Latest Posts

I ricercatori universitari contro la riforma Gelmini: «O cambia o proseguiremo la protesta», di Claudio Tucci

I ricercatori universitari chiedono alla Camera di modificare il Ddl Gelmini e annunciano battaglia: «se non avremo risposte positive, continueremo a dichiararci indisponibili alla didattica, l’unico strumento di protesta che abbiamo», hanno sottolineato ieri in audizione alla commissione Cultura di Montecitorio, dove è alle battute conclusive l’esame della riforma degli atenei. Il Governo per ora prende appunti e attraverso la relatrice al Ddl, Paola Frassinetti (Pdl) risponde che la via maestra per sbloccare la situazione dei ricercatori, che a causa della riforma rischiano di rimanere incastrati in questo ruolo a vita, passi attraverso i concorsi, che però in molti atenei sono bloccati per via della carenza dei fondi.

Ma non è escluso, ha aggiunto Frassinetti, che presenterò emendamenti al provvedimento, concordati con il ministro Gelmini”, probabilmente direttamente in aula, dove il testo dovrebbe approdare il 4 o il 5 ottobre. Del resto, ha aggiunto, la discussione sul provvedimento è stata «ampia e approfondita e ha visto prender parte agli interventi anche diversi deputati di altre commissioni». Saranno emendamenti «poco significativi», hanno commentato i rappresentati della Rete 29 aprile, Guido Mula e Alessandro Ferretti e «diciamo “no” pure ai concorsi contentino», che non risolveranno il problema delle università, ma serviranno solamente, rincarano la dose, «a mettere a tacere un dissenso che coinvolge più di 40 atenei e circa 10mila ricercatori che si sono rifiutati di fare didattica».

«La riforma Gelmini è una legge importante», ha evidenziato il coordinatore del Cnru, Marco Merafina, ma ci deve essere «un segnale di apertura alle nostre istanze, che non sono solo i concorsi». Per sistemare 15-16mila ricercatori, la platea che secondo il Cnru ha i requisiti per passsare in seconda fascia, evidenzia Merafina, «ci vorrebbe almeno un miliardo”. La nostra proposta è più conveniente: attribuire l’abilitazione ad associato solo ai più bravi e che «hanno fatto didattica certificata dalle facoltà per almeno sei anni e che mostrano di essere attivi nella ricerca superando i requisiti minimi scientifici già definiti dal Cun». Anche l’Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca, in un documento presentato alla commissione parlamentare, ha avanzato alcune proposte di emendamento, come «l’introduzione di una rappresentanza dei dottorandi negli organi di vertice dell’Ateneo» e «la valorizzazione del titolo di dottore di ricerca».

L’associazione 20 maggio critica aspramente, invece, «la precarizzazione della figura del ricercatore» prevista dal Ddl: «i nuovi contratti a tempo determinato – spiegano dall’associazione- non ha nulla a che vedere con la tenure track dei paesi anglosassoni, casomai dovrebbe essere chiamata tenure trash. Si produrrà un più numeroso e incerto precariato». Preoccupazione condivisa, questa, anche dall’Air, l’associazione della ricerca, che chiede piani di assunzioni certi «che indichino in prospettiva i numeri di quanti dovranno essere gli ordinari, gli associati e i ricercatori».

