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I finiani verso la svolta "Pronti a nuovi scenari", di Claudio Tito

Due anni e mezzo dopo le elezioni politiche, praticamente: a metà legislatura, il premier torna alle origini. Riprende il discorso da dove l´aveva iniziato. Due anni e mezzo fa. Oppone l´immagine disastrosa offerta dalla “politica” al suo “governo che fa”. In silenzio.
Un ponte per portare Futuro e Libertà in una «fase del tutto nuova». Una cesura netta rispetto al passato. E ora, nell´orizzonte dei finiani si apre il percorso definitivo verso il «distacco». E verso «accordi politici innovativi».
Le prossime quarantotto ore, quelle che precedono il dibattito alla Camera sul programma di governo, sono quindi considerate «decisive» dall´intero stato maggiore “futurista”. Una partita a scacchi piena di incognite, in particolare sull´intervento preparato da Silvio Berlusconi. Ma con una certezza confidata ieri da Fini ai suoi fedelissimi: d´ora in poi «la lealtà sarà solo verso gli elettori e non verso il premier». E già, perché il rapporto tra i due cofondatori è ormai irrecuperabile. Anzi, entrambi stanno mettendo nel conto una crisi di governo in tempi brevi: «perché così – ripete il presidente del consiglio – la situazione è insostenibile».
Così, il Cavaliere è pronto a sfidare l´ex alleato sulla giustizia per stanarlo e riversargli l´intera responsabilità della rottura. Il presidente della Camera, invece, è deciso a far valere la sua linea: «da sabato mi sento liberato di un peso». Una resa dei conti e la previsione di una crisi di governo che i finiani poggiano su una considerazione inequivocabile: «Berlusconi, per arrivare al Quirinale dopo Napolitano, deve liberarsi di Gianfranco». Un da tagliare senza incertezza e che ha come esito, appunto, la crisi dell´esecutivo.
Non a caso l´inquilino di Montecitorio ha iniziato ad adottare tutte le contromisure possibili. Compreso l´avvio di vere e proprie “prove tecniche” per una nuova alleanza. I contatti con Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, avviati da tempi, adesso si sono intensificati. Ma soprattutto è stato attivato un “canale di dialogo” con il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Conversazioni, scambi di opinioni: sulle emergenze del Paese e sulla crisi economica, sulla legge elettorale e sulle riforme. Per ora niente di più. Ma tutti i ragionamenti convergono su un interrogativo: che fare in caso di crisi? Accettare la strada delle elezioni anticipate o studiare «qualcosa di alternativo»? Sta di fatto che l´idea di una crisi in tempi brevi costituisce la base di ogni confronto. E Fini sa che il dibattito di mercoledì prossimo offrirà molte indicazioni per capire cosa accadrà nelle prossime settimane.
Il premier, spinto dalle “colombe” del Pdl, sta per ora preparando un discorso «alto». Nessun riferimento alla “casa di Montecarlo” e riflessioni programmatiche. Tant´è che ha chiesto a Giuliano Ferrara, da sempre sostenitore della tregua con Fli, di fornirgli qualche suggerimento. Eppure, al di là del tono istituzionale, l´inquilino di Palazzo Chigi intende comunque inserire almeno due questioni dirimenti nel suo intervento: il ddl sulle intercettazioni e il processo breve. «Nessuno può pensare che io debba rinunciare a due provvedimenti che da sempre abbiamo considerato fondamentali. Non mi faccio impressionare da chi mi ha accusato di tutto: di essere un evasore, di aver mosso i servizi e di essere un pregiudicato». Il premier vuole «stanare» i finiani e «dividerli: possiamo prendercene almeno una decina». Ma soprattutto si muove cercando di «non pagare i prezzi dell´eventuale rottura». Perché, avvertono gli uomini del Cavaliere e del presidente della Camera, «come si entra nella crisi ci farà capire anche come se ne esce». Prudenze che fanno perno sul fatto che alcune delle “colombe” più autorevoli hanno smesso di mediare e di frenare gli impulsi barricaderi del Cavaliere. Gianni Letta, ad esempio, da tempo ha interrotto la sua “moral suasion”. In modo particolare da quando Fini ha fatto riferimento al ruolo dei servizi segreti (di cui il sottosegretario ha la delega) nella vicenda monegasca.
In questo quadro, il rischio che tutto possa precipitare viene ormai monitorato ogni giorno. Anche perché il capitolo giustizia diventerà sempre più il cuore del duello Berlusconi-Fini. Lo scambio “tempo” (il rinvio delle elezioni) per lo “scudo” (l´immunità dai processi) è la sola colonna su cui il premier può accettare il compromesso. Che, però, sembra sempre più lontano dopo il videomessaggio di sabato: «Non rompiamo sulla casa di Montecarlo – ripetono i fedelissimi del presidente della Camera – ma sulla giustizia potremmo anche farlo».
E se i “futuristi” ormai lavorano ad un “gabinetto di transizione” in caso di crisi, il Cavaliere non riesce a cancellare dalla sua prospettiva il voto anticipato. Sebbene in un recente colloquio, persino Ignazio La Russa lo abbia messo in guardia: «Silvio, tu avrai la maggioranza per tutta la legislatura anche se rompi con Fini. Ma sappi che la maggioranza c´è anche per evitare le elezioni». Perché l´istinto di «sopravvivenza» dei parlamentari può essere più forte della lealtà politica.
Del resto, in vista di mercoledì prossimo, alcune questioni possono diventare esplosive. Al termine del dibattito verrà posta la fiducia? «Noi – spiega Italo Bocchino – ci sentiamo obbligati davanti alla fiducia». Ma se non venisse posta, sulla risoluzione finale i finiani si sentirebbero liberi di decidere. In modo particolare se il documento sarà firmato solo dai capogruppo del Pdl e della Lega. Se, insomma, non si prenderà atto della presenza della “terza gamba” finiana. E in ogni caso dinanzi al rilancio sul processo breve e sulle intercettazioni, Fli dichiarerà la sua contrarietà. Ma la partita a scacchi è appena iniziata.

