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Giudici e Rosy Bindi nel mirino di un delirante Berlusconi bestemmiatore. Con tanto di prova tv

I vescovi: bestemmia insopportabile. Bindi: “E’ un uomo indegno che offende i cattolici”. Bersani: “Incredibile che possa governare” Proteste dall’ANM alle Comunità Ebraiche. Ma il TG1 censura tutto. I video di internet stanno diventando un appuntamento che rovina i week end di Silvio Berlusconi. Dopo il video-messaggio di Gianfranco Fini spopolano sulla rete i video in cui il prmier attacca i giudici e racconta una pessima barzelletta su Rosy Bindi con tanto di bestemmia finale. Video censurati dal tg1 ma che scatenano una vera bufera nel mondo politico come racconta repubblica.it . C’è un video registrato il 29 settembre scorso fuori palazzo Grazioli. Un filmato che mostra il Cavaliere che improvvisa davanti a un gruppetto di fan un mini-comizio e attacca pesantemente magistratura e giornali e racconta una barzelletta sugli ebrei a poche ore dalla fiducia. Sempre oggi è apparso un altro filmato sul sito dell’Espresso, girato a L’Aquila prima del G8, nel quale il premier racconta una barzelletta, contro Rosy Bindi, che si conclude con una bestemmia.

Sono durissimi i giudizi sulle parole con cui, nel video di Repubblica.it, Berlusconi attacca la magistratura. Di dichiarazioni ‘inaccettabili’ parla Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd: “Lo scarso rispetto per la democrazia parlamentare, per le istituzioni e per gli avversari politici emerge ancora una volta. Sotto il vestito buono che, a fatica, a indossare in parlamento per tenere buoni i suoi, c’è sempre il solito personaggio”. “”Queste invettive contribuiscono solo ad alimentare un clima di tensione che nuoce al Paese e si trascurano del tutto le reali emergenze del sistema giudiziario”. È quanto dichiara l’Associazione nazionale magistrati in una nota, commentando le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, secondo cui esiste “un’associazione a delinquere nella magistratura”. “Avevamo scelto di non rispondere alle quotidiane invettive che, anche negli ultimi tempi e in occasione di visite all’estero, l’on. Berlusconi ha rivolto alla magistratura italiana – sottolinea il sindacato delle toghe – ma l’assurdità delle ultime esternazioni del presidente del Consiglio non può restare senza risposta, anche per il rispetto dovuto ai tanti magistrati che hanno sacrificato la loro vita per il nostro Paese. Addirittura, oggi, secondo l’on. Berlusconi l’intera magistratura italiana, fino alle sezioni unite della Corte di Cassazione, sarebbe parte di un’associazione a delinquere diretta a sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato”. Per l’Anm, “è paradossale che una carica dello Stato compia un’opera di delegittimazione e discredito di tale portata nei confronti di un’istituzione che, invece, dovrebbe essere supportata nell’azione di contrasto alle diverse forme di criminalità”.

Il caso bestemmia. “È soltanto una risata. Quella di cui si parla è una storiella circolata un anno fa in tutto il Parlamento. Averla raccontata, in privato, non è né un’offesa né un peccato”. Silvio Berlusconi si difende così, in una nota, dalle accuse che gli piovono addosso dopo la pubblicazione del video sul sito dell’Espresso e girato a L’Aquila prima del G8, nel quale il premier racconta una barzelletta che si conclude con una bestemmia. “Il cattivo gusto e la responsabilità – aggiunge Berlusconi – sono casomai di chi la pubblicizza. Mi spiace solo se qualcuno nella sua sensibilità si sia sentito turbato. Ma non ci credo. È soltanto un pretesto per attacchi strumentali e ipocriti”. Insomma, colpa dei giornali, tanto è vero che Cicchitto parla di “Inaccettabile il furto di frasi dette in privato”.

