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Bersani “vede” le elezioni: «Fini non può votare la fiducia», di Simone Collini

Il leader del Pd continua ad auspicare un governo di transizione ma si prepara alle urne. Riforma fiscale e patto sociale: le proposte del partito presentate alla platea di Confindustria
Bersani si aspetta «coerenza» da Fini, quando si voterà la fiducia al governo: «Si è rotto il patto che teneva insieme la maggioranza». Per il leader del Pd sulle accuse relative alla casa di Montecarlo «c’è ancora molto da chiarire»

Ora da Gianfranco Fini si aspetta «coerenza». Perché dopo questo discorso, difficilmente mercoledì il gruppo parlamentare di Futuro e libertà potrà votare la fiducia a Berlusconi. Pier Luigi Bersani lo dice dopo una giornata passata a Genova, per intervenire al convegno di Confindustria dedicata a «occupazione e competitività» e per incontrare un gruppo di sindacalisti della Fincantieri. Il leader del Pd ha guardato «con molta attenzione» il videomessaggio del presidente della Camera. Dice di aver apprezzato la «sincerità» con cui Fini ha annunciato le proprie dimissioni nel caso in cui fossero dimostrate le accuse relative alla casa di Montecarlo, «su cui c’è ancora molto da chiarire». Ma soprattutto, per Bersani l’intervento di Fini «fa emergere ancora una volta una frattura profonda che non promette nulla di buono per il governo del paese»: «Si è rotto il patto che teneva insieme la maggioranza. La crisi è evidente. In queste condizioni la destra non garantisce un governo al paese. E di fronte ai gravi problemi che bisogna affrontare, non si può più attendere che finisca il gioco del cerino».
Per questo, quando Berlusconi avrà parlato alla Camera e si procederà con le votazioni, il segretario del Pd si aspetta un atteggiamento «coerente» da parte del gruppo dei finiani. «Siamo di fronte a una politica avvilente e avvilita, pericolosamente lontana dai cittadini, non so come Berlusconi possa venire in Parlamento e dire che va tutto bene». È arrivato il momento di chiudere questa fase, per Bersani. Che però, rispetto anche a solo qualche giorno fa, rispetto ai passi successivi a una auspicabile crisi di governo si fa poche illusioni.
Bersani continua a ribadire che quando finalmente la crisi politica si tramuterà in crisi di governo la parola dovrà passare al Quirinale e continua ad auspicare un breve governo di transizione che modifichi la legge elettorale. Ma nelle ultime ore il leader del Pd si è andato convincendo che le urne si avvicinano. E si sta muovendo di conseguenza. Non a caso incontrando i segretari regionali e provinciali del Pd ha affrontato la questione di come dare «voce ai territori» nella compilazione delle liste. Non a caso ha detto ai dirigenti nazionali e locali di impostare come una vera e propria mobilitazione da campagna elettorale le tre settimane di “porta a porta” che partiranno il primo week end di novembre con 10 mila gazebo allestiti in tutta Italia. E non a caso ha avviato un giro di confronto con le parti sociali, illustrando quel che farebbe il Pd «se andassimo al governo domani».
CONFRONTO CON CONFINDUSTRIA
Lo ha fatto ieri a Genova, al convegno di Confindustria. In una quindicina di minuti ha dato rassicurazioni sul fatto che non intende impegnare il Pd in un’alleanza stile Unione «sono stato alla Festa di Rifondazione e Pdci e ce lo siamo detto chiaro, abbiamo già dato» perché «se c’è da governare non è cosa», e poi ha illustrato le proposte che lancerà il Pd con l’Assemblea nazionale dell’8 e 9 ottobre. A cominciare da «una riforma fiscale che alleggerisca il carico su imprese, lavoro e famiglie con redditi medio-bassi, caricando invece sui redditi da finanza e patrimonio». Ma di fronte agli imprenditori Bersani insiste anche sulla necessità di «un patto sociale», che però sarà difficile da raggiungere se il governo continua a lavorare per dividere il sindacato. Berlusconi ha anche questa responsabilità, per Bersani: «Se il governo accende i fuochi, chi è che poi li spegnerà?».
In sala gli applausi scattano più volte (in un’ora di intervento il ministro Sacconi non ne incassa neanche uno), quando Bersani assicura che non ci sarà un’alleanza con Prc e Pdci ma anche quando difende le liberalizzazioni e «un mercato pulito», criticando invece «i furbetti che si fanno le leggi per farsi gli affari loro». Poi va a sedersi e ascolta l’intervento della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che dice al governo «stiamo perdendo la pazienza». Non è «la pazienza è finita» della campagna lanciata dal Pd, ma quasi. «Ci manca solo scherza Bersani con i suoi che dica anche rimbocchiamoci le maniche».

