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"La trave dell´offshore nell´occhio del Cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Quello che vale per ciascuno di noi, vale per Silvio Berlusconi? L´etica pubblica che vincola gli attori politici, obbliga anche il Cavaliere? E, soprattutto, la legge è uguale anche per il capo del governo? Sono le domande che attendono una risposta mercoledì quando Berlusconi terrà alla Camera un discorso che i suoi annunciano memorabile. Vedremo se lo sarà davvero.
Di certo, il capo del governo è atteso a una prova decisiva e ci si augura che, come al solito, non giochi la partita da parolaio fumigante trasformando la notte in giorno, il bianco in nero. Anche perché quegli interrogativi si sono irrobustiti dopo il pubblico chiarimento offerto dal presidente della Camera. Bene, c´è un bruscolo nell´occhio di Gianfranco Fini. È colpevole forse di aver dato fiducia a un “cognato” scavezzacollo. Ipotizziamo la scena peggiore (finora non dimostrata). Il “cognato” ha imbrogliato il presidente della Camera. Ha simulato la compravendita della casa di Montecarlo. In realtà, se l´è comprata nascondendo la proprietà diretta dietro il paravento di una società off-shore dell´isola caraibica di Santa Lucia. Se così fosse, Fini si dimette (è il suo impegno). È responsabile di “ingenuità”. Ecco il peccato perché, come ricorda, «non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno; non è coinvolta l´amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c´è corruzione né concussione». A sollecitare questo atteggiamento c´è un archetipo del sentimento morale – la vergogna – e il tormento di una coscienza che avverte come propria anche la colpa altrui che non si è riuscito a intuire, prevedere, annullare. Le dimissioni mi sono imposte, dice Fini, dalla «mia etica pubblica», anche se «sia ben chiaro, che personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse».
È sotto gli occhi di tutti la disarmonia tra quel che viene rimproverato, urlato a Fini e quel che viene perdonato o addirittura colpevolmente dimenticato di Berlusconi. Come è stravagante non scorgere il disequilibrio tra i possibili esiti politici. Per i libellisti della “macchina del fango” organizzata dal Cavaliere – e anche per qualche corista che si dice neutrale – Fini deve scomparire. Un peccato di ingenuità in un affare privato dovrebbe determinare le sue dimissioni da presidente della Camera mentre, al contrario, una diretta, documentata, consapevole responsabilità in comportamenti criminali che hanno corrotto gli affari pubblici e provocato un danno alle casse dello Stato dovrebbe essere così trascurabile da consentire a Berlusconi di governare fino alla fine della legislatura prima di ascendere addirittura al Colle più alto come presidente della Repubblica. Le memorie deperiscono in casa nostra. Conviene rianimarle con quale fatto.
La KPMG, una delle più prestigiose società di revisione contabile del mondo, un colosso dell´accounting, l´arte della certificazione di bilancio, deposita – il 23 gennaio del 2001 – 800 pagine di un´analisi tecnico-contabile di sette anni di bilanci della galassia societaria Fininvest, dal 1989 al 1996, quella che per brevità è stata chiamata “All Iberian”. Si sa quel che dice il Cavaliere di “All Iberian” («Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l´esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario», Ansa, 23 novembre 1999).
Il documento di KPMG racconta come vanno le cose nella società di Berlusconi: Fininvest sommerge buona parte della sua contabilità. Nascosta da un doppio registro, movimenta, nei 7 anni analizzati dalla perizia, almeno 3 mila e 500 miliardi, 884 dei quali occultati su piazze off-shore. «Per alterare la rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale nel bilancio consolidato Fininvest», scrive KPMG. Si scopre che la Fininvest opera attraverso due comparti societari. Il «Gruppo A» – ufficiale – e il «Gruppo B», riservato. Lo spiega l´avvocato inglese David Mills, che ne costruisce l´architettura riferendone direttamente anche a Silvio Berlusconi: «Il Gruppo B è un´espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori dal bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B “very discreet” (molto riservate), perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto».
La KPMG individua 64 società off-shore su tre livelli. Al primo appartengono 29 sigle, distribuite geograficamente in quattro aree. «Ventuno società hanno sede nelle Isole Vergini inglesi, cinque nel Jersey, due alle Bahamas, una a Guernsey». «Altre tredici società – anch´esse off-shore – formano il secondo livello. Si tratta di “controllate” da società del primo livello da cui non si distinguono né per funzioni, né per organizzazione societaria». Caratteristica comune anche alle 22 sigle del terzo ed ultimo livello. Ancora KPMG: «La gestione (di queste società) è a cura di amministratori e personale del gruppo Fininvest». I reali beneficiari (beneficial owner) sono «amministratori, dirigenti, consulenti o società del gruppo Fininvest». Dalla Fininvest «dipende quasi esclusivamente il loro finanziamento che avviene attraverso le medesime banche e società fiduciarie».
Ricapitoliamo: c´è un comparto segreto, protetto all´estero, ne fanno parte 64 società direttamente controllate da Fininvest. In nome e per conto di Fininvest, concludono transazioni in settori ritenuti strategici per il Gruppo. I loro bilanci sono invisibili, ma solo alla contabilità ufficiale, perché i dirigenti di Fininvest ne hanno il pieno controllo. Come abbiamo già detto, tra il 1989 e il 1996 attraverso il comparto B sono stati stornati dai bilanci Fininvest 884 miliardi e 500 milioni. Cifre parziali, sostiene KPMG, perché «i conti cui è stato appoggiato per sette anni il comparto migrano verso le Bahamas. A Nassau, in Norfolk House, a Frederick Street, ha sede la Finter Bank & Trust. Qui, su nuovi conti sarebbe affluita la ricchezza del fu comparto B».
A meno che Silvio Berlusconi non l´abbia fatta rientrare in Italia protetta dallo “scudo” costruito dai suoi governi, si può ragionevolmente dire che ancora oggi egli custodisce in paradisi fiscali una parte del suo patrimonio. Può Berlusconi muovere l´arsenale politico, economico, mediatico che ha sottomano per liquidare un presidente della Camera dissidente chiedendogli conto di un indimostrato bruscolo (una fiducia mal riposta) che quello, Fini, ha negli occhi e restare al suo posto nonostante le prove dell´affarismo societario che fanno di lui, Berlusconi, un primatista indiscusso? Quale “regime personale” può giustificare questa difformità? Quale assuefazione dello storto sul diritto? Nessuna ragione potrebbe spiegarla, se non un abuso di potere o un potere che si fa violenza o la colpevole rassegnazione a un peggio che non trova mai un limite. A ben vedere, anche il conflitto con Gianfranco Fini chiama il presidente del Consiglio a un passo memorabile, alla necessaria decisione di rivelare di quale trama è fatta la sua etica pubblica, di dimostrarsi finalmente all´altezza della sua responsabilità e della sua ambizione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Berlusconi rinunci alla tentazione di stringere intorno al collo del Paese la corda dei suoi affanni. Non sprofondi il Parlamento in una nuova stagione di leggi ad personam (immunità costituzionale, legittimo impedimento, processo breve, limiti agli ascolti telefonici). Difenda il suo onore, come ha fatto Gianfranco Fini. Pretenda di dimostrare nei processi che lo attendono a Milano la trasparenza della sua fortuna. Eserciti nell´aula di un tribunale e non nel Palazzo del Potere i diritti della difesa. Rivendichi con dignità di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami – egli – l´uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte i suoi affanni e ossessioni per lasciare libera la politica – il governo, il Parlamento – di affrontare le difficoltà del Paese. Si deve tornare a chiederglielo. Presidente, domani, con solennità vuole dire e finalmente dimostrare che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?

