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La legge è uguale per tutti. O no?

Ghedini e Alfano spiegano bene cosa interessa a Berlusconi: i suoi processi. Bersani fa appello al Parlamento: “Dica se legge è uguale per tutti”. “Un Berlusconi senza processi è il mio obiettivo e lo dico contro i miei stessi interessi perché non avrebbe più bisogno di un avvocato”. Non sconfiggere la crisi economica, non impegnarsi per una scuola pubblica di qualità, non investire nella ricerca. La priorità del governo è proteggere il premier e i suoi guai con la giustizia. È questa la priorità per Niccolò Ghedini, avvocato del premiere e parlamentare del Pdl. Secondo Ghedini grazie al continuo attacco a Berlusconi i magistrati possono continuare a godere dei loro privilegi da casta. A dargli manforte ieri a Milano alla Festa delle Libertà, c’erano il ministro delle Giustizia Angelino Alfano, Francesco Pionati, segretario dell’Alleanza di Centro, Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia e indagato nell’inchiesta sulla P3, Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato. A guidare il dibattito il direttore del Tg1 Augusto Minzolini.

Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, non aspetta a ribattere alle gravi parole pronunciate dal palco di Milano: “Dalle parole dell’avvocato Ghedini e del ministro Alfano si capisce benissimo quale, tra i cinque punti di programma di cui parlerà il presidente del Consiglio, sia quello fondamentale e che più interessa Berlusconi e il Pdl. Inutile che usino tanti giri di parole, che si citino le grandi riforme, che si mettano insieme tutti gli altri punti: da mesi il Paese è bloccato attorno al problema personale del capo del governo. A questo punto è bene che ci si chiarisca subito sul tema giustizia e sul significato concreto che dovrà avere la riforma, perché è chiaro che ciò condizionerà la situazione politica e legislativa. E’ ora che le Camere dicano se i cittadini sono ancora o no tutti uguali davanti alla legge, come prevede la Costituzione. E’ su questo punto che il
Parlamento si deve esprimere con chiarezza”.

Ghedini è stato stupefacente: “Abbiamo una magistratura straordinariamente forte – ha sostenuto Ghedini – alla quale non dispiacciono i processi a Berlusconi perché consentono di gridare al golpe e mantenere lo straordinario potere che i giudici hanno in questo Paese”. Il cancro del sistema – a giudizio dell’avvocato di fiducia di Berlusconi – sta nell’enorme libertà e nell’autoreferenzialità di cui godono i magistrati. “Sono l’unico potere che si autogiudica, sono fuori controllo” e per questo “bisogna riformare la magistratura attraverso una riforma costituzionale, basta trattare. Va fatta la riforma, punto e basta”.

Sul tavolo ci sono la legge sulle intercettazioni, quella sul processo breve e il lodo Alfano-bis, oltre alla sbandierata divisione delle carriere. Tutte norme che bloccherebbero, in un modo o in un altro, il già farraginoso iter giudiziario. Cadrebbe in prescrizione la maggior parte dei processi attualmente celebrati in tribunale, in sfregio alle vittime dei reati e alla sicurezza dei cittadini. E tutto per una ragione, anzi per delle ragioni: le ragioni personali del premier!”.

Sulla stessa linea il responsabile Giustizia, Andrea Orlando, che rincara: “Quando Ghedini e Alfano parlano di riforma della giustizia, non ci si può che preoccupare perché, gira e rigira, l’unica riforma che hanno in testa è quella per cancellare i processi a Berlusconi. In ogni caso, se volessero ragionare seriamente di come modernizzare il sistema di giustizia del nostro Paese, non mancherebbero le cose da fare: la semplificazione del processo civile, la riorganizzazione del servizio, a partire dalle circoscrizioni giudiziarie, e del sistema penitenziario ormai all’esplosione. Noi, con buona pace del ministro Alfano, vogliamo cambiare il funzionamento
della giustizia nell’interesse di tutti, però, e non di uno solo e faremo una battaglia durissima contro qualsiasi colpo di spugna”.