La Repubblica 27.09.10

"La memoria corta della Gelmini", di Pippo Frisone

Sabato 25 c.m. alla Festa del Pdl a Milano, il Ministro Gelmini è tornata ancora una volta sul fenomeno del precariato in Italia per addossare tutte le colpe alle sinistre e ai sindacati.
Vorremmo ricordare all’on.Ministro alcune semplici verità che la sua corta memoria omette di ricordare. In particolare:
a) dal 10.5.1994 a oggi il centro-destra ha governato con Berlusconi ben 4 volte e negli ultimi dieci anni, tolto il biennio dell’ultimo governo Prodi, per otto anni di seguito.
b) è stata la sua collega Moratti a intervenire a più riprese sulle graduatorie permanenti dei precari, abolendo la 4 fascia, facendola confluire sulla terza, mettendo i precari storici contro sissini e paritarie, dando così avvio a un contenzioso che si trascina ancor oggi
c) è stata ancora la Moratti a raddoppiare il punteggio ai precari delle scuole private paritarie, mettendoli in posizione più vantaggiosa

d) i piani pluriennali di stabilizzazione e immissione in ruolo dei precari, uno del governo D’Alema (60mila assunzioni) e l’altro del governo Prodi (150mila), sono stati sistematicamente boicottati e vanificati dai governi di centrodestra.
e) Nel 2002 fu il governo Berlusconi a bloccare per due anni consecutivi ( 2001/02 e 2002/03) le assunzioni in ruolo dei precari.
f) I governi di centro-destra hanno voluto e gestito col DM.n.21/05 l’ultima sanatoria che aumentò a dismisura le graduatorie, istituendo per i precari con 360 giorni, corsi abilitanti speciali e di specializzazione sul sostegno
g) Il governo Berlusconi con la legge n.133/08 ha dato un colpo mortale al precariato, tagliando 135mila posti di lavoro in tre anni.
h) è stato il ministro Gelmini a inventarsi le code alle graduatorie ad esaurimento per il biennio 2009/11, salvo poi bocciarle e ritornare col prossimo aggiornamento all’inserimento a pettine.

E’ scontato che anche i governi di centro-sinistra hanno avuto i loro ritardi e le loro colpe, soprattutto quella di non essere riusciti a portare a termine le riforme annunciate.
Sul precariato sarebbe ingeneroso dare addosso alle sinistre come fa la Gelmini, dimenticandosi che per oltre 40anni la scuola è stata nel bene e nel male appannaggio esclusivo dei ministri democristiani.
Quanto ai sindacati cosa dovevano fare se non battersi per stabilizzare il personale precario che nel ‘74 costituiva la metà del personale in servizio?
Dal 74 al 84 furono immessi in ruolo quasi 600mila precari e di tutto questo non ne facciamo una colpa ai sindacati, anzi torna a loro merito!
Le continue sanatorie che si sono succedute dalla L.270/82 in poi testimoniano l’incapacità d’una classe politica non in grado di affrontare in maniera organica e di sistema tutti i problemi della scuola e tra questi quello del precariato ha rappresentato il sintomo e non la causa…
La Legge 326/84, la legge 417/89 e la legge 124/99 sono stati tentativi di risolvere più l’emergenza che dare stabilità e credibilità all’intero sistema.
Quanto alle ”riforme epocali“ del Ministro Gelmini queste sono sotto gli occhi di tutti.
La distruzione di 135mila posti di lavoro in tre anni, la cronica carenza di finanziamenti, le riforme che servono solo a fare cassa, fanno tutt’uno con la precarietà della scuola che riflette una società in crisi anch’essa sempre più precaria e divisa, senza certezze per il futuro che fa fatica a dare ai giovani una speranza per il loro avvenire.

da ScuolaOggi 27.09.10

"Bersani: sì a un'intesa per lo sviluppo", di Domenico Ravenna

Per un Pd che, come ama ripetere il suo segretario, è «un partito di governo che si trova temporaneamente all’opposizione», è arrivato il momento in cui il paese non può più aspettare. Di fronte alla platea del convegno di Confindustria su occupazione e competitività, Pierluigi Bersani definisce ormai «insanabile» la crisi che attanaglia il centrodestra e lancia l’offensiva per quel «risveglio italiano» perseguito dal principale partito d’opposizione al governo Berlusconi.