“Berlusconi chieda scusa”. “Penso che questa volta il Presidente del Consiglio prima che a me debba chiedere scusa a tutti i credenti di questo paese, alla Chiesa e quella stampa cattolica di cui ieri si è vantato di avere l’attenzione”, ha detto Rosy Bindi, vicepresidente della Camera dei Deputati e presidente dell’Assemblea Nazionale del Pd, commentando l’episodio dell’Aquila. “Le barzellette sugli ebrei e sulle donne sono sempre un fatto sgradevole – ha scritto la Bindi in un post dal titolo “Mandiamo a casa il governo della doppia morale” -. Pronunciate da un capo del governo diventano un moltiplicatore dei pregiudizi e del disprezzo sociale. Bisognerebbe usare il proprio ruolo pubblico per demolire l’ignoranza e mettere al bando volgarità e offese, per rafforzare la dignità e i diritti delle persone, per costruire una società migliore”. E l’onorevole continua: “Non chiedo le scuse a un premier che senza pudore rivendica il privato come il luogo in cui tutto è permesso – dalle barzellette blasfeme alle escort – perché nessuno ti vede o ti sente – aggiunge il presidente dell’Assemblea del Pd -. Mi preoccupa, invece, questa sua arrogante pretesa. Ci sono la doppiezza morale e l’inaffidabilità umana prima ancora che politica del nostro Presidente del Consiglio. Prima se ne va e meglio è per tutti”. Parole di dura critica arrivano dal segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani: “Ancora una volta atti ed espressioni inaccettabili da parte del Presidente del Consiglio. È incredibile che una persona capace di simili volgarità possa governare un Paese come il nostro”. Con lui è d’accordo il deputato del Pd Enrico Gasbarra: “È la conferma della doppia etica del presidente Berlusconi. Credo che, proprio colui che ama definirsi ‘unto dal Signore’ debba immediatamente chiedere scusa”.

Espulsione come per i calciatori e i concorrenti del Grande Fratello. Unanime la condanna da parte dell’opposizione, che giudica ‘vergognoso’ il comportamento del premier. Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, affida il suo commento alla sua pagina Facebook e scrive: “Non vorrei essere provocatorio, ma se un calciatore bestemmia viene giustamente espulso. E se a bestemmiare è il presidente del Consiglio?…Non succede nulla? (C’è anche la prova tv…per il calciatore e per il presidente)”. A ‘espulsioni eccellenti’ fa riferimento il deputato del Pd Roberto Zaccaria, che, rimproverando la maggioranza di assordante silenzio – “Imbarazzo o codardia?” – ricorda come uno dei concorrenti del reality Grande Fratello fu cacciato dallo show Mediaset per aver bestemmiato in tv. In quell’occasione, sottolinea il deputato, il Giornale della famiglia Berlusconi, condannò moralmente il concorrente scrivendo in prima pagina: “La bestemmia non è ammessa in alcun consesso pubblico e desta la massima riprovazione”. “Berlusconi si vergogni. La barzelletta sull’onorevole Bindi, conclusa da una bestemmia, è indegna”, ha detto il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando e come lui la pensa Walter Veltroni, che giudica le barzellette cui spesso fa ricorso il premier un esempio di ‘degrado civile’. Durissimo anche il presidente nazionale dei Verdi per la Costituente ecologista, Angelo Bonelli, che parla di mancanza di decoro istituzionale e di un Cavaliere che ha smarrito il senso del limite: “Di un presidente del Consiglio così non resta che vergognarsi: anzi, proviamo vergogna anche per lui che non riconoscerà mai di aver portato le istituzioni al livello più basso mai raggiunto dalle istituzioni repubblicane”. In serata interviene anche Massimo D’Alema, che preferisce astenersi da qualsiasi commento: “Berlusconi? È incommentabile. Da un po’ non commento più le sue dichiarazioni, non lo faccio neanche oggi. Ritengo – ha aggiunto D’Alema prima di intervenire alla festa del Pd in corso a Napoli – che questo sia un governo che ha esaurito ogni carica positiva e che sopravvive a una crisi politica che non è stata risolta. Si è soltanto trovato un fragile compromesso, credo che il governo se ne andrà abbastanza presto e spero – ha concluso – che prima delle elezioni si possa fare la legge elettorale. Sarebbe una cosa giusta e ragionevole”. Anche dalla Comunità ebraica arriva la condanna alle barzellette del premier. Secondo Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraica di Venezia ed ex responsabile dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, “i peggiori stereotipi antisemiti” sono contenuti nelle barzellette raccontate da Berlusconi.