Il Sole 24 Ore 29.09.10

"Il Pd prepara l’intesa anti-Bossi", di Rudy Francesco Calvo

La linea d’attacco del partito di Bersani. La scelta del governo di porre la fiducia sulle dichiarazioni che Berlusconi renderà oggi alla camera sottrae qualsiasi margine di manovra ai dissidenti della maggioranza, che non potranno presentare propri documenti, ma anche all’opposizione, che su quei documenti poteva ipotizzare una forma di convergenza, magari sotto forma di un’astensione.
All’interno del Partito democratico, infatti, sono ormai tutti convinti della necessità di sostenere in qualche modo lo sganciamento dei finiani dalla maggioranza, aiutando al contempo il nascituro Terzo polo a prendere forma. Il modello è quello della Sicilia dove, nonostante i mal di pancia trasversali agli schieramenti interni, il Pd ha scelto praticamente all’unanimità di sostenere il governo Lombardo con Fli, Udc, Mpa e Api. «Noi ripetiamo che la maggioranza berlusconiana è in crisi – spiega Paolo Gentiloni, uno dei promotori del documento dei 75 – il nostro compito deve essere quello di accelerarne l’esito ».
Uno dei modi possibili poteva essere quello di astenersi su un eventuale documento promosso dai “terzisti” all’interno della seduta di oggi alla camera. Un’ipotesi che sembrava lontana dal realizzarsi e che l’apposizione della fiducia rende impossibile. Ma il fatto stesso che l’idea sia circolata con insistenza all’interno del gruppo dem è indice della strategia del partito. Il Terzo polo, in prospettiva, potrà pure essere un avversario, ma per il momento la sua nascita porterebbe a un duplice effetto che al Pd non dispiace affatto: da una parte, la caduta del governo; dall’altra, l’indicazione rivolta al Quirinale che una maggioranza alternativa per un governo di transizione è possibile.
L’appuntamento, però, potrebbe essere solo rinviato. Se oggi, come sembra, tutto filerà liscio, i dem hanno già preparato il prossimo bastone da mettere tra le ruote del governo.
Ieri è stata depositata a Montecitorio la mozione di sfiducia individuale contro Umberto Bossi, sottoscritta da molti big del partito, che sarà calendarizzata domani dalla conferenza dei capigruppo. Dario Franceschini chiederà che la camera la discuta al più presto, precisando che si tratta di un atto aperto «a tutti coloro che considerano inconciliabili le parole di Bossi (sui «porci romani», ndr), solo le ultime di una lunga serie, con il ruolo di ministro».
Un chiaro invito rivolto a chi, soprattutto nella maggioranza, ha più volte manifestato la proprio insofferenza nei confronti della Lega e del suo leader. I finiani, in primo luogo, ma non è escluso che anche qualche esponente della destra romana possa venire allo scoperto. L’Idv ha già garantito il proprio sostegno, ma segnali di attenzione sulla mozione sono già venuti anche dall’Udc (Casini: «Probabilmente la voteremo»), dal Mpa e dallo stesso Fli, con il sottosegretario Roberto Menia («Dopo quello che ha detto Bossi, io la voterei), mentre Alessandro Battisti (Api) ha perfino denunciato per diffamazione aggravata il ministro alla procura di Roma.
Il Pd, insomma, prova a incunearsi nella crisi del centrodestra.
Per mettere a punto la propria azione, ieri Pier Luigi Bersani ha sperimentato la nuova cabina di regia che d’ora in avanti lo affiancherà nella gestione del partito nei momenti più delicati. Ne fanno parte, oltre a lui, i due capigruppo Franceschini e Finocchiaro, la presidente Bindi, il vicesegretario Letta e il coordinatore della segreteria Migliavacca. E in serata si è riunita anche l’assemblea del gruppo alla camera.
Per Bersani, la crisi del governo ormai è «conclamata» e, viste le difficoltà che si susseguiranno nelle prossime settimane (dopo la mozione su Bossi potrebbe arrivare quella finiana sulla Rai), il leader dem profetizza: «Adesso si comincia a ballare».