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"Arte e nuvole fritte la città si ricostruisce anche con la cultura", di Jolanda Buffalini

I progetti lanciati dalla festa tematica del Pd non si fermano
Workshop e iniziative per la città: come le «neole» di Bruna Esposito. E una raccolta fondi per restaurare le nicchiette insieme a l’Unità. È stata una bella idea concepire la Festa nazionale della cultura come “work in progress”, tanto più bella in quanto la festa democratica era a L’Aquila, dove il progredire dei lavori (della ricostruzione) stagna mentre ferve l’attività di nomina dei commissari con relative prebende e conflitti d’interessi.
Come dice il testo che ha dato il via al workshop di scrittura con Emiliano Poddi «dal punto di vista di un architetto, una festa di partito è una tendopoli, la differenza sostanziale rispetto alle tendopoli del terremoto: che stavolta ci si poteva riunire liberamente e liberamente far circolare le idee». Bello pure, era una novità di quest’anno, coinvolgere dentro la festa l’arte contemporanea. Se ne parliamo ancora, dopo tanto che come festa è finita, è perché il work in progress continua, chiusi i battenti si fa circolare il corto montato con Virzì e Comencini, si organizzano le foto e i materiali di scrittura. Si possono guardare e leggere on line, su Unita. it. Anche l’arte è in progress, gli artisti si sono esposti non solo nel senso visivo del termine ma nel senso che si sono impegnati a mandare avanti progetti, engagé si sarebbe detto un tempo.
Neola significa nuvola in abruzzese ma è anche il nome che viene dato alle frittelle tradizionali, uova, farina, olio e lievito, che sono – nonostante gli ingredienti – leggere come una nuvola.
A L’Aquila le chiamano anche ferratelle. Un gruppo di artisti ne ha preso a prestito il nome per farne una onlus: «La finalità è produrre e divulgare attività per il restauro di un luogo pubblico nel centro storico de L’Aquila». La scelta del luogo da restaurare è caduta, come per noi de l’Unità, sulle nicchiette del «primo bacio», le nicchie della scalinata di San Bernardino. Un ottima occasione per rilanciare, anche da parte nostra, la sottoscrizione per questo intervento.
Ricorderete che nei mesi scorsi abbiamo raccolto alcune migliaia di euro e che si manifestò la disponibilità di un imprenditore marchigiano, Gianfranco Di Dario che a sua volta ha coinvolto Paolo Foraboschi, ingegnere e professore allo Iuav di Venezia. Anche Dacia Maraini e il festival di teatro di Gioia dei Marsi. Sembra che ci sono le condizioni per unire le forze e andare avanti. Intanto Bruna Esposito, che è la più affermata degli artisti che partecipano a Neola (ha vinto nel 1999 la biennale d’arte),
spiega come procedono loro. Insieme a Bruna ci sono Enzo De Leonibus, Fabrizio Sartori, Franco Fiorillo e Emanuela
Barbi. «Il primo oggetto d’arte che abbiamo prodotto sono le piastre da arroventare per produrre le neole o ferratelle». Le piastre, il metallo pesante che si venderanno nelle feste e nei bookshop delle mostre e dei musei a prezzi d’arte, sono incise con il disegno del rosone di Collemaggio, «rosa mistica dalla lavorazione raffinata e aerea … in cui l’elemento materiale della luce si fa materia per mettere in comunicazione l’immanente e il trascendente», scrive Paola Ardizzolanella presentazione.
Con quelle piastre anche le neole, buonissime, dolci e salate, prendono il ricamo del rosone. E gli artisti si spostano con il baracchino, bombola del gas e cucinino, per prepararle nelle feste.
La piazza temporanea è l’altra installazione. Altri due termini, “piazza” e “temporanea” evocativi per la città terremotata . È vissuta esattamente come il suo nome indica, i bambini ci giocano, i visitatori della festa si siedono. L’esperimento, voluto da Domenico Petrolo del dipartimento cultura del Pd, è riuscito: la piazza allestita da “2A+P/A (Bombaci e Costanzo) utilizza degli eco-pallet, detti anche balanche, pedane di legno per il deposito e trasporto dimateriali edili pesanti. E costruisce con
questi materiali da riuso i simboli del luogo principe della vita sociale: panchine, scalinata, muretto, podio. Una socialità ecosostenibile a costo zero.
Per Marco Cordero i libri sono un oggetto di culto ma non come per i bibliofili. Suo padre, che è morto a 44 anni, quando lui ne aveva 13, lavorava in una cartiera. E nella cartiera i libri arrivavano senza copertina, pronti per il macero. Diventavano poltiglia e poi cartoncino lucido per confezionare le zollette di zucchero. Qualcuno di questi libri, però, si salvava. Arrivava a casa senza copertina e veniva foderato con carta da pacchi marrone. Ora che è un artista, Cordero assembla
libri e incide all’interno figure antropomorfe. Le sue sculture possono crescere, se la gente porta libri, e la figura può farsi più complessa diventando una storia. Una storia contenuta
nei libri ma non come la intendiamo noi, normalmente.

