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"Rupe Tarpea" di Massimo Gramellini

«Prima della didattica viene la genetica», sentenzia un professore del Conservatorio di Milano su Facebook, la piazza di Internet dove si chiacchiera con le dita e spesso si straparla, anzi si strascrive. «Prima della didattica viene la genetica» e quindi ha proprio ragione quell’assessore di Chieri che a scuola vuol separare i bambini disabili dai «normali». Per quanto la soluzione ottimale sia ancora un’altra: «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare», rievoca nostalgico il prof, «perché stiamo decadendo geneticamente e una pseudoscienza senza bussole fa campare persone che non dovrebbero». Guai a dargli del nazista («cosa che non sono») o del razzista («inconcepibile»). Lui è «una persona che ragiona liberamente» e, ragionando ragionando, scrive: «Prima della didattica viene la genetica».

Che peccato. Perché se invece fosse venuta prima la didattica, durante il suo lungo corso di studi il professore avrebbe imparato che dalla Rupe Tarpea i romani non gettavano i disabili, ma i traditori della patria. Era a Sparta che selezionavano la razza abbandonandone i frutti meno ortodossi sul monte Taigete. E poiché la cultura è come le ciliegie e ogni nozione se ne tira dietro un’altra, il prof avrebbe potuto riflettere sul destino singolare degli spartani, che – unici nel mondo greco – non hanno lasciato all’umanità uno scultore, un architetto, un filosofo, un musicista. Non sarà che, a furia di «spuntare» quelli che ritenevano imperfetti, si ritrovarono con una massa di bietoloni allergici al nuovo e al diverso come certi contemporanei?

La Stampa 30.09.10

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Scuola. Pd, Gelmini intervenga su parole deliranti dell’insegnante di Milano

“Il ministro Gelmini intervenga al più presto nei confronti dell’insegnante del Conservatorio di Milano che ha usato parole deliranti contro persone diversamente abili. Quelle dichiarazioni gettano un’ombra pesante sulla capacità educativa del medesimo insegnante”. Lo ha detto Emilia De Biasi, deputata Pd che ha presentato una interrogazione al ministro dell’Istruzione, Gelmini.

“Il signor Johanne Maria Pini – prosegue De Biasi -, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano ha pubblicato su Facebook frasi gravissime contro l’inserimento di persone disabili nella scuola. lo stesso Pini, nel corso del dibattito sulle sue dichiarazioni avrebbe confermato le sue opinioni con affermazioni relative alla eccessiva disomogeneità delle classi e alla funzione attuale della scuola. Il ruolo che ricopre questo insegnante gli impone un’etica pubblica che rispetti i diritti umani e il dettato costituzionale. Si rende sempre più necessario iniziare una campagna formativa nelle scuole di ogni ordine e grado che valorizzi la cultura del rispetto fra le persone”.

"La fiducia avvelenata", di Ezio Mauro

Dopo due mesi di esibizione muscolare virtuale, cacciando i finiani, invocando le elezioni immediate, annunciando l´autosufficienza della maggioranza, alla resa dei conti Silvio Berlusconi ieri ha dovuto prendere atto che non ha i voti senza Fini, che la compravendita dei deputati non è bastata, che le elezioni lo spaventano. Ha chiesto i voti ai suoi nemici mortali, ha evitato ogni polemica, ha dribblato tutte le asperità, volando basso. Pur di galleggiare, tirando a campare come un doroteo, fingendo davanti a se stesso e al Paese che dopo la spaccatura del Pdl tutto sia come prima. E invece tutto è cambiato, tanto che il Premier rimane in sella ma in un paesaggio politico completamente diverso: con Fini che vara il suo nuovo partito e si allea con Lombardo, moltiplicando fino a quattro i gruppi di maggioranza, che volevano essere due – Pdl e Lega -, senza bisogno di spartire con altri. Così, potremmo dire che ieri è nato il Berlusconi-bis, perché a numeri intatti la forza elettorale si è trasformata due anni dopo in debolezza patente della leadership.
Il Presidente del Consiglio non è stato capace di accettare la sfida politica che lo tormenta, e invece di saltare l´asticella alzata davanti al suo cammino dai finiani ha preferito passarci sotto, scegliendo il basso profilo, la dissimulazione, la finzione.
Soprattutto, non ha voluto o non ha potuto portarsi all´altezza della cornice drammatica di una crisi conclamata e irreversibile nella sostanza politica, anche se rattoppata temporaneamente nei numeri. La frattura radicale della destra, di cui vediamo solo i primi effetti, manca ancora di una lettura ufficiale e di un interprete responsabile. Il Paese ne ha diritto. Si possono ingannare i telespettatori del tg1 e del tg5, com´è abitudine, ma non si può ingannare la politica, che da ieri assedia Berlusconi con una maggioranza posticcia e instabile, costruita com´è su alleati-rivali, impastata di ricatti, dossier, intimidazioni e paure.
È la strategia del dominio, la mitologia della sovranità assoluta che vanno in pezzi con la fiducia avvelenata di ieri. Berlusconi ha bisogno del salvacondotto, e dunque dei voti di un avversario che prova ad uccidere politicamente e mediaticamente ogni giorno, e che da parte sua lavora non più nel lungo termine, ma nel medio, per far saltare tutto l´equilibrio berlusconiano del comando, costruito per sedici anni. L´esito di questo conflitto sarà politicamente mortale. Con la fiducia, Fini salda un patto con gli elettori (non più col Premier e con il Pdl), e guadagna tempo per costruire il partito che ha annunciato ieri. Berlusconi può fingere di guardare ai numeri e non alla rottura irrimediabile del suo partito, alla crisi plateale dell´ipotesi di autosufficienza dell´asse tra il Premier e Bossi. Dove lo portano dunque quei numeri? Verso quale approdo politico? Per quale progetto? Con quali alleati?
La realtà è che non si è rotta soltanto la macchina politica del ´94, ma anche la costruzione ideologica che ha interpretato l´Italia – salvo brevi parentesi – per sedici anni. La svolta è dunque enorme, e noi vediamo oggi solo il primo atto. La propaganda compilativa in cui si è rifugiato ieri il Premier non può nascondere la realtà. Diciamolo chiaramente: a luglio, con la cacciata di Fini, è finito il Pdl. Ieri, con questa fiducia malata, è finito addirittura il quadro politico di centrodestra così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: con un signore e padrone assoluto retrocesso a capo di un quadripartito ostile e minaccioso, come all´epoca del peggior Caf, nell´agonia della prima repubblica.