da Europa Quotidiano 29.09.10

"Il cavaliere tira a campare", di Curzio Maltese

Alla fine Berlusconi ha deciso di morire democristiano. Dopo tanti proclami incendiari, le roboanti minacce leghiste, la guerra mediatica al «traditore» Fini, il presidente del Consiglio stamattina si presenta alla Camera con un bel discorso doroteo che gli consenta di tirare a campare ancora qualche mese, magari un anno o due, grazie alla benevolenza dei “traditori”.
È una scena da commedia dell´arte, come ammirare Capitan Fracassa che rinfodera la spada e tira fuori vino e tarallucci. E il popolo, la famosa gente, cui era delegato il «giudizio di Dio» sulla spaccatura nel centrodestra? Le invocazioni di elezioni subito, a ottobre, novembre, fosse pure a Natale? Niente, il popolo può attendere. In poltrona, davanti a questo spettacolo ridicolo messo in scena dal grande fustigatore dei teatrini della politica. Ma più teatrino di questo, dove s´è mai visto? Berlusconi e Fini sono nemici mortali, nel senso che ormai la sopravvivenza politica dell´uno è alternativa a quella dell´altro. È chiaro a tutti. Eppure oggi li vedremo votare compatti i cinque punti di un governo il cui obiettivo si può riassumere in uno solo: tirare a campare. Senza le riforme che Silvio Berlusconi non ha mai fatto neppure quando disponeva di maggioranze granitiche, quindi figurarsi ora. Senza muovere un dito per contrastare la crisi economica, aprire un cantiere, riformare la burocrazia, combattere le mafie e una corruzione da 60 miliardi l´anno, rimuovere l´immondizia a Napoli o le macerie a L´Aquila. Tanto sui famosi problemi reali il premier editore ha sempre il potere di spegnere le telecamere a comando. Per accenderle tutte, da mesi, sull´infamia della casetta di Montecarlo e la tragica figura del cognato di Fini.
Nel complesso, una bella pagliacciata. Alla quale Berlusconi si piega perché evidentemente oggi gli conviene. I sondaggi sconsigliano di andare subito al voto perché il giudizio favorevole del popolo non è affatto scontato. La campagna acquisti in Parlamento, pure lauta, non deve aver raggiunto lo scopo. Del resto, è rischioso investire a lungo in certi soggetti. Si tratta di un mercato volatile, direbbero gli esperti di Borsa. Chi si vende oggi, tende a rivendersi domani a un altro, secondo l´offerta. Di questo passo un Calearo qualsiasi potrà aspirare al vice regno delle Sicilie. Rimane sempre sullo sfondo il pericolo che l´opposizione smetta di litigare e si rimbocchi le maniche per trovare in Parlamento una maggioranza favorevole a una nuova elettorale diversa. Certo, conoscendoli, si tratta di un´ipotesi remota. Per tutte queste ragioni e chissà quali altre sparse fra Russia, Libia e le procure di mezza Italia, Berlusconi oggi smette i panni del rivoluzionario per indossare quelli grigi di un andreottiano fuori corso, cinicamente convinto che tirare a campare sia sempre meglio che tirare le cuoia. Tanto alle rivoluzioni di piazza si può sempre tornare più avanti, in un momento più propizio. Il popolo è buono, dimentica in fretta.

La Repubblica 29.09.10

"Addormentarsi italiani e svegliarsi ratti", di Ferdinando Camon

Un personaggio di Kafka, destandosi una mattina, si trovò tramutato in scarafaggio: «Che cosa m’è accaduto?», si domandò terrorizzato. Il terrore non lo molla più. Noi, lettori occidentali, pensavamo che il grande scrittore praghese, ebreo, intuisse e rappresentasse gli incubi delle minoranze oppresse: essere declassati da uomini ad animali. Ma pensavamo tutto questo sforzando il cervello, per intuire una condizione che non sarà mai nostra: noi siamo occidentali, siamo europei, siamo cristiani, le condizioni a-umane o sub-umane non possono toccarci, sarebbe una contraddizione della storia, e noi siamo autori di storia, padroni della storia. Noi italiani, poi, siamo il centro della cristianità, il cuore dell’arte e della genialità. Mai saremo visti, dai fratelli europei, come animali repellenti o feroci. Non siamo lupi. Non siamo scimmie.

Ed ecco, dalla civilissima Svizzera, e dalla parte più italiana della Svizzera, il Canton Ticino, esce uno spot pubblicitario che ci raffigura come topi, anzi toponi. I toponi sono topi grassi. Perché mangiano molto formaggio. Svizzero. Non lo fanno, ma lo mangiano. Entrano in casa e sbafano tutto. Peggio che ladri, sono ladri e rapinatori e parassiti insieme. La didascalia dice: «I ratti invadono la Svizzera italiana», ma il messaggio è: «I ratti italiani invadono la Svizzera». Perché non ci siano dubbi sull’identificazione uomini-topi, i topi, tre, hanno dei nomi. Uno si chiama Fabrizio, vive a Verbania ma va a lavorare in Ticino. Il secondo si chiama Bogdan, è romeno, non ha né casa né lavoro: come uomo, un sotto-uomo, come topo, un sotto-topo. Il terzo si chiama Giulio, e fa l’avvocato. Un Giulio che fa l’avvocato è Tremonti, e Tremonti è descritto poco dopo come citrullo, disonesto, dannoso ai suoi concittadini, sabotatore delle oneste e professionali banche svizzere. Perché, introducendo lo scudo fiscale, richiama dalla Svizzera i capitali illecitamente esportati. Dei tre tipi che incarnano la malaumanità europea, noi italiani siamo presenti in due. La società svizzera-ticinese è laboriosa, risparmia e accumula (il formaggio è lì pronto, una forma enorme), «guadagna bene» (lo dice il testo, con legittimo vanto), insomma rappresenta il benessere capitalistico, e chi sta bene Dio è con lui. Noi italiani siamo il male, e facciamo il male. Non noi napoletani o noi siciliani, insomma noi italiani del Sud, facilmente e ingiustamente disprezzati dal Nord: ma noi italiani del Nord, anzi del Nord del Nord, noi frontalieri della Svizzera. Noi rubiamo il lavoro. Ci facciamo pagare con una cicca, e così eliminiamo ogni concorrenza. I lavoratori svizzeri sono troppo umani e dignitosi, non si fanno pagare da straccioni. E poi hanno una moneta buona, solida, stabile. Non hanno l’euro, ballerino e spregiato. Noi italiani del Nord, sottolavoratori della zona euro, siamo accecati dal salario decente e dal franco.

