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Università, Pd: dopo tagli, parole Berlusconi sono offensive per giovani italiani

“Le poche parole pronunciate oggi dal presidente del consiglio sui giovani e sul sistema educativo sono del tutto irrispettose nei confronti di chi ha subito un attacco mai visto in questi due anni di governo. Gli studenti e il personale della scuola e dell’università sono tra le principali vittime di questo governo che ha fondato la propria azione su tagli indiscriminati che hanno impoverito e immiserito il nostro sistema formativo. Davanti a queste politiche, che ci isolano in Europa, le parole di oggi di Silvio Berlusconi non solo sono false sono offensive”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Pd, j’accuse sul decreto lavoro: è un ricatto per i più deboli", di Maria Grazia Di Giovanni

È un testo «anacronistico, stupidamente conservatore, del tutto inadeguato ». In altre parole: è da seppellire. Questo il giudizio del Pd sul collegato lavoro. Tutto lo stato maggiore dei parlamentari Democratici (Anna Finocchiaro, Enrico Letta, Tiziano Treu, Enzo Bianco, Giorgio Roilo insieme al responsabile economico Stefano Fassina) si è riunito ieri a Palazzo Madama per emettere un verdetto inequivocabile: quella legge non serve all’occupazione, lede i diritti dei lavoratori e in alcune parti presenta profili di incostituzionalità. Difficile immaginare un pasticcio più grande. A chi servono allora quegli articoli su cui anche il Quirinale ha avanzato dei dubbi, tanto da rimandare il testo alle Camere con alcune osservazioni? A quanto pare neanche la Confindustria è entusiasta. Tanto che in molti avevano cominciato a sperare che,con l’appoggio dei finiani, il collegato potesse finire su un binario morto. Ora il suo destino è tutto legato a quello del governo, che proprio oggi affronta la fiducia. SACCONI L’unico che spinge per un’approvazione immediata è il ministro Maurizio Sacconi, che ieri in Senato ha chiamato a raccolta le truppe del centrodestra. Le votazioni sono proseguite per l’intero pomeriggio, non senza qualche sorpresa in Aula. Alcuni senatori pdl si sono smarcati sull’articolo che prevede la scelta dell’arbitrato al momento dell’assunzione (quello che non convinceva il Presidente Napolitano), una norma che era stata modificata alla Camera con un emendamento Damiano, poi tornata allo «spirito originario » al Senato. Durante le votazioni anche una schermaglia tra relatore e Idv, che ha letto in Aula la lista dei morti sul lavoro. «Con questo testo il governo Berlusconi sceglie di stare dalla parte dei più forti – dichiara Finocchiaro – È una mistificazione dire: non lasceremo nessuno per strada. La verità è che migliaia di italiani sono senza lavoro e senza cassa integrazione». «Dentro questo decreto ci sono norme sbagliate e non ci sono le norme necessarie per affrontare l’emergenza occupazionale nel nostro Paese – aggiunge Letta – Il diritto del lavoro non è una branca del diritto commerciale. Il Governo sbaglia ad approfittare della crisi per operazioni così pesanti ». Innumerevoli gli interventi in sfavore dei deboli. Dalla scelta obbligata sull’arbitrato al momento dell’assunzione (quando si è più ricattabili), al potere del ministro di decidere in ultima istanza in mancanza di accordo, dal ridimensionamento al contrasto al lavoro sommerso a nuovi limiti per la concessione del part-time alle dipendenti della pubblica amministrazione, fino alla esclusione dalla responsabilità dei vertici della marina militare per i casi di amianto. Ma a pagare sono soprattutto i giovani, con quell’abbassamento a 15 anni dell’obbligo di istruzione e l’affidamento ai percorsi di apprendistato. Proprio mentre il Senato votava, in Lombardia si passava subito ai fatti. La Regione ha ha siglato l’intesa con i ministeri Istruzione e Lavoro per il riconoscimento dell’apprendistato ai sedicenni. Per Mariastella Gelmini l’intesa è di «straordinario valore,un caposaldo della legge Biagi, che aumenta a 400 le ore di formazione ». All’attacco invece la Fiom-Cgil. «Apprendisti a 15 anni e un giorno: da oggi è possibile in Lombardia. Quelle 400 ore potranno essere svolte in azienda. È l’ennesimo tassello di un disegno più vasto contro la scuola pubblica».