L’Unità 26.09.10

"Se l'Europa caccia i rom", di Nadia Urbinati

Forse, mai prima d´ora l´Unione Europea aveva attraversato una crisi così radicale. Non perché prima d´ora non vi fossero mai stati dissidi fra gli stati membri sulle politiche comunitarie, ma perché per la prima volta il dissenso riguarda i principi fondamentali sui quali l´Unione è nata. Il governo francese e quello italiano sono alla testa di questa crisi e portano la diretta responsabilità di un ritorno arrogante ad una politica delle frontiere quanto addirittura delle espulsioni di massa. L´Articolo 19 della Carta dei Diritti dell´Unione Europea stabilisce che «le espulsioni collettive sono vietate». Nel testo di questo articolo riecheggia la storia europea del Novecento, quelle terribili tragedie che portano i nomi di Olocausto, genocidio e pulizia etnica, la persecuzione e il massacro di individui colpevoli di appartenere a un gruppo etnico o nazionale o di professare una religione. Ebrei e gitani subirono morendo a milioni la conseguenza di una delle più orrende ideologie che abbia prodotto il nostro continente: la stigmatizzazione collettiva, la persecuzione di individui a causa della loro appartenenza a una comunità che non si conforma per una qualche ragione alla cultura e ai modi di vita della comunità nazionale di maggioranza. Le radici dell´Unione Europea sono nei campi di sterminio – da questa memoria occorrerebbe partire quando si giudicano le azioni dei governi.
Non consoliamoci dicendo che gli zingari espulsi in questi mesi dalla Francia, e quelli che il governo italiano promette di espellere ed espelle dal nostro paese, non sono spediti nei campi di concentramento; che, anzi, come nel caso francese, sono “invitati” ad andarsene e accompagnati alle frontiere con in tasca il biglietto di viaggio (di sola andata) pagato con le tasse dei contribuenti. La forma “civile” dell´accompagnamento al confine non cambia la natura gravissima del fatto al quale stiamo assistendo senza, purtroppo, preoccuparci abbastanza: una discriminazione collettiva, una violazione della libertà delle persone – tra l´altro europee – in ragione della loro identità, per ciò che sono. In violazione di un altro articolo della Carta dell´Unione, l´Articolo 21: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l´origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l´appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l´età o le tendenze sessuali».
È triste e molto preoccupante che nessuna voce laica, nessuna voce politica si sia immediatamente alzata con chiarezza e coerenza per criticare queste proposte o decisioni, per esprimere dissenso e orrore per una pratica che il nostro governo ha reso se così si può dire ordinaria. È sconfortante vedere come la cultura dei diritti umani non sia patrimonio solido della politica culturale dei partiti e dell´opinione pubblica; come solo la Chiesa si alzi per criticare queste decisioni, che solo essa senta il dovere di ricordarci che il nostro paese, come la Francia, ha sottoscritto la Carta dei diritti e quindi anche gli Articoli 19 e 21; che dunque nessun governo europeo può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento; che i problemi di integrazione vanno affrontati con politiche di integrazione non con politiche di espulsione. Un discorso che è squisitamente politico e che, soprattutto, è essenziale per la vita dell´Unione. Eppure non sembra appartenere al linguaggio della nostra politica, dei nostri politici.
È significativo che questa recrudescenza della politica cosiddetta della sicurezza avvenga in queste settimane; significativo, perché sembra l´effetto di un´azione la cui regia fa capo a governi che cercano di distogliere con la propaganda contro i Rom l´attenzione per le difficoltà nelle quali versano le loro economie e di mettere a tacere la loro crisi di legittimità. È un caso che tra i punti del programma che il nostro governo ha sfornato (e del quale relazionerà tra qualche giorno il suo leader) vi sia in primo piano quello della sicurezza? È un caso che il Presidente Sarkozy, con un governo nella bufera per scandali e corruzione, con un consenso alle politiche economiche bassissimo, voglia distrarre l´opinione pubblica del suo paese aprendo un contenzioso con l´Unione Europea su un punto cruciale come questo? Il montante nazionalismo usato come espediente per salire nei sondaggi: in Italia come in Francia è questa la strategia che sta dietro la propaganda del “pugno duro” con gli zingari e gli immigrati. Anche a costo di mandare in frantumi una nobile cultura politica comunitaria. Il dissenso che si è aperto nell´Unione Europea prefigura una sfida gravissima ai valori dei diritti umani e della dignità delle persone sui quali è nata l´Unione.

La Repubblica 26.09.10

Edilizia scolastica: una priorità per la Regione

I Consiglieri Regionali del PD Casadei, Marani, Piva e Vecchi intervengono in merito ai finanziamenti per gli interventi scolastici e ai tagli operati da Governo.
Ogni anno gli studenti in Emilia Romagna aumentano di circa novemila unità e l’edilizia scolastica non può che essere una priorità. Nonostante la manovra economica del Governo Nazionale, che ha azzerato i fondi per l’edilizia scolastica e ha messo in ginocchio gli Enti locali, la Regione Emilia-Romagna con grande sacrificio ha deciso di stanziare 5.400.000€ per gli interventi. Si tratta di una cifra importante per il bilancio della Regione, ma che si rivelerà un importo insufficiente per soddisfare il reale fabbisogno degli Enti locali proprietari degli edifici scolastici.
Se il risultato del centralismo finanziario è quello che vediamo (tagli indiscriminati, e che poi le Regioni si arrangino pure), occorrerà riconsiderare, a partire dai territori, gli indicatori di spesa in relazione agli standard di servizio. In un futuro prossimo ai fabbisogni standard dovranno corrispondere interventi equi sul piano del federalismo fiscale, per il momento solo sbandierato dalla Lega, che da dieci anni governa ma che non lo ha mai concretamente realizzato.