La Repubblica 28.09.10

"Woodstock qualunque", di Pierluigi Castagnetti

E intanto torna l’Uomo qualunque. Mentre noi continuiamo a fissare la punta delle scarpe come dice Bersani, a saltellare da un convegno di corrente all’altro, a passare dalla lettura del documento dei “giovani turchi” a quello “dei 75”, i nipotini dell’Uomo qualunque sono tornati in politica: «Né con la destra, né con la sinistra, ma al di sopra». Diceva così anche il loro nonno, quel Giannini che nel dopoguerra si era messo in testa di sconvolgere gli equilibri della politica italiana.
Due giorni fa a Cesena, nella kermesse organizzata da Beppe Grillo, abbiamo sentito discorsi non nuovi, e sicuramente non utili al paese. Non pentiti e non appagati dei risultati prodotti alle recenti regionali del Piemonte, hanno deciso infatti di ripetersi al livello nazionale. C’è da giurarci che, proprio alla luce del risultato piemontese, oltre allo spazio che sapranno conquistarsi nella rete, ai grillini saranno riservati spazi copiosi, gratuiti e non disinteressati, dai media soprattutto quelli legati alla destra. È la democrazia, bellezza!, verrà detto. È vero, è la democrazia e allora come reagire, per competere efficacemente? Rincorrendoli come fa Di Pietro? Non mi pare la strada. Piuttosto si dovrà fare come la Dc nelle elezioni del 1948: cambiare il gioco, alzare la palla per sottrarla a chi nel gioco a terra ha l’agilità e la spregiudicatezza per inserirsi.
Occorre cioè tornare rapidamente alla responsabilità della politica, alla serietà, al gioco di squadra vero, alla qualità morale, all’ambizione alta, a un progetto proiettato credibilmente al futuro. Può sembrare questo un discorso volontarista, moralista od occorrista. Io invece sono convinto che al di fuori di una presa di coscienza delle ragioni che rendono oggi incredibile ed inattraente la politica non ci sia via d’uscita per il Pd. Siamo infatti nel mezzo di uno strepitoso cambio d’epoca che evoca un linguaggio e una iniziativa adeguati della politica, proprio perché si stanno cambiando gli equilibri del mondo, stanno andando in crisi le tradizionali istituzioni della democrazia moderna, si stanno sostituendo paradigmi culturali e religiosi condivisi da lunghi secoli, si sta imponendo una civiltà valoriale e un senso comune che tende ad escludere l’interesse e l’utilità della politica. E noi, fissi lì sulla punta delle nostre scarpe.
Perché mai la generazione della microwoodstock romagnola dovrebbe esser interessata alle nostre scarpe o anche alle cose intelligenti che ci raccontiamo nei nostri convegni davanti a platee di militanti sempre più sfiduciati e stagionati? Rischiamo infatti noi stessi di essere ipnotizzati e paralizzati dalle indecenti guerre senza quartiere dei partiti di destra in una sorta di inconsapevole controdipendenza che coinvolge tutti, opposizione compresa.
Ecco perché è giunto il tempo se ancora siamo in tempo, per alzare lo sguardo e fissare l’orizzonte.
Non a caso ho evocato la Dc del 1948, quella che sconfisse il qualunquismo con un’idea di futuro, di democrazia e di paese.
“Per fortuna che la Costituzione c’è!”, mi verrebbe da dire, c’è e continua a mettere argini alla deriva estrema della democrazia italiana. Non mi sfugge l’osservazione di alcuni nostri amici, penso a Walter Veltroni che la ripropone in modo rigoroso e suggestivo, secondo cui il Pd continua a configurarsi come un partito che gioca in difesa e non per il cambiamento.
Ma ci sono momenti in cui senza la difesa dei fondamenti della democrazia è preclusa ogni strategia di cambiamento.
Certo, non possiamo identificarci con gli stereotipi antiberlusconiani, ma non è meno vero che la lotta contro il berlusconismo oggi non è una battaglia contro una persona, ma contro un sistema politico divenuto già “tecnicamente dispotico” e un’indole relativistica collettiva – potenzialmente sempre più “senso comune” – che struttura giorno dopo giorno una attitudine diffusa all’assuefazione ai fatti che accadono, alla ineluttabilità dei fatti, alla generalizzazione dei fatti e alla impossibile moralità dei fatti.
Non c’è altra via allora, se vogliamo contrastare questa degenerazione, che ritornare al senso, alla missione, all’eticità della politica e dei comportamenti individuali del ceto politico. Perciò mi preoccupa la persistente distanza e sproporzione tra gli stessi nostri progetti in sé apprezzabili, ma insufficienti (penso alle 10 parole lanciate dalle nostre assemblee nazionali) e la drammatica gravità della crisi e delle sfide che ci fronteggiano.
Perché è in quella distanza che si insinuano gli spazi della sfiducia e del qualunquismo. È vero che oggi c’è bisogno di una generazione di uomini politici freschi, moderni e pragmatici.
Ma c’è ugualmente bisogno di un scatto di qualità culturale e morale della politica. I grandi uomini della nostra repubblica, quelli che abbiamo inserito nel pantheon del Pd, sono lì a dimostrarci che non vi è concretezza ed efficacia dell’azione senza intelligenza della storia e una profonda idealità.