Dibattito alla Camera dei Deputati sulla fiducia al governo Berlusconi: interventi di Pierluigi Castagnetti e Rosy Bindi

Pierluigi Castagnetti
Signora Presidente, onorevoli colleghi, adesso sappiamo che questa sera non avremo la crisi di Governo. Meglio. Non avremo le dimissioni del Capo del Governo, perché che il Governo sia in crisi e la maggioranza non ci sia più ormai pare fuori discussione.
Dunque abbiamo un Governo senza più la maggioranza che – anche con il suo discorso, signor Presidente del Consiglio, fatto di parole usurate dal tempo, dalle ripetizioni, dalla distanza dal Paese – ha trovato modo, per ora, di non ammetterlo, di non ammettere cioè (come si diceva una volta) proprio per tirare a campare poiché, proprio come aggiungeva quel tale, sempre meglio che tirare le cuoia.
Non ci sfuggono le ragioni, anche se rimane un mistero la ragione per cui piace al Governo continuare ad ingannarsi in tal modo. Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio non sono riuscite, infatti, nemmeno a mascherare minimamente i segni dello stress dissennato recato alle istituzioni in questa folle estate in cui sul palco del teatrino della politica c’eravate solo voi, onorevole Presidente del Consiglio.
Lascia oggettivamente senza parole ciò che è accaduto e sta continuando ad accadere. Ne richiamo alcuni capitoli per sfuggire al rischio della smemoratezza e dell’assuefazione. Primo: la più grande maggioranza della storia della Repubblica, neppure a metà della legislatura, si è ridotta allo spettacolo indecente della questua, del commercio di consensi parlamentari, cercando anche tra le file di chi è stato eletto da quanti volevano combattere la destra.
Secondo: da quasi tre mesi il dibattito pubblico italiano ruota attorno ai 60 metri quadrati di un appartamento al piano rialzato a Montecarlo. Terzo: da quattro mesi, dopo le dimissioni per scandali di due Ministri e di un sottosegretario del suo Governo, il Ministero che dovrebbe essere il motore della crescita economica del Paese è ancora senza titolare.
Quarto: da quattro mesi, per la precisione dal 28 maggio, quando abbiamo approvato la manovra economica, il Governo non produce provvedimenti. Quinto: nel frattempo, le due icone del sedicente Governo del fare (i rifiuti di Napoli e il terremoto dell’Abruzzo) si stanno clamorosamente ribaltando sul Governo stesso come due giganteschi bluff e lei ha avuto il buon gusto oggi di non parlarne.
Sesto: la struttura a cui venne affidata la missione di fare reinnamorare il Paese con lo Stato, ossia la Protezione civile, è stata infranta come una statuetta di terracotta e investita da un’immensa valanga di fango e corruzione prodotta da un sub-sistema di potere che ha preteso sfuggire ad ogni regola e ad ogni requisito di correttezza amministrativa.
Montesquieu, al proposito, diceva che quando si fa il deserto delle regole nasce il dispotismo. Per nascondere un paesaggio tanto desolante è stata scatenata tutta la potenza di fuoco di un dominio informativo senza paragoni se non in Russia, Bielorussia e Libia, modelli di moderna democrazia che vengono esaltati senza un minimo senso di pudore culturale ed etico (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Questa potenza di fuoco, fatta di due giornali quotidiani oltre ad alcuni altri fiancheggiatori, due settimanali oltre altri fiancheggiatori, cinque canali televisivi oltre altri fiancheggiatori, sei canali radiofonici oltre altri fiancheggiatori, alcuni web magazine ed alcune società di distribuzione della pubblicità, ha sviluppato una vera e propria aggressione psicologica di massa, fenomeno prima d’ora mai registrato in tali dimensioni.