Un risveglio che richiede un patto sociale e la priorità assoluta al problema del lavoro. Ma, fra le priorità, non può mancare un progetto di riforma fiscale, di imminente presentazione, che dia ossigeno alle imprese e stani concretamente l’evasione fiscale. E, per un partito che aspira a riconquistare palazzo Chigi, non manca pure un messaggio rivolto agli interlocutori politici: se c’è da governare, non si può certo pensare di riesumare la vecchia Unione.
È un Bersani a tutto campo, che strappa applausi in diversi passaggi del suo intervento, quello che sale sul palco della seconda giornata del convegno genovese. «Ci vuole un patto sociale – sottolinea – dal momento che c’è un clima che suggerisce l’esigenza che tutti facciano un passo. La situazione è critica: il governo smetta di accendere fuochi. Berlusconi vada in Parlamento a dire la verità e cioè che c’è una crisi politica insanabile nel centro-destra. I passi successivi sono quelli che indica la Costituzione: si va dal capo dello Stato e ci si rimette a lui e alle Camere».
Per il segretario del Pd è giunto il momento di «rompere il muro del suono» fra la società e una politica che è sempre più «avvilente e avvilita, pericolosamente lontana dai cittadini». Bisogna affrontare i problemi e, primo fra tutti, quello che riguarda il lavoro. «Occorre lavoro – sottolinea Bersani – per le nuove generazioni, per dare spinta alle attività economiche e prospettive al paese, per scongiurare il rischio di un restringimento della base produttiva e dei servizi. La verità è che stiamo risalendo dalla crisi alla metà della velocità degli altri. Gli osservatori mondiali non chiedono all’Italia di essere la locomotiva della ripresa, ma ci chiedono solo di non andare in default».

È il momento di riequilibrare la mappa della ricchezza nel paese: se questa è concentrata in una elite ristretta che non va al di là di un 10% della popolazione, la ruota non gira. Chi possiede di più, ha il dovere di dare di più in modo da offrire un aiuto concreto a coloro che sono schierati in prima linea sul fronte: le imprese, i lavoratori e le famiglie.
«Stiamo predisponendo – annuncia Bersani – un progetto di riforma fiscale che presenteremo alla prossima assemblea nazionale in programma a ottobre. Si deve alleggerire il carico sulle imprese, il lavoro, i redditi medio-bassi e caricare sull’evasione fiscale e sulle rendite patrimoniali. Caricare sull’evasione fiscale – osserva il segretario del Pd – significa tracciare una mappa della fedeltà fiscale e, nell’arco di cinque-sei anni, dobbiamo raggiungere la media europea di fedeltà fiscale. Inoltre – aggiunge Bersani – si può tirare su un po’ di miliardi mettendo a gara le frequenze del digitale. Lo fanno in tutto il mondo, cosa aspettiamo a farlo da noi?» Bersani si è soffermato anche sul tema delle liberalizzazioni: il mercato va escluso solo per alcuni beni essenziali come la salute o la sicurezza; per tutto il resto, porte aperte a «un mercato che metta fuori gioco le corporazioni o i furbetti che si fanno le leggi a beneficio esclusivo degli affari loro».
Sul piano del confronto politico, dal palco del convegno genovese Bersani coglie l’occasione per lanciare un messaggio ai naviganti. «Non farei l’Unione – dice – perché abbiamo già dato. Sono stato alla festa della Federazione della sinistra e ce lo siamo detti chiaramente in faccia: non è cosa. Va bene se c’è da difendere la democrazia o la legge elettorale ma, se c’è da governare, non è cosa».