Famiglia Cristiana: “Da premier esempio di cristianesimo usa e getta”. ”Si vorrebbe provare stupore di fronte a questa performance del primo ministro che pretende di aver evitato una guerra della Russia contro la Georgia e di aver salvato l’economia americana dalla crisi fornendo buoni consigli a Obama”, osserva Famiglia Cristiana nel suo sito. ”Invece sappiamo tutti – prosegue – che non è la prima e certo non sarà l’ultima. Perché proprio dal Cavaliere arriva uno dei più chiari esempi di quel ‘cristianesimo alla carta’ o ‘cristianesimo usa e getta’ che è oggi tra le piaghe più profonde della vita sociale del nostro Paese”

Intanto l’edizione del Tg1 delle 20 ha dato la notizia della barzelletta, senza fare il minimo accenno alla bestemmia. Lo denuncia Carlo Rognoni, presidente forum Riforma sistema televisivo del Pd: “Per tutto il giorno si è discusso della bestemmia di Berlusconi, ma chi ha visto l’edizione serale del Tg1 ha sentito parlare solo di una semplice barzelletta. Una censura del genere, anche se arriva dal ‘recidivo’ Minzolini, è incredibile e scandalosa”. E Luca Borgomeo, presidente dell’ associazione di telespettatori cattolici Aiart, conferma: il Tg1 ha “del tutto ignorato la notizia delle barzellette, con pesante bestemmia e offesa all’Olocausto, pronunciate da Berlusconi. Perché il principale tg italiano continua a non voler far conoscere fatti che coinvolgono il Presidente del Consiglio? L’ennesima minzolinata”. Sul Tg1 di stasera interviene anche Vincenzo Vita del Pd, componente commissione Vigilanza Rai. ”L’abilità censoria di Minzolini ormai non conosce più limiti. Con un abile colpo di spugna, dall’edizione del Tg1 di stasera sono scomparse sia la bestemmia finale della barzelletta su Rosy Bindi sia l’indegna storiella sugli ebrei raccontata in strada a Roma. Quanto – conclude in una nota – intende ancora abusare della pazienza nostra e degli utenti il direttore del principale telegiornale del servizio pubblico?”.

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"La scuola della Costituzione? Non c'è più: l'hanno rubata….", di Mario Lodi