I ricercatori: "abbandonati in un Paese che non capisce il nostro valore", di Adriana Comaschi

Coordina il gruppo di lavoro dell’Alma Mater che, in collaborazione con il Politecnico di Milano, pochi giorni fa ha conquistato le pagine della prestigiosa rivista Nature con una scoperta eccezionale: la prima “fotografia” del meccanismo molecolare alla base della vista umana. Non è un precario: eppure come i ricercatori precari patisce un senso di abbandono crescente, tanto che «la tentazione di andare all’estero è sempre più forte». Succede così che anche Marco Garavelli, 41 anni, ricercatore confermato all’istituto Ciamician dell’ateneo bolognese, si schieri nel fronte dei docenti “agitati”: che per tutta la prossima settimana alle lezioni sostituirà incontri in facoltà per spiegare le ragioni della protesta che ha “paralizzato” l’ateneo. Dal 5 ottobre poi l’incognita: rientrare in classe o continuare la mobilitazione? Loris Giorgini, rappresentante dei ricercatori nel Cda dell’Alma Mater, non si sbilancia: «Sono scelte personali, ma certo nessuno vuole spaccare l’ateneo, faremo quello che unisce di più». Intanto si sfrutterà al massimo la settimana di discussione decretata venerdì dal Senato accademico. Ognuno ha una storia da raccontare. Dentro e fuori l’ateneo: perché se c’è una cosa che la notte bianca della ricerca ha fatto capire loro, è che nel paese «non c’è assolutamente la percezione di casa faccia un ricercato re», nota Garavelli. Lui si definirebbe così: «Qualcuno che semina oggi per raccogliere i frutti in futuro». Nel suo caso la scoperta appena fatta potrà portare, un giorno, a progettare congegni molecolari che riproducano il meccanismo della visione: nuove memorie ottiche, sensori avanzatissimi. In Italia però «la classe politica ha sempre ignorato il valore della ricerca per la crescita dell’economia. Con una disattenzione cronica e patologica per gli atenei, che sono gli unici spazi in cui si fa ricerca». Se dunque i problemi «non nascono solo con il ddl Gelmini», di certo «gli ultimi e progressivi tagli rendono insostenibile la ricerca e dunque la didattica, che senza la prima non può essere eccellente». Di questo passo, se oggi si assiste a una continua fuga di cervelli, il rischio è che presto si arrivi «alla loro completa assenza». Guai allora a bollare quella dei ricercatori com euna lotta corporativa, «qui nessuno dice che vogliamo fare carriera a tutti i costi – ribatte Garavelli – reclamiamo solo il diritto a essere giudicati, anche ferocemente,ma per quello che facciamo. E a essere pagati di conseguenza». Guai anche a parlare di privilegiati: «Non mi sento tale. Tutti i giorni sto fuori dalle 6.30 alle 20, faccio il pendolare da Cesena. Guadagno un terzo rispetto ai miei colleghi europei, che alla mia età sono già professori con meno pubblicazioni delle mie».E ora il ddl Gelmini, oltre a non sciogliere il nodo delle risorse per la ricerca, lo rende anche una figura «a esaurimento», senza nessun chiarimento sul suo status giuridico e sul suo futuro. Si sta così dopo dieci anni di “carriera”, figurarsi agli inizi. A 31 anni Maurizio Fiaschè – un dottorato concluso a gennaio come ingegnere informatico specializzato in intelligenza artificiale -può vantare pubblicazioni tali da essere stato invitato a Pechino per il primo congresso mondiale di nano-medicina. Non ci andrà: nessuno è disposto a pagarli il biglietto aereo. Nè l’ateneo di Reggio Calabria (di cui è originario), dove ha una borsa post doc a titolo gratuito, né il ministero della Salute con cui collabora a due progetti, sempre senza compenso. Resterà a Piacenza, dove vive e lavora come consulente informatico, unica fonte di reddito. «Questo invito non è cosa di tutti i giorni senza uno sponsor alle spalle – sospira –ma non posso pagarmi tutto da solo. Sono stato all’estero e posso dire che solo qui c’è la strana idea per cui il destino di un ricercatore è passare anni a lavorare gratis in università. La protesta contro il ddl Gelmini? Non riguarda solo noi, il problema è complessivo, vedi i criteri di reclutamento – il ministro mente quando dice che finalmente diverranno trasparenti. Vorrei che tutti lo capissero

L’Unità/Emilia-Romagna 26.09.10

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«Per noi non c’è futuro e nemmeno presente»

