vuole adesso che l’Unione si dia nuove regole per affrontare crisi future. Come scrive Beda Romano, sono le stesse antiche virtù – costanza, tenacia, pazienza – che oggi spiegano l’inattesa ripresa dell’economia tedesca, il realismo ineguagliato dei sindacati, infine la scelta di «impegnarsi in prima fila per il futuro dell’Europa» chiedendo norme più severe e federali per frenare i deficit pubblici (Il Sole – 24 Ore, 1-10-10).

Di qui l’appoggio tedesco alla riforma, proposta il 29 settembre dall’esecutivo europeo, del Patto di stabilità: una riforma che toglie agli Stati il potere di bloccare le sanzioni con una maggioranza di due terzi, creando una disciplina automatica gestita dall’Unione, trasformata di fatto in governo economico. Ancora una volta dunque la Germania è pronta a mutare, e a dare un’impronta europea alla propria leadership economica: purché tuttavia gli alleati colgano l’occasione, scorgendo in essa un’occasione non tedesca ma di tutti.

La storia dimostra che tale condizione è essenziale, perché la paziente costanza tedesca non è affatto continuativa. La preferenza per una costellazione postnazionale si è attenuata quando il Paese, riunificandosi, ha riacquisito parte della sovranità. La sua scommessa europea si è fatta più scettica, egoista: lo slancio di Adenauer e Brandt, di Schmidt e Kohl, si è appannato.
Ma è un appannamento non dovuto solo al computo di tornaconti nazionali male intesi: il computo di chi vede nell’Europa un «interesse esterno», estraneo a quello interno. La regressione tedesca si manifesta ogni qual volta gli alleati (Parigi in primis) si mostrano prigionieri della chimera della sovranità, e si convincono che il suo limite sia un’opzione anziché un fatto.

Quando Kohl trattò con Mitterrand l’unità tedesca offrì la rinuncia al marco in cambio di un’unione politica europea, e non l’ottenne. Non l’ottenne né da Parigi né dagli Stati dell’Est, appena usciti dall’incubo della sovranità limitata teorizzata da Brezhnev nel ’68. Seguirono anni in cui egemone dell’Unione divenne Blair. Oggi non è più così, ma gli animi rimangono riottosi: altre proposte di Berlino sono state respinte, durante la crisi greca, a cominciare dal Fondo monetario europeo e dalla revisione dei trattati.

Resta che la crisi ha messo fine allo stallo europeo, nonostante i cavalieri inesistenti delle sovranità nazionali e le loro armi distruttive. Gli stessi veleni delle dispute tedesche sulla Grecia (i tabloid che invitavano a non pagare per i peccaminosi; la certezza che l’autarchica disciplina fosse un bastevole scudo) hanno prodotto, omeopaticamente, quello di cui l’Europa ha più bisogno: una grande contesa sulla natura dell’Unione.

D’un tratto negli Stati, e specialmente in Germania, si è iniziato a parlare delle condotte degli alleati come di condotte di concittadini di un’unica pòlis. Nello stesso momento in cui si riconosceva che malato non era l’euro ma i singoli deficit pubblici, economie e bilanci cominciavano a esser dibattuti come affare interno europeo.

La necessità della globalizzazione apriva nuovi spazi di libertà, inventiva. Sulla Frankfurter Allgemeine, Klaus-Dieter Frankenberger scrisse, il 26 agosto: «La crisi dell’euro, che è in realtà crisi dei debiti pubblici, può infine riesumare quel che restò incompiuto o fallì alla nascita dell’euro: l’unione politica». Secondo il grande storico Heinrich August Winkler, il neo-nazionalismo tedesco può grazie a tale crisi esser superato: «Nel giro d’una notte, essa risvegliò negli europei la coscienza che nel frattempo era nata qualcosa come una politica interna europea». Quando l’età pensionabile, i salari degli statali, le linee sindacali, la disciplina di bilancio, il debito pubblico d’un singolo diventano oggetti di disputa in altri Stati dell’Unione, quel che si crea è, anche se all’inizio distorto, spazio pubblico europeo: «Al progetto Europa, la crisi offre l’occasione insperata: esso deve esser di nuovo legittimato; non può più essere un progetto di élite» (Frankfurter Allgemeine, 13-8-10).