Come è stato realizzato questo obiettivo?
Con la reductio informativa pressoché ad una sola notizia, allo scopo di far perdere all’opinione pubblica ogni possibilità di distribuzione dell’attenzione, ogni capacità critica, ogni senso delle proporzioni, ogni possibilità anche solo di paragonare con notizie dello stesso genere che si producevano nello stesso periodo di tempo. Insomma, una tecnica informativa semplificatoria, manipolatoria ed ossessiva in grado di produrre un condizionamento collettivo e un coinvolgimento di tutto il resto, stampa compresa. Seppur per una dinamica di controdipendenza, persino il resto del sistema politico, opposizione compresa, è costretto a discutere di cose che non lo interessavano né riguardavano l’interesse del Paese. Un capolavoro stupefacente quanto inquietante!
Tutto ciò ha fatto dire ad alcuni studiosi dei modelli democratici che quello italiano è diventato un sistema tecnicamente dispotico. A ciò dobbiamo aggiungere l’ingrediente della volgarità che l’alleato leghista, e non solo, non ci ha mai fatto mancare: un ingrediente non meno rilevante nel connotare i caratteri del dispotismo. Mi riferisco, in particolare, alla consolidata icona del dito medio, usata da signori e signore del Governo per comunicare con l’opinione pubblica e che a me pare assai più grave della stessa, pur inaccettabile, battuta che ha giustamente offeso i cittadini romani e, se consentito, anche noi abitanti di Reggio Emilia che ci onoriamo di avere nello stemma del comune lo stesso acronimo SPQR.
Si capisce allora perché persino la Chiesa si sia dovuta dichiarare angustiata per l’Italia. Per l’Italia, signor Presidente del Consiglio, che lei dovrebbe governare. Ecco il moderno dispotismo: un dispotismo che sa alternare il volto truce con quello accattivante del sorriso del «ghe pensi mi» o delle poco responsabili riassicurazioni che la crisi è ormai passata mentre la sofferenza sociale sta esplodendo a Napoli come a Milano, in Sardegna come in Sicilia. Sta emergendo infatti la sintomatologia di una insofferenza sociale che dovrebbe interpellare e inquietare soprattutto il Governo.
Non siamo i soli a pensare che il combustibile ci sia già, mancano solo i fiammiferi! Le famiglie sono in affanno, basti leggere i dati diffusi solo ieri dall’ISTAT che ci dicono di un’Italia senza crescita e senza futuro, al nord e al sud. Basti pensare ai precari della scuola, dell’università, dei call center che stanno perdendo persino il loro status di provvisorietà, scivolando nell’area della disoccupazione senza speranza.
Questi sono i soggetti ed i problemi italianissimi, signor Presidente del Consiglio, non monegaschi né caraibici, di cui continuate a non occuparvi. Questo è il problema, questo è lo scandalo! Ma si sa che il Paese, come in tutti i sistemi dispotici, viene sempre dopo. Persino gli industriali italiani, dopo avervi avvertito di aver perso la fiducia, oggi vi dicono che hanno perso la pazienza. Figuratevi noi! Noi che sentiamo la responsabilità di dare voce a quella parte del Paese che paga più di tutti l’assenza di Governo e che si ostina a resistere alle ripetute iniezioni di anestesia morale.
Il grande poeta portoghese Fernando Pessoa diceva che bisogna toccare il fondo per scoprire le fondamenta.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
Ho finito. Il fondo quest’Italia lo ha toccato, signor Presidente del Consiglio. Le fondamenta su cui ricostruire e da cui ripartire sono lì, sono quelle che per fortuna fanno pensare e dire alla maggioranza degli italiani: meno male che c’è la Costituzione (applausi dei deputati del partito democratico)