da Europa Quotidiano 28.09.10

"Senza sviluppo non c'è benessere", di Laura Matteucci

Io vedo in giro delle Ferrari, qualcuno in questo Paese s’è arricchito. La domanda è: a spese di chi? L’impoverimento medio è un fatto accertato, confermato da molti indicatori, i dati sul pil, sui consumi, adesso anche dagli ultimi della Cgil sulla perdita di potere d’acquisto dei salari. Del resto, anche quelli di Confindustria sul crollo della produttività oraria sono un altro lato della stessa medaglia. L’Italia arretra: qualcuno è diventato più ricco, anche molto, ma la maggior parte degli italiani è tangibilmente più povera».Giacomo Vaciago, direttore dell’Istituto di economia e finanza alla Cattolica di Milano,commenta lo studio Ires-Cgil sulla crisi dei salari, che hanno perso oltre 5mila euro di potere d’acquisto in 10 anni. Perchè indietreggiamo, professore? «In questi anni abbiamo fatto l’elenco dei capri espiatori, dall’euro alla recessione, che in questo caso, trattandosi di uno studio relativo all’ultimo decennio, non può certo essere la causa principale. Io credo che il problema sia lo sviluppo, che nessun governo si è mai posto come priorità. Adesso Emma Marcegaglia (leader di Confindustria, ndr) esorta ad una politica di sviluppo, intendendo proprio che in sua assenza saremo sempre più poveri. Ma a chi si rivolge, ad un governo che pensa a tutt’altro e che ormai da sei mesi dello sviluppo non ha più nemmeno il ministro? Attenzione, poi: l’idea di sviluppo implica cambiamento, innovazione, gli unici elementi che consentono un aumento del reddito, mache in genere non sono molto apprezzati dagli imprenditori». Il cambiamento in sè è sempre positivo? Anche le ultime mosse di Marchionne possono essere viste in quest’ottica… «Marchionne dice “investimenti a fronte di maggior lavoro”: senza entrare nel merito, si tratta di un patto tra lui e i suoi operai. Qui è l’intero Paese che non funziona, e che francamente non farei gestire a Marchionne. Piuttosto, c’è un altro problema molto serio connesso allo sviluppo di cui tener conto». Quale altro problema? «Lo sviluppo è il prodotto di una strategia Che può dare risultati apprezzabili solo sul medio-lungo periodo. Questo significa che non solo il presente, ma ormai anche i prossimi anni ce li siamo già giocati. Siamo fermi alla tattica, al che fare domani, a come tappare le falle che si aprono di continuo. La strategia è tutt’altra cosa, e implica energie da spendere, scelte da compiere e da portare avanti. Invece: il governo ha varato la legge sul nucleare, ma siccome forse si andrà a votare nessuno parla dei siti su cui dovrebbero sorgere le centrali. Questo Paese è abbandonato a se stesso». Non c’è anche una questione di eccessiva pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente? «Più che altro, c’è una gravissima questione di evasione fiscale: alcuni pagano tutto, troppi non pagano niente. E questo incide anche sulla qualità della spesa pubblica: nessuno si cura degli sprechi, per esempio, perchè tanto a pagarli sono sempre gli altri, quelli che alle tasse non sfuggono mai. Non c’è alcuna logica di responsabilità fiscale. L’evasione fiscale accompagna la mancanza di sviluppo nel determinare uno stimolo sempre più debole alla crescita economica».