La Germania ha un vantaggio rispetto a altri europei. Ha una storia maledetta: non mascherabile, falsificabile, come nella Francia postbellica di De Gaulle, nell’Italia delle amnesie, nella Grecia succube per decenni del potere militare Usa. La sconfitta le ha insegnato a vedere le sciagure delle sovranità nazionali totali. Anche la sconfitta dello Stato comunista l’ha aiutata, perché i tedeschi dell’Est sono entrati nell’Ovest tedesco iniettandovi una predisposizione ai mutamenti mentali, ai sacrifici dello status quo, che i connazionali ricchi stavano smarrendo.

Naturalmente, la tentazione di regredire esiste: nello stesso momento in cui apre all’Europa, ad esempio, Berlino torna a chiedere per se stessa (e non per l’Unione) un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo stesso Joschka Fischer fu incostante, come ministro degli Esteri: nel famoso discorso all’Università Humboldt, il 12 maggio 2000 a Berlino, propose una Costituzione europea prima dell’allargamento. Poi fece marcia indietro, sulla scia dell’11 settembre, preferendo a istituzioni più forti un allargamento alla Turchia che desse all’Unione dimensioni geografiche più grandi. I criteri di Copenhagen, che impongono ai Paesi candidati non solo disciplina economica ma sovranità delegate e un riconoscimento della superiore autorità dell’Unione – ricorda Winkler – si persero per strada. È il motivo per cui l’allargamento ha funzionato male, e rischia di degenerare se il rafforzamento delle istituzioni non torna a esser prioritario.

Se a un certo punto scemano costanza e tenacia, è perché la crisi è una lama a doppio taglio: può produrre presa di coscienza ma anche nuove illusioni, e l’infausta passione dell’impazienza descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito: «L’impazienza esige l’impossibile, cioè il raggiungimento del fine ma senza i mezzi». Nell’Unione, l’impazienza ti fa credere che basta invocare l’Europa, senza darle i mezzi per esistere.

La Stampa 03.10.10

"Piazza San Giovanni licenzia Berlusconi", di Stefano Corradino

Licenziamolo. E’ lo slogan portante del “NoBDay2” che ha visto sfiliare migliaia di persone in corteo a Roma. Non ci ha mai appassionato la guerra di cifre tra organizzatori e questura. Ci appassiona invece sempre osservare, siano essi mille o un milione, donne e uomini in particolare giovani che manifestano per la Costituzione, per il diritto al lavoro, allo studio, alla libertà di informazione, ad una giustizia uguale per tutti. Tanti cittadini in piazza, insieme al Popolo Viola, Libertà e Giustizia, le Agende Rosse, Articolo 21, i Comitati Dossetti per la Costituzione… “La matrice berlusconiana si e’ diffusa come un cancro in Italia. Dobbiamo estirparlo. Per questo oggi siamo qua, per ribadire il nostro ‘no’ a Berlusconi e alla cultura dell’illegalita” ha detto uno dei manifestanti in Piazza S.Giovanni in Laterano. C’e’ chi in piazza indossa magliette con su scritto ‘Se la risposta e’ Berlusconi, la domanda e’ sbagliata’. E chi invece regge cartelli con la scritta: “Non e’ necessario essere comunisti per dire no a Berlusconi, basta essere onesti”…