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Rosy Bindi

Il debito pubblico è cresciuto: ve l’abbiamo lasciato al 105 per cento, oggi non ha avuto il coraggio di dire che è al 118 per cento. Questi sono i dati.
Con il debito pubblico che aumenta si annuncia un nuovo autunno di cassa integrazione e di disoccupazione, e non abbiamo sentito come intenderete finanziare ancora gli ammortizzatori sociali. Ormai la disoccupazione sta diventando un fatto strutturale, e lo è soprattutto per i giovani e per i giovani del Mezzogiorno: abbiamo bruciato un’intera generazione, e ci prepariamo a bruciarne un’altra.
Il lavoro per donne è quasi impossibile in questo Paese. Oggi sentiamo riparlare di quoziente familiare: sì, ne abbiamo sentito riparlare, ma non ho ancora capito come verrà finanziato, perché non ce l’ha detto, Presidente.
Possiamo discutere sulle forme di vantaggio fiscale alle famiglie. Questa non ci ha mai convinto, ma avremmo voluto sentire il modo con il quale verrà finanziata.
Avete compromesso in questi anni il futuro dei nostri ragazzi: la scuola italiana è stata impoverita ed umiliata, e le università sono al collasso. Per fortuna, oggi ci ha risparmiato il capitolo sulle emergenze, perché sarei stata curiosa di sentire che cosa avrebbe detto dei rifiuti di Napoli e della ricostruzione de L’Aquila (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): l’emblema della politica del fare, che in realtà è diventata la prova della chiacchiera, della propaganda e della scorribanda vergognosa di chi ha praticato la corruzione sopra i disastri delle persone. Avete assecondato le paure e alimentato le divisioni sociali e territoriali.
Non ci si venga a fare il bilancio sull’immigrazione clandestina citando solo gli sbarchi nei porti della Sicilia, non citando quello che sta succedendo in altri porti, non citando quello che succede alle altre frontiere del Paese. E soprattutto non ci si dimentichi mai di dire che cosa ci è costato in termini di credibilità internazionale e che cosa ci è costato e costa in termini di vite umane (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), con tutte quelle persone che muoiono adesso in un’altra parte del Mediterraneo e sicuramente nel deserto ai confini con la Libia. Questa è la situazione.
C’è un bilancio fallimentare, e adesso si viene qui e si propongono cinque punti. Mi chiedo se la Lega si accontenti dell’ennesima definizione del federalismo. Perché mai, Presidente, si è dimenticato di chiedere al Ministro dell’economia e delle finanze i conti per attuare il federalismo fiscale? Ancora una volta abbiamo sentito interloquire con Cattaneo. Certo ci fa piacere. Ricordiamo che noi abbiamo modificato il Titolo V della Costituzione, ma dove sono i conti per attuare un federalismo fiscale che faccia pagare la siringa nello stesso modo in Calabria e in Lombardia ma assicuri i servizi essenziali di assistenza a tutto il popolo italiano? Possiamo credere che quei 100 miliardi del Mezzogiorno, che continuano a ballare di mese in mese, possano andare a realizzare un’infrastrutturazione della quale abbiamo sentito ancora una volta un lungo elenco senza un affidamento vero di capitoli di finanziamento?
Questa è la situazione, signor Presidente, e ci dispiace dover constatare che assistiamo all’ennesima perdita di opportunità. Il suo discorso non può servire al rilancio né del Governo, né della maggioranza, men che meno del Paese, e soprattutto non copre quello spettacolo desolante al quale abbiamo assistito in questi mesi. Voglio ricordare le parole del cardinal Bagnasco: discordie personali, diventate presto pubbliche, sono andate assumendo il contorno di conflitti apparentemente insanabili, diventati a loro volta pretesto per bloccare i pensieri di un’intera nazione, quasi non ci fossero altre preoccupazioni ed altri affanni.
Questa è la situazione: un Paese incapace di uscire dalla sua situazione perché ha un Governo che non lo sa governare, che è fermo sugli affari propri. Penso, signor Presidente, che lei debba prendere atto che la fiducia che gli verrà rinnovata tra qualche ora è una fiducia «finta». Si dimetta (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà), passi la mano ad un Governo di transizione che dia al Paese una nuova legge elettorale, e in primavera si vada a votare perché l’Italia ha bisogno di essere governata da un’alternativa democratica e autenticamente riformista (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

"Università, in mille alla protesta Manifestazione dei ricercatori a Ingegneria, offerta formativa a rischio", di Davide Berti