Il Sole 24 Ore 27.09.10

"Un governo che non fa ma che "dice" di fare", di Ilvo Diamanti

«A questo punto è cambiato tutto. Nessuno può pensare che il quadro politico resti a lungo lo stesso». Per Gianfranco Fini si è tratto di un vero e proprio “day after”. Il videomessaggio di sabato è stato vissuto come un momento di passaggio.
È sottinteso che i politici sono gli altri: nemici e traditori, perché lui – si sa – non è un politico, ma un imprenditore. Che fa politica da 17 anni, ma per il bene comune. Il Premier parla come se intorno a lui nulla fosse accaduto, in questi due anni e mezzo. Un silenzio rotto da scandali e polemiche, che si susseguono senza soluzione di continuità. Ultimo atto, per ora, le dichiarazioni di Fini sull´appartamento di Montecarlo. Video-registrate e trasmesse sul web. Fini, in verità, non ha chiarito molto, circa le vicende che lo riguardano. Ha ribadito la propria buona fede e ha inveito, a sua volta, contro lo spettacolo della politica. Deprimente. (Nessuno, davvero, che ammetta di farne parte). Pronto a dimettersi, se le accuse nei suoi confronti venissero confermate. Fini si è scagliato, anch´egli, contro l´aggressione mediatica. Solo che, in questo caso, si tratta dei media vicini al Premier e al governo.
Sorprende, quindi, che il Premier rivendichi il silenzio, come stile di lavoro, mentre intorno a lui il rumore si fa sempre più forte. D´altronde, più che “fare”, questo governo “dice”. E i fatti che, in questi due anni e mezzo, ha esibito, come esempi di concretezza ed efficacia, sembrano, in molti casi, ancora “da fare”. Rammentiamo. Il governo ha usato, come prove di “rendimento” della propria azione, le emergenze affrontate. Associate a luoghi noti. Devastati. Città sconvolte. Paesaggi stravolti. Napoli sepolta dall´immondizia. L´Aquila distrutta dal terremoto. E poi, la crisi economica. La disoccupazione in crescita. Anche in questo caso: un´emergenza concreta, visibile, come gli operai senza lavoro e le imprese che chiudono. Questioni drammatiche, puntualmente risolte.
Oggi gli stessi luoghi ritornano. Ma offrono un´immagine poco diversa da allora. Napoli ancora sepolta dai rifiuti. Le discariche stracolme, i camion bruciati. All´Aquila, gli abitanti che protestano per una ricostruzione che tarda a venire (o partire?). Un anno e mezzo dopo la tragedia, la città è ancora disseminata di rovine. Molti residenti: confinati altrove. Gli scandali hanno gettato sospetti pesanti sulla Protezione Civile. Mentre la confusione aumenta. Al punto da indurre il sindaco dell´Aquila, Cialente, vicecommissario vicario alla ricostruzione, a dimettersi. In polemica con la sovrapposizione di nomine e i ritardi negli interventi. Provocando la reazione di Berlusconi. Che ha definito la scelta di Cialente inopportuna. Contraria alla filosofia del “fare” che ispira il Premier. Costretto, invece, a dire e a polemizzare. Contro il sindaco di una città-simbolo. Contro i media che non ammettono e non “dicono” quanto di buono abbia fatto il governo. E contro Confindustria, che per bocca della presidente, Emma Marcegaglia, ha affermato di aver quasi perduto la pazienza. Perché è venuta “l´ora di agire”. Dopo tante parole: dal governo si attendono i fatti. E Bossi le replica che “in questo Paese molti parlano e pochi sanno cosa fare”. Appunto.
A metà legislatura, si parla molto dei fatti. Ma è difficile capire a cosa ci si riferisca. Anche perché i luoghi di cui si discute, si sono spostati altrove. Lontano dall´Aquila e da Napoli. Oggi le polemiche si concentrano su altre città, che evocano altri problemi. Montecarlo e Santa Lucia. Che non è un quartiere di Napoli, ma un´isola (e uno stato) dei Caraibi. Se ne occupano i politici – e i media – della maggioranza per incalzare Fini, presidente “abusivo” della Camera. Indegno e traditore. A capo di una corrente, forse un partito. Che, tuttavia, appartiene alla maggioranza. Fino a prova contraria.
Così, il dibattito politico, da mesi, insiste su un appartamento che un tempo era di An. Acquistato non si sa da chi. Forse dal cognato di Fini. Forse no. Mentre prima tutto girava intorno al tema delle intercettazioni. Sgradite al Premier. Al “governo del fare”, alla maggioranza silenziosa – che “fa in silenzio” (ma, in compenso, parla anche troppo al telefono). E non si perde in polemiche sterili. Ma va alla conquista di nuovi volti e nuovi voti in Parlamento. Per rendere ininfluente il sostegno di Fli. Perché altrimenti la maggioranza, questa maggioranza, rischia di non essere tale. Cioè: maggioranza. Ma questa maggioranza, la più larga della storia della Seconda Repubblica (ma, al tempo stesso, divisa come le precedenti), due anni dopo le elezioni, si interroga, un giorno sì e l´altro anche: se sia il caso di aprire la crisi, di votare di nuovo. Altrove, quando il governo arranca e “dice” di fare – invece di fare piuttosto che dire. Quando spende tante parole per dire che preferisce il silenzio. Quando trascorre il tempo a dividersi e a combattersi all´interno. Normalmente, l´opposizione avanza. Ci guadagna. Sfidata, semmai, da soggetti antipolitici. Qui, però, non avviene. L´opposizione la fanno Fini e Confindustria. Tuttavia, il Centrosinistra deve rassegnarsi alle elezioni. Non tarderanno troppo. Perché – per usare le parole del Premier – la politica è un disastro, la stampa nemica e Fini un traditore. E non c´è peggiore opposizione di quella amica. Per cui il Centrosinistra, l´Ulivo, oppure il Centro-Sinistra-con-il-trattino, a seconda degli scenari, si deve preparare. Presto. Deve provare a scrivere una nuova legge elettorale – con chi ci sta. Se è possibile. E se non lo fosse, deve, comunque, costruire un´alternativa credibile. Al di là dei programmi e dei progetti, al di là delle critiche al governo e al Premier (per quello ci sono già i loro alleati): basterebbe proporre una leadership condivisa. Un candidato comune. Presto. Sappiamo bene che non è poco. Che siamo monotoni. Ma a noi non dispiace ripeterci, se è utile. E non ci rassegniamo. A questa narrazione irreale della realtà.