Serena Fagnocchi, ricercatrice di fisica. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Fisica nel 2005cui sono seguiti contratti di ricerca in vari istituti (Bologna, Roma, Trieste). Da un po’ sono emigrata per disperazione. Sì, perché qui in Italia non c’è futuro per noi. Non c’è neppure presente ad essere sinceri. Per noi ricercatori precari esiste solo un lunghissimo limbo fatto di obbedienza, attesa, promesse fasulle, promesse sincere ma disattese «perché la nuova finanziaria ha tagliato altre risorse» o perché «quello scampolo di borsa di studio è stato riassorbito», oppure «perché il posto del professore ordinario andato in pensione è stato riassegnato al 20%», oppure… c’è sempre un oppure per noi, che pure svolgiamo un lavoro di altissima qualificazione accontentandoci di stipendi indecorosi, ridicoli se confrontati agli altri paesi, senza diritti, sempre sotto il ricatto di chi può trovare un varco anche per te in questo mondo. La situazione dell’Università in Italia è drammatica. Frutto di decenni di abbandono, se non di sistematico smantellamento, come quello cui si sta assistendo con questo Governo. Parlano di qualità e merito,e intanto tagliano gli investimenti già gravemente anemici e intorbidiscono i metodi di assunzione. Mi si vuole spiegare come si intende alzare la qualità della ricerca in Italia se si investe meno dell’1% del PIL, mentre Stati Uniti e Europa Occidentale stanno al 3%, e stati come Israele quasi al 5%? Ma non è solo un problema «di fondi», ma di fondo. Del ruolo che l’Università deve avere nella società di un Paese: formazione della persona e del pensiero, veicolo di nuove idee e punta di diamante nel dialogo con la società produttiva, che per affrontare le nuove sfide che questo mondo ci propone può competere solo puntando sulla qualità e sul sapere dietro ogni prodotto. Invece da noi la percentuale di laureati è al 14%, la metà esatta della media OCSE e lontanissimi daquel40%fissato dall’Europa come obiettivo per il 2020. I dottori di ricerca non si sa neppure cosa sono, figuriamoci se si sa cosa farsene. E tutto questo mentre il Governo dice che da noi ci sono troppi laureati, che non servono. I ricercatori di Bologna stanno mettendo in atto forme dure di protesta come il blocco degli insegnamenti. Forse occorre ricordare che la didattica non è tra gli incarichi dei ricercatori, sui quali invece grava una parte molto consistente dei corsi. Essi stanno usando l’unica leva che dispongono per far valere i loro diritti, sia difendendo dall’attacco del governo quelli acquisiti (pochi) sia quelli che rivendicano (pochi anche questi, solo minima decenza). Hanno tutto il mio appoggio, e spero vivamente che siano con loro tutte le varie anime dell’Università (dagli Ordinari al Rettore, agli studenti) in uno spirito finalmente coeso e forte, per il bene di tutto il sistema, abbandonando logiche piccolo-protezionistiche. Come disse Riccardo Giacconi, premio Nobel per la Fisica nel 2002: «Finché in Italia fare il ricercatore non è considerata una professione come le altre,ma piuttosto una missione, come per frati e preti, non esiste futuro per la Ricerca del Paese. Essa dovrebbe attrarre i cervelli migliori e valorizzarli, invece li mortifica e li costringe ad emigrare regalando ad altre nazioni la nostra materia prima migliore, e chi resta non è necessariamente il migliore,mail più tenace, il più raccomandato, il più manipolato ».È ora di invertire questa direzione.

L’Unità/Emilia-Romagna 26.09.10

"Il baratto sulla legalità", di Barbara Spinelli

È opinione diffusa che legalità e morale pubblica non siano, per gli italiani, imperativi essenziali.
In parte perché la loro memoria sarebbe corta oltre che selettiva: i misfatti dei politici evaporano presto, l’esempio che viene dall’alto manca, e di rado le sentenze giudiziarie sfuggono al destino d’esser subito degradate a pareri, opinabili come ogni parere.
Non solo: esponendo la «sua verità», ieri in un video, Fini ha denunciato la confusione tra affari piccoli come la casa di Monaco e affari ben più criminosi, condannando la stampa usata dai politici «come manganello» per liquidare l’avversario.

L’esempio, lui vuole darlo: «Se dovesse emergere che mio cognato è proprietario, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità, ma perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe». È il venir meno di tale etica che crea nei cittadini cinico disorientamento.

L’operazione Mani Pulite suscitò grandi speranze, ma anch’essa fu breve e, soprattutto, non aiutò a restaurare la cultura della legalità. Sfociò anzi in un’accentuazione della corruzione.

Al punto che ci furono magistrati, come Gherardo Colombo, che abbandonarono il mestiere e ricominciarono da zero, insegnando ai giovani quel che era stato sradicato dai cervelli: il senso della legge, la Costituzione. Il magistrato che aveva indagato sulla P2 e sull’assassinio di Ambrosoli constatò due cose. Primo: «Tra prescrizioni, leggi modificate, abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». Secondo: «Lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l’illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione».

Le intuizioni che Colombo confidava il 17 marzo 2007 a Luigi Ferrarella, sul Corriere, s’inverano più che mai in questi giorni. Lo scandalo della casa di Montecarlo sommerge più pesanti misfatti, come la corruzione di magistrati, testimoni, parlamentari, e a nulla servono gli strumenti di giustizia visto che la politica non intende far pulizia da sola in casa propria, senza attendere l’ultimo grado dei processi. Non si dà per vinta neanche quando le inchieste sono fondate: il 22 settembre una maggioranza di deputati è giunta a usurpare il potere giudiziario, definendo «non decisive ai fini della colpevolezza di Cosentino» le intercettazioni che confermano la sua complicità con i camorristi casalesi.

La stessa rottura dentro la destra tende a farsi opaca, equivoca: sembrava che la legalità fosse il punto dirimente ma forse non era vero, forse non era che parvenza: fame di vento, come nel Qohelet biblico. Sembrava che Fini avesse puntato il dito sull’anomia che caratterizza l’odierno regime, e invece c’è il rischio che anche quest’intuito («Il garantismo non può essere impunità», ha detto ieri) sia involucro senza sostanza.

Quando fu cacciato dal Pdl, il 29 luglio, si ebbe l’impressione che qualcosa di nuovo nascesse: una destra la cui bussola è il rispetto della legge, la costituzione, la separazione dei poteri. Sembrò addirittura che Fini fosse più ardito della sinistra, mai entusiasta su questi fronti. Sul periodico online della Fondazione FareFuturo, da lui presieduta, Filippo Rossi parlò perfino di vergogna, il 19 agosto: «Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima. Per non aver saputo e voluto alzare la testa».