Erano in mille . E non solo ricercatori. Una manifestazione non di protesta partitica, nessuno schieramento e nessuna bandiera, ma una vera e propria presa di coscienza che così non può funzionare. La bilancia dell’università italiana è ormai totalmente sbilanciata verso l’emergenza e la crisi, ed è difficile pensare, in tempi brevi, ad una soluzione di equilibrio. Ieri, sul palco allestito per l’occasione nel cortile di Ingegneria, si è parlato soprattutto di responsabilità, e i ricercatori si sono presi le loro: «Siamo qui – attacca uno dei portavoce dei ricercatori della facoltà, Francesco Leali – perché vogliamo spiegare che tagliare la ricerca è l’errore più grave che si possa fare». I ricercatori hanno parlato alle centinaia di studenti raccolti nel campus:«La difficile situazione dei conti pubblici rende senza dubbio necessari dei tagli, ma non è scontato che questi avvengano a scapito della ricerca, ossia uno dei fattori trainanti per lo sviluppo del Paese . Ecco perché chiediamo di essere uniti e di comprendere questa nostra presa di posizione, ovvero la non disponibilità alla didattica» . Significa che la quasi totalità dei ricercatori di Ingegneria a Modena e la maggioranza dei colleghi di Economia e Lettere hanno sottoscritto questa protesta che non mette in dubbio la possibilità per i ragazzi di frequentare le lezioni, ma di fatto riduce, anche drasticamente in alcuni corsi di laurea, l’offerta formativa : insegnamenti base, nulla di più. Ingegneria non ha giocato a nascondino, si è schierata apertamente dalla parte dei suoi ricercatori e ieri sul palco c’erano anche diversi professori,molti ordinari, tra cui il preside Giuseppe Cantore che non più tardi di tre giorni fa aveva scritto una lettera al rettore Aldo Tomasi per informarlo dello stato di agitazione : «La facoltà ha fatto presente che l’apporto dei ricercatori alla didattica dei corsi di laurea è stato ed è fondamentale e qualificante per l’offerta formativa per cui, nell’ipotesi di un protrarsi della loro indisponibilità a tenere corsi, sarebbe sicuramente penalizzata la qualità oltre che la quantità degli insegnamenti impartiti, con inevitabile ricadute negative sul territorio e perdita di allievi
che, invece, ad oggi numerosi si iscrivono ai nostri corsi di studio anche da fuori regione» . Una solidarietà vera e propria, ricambiata anche dai tanti studenti presenti. Sul palco anche il rettore Tomasi: «La facoltà sta facendo la sua parte ed è unita
nell’avvertire questa problematica che non è solo di Modena. Il nostro ateneo, però , a differenza delle tante parole che ho sentito in giro per l’Italia, ha già messo in campo un piano virtuoso ma soprattutto concreto, che supera il blocco delle assunzioni:
1’8 per cento dei 330 ricercatori dell’università entro dicembre
diventeranno associati: mi sembra un passo deciso per cercare di contribuire a risolvere questa situazione.
Per quanto riguarda l’offerta formativa valuteremo in questo semestre gli effetti di questa protesta ma già aver dato il via oggi ai corsi mi sembra un segnale positivo di come evolverà la situazione, con disagi ridotti al minimo».
Ieri sono iniziati comunque i corsi ed entro metà della prossima settimana, quando il Ddl Gelmini procederà nel suo iter di approvazione politica, si conoscerà la vera ripercussione di questa scelta su ciò che i ragazzi potranno effettivamente studiare : «Tutto – concludono i ricercatori – per il bene dell’università e per migliorarne il futuro».

La Gazzetta di Modena 28.09.10

Università: Franceschini scrive a Fini: non soffocare il dibattito

Lettera al presidente della Camera da parte del capogruppo del Pd per assicurare il pieno rispetto dei tempi e delle procedure nella discussione al ddl sulla riforma dell’Università. Il presidente dei deputati del Pd Dario Franceschini fa appello al presidente della Camera Gianfranco Fini, “nel suo ruolo di garante del buon andamento dei lavori della Camera,” perché la riforma dell’Università, in esame presso la VII commissione, abbia tempi adeguati e appropriati per la discussione e l’approvazione finale. In una lettera, Franceschini evidenzia che “sebbene il disegno di legge in oggetto (“norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché la delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”) sia stato assegnato alla Commissione competente il 3 agosto u.s., l’esame dello stesso è iniziato solo il 15 settembre e il termine per la presentazione delle proposte emendative è stato fissato in Commissione per il 30 settembre p.v., anticipandone addirittura la scadenza rispetto all’originaria previsione indicata nel 4 ottobre.” “Non sfugge certamente – aggiunge Franceschini – l’esiguità dei tempi assegnati per la discussione e la votazione di un provvedimento che interviene a riformare strutturalmente l’Università italiana incidendo, peraltro, sull’esercizio di alcuni dei fondamentali diritti garantiti dalla Costituzione. Tale esiguità risulta ancora più evidente dal confronto con i tempi assicurati al Senato, circa sette mesi, più precisamente dal mese di dicembre 2009 al mese di luglio 2010.”. Franceschini sottolinea inoltre la “complessità” e la “delicatezza” della riforma dell’Università e chiede pertanto al presidente della Camera, “nel suo ruolo di garante” di assicurare “il pieno rispetto di tutti i tempi e delle procedure previste dal nostro Regolamento, per consentire una completa ed approfondita istruttoria legislativa nella Commissione in sede referente.”