Cremona. La Casa delle Arti e del Gioco galleggia in una nuvoletta di nebbia tra le cascine di Drizzona, fuori Cremona. Quasi nel centro geometrico della Pianura Padana. E nell’aria umida galleggia, con passo leggero e i suoi 88 anni, anche Mario Lodi, il Maestro, il maestro di scuola se mai ce ne furono. Alto e sottile e con lo sguardo quieto che ha accarezzato migliaia di bambini.
Ancora oggi vengono qui decine di insegnanti, un po’ come si va in pellegrinaggio in un luogo sacro e accompagnano i loro ragazzi a conoscere il Maestro che, con i suoi libri (Il paese sbagliato, Cipì) ha disegnato la fisionomia della scuola elementare italiana: un modello invidiato da tutta Europa. Una scuola gentile, inclusiva, comprensiva, attenta e generosa. Una scuola come, forse, la immaginavano i “padri costituenti” quando scrissero la Carta fondamentale del nostro Stato.
Lodi ricorda che nel 1948, appena promulgata la Costituzione italiana, la carta fu subito esposta per anni nelle sale consiliari dei Comuni “tanto era bella. Dovrebbero esporla sempre anche in tutte le scuole”. Considerato che il sindaco di Adro ha pensato di piazzare dappertutto nella scuola del paese il simbolo della Lega Nord, si capisce meglio il soffio di malinconia che si respira alla Casa delle Arti e del Gioco. “Eppure sa cosa le dico?” aggiunge: “Sta spuntando un nuovo movimento di maestri e insegnanti. Ci sono in giro esperienze didattiche bellissime. Me le mandano. C’è una maestra di Verona bravissima, uno di Sorbolo nel Parmense, una nel Lazio, uno a Piacenza e altri. Si sentono tra loro, si organizzano, non si rassegnano”.
E cosa fanno di speciale?
“Di speciale niente. Attuano la Costituzione italiana con i bambini. Le faccio l’esempio più ovvio”.
Prego.
“I bambini che arrivano a scuola a sei anni non sanno scrivere ma sanno parlare, no? E raccontano, raccontano, dicono di sé e degli altri. Un maestro comincia da lì, dalla parola. Deve governare la parola dei bambini con ordine, un ordine non imposto ma concordato, non come fanno in televisione dove tutti interrompono tutti. Un maestro insegna a parlare e soprattutto ad ascoltare. È lì che nasce la democrazia ed è lì che nasce la responsabilità”.
Le sembra che questo nella scuola italiana non succeda più?
“A me pare che dei valori classici su cui era fondata la Costituzione sia rimasto poco. C’è stato un furto. Per i giovani è un bel guaio”.
E chi è il ladro?
“L’indiziato numero uno è la comunicazione. Giornali, tv, ora internet. So che sono parole di un vecchio, ma è ciò che penso. I più furbi hanno capito subito che chi possedeva la tecnologia avrebbe controllato anche i valori. Prenda l’idea di libertà. La libertà oggi è realizzare se stessi e pazienza per gli altri. Non è la stessa libertà che ha ricostruito il Paese dopo la guerra. Questa è una libertà maleducata”.
È la libertà del singolo individuo. Perché dovrebbe essere sbagliata?
“Perché la scuola è un’associazione, una cooperativa in cui ognuno porta qualcosa. Anche e soprattutto nelle responsabilità. C’è un bambino che custodisce i pennarelli, quello che si deve occupare della carta, quello dei gessetti, quello che tiene il dentifricio per tutti, c’è una piccola cassa da amministrare. Piccole responsabilità che educano al rispetto del bene comune, non solo al vantaggio del singolo. Oggi sotto la voce “meritocrazia” passa invece la corsa al successo personale”.
E chi non ce la fa?
“Viene sbattuto all’ultimo banco, il banco dei somari, dove vanno a finire quelli che verranno espulsi perché non riescono”.
Lei non boccerebbe mai nessuno.
“Ma dove sta scritto nella Costituzione che bisogna bocciare? La nostra ministra invece vuole bocciare se la condotta a scuola non è quella che vuole lei. Bocciare non è mai servito a convincere un soggetto difficile a diventare un buon cittadino”.
Sembra di sentire parlare don Milani con la sua scuola di Barbiana.
“Ma scusi, prenda il problema dei bambini extracomunitari. C’è chi coltiva l’idea di isolarli, il modo migliore per far sì che non imparino mai nulla e men che mai l’italiano. Una follia. Quella è la scuola dell’ultimo banco. Allora tanto vale mandarli via. Magari l’esperienza di don Milani fosse stata sviluppata”.
E invece?
“Invece è stata ignorata da chi comanda. Don Milani aveva a che fare con ragazzi di ogni estrazione ed età e, invece di separarli, li metteva tutti insieme, con il risultato che i più grandi, quelli che diremmo i più bravi, a loro volta insegnavano ai più piccoli. Era una scuola che formava alunni e insegnanti insieme. Un’idea semplice e geniale”.
Lei sa che il governo taglia molto sulla scuola, per risparmiare.
“Non sono in grado di giudicare. Ma se sento che si tagliano il tempo pieno e le mense, per esempio, mi vengono i brividi. Mangiare insieme: è anche questa una scuola di democrazia. Cosa mangiamo? E perché? Perché questo è buono e questo no? Perché è giusto condividere il mio cibo con i miei amici? Magari io non ho fame e invece il mio compagno ne ha di più. E come si mangia senza diventare obesi come gli americani? Tutti elementi di una educazione che la scuola deve dare”.
Lei conosce la ministra Gelmini?
“No”.
Ma se ne sarà fatto un’idea.
“Non la capisco. Mi sembra una restauratrice della scuola di una volta. Ho sentito dei tagli. Ma quelli in fondo ci sono sempre stati. È la testa che conta. Insegnare la democrazia a scuola può non costare niente”.
Mai venuta qui a trovarla?
“No, l’unico che ho visto è stato l’ex ministro Tullio de Mauro”.
Mi dica tre qualità indispensabili per un buon maestro.
“Ne bastano due”.
Allora due.
“Amore e curiosità. La stessa curiosità dei bambini”.