La Repubblica 27.09.10

"La ricreazione è finita", di Marco Deaglio

In decenni ormai lontani, settembre era il mese degli esami di riparazione e al primo di ottobre le scuole riaprivano per promossi e ripetenti. Pur se di dubbia validità per gli studenti di ieri, questo calendario andrebbe benissimo per i politici di oggi: quale che sia il giudizio sulla classe politica, non vi è dubbio che negli occhi della gente essa esca largamente bocciata dalla pausa estiva. Ai parlamentari e agli uomini di governo che rientrano nelle aule (di Palazzo Madama e di Montecitorio) si conceda magari ancora la prossima settimana per assestarsi e poi, da bravi ripetenti, ricomincino a studiare e a fare i compiti e cerchino di ottenere dei buoni voti. Altrimenti le loro famiglie – cioè gli italiani – faranno loro abbandonare gli studi. Per chi vive in un mondo di appartamenti a Montecarlo, di società offshore, di feste di partito, di simboli artificiali, come quello del sole padano, è probabilmente difficile immedesimarsi nei problemi di chi ha un solo appartamento con mutuo da pagare e la cui festa principale consiste nel vedersi riconfermato un lavoro precario. Eppure questa è la situazione di milioni di italiani; e il loro numero, purtroppo, sta crescendo abbastanza rapidamente.

Quando rientreranno davvero nei loro luoghi di lavoro, i parlamentari e gli uomini di governo dovranno prima di tutto rendersi conto di aver sbagliato i conti nei lunghi mesi della loro ricreazione estiva. Con la dura frenata degli Stati Uniti, l’economia mondiale sta andando assai meno bene di quanto molti pensavano all’inizio dell’estate: nessun Paese ha ancora raggiunto i livelli di produzione precedenti la crisi, ossia quelli del primo-secondo trimestre 2008 ma l’Italia è tra i più lontani, tanto che, al ritmo attuale, potrebbe metterci alcuni anni. Assai più degli altri grandi Paesi europei che raggiungeranno probabilmente quel livello entro il 2011. Quando raggiungerà quel traguardo, per l’aumento generale della produttività del lavoro, al quale dovrà adeguarsi, l’Italia potrebbe avere oltre un milione – un milione e mezzo di occupati in meno.

Questi problemi sono stati minimizzati o accantonati per mesi, o forse per anni; la mancanza, da parte del mondo politico in generale, di grandi progetti e di programmi concreti per una ripresa della crescita, in grado di assicurare lavoro in un contesto economico sostenibile appare pressoché totale. Il suo segno più visibile è l’incapacità del governo e delle forze che lo sostengono di trovare un titolare per il ministero delle Attività Produttive, al quale competerebbe un ruolo chiave in un programma del genere. Non c’è il programma, non c’è il ministro ma fioccano le assicurazioni che tutto va bene, che l’Italia è un Paese simpatico nel quale si vive egregiamente, che non ci dobbiamo preoccupare; e se un giovane su quattro non trova lavoro, può forse trovare un pasto gratis a qualche festa di partito, e i ricercatori universitari, dei quali di fatto si rischia di annullare un progetto di vita, possono sempre cercar fortuna all’estero.

Ai parlamentari che torneranno nelle loro aule deve essere detto fermamente, rubando l’espressione al generale De Gaulle e ponendola fuori contesto, che «la ricreazione è finita». E certo gli italiani non si sono divertiti. Durante la ricreazione l’Italia ha ancora perso terreno, si è accentuata la distanza che la separa dalla maggior parte dei Paesi ricchi; il Paese si rifugia sempre di più in un localismo eccessivo, in una parodia di federalismo che porta al rifiuto di vedere al di là del proprio campanile. Nella principale città del Nord poche ore di pioggia provocano danni e allagamenti, mentre la principale città del Sud non riesce neppure a raccogliere i propri rifiuti. Bisogna uscire da tutto questo, bisogna dimenticare le storie spensierate dell’estate con le società offshore e le feste di partito. Il Paese sa già che l’autunno sarà duro. Speriamo che se ne accorga anche la classe politica.