Ma queste non sono esattamente le accuse che noi, italiani del Nord, rivolgiamo agli europei dell’Est e agli africani del Nord? Vengono da aree dove il lavoro è zero, hanno monete rifiutate dalle nostre banche, qui fanno i sottolavori sporchi o malsani o rischiosi che noi scartiamo, si accontentano delle sottopaghe che noi sdegniamo, qui vivono la loro miserabile sottovita, e noi li accusiamo di rubarci i posti (se non ci fossero loro, li occuperemmo noi), entrare nelle case sfitte, e ripagarci stuprando le nostre donne, rubando nelle nostre case, e riempiendo le nostre prigioni. Non diciamo «siete topi», ma gli incendiamo gli insediamenti, per farli scappare. Come gli svizzeri con noi. Gli italiani ai confini della Svizzera sono ratti, dicono, «e noi vogliamo derattizzare». Testuale. È un calcio in pancia che ci sveglia di soprassalto. Apriamo gli occhi, e ci troviamo trasformati in topi.

La Stampa 29.09.10

Università: Ghizzoni (PD), da audizioni bocciatura riforma Gelmini

“Il ministro Gelmini non nasconda la testa sotto la sabbia e tenga conto della pioggia di critiche che le tante associazioni hanno rivolto alla ‘sua’ riforma universitaria”. E’ quanto ha dichiarato il capogruppo Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni. “Sostanzialmente tutte le associazioni ascoltate oggi dalla VII commissione di Montecitorio hanno criticato duramente il provvedimento – ha spiegato – perche’ pervaso da una logica centralista e burocratica e che certo non serve a risolvere i veri problemi del sistema universitario italiano”.

“Il Pd condivide queste critiche e chiede al governo di ribaltare completamente l’approccio sinora seguito – ha proseguito – Il dramma delle universita’ nasce dal sottofinanziamento dovuto ai ripetuti tagli di questo governo, per cui, per sgomberare il campo da qualsiasi equivoco chiediamo di rifinanziare subito le universita’ e solo dopo pensare alle necessarie riforme. Il contrario e’ solo un ricatto – ha concluso il capogruppo Pd nella Commissione Cultura della Camera – per ottenere il consenso di quegli atenei che si trovano con l’acqua alla gola”.

"Il made in Italy ora vince con la laurea", di Irene Tinagli

C’è un nuovo made in Italy che si sta facendo strada nel mondo. Un made in Italy che forse da noi non fa molta notizia, perché sfugge agli stereotipi dell’artigiano con il metro che pende dal collo o chino su una forma di parmigiano che tanto amiamo, ma che sta facendo scintille.
Sono fenomeni come Grom, catena di gelaterie di alta qualità ormai famosissima; oppure Amorino, altro marchio di gelaterie di lusso nato da due italiani che hanno conquistato la Francia (circa trenta negozi in pochissimi anni).