"Contro le donne. Consultori: la controriforma parte dal Lazio" di Giulia Rodano

Il Consiglio regionale del Lazio ha avviato l’iter di discussione della proposta di controriforma della legge istitutiva dei consultori familiari, presentata da Olimpia Tarzia, presidente del Movimento per la vita del Lazio e consigliere regionale della lista Polverini. Se la legge fosse approvata, i consultori familiari nel Lazio scomparirebbero, per essere sostituiti da confuse, non solo private ma confessionali strutture di consulenza alla famiglia, naturalmente solo quella fondata sul matrimonio.
Il patrimonio costruito in trent’anni che ha fatto del consultorio un esempio di lavoro d’équipe per prendere in carico le donne, le coppie, gli adolescenti per tutelarne la salute riproduttiva, renderne consapevoli e libere le scelte verrebbe cancellato. Il lavoro compiuto per promuovere la procreazione responsabile, contribuendo, come dimostrato, a far diminuire il numero degli aborti, verrebbe bruscamente interrotto. La porta aperta libera, gratuita, esente da ticket per tante donne, sole, deboli, oggi per tante immigrate, verrebbe chiusa.
Cosa verrebbe creato al posto dei consultori pubblici, liberi e gratuiti? Basta leggere la presentazione della legge: «Non più strutture deputate a fornire una serie di servizi sanitari e parasanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia ed i valori etici di cui essa è portatrice». Verrebbero create strutture controllate da un comitato di bioetica che dovrebbe verificare il comportamento “etico” degli operatori, solo quelli pubblici naturalmente. Quelli privati, se riconosciuti da questa legge, non potrebbero che essere di per sé coerenti con i valori propugnati dalla legge. Nei nuovi consultori le donne verrebbero costrette a un calvario aggiuntivo, illegittimo, crudele e inutile, per accedere alla interruzione di gravidanza, durante il quale gli operatori dovrebbero ricordare alla donna «il suo dovere morale di collaborare nel tentativo di superare le difficoltà che l’hanno indotta a chiedere l’interruzione volontaria di gravidanza», e indurla a firmare una sorta (del tutto illegale) di consenso informato.
Si tratta di un percorso a ostacoli, una vera e propria “lapidazione psicologica della donna”.
È evidente dunque lo scopo della proposta, iniziare cioè a scardinare il sistema di diritti e dignità costruito nel nostro Paese attraverso tanti anni di battaglie di civiltà. Un rischio che non possiamo permetterci.
Molte associazioni e molti cittadini, non solo donne, si sono già mobilitate, nelle piazze e sulla rete. Si tratta di una battaglia difficile, anche per i numeri espressi nel Consiglio regionale. Abbiamo bisogno di uscire dal silenzio. Per questo chiediamo aiuto a quanti, uomini e donne, possano aiutarci a farlo.