La Repubblica 30.09.10

"Metalmeccanici, contratto derogabile. Ddl lavoro, anticipato il ricorso all´arbitrato. Pd e Cgil: grave strappo", di Roberto Mania

Arrivano le deroghe nel contratto dei metalmeccanici. Federmeccanica, Fim-Cisl e Uilm hanno raggiunto ieri l´accordo che permette alle aziende, d´intesa con i sindacati, di disciplinare specifiche materie in maniera diversa da quanto previsto dal contratto nazionale. «Uno strappo democratico gravissimo», l´ha definito il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, che non ha partecipato al negoziato non avendo sottoscritto il contratto nazionale del 2009 che apre la strada, appunto, alla derogabilità. «Un accordo che favorirà gli investimenti», invece, secondo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Le deroghe potranno essere definite in tutti i settori e non solo in quello dell´auto dal quale è nata questa vicenda. A “imporre” un´accelerazione all´intesa di ieri è stata, infatti, la Fiat di Sergio Marchionne. L´ad del Lingotto ha chiesto certezze in tempi rapidi dopo che il referendum sulla nuova organizzazione del lavoro nello stabilimento di Pomigliano d´Arco non si tradusse in un plebiscito tra i cinquemila lavoratori: i sì arrivarono al 63 per cento, un livello secondo la Fiat da non garantire la piena governabilità della fabbrica dove il gruppo sta investendo 700 milioni di euro. Il nuovo contratto dovrebbe così creare una rete protettiva dalle “incursioni” dei ricorsi giudiziari.
L´accordo sulle deroghe non ha tuttavia chiuso il capitolo delle modifiche al sistema delle relazioni industriali perché la Fiat insiste anche nel chiedere un contratto specifico per il comparto dell´auto. Ieri la Federmeccanica ha rilanciato la questione. Uilm e Fim sono contrari ma il 5 ottobre ci sarà un incontro a Roma tra la Fiat e, questa volta, tutti i sindacati.
Le deroghe, temporanee o sperimentali, saranno possibili o per contenere gli effetti economici e occupazionali di una crisi aziendale; oppure per favorire nuovi investimenti e nuove iniziative industriali. L´accordo – sulla scia di un´intesa identica, anche se mai applicata, tra i chimici – precisa le materie che non possono essere modificate: i minimi tabellari, gli scatti di anzianità, l´elemento perequativo (una voce contrattuale che tutela i lavoratori privi del contratto aziendale), i diritti individuali, infine, derivanti da norme «inderogabili» di legge.
Tassello dopo tassello – con l´opposizione della Cgil – sta prendendo corpo un nuovo modello di relazioni industriali così che sembra già scolorire la cosiddetta “svolta di Genova” quella dello scorso week-end con l´invito di tornare al tavolo rivolto dalla Confindustria a Epifani. Al nuovo modello contribuiscono anche il governo e la maggioranza. Ieri al Senato è passato, in sesta lettura, il controverso disegno di legge sull´arbitrato che in una prima versione tendeva pure ad aggirare le tutele previste dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Anche per questo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non firmò la legge e la rinviò in Parlamento per un nuovo esame.
Il testo approvato a Palazzo Madama modifica, tra l´altro, i tempi entro i quali scegliere se affidarsi all´arbitro (tranne che per i licenziamenti) oppure al magistrato per la risoluzione delle controversie. Tale scelta va fatta entro trenta giorni dall´assunzione. Nella versione licenziata dalla Camera, dove il ddl dovrà tornare, si prevedeva, invece, per effetto di un emendamento del Pd, che si potesse scegliere una volta sorta la controversia tra il lavoratore e il datore di lavoro. Per l´opposizione e per la Cgil continua ad essere una norma «anticostituzionale».
Il disegno di legge contiene tantissime altre cose tra loro eterogenee e per questo criticate da Napolitano. È previsto, per esempio, l´abbassamento di fatto dell´obbligo scolastico da 16 a 15 anni, con l´ultimo anno in cui si può andare a fare l´apprendista anziché frequentare la scuola. I tempi per l´impugnazione dei licenziamenti (pure per quelli invalidi) si accorciano dagli attuali cinque anni a 60 giorni (più i 270 giorni per il deposito dal giudice). Tornano i risarcimenti per le vittime dell´amianto sulle navi di Stato (stanziati 5 milioni di euro l´anno a partire dal 2012) ma si elimina l´eventuale responsabilità penale degli ammiragli.
E poi le norme sui dirigenti del servizio sanitario che potranno lavorare fino a 70 anni di età. Infine viene confermata la delega al governo per la definizione dei lavori usuranti e si allungano i tempi per la riforma degli ammortizzatori sociali: l´esecutivo potrà varare i decreti delegati entro due anni dall´approvazione della relativa delega.