Da quel giorno sono passate poche settimane, e la vergogna quasi è svanita. Oppure era vergogna, sì, ma di che? non del conflitto d’interessi per anni accettato, non delle 40 leggi ad personam, non della foga calunniatrice esibita dal finiano Bocchino contro Prodi durante l’affare Telekom-Serbia, non dell’abitudine all’illegalità che ha spinto Berlusconi a disfarsi di Fini. Se la rieducazione alla legalità stesse davvero a cuore alla destra finiana o a Casini, non assisteremmo allo spettacolo singolare che si sta recitando: non una battaglia che restituisce maestà alla legge, ma un negoziato-scambio attorno allo scudo costituzionale che proteggerebbe Berlusconi dalla giustizia: un lodo che comunque infrangerebbe quell’articolo 3 della Costituzione che prescrive la legge eguale per tutti. Il negoziato tra Pdl e la finiana Giulia Bongiorno è completamente surreale. Ciascuno sa che Berlusconi, prima di far politica e dopo, ha ignorato la legge: arricchendosi con soldi non puliti, ospitando il mafioso Mangano a Arcore e chiamandolo eroe, sfuggendo più volte alla giustizia.

Quel che i finiani dicono da settimane è che la battaglia legalitaria cesserebbe, se solo finissero le calunnie contro il Presidente della Camera diffuse da giornali tributari di Palazzo Grazioli (Giornale, Libero). In queste ore le calunnie si sono moltiplicate, con la pubblicazione di un documento pescato nei Caraibi che rivela come la casa di Monaco sia stata acquistata dal cognato di Fini, ed è per questo che i finiani hanno smesso le trattative sullo scudo. Più che una trattativa è un baratto – io ti do il lodo, tu cessi il linciaggio – ma in politica e nei Tg gli eufemismi abbondano: è tregua sulla giustizia, quella di cui si parla.
In realtà il baratto non avrebbe dovuto neppure cominciare. Così accade quando la democrazia funziona, e l’eccezione italiana conferma l’anestesia delle sue classi dirigenti, rese insensibili all’infrazione etica e ai suoi camuffamenti verbali. Ma in fondo, la minaccia di rompere è ancora più assurda. Perché avviare trattative, se basta un giornale per stroncarle? Perché interromperle, dando a credere che i metodi di Berlusconi sono una deludentissima sorpresa? Se tutto è scambiabile, perché perorare la morale («La legge è eguale per tutti. Non si deroga solo perché si appartiene al ceto politico», ha detto venerdì Fini)? Perché promettere un sì al governo, mercoledì, se – così ancora Fini – «questo è un momento buio della democrazia»? Come fidarsi di chi imputò a Prodi i rifiuti napoletani, e oggi che i rifiuti tornano dichiara con Bertolaso: «C’è qualcosa che non mi torna»?

Può darsi che il divario fra parole e azioni sia prudenza: meglio aspettare l’ora in cui il premier sbaglierà i conti, perderà la maggioranza. Resta il disagio procurato da una verità subordinata alle convenienze. Resta il dubbio che l’obiettivo non sia restaurare il senso della legge, ma proteggere l’uno e/o l’altro contendente.

Difficile in queste condizioni che gli italiani riscoprano la legalità. Quel che scorgono è una lotta tra boss che si minacciano, si ricattano. Le parole di Rossi nell’editoriale di FareFuturo sulla vergogna perdono peso: la testa s’alza o s’abbassa, a seconda. Si vota per le intercettazioni a Cosentino, e intanto si preparano scudi immunitari. Si celebrano i veri eroi Borsellino e Falcone, e non si protesta per l’indegno silenzio del premier sull’assassinio camorristico del sindaco Vassallo a Pollica.

Gli italiani sono meno colpevoli di quanto si creda. Nei sondaggi non vengono mai rivolte giuste domande (per esempio: approvate il politico tutelato se delinque?). Mal informati, mal interrogati, mal trattati, per forza hanno idee torbide sulla legge. Oggi non vedono battaglie per una democrazia pulita. Vedono, per tornare alle parole di Colombo, che la «società del ricatto» dilaga. Che «la giustizia è l’unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni».

Molti stanno firmando una lettera di Giuseppe D’Avanzo al premier, in cui gli si chiede di rinunciare esemplarmente allo scudo. Non stupisce che i firmatari siano oltre 105.000. Stupisce che non siano di più: vuol dire che sono ancora tanti, i legalitari che si nutrono di vento.

La Stampa 26.09.10

"La macchina da guerra che schiaccia il dissenso", di Eugenio Scalfari

Da un lato Gianfranco Fini e la famiglia Tulliani, dall´altro il comunicato di un ministro della Giustizia dell´isola caraibica di Santa Lucia, i giornali della famiglia di Silvio Berlusconi e lo stuolo di «aiutanti» che si sono prodigati per incastrare il presidente della Camera.
La posta dello scontro è la distruzione politica dell´uno o dell´altro con le conseguenze che possono derivarne per tutto il paese. Esamineremo tra poco queste conseguenze, ma prima dobbiamo mettere a fuoco il video con il quale Fini si è ieri sottoposto al giudizio dell´opinione pubblica nazionale e internazionale.
A tale proposito e a titolo di premessa anticipo una riflessione: la risposta di Fini è comunque tardiva, poteva e doveva arrivare molto prima, subito dopo le notizie pubblicate dal “Giornale” di Feltri. Il presidente della Camera disse allora con una pubblica dichiarazione (e l´ha ribadito nel video di ieri) che nulla aveva mai saputo fino a quel momento della vicenda concernente l´abitazione di Montecarlo a suo tempo venduta ad equo prezzo (secondo le valutazioni di allora) da Alleanza nazionale che ne era proprietaria. Aggiunse che il coinvolgimento di suo cognato in quella vicenda gli aveva causato un forte disagio. Alle parole avrebbero dovuto seguire i fatti e cioè la netta separazione tra lui e la famiglia Tulliani.
Comprendiamo benissimo che un comportamento del genere implicava non solo interessi ma soprattutto sentimenti, ma la responsabilità istituzionale avrebbe dovuto far premio su ogni altra considerazione anche a costo di mettere in gioco un assetto privato molto delicato.
Si parla spesso (e non sempre a proposito) dell´autonomia della politica. Ma questo concetto non può essere invocato soltanto per rivendicare i diritti, bensì anche i doveri che l´autonomia della politica impone a chi ne è protagonista. Fini non separò le sue responsabilità da quelle della famiglia. È stato un grave errore che ha purtroppo aperto la strada ad un imbarbarimento senza precedenti del quale Fini è stato al tempo stesso inconsapevole artefice e vittima, di fronte alla spregiudicatezza estrema del suo avversario sulla quale nessuno che lo conosca poteva aver dubbi. Chi ne ha sofferto il danno maggiore sono state le istituzioni della Repubblica e il danno non ha ancora terminato di generare i suoi effetti.
Ciò detto esaminiamo la risposta del presidente della Camera.