L’Unità 29.09.10

"La macchina della paura", di Roberto Saviano

Ho detto ieri, dialogando con i lettori e gli spettatori di Repubblica Tv, che ormai la politica in Italia è una cosa buia, che non appassiona più nessuno, né chi la fa, né chi la segue. Su questa affermazione mi hanno scritto in tanti, che credo abbiano condiviso con me questo sentimento di impotenza, avvertito talvolta come un impedimento, la denuncia di qualcosa che ostruisce la partecipazione, il normale rapporto che un cittadino deve avere con la vita pubblica del suo Paese. E insieme, c´è un altro sentimento in chi mi scrive: rabbia e ribellione per sentirsi espropriati dalla politica come strumento di impegno e di cambiamento, rifiuto di accettare che questa stagnazione prevalga.
Chi analizza fatti, episodi e metodi della politica italiana, in questo momento, non può che avere una reazione di spavento e pensare: non è per me. Ricatti, timori, intimidazioni. Tutti hanno paura. Anche io ho paura: non ho nulla da nascondere, con la vita ridotta e ipercontrollata cui sono costretto, ma sento questo clima di straordinaria ostilità, e vedo l´interesse a raccoglierlo, eccitarlo, utilizzarlo. Mi guardo intorno e penso: come deve sentirsi un giovane italiano che voglia usare in politica la sua passione civile, il suo talento? La politica di oggi lo incoraggia o lo spaventa?
E qual è il prezzo che tutti paghiamo per questa esclusione e per questa diffidenza? Qual è il costo sociale della paura? Chi fa già parte del sistema politico nel senso più largo del termine, o ha comunque una responsabilità pubblica e sociale, sa che oggi in Italia qualsiasi sua fragilità può essere scandagliata, esibita, denunciata ed enfatizzata. Non importa che non sia un reato, non importa quasi nemmeno che sia vera. Basta che faccia notizia, che abbia un costo, che faccia pagare un prezzo, e che dunque serva come arma di ammonimento preventivo, di minaccia permanente, di regolamento dei conti successivo. Ma la libertà politica, come la libertà di stampa, si fonda sulla possibilità di esprimere le proprie idee senza ritorsioni di tipo personale. Se sai che esprimendo quell´opinione, o scrivendola, tu pagherai con un dossier su qualche vicenda irrilevante penalmente, magari addirittura falsa, ma capace di rovinare la tua vita privata, allora sei condizionato, non sei più libero.
Siamo dunque davanti a un problema di libertà, o meglio di mancanza di libertà. Siamo davanti a uno strano congegno fatto di interessi precisi, di persone, di giornalisti, di mezzi, di strumenti mediatici, che tenta di costruire un vestito mediaticamente diffamatorio; ha i mezzi per farlo, ha l´egemonia culturale per imporlo, ha la cornice politica per utilizzarlo.
Nella società del gossip si viene colpiti uno per volta, e noi siamo spettatori spesso incapaci di decodificare gli interessi costituiti che stanno dietro l´operazione, i mandanti, il movente. Eppure la questione riguarda tutti, perché mentre la macchina infanga una persona denudandola in una sua debolezza e colpendola nel suo isolamento, parla agli altri, sussurrando il messaggio peggiore, antipolitico per eccellenza: siamo tutti uguali, dice questo messaggio, non alzare la testa, non cercare speranze, perché siamo tutti sporchi e tutti abbiamo qualcosa da nascondere. Dunque abbassa lo sguardo, ritraiti, rinuncia.
Come si può spezzare questo meccanismo infernale, pericoloso per la democrazia, e non solo per le singole persone coinvolte? L´antidoto è in noi, in noi lettori, spettatori e cittadini, se preserviamo la nostra autonomia culturale, se recuperiamo la nostra capacità di giudizio. L´antidoto è nel non recepire il pettegolezzo, nel non riproporlo, nel non reiterarlo. Nel capire che ci si sta servendo di noi, dei nostri occhi, delle nostre bocche come megafoni di pensieri che non sono i nostri. Nel non passare, come fanno molti addetti ai lavori, le loro giornate su siti di gossip che mentono a pagamento, che costruiscono con tono scherzoso la delegittimazione, che usano informazioni personali soltanto per metterti in difficoltà. È il metodo dei vecchi regimi comunisti, delle tirannie dei paesi socialisti che volevano far passare i dissidenti per viziosi, ladri, nullafacenti, gentaglia che si opponeva solo per basso interesse. Mai come nell´Italia di oggi si trova realizzato nuovamente, anche se con metodi differenti, quel meccanismo delegittimante.
Dobbiamo capire che siamo davanti a un metodo, che lega Fini a Boffo e a Caldoro nella campagna di screditamento. Dobbiamo ripeterci che in un Paese normale non si comperano deputati a blocchi, giurando intanto fedeltà al responso degli elettori. Dobbiamo sapere che la legge bavaglio non tutela la privacy ma limita la libertà di conoscere e di informare. Dobbiamo sapere che le norme del privilegio, gli scudi dal processo, le leggi ad personam sono i veri polmoni che danno aria a questo governo in affanno, perché altrimenti cade l´impero.
Dobbiamo semplicemente pretendere, come fanno migliaia di cittadini, che la legge sia uguale per tutti, un diritto costituzionale, che è anche un dovere per chi ha le più alte responsabilità. Non dobbiamo farci deviare da falsi scandali ingigantiti ad arte. Ogni essere umano fa errori ed ha debolezze. Ogni politica, ogni scelta ha in se delle contraddizioni. E si può sbagliare sempre. Ma oggi bisogna affermare con forza che se ogni essere umano sbaglia e ha debolezze non tutti gli errori e non tutte le debolezze sono uguali. Una cosa è l´errore, altro è il crimine. Una cosa è la debolezza umana, un´altra il vizio che diviene potere in mano ad estorsori. Comprendendo e smontando la diffamazione che viene costruita su chiunque decida di criticare o opporsi a questo potere, si può resistere, si può persino difendere la libertà, la giustizia, la legalità. Non dichiarandoci migliori, ma semplicemente diversi. Rifiutando l´omologazione al ribasso, per salvare invece le ragioni della politica e le sue speranze: salvarle dal buio in cui oggi affondano, con le nostre paure.

La Repubblica 29.09.10