L’Unità 27.09.10

Urla al Nord ma “magna” a Roma

Mentre per l’ennesima volta offende Roma e i romani dandogli dei porci, 800.000 euro dalla Capitale arrivano nell’inesistente Padania per la scuola privata della moglie. Puglisi: “Bossi non disdegna quei fondi mentre tagliano i soldi alla scuola pubblica”. Franceschini: “Il Pd presenterà mozione di sfiducia individuale”.
Siamo alle solite. Nella massima difficoltà si contrattacca alzando la posta e disorientando l’attenzione pubblica. La Lega sa bene che il governo è al capolinea e per bocca del suo leader decide di alzare la polvere per nascondere il fallimento più evidente degli ultimi 15 anni. Durante l’ennesimo comizio di Lazzate a base di celodurismo e di cacciamoli tutti a pedate, Bossi parlando di Roma e dell’eventualità che nella capitale si possa disputare una Gran Premio di Formula1 si è lasciato andare con questo sproloquio: “i romani se lo possono dimenticare, Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe. Basta con Senatus PopulusQue Romanus, il Senato e il popolo romano, io dico sono porci questi romani”. Applausi scontati della gente ignorante per le dichiarazioni di un ignorante. nel senso che si ignora la storia…
Non siamo in un film dell’orrore ma nella normalità della strategia leghista che continua nel mostrarsi pura nei week end tra i propri elettori, sputando nel piatto dove mangia durante tutti i giorni feriali. Per questo il Pd presenterà una mozione di sfiducia individuale, come ha reso noto Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd: “Le parole del ministro Bossi su Roma e i romani definiti “porci” hanno superato ogni soglia di tollerabilità e anche nelle reazioni non si può continuare a catalogarle nella categoria delle parole sfuggite o di cattivo gusto ma bisogna recuperare la capacità di reagire nelle sedi istituzionali proprie quando un ministro della Repubblica offende lo Stato, le istituzioni e il ruolo stesso che ricopre pro-tempore. Ne abbiamo parlato con Bersani e Anna Finocchiaro questo pomeriggio e domani mattina proporrò alla presidenza del gruppo di presentare una mozione di sfiducia individuale al ministro Bossi. In questo modo l’aula e ogni singolo parlamentare di maggioranza e di opposizione dovranno pronunciarsi individualmente con l’appello nominale sulla conciliabilità delle parole di Bossi e il suo ruolo di ministro”.

A parte il fatto che senza Roma e senza i ladroni che tanto denuncia Bossi politicamente non esisterebbe siamo all’apoteosi della falsità e del populismo. Bossi ha la memoria corta quando si dimentica che i soldi che finanziano la Lega e l’inesistente Padania arrivano proprio da Roma. Vuole il decentramento dei ministeri? Chissà quale per primo? Di sicuro quello dell’Economia visto che è molto recente il finanziamento di 800.000 euro per gli anni 2009/2010 della scuola Bosina di Varese. Una scuola molto fortunata la cosiddetta Libera Scuola dei Popoli Padani: nata dodici anni fa grazie all’intuizione della signora Manuela Marrone, maestra elementare e….moglie di Umberto Bossi! La signora Bossi è ovviamente ancora socia della cooperativa che gestisce la scuola e che si pone l’obiettivo di dare un’impronta di “cultura locale, alle radici e al territorio”. Una scuola per giovani leghisti, nata dalla moglie di Bossi e finanziata dai soldi di Roma ladrona. Tutto torna.

Ma non solo. Il presidente della scuola è Dario Galli, ex senatore leghista che si occupa di pedagogia del territorio. Sicuramente sarà in grado di gestire molto bene gli 800mila euro destinati all’ampliamento e alla ristrutturazione di un edificio molto recente!

“Mentre Bossi parla a vanvera contro Roma, non disdegna affatto gli 800mila euro che arrivano da Roma per la scuola privata della moglie”. Questo il primo commento di Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd. “Davvero paradossale che si finanzino scuole private perché legate alla Lega mentre si assistono a continui tagli di risorse dai fondi della scuola di tutti”.

“Oltre ad utilizzare risorse pubbliche per indottrinare i bambini – ha continuato la Puglisi – è ancora più grave che non siano stati ancora rimossi tutti i simboli padani dalla scuola di Adro. Per questo, sabato prossimo il Pd ha organizzato un incontro pubblico sotto la prefettura di Brescia per richiedere l’immediata rimozione di tutti quei simboli. Quando sosteniamo che lo stato della scuola in Italia è un chiaro segnale dell’emergenza democratica che stiamo vivendo, ci riferiamo proprio a questi fatti. Le regole istituzionali vanno rispettate da tutti. Soprattutto nella scuola”.

Gli stanziamenti che arrivano hanno un nome che è tutto un programma: il provvedimento della commissione bilancio si chiama legge mancia, “perché in quel modo senatori e deputati assegnano contributi e fondi a enti o amministrazioni che hanno particolarmente a cuore”.