La Stampa 27.09.10

Marcegaglia: «Nuove regole sui contratti. Subito un'agenda per le riforme, la pazienza sta finendo»

GENOVA. Occupazione e competitività. Questi i temi principali del convegno organizzato da Confindustria, in programma oggi a Genova. Politici, rappresentanti sindacali e imprenditori si confrontano sulle misure per rilanciare l’economia italiana che, secondo le ultime previsioni del centro studi di Confindustria dovrebbe crescere dell’1,2% nel 2010. Non abbastanza a detta di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, secondo cui è necessaria «una crescita di almeno il 2% l’anno» per riassorbire la disoccupazione e a tenere in piedi il tessuto produttivo». Ecco la cronaca della giornata.

13.29. Il governo «deve andare avanti» facendo ciò per cui è stato votato dai cittadini. Ma deve farlo «subito», perché «il mondo dell’impresa e i cittadini stanno esaurendo la pazienza». Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, concludendo il convegno su competitività e occupazione. «Bisogna farlo con determinazione – ha aggiunto – il governo ascolti l’Italia che lavora e che fa impresa, che con responsabilità continua a fare il proprio mestiere. È questa l’Italia che regge il nostro paese e che va ascoltata».

La presidente di Confindustria ha confermato la volontà degli industriali di lavorare con i sindacati per definire l’agenda delle riforme definendo un patto: «Vogliamo fare una sorta di patto sociale per le riforme. Bisogna unirsi e lavorare insieme in una logica di riforme». Marcegaglia ha spiegato che «la proposta sarà illustrata ai sindacati a partire dal tavolo di confronto il 4 ottobre. Bisogna unirsi e lavorare insieme in una logica di riforme. Questo è l’obiettivo fondamentale ecco perché ho invitato il 4 ottobre i sindacati per condividere un’agenda di riforme». Spiegando che i temi principali sono «la ricerca, la scuola, il merito, la burocrazia e l’energia». Marcegaglia ha sottolineato che «dobbiamo essere tutti uniti per fare le cose. Non vogliamo più aspettare, bisogna fare le cose con serietà».

Le nuove regole sulla contrattazione, ha aggiunto, «hanno l’obiettivo di far fare passi avanti, non in una logica di scontro». La presidente degli industriali ha affermato la necessità di adottare una «logica di cambiamento per tornare a crescere con forza e aumentare l’occupazione». Nel corso dell’intervento la numero uno degli industriali ha precisato: «I prossimi mesi sono importanti e essenziali per dare sostanza alla necessità di modernizzare il paese e le relazioni industriali», per questo occorre una precisa «agenda delle riforme». In merito alla questione Fiat, Marcegaglia ha indicato che «Il progetto Fabbrica Italia è giusto, ambizioso per consentire a Marchionne di provare a vincere una sfida globale. E Confindustria sostiene pienamente la Fiat in questo progetto, vogliamo che lo porti avanti». «Vogliamo una Fiat più forte e globale – ha aggiunto – perchè è l’unico modo per mantenere una forte industria automobilistica con la testa in Italia e con stabilimenti nel nostro Paese. Siamo sicuri che farà questo passo nell’ambito contratto dei metalmeccanici».

Il presidente di Confindustria ha inoltre fatto un bilancio dei costi della crescita italiana inferiore all’area euro: «Crescendo meno degli altri abbiamo perso in 16 anni la bellezza di 540 miliardi di euro di Pil rispetto all’area euro, 720 miliardi rispetto al G7 – ha aggiunto -. «Cumulativamente si tratta di 9mila euro in meno per ogni italiano relativamente ai paesi dell’euro e di ben 12mila rispetto a quelli del G7». Se consideriamo il valore iniziale del Pil italiano nel 1994 – ha proseguito – e quello finale del 2008 prima della crisi, il nostro tasso annuo medio di crescita è stato dell’1,35%. «Tra il 1980 e il 1994, anni non esaltanti, il tasso medio era dell’1,97%. Mentre l’Italia cresceva in media dell’1,3%, la zona euro cresceva del 50% in più». Se l’Italia, ha continuato Marcegaglia, «avesse registrato una crescita come quella dell’euro zona negli ultimi 16 anni, ogni italiano sarebbe stato a fine 2008 più ricco di 1.700 euro a testa in quel solo anno».

Sull’eventuale chiarimento della fase di turbolenza politica in Italia e delle polemiche e teatrini degli ultimi giorni, Marcegaglia ha risposto a un giornalista, al termine dell’intervento che «è più facile che ci mettiamo al tavolo coi sindacati. «Siamo entrati in un cono d’ombra della politica, in una nebbia che sembra sempre più fitta».