Licenziamolo. Troppo lungo l’elenco dei motivi di un demansionamento per giusta causa del presidente del Consiglio. Altrove, un capo di governo sarebbe stato cacciato (e neanche eletto) per molto meno. Qualche giorno fa Repubblica e il Fatto hanno pubblicato la notizia delle dimissioni di Rainer Speer, ministro dell’Interno del Brandeburgo (il Land che circonda Berlino). Il socialdemocratico tedesco ha lasciato il suo incarico dopo che i media lo avevano criticato duramente per il suo tentativo, peraltro fallito, di far tacere il quotidiano Bild e il settimanale Der Spiegel su alcuni illeciti, tra l’altro ancora presunti, da lui compiuti in passato, quando era ministro delle Finanze.
Quanti sono stati i tentativi, molti riusciti, altri sventati grazie alle mobilitazioni dell’opposizione, di far tacere giornalisti, autori, programmi, conduttori televisivi da Biagi a Freccero, da Anno Zero a Parla con me, solo per citarne alcuni?! Basterebbero i soli editti pronunciati da Berlusconi all’estero per sfiduciarlo, dimetterlo, licenziarlo in tronco. Se poi agli editti contro i giornalisti sgraditi ci mettiamo le accuse ai magistrati il quadro è completo. E il disegno è compiuto. Quello del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli che con un chiaro progetto eversivo intendeva mettere la giustizia e l’informazione sotto il controllo assoluto del potere politico. Un progetto di schiacciante attualità, come evidenziano le recenti rivelazioni di una nuova P3 e come traspare nell’ultimo video in cui il presidente del Consiglio invoca norme per colpire la magistratura.
Se c’è qualcuno che sta avvelenando il clima politico e civile di questo Paese non è certo il leader dell’Idv nè coloro che, ad un’assemblea pubblica fischiano un senatore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
In questo contesto è grave e preoccupante il dibattito nato all’indomani del tentativo di aggressione ai danni di Belpietro. La nostra solidarietà al direttore di Libero è totale, incondizionata. Ma non è accettabile che qualche esponente di governo attribuisca ad alcuni oppositori vecchi e nuovi del premier il ruolo di mandanti morali per aver criticato duramente il capo del governo e il suo servizio d’ordine. E se qualche magistrato nelle prossime ore o nei prossimi giorni fosse vittima di un attentato allora dovremmo considerare Berlusconi come il mandante politico e morale?

Licenziamolo. E’ l’unica soluzione per cercare di riportare questo Paese alla normalità, ad un confronto sano ed equilibrato tra schieramenti politici opposti che non sia inquinato da una concenzione padronale e affaristica della cosa pubblica. Per questa ragione dopo quella del 2 ottobre saremo presenti a tutte le altre manifestazioni promosse a difesa dei valori costituzionali a partire da quella per la difesa della scuola pubblica dell’8 ottobre e quella del 16 ottobre indetta dalla Fiom per la tutela dei diritti dei lavoratori dentro e fuori le aziende. E proporremo alle forze politiche, anche alla destra, come ha affermato il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti in piazza San Giovanni, di “indire una grande manifestazione nazionale per la Costituzione. Senza colori perche’ non e’ il tempo di settarismi”. Che magari si svolgesse ad Adro, per portare li’ simbolicamente il tricolore.