Per chi volesse avere un po’ di informazioni sulla pedagogia e didattica della scuola Bosina è sconsigliato il sito ufficiale. Molto più esaustivo il portale delle Associazioni padane che mette in luce (oltre al nome padania ripetuto allo sfinimento in tutte le sue forme) che la “scuola Bosina si propone come obiettivo quello di coniugare l’insegnamento previsto dagli organismi competenti, con le esigenze del tessuto sosciale locale, di formatre futuri cittadini integrati nella realtà storica, culturale, economica e industriale che li circonda, pronti a confrontarsi con altri modelli sociali”. Di seguito sono ben evidenti gli articoli della Padania dove si legge che “sulla scuola soffia il vento del Nord”, che “il Nord è stanco di una scuola aliena e ingestibile”.

Una vera scuola privata di indottrinamento leghista pagata e sovvenzionata con soldi pubblici. E con quale faccia tosta si può ancora chiamare Roma la ladrona?

“Porci questi romani? La battuta è vecchia ma forse piace a Bossi perché ne trova quotidiana conferma nei romani che incontra più spesso, i colleghi di maggioranza e di governo. In realtà ci sarebbero pure politici e cittadini per bene, da Adro fino a Casal di Principe passando per Roma, ma l’onorevole Bossi, in ogni angolo d’Italia, riesce inspiegabilmente ad allearsi con quelli per male”. Lo dichiarato Giovanni Bachelet, deputato e presidente del Forum Politiche dell’istruzione. “Così, fra banchi di scuola marchiati col Sole delle Alpi e parolacce ai romani – ha proseguito Bachelet – tenta pateticamente di mascherare l’ennesimo insabbiamento del federalismo fiscale da parte del governo Berlusconi, con in testa il Ministro Gelmini che vuol tenersi il ministero dell’Istruzione a Roma così com’è”.

“Bossi faccia il ministro e non il comico” dichiara in una nota il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti. A chiedere il parere del sindaco Alemanno e della presidente della regione, Renata Polverini, è il commissario del Pd nel Lazio, Vannino Chiti: “Sono offese gravi, i due amministratori che ne pensano?”. A volere le scuse ai romani è anche l’ex sindaco ed ex segretario del PD, Walter Veltroni: “Bossi rispetti Roma e i Romani. Ha insultato milioni di persone. Ha insultato la capitale dello Stato e i suoi cittadini. E’ intollerabile che questi insulti vengano da un ministro della Repubblica. Il leader della Lega torna al linguaggio da trivio, segno che la crisi del centrodestra e del governo sta mordendo e lo spinge a dare il peggio di sé alla ricerca di consensi. E’ una offesa non solo a Roma e ai suoi cittadini ma è un comportamento inaccettabile da parte di un ministro della Repubblica. Bossi al posto di partecipare ai concorsi di Miss Padania dovrebbe ricordarsi di avere un ruolo istituzionale. E se non lo ricorda lui dovrebbe intervenire il presidente del consiglio per pretendere delle scuse”.

A.Dra

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"Fondi dimezzati, la Biblioteca muore", di Ernesto Galli della Loggia

«Il governo senza soldi non può accettare passivamente un disastro annunciato. La biblioteca di Firenze, memoria del Paese, è alla paralisi».
Signor ministro, quella che si appresta a leggere è l’ennesima lettera che le viene indirizzata di questi tempi per lamentare le tristi condizioni economiche che affliggono un’istituzione culturale. Sono d’accordo con lei: c’è qualcosa di insopportabilmente petulante non scevro di una vaga supponenza in queste lamentele in nome della cultura. La cultura: una roba — come senz’altro deve averle detto più di una volta qualche suo collega in Consiglio dei ministri — che non produce un centesimo ma sta sempre a chiedere soldi. Di soldi, questa volta, ha bisogno, un urgente e disperato bisogno, la Biblioteca Nazionale di Firenze. La Biblioteca — non sto certo a dirlo a lei, che di sicuro lo sa benissimo, ma a qualche lettore distratto — è la nostra massima istituzione libraria, il luogo della Penisola dove è conservata la stragrande maggioranza del nostro patrimonio a stampa specie degli ultimi due secoli. Oltre ai libri di ogni tipo, giornali, riviste, opuscoli: tutto ciò che in Italia si è pensato e scritto da un certo momento in avanti sta qui, in questi depositi, in questi schedari, in queste sale. Per far funzionare e mantenere le quali è stato speso quest’anno 1 milione circa di euro, cui il suo ministero ha contribuito con la cifra modesta di 716 mila euro (escluso il pagamento degli stipendi): cifra modesta in sé e tanto più, vorrà convenirne, rispetto all’importanza dell’istituzione finanziata. Che però, ciò nonostante, l’anno prossimo si vedrà decurtare la cifra suddetta a meno della metà: 350 mila euro.