13.15. Parla Maurizio Sacconi, ministro del Welfare. Sulla riforma del modello contrattuale «passi avanti sono stati fatti, ne occorrono ragionevolmente altri per avvicinare il più possibile il salario alla produttività». Rivolgendosi poi al leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha invocato un contratto nazionale più largo, Sacconi ha aggiunto: «Più che allargare il campo dei contratti, cosa condivisibile, c’è il problema che più è invasivo e meno si libera spazio per la contrattazione aziendale. Più è invasivo nella dimensione normativa e salariale meno si sviluppa a livello territoriale». E poi, in merito alla vicenda Pomigliano, il ministro aggiunge. «Pomigliano rappresenta il ‘”meno Stato più società”. Di solito la Fiat realizzava un investimento al Sud chiedendo incentivi allo Stato, questa volta lo fa con un atto di fiducia, cerca l’incentivo nelle persone e nelle libere associazioni che si sono messe in gioco». «Per questo devo dire grazie a Bonnani e Angeletti – ha aggiunto – per la responsabilità che si sono assunti. Ci sono momenti nella vita delle persone in cui si accumulano meriti che non possono essere dimenticati».

12.37. C’è un «estremo buonsenso», dice il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, nella posizione del vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali, Alberto Bombassei, che ieri ha lanciato l’invito a cercare un accordo su occupazione e competitività. Sul tema del rilancio della produttività, Il modello è l’accordo con Fiat per lo stabilimento di Pomigliano: «Dovunque ci sarà qualcuno che vuole investire proporrò che si duplichi quell’accordo».

12.01. In Italia serve «una politica di lavoro orientata ai giovani, che oggi sono quelli che soffrono di più», spiega Luigi Abete, il presidente di Assonime, a partire da un «tagliando» alla riforma dei contratti. Percorso nel segno di «un grande dialogo che continua, un grande percorso. Il dialogo nelle relazioni industriali in Italia c’è sempre stato». Ma oggi con la «necessità di accelerare i tempi. Quelli che stanno dentro stanno dentro e chi sta fuori resta fuori. E sappiamo che nelle società moderne chi sta fuori rischia di restare sempre più fuori».

11.15. «Allegerire il carico fiscale alle imprese e ai lavoratori». Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, anticipa al convegno di Genova che il suo partito presenterà una proposta di riforma fiscale. «Lo presenteremo a ottobre. Non do le indicazioni precise – dice – ma in linea di massima bisogna che chi ha di più dia di più. Aiutare chi sta sul fronte della crisi: le famiglie, le aziende e i lavoratori. Bisogna, lo ripeto, ridurre il carico sull’impresa e sul lavoro e caricare sull’evazione fiscale e sulle rendite finanziarie». Bersani ha poi aggiunto che «il rischio è il restringimento della base produttiva delle imprese e dei servizi. Abbiamo subito una botta doppia e cresciamo la metà». «Chi governa dev’essere il primo che vede i problemi. Ed essere il primo a dirlo. Fare diversamente crea solo dei guai». Bersani si dice preoccupato, in primis, a livello moniale. «Dal lato della finanza non stiamo aggiustando le cose. Sono state fatte delle soluzioni locali. E anche queste non mi convincono: cosa vuol dire che le banche non devono essere fatte fallire? E poi, sull’economia? Bisogna sviluppare i mercati interni senza fare protezionismo, ma questo non sta avvenendo». Anche sul debito globale, Bersani fa una considerazione. «Ho sentito negli Stati Uniti una proposta semplice: prendiamo l’eccesso di debito accumulato per salvare le banche e le istituioni finanziarie negli ultimi due anni. Lo mettiamo in una bad company e poi lo assorbiamo con una tassa sull’intermediazione».

11.05. «Il nostro compito è fare le cose. E per fare le cose più siamo e meglio è». Così il leader della Uil, Luigi Angeletti, commenta la proposta di Confindustria su occupazione e competitività, e l’auspicio di coinvolgere la Cgil. Ma, dice Angeletti, «prima di dire che è una cosa importante aspettiamo che ci sia una firma, dopo un accordo potremo dire che è un passaggio importante». Quanto ai nodi che la Cgil chiede di sciogliere, a partire dal confronto sul contratto dei metalmeccanici, «li stiamo risolvendo – dice Angeletti – Tra pochi giorni vedrete che c’è una soluzione».

10.40. «È un anno che si parla solo della D’Addario e della Tulliani. Basta, non ne possiamo piu». Così il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, parla della crisi economica. «Serve una novità – dice – e la novità deve essere impegnarsi per l’economia». Bonanni ha commentato la posizione della leader degli industriali Emma Marcegaglia sulla crisi: «È vero, stiamo andando male. Tra il Governo che sparge ottimismo e le opposizioni sociali e politiche che spargono pessimismo, serve una buona dose di responsabilità da parte di tutti. Le persone responsabili devono darsi una mano e tirare diritto in avanti per un paese che ha bisogno di cure, sostegno e novità».