da Articolo21.org

"L'amore romantico e quello libertino", di Eugenio Scalfari

Finalmente un felice giorno di tregua politica. Il governo ha incassato un voto di fiducia sui cinque titoli del suo programma; i finiani sono determinanti alla Camera; Berlusconi continua a lanciare insulti alla magistratura, a collezionare barzellette sconce da ogni punto di vista e a magnificare il suo ruolo di demiurgo della politica mondiale; l´opposizione è unita e aggressiva.
Insomma, soddisfazione per tutti e avanti finché durerà. Durerà poco, penso io, ma forse mi sbaglio. Il solo legittimamente preoccupato è Belpietro, direttore di Libero, che ancora non conosce la verità sulla causa delle sue preoccupazioni. Gli invio la mia convinta e doverosa solidarietà.
Posso dunque dedicarmi oggi al tema dell´amore, come avevo promesso ai nostri lettori. Non è un tema peregrino. In una società agitata da guerre, terrorismo, crisi economica, egoismi feroci, l´amore sembra un sentimento quasi scomparso. Le donne, che dell´amore rappresentano l´elemento cardine, sono vilipese e usate come è sempre accaduto; la loro emancipazione che sembrava ormai conquistata anche se ancora parziale e imperfetta, sta regredendo e molte di loro non si oppongono più, anzi sembrano felici di collaborare a questo «richiamo all´ordine» che va tutto a loro detrimento. Perciò riflettere sull´amore è un tema di stretta attualità. Umberto Veronesi, in un bel libro uscito in questi giorni, è del mio stesso avviso ed arriva addirittura ad augurarsi una qualche forma di matriarcato.
Sostiene che la famiglia a direzione maschile diseduca le donne. Proprio perché sono l´elemento debole di fronte alla cultura maschile tuttora dominante, l´educazione che ricevono le sospinge a far propri i valori di competizione che sono tipici del maschio. Quelle che riescono ad emanciparsi e a raggiungere posizioni di spicco hanno introitato l´immagine della virago e fanno concorrenza agli uomini sul loro stesso terreno.
Bisognerebbe dunque – scrive Veronesi – che la loro educazione avvenisse in famiglie culturalmente orientate da valori femminili: l´amore – appunto – la pace, la solidarietà, la comprensione. Non ha torto, Veronesi, anche se l´attuale temperie in tutto il mondo sta procedendo nella direzione opposta.
L´amore però è una parola che esprime una quantità di sentimenti. Ha una sua mitologia, un suo approccio religioso, una sua poetica ed anche una sua storia. Di tempo in tempo e di luogo in luogo, quella parola ha avuto significati diversi e spesso opposti l´uno all´altro.
Questo è dunque il tema sul quale mi sembra opportuno fare chiarezza per poter meglio colmare un´evidente lacuna che affligge le nostre società, quelle ricche e quelle povere, ad Occidente e a Oriente del mondo.
* * *
Le civiltà antiche – e qui mi limito a parlare di quelle mediterranee che più da vicino ci riguardano – non conoscevano il «privato». Gli uomini si realizzavano nella «polis» della quale la famiglia e la tribù costituivano le cellule. L´amore faceva parte dei valori familiari, incoraggiati e protetti dagli dei del luogo. Si amavano i genitori, si amavano i fratelli e le sorelle, si amava la sposa, fonte di procreatività. Le tavole mosaiche contengono la normativa più antica dell´amore familiare: «Onora il padre e la madre. Non commettere atti impuri. Non desiderare la donna d´altri». Il destinatario di queste norme è il maschio, la donna resta in una zona d´ombra ma è anch´essa colpevole dell´eventuale trasgressione.
Naturalmente i sentimenti amorosi finivano, allora come oggi e come sempre, anche al di fuori del recettacolo familiare, ma era un fatto privato e quindi del tutto irrilevante. Se però diventavano una sfida contro la famiglia l´irrilevanza diventava colpevolezza e veniva repressa con la massima severità.
Non è un caso che la guerra delle guerre, quella di Troia, scoppia a causa del tradimento di Elena e della sua fuga con Paride. È un pretesto, si sa. Simboleggiò lo scontro tra la civiltà achea e quella medio-orientale. Ma il pretesto dello scontro è la violazione dell´amore familiare e il ritorno di Elena a casa con il marito Menelao sancisce che l´ordine violato è stato ripristinato.
Nello stesso ambito leggendario il teatro greco racconta la vendetta di Elettra e di Oreste contro l´uccisore del loro padre e contro la loro madre che ne era stata l´amante durante la sua assenza da Argo.
C´è, al fondo di questa tragedia, l´ombra d´un sentimento incestuoso che si coglie nell´amore quasi morboso tra il fratello e la sorella vendicatori. L´incesto del resto rappresenta un elemento spesso presente nell´amore familiare; Edipo e il suo destino ne costituiscono il fondamento, non a caso recuperato da Freud come uno degli elementi fondanti della psicologia del profondo.