Si aggiunga, per completare il quadro, il blocco del turn over: in cinque anni il personale della Biblioteca è diminuito del 60 per cento. Il risultato lo si può immaginare. La catalogazione dei libri, ripresa solo grazie alla generosità del Monte dei Paschi, copre solo il 10 per cento (il 10 per cento!) dei volumi pubblicati negli ultimi due anni; dappertutto arredi vecchi che cadono a pezzi, scarsa pulizia e per finire — e quel che più conta — è stato annunciato che ormai restano in cassa solo poche decine di migliaia di euro per pagare il personale della ditta che si occupa della distribuzione dei volumi al pubblico, il cui contratto scade alla fine di novembre. Dopo, quindi, bisognerà ridurre drasticamente anche gli orari di apertura della Biblioteca. In pratica, per un’istituzione come questa, l’inizio della fine. Vede, signor ministro, se i soldi non ci sono, non ci sono, chi non lo capisce? (naturalmente per un certo tipo di cose non mancano mai, ma lasciamo perdere) e dunque nessuno intende farle una colpa di una cosa (l’entità del bilancio del suo ministero) che non dipende certo da lei. Ciò che però colpisce — che almeno colpisce le persone come me che hanno un qualche interesse diretto in questo genere di faccende — è il modo tranquillo, mi viene da dire quasi disinvolto e distratto, spesso addirittura infastidito verso chi se ne lamenta, con cui lei vive e rappresenta all’esterno questa situazione di penuria. Lei è niente di meno che il ministro preposto all’arte, al cinema, ai musei, ai teatri, alle biblioteche, di un Paese che non è il Paraguay o il Madagascar (degni peraltro del più incondizionato rispetto), ma che è l’Italia. Lei sa che senza quelle cose, senza i musei, le biblioteche, il cinema, l’opera, l’Italia non è niente.

«Noi» non siamo niente. Senza di esse anche la nostra storia, anche l’oggi citatissimo e celebratissimo Risorgimento, non significano più nulla, l’Italia scompare. Ma non solo l’Italia (come forse a qualcuno piacerebbe). Scompaiono anche, mettiamo, la provincia di Verona o quella di Bergamo; le quali senza le cose di cui stiamo dicendo diventerebbero nient’altro che due floridi distretti economici senza passato, senza radici, che potrebbero stare qui come in Cina o in Romania. Ricchi ma insignificanti: come tutto ciò che non ha identità. Vede, signor ministro, nessuno le chiede di darsi fuoco per protesta davanti al ministero del Tesoro. Ma il Paese — per essere più modesti almeno quella sua parte che condivide il contenuto di questa lettera — le chiede se non altro di condividere pubblicamente le sue preoccupazioni, di dare a esse voce intervenendo nell’arena pubblica non solo per stigmatizzare questo o quell’indirizzo ideologico a lei sgradito. Ci accontenteremmo che lei non si stancasse di spiegare all’opinione pubblica e alla classe politica che ogni euro sottratto alle biblioteche, ai musei, al cinema, ai teatri, è una ferita aperta nella nostra storia. Insomma: alla fine non le chiediamo altro che di condividere una pena, di partecipare a un dolore. Mi creda, se lei lo facesse sarebbe già moltissimo. Con il mio ossequio.

Il Corriere/Firenze 27.09.10

Crediamo nella scuola pubblica – Forum PD sulla pubblica istruzione

La riforma epocale della scuola pubblica, approvata da Tremonti-Gelmini, assicurerà davvero la qualità della scuola italiana?” Lo chiede Pier Luigi Bersani dalle pagine de l’Unità nel giorno in cui il PD inizia due giorni di lavori per il Primo Forum sulla pubblica istruzione in programma a Roma a Palazzo Rospigliosi.

“La riforma – scrive Bersani – aumenterà i divari tra nord e sud del Paese, la dispersione e abbandono scolastico perché la destra disegna la scuola delle divisioni: fra ricchi e poveri, italiani e stranieri, nord e sud, dirigenti e manovalanza. E così verrà meno il ruolo di un sistema scolastico che dovrebbe funzionare da ascensore sociale, strumento di uguaglianza e libertà”.