da Il Venerdì di Repubblica 02.10.10

"Quote per portare le donne in quota", di Monica D'Ascenzio

«La legge non ha lo scopo di riportare l’equilibrio fra i sessi, nasce dal fatto che la diversità è un valore e crea ricchezza. Nella mia esperienza ho visto come sono scelti i membri dei board: vengono dallo stesso ristretto circolo di persone. Vanno a caccia e pesca insieme, sono amici». Parole del ministro dell’Industria norvegese, Ansgar Gabrielsen, promotore della legge sulle quote di genere (40%) in vigore dal 2006. Uomo e conservatore, due dettagli non trascurabili per la piega che prese il dibattito nel paese e l’accoglienza della legge. Ci sarà stato chi avrà posto dei dubbi sulle donne che sarebbero entrate nei cda.
È successo in Spagna, dopo la legge del 2007, che prevede una quota di genere al 40% in otto anni: in tanti puntarono il dito sulle “figlie di” come Sabina Fluxá, Ana Patricia Botín o le sorelle Koplovitz nei cda di società partecipate dalle loro famiglie. Non altrettanto scandalo fecero le nomine dello stesso Botín padre che sostituì il nonno o di José Manuel Entrecanales, famosi “figli di”.

L’impressione è che quando si tratta di donne si tende ad alzare l’asticella prima che saltino. La Sda Bocconi ha confrontato i cv dei membri dei cda con quelli di selezionate professioniste: queste ultime hanno un livello d’istruzione più alto e contano esperienze in diverse aziende come gli uomini. Titoli che riescono a far valere in altri settori, come nelle professioni cui si accede per concorso. Lì sì che le donne aggirano le barriere e arrivano a conquistare una posizione. Una proposta: mettiamo le poltrone dei board a concorso? Al di là della boutade, in Italia la commissione Finanze della Camera ha approvato il progetto di legge Golfo-Mosca (una della maggioranza, l’altra dell’opposizione). Tocca al governo dare parere positivo perché la proposta approdi al Senato senza passare alla Camera. Sarà la soluzione alle discriminazioni? Tutt’altro. Che esistano barriere per le donne è certificato da Ue, Ocse e Wef. Siamo in grado di abbatterle con un cambio culturale? Se fosse così non si moltiplicherebbero i ddl: dalla tassazione differenziata del lavoro femminile alle detrazioni per le famiglie, dal congedo parentale obbligatorio per gli uomini alla conciliazione cura-lavoro. Se le quote di genere fanno tanto clamore, figuriamoci i ddl che puntano a riequilibrare i carichi di lavori domestici fra mogli e mariti per permettere alle donne di poter avere tempo ed energie per la carriera.