La Repubblica 30.09.10

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Ddl lavoro, dietro front sull’arbitrato

ROMA IL DDL lavoro torna nell’occhio del ciclone, dopo il rinvio alle Camere da parte del presidente della Repubblica. Ieri, infatti, il Senato ha cambiato di nuovo le norme sull’ arbitrato come strada alternativa nelle controversie sul lavoro, che erano state oggetto dei rilievi del Quirinale. Il provvedimento, che contiene norme importanti sui licenziamenti, sui lavori usuranti, sull’ apprendistato e sugli incentivi all’ occupazione, torna in settima lettura a Montecitorio. Nel testo è presente, tra l’altro, una nuova versione della norma sull’arbitrato, a cui si potrà fare ricorso per le controversie di lavoro che dovessero insorgere (e non già insorte): resta escluso il licenziamento. Un provvedimento che non piace all’opposizione e alla Cgil, secondo cui è «sbagliato e incostituzionale». E mentre le polemiche non si placano, il Governo va avanti sullo Statuto dei lavori, il progetto di riforma dello Statuto dei lavoratori nato 40 anni fa, indicato dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, nel solco del percorso avviato da Marco Biagi, il giuslavorista ucciso otto anni fa dalle Br. PROPRIO IERI il ministro ha inviato alle parti sociali una lettera per sollecitare un avviso comune sul nuovo Statuto. Auspicando a nome del Governo «conclusioni efficaci in tempi brevi». Lo ha fatto in vista dell’incontro tra le organizzazioni sindacali e datoriali, proposto da Confindustria, che si terrà il 4 ottobre. Un negoziato che, secondo Sacconi, «costituisce un esercizio straordinariamente importante per il futuro del Paese». Sullo Statuto dei lavori il Governo presenterà poi un disegno di legge delega. Sacconi chiede un’accelerazione anche del confronto sulla partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa, oltre a indicare i temi della formazione, del collocamento, della modulazione degli orari di lavoro, della lotta al sommerso. E, in tema più strettamente sindacale, mette un punto sulla legge sulla rappresentanza, chiesta dalla Cgil: «Finchè sarò ministro non si farà mai», assicura senza mezzi termini.

Il Resto del Carlino 30.09.10

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Dal Senato via libera alla riforma del lavoro

È l’unica legge rinviata al Parlamento da Giorgio Napolitano, e tra poco – una volta arrivato il via libera finale della Camera al nuovo testo sfornato dal Senato ieri, senza ulteriori modifiche – diventerà operativa. Parliamo del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, a suo tempo approvato dal Parlamento e stoppato dal Capo dello Stato con una serie di osservazioni sulla costituzionalità del ricorso automatico e obbligatorio allo strumento dell’arbitrato per risolvere – in alternativa alla magistratura del lavoro – le controversie. Per la maggioranza, che ha varato il nuovo testo, la norma risponde pienamente ai rilievi del Quirinale; per l’opposizione e per la Cgil, invece, il Parlamento non ha affatto risposto alle obiezioni del Colle.
La riforma cambia moltissimi aspetti fondamentali delle regole sui rapporti tra dipendenti e datori di lavoro. Nel senso della liberalizzazione e della semplificazione, secondo governo e maggioranza, nel senso della deregolamentazione e della riduzione degli strumenti di tutela dei lavoratori secondo opposizione e Cgil. Il testo era stato rinviato alle Camere nel marzo scorso dal presidente della Repubblica poiché, aveva sostanzialmente spiegato Giorgio Napolitano, la riforma del mondo del lavoro va fatta ma con «precise garanzie» ed equilibrio, in particolare nei confronti del contraente più debole e a cominciare proprio dalla questione dell’arbitrato.
Vediamo in sintesi i contenuti del provvedimento, con le ultime modifiche introdotte dal Senato. La novità principale – e più contestata – riguarda l’arbitrato per le controversie di lavoro, ovvero la possibilità di ricorrere a un arbitro anziché al giudice. L’arbitrato diventa la via principale, con l’eccezione dei casi di licenziamento. In pratica, finito il periodo di prova (oppure 30 giorni dopo la stipula del contratto) il lavoratore potrà (o meglio dovrà, di fatto) concordare preventivamente con il datore di lavoro il ricorso all’arbitrato per le future controversie (licenziamenti esclusi, che restano affidati al magistrato). L’arbitro giudicherà entro tre mesi «per equità» e non «per legge», dunque probabilmente con più chances a favore del datore di lavoro. Contro il lodo arbitrale si potrà ricorrere al tribunale, che decide in unico grado. Un datore di lavoro che viola la norma sulla trasformazione del contratto da tempo indeterminato a tempo determinato, se la caverà con una indennità monetaria tra 2,5 a 12 mensilità. Sarà meno facile poi impugnare i licenziamenti, anche quelli invalidi, cioè in violazione della legge o senza motivazione: oggi ci sono cinque anni, diventano solo 60 giorni più 270 per il deposito dal giudice. Sarà possibile assolvere l’ultimo anno di obbligo di istruzione (cioè dai 15 anni di età) attraverso un contratto di apprendistato in un’azienda. La legge prevede poi una delega al governo per regolamentare la materia dei lavori usuranti, e si allungano di altri due anni i tempi a disposizione dell’Esecutivo per le (eterne incompiute) riforme degli ammortizzatori sociali, dei servizi per l`impiego, degli incentivi .
Per la Cisl il ddl «non è perfetto», ma il giudizio è sostanzialmente positivo. Per Giuliano Cazzola, deputato Pdl, si è tenuto conto delle considerazioni di Napolitano, ed «è inspiegabile l’atteggiamento ostile delle opposizioni» sull’introduzione «di forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro che salvaguardano pienamente la libera scelta del lavoratore». La pensa diversamente il leader della Cgil Guglielmo Epifani, secondo cui «la maggioranza e il governo stanno procedendo su una strada non buona. Non si è voluto sentire il Capo dello Stato. L’arbitrato torna ad essere molto vincolante e poi è molto grave l’abbassamento dell’età dell’obbligo, che non c’è in nessuna parte dell’Europa». «Scelte gravi – dice Cesare Damiano, del Pd – continueremo alla Camera la battaglia contro le regole che diminuiscono le tutele del lavoro».