O ancora Christian Oddono, l’italiano che sta sbaragliando il mercato del gelato in Gran Bretagna. I casi di Grom, Amorino e Oddono sono già stati molto citati, ma tutte le attenzioni sono state rivolte al prodotto venduto, il gelato, rivendicando la rinascita di uno dei nostri prodotti più noti nel mondo, più raramente alle persone e alle competenze che ci sono dietro. E invece è proprio lì che dovremmo andare a guardare per trovare il vero trait d’union di queste tre storie e di molte altre in altri settori. Nessuna di queste persone era gelataio di professione prima di questa avventura imprenditoriale, né probabilmente ci pensava da ragazzino. Erano ragazzi che pensavano a studiare. E infatti sono tutti laureati, e molti di loro, forse per combinazione, sono laureati alla Bocconi, che non è esattamente il Cordon Bleu. Lì hanno studiato corporate finance, management, contabilità e gestione dei costi, non il punto di cottura del soufflé. Dopo la laurea hanno maturato esperienze aziendali e di alta finanza, come Oddono, che lavorava in corporate finance nella City di Londra, o come Paolo Benassi, uno dei cofondatori di Amorino, che seguiva la distribuzione di Max Mara.

Così, mentre noi continuiamo a celebrare l’idea dell’attività artigiana vecchio stile, quella che «non si impara a scuola ma solo sul mestiere», meglio se già a 14 anni, questi casi ci mostrano un made in Italy costruito su competenze economiche, finanziarie e di marketing di altissimo livello, sull’ambizione di trentenni formatisi in università prestigiose o nella City di Londra. Un made in Italy con la laurea.

E infatti sono proprio le capacità organizzative, economiche e finanziarie acquisite con gli studi ed esperienze manageriali che hanno consentito a questi nuovi imprenditori di fare quello che fino ad ora l’Italia ha faticato a fare: l’industrializzazione dell’artigianato italiano. Un concetto che per decenni in Italia è sembrato una contraddizione in termini, quasi un insulto alla nostra tradizione artigiana. Un pregiudizio (o un’incapacità) che abbiamo pagato caro visto che alla fine sono state multinazionali straniere a industrializzare molti dei nostri prodotti tipici. Noi avevamo la tradizione dei bar dove si sorseggia caffè leggendo il giornale, ma la catena Starbucks è nata a Seattle. Noi avevamo la pizza, ma la catena Pizza Hut è nata, anche lei, negli Stati Uniti. E così via per l’abbigliamento, i mobili, o lo stesso gelato, i cui primi casi di industrializzazione del gelato di alta qualità sono nati con i marchi Haagen Dazs e Ben & Jerry. Fino ad oggi. Né Amorino né Grom né Oddono sono ancora passati alla grande distribuzione, ma hanno comunque compiuto un importante passo. Uno scale up reso possibile non tanto grazie al prodotto in sé, che alla fine ha poco di rivoluzionario, ma alle competenze, alla visione strategica, alla capacità di costruire un marchio riconoscibile, di posizionarsi bene in mercati tutt’altro che facili. Ed è questa capacità manageriale, più che l’attrattività dei prodotti italiani, il fenomeno che merita più attenzione, quello che accende una speranza per il futuro del made in Italy. Il futuro del made in Italy non si basa sulla probabilità che tornino di moda prodotti come il gelato, il caffè o il prosciutto, ma sulla capacità di far nascere e crescere nuovi imprenditori competenti e internazionali capaci di reinterpretare i modelli organizzativi del made in Italy e di portarlo nel mondo.

Non solo, ma la capacità organizzativa e la visione internazionale potrebbero consentire agli italiani di compiere un passo ulteriore: di «fare agli altri quello che è stato fatto a noi». Ovvero quello di creare opportunità imprenditoriali globali e innovative su prodotti e culture stranieri. Perché no? Perché gli stranieri possono invadere il mondo con catene di ristoranti ispirati al caffè o alla cucina italiana e gli italiani non possono portare nel mondo catene o prodotti ispirati alle culture straniere? Lo ha già fatto Marco Fiorese, altro ex bocconiano che dopo anni di esperienza in operazioni di internazionalizzazione di aziende italiane in Cina ha creato una catena di fast food asiatici, ZenZen. In pratica ha mutuato la cultura americana del fast food da un lato e i sapori e la tradizione culinaria asiatica dall’altro. In appena 4 anni ZenZen ha già 20 ristoranti in tutto il mondo.