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Il carattere «pubblico» e familiare dell´amore dura molto a lungo e scavalca i secoli. Neppure il Cristianesimo riesce ad intaccarlo.
La predicazione di Gesù tramandataci dai Vangeli è intrisa di amore e questa è la grande innovazione rispetto al monoteismo ebraico che descrive il dio biblico come il condottiero del suo popolo, ancorato alla severità della Legge.
Il dio dei Vangeli è giusto ma soprattutto misericordioso e non si identifica con un popolo. Si rivolge a tutte le persone, ne riscatta la dignità, esalta i deboli e i poveri che saranno i primi a varcare la soglia della beatitudine. Parifica tutte le persone quando entreranno nel regno dei cieli, le donne come gli uomini, gli schiavi come i loro padroni. Ma sulla terra le istituzioni restano quelle che sono. I cristiani sono animati dalla fede e dalla speranza; il male e l´odio vanno ripagati dall´amore. E l´amore è la «caritas», indirizzata verso tutti, verso il prossimo, verso i nemici.
L´amore tra uomo e donna dà luogo alla famiglia, viene santificato nel sacramento del matrimonio, indissolubile con i vincoli della fedeltà e l´obiettivo della procreazione.
Si tratta dunque d´un amore che sale dai coniugi verso Dio e si santifica attraverso i figli e la loro educazione cristiana. La «pubblicità» dell´amore rimane dunque intatta, con una differenza essenziale rispetto al politeismo pagano: la «caritas» diventa il fondamento della religione. Paolo e Agostino arrivano a farne un valore addirittura più importante della stessa fede.
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La cultura medievale inventa un altro tipo di amore: l´amore cortese, cantato dai trovatori nei castelli e portato in giro per l´Europa della lingua occitana e dell´italiano volgare.
Lo «stil novo» vagheggia amori immaginari e figure di amati e di amanti stereotipi. Di qui sorge la malinconia che occhieggia nei versi del Guinizelli e diventa sostanza poetica nel Cavalcanti, nel Dante della “Vita Nova” e nel Petrarca.
Ma accanto all´amore cortese si affaccia quello licenzioso del Boccaccio e più tardi di Machiavelli della “Mandragola” e dell´Aretino. Sono i primi segnali del “privato” ma ci vorranno ancora due secoli perché il “privato” si affermi nelle società dell´Europa moderna.
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Il «privato» nasce con l´Illuminismo con l´abolizione degli assoluti e dell´assoluto come concetto. Trasforma l´economia e la politica. Poteva il sentimento amoroso sottrarsi all´irruenza di questa rivoluzione?
Nasce infatti l´amore libertino, l´amore individuale, il «privato» dell´amore e nasce nei salotti gestiti da donne emancipate da una prima sembianza di femminismo. Diderot teorizza l´amore per l´amore che prevede la libertà di amori molteplici in nome, appunto, di amare l´amore.
Dura un secolo questa forma amorosa. Se si vuol chiedere alla letteratura, alla poesia e alla musica la chiave di un nuovo mutamento, la si trova nel Werther di Goethe, nelle “Affinità elettive”, nella poesia di Leopardi e in quella di Baudelaire. L´amore romantico, la poesia e la musica romantiche.
L´Ottocento è intriso di amore romantico, dove si uniscono i sentimenti e i sensi ed è questo l´amore «privato» che diventa costume pubblico e che tuttora rappresenta uno dei cardini della società moderna.
Quell´amore tuttavia contiene le spore d´un mutamento ulteriore che emerge nella seconda metà del secolo scorso ed è ora nel pieno del suo svolgimento. Deriva proprio dal «privato», dalla sopravvenuta libertà sessuale, dall´accentuarsi dell´elemento sessuale e dalla liberazione della donna e del suo accesso al lavoro fuori casa.
L´amore romantico non è scomparso ma è divenuto mobile. Sempre più raramente dura per tutta la vita. Si realizza nella fase iniziale dell´innamoramento, si trasforma dopo qualche tempo in affetto e poi in amicizia. Infine la coppia si scompone e si ricompone con altri soggetti e altri innamoramenti. Sono segmenti di amore romantico al posto della linea retta dell´amore ottocentesco.
È a questo punto che l´amore verso l´amore riacquista peso e può – potrebbe – intrecciarsi alla solidarietà laica e alla «caritas» cristiana verso il prossimo, con uno spessore sociale in grado di soverchiare l´egoismo esasperato e l´amore egolatrico verso il proprio ombelico.
Questa è la scommessa affidata al futuro: un mondo dove l´essere assume una curvatura erotica capace di avere la meglio sull´istinto del potere.