La Stampa 30.09.10

"Tornano i cattivi maestri", di Luigi La Spina

Peccato. Sembrava che, dopo tanti anni, la parola, anche in Italia, si fossa liberata dalla prigione ideologica e linguistica che l’aveva costretta. Che si potesse ricostruire un periodo storico o analizzare un problema d’attualità senza i meccanici collegamenti mentali del pregiudizio e della semplificazione.

Che il cambio delle generazioni riuscisse a spazzar via, da una parte, il livore accusatorio di una memoria ferita e, dall’altra, l’ossessione giustificazionista di una memoria che ancora rimorde. Invece, colpisce ritrovare nelle parole, ancora di oggi, i vecchi stilemi che una volta potevano fare molta paura e che, ora, e speriamo di non illuderci, sembrano soprattutto suonare stonati e suscitare un moto di noia, ma anche un po’ di tristezza.

Ci riferiamo a piccoli e non tanto piccoli segni che sono ritornati a comparire sui nostri giornali, sulle tv dei serali tornei verbali, nelle giungle anarchiche degli sfoghi adolescenziali su Internet. Gli esempi sono numerosi e frequenti, ma partiamo solo dall’ultimo in ordine di tempo, forse il meno importante, il meno colpevole e, persino, il più trascurabile. Ma, proprio per questo, significativo della persistenza, nella medietà di certa comunicazione giovanile, di tic mentali di cui speravamo esserci definitivamente liberati. Si tratta dell’intervista, sulla «Stampa» di ieri, a Rubina Affronte, la ragazza che ha lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni, durante la festa nazionale del Pd, a Torino. La giovane, che ha solo 24 anni, giustifica la negazione del diritto di parola nei confronti del sindacalista segretario della Cisl con queste motivazioni: «Era importante non farlo parlare. Non era impedire di parlare a una persona. Ma a chi, con quelle parole, mette in pericolo i diritti fondamentali di milioni di lavoratori».

Fa soprattutto un po’ di tristezza, lo ripetiamo, ritrovare su quella bocca, sulla bocca di una ragazza di 24 anni, la sintesi, magari confusa e certamente ingenua, dei tre fondamentali e perversi schemi mentali che, in anni speriamo lontani, provocarono tanti lutti e tante sciagure nel nostro Paese. Il primo riguarda la trasformazione di una persona in un simbolo; di un uomo, spogliato dalla sua concretezza fisica ed elevato a un tale livello di astrazione che lo priva della sua identità, per ridurla alla generica categoria di un nemico senza volto. Così, questa mutazione impedisce di avversare le sue idee con altre idee, come si fa nella vita reale, e induce alla contraddizione di violare un diritto concreto, quello della parola o della stessa vita di una persona, in nome di un diritto astratto che si presume conculcato a una generalità di altre persone. Con la possibilità di negare la responsabilità del gesto, perché sublimato nel cielo dell’incolpevole irrealtà.

Proprio qui scatta la seconda trappola di quel vecchio schema mentale: quella di pretendere, con arrogante autodafé, di rappresentare una intera categoria sociale senza averne avuto alcun mandato, né alcun motivo per presupporne il diritto. Si tratta di un vero esproprio, per nulla autorizzato, della volontà altrui, di cui, invece, ci si fa vanto di intuirne la necessità, persino quella che non si manifesta nella coscienza della categoria di cui si presume di anticiparne i desideri. C’è, infine, il terzo peccato mortale di quella antica e perversa logica: il semplicismo di chi collega fatti singoli, separati nello spazio e nel tempo, distinti nella concretezza della situazione storica, in una generica e comoda macchinazione unitaria, sapientemente eterodiretta da menti perverse, onniscenti e onnipotenti. L’esagerazione della potenza avversaria, singola eccezione in quella babele di volontà disperse, contraddittorie e multiformi che si agitano sul palcoscenico del nostro mondo globalizzato, serve a esaltare, in una patetica regressione infantile, la virtù salvifica di un solo gesto, quello del piccolo Davide, capace di vincere il gigante Golia.