Il Sole 24 Ore 01.10.10

"La depressione non sconfigge la violenza", di Stefano Menichini

Si arriva a un certo punto, quando ognuno deve rispondere di quello che fa, di quello che dice, e deve assumere la propria parte di responsabilità per la situazione della comunità nella quale vive.
Il film che cominciamo a veder scorrere in Italia lo abbiamo già visto, anzi vissuto. È un film che pretende di avere lo stesso soggetto che aveva negli anni Settanta: un paese ansioso, indignato, arrabbiato, dal cui corpaccione si staccano schegge incontrollate e incontrollabili. Capaci anche di riprendere in mano un’arma per colpire e zittire un avversario politico, un personaggio pubblico esposto sulla trincea sbagliata.
Chi fa opinione e chi fa politica in Italia deve sapere – e lo sa – che questa rabbia è un fenomeno marginale, ancorché giustamente enfatizzato dai media. E che se è vero che l’Italia è ansiosa, l’ansia si traduce casomai in depressione, distacco, allentamento e non eccitazione delle passioni, come confermano tutti i sondaggi d’opinione, elettorali e non solo.
Non c’è un vero clima di paura e di minaccia. Bisogna stare attenti a non incoraggiarlo.
Il modo è semplice, almeno da enunciare: stroncare senza pietà gli episodi criminali o para-criminali.
E soffocare senza esitazione, ognuno dove può e dove gli spetta, la tracimazione del rancore, dell’insofferenza, dell’intolleranza, dell’irrazionalità.
È giusto prendersela con Berlusconi, che è stato senza dubbio il politico più divisivo degli ultimi anni, e non riesce mai a essere coerente con le esortazioni all’amore: quante volte gli italiani che non votano per lui sono stati insultati direttamente o per interposta persona? Quanto è irresponsabile parlare per i magistrati di associazione a delinquere, considerato il loro compito e considerato quante vere associazioni a delinquere sono in circolazione, anche intorno e dentro gli apparati pubblici? Ma è proprio Berlusconi l’unico leader politico nazionale che, da molti anni a questa parte, sia stato fisicamente aggredito. Ed è il direttore di un giornale di destra che oggi vede la sua vita sconvolta da una minaccia tremenda. E parliamo degli atti propriamente criminali.
Poi sono uomini e donne della Cisl, cioè di un sindacato accusato di complicità coi padroni e col governo, che subiscono ormai con regolarità attacchi, non più solo di fumo ma anche – a Treviglio, a Livorno – di pietre.
Tartaglia è uno squilibrato, l’attentatore di Belpietro un criminale, quelli di Torino antagonisti a volto scoperto. Ma gli squadristi di Livorno avevano le bandiere della Fiom, di un sindacato che ha una tradizione di forza, autorevolezza, serietà, civiltà. Una simile macchia su quelle bandiere è una macchia su una grande storia di sinistra.
Se ognuno deve fare la propria parte – chi ci governa in primis – la sinistra anche deve fare la sua. Anche con più energia e convinzione di come abbia fatto il Pd dopo Torino.
Cioè aprendo un conflitto politico dichiarato contro gli estremismi, chi li cavalca, chi li sfrutta, chi se ne fa scudo anche in parlamento per dare spessore alla propria voga populista.
La demonizzazione non serve e anzi suona strumentale, ma la severità è d’obbligo.
Ognuno di questi brutti episodi è diverso dagli altri, scollegato, non definisce certo l’ umore collettivo del paese che, come dicevamo, è casomai depresso, non aggressivo.
Un paese depresso e passivo però non sconfigge le frange violente: ci vogliono iniziativa politica, intenzione, determinazione.

da Europa Quotidiano 02.10.10

"Molte toghe hanno dato la vita per lo Stato così il premier offende la loro memoria", di Alberto Custodero