L’Unità 28.09.10

"Un passo avanti verso la pillola anticancro", di Umberto Veronesi

L’attribuzione del Premio Lasker a Napoleone Ferrara è un’ottima notizia per almeno tre motivi. Il primo è la motivazione scientifica: la scoperta della proteina Vegf – che ha un ruolo nella crescita tumorale – e l’identificazione di una molecola in grado di contrastare la sua azione, bloccando lo sviluppo della malattia.
È l’applicazione del principio rivoluzionario dei farmaci intelligenti, che sono la grande promessa della ricerca contro il cancro e la speranza per milioni di malati. Si chiamano «intelligenti» perché, come i missili più sofisticati che riconoscono il bersaglio, si dirigono selettivamente contro le cellule malate, per distruggerle o disinnescarne la pericolosità, riducendo al minimo la tossicità per il resto dell’organismo. Alcuni farmaci – come quello individuato da Ferrara – interferiscono con un meccanismo vitale per il tumore quale il rifornimento di sangue, altri vengono attivati solo quando sono agganciati alle loro cellule-bersaglio.

I farmaci intelligenti già utilizzati in clinica, da soli o in associazione alla terapia tradizionale (oltre all’Avastin trovato grazie agli studi di Ferrara e utilizzato per alcuni tumori del rene e del colon), sono circa una decina. Le molecole in studio tuttavia sono migliaia e le prospettive promettenti; ma va detto che agli occhi dei malati i risultati sembrano tardare ad arrivare.

È vero che, sull’onda dell’entusiasmo per la decodifica del Dna e per l’enorme massa di nuove informazioni sulla malattia derivate dalla conoscenza dei geni che ci siamo ritrovati fra le mani, noi ricercatori abbiamo sperato che la realizzazione del grande sogno, la pillola anticancro, sarebbe stata ancora più rapida e abbiamo forse trasmesso un eccessivo ottimismo. Invece il percorso sta seguendo sistematicamente le sue tappe e i suoi ritmi; rimane tuttavia la certezza che la direzione è quella giusta e il prestigioso Premio Lasker a Ferrara ce lo conferma.

Il secondo motivo di soddisfazione è legato al fatto che il Lasker vada a un italiano, a conferma dell’eccellenza dei nostri ricercatori. Certo è un «cervello in fuga», ma questo nulla toglie ai suoi brillanti risultati e significa che la nostra formazione scientifica e la nostra creatività sono ai massimi standard internazionali. Sostengo da anni che per aiutare lo sviluppo della scienza non si tratta solo di far rientrare i cervelli italiani in Italia, seguendo una sorta di neo-nazionalismo scientifico ormai obsoleto, ma di attirare qui studiosi di diversi Paesi e diverse scuole di pensiero per creare una comunità scientifica internazionale nel nostro Paese, che grazie allo scambio di cultura, la cross-fertilization, dia un nuovo respiro alla ricerca. Abbiamo la tradizione e la capacità innovativa per creare in Italia un «melting pot» della scienza.

Il terzo motivo che mi rende felice è legato alla storia del Premio Lasker. Ho avuto il piacere di conoscere di persona Mary Lasker che nel 1971 assieme a un gruppo di cittadini americani riuscì a far approvare dal parlamento il National Cancer Act, la «legge del cancro», con cui il governo si impegnava a destinare più fondi alla ricerca oncologica, che stava languendo a favore di quella spaziale e tecnologica. Il Cancer Act ebbe un effetto di stimolo per tutta la ricerca contro il cancro nel mondo. In Italia il Progetto finalizzato sul controllo della crescita neoplastica fu varato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche sull’onda del rinnovato impegno americano. Una conferma di come la partecipazione della popolazione civile sia un motore fondamentale della scienza.

La Repubblica 28.09.10

"Ecco il contratto della compravendita peones ingaggiati con 10mila euro ", di Carmelo Lopapa