Al di là del modesto esempio citato, queste catene linguistiche che non riusciamo a spezzare definitivamente imprigionano ancora le menti di molti giovani e meno giovani che si vorrebbero pensare ormai libere di giudicare le persone, nella loro responsabilità individuale e concreta e i fatti, nella loro specificità. Menti capaci di distinguere la realtà dei nostri giorni da quella degli Anni 70 e 80. Una distinzione quanto mai necessaria, proprio perché la memoria di quegli anni fa ancora male.

La Stampa 30.09.10

"Apprendistato a 15 anni, ci siamo", di A.G.

L’apprendistato a 15 anni, in sostituzione dell’ultimo anno di obbligo scolastico, è ad un passo dal diventare legge dello Stato. Dopo un lungo e sofferto iter parlamentare – basti pensare che il via libera si aspettava già a marzo, il 29 settembre la norma è stata approvata al Senato, all’interno del ddl lavoro. Il provvedimento, lievitato da un pugno di articoli agli attuali 50, ha compiuto a Palazzo Madama un ennesimo faticoso giro di boa, dopo quattro letture tra Camera e Senato, il rinvio al Parlamento da parte del Capo dello Stato, e altri due passaggi, prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama. Per l’ok definitivo serve ora il via libera da parte della Camera.
Se invece l’approvazione dovesse giungere, ancora una volta i primi a saggiare la nuova norma scolastica dovrebbero essere gli studenti della Lombardia. Appena due giorni fa Regione, Miur e ministero del Lavoro hanno firmato un accordo che completa l’applicazione del contratto di apprendistato in tutte le forme previste dalla “Legge Biagi”, estendendo a 400 ore l’attività formativa dalle 240 ore previste dalla legge Treu. Anche se ufficialmente l’accordo – raggiunto alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, insieme all’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro, Gianni Rossoni, con i ministri Mariastella Gelmini e Maurizio Sacconi – è indirizzato a ragazzi di 16 anni, “per il conseguimento di una qualifica professionale attraverso un contratto di apprendistato”, i sindacati temono che possa presto essere esteso anche ai 15enni, tanto che Fulvia Colombini, della segreteria della Cgil lombarda, ha chiesto garanzie sul fatto che “i contratti di apprendistato possano essere stipulati solo dopo l’assolvimento dell’obbligo scolastico”.
Ma non solo: “Abbiamo chiesto – ha continuato la sindacalista – di scrivere nell’accordo che per la formazione, prevista in 400 ore annue, fosse specificato che si compone di una parte in aula, presso istituti statali, parificati o Centri di Formazione Professionale (per l’acquisizione di competenze teoriche) e una parte in azienda. Il testo non precisa nulla da cui si deduce che è possibile che la formazione venga effettuata tutta in azienda”. Preoccupazione è stata espressa anche dalla Rete degli studenti: “l’accordo sull’apprendistato tra Gelmini, Sacconi e Formigoni – ha detto la portavoce Sofia Sabatino – non è altro che un ulteriore tassello del disegno di distruzione e privatizzazione della scuola pubblica”. In una situazione di crisi, come quella che si sta vivendo, sarebbe stato “fondamentale investire nell’istruzione” elevando “l’obbligo scolastico a 18 anni, investendo – continua Sabatino – risorse e aumentando l’autonomia scolastica per favorire il legame con il territorio in modo da portare l’Italia in linea con gli altri paesi europei dove l’obbligo alla maggiore età è presente già da decenni e non promuovere una formazione di 400 ore che può essere assolta anche in azienda”.

Tecnica della scuola 30.09.10

"L'unità nazionale è la mia stella polare", di Giorgio Napolitano

Un brano dell’intervento di ieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’École Normale Supérieure di Parigi.
Nell’Assemblea Costituente del 1946-47, si discusse ampiamente sul come caratterizzare la figura del Presidente della Repubblica; se ne discusse prendendo in considerazione, con apertura e ricchezza di riferimenti e argomenti, diverse ipotesi e possibilità di scelta, non esclusa l’opzione presidenzialista.
La conclusione di quel dibattito fu nettamente favorevole a un Capo dello Stato eletto dal Parlamento e non direttamente dai cittadini, titolare di rilevanti prerogative e attribuzioni ma non di poteri di governo, chiamato a intrattenere col Paese un rapporto non condizionato da appartenenze politiche e logiche di parte. La Costituzione pone in cima all’articolo che sancisce caratteri e compiti del Presidente della Repubblica, l’espressione-chiave: «rappresenta l’unità nazionale». Egli la rappresenta e la garantisce svolgendo un ruolo di equilibrio, esercitando con imparzialità le sue prerogative, senza subirne incrinature ma rispettandone i limiti, e ricorrendo ai mezzi della moral suasion e del richiamo a valori ideali e culturali costitutivi dell’identità e della storia nazionale.

E chiudo qui questa digressione, della cui lunghezza e apparente estraneità al nostro incontro di oggi spero vorrete scusarmi. Ma se il rappresentare l’unità nazionale è la stella polare del ruolo che mi è stato affidato dal Parlamento, è lì anche – questo volevo sottolineare – la ragione prima del mio impegno per le celebrazioni del 150° anniversario dello Stato italiano. A maggior ragione in un periodo nel quale sul tema dell’unità nazionale pesano sia il persistere e l’acuirsi di problemi reali rimasti irrisolti, sia il circolare di giudizi sommari (in taluni casi, fino alla volgarità) sul processo che condusse alla nascita del nostro Stato unitario e anche sul lungo percorso successivo, vissuto dall’Italia da quel momento, da quel lontano 1861 a oggi. Siamo in presenza di tensioni politiche, di posizioni e manovre di parte, di debolezze e confusioni culturali, di umori ostili, che ruotano attorno alla questione dell’unità nazionale e che le istituzioni repubblicane debbono affrontare cogliendo un’occasione come quella del 150° anniversario del 17 marzo 1861.