“Ci hanno raccontato che i tagli alla scuola sono necessari: non è vero. Non è un problema di soldi ma di scelte politiche. Le risorse possono essere recuperate dall’evasione fiscale e se il Governo mettesse a gara le frequenze liberate dal digitale terrestre, incasseremmo risorse che, nell’emergenza, potrebbero essere investite nella scuola, nella conoscenza, nel sapere”.

“Le proposte del PD non rifiutano l’innovazione, anzi la chiedono ma il futuro economico e quello civile si tengono e crescono insieme solo se si investe nell’istruzione e nei saperi. Noi guardiamo al futuro. Per questo crediamo nella scuola pubblica”.

“Il ministro Gelmini smetta di fare propaganda attribuendo i mali della scuola alla sinistra, perché il berlusconismo è ormai al tramonto e la sua “riforma epocale” insieme al maestro unico sono stati bocciati dalle famiglie e dagli studenti italiani”. Così Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Pd.

“Il governo risparmia sulla pelle degli insegnati precari, sulla pelle degli studenti costretti a vivere e studiare in classi sovraffollate, oltre ogni limite di decenza e di sicurezza. Non c’è qualità nella scuola pubblica senza quantità di tempo scuola. Basta demagogia e menzogne. Altro che “elmetti in classe”, col governo di centrosinistra il progetto promosso dal ministero dell’Istruzione e della Difesa, fin dal nome “La pace si fa a scuola” era tutt’altra cosa rispetto alla promozione della propaganda militare, finanziata dall’assessorato alla sicurezza della Regione Lombardia in accordo con l’ufficio scolastico regionale. Il governo affronti i problemi della scuola per dimezzare il tasso di dispersione scolastica e colmare il divario tra Nord e Sud del Paese nei livelli di apprendimento”.

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“Se Gelmini, dopo aver licenziato 132 mila fra insegnanti e collaboratori, si diverte con l’educazione militare insieme al ministro La Russa, il Pd è al lavoro per preparare la scuola pubblica aperta e di qualità di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere”. Lo ha dichiarato Francesca Puglisi, responsabile scuola della segretaria nazione del PD aprendo i lavori del forum politiche dell’istruzione.

A Palazzo Rospigliosi a Roma, si sono riuniti circa 300 fra insegnanti, esperti, sindacalisti, rappresentanti delle associazioni di settore, divisi in quattro gruppi di lavoro che hanno iniziato le attività subito dopo le relazioni introduttive di Giovanni Bachelet, presidente del Forum Istruzione del PD e Francesca Puglisi.

Sarà da questo percorso partecipato, dopo la prima Festa Scuola di Bologna che ha dato avvio al confronto, che nascerà la proposta complessiva che sarà presentata e discussa nell’assemblea nazionale del PD, in programma a Varese i prossimi 8 e 9 ottobre.

L’asse della proposta politica in discussione verte sui seguenti punti:
investimento in educazione di qualità 0-6 anni;
il tempo pieno e il modulo a 30 ore con le compresenze nella primaria – gioielli di famiglia del sistema scolastico italiano;
necessità di innovare profondamente la scuola media e superiore, partendo dalle buone pratiche didattiche sperimentate nelle scuole autonome, per combattere la dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento degli studenti;
scuole aperte tutto il giorno e tutto l’anno per far diventare la scuola il cuore pulsante delle comunità locali;
un sistema di valutazione che aiuti le scuole a crescere e migliorare i livelli di apprendimento degli studenti e sappia valorizzare i diversi percorsi di carriera degli insegnanti che si potranno realizzare all’interno della scuola autonoma.

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“La scuola del domani: proposte dal forum PD”, di Mila Spicola*

Due giorni a disegnare la scuola di domani. Sono pochi? Non tanto, se a parlarne è chi la disegna da una vita, la scuola. E allora non è stata una sorpresa constatare la sostanziale unità d’intenti e di contenuti e di modalità. Siamo stati in 300, alcuni non più giovani ma fortissimi, competenti, entusiasti e con gli occhi sempre luccicanti, pur nella costatazione dello sfacelo che vorrebbero imporci e contro cui lotteremo tenacemente. Chiusi in quattro sale, in quattro distinti tavoli di lavoro, a parlare fitto fitto, a riconoscerci, a respirare singolarmente barlumi di sollievo: ci siamo ancora, non tutto è perduto. La difficoltà maggiore è stata quella di darci il tempo, perché ogni parola era preziosa. Io moderavo il gruppo “cittadini di domani”, quello delle “d”: come disagio, diversità, divario. Perché la scuola oggi come ieri unisce e supera quelle “d” nel prefigurare il domani di un ragazzo che diventerà “cittadino”. Parafrasando Leonardo, “dall’unione delle debolezze deriva la fortezza”, riferendosi all’arco. E allora è questa la scuola che vogliamo, per cui lavoriamo, abbiamo lavorato e vogliamo tornare a lavorare: quella che discende diretta e coerente dalle parole della Costituzione e della Dichiarazione dei Diritti Umani.