La Repubblica 03.10.10

"Una mappa senza le strade del futuro", di Giuliano Amato

Viviamo fra incertezze e inquietudini per ciò che ci aspetta e ci consola pensare che sia colpa dei politici di oggi. Guardiamo alla politica interna e vediamo i nostri leader immersi nei conflitti del loro presente e per questo lontani dai problemi del nostro futuro. Guardiamo alla politica europea e la vediamo dominata da mille localismi di cui i leader sono prigionieri e non riescono per questo a costruire il futuro comune di cui sentiamo il bisogno. Erano meglio i leader di una volta – diciamo a noi stessi – loro sì che si impegnavano sui veri problemi.
Non sarò io a negarlo, è verissimo che in passato abbiamo avuto leader politici di alta statura che si sono cimentati con le questioni cruciali del tempo. Ma lo scarto che oggi constatiamo fra domande e risposte, fra bisogni e soluzioni non è solo questione di qualità personali e di attenzione maggiore o minore dedicata alle cose che contano. C’è anche il fatto che le cose che contano sono diventate dannatamente più difficili specie per chi governa l’Europa e i suoi stati membri.
Quando, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, ricostruimmo i nostri stati e costruimmo l’Europa, eravamo circondati da un mondo per tre quarti più povero di noi e ancora immobile nella sua povertà.