Ecco, queste sono le nuove generazioni di aziende e di imprenditori che l’Italia dovrebbe puntare a formare, anche perché, nonostante questi illustri esempi, sono ancora pochi i laureati che scelgono di misurarsi con avventure imprenditoriali. Eppure per fare impresa oggi non basta la conoscenza tecnica del prodotto, ma occorrono capacità manageriali e organizzative di alto livello – non è un caso se tutti questi esempi vengono da percorsi formativi di natura economico-manageriale.

Invece da noi si continua a vivere nel mito dell’artigiano solitario chiuso nella bottega con i suoi apprendisti, il mito del mestiere che si tramanda di generazione in generazione, come se tutto il mondo intorno non cambiasse mai. Peggio ancora, cerchiamo a tutti i costi di adattare i nostri giovani a questo mondo antico, incitandoli all’umiltà e alla riscoperta del mondo che fu, abbassando l’obbligo scolastico per metterli prima possibile dietro a un tornio o a un bancone, mentre dovremmo fare il contrario: aiutare il nostro piccolo mondo antico ad adattarsi alle nuove dinamiche mondiali, a diventare sempre più appetibile per manager ed imprenditori preparati e ambiziosi, e per finanziatori internazionali che forse subiscono anche il fascino della vecchia bottega, ma ancora di più quello di un piano aziendale solido e supportato da competenze di alto livello.

La Stampa 28.09.10

Compravendita uguale corruzione

La video-dichiarazione di Bersani: “È in corso un’operazione che prelude all’ipotesi del governo Berlusconi-Bossi-Cuffaro. E sono in corso altre manovre, già successe in passato e che si ripetono: se uno promette la rinomina o comunque uno stipendio è corruzione, roba da magistratura”.
“Berlusconi in Aula dovrà sottolineare la crisi politica una crisi non rimediabile, che può preludere solo a tentativi di aggiustamento sono poco credibili e il Paese non ha tempo per aspettare. Noi chiederemo al governo di prendere atto della situazione, di andarsene e di rimettersi alla decisione del Presidente della Repubblica e delle Camere”. Così il segretario Pd Pier Luigi Bersani in merito al prossimo intervento di Berlusconi alle Camere.

“È in corso – ha continuato Bersani – un’operazione che prelude all’ipotesi del governo Berlusconi-Bossi-Cuffaro. Ma poi sono in corso altre manovre, già successe in passato e che si ripetono: se uno promette la rinomina o comunque uno stipendio è corruzione, roba da magistratura”.

“Se uno promette una rinonima, e nel caso di mancata rinomina, uno stipendio, compie un atto illegale” dice ils egretario PD riferendosi allo stipendio da 10.000 euro che secondo la Repubblica sarebbe stato promesso ai transfughi.

Anche Filippo Penati, attacca: “Il solo sospetto che anche in quest’occasione il premier abbia fatto ricorso ad argomenti non propriamente politici mina alla base la credibilità del governo. Come può un governo su cui s’allunga un’ombra del genere suscitare nei cittadini la fiducia necessaria a fare le riforme che Berlusconi annuncerà domani?”.

Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati, chiede, intima uno stop al premier: “Venga in aula e si dimetta, ha fallito. Dai rifiuti nel napoletano, ai lavoratori dipendenti impoveriti, dalla rivolta delle imprese, ai vergognosi insulti di Bossi è ormai chiaro che questo governo ha fallito. Ma forse sopravviverà ancora qualche mese per assicurare l’impunità al premier con una losca compravendita di seggi o di contratti a progetto per parlamentari compiacenti”.

Roberto Della Seta attacca il voltafaccia di Massimo Calearo: “La politica italiana non gode di buona fama tra i cittadini, per ragioni in parte più che fondate. La scelta di Calearo di aderire al centrodestra, cioè alla parte per battere la quale l’avevano votato centinaia di migliaia di elettori veneti, ingrossa queste ragioni: il comportamento di Calearo, come di tutti quelli che eletti con uno schieramento passano a quello opposto, è eticamente vergognoso”.

Il senatore aggiunge: “La transumanza di Calearo, che nelle elezioni del 2008 era capolista del Pd in Veneto, è un monumento alla cattiva politica e un insulto al principio stesso della sovranità popolare. Non so se la sua scelta nasca da promesse di posti o di altro, certamente denota un vuoto totale di qualunque senso dell’etica pubblica”.

www.partitodemocratico.it