Coglierla attraverso un’opera di ampia chiarificazione, riproponendo e arricchendo le acquisizioni della cultura storica, e collegandovi una riflessione matura sulle tappe essenziali della successiva nostra vicenda nazionale. Dovrebbe trattarsi – come ho avuto occasione di dire – di un autentico esame di coscienza collettivo, che unisca gli italiani nel celebrare il momento fondativo del loro Stato nazionale. Riuscirvi non sarà facile, l’inizio è risultato difficile, ma cominciamo a registrare una crescita di interesse e di impegno, una moltiplicazione di iniziative anche spontanee.

Non ho voluto tacervi il quadro delle preoccupazioni che mi muovono. Ma debbo aggiungere che esse non nascono da timori di effettiva rottura dell’unità nazionale. Polemiche e contese sui rapporti tra il Nord e il Sud, per quanto si esprimano talvolta in termini e in toni estremi, e rumorose grida di secessione, trovano il loro limite obiettivo nel fatto che prospettive separatiste o indipendentiste sono – e tali appaiono anche a ogni italiano riflessivo e ragionevole – storicamente insostenibili e obiettivamente inimmaginabili nell’Europa e nel mondo d’oggi.

Quel che preoccupa è dunque altro: è il possibile oscurarsi della consapevolezza diffusa di un patrimonio storico comune, il tendenziale scadimento culturale del dibattito e della comunicazione. Quel che preoccupa è il seminare motivi di sterile conflittualità e di complessivo disorientamento in un Paese che ha invece bisogno di confermare e rafforzare la fiducia in se stesso e di veder crescere tra gli italiani il sentimento dell’unità: nell’interesse dell’Italia e – lasciate che aggiunga – nell’interesse dell’Europa. […]

Rispetto a tendenze che circolano in Italia, come quelle che ho evocato, e anche tenendo conto del loro sorprendente provincialismo, è particolarmente importante un contributo quale il vostro, di riflessione sul respiro europeo del movimento per l’unità italiana e dei suoi maggiori protagonisti, e sul quadro delle vicende europee in cui quel movimento si collocò. Come si può ignorare l’impronta ginevrina e parigina, e anche londinese, della formazione – diciamo pure tout court europea – di Cavour? O l’influenza della storia e del pensiero francese sul maturare del bagaglio culturale e del disegno politico di Giuseppe Mazzini, per non parlare del suo radicamento nell’Inghilterra di quel tempo? Il flusso dei grandi messaggi ideali provenienti dalla Francia dell’epoca rivoluzionaria e del periodo napoleonico fu retroterra essenziale del Risorgimento.

Cavour vide più lucidamente di chiunque il quadro internazionale – con i condizionamenti oggettivi che ne derivavano – in cui collocare la strategia del piccolo e ambizioso Regno di Sardegna e la questione italiana. Erano in giuoco in Europa – allora teatro privilegiato e decisivo della politica mondiale – gli equilibri usciti dalla prima e dalla seconda Restaurazione, i moti per le libertà costituzionali contro il dispotismo, gli equilibri sociali sotto il premere di nuovi conflitti, l’affermazione del principio di nazionalità e le lotte per l’indipendenza contro il dominio imperiale austriaco. Il sapersi muovere con audacia e duttilità, e con i necessari adattamenti, in questo contesto fu per Cavour fattore determinante di superiorità ai fini della guida del movimento nazionale italiano, e fattore non meno determinante per il successo ultimo della sua strategia al servizio della causa dell’Unità italiana.

L’asse della politica europea di Cavour fu l’alleanza con la Francia di Napoleone III, senza peraltro trascurare l’importanza, in momenti significativi, del rapporto con l’opinione pubblica, ambienti politici e governanti della liberale Inghilterra. E sappiamo anche come fu non lineare, e quali tormenti suscitò in Cavour, la ricerca dell’intesa con l’imperatore francese – basti pensare a quei drammatici giorni dell’aprile 1859 quando Cavour vide il suo disegno sul punto di crollare e visse momenti di estremo sconforto. Poi gli eventi presero il corso da lui voluto della II Guerra d’indipendenza. E le battaglie di Solferino e San Martino cementarono nel sangue un’alleanza che cento anni più tardi, nel 1959, il Presidente francese eletto l’anno precedente, il generale De Gaulle, volle, venendo in Italia per quelle celebrazioni, indicare come il «trovarsi insieme dei campioni di un principio grande come la terra, quello del diritto di un popolo a disporre di se stesso quando ne abbia la volontà e la capacità».

Infine, vorrei ribadire come l’altro fattore decisivo dell’affermarsi della funzione egemone di Cavour in Italia e del progredire della causa italiana, fu – come ha scritto Rosario Romeo – che «Cavour stette indubbiamente dalla parte del realismo e della moderazione, ma ebbe l’intuizione di ciò che valessero le forze e i motivi ideali nella costruzione dell’edificio italiano». E mi permetto di aggiungere, reagendo a una certa moda attuale di esaltare, rispetto a Cavour, altre personalità del Risorgimento e del movimento per l’Unità, che la grandezza del moto unitario in Italia sta precisamente nella ricchezza e molteplicità delle sue ispirazioni e delle sue componenti; la grandezza di Cavour sta nell’aver saputo governare quella dialettica di posizioni e di spinte divergenti, nell’aver saputo padroneggiare quel processo fino a condurlo allo sbocco essenziale della conquista dell’indipendenza e dell’unità nazionale.