Avevano preso a sovrastarci gli Stati Uniti, ma per noi non erano un concorrente, continuavano ad essere una terra promessa per i nostri disoccupati e un mercato prezioso per i nostri prodotti. Ancora padroni del commercio internazionale insieme agli americani, incrementammo quello intra-europeo grazie alla nascita del mercato comune e demmo così una formidabile spinta a tutte le nostre economie. Arrivarono il miracolo francese e quello tedesco e arrivò anche il miracolo italiano.
Non solo, ma profittammo della nostra ritrovata prosperità e di una favorevole situazione demografica (avevamo allora più giovani e più generazioni mature che non anziani, vale a dire più contribuenti che beneficiari) e ci dotammo di sistemi pensionistici e di welfare che nessun’altra parte del mondo avrebbe conosciuto.
Il futuro era scritto nelle cose che facevamo e tutte davano corpo alla speranza di un futuro migliore.
Oggi la speranza di un futuro migliore è interamente trasmigrata in quei tre quarti del mondo che circondavano un tempo la nostra isola felice e che oggi si sono svegliati. Da noi prevale invece la paura. Quel mondo esterno è ora o un temibilissimo concorrente o la fonte di flussi migratori che ci chiamano a condividere la sua residua povertà. C’è chi se la cava meglio di altri, e la Germania in questo senso fa testo. Ma nell’insieme per noi, per i nostri giovani e per gli stessi immigrati c’è sempre meno lavoro ed è sempre più difficile crearne di nuovo, mentre si è rovesciata la situazione demografica, con un numero crescente di anziani e un numero decrescente di giovani, che proiettano squilibri insostenibili sul welfare dei prossimi anni. Se aggiungiamo l’impennata dei debiti pubblici largamente dovuta alla recente crisi finanziaria, è sempre più concreta l’aspettativa che quello che ci siamo permessi sinora non ce lo potremo permettere più.
Insomma, la politica di un tempo organizzava le nostre speranze, quella di oggi riesce soltanto a rispondere alle nostre paure. Pensate com’è cambiato il significato della parola “riforme”. Cinquant’anni fa riforme erano appunto quelle che consentivano di dare ai più ciò che prima era di pochi (la riforma della scuola, la riforma sanitaria, persino la riforma delle pensioni). Oggi sono quelle che riducono ciò che abbiamo e certo, notano Mauro Ceruti e Tiziano Treu nel loro Organizzare l’altruismo (Laterza, 2010), «non sono fatte per rassicurare i cittadini».
Per questo alle elezioni guadagnano terreno i partiti populisti, in genere (ma non solo) di destra, capaci più degli altri di sintonizzarsi sulle paure e di dar loro un bersaglio (la Cina, gli immigrati, l’Islam, i politici tutti), mentre chi soffre di più sono i partiti di sinistra, nati e cresciuti per promettere un futuro migliore e sprovvisti oggi di ingredienti credibili per dar corpo alla loro promessa.
Davanti allo scivolo che porta al successo del populismo – ha scritto Gianni Riotta nel suo editoriale di domenica scorsa – è bene aver chiaro che lo stesso populismo e la xenofobia appagano per un po’, ma se è il lavoro che mi manca, ciò che mi serve è che qualcuno me lo crei. Il che – ha aggiunto Riotta – è sempre meno facile in questa «intrattabile crisi del XXI secolo», per superare la quale non serve esecrare gli altri, servirebbe «aggiungere qualche pagina al manuale di Samuelson».
Il punto è proprio questo. C’è un limite al populismo, c’è un limite alle riforme che tolgono, non ci sono i soldi per le vecchie riforme che davano. Sulle mappe di cui disponiamo, la strada per il nostro futuro non c’è ed è inutile perciò guardare al passato. Ma davvero il futuro che abbiamo davanti in Europa e in Italia è il futuro dei perdenti in un mondo nel quale la maggioranza degli altri, dal Brasile alla Cina, progredisce a passi in più casi da gigante? Se è vero che la speranza è andata altrove, è vero anche che l’Europa ha tuttora formidabili risorse da mettere a frutto e le ha l’Italia. E se è vero che stiamo invecchiando, i giovani da noi ci sono ancora e hanno il diritto e il dovere di trovarlo il loro futuro. Ci sono delle tracce che li aiutino a farlo?
Forse quella suggerita dal giovane primo ministro David Cameron, che propone agli inglesi di liberarsi il più rapidamente possibile del debito creato dai più vecchi (loro lo hanno fatto, loro lo ripaghino) e ridare così all’economia il respiro che le serve per crescere. Forse quella suggerita da Sergio Marchionne, che propone agli italiani di lavorare con efficienza non cinese, ma (almeno) tedesca. O forse ciò di cui si discute nella sinistra europea, la ripresa aggiornata del socialismo etico con un mix di efficienza, pubblica e privata, e di equità a fini di eguaglianza, non lontano dal Brasile di Lula.
Ha ancora ragione Riotta quando scrive che il Presidente Obama si è dedicato anima e corpo ai veri problemi ma senza successo, visto che il ceto medio è sempre scontento e i disoccupati sono senza lavoro. Se neppure negli Stati Uniti è bastata la dedizione del presidente, forse sono proprio le ricette dei suoi consiglieri (consiglieri dei tempi di Clinton, che non a caso egli ha preso a cambiare) a risultare superate e a non servire allo scopo. Capitò già con Herbert Hoover, scelto dagli americani per la sua competenza davanti alla crisi del 1929, ma poi rivelatosi incapace di uscirne. Mentre ci riuscì il suo successore, Franklin Delano Roosevelt, che seppe aprire con il New Deal una pagina nuova nella storia dell’America e del mondo.
Quello che stiamo vivendo è forse il tempo degli Hoover. Ma proprio per questo dobbiamo guardare avanti, e devono farlo per primi i più giovani, alla ricerca del nostro New Deal.