Nel 2008 due ex leghisti premiati dal Pdl per le trame anti-Prodi. Pottino e Gabana non furono rieletti, ma in compenso ottennero un compenso mensile. Il ministro Elio Vito fu determinante nell´opera di convincimento. A proposito di calciomercato. Non c´è solo l´acquisto plateale e smaccato del deputato in carica, alla vigilia di un voto decisivo. Ci sono accordi e garanzie, sistemi e metodi tali da assicurare il presente e anche il futuro della pedina che si rende disponibile. Non necessariamente un seggio, magari un contratto ad personam. Con soldi sonanti. Tanti. Un tot al mese. Poco meno di quanti la pedina ne avrebbe guadagnati da parlamentare in carica. Di un paio di quei contratti Repubblica adesso è venuta in possesso.
Qual è il metodo? Quale il sistema? Come funziona il mercato da Transatlantico nel reame di Silvio Berlusconi, laddove tutto ha un prezzo, tutto una ricompensa? Lo ricostruiamo attraverso la storia di due oscuri peones, ligi ex onorevoli del Nord-Est. Transitati dalla Lega al gruppo misto nella passata legislatura, alla fine del 2006, nel pieno del biennio ballerino del governo Prodi. Quando ogni singolo senatore diventa determinante per la tenuta dell´esecutivo e in tanti vengono contesi, corteggiati, lusingati. In qualche caso forse convinti con ragioni a cinque zeri. Dopo aver rotto con la Lega in Friuli per beghe locali, Marco Pottino, allora deputato, classe ´74, e Albertino Gabana, allora senatore, classe ´54 (entrambi di Pordenone) dopo un anno di navigazione a vista nel gruppo misto, vengono “convertiti” a fine 2007 al credo berlusconiano. Per essere acquisiti infine al gruppo forzista. Sono le settimane in cui l´esecutivo del Professore già vacilla. E il senatore Gabana in più di un´occasione vota con quella maggioranza, in un Palazzo Madama trasformato ormai in una casbah. Poco influente Pottino a Montecitorio, ma strategico Gabana per tentare la spallata. I due però camminano insieme. Inseparabili. I messi del Cavaliere sanno che il “pacchetto” va acquisito in tandem. Entrambi vengono avvicinati, lusingati, compiaciuti. Elio Vito, attuale ministro dei Rapporti con il Parlamento – rivela in particolare Pottino nel colloquio telefonico con Repubblica – è il più convincente.
La contropartita? Dentro il Pdl raccontano come in quegli ultimi giorni della Pompei prodiana, Berlusconi chieda all´alleato Bossi il via libera per tentare l´operazione aggancio. E di come la manovra sia stata accordata dal Senatur, a patto che i due “ex” del Carroccio non vengano poi rieletti. Clausola che il Cavaliere, o chi per lui, mette subito in chiaro ai due, nel momento in cui viene prospettato il passaggio e la fittizia candidatura alle successive politiche (poi precipitate da lì a tre mesi). Ma allora che interesse avrebbero avuto i peones ad accettare l´offerta? Transitare per poi perdere il seggio? È qui che scatta la rete di protezione. La garanzia per entrambi, qualora non eletti, di mantenere comunque lo status economico da parlamentare, magari con una consulenza ad hoc.
I fatti. Succede che, alle Politiche del 2008, tanto il giovane Pottino quanto il cinquantenne Gabana vengono candidati insieme alla Camera, lista Pdl, collegio del natio Friuli. Puntualmente non la spuntano: risultano primo e secondo dei non eletti. E accade che nel dicembre 2008, pochi mesi dopo l´inizio della legislatura, entrambi stipulino due distinti «contratti di lavoro a progetto» con il gruppo Pdl di Montecitorio, «in persona del suo presidente, Fabrizio Cicchitto», con tanto di firma in calce. Durata (art. 5 del contratto): a partire dal gennaio 2009 e «fino al termine della XVI legislatura». Compenso (art. 6): «Complessivi 120.516 euro annui al lordo delle ritenute», da corrispondere «in dodici rate di 10.043 euro». Né più né meno che l´indennità sommata alla diaria di cui godono gli onorevoli. Mancano all´appello solo i 4 mila del rimborso spese per portaborse. Bingo! Professionisti da gratificare per i servigi e la dedizione, consulenti meritevoli («Considerevoli esperienze professionali nell´ambito delle comunicazioni istituzionali» è l´identica motivazione nei due contratti), da impiegare al gruppo. Il tutto, con soldi pubblici, i budget messi a disposizione dalla Camera, quattrini del contribuente.
Ma si dà il caso che a Montecitorio, al gruppo Pdl, di loro non vi sia traccia (se non al libro paga). «Non risultano nei nostri elenchi, è sicuro che lavorino qui?» risponde la segretaria interpellata. «Forse potete provare al partito». Ma la risposta non cambia quando vengono contattati gli uffici di via dell´Umiltà. Repubblica rintraccia Gabana e Pottino al telefono a Pordenone. I due ex leghisti, oggi pidiellini militanti, forniscono nella sostanza la medesima spiegazione. Confermano di avere quel rapporto di consulenza ma negano la compravendita: «Non siamo stati affatto comprati, provenivamo già dal centrodestra». E ammettono di andare poco a Roma: «Ma solo perché è meglio lavorare qui in Friuli, ci dedichiamo alla costruzione del partito. Proveniamo dal Carroccio e chi meglio di noi sa come si lavora sul territorio?»

La Repubblica 28.09.10

"Furto con scasso. Lavoratori «derubati» di oltre 5mila euro", di Felicia Masocco

Un decennio decisamente in perdita, tra il 2000 e il 2010 l’economia nazionale ha annaspato e la crisi globale l’ha ulteriormente indebolita. Ci vorranno anni per recuperare: solo nel 2015 si potrà tornare ai livelli pre-crisi. La Germania, invece, ci tornerà l’anno prossimo. In questo quadro c’è chi ha pagato sempre e ha pagato di più: sono i lavoratori dipendenti che non hanno potuto né speculare né evadere le tasse. I salari nel decennio sono cresciuti sulla carta per via degli aumenti contrattuali (+2,1%). Ma per effetto dell’inflazione, dell’aumento delle tasse e della mancata restituzione del fiscal drag le buste paga si sono alleggerite in media di 5.453 euro. Il fisco però non ci ha rimesso, anzi. Ci sono stati 44 miliardi di maggiori entrate da lavoro dipendente a +13,1%, mentre tutte le altre sono calate del 7,1%. Non stupisce, quindi, la «redistribuzione » a cui si è assistito: i redditi delle famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista sono aumentati di 5.940 euro. La perdita di potere d’acquisto si fa sentire su chi non campa di rendita e rinnova, inasprendola, la questione salariale italiana, che ha messo radici negli anni Novanta e non è più rientrata.