Quando, logorato da anni di dure fatiche e di «dolori morali», scrisse, «d’impareggiabile amarezza», cessò di vivere il 6 giugno 1861, Cavour poté senza dubbio lasciare come suo estremo messaggio quello che «l’Italia era fatta». Ma nel grande discorso per Roma capitale tenuto in Parlamento il 25 marzo, otto giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, egli aveva affermato: «L’Italia ha ancor molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per isciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita, per abbattere tutti gli ostacoli che antiche istituzioni, tradizioni secolari oppongono a questa grande impresa». Tra quei «gravi problemi» era destinato a risultare come il più complesso, aspro e di lunga durata il problema del Mezzogiorno, dell’unificazione reale, in termini economici, sociali e civili, e dei suoi possibili modi, tra Nord e Sud. Possiamo dire oggi che quella resta la più grave incompiutezza del processo unitario.

La Stampa 30.09.10

Dichiarazioni di voto di Pierluigi Bersani sulla fiducia al governo Berlusconi

Signor Presidente del Consiglio, è le seconda volta in ventotto mesi che lei interviene alla Camera. La prima volta fu per l’insediamento, e concluse allora il suo discorso con uno squillante «viva il Parlamento». Da allora, qui, non l’abbiamo più sentita, ci ha mandato 36 voti di fiducia e 54 decreti. Abbiamo vissuto in questi due anni l’epoca gloriosa del ghe pensi mi, con risultati che sono sotto gli occhi.
Lei, allora, fece una promessa fondamentale in quel discorso, anche se – come ha ricordato – aveva chiaro che avevamo la crisi davanti. La promessa era: crescita. Pronunciò una ventina di volte la parola crescita. Vorrei informare che noi abbiamo avuto il calo più grande nella storia del dopoguerra, nella crisi, quasi doppio rispetto agli altri principali Paesi europei.

SILVIO BERLUSCONI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ma non è vero!

PIER LUIGI BERSANI. Il fatto nuovo che vorrei farle considerare è che ci stiamo staccando – per la prima volta nella nostra storia recente – dal gruppo di testa dei Paesi europei.
Come si fa a prendere sul serio quello che è venuto a raccontarci oggi? Mi lasci dire, un discorso molto debole, pieno di promesse risapute, e non c’era un fatto nuovo del suo discorso. Promesse che non arrivano mai, promesse che marciano sulla Salerno-Reggio Calabria; ricordo che nel 2001 ci sarebbero voluti tre mesi per farla partire, poi ci disse che sarebbe partita nel 2006, impariamo adesso che parte nel 2013: ci tenga aggiornati!
Altre promesse: abbassiamo le tasse, il federalismo risolverà tutto, facciamo un bel piano per il sud – con tanto di banca – qualche minaccia alla magistratura e qualche risaputa rivendicazione di un ruolo internazionale. Chieda il Nobel per la pace! Credo che siamo a un passo da questa richiesta (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Al di là delle battute, qual è il punto di fondo? Il punto di fondo è che nelle sue parole non c’è comprensione della situazione di questo Paese. Non c’è l’Italia, quella vera. Gli italiani sono arrabbiati, sono scontenti, c’è sbandamento, incertezza, e tanti vivono un vero dramma. Attenzione, le tensioni sociali si acuiscono, e abbiamo un Governo che spesso accende i fuochi, invece di spegnerli. Il punto che sta sotto a tutto questo, signor Presidente, ve lo diciamo da due anni: non c’è abbastanza lavoro in questo Paese. Ci vuole più lavoro in questo Paese.

L’economia è troppo bassa in questo Paese. Come dobbiamo dirvelo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? Non terrete a posto i conti con un’economia così bassa, come dobbiamo dirvelo?
I redditi e i risparmi si stanno assottigliando, non c’è dubbio. Il sud si allontana. Adesso andate a fare promesse, dopo che l’avete massacrato, e devo sentire qui che rimettono il credito d’imposta, che verrà adottato il prestito d’onore. Questo già c’era, ma l’avete tolto! Suvvia, orsù. Perché venite a dirci queste cose (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)?
Ascoltate le piccole imprese. Queste vi diranno che c’è meno lavoro, meno credito, molte chiacchiere e più burocrazia di prima. Questo è quanto vi diranno le piccole imprese.
Lasciamo stare gli altri discorsi. Avete, invece, nozione di come è messa, in queste settimane, la scuola italiana? Di come sono messe le università, in concreto? Avete nozione della situazione dei ricercatori e degli insegnanti? Ne avete nozione in concreto? Sapete quanti servizi salteranno dal prossimo gennaio per il drammatico taglio che avete imposto agli enti locali? Sapete che i costi delle mense sono già raddoppiati? Questo lo sapete o non lo sapete (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)?
Poi parlate di sicurezza. Sapete cosa stanno pensando gli operatori della sicurezza, quelli che vanno a fare le operazioni di cui poi voi vi vantate? Cosa stanno pensando? Dite di andare a prendere risorse dal Fondo per i sequestri ma questo vale il 10 per cento di quello che gli avete tagliato.
Signor Presidente del Consiglio, non raccontiamoci più delle cose simili ma guardiamo in faccia questo problema. Vi è un Paese reale, in carne e ossa, che non vuole più chiacchiere ma vuole qualcosa di concreto.
Allora, vogliamo varare una riforma fiscale? Noi abbiamo una proposta, vi va bene? Abbiamo una proposta per scaricare il peso fiscale dal lavoro, dalle imprese e dalle famiglie e per caricarlo su evasione e rendite. E poi basta con i condoni (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Vogliamo discuterne?
Vogliamo discutere di politica industriale, di politica per le tecnologie e la banda larga, di politiche per l’efficienza energetica, di politiche per un’edilizia in grado di far risparmiare energia? Abbiamo proposte e sono proposte che possono dare un po’ di lavoro. Vogliamo discutere del fatto di alleggerire un pochino gli enti locali consentendo loro di avere un po’ di cantieri e di lavoro e di reggere i servizi fondamentali?
Ci dite di non venire a parlare dei soldi. Non potete permettervi di venirci a dire qualcosa sulla questione dei conti pubblici perché li avete solo fatti «sballare», dal 1994 ad oggi, mentre noi li abbiamo sempre e solo corretti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). È offensivo che veniate a dirci questa cosa. È offensivo! Vi spieghiamo noi dove prendere i soldi, ve lo diciamo noi.