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La risposta, cioè la verità di Fini, ribadisce i seguenti punti: Fini nulla sapeva. Apprese solo un mese fa che suo cognato era affittuario dell´appartamento di Montecarlo. Mostrò disagio, ebbe una violenta lite in famiglia, invitò il cognato a disdire il suo contratto di locazione e ancor oggi ha ripetuto l´invito con molto vigore.
Suo cognato continua a smentire privatamente e pubblicamente di essere non solo il locatario ma anche il proprietario dell´appartamento in questione. Fini ne prende atto ma dubita che il cognato dica la verità. Se sarà accertato dalla magistratura o da altra fonte ufficiale che suo cognato ha mentito e gli ha mentito, darà le dimissioni da presidente della Camera non perché abbia una responsabilità in quanto è accaduto ma per rispetto dell´etica pubblica che gli sta particolarmente a cuore. Contro di lui è partita una vergognosa campagna di killeraggio nel momento in cui ha manifestato un legittimo dissenso politico rispetto alla linea del partito di cui è stato cofondatore. Questa campagna è stata condotta da giornali di proprietà della famiglia Berlusconi e da televisioni asservite ai suoi ordini e ai suoi interessi.
Tali metodi sono stati adottati non solo contro di lui ma contro chiunque dissenta dalla voce del padrone. Questa è una gravissima ferita inferta alla democrazia. Riconosce d´aver commesso qualche ingenuità. Ma nessun reato è stato compiuto da nessuna delle persone implicate in questa vicenda nella quale non sono in gioco soldi pubblici e interessi della pubblica amministrazione. Infine per quanto lo riguarda non ha alcuna responsabilità in una vicenda privata che riguarda un appartamento di 50 metri quadrati.
Fin qui il video-messaggio del presidente della Camera il quale ha accompagnato queste sue dichiarazioni sui fatti ad una durissima requisitoria contro lo stile di governo e l´atmosfera di killeraggio che è diventata purtroppo una nota dominante e può colpire chiunque dissenta dal potere berlusconiano.
Oltre a prendere atto delle affermazioni di Fini, molte delle quali sono a nostro avviso pienamente condivisibili, bisogna anche leggerne in controluce alcuni passaggi.
Soprattutto quello che riguarda la sua «ingenuità» e la lite in famiglia quando alcuni fatti compiuti sono arrivati a sua conoscenza.
Abbiamo già scritto all´inizio che l´ingenuità – evidentemente connessa ai sentimenti più che ad un attento esame dei fatti – comporta un prezzo da pagare. Fini si è impegnato a pagarlo con le dimissioni se il fatto della proprietà del cognato (che non è un reato) sarà accertato.
Questa posizione è fragile. Ci si aspettava che Fini esibisse la prova che la proprietà non è di Tulliani ma questa prova non è stata data. Lo stesso Fini dice di dubitare della parola di Tulliani. Sarà quindi difficile che resista a lungo in una posizione di evidente difficoltà.
Resta un problema che ci porta ad esplorare che cosa è veramente accaduto a Palazzo Grazioli e dintorni. È accaduto ciò che sappiamo da tempo e che siamo in grado di prevedere in anticipo: la macchina da guerra berlusconiana entra in funzione per colpire il dissenso e per proteggere gli amici e gli amici degli amici. Se Fini si fosse sottoposto, la macchina da guerra contro di lui non avrebbe colpito. Ma per difendere Cosentino da ben altre colpe la macchina da guerra berlusconiana si è mossa, togliendo dalle mani dei giudici un elemento decisivo per le sorti del giudizio, cioè le intercettazioni dalle quali emergerebbe la prova dei legami tra l´imputato e le cosche camorristiche. Quell´elemento non soltanto non sarà reso noto alla pubblica opinione ma non potrà essere utilizzato in processo, per i giudici sarà come se non sia esistito.
A questo risultato la macchina da guerra è arrivata con l´intimidazione, le promesse, le lusinghe, la compravendita delle persone e del loro voto. Si parla molto di trasformismo, ma non è soltanto di questo che si tratta.
Il trasformismo è un vizio antico delle democrazie, in Italia particolarmente diffuso. Il voto di scambio, ottenuto attraverso la concessione di benefici o la minaccia di ritorsioni, è invece un reato previsto dal codice penale e come tale andrebbe perseguito.
Per concludere su quanto è accaduto a Palazzo Grazioli e dintorni: il caso Fini ha dimostrato per l´ennesima volta la natura del potere berlusconiano che si regge sullo slogan «o con me o contro di me», sul belante ritornello del «meno male che Silvio c´è» e sul dossieraggio ricattatorio come pratica di governo.