Assurda l´ipotesi della commissione parlamentare di inchiesta sulla magistratura, ma non ci intimidiranno nello svolgimento del nostro lavoro. «Parlare di una “associazione a delinquere” dei giudici è francamente inaccettabile perché oltre a riproporre il tema della delegittimazione dell´intera istituzione, è offensiva della memoria, del sacrificio e dell´impegno di tanti magistrati che per lo Stato hanno dato la vita». L´Anm, in occasione degli ultimi attacchi di Berlusconi alle toghe, aveva scelto la linea della “non risposta” per evitare di essere «trascinati sul terreno della contrapposizione politica, che non ci appartiene». Luca Palamara, presidente dell´Associazione nazionale magistrati, ha deciso di rompere il silenzio ieri, dopo l´ultimo affondo del premier contro i magistrati.
Palamara, avete taciuto il 10 settembre quando il Cavaliere, dalla Russia, ha affermato che «in Italia c´è oppressione giudiziaria». Perché oggi decidete di passare al contrattacco: cos´è cambiato?
«Abbiamo ritenuto la misura colma proprio per l´assurdità delle ultime affermazioni. Il rischio è di alimentare un clima di tensione e, soprattutto, di distogliere l´attenzione dalle reali emergenze del settore giustizia che, come al solito, vengono trascurate o, peggio, messe nel dimenticatoio».
Quali sono i problemi veri della Giustizia sui quali vorreste il confronto col presidente del Consiglio?
«Le vere emergenze sono rappresentate dai tribunali fatiscenti, dalle croniche carenze di mezzi, risorse e organico, dalla grave situazione del sovraffollamento delle carceri, dalla necessità di procedere alla riorganizzazione giudiziaria e all´informatizzazione degli uffici. Senza dimenticare le nostre proposte per smaltire l´arretrato sia nel penale che nel civile. Il tutto mentre aspettiamo l´approvazione del ddl corruzione. Questi sono i temi che il presidente del Consiglio dovrebbe preoccuparsi di affrontare».
Berlusconi ha ipotizzato una commissione parlamentare di inchiesta sui giudici. Che ne pensa?
«E´ assurdo pensare di dover fare una commissione d´inchiesta sui giudici. Sono affermazioni che, tuttavia, non ci intimidiranno nello svolgimento del nostro lavoro».
Nel suo discorso alla Camera, il premier ha ricordato come “la politica debba riprendersi il primato sulla magistratura”. Come giudicate le ultime proposte sul lodo che dovrebbero consentirgli di non affrontare i tre processi che ha in corso?
«I temi della tutela delle alte cariche dello Stato spettano ai rapporti fra politica e cittadini ed è la politica che deve assumersi la responsabilità di queste scelte. Per noi la priorità è rappresentata dalle emergenze reali del sistema giustizia sulle quali credo sia inevitabile un momento di confronto non solo con la magistratura, ma con tutte le altre componenti del mondo del diritto. Le nostre posizioni sono sostenute oggi anche dagli avvocati, dal personale amministrativo, dall´Avvocatura e dalle altre magistrature. E questo non può essere ignorato in particolare da quegli esponenti del Governo che amano auto-attribuirsi i meriti degli ottimi risultati nella lotta alla mafia raggiunti dalle forze dell´ordine coordinate dalla magistratura».
Lei ritiene che i ministri dell´Interno Maroni e della Giustizia Alfano si appropriano dei vostri meriti nella lotta alla mafia e poi non vi difendono quando il premier vi attacca: è così?
«Esattamente. Quando si rivendicano quei grandi successi, bisogna avere poi comportamenti coerenti. E la coerenza impone o imporrebbe di rispettare sempre, e non a corrente alternata, l´efficace azione di contrasto alla criminalità. Quando Berlusconi ci attacca, ci aspetteremmo dunque di essere difesi proprio da quei due ministri, Maroni e Alfano. Che, invece, tacciono».