La scuola che include, che elimina i disagi trasformandoli in forza, le diseguaglianze salvando le differenze: di sesso, di razza, di condizione sociale, di “abilità” e “disabilità”. Rimuove gli ostacoli per trasformali in vantaggio e risorsa. Altro che tetti agli stranieri e soli di Adro: è la cittadinanza universale dei nostri ragazzi che ci salverà. Il mondo, non il condominio. E allora conseguono le modalità, i termini tecnici, gli strumenti della progettazione. Senza perder tanto tempo a raccontarcela la storia del disastro presente, perché la conosciamo già. Entrando subito nel vivo dei termini, veloci: organico funzionale (con tutti i colleghi necessari e lo sono tutti, precari e non), reti di scuole e sinergie con gli enti locali, didattica flessibile, profilo professionale dei mediatori culturali o meglio: scuola mediatrice di culture, laicità della scuola come laicità della cultura, processi normativi attivi, didattica dell’innovazione, gestione delle risorse, salvaguardia dell’edificio scolastico, reale e simbolico: da fortino assediato a polo socioculturale aperto alla comunità. E poi negli altri gruppi: valutazione del merito da tenere distinta dallo slogan sulla “meritocrazia”, decreti delegati e autonomia scolastica, circolarità dei sistemi, dispersione scolastica, apprendistato o apprendimento. E poi tanto altro..Papà del mio alunno che leggi: non strabuzzare gli occhi, tranquillo; queste parole a volte astruse sono il segno della professionalità, di un passato nobile di esperienze altissime che già conoscono i segni deboli dell’ “architettura di sistema” e saprebbero agirvi per risolverli.

Se presti attenzione te la racconteranno per fartela conoscere, come l’hanno raccontata al PD che sta avendo il coraggio sapere ascoltare (con tutte le critiche annesse sugli sbagli passati: altri lo fanno?), la lunga tradizione – sì, tradizione – della scuola italiana che in questa notte dell’etica rimane uno scoglio miracoloso a cui aggrapparsi per non scivolare nel baratro. Ti racconteranno che il nuovo nasce dall’antico, allora come adesso, che la “didattica dell’innovazione” non è la favoletta del genio dell’ informatica o della lavagna luminosa, ma la necessità di far governare ai nostri figli in modo critico il proprio pc senza esserne sommersi. Di farsi scoglio fermo di patrimonio e cultura mentre intorno travolge e stravolge il flusso delle informazioni. E di ribadire che : l’amore è amore, l’odio è odio, il bene, l’onestà, il rigore e il male ci sono e dovranno pur farne qualcosa in questo mondo che cambia vorticosamente, lì, tra i banchi, oltre a “imparare un mestiere”. Questo abbiamo fatto e questo il PD deve raccogliere.

* Insegnante

L’Unità 27.09.10

"L’aria buona di Cesena. Se il Pd raccogliesse queste cinque stelle", di Giuseppe Civati