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Le conclusioni di questa avvilente vicenda mi sembrano le seguenti: le elezioni si allontanano di qualche mese ma non di più. La legge elettorale resterà quella che è, strumento formidabile di pressione e corruzione. Le ipotesi di un terzo polo si fanno evanescenti perché anche Casini è nel mirino della macchina da guerra berlusconiana che alterna nei suoi confronti lusinghe e minacce. Berlusconi imporrà al Parlamento la legge sul processo breve e ritirerà fuori quella sulle intercettazioni.
Intanto l´economia è ansimante, la coesione sociale è a pezzi e nessuno se ne dà carico. Un bilancio che dire sconfortante è dir poco.

La Repubblica 26.09.10

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“I metodi dell´Innominato e la libertà del dissidente”, di Giuseppe D’Avanzo

Il discorso di Gianfranco Fini è un confronto diretto con Silvio Berlusconi, il mandante del suo tentato e finora mancato “assassinio politico”. Un raffronto tra la sua etica pubblica e la moralità dell´altro. Tra le proprie consuetudini private e politiche e i costumi politici dell´altro. Tra i suoi disarmati metodi di discussione pubblica e la violenza della macchina del fango che il Cavaliere può scatenare e – da un anno – scatena giorno dopo giorno.
Di volta in volta, il rivale può essere: la moglie, un giornalista dissenziente, un alleato riluttante. Il presidente della Camera non pronuncia mai il nome del suo antagonista. Mai, ma l´intero intervento del presidente della Camera va interpretato alla luce del paragone tra due storie umane e politiche, tra due metodi. Fini ripercorre l´affaire di Montecarlo e lascia bene in vista quel che ormai palesemente non funziona più nella nostra democrazia. Non aggiunge nessun elemento nuovo sulla proprietà di quell´appartamento di 50/55 metri quadrati di Montecarlo, se non la sua rabbia quando scopre che il cognato Giancarlo Tulliani è in affitto in quella casa di boulevard Princesse Charlotte 14. Si rimprovera «una certa ingenuità».
Si chiede: «È Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di Montecarlo?». Il presidente della Camera non azzarda una risposta perché non sa rispondere. Non può rispondere, perché non sa. Non ne sa niente, ma non se ne lava le mani. Comprende che quel passaggio dell´affaire non è un dettaglio trascurabile, ma decisivo e non nasconde i suoi dubbi. Dice: «Gliel´ho chiesto con insistenza: egli (Tulliani) ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me». Potrebbe chiuderla lì seguendo l´esempio di Berlusconi che, negli anni, ha lasciato che il suo braccio destro fosse condannato per associazione mafiosa (Dell´Utri) e il braccio sinistro per corruzione (Previti) e sempre per comportamenti e relazioni e reati che hanno favorito le sue fortune e avventure. E dunque di che cosa dovrebbe preoccuparsi, Fini, con quella compagnia? E tuttavia egli segue un´altra strada. Assume un impegno pubblico, anche se si dichiara estraneo, inconsapevole, ingenuo. «Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera. Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe».
È tirando il filo della sua etica pubblica che Fini può tracciare la mappa dell´etica pubblica dell´altro, dell´Innominato, e marcare le eccentriche anomalie della scena italiana. C´è un signore – Silvio Berlusconi, l´Innominato – «ha usato e usa società off-shore per meglio tutelare il patrimonio familiare, aziendale e per pagare meno tasse» – che accusa chi «non ha né denaro né ville intestate a società off-shore» di frequentare i paradisi fiscali. Sempre quel signore – Berlusconi – che, facendo leva su leggi che si è apparecchiato come capo del governo, ha salvato la testa da processi che ne hanno accertato le gravissime responsabilità getta in faccia all´altro – Fini, «in 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito, mai stato sfiorato da sospetti di illeciti» – una storia dove «non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l´amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c´è corruzione né concussione».
Ecco dunque che cosa succede: «Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati».
È il preoccupato disegno che, della nostra democrazia, abbozza Fini. È l´ombra minacciosa che incupisce i giorni della nostra Repubblica. La si può scorgere nella lunga sequenza di “assassini mediatici” che sono diventati, in assenza di politiche pubbliche e di decisioni necessarie per il Paese, l´unica operosa attività cui si dedica il capo del governo. Dispone la raccolta del fango. A ogni avversario o nemico dichiarato o potenziale è riservato un dossier. Leggerezze ben manipolate possono diventare colpe e vergogna. Quando non ci sono né colpe né leggerezze, il fango lo si crea. Tornano utili i bugdet illimitati di cui dispongono i “raccoglitori di fango”, faccendieri, funzionari prezzolati delle nostre burocrazie della sicurezza, ma anche spioni di altri Paesi. Creato il dossier, lo si può pubblicare cadenzando i tempi politici. L´Innominato se lo pubblica sui suoi media, il dossier infamante. Per questa strategia, nell´agosto dello scorso anno, l´Innominato rivolta i giornali del centro-destra (il Giornale, Libero) come calzini. Sceglie persone adatte al nuovo canone bellico. Fini, ricorda, fu tra i primi a essere “avvisato” di marciare diritto se non voleva guai. Fece lo stesso il passo storto che poi non è altro che l´esercizio del diritto a dissentire. Contro di lui è auspicato, dice, «il metodo Boffo. (C´era) chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier – testuale – anche su di me, “perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera”. Profezia o minaccia? Puntualmente, dopo un po´, è scoppiato l´affare Montecarlo».
Gianfranco Fini avverte, dunque, come spaventosa questa “meccanica”, ne avverte la pericolosità, ne avverte un´anomalia che può manomettere i necessari equilibri di una democrazia. Il suo intervento denuncia un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che deforma l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Constata che siamo ben oltre una fisiologica dialettica politica. Più semplicemente, avverte Fini, discutiamo della libertà di chi dissente o di chi si oppone.
Il presidente della Camera vede al lavoro una macchina, vede in azione un dispositivo che vuole «colpire a qualunque costo l´avversario politico», eliminarlo. Così, dice, «si distrugge la democrazia, si mette a repentaglio il futuro della libertà». È un giornalismo adulterato che si fa calunnia, “manganello”, pestaggio e olio di ricino, il perno del meccanismo. Fa venire il freddo alle ossa. Pretende che “ci si metta in riga” se non si vuole assaggiare il “metodo Boffo” (liquidato con una campagna montata su un documento clamorosamente falso). C´è ancora l´Innominato a governare questa fabbrica di veleni che sono «i giornali del centro destra che non pubblicano notizie, che non ci sono, ma insinuazioni, calunnie e dossier» che possono essere costruiti in giro per il mondo con le risorse inesauribili dell´Innominato. Basta guardare quel che è accaduto a Santa Lucia dove «un ministro scrive al suo premier perché preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off-shore coinvolte non in traffici d´armi, di droga, di valuta, ma nella pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo». Si può crederlo? Non si può crederlo ed è giusto indicare il mandante politico. Soltanto chi non vuole sentire, vedere, giudicare può far finta oggi di non comprendere che Fini ha indicato in Berlusconi il tessitore della manovra che ha provato a schiacciarlo. Il presidente della Camera crede che possa ritornare la politica sulla scena pubblica nazionale. Si può essere scettici che ciò accada fino a quando, impaurito dal suo stesso fallimento, terrà banco un Innominato che ha abbandonato il sorriso ingannatore per mostrarci come il vero volto del suo potere sia la violenza.