AMEDEO LABOCCETTA. Portaci Visco qui!

PIER LUIGI BERSANI. Si è detto «Governo del fare». Ma del fare che cosa? Abbia pazienza, signor Presidente del Consiglio, ma sono 10 anni che governate con la Lega, 7 anni negli ultimi 9. Insomma, volete farci il riassunto? E non in cinque punti di ribollita. Tre, due o un punto. Su cosa è migliorata l’Italia: ditemi almeno un punto. Il fisco? La burocrazia? Il lavoro? In cosa è migliorato questo Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)? Andiamo al riassunto, andiamo al riassunto.
Se poi non succede mai niente di concreto non potrà sempre essere colpa del nemico. Una volta l’opposizione, poi i magistrati, i comunisti, i rom, la Corte costituzionale. Ma quanti anni volete governare perché sia colpa vostra? Volete governare per 80 anni? Quanto volete governare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)?
Il Paese ha bisogno di fatti veri e non di propagande di miracoli. Mi spieghi il misterioso motivo per cui lei, signor Presidente del Consiglio, non va a Napoli o non lo cita neanche. Io ci vado domani. Vogliamo andare insieme a vedere dove è il miracolo dei rifiuti? Vogliamo andare insieme a L’Aquila per vedere a che punto si trova il programma di ricostruzione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)? Adesso ci stiamo andando noi. Venga anche lei a farsi un giro.

L’onorevole Barbareschi, nel suo intervento bello e onesto, si chiedeva qual è il punto della vostra crisi politica. È la distanza tra le parole e i fatti. Questo è il punto. Signor Presidente, lei arrivò con un sogno, lanciò un sogno. Poi il sogno è diventato una favola, ma la favola si è dispersa in mille bolle di sapone, se lo lasci dire.
È questa la percezione che ha il Paese.
E, allora, lei fa dire ai suoi telegiornali che è l’uomo del fare e non del teatrino della politica. Guardi, lei è l’impresario di questo teatrino qui (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)!
La politica da quindici anni sta facendo il girotondo attorno a lei, alle sue questioni, e se lei, come si è visto questa estate, indica con il dito un malcapitato, quello lì va alla gogna per colpe che a lei sarebbero (e sono) mille e diecimila volte perdonate; questo non è accettabile (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
I deputati vanno e vengono, lo ribadisco, perché c’è un limite a tutto. I deputati vanno e vengono; noi viviamo ormai nei paradisi fiscali della politica, le carriere sono al portatore, le leggi sono al portatore (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Cara Lega, lasciamo stare, quando vi siete stancati di osannare i vostri Ministri, volete spiegarmi per quale diavolo di motivo avete votato tutte le leggi che hanno favorito la cricca (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia)? Se le è fatte lei, la cricca, queste leggi! Me lo dite perché? Avanti, noi non ci arrendiamo.
Voi oggi mettete una fiducia per debolezza; per debolezza la mettete, perché nessuno vuole in mano il cerino..

PRESIDENTE. La prego di concludere.

PIER LUIGI BERSANI. Ho finito, signor Presidente. Nessuno vuole in mano il cerino acceso della crisi, questa è la fiducia del cerino, parliamoci chiaro. Questa qui è la fiducia del cerino. Non potrete promettere più stabilità e più governabilità a un Governo che non sia peggio del peggio che abbiamo visto fin qui, non è possibile.
Ci vuole un passaggio che ci porti a un nuovo confronto elettorale, con regole elettorali più civili e con progetti nuovi. Lo sentiamo anche noi, intendiamoci; anche noi abbiamo alle spalle qualche errore; anche noi dobbiamo caricarci di un progetto nuovo per il Paese, ma voi non potete traccheggiare, il Paese non può aspettare.
E non veniteci a dire che abbiamo paura delle elezioni: ve le siete rimesse in tasca voi le elezioni, non noi, attenzione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Noi abbiamo da presentare un progetto al Paese. Oggi qui non si apre una pagina nuova; qui si comincia a chiudere una pagina vecchia. La pagina nuova la apriamo noi, noi la apriamo (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Applausi di deputati del gruppo Unione di Centro – Congratulazioni)!

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