La Repubblica 02.10.10

"Ricercatori mai docenti", di Gilberto Capano

I ricercatori universitari stanno protestando (con diversa compattezza ed intensità) in tutte le università italiane. Protestano contro alcune norme contenute nel ddl di riforma dell’università che mettono a esaurimento il loro ruolo senza modificare il loro stato giuridico (attenzione: la scomparsa del ruolo dei ricercatori è prevista, a partire dal 2013, già dalla legge 230 del 2005). I ricercatori universitari non sono, dal punto di vista normativo (dpr 382/80), professori: a essi spettano compiti didattici di tipo integrativo. Possono però essere titolari di insegnamento (grazie ad una disposizione normativa del 1990) se accettano di farlo.
Insomma, i professori debbono insegnare per forza, perché la titolarità di insegnamenti è uno degli elementi del loro status giuridico, i ricercatori no. Il quadro normativo su questo punto è chiarissimo e indiscutibile (almeno agli occhi di un non giurista come chi scrive). Come ho già avuto modo di osservare sulle pagine di questo giornale, non vi è paese al mondo in cui chi ha una posizione a tempo indeterminato nel corpo accademico non debba anche insegnare. Nessun paese al mondo tranne l’Italia, ovviamente. Il problema però è che questa scelta (a mio giudizio insensata) non è coerentemente declinata, poiché vi è nelle norme vigenti una contraddizione palese – curiosa ed inquietante – rispetto allo status di “nondocente” dei ricercatori universitari.
Mi riferisco ai decreti ministeriali che, succedutisi dal 2001 fino all’ultimo della scorsa settimana, stabiliscono i requisiti minimi che ogni corso di laurea deve possedere per essere attivato.
Tra i requisiti richiesti dal ministero vi è quello relativo al numero minimo di docenti necessario. Per capirci: le disposizioni ministeriali prevedono che per attivare un corso di laurea vi siano almeno quattro docenti incardinati per ogni singolo anno del corso di laurea stesso e che un docente possa essere “contato” una sola volta a questo fine. Ragionevole vero? Certo. Il fatto è che a questo scopo vengono “contati” anche i ricercatori universitari! Ma come è possibile contare come forza docente chi non è formalmente, secondo la legge, un professore e non è obbligato, pertanto, a essere titolare di corsi? La questione si fa ancora più delicata se si pensa che, stando sempre alle norme, anche i ricercatori a tempo determinato (introdotti con la legge 230 del 2005) non sono docenti, ma possono essere “contati” come docenti per i requisiti minimi necessari ad attivare i corsi di laurea.
Una situazione paradossale di fronte alla quale sorgono ulteriori domande. Perché tra le tante forme di lotta che i ricercatori hanno messo in piedi non vi è stato anche un bel ricorso al Tar contro l’evidente contraddizione delle norme rispetto al ruolo e alla funzione dei ricercatori? Perché il ministero continua a far finta di non vedere questo problema? Perché molti, anche tra gli stessi ricercatori, continuano ad avere una concezione nominalistica del ruolo (mai una definizione di una posizione accademica fu meno azzeccata di quella di “ricercatore”)? Non ho risposte a queste domande, ma ho la certezza che continuare a considerare i ricercatori attuali come “non docenti” sia ipocrita. Inoltre, se il ddl Gelmini dovesse essere approvato, il problema si riproporrebbe perché, ovviamente, avremmo la figura del ricercatore a tempo determinato che, pur non essendo formalmente un docente, verrà considerato tale per decidere se un corso di laurea ha o non ha il minimo di docenti necessario all’attivazione.
La contraddizione normativa che ho appena sottolineato mostra tutte le difficoltà che nel nostro paese si affrontano quando si mette mano alle questioni universitarie.
Ed evidenzia, a mio avviso in modo emblematico, il groviglio caotico che si è sedimentato sulla questione dei ricercatori.
Al momento nessuna delle soluzioni sul tappeto sembra avere il coraggio e il senso di responsabilità necessario per uscire dal caos, dalle contraddizioni, dall’ipocrisia.

da Europa Quotidiano 02.10.10

Scuola/Ist.Tecnici: Pd: dopo bocciatura Consiglio di Stato, Gelmini venga in parlamento

Ghizzoni: è caos, studenti hanno perso ore di lezione e insegnati il posto di lavoro
“Dopo la bocciatura del Tar e del consiglio di Stato il ministro deve venire in parlamento a dire come pensa di sciogliere quella matassa ingarbugliata che lei stessa ha creato tagliando gli orari di lezione degli istituti tecnici e professionali nelle classi successive alla prima cioè in quelle classi estranee alla sua epocale riforma. Il caos che ne è seguito merita un’assunzione di responsabilità: la chiedono gli studenti che si sono visti sottrarre ore alla loro formazione e i docenti che ci hanno rimesso il posto”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che annuncia di aver presentato una interrogazione parlamentare sul tema.