Il Sole 24 Ore 03.10.10

"Le donne a caccia del lavoro", di Chiara Saraceno

In controtendenza con il resto dei paesi sviluppati ed anche con quanto era avvenuto in Italia negli ultimi dieci anni, la percentuale di donne italiane che non ha, nè cerca, lavoro ha ripreso ad aumentare e riguarda oggi quasi la metà di tutte le donne in età da lavoro – una percentuale da anni sessanta. Dimentichiamo pure gli obiettivi di Lisbona, che prevedevano un tasso di occupazione (non solo di attività) femminile pari ad almeno il 60%.
Ma il fatto che la metà delle donne italiane risulta «inattiva» dovrebbe costituire un problema politico rilevante ed essere al centro dei dibattiti sullo stato non solo della nostra economia, ma della nostra società. Dovrebbe essere tra le priorità da affrontare sia da parte del governo che dell´opposizione, oltre che dei sindacati. Perché significa che la metà delle donne in età da lavoro non ha nessuna speranza di ottenere una autonomia economica ed invece deve dipendere dall´avere un marito e sperare che il matrimonio duri, senza poterne uscire se si rivelasse insopportabile. Significa che gran parte delle famiglie italiane, soprattutto, ma non solo, al Sud, ha un solo percettore di reddito, dalla stabilità ed adeguatezza del quale dipende la sopravvivenza di tutti. Al punto che quando questo marito si trova senza lavoro e senza ammortizzatori sociali e non sa dove sbattere la testa, quindi non riesce più fare fronte alle proprie responsabilità economiche, può anche decidere che non valga più la pena vivere. È successo all´operaio disoccupato di Castellammare, che non ha più retto la «vergogna» di non riuscire a mantenere moglie e figlie.
Certo, queste «inattive» in realtà sono spesso attivissime e tutt´altro che mantenute gratis. Come e più delle donne occupate, sono loro a fare miracoli con bilanci famigliari scarsi, producendo con il loro lavoro domestico e di cura enorme e indispensabile valore aggiunto. Ma questo non produce automaticamente sicurezza per loro e le loro famiglie. Anzi, ne escono indebolite nei loro diritti sociali individuali (ad una pensione decente, per esempio).
Temo tuttavia che, più che con preoccupazione, il dato sull´aumento dell´«inattività» femminile anche nell´ultimo trimestre venga letto con sollievo da chi ci governa. Perché contribuisce a ridurre il tasso di disoccupazione. Le donne che non cercano (più) lavoro escono ufficialmente dalle forze di lavoro e quindi non contano ai fini della valutazione della disoccupazione. Non sarà del tutto un caso che il dato sulla diminuzione della disoccupazione nell´ultimo trimestre coincida esattamente con quello sull´aumento delle inattive: rispettivamente meno e più 0,2%.
Oltre a fare questo regalo statistico-comunicativo a chi ci governa (per altro nel silenzio dell´opposizione), le inattive forniscono anche una legittimazione ad ogni riduzione di servizi sociali già scarsi. Che bisogno c´è di mantenere i servizi e ancora più di farne di nuovi, per bambini e persone non autosufficienti, o di avere scuole a tempo pieno e servizi mensa, se si può contare su questa schiera di nonne e mamme «inattive» e quindi indefinitamente a disposizione? E così l´inattività femminile genera perdita di lavoro e disoccupazione (per lo più femminile), parte della quale potrebbe diventare inattività e così via. Da tempo è stato mostrato che l´occupazione femminile non solo allarga la base imponibile, producendo quindi maggiori entrate fiscali, ma anche genera domanda di lavoro, soprattutto nel campo di servizi di vario genere. È ora che ci si accorga che vale anche l´effetto contrario: la disoccupazione femminile genera inattività che a sua volta produce disoccupazione.
Anche senza affrontare la questione della valorizzazione delle capacità delle donne non solo entro lo spazio familiare ma anche nella economia e nella società e neppure quella, pur cruciale in una democrazia, della uguaglianza delle opportunità, che futuro ha questa società fondata sul lavoro non riconosciuto delle donne e sulla esclusione di metà di loro dall´accesso al lavoro remunerato e quindi alla indipendenza economica? Tra un lodo, una casa a Montecarlo, una barzelletta, una battutaccia da trivio e l´altra, c´è qualcuno al governo e all´opposizione cui interessa porsi questa domanda?

La Repubblica 03.10.10