NEO-QUESTIONE SALARIALE A mettere il dito nella piaga è l’Ires, il centro studi della Cgil che ieri ha presentato il volume «La crisi dei salari», con il presidente Agostino Megale e con Guglielmo Epifani. Il leader Cgil ha definito «allarmante» la situazione restituitaci dalle cifre ed è tornato a chiedere l’alleggerimento del prelievo fiscale sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Un intervento che va fatto subito, non tra tre anni, quando non servirà a nulla. «Va fatto ora e deve intervenire sull’Irpef» e non come pure si sta affacciando, sui beni di consumo, aumentando cioè l’Iva sui prodotti. «Per come vanno le cose nel nostro paese è ben facile ipotizzare che i salari resterebbero al palo mentre il lavoratore si ritroverebbe a pagare di più quello che compra -spiega Epifani- Senza contare il rischio inflazionistico». Dunque la strada non è questa. Si deve intervenire sulle tasse e compensare quanto verrebbe a mancar alla casse dello Stato con l’aumento del prelievo sulle rendite finanziarie e sui grandi patrimoni come del resto stanno facendo (e non da ora) i principali paesi europei. Qualche dato in più per comprendere l’emergenza salariale. In Italia 15 milioni di lavoratori non superano i 1300 euro al mese di retribuzione. 7 milioni non sfondano il tetto di mille euro. A ciò si aggiunga che dall’inizio della crisi (2008) al secondo trimestre 2010 sono andati perduti oltre un milione di posti di lavoro; oltre 2 milioni i disoccupati censiti dall’Istat, mentre gli inattivi sono 15 milioni. Per tornare ai livelli di occupazione del 2007 ci vorrà il 2017.

QUALE PRODUTTIVITÀ? C’è un altro dato, riguarda la produttività. Argomento d’attualità se non altro perché in suo nome si fanno deroghe ai contratti nazionali come se piovesse. Per Epifani il nostro sistema fiscale, tartassando i salari e le imprese «labour intensive», uccide la produttività».È dunque un errore «legare, come fa Confindustria, il problema della produttività solo alla flessibilità del lavoro ma piuttosto puntare allo sviluppo dell’impresa, su infrastrutture e ricerca». Un elemento che la Cgil porterà nella discussione – che pare possa riaprirsi – sui contratti. Insieme a un altro: «Non è un caso che tra tutti i rinnovi del 2009, il contratto che ha portato a casa meno in termini di aumento è quello dei metalmeccanici, l’unico separato senza la Cgil – fa notare Agostino Megale- Dovrebbe essere un monito per il ministro del Lavoro e per chi ha operato per la divisione del sindacato».

L’Unità 28.09.10

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“Dieci anni di schiaffi ai salari Potere d’acquisto -5.453 euro”, di Luigi Grassia

L’inflazione e l’aumento del prelievo fiscale in dieci anni si sono mangiati, in media, quasi 5 mila e 500 euro di potere d’acquisto per ogni lavoratore italiano. La valuta l’Ires, ufficio studi del sindacato Cgil, che ieri ha presentato un rapporto su «La crisi dei salari».
L’Ires-Cgil calcola che le buste paga lorde dopo il 2000 hanno perso potere d’acquisto per 3.384 euro per colpa dell’aumento dei prezzi. Non ogni aumento viene rubricato come perdita ma solo la quota di inflazione effettiva che eccede gli aumenti contrattuali medi. A questa scrematura si sommano 2.069 euro persi per il cosiddetto «drenaggio fiscale» (in inglese «fiscal drag»): si tratta delle tasse più alte che si pagano quando, in seguito alla rincorsa fra prezzi e salari, i lavoratori guadagnano nominalmente di più e il loro reddito passa a scaglioni più alti, nei quali il prelievo è più forte, per cui il tutto si risolve in una perdita anziché in un guadagno, se non operano meccanismi di recupero.
Nel complesso del decennio la mancata restituzione del drenaggio, dice l’Ires, ha fruttato alle casse dello Stato 44 miliardi di maggiori entrate a spese dei lavoratori.
La perdita del potere d’acquisto non ha avuto un andamento lineare. Si è concentrata nel 2002 e nel 2003 (con più di 6.000 euro persi nel biennio) mentre nel 2008 e nel 2009, nonostante la crisi, c’è stato addirittura un recupero a favore dei lavoratori (reso possibile dalla bassa inflazione che la crisi economica ha portato con sé), con oltre 3.000 euro disponibili in più.
Naturalmente questo effetto benefico si è avuto solo per i lavoratori che durante la crisi sono riusciti a conservare il posto, mentre i molti che lo hanno perso (fisso o precario che fosse) hanno vissuto sulla propria pelle solo il peggio. Secondo l’analisi dell’Ires-Cgil, il recupero dei livelli di Pil del 2007 si raggiungerà solo nel 2015, mentre per tornare ai livelli di occupazione pre-crisi bisognerà aspettare il 2017.
Il lavoro dipendente, denuncia la Cgil, è penalizzato in Italia sotto il profilo fiscale rispetto ad altre forme di reddito e questo, dice il segretario generale Guglielmo Epifani, «uccide la produttività». L’Ires segnala che la produttività in Italia dal 1995 è cresciuta solo dell’1,8% mentre in Germania, Francia e Gran Bretagna ha fatto +20% e oltre.

La Stampa 28.09.10

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“Potere d´acquisto giù per operai e impiegati in dieci anni hanno perso 5.500 euro”, di Luisa Grion