Cambiamento, giovani, emozioni: questa è stata la woodstock
familiare, con la raccolta differenziata. Perfino pochi i cinque
punti. Saranno di più, ma un partito strutturato deve capirli
L’esigenza di cambiamento, i giovani, i numeri, le emozioni. Ma soprattutto l’aria che si respira, così lontana da quell’epoca che abbiamo chiamato Seconda Repubblica.
Il «grande prato verde» di Cesena si è aperto anche perché la politica in questi anni è arretrata e si è dimostrata, per motivi diversi, incerta e inconcludente.
È una Woodstock familiare, con la raccolta differenziata. Simbolica quanto volete,madi quei simboli che fanno bene. E che dicono qualcosa e ci illuminano circa le aspettative, soprattutto.
L’impressione è che Grillo la faccia un po’ troppo facile, che le soluzioni siano spesso annunciate o soltanto accennate. Il motivo, però, esiste e l’esigenza di rinnovamento può essere presentata in termini volgari, ma è sentita da molti. Quasi tutti L’enfasi sulla cittadinanza è d’altri tempi. E la necessità di uscire dal circuito politico-mediatico (un’espressione a sua volta politico-mediatica) per capire cosa succede nella società italiana è sacrosanta e si vive, qui, come sulla rete, con un sospiro di sollievo.
Il politichese è bandito. Qui nessuno vuole sentir parlare di Fini (o di Tulliani!), né di alleanze, di cui è lecito sospettare che nella politica italiana si parli fin troppo.
E delle 5 stelle, alcune sono giuste. Ci vuole il voto di preferenza: come non essere d’accordo? Ci vuole uno stile di vita più sostenibile: come non capire il senso di questo messaggio?
Ci vuole la banda larga: si può ancora sottovalutare il fatto che nel Paese della P3 e dell’informazione controllata più si allarga la banda, meglio è?
E allora ecco la «politica senza fili», perché quando i fili sono troppi, ci si sente legati e, soprattutto, non ci si sente liberi. La politica con un po’ di musica e di passione, anche. Perché siamo diventati troppo formali, in ogni senso.
Questa non è un’iniziativa antipolitica, non scherziamo: è un’iniziativa politica.
Con cui fare i conti. Di cui discutere. Nel bene e nel male, perché è molto fragile l’appello all’autopromozione e il «basta ai partiti» più volte ripetuto è davvero gratuito e fuorviante. I «pazzi della democrazia» però ci credono. E sono tanti. A Cesena, sulla rete e nelle cabine elettorali.
L’impressione allora è che 5 Stelle non bastino, che ci voglia tutto il firmamento per cambiare questo Paese. Per sperare in un passaggio rivoluzionario. Perché nulla si sa di quello che pensa Grillo del lavoro, delle politiche per la casa, dei diritti civili. E per questo ci vuole un grande
partito, ci vuole il Pd. Tutto il cielo stellato, sopra di noi. E un po’ di coscienza morale e di senso civico e di afflato civile dentrodi noi. Per cambiare. E per evitare che anche queste energie si disperdano e magari facciano il gioco di non vuol cambiare mai.

L’Unità 27.09.10

"Incentivi, partita da riaprire. Restano ancora 124 milioni", di Luigina Venturelli

Limitati in quantità, discutibili per qualità e, soprattutto, inefficaci rispetto al dichiarato obiettivo di sostenere le famiglie italiane nella peggior crisi economica degli ultimi decenni. Detto questo, il decreto incentivi emanato dal governo la scorsa primavera resta l’unica misura politica di cui i cittadini – almeno quelli che si potevano permettere l’acquisto di una cucina nuova, non quelli che dovevano tirare la cinghia per far la spesa – abbiano avuto esperienza diretta.

RISORSE INUTILIZZATE Un’esperienza non troppo felice, a giudicare dalle cifre raggiunte a tre mesi dalla loro scadenza definitiva: dei 300 milioni di euro a disposizione, ne sono stati stanziati al momento solo il 58%. Restano da spendere ancora 124 milioni di euro. Sarà che non sono molte le persone che hanno bisogno di cambiare la propria gru a torre, sarà che le risorse sono state mal distribuite. I 12 milioni di euro che erano destinati a sostenere l’acquisto di motorini, ad esempio, sono stati esauriti nel giro di due settimane, tanto che ora il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, sta pensando ad una «compensazione con altri settori». Vale a dire, ad un nuovo decreto per dirottare sulle due ruote e sugli altri beni più richiesti dai consumatori i fondi inutilizzati che dovessero rimanere tali alla fine del 2010. I soldi sono finiti anche per la nautica e per le macchine agricole, mentre per gli elettrodomestici ci sarebbero oltre 19 milioni ancora da spendere (il 38% dei fondi originariamente a disposizione per questo settore). Vicino all’esaurimento fondi anche il comparto delle cucine componibili (che ha visto una prenotazione delle risorse pari all’ 83% del totale). Ci sono però alcuni settori dove si è speso molto meno di quanto era stato previsto: per l’efficienza energetica industriale gli sconti hanno assorbito solo lo 0,21% delle risorse stanziate, per le gru a torre poco più del 14% e per gli immobili ad alta efficienza energetica il 21%. La partita incentivi, dunque, potrebbe essere riaperta.

FAMIGLIE SENZA SOSTEGNO Troppo tardi, però, per salvare la faccia dell’esecutivo sul fronte del sostegno alle famiglie in difficoltà. «In questi due anni di crisi, i provvedimenti del governo hanno avuto come unica caratteristica quella di reprimere i consumi, data la mancanza di forme di sostegno ai redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati » commenta Agostino Megale, presidente dell’Ires, l’Istituto di ricerca della Cgil. «Basta guardare le quantità di risorse investite da Tremonti rispetto ai suoi colleghi europei: mentre l’Italia stanziava lo 0,1% del Pil, paesi come Germania, Francia e Stati Uniti investivano dal 2,5% al 4%». Di fronte alla «completa assenza di un disegno complessivo di politica industriale», continua Megale, conta molto poco che «qualche incentivo abbia temporaneamente funzionato».

L’Unità 27.09.10