9.40. Epifani conferma la volontà di dialogo. «Ritengo che sia condivisibile l’allarme lanciato dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. La Cgil conferma la volontà di dialogare con Confindustria, anche sulla riforma dei contratti. Ma chiede di risolvere quei nodi che hanno diviso le due parti nell’ultimo anno». Lo ha sottolineato il leader del sindacato di Corso d’Italia, Guglielmo Epifani. «La riforma dei contratti – ha detto Epifani – è il nodo che ci divide da tempo, aggravato dalla disdetta del contratto dei metalmeccanici. Capisco la volontà di riaprire il dialogo. Da parte mia la richiesta è di fare le cose seriamente, a partire dai nodi che finora non ci hanno fatto fare passi avanti».

da www.ilsole24ore.it

I giovani democratici della Bassa Modenese intervistano Manuela Ghizzoni sulla scuola pubblica

Il 14 settembre sono ricominciate le scuole; le cifre nella sola
provincia di Modena sono spaventose: 1500 studenti in più e 200 insegnanti in meno. Che possibilità ci sono che i ragazzi ricevano un’istruzione all’altezza delle loro aspettative e che li formi in maniera adeguata, così come è stato per le precedenti generazioni?
«Io credo molto nell’efficienza del nostro sistema territoriale perché regga a quest’onda d’urto che viene dal Ministero che depotenzia il nostro sistema d’istruzione. Tuttavia il rischio di un impoverimento dell’offerta formativa e dei livelli di apprendimento c’è. Dobbiamo quindi continuare a premere contro il Governo affinché faccia un passo indietro perché non è possibile che a Modena, come nel resto d’Italia, si verifichino realtà in cui crescono gli studenti e i docenti invece diminuiscono».
È ormai evidente agli occhi di tutti come la riforma Gelmini abbia
messo in difficoltà tutta la scuola pubblica italiana, dalle Università (alcune Facoltà hanno posticipato l’inizio delle
lezioni a data da destinarsi a causa delle proteste dei ricercatori), passando per le scuole medie superiori e inferiori
(con tagli di personale e dirigenti in grandi difficoltà poiché non trovano i fondi per pagare le cosiddette “supplenze
brevi”), fino a quelle elementari (con la famosa reintroduzione del “maestro unico”). Cosa ne pensi di questi disagi
che la riforma sta causando?
«Sono tutte situazioni che noi contestiamo e denunciamo ormai da due anni perché questa è una storia nota; dal momento in cui nel luglio del 2008 il Governo decise di sottrarre 9,4 miliardi di euro al sistema dell’istruzione era chiaro che saremmo arrivati a queste conseguenze. Credo che questi allarmi concreti ci debbano indurre a continuare con ancora più forza la nostra mobilitazione a vantaggio della scuola pubblica per difendere e soprattutto migliorare il sistema esistente».
Tutti i maggiori paesi europei stanno affrontando questa crisi economica cercando di evitare i tagli al settore della
scuola. A luglio Angela Merkel ha annunciato nuove borse di studio per gli studenti universitari più meritevoli e
simili provvedimenti sono stati presi da altri governi europei. Perché in Italia invece assistiamo al processo inverso
ed è proprio la scuola uno dei primi settori a dover pagare le conseguenze di questa crisi?
«Io ho un’idea; e cioè che non si tratta più soltanto di risparmiare e di contenere il debito pubblico perché questo è un
obiettivo di buon senso, ma lo puoi fare attraverso altre scelte. Per esempio, aver abolito l’ICI per i redditi medio-alti ha
significato per lo Stato investire 3,5 miliardi di euro e contemporaneamente tagliarli alla scuola. Quindi non è vero che
non ci sono i soldi nelle disponibilità dello Stato: ci sono per alcune cose, ma non per la scuola. Io credo che questo
Governo voglia mettere in crisi il sistema della scuola democratica così come noi l’abbiamo conosciuta, che è ancora la
struttura che ti consente di diventare un cittadino consapevole e reponsabile; la destra vuole tornare alla scuola del
passato: per pochi e per chi può, facendola diventare non un motore sociale ma un principio d’ordine.
Quali sono le soluzioni concrete che il Partito Democratico sta proponendo in Parlamento oggi per superare questa
crisi senza però ridurre i fondi alla scuola?
«Quello che chiediamo noi da tempo è investire certamente nelle risorse, ma investire anche in intelligenze, in idee e in
fiducia nei confronti della scuola. Dobbiamo dare una risposta definitiva alla piaga del precariato, che è un problema
per i docenti e gli ATA, ma anche per il livello di apprendimento poiché la precarietà costringe alla discontinuità didattica.
Bisogna inoltre innovare tanto sui modelli educativi e didattici; su questo, che è un elemento strutturale, la Gelmini
tace e non si impegna.
È necessario puntare ad una scuola più equa, più giusta e che accompagni al successo di ciascuno».

www.gdbassamodenese.netsons.org