Per i lavoratori dipendenti debiti a quota 60 per cento del reddito lordo. La crisi fa male a tutti, ma ai lavoratori dipendenti di più. Gli ultimi dieci anni, per loro, sono stati completamente «a perdere»: hanno visto diminuire il potere d´acquisto dei salari, aumentare i debiti familiari e lievitare le tasse da versare. Hanno visto scivolare via la crescita e cadere come birilli i posti di lavoro: un quadro «desolante» che va cambiato al più presto, altrimenti la ripresa non potrà decollare. È questa la conclusione cui arriva l´Ires-Cgil nel suo rapporto sui salari degli ultimi dieci anni.
I conti sulle buste paga lasciano poco spazio ai dubbi: fra il 2000 e il 2010 i lavoratori italiani hanno perso 5.453 euro in potere d´acquisto. Una parte se li è rosicchiati il costo della vita che è stato più alto di quanto previsto e conteggiato nei contratti (3.384 euro), l´altra è legata dalla mancata restituzione del “fiscal drag”: duemila euro a testa versati in più per effetto del progressivo aumento delle aliquote su redditi gonfiati dall´inflazione. In totale, nei dieci anni presi in considerazione, la perdita del potere d´acquisto calcolata su tutte le retribuzioni ha raggiunto quota 44 miliardi: il valore di un paio di Finanziarie, soldi che potevano essere messi in giro per spingere la domanda interna e i consumi e che invece sono stati sottratti alle famiglie.
Il fatto è che nello stesso periodo proprio quelle famiglie sono state chiamate a versare più soldi nelle casse delle Stato: fra il 2000 e il 2010 le entrate tributarie da lavoro dipendente sono infatti aumentate del 13,1 per cento (al netto dell´inflazione) mentre quelle di tutte le altre voci (da lavoro autonomo, giochi e lotterie, imprese e quant´altro) sono diminuite del 7,1.
Per la Cgil questo è uno degli snodi fondamentali nella politica del rilancio: «Bisogna ridurre subito la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni – ha detto il leader del sindacato Guglielmo Epifani – il nostro sistema fiscale pensa che il reddito da lavoro sia la gallina dalle uova d´oro, ma se si aumenta solo la tassazione sul dipendente, riducendola su altri fattori, non solo si compie un´operazione iniqua, ma si uccide la produttività».
Ma non per tutti la crisi ha rappresentato un tracollo, precisa il rapporto: se negli ultimi otto anni operai e impiegati hanno accumulato – in media – una perdita di reddito reale di 3.118 euro, imprenditori e liberi professionisti hanno visto aumentare le loro disponibilità (sempre in media) di 5.940 mila euro. Questi anni bui hanno dunque fatto esplodere il problema delle diseguaglianze: il 10 per cento delle famiglie (2.380.000 circa) possiede quasi il 45 per cento dell´intera ricchezza del paese e ognuna di loro può contare su patrimoni e ricchezze per 1.547.750 euro. Ma il 50 per cento della popolazione (quasi 12 milioni di famiglie) deve accontentarsi del 9,8 appena della ricchezza, mettendo insieme capitali per 68 mila euro. Un divario che invece di diminuire aumenta e che, per la Cgil, rende necessaria e urgente una politica di ridistribuzione della ricchezza. «Serve un fisco giusto che oltre a combattere l´evasione aumenti la tassazione sulle rendite, portandola al livello degli altri stati europei, e colpisca le grandi ricchezze» sottolinea Agostino Megale, presidente dell´Ires-Cgil.
Il ventaglio delle diseguaglianze è ampio: in Italia ci sono 15 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 1.300 euro al mese e circa 7 milioni (il 60 per cento donne) stanno sotto la soglia dei mille euro. Sono questi nuclei, già fragili in sé, a cadere sempre più spesso nel tunnel dell´indebitamento. Grazie alla crisi, infatti, il rapporto fra debito delle famiglie e reddito disponibile lordo ha raggiunto quota 60 per cento (fra il 2001 e il 2009 è aumentato di 27 punti, 5 solo dall´inizio della crisi). In media, una famiglia di lavoratori dipendenti contrae debiti per oltre 16,5 mila euro l´anno (l´86 per cento è legato a mutui, il resto in prestiti richiesti per consumare).

La Repubblica 28.09.10

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«Il valore dei salari è sceso di 5.400 in 10 anni», di Luciano Costantini

Più poveri e più discriminati. Questo l’identikit dei lavoratori dipendenti, disegnato nel rapporto Ires-Cgil sulla ”Crisi dei salari”. Più poveri perché in dieci anni, dal 2000 al 2010, le buste paga hanno perso oltre cinquemila euro in termini di potere di acquisto: 3.384 euro a causa dell’inflazione che è risultata più alta di quella prevista ai quali ne vanno aggiunti oltre 2.000 per la mancata restituzione del fiscal drag (aumento della pressione fiscale originato dall’espansione inflazionistica dei redditi in presenza di aliquote fiscali crescenti). La perdita totale, secondo lo studio della confederazione di corso d’Italia, arriva a 5.453 euro. Tra il 2009 e il 2010, sempre secondo la Cgil, è aumentata infatti dello 0,4% la pressione fiscale che ha portato ad una crescita delle retribuzioni di 16,4 euro netti al mese. Ma calcolando l’incidenza della cassa integrazione, l’aumento medio delle busta paga è stato di soli 5,9 euro netti. La perdita del potere di acquisto registrata nell’ultimo decennio ha prodotto in compenso un beneficio per le casse dello Stato valutabile a 44 miliardi di maggior entrate.
Un decennio caratterizzato da una crescita zero in termini di pil, occupazione, produttività e da anni meno buoni e anni buoni. I peggiori sono stati il 2002 e il 2003 con oltre 6.000 euro di perdita cumulata a causa dell’inflazione; i migliori sono stati il 2008 (+1.964) e il 2009 (+1.269). Il primo per l’aumento sostenuto in busta paga (+5,7%) e il secondo per il crollo dell’inflazione conseguente alla crisi. Una fotografia «molto allarmante», a giudizio di Guglielmo Epifani, che richiede interventi rapidi ed incisivi sul versante fiscale attraverso la riduzione del carico per i lavoratori dipendenti. «Non è che possiamo rimandare la questione alle calende greche».
Oggi oltre quindici milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7 milioni (63%) di pensionati di vecchiaia o anzianità guadagnano meno di 1.000 euro. Dice ancora la Cgil che, prendendo come punto di riferimento il salario medio mensile di 1.260 euro, viene fuori che una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (1-19 addetto) il 18,2%; un lavoratore del Mezzogiorno il 20,0%; un lavoratore immigrato (extra-Ue) il 24,7%; un lavoratore a tempo determinato il 26,2%; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27,0%; un lavoratore in collaborazione il 33,3% in meno. La perdita del potere di acquisto dei salari ha portato ad una flessione del reddito delle famiglie che in termini reali supera il 6%, che corrisponde ad oltre 1.100 euro all’anno.
Una disuguaglianza di tipo economico-sociale che va ad affiancare anche un’altra disuguaglianza, quella finanziaria: dal ’95 al 2008 i profitti sono cresciuti di circa il 75,4% e, nel contempo, dal ’90 ad oggi, si è registrata una crescita di redditi da capitale di oltre l’87%. Mentre i salari netti sono sotto il valore reale del 2000.

Il Messaggero 28.09.10

"La Lega sente aria di elezioni", di Michele Brambilla

La battutaccia di ieri di Umberto Bossi sui «romani porci» non stupisce più di tanto: si inserisce in un’ormai più che consolidata tradizione di linguaggio da caserma, anzi da lupanare. Del resto il leader della Lega (che tra le altre cose è anche un ministro della Repubblica) già in passato ci aveva spiegato che cosa si puliva con il tricolore, aveva già urlato a Casini dove glielo aveva messo Berlusconi (aprile 2008), aveva già mostrato il dito medio, fatto pernacchie, e via con questi tocchi di classe. Nella sua ormai lunga carriera non ha risparmiato nessuno: nemmeno Berlusconi, al quale ha dato del «Goebbels» (24 gennaio 1995) e del «mafioso» (15 settembre 1995), tanto che il Cavaliere in più di un’occasione si era sentito in dovere di reagire: «Bossi quando parla sembra un ubriaco al bar»; «Bossi è un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo». Perfino il professor Gianfranco Miglio, al quale oggi un sindaco leghista ha intitolato una scuola, aveva espresso un giudizio non esattamente lusinghiero.

Si era espresso così: «Bossi è un incolto, buffone, arrogante, isterico, arabo levantino mentitore, se mi si ripresenta lo caccio a pedate nel sedere» (18 maggio 1994).

Il lettore ci perdoni tante squallide citazioni, ma questo è il livello, ormai da troppi anni, del dibattito politico in Italia. Vogliamo dire che da un certo punto di vista le esternazioni di Bossi a Lazzate, in Brianza, rientrano in una desolante routine. Chi ha occasione di seguire i suoi comizi – e soprattutto i suoi dopo-comizi – sa bene che Bossi è così: quando è con «la sua gente» non rinuncia al cabaret, e neppure al trivio e qualche volta alla dichiarazione di guerra. Tutto viene ammorbidito da un clima da strapaese, e quindi minimizzato, infine lasciato perdere nelle cronache da noi giornalisti, che quasi sempre ci limitiamo a riportare le dichiarazioni che ci paiono di spessore politico, nella convinzione che dobbiamo attenerci alla realtà ufficiale, mentre forse sarebbe più istruttivo per i lettori descrivere la realtà per quella che è, tutta intera, cabaret compreso.

Passa l’idea che tutto vada ricondotto al folclore leghista. E anche allo spirito giocherellone di Bossi, il quale soprattutto dopo la malattia è diventato meno aspro e più spiritoso, può apparire anche simpatico quando ad esempio dice che a Roma al massimo si può far la corsa delle bighe, e non delle automobili. Diciamola tutta, altrimenti è ipocrisia: molti dicono pure che Bossi è un po’ «andato».

Ma non è così. Da dopo la malattia, Bossi è sicuramente blindato da un gruppo di fedelissimi che lo tengono sotto scorta, che cercano di evitargli strapazzi ma anche esternazioni fuori controllo (da quanto tempo Bossi non rilascia più un’intervista?), insomma è particolarmente accudito e protetto. Ma è tutt’altro che «andato». La sua intelligenza politica, o se preferite la sua astuzia, è intatta: e quando Bossi dice qualcosa destinata a far rumore è perché vuole che si faccia rumore, e che quel rumore produca un risultato.

Senza voler far dietrologia, crediamo sia perlomeno lecito avanzare il sospetto che il «sono porci questi romani» di ieri non sia dovuto a qualche bicchiere di troppo, come hanno ipotizzato per minimizzare alcuni del centrodestra, ma sia piuttosto un sasso in piccionaia per agitare gli animi dei suoi. Dotato di fiuto come pochi altri, Bossi ha capito che nel centrodestra non c’è tregua che tenga, e che le elezioni anticipate sono inevitabili. E così ha cominciato a scaldare i motori, o meglio il suo elettorato, sapendo bene che per scaldarlo non c’è niente di meglio che riesumare il nemico di sempre: Roma. Contro Roma ladrona aveva cominciato la sua battaglia, contro Roma la riprende sempre ogni qual volta si avvicinano le urne. Intanto a Roma è al governo e gestisce ministeri chiave. E non si astiene né quando c’è da votare per Roma capitale, né ci sono da salvare Caliendo e Cosentino dalla giustizia.

È solo un’ipotesi, e forse qualcuno dirà che il bicchiere di troppo lo abbiamo bevuto noi. Ma snobbare le sparate di Bossi, ridurle a espressione di ignoranza e maleducazione, è un atteggiamento che per troppo tempo ha portato a una sottovalutazione delle mosse della Lega e dei loro effetti politici.

La Stampa 28.09.10