La Repubblica 26.09.10

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“La politica dei video-messaggi”, di FILIPPO CECCARELLI

«Care amiche e cari amici»: per una di quelle coincidenze che mettono a nudo le magagne del potere, sia Fini che Berlusconi ieri hanno cominciato il loro lungo e inesorabile audiovisivo nello stesso identico modo. Videomania bilaterale e simultanea, dunque, e anche un po´ sospetta.

Perché subito dopo l´esordio il presidente della Camera ha detto che da qualche tempo «lo spettacolo che offre la politica è semplicemente deprimente»; mentre per restare in tema di show il presidente del Consiglio ha detto che durante l´estate era andato in scena «il mai tramontato teatrino della politica», così come «deprimenti» – cioè lo stesso aggettivo finiano – oltre che inutili e inconcludenti erano le chiacchiere, eccetera.
Ora, capita di rado in politica che il linguaggio sia il riflesso della verità. Ma quando la retorica finisce per assomigliarsi, proprio perché insperabile il risultato è prezioso – anche se disperante. Così ieri sia Fini che Berlusconi, l´uno nel videomessaggio per discolparsi sulla casa di Montecarlo, l´altro per vantarsi del governo nella solita telefonata ai Promotori della libertà, più o meno nello stesso tempo (interminabile: rispettivamente 9´08″ e 10´32″) e con la medesima intensità lessicale hanno cercato con tutte le loro forze di presentarsi come uomini proiettati sui “problemi veri” – mentre è chiaro che gli stanno molto più a cuore quegli altri che riguardano il loro potere personale.
Non s´intende qui entrare nel merito dei contenuti, del resto abbastanza poveri; né si considerano le circostanze, assai diverse, che sono alla base dei due messaggi. E tuttavia con una crudele indagine semantica, da effettuarsi attraverso quegli schemini che fissano le ricorrenze delle parole e il loro rapporto con le argomentazioni, potrebbe dimostrare con evidenza scientifica, o quasi, che i due discorsi sono l´uno lo specchio dell´altro. Ed entrambi per molti versi, se non allarmanti, sono comunque rappresentativi di un andazzo molto poco democratico, per così dire.
Stessa alterigia, stesso vittimismo, stesso porgersi rigidamente dall´alto come idoli, stessa mancanza di misura e di dubbi su quanto, pure quotidianamente, gli accade. Ciò che per l´uno è campagna terribile e assurda per l´altro è aggressione e gioco al massacro, ciò che per Fini è «putiferio», per Berlusconi è «baccano» e così via. Gli «interessi personali» e dovutamente nefasti non sono mai i loro. Le peggiori mire sono sempre quelle altrui, e qui scatta all´unisono la reticenza allusiva. Poi regolarmente mettono punto a capo, si schiariscono la voce, cambiano timbro, alzano o abbassano il sopracciglio e la simmetria retorica dell´audiovideo si condensa nel richiamo enfatico e scontato a quella specie di comunità immaginaria che Berlusconi e Fini chiamano: “gli italiani”. I quali, in un empito di captatio benevolentiae, senza meno hanno già capito tutto e certamente “giudicheranno” – ma nessuno dei due ieri ha chiesto le elezioni anticipate.
Quando alla metà degli anni Ottanta, sugli schermi dei congressi e delle piazze, cominciarono ad apparire i primi video preregistrati e poi in diretta, Andreotti che salutava i giovani dc, il sindaco progressista brasiliano che voleva salvare l´Amazzonia, ecco, ovviamente non si comprese che i visitors avrebbero stravolto le forme della politica e poi sconvolto dalle fondamenta lo stesso discorso pubblico.
Nel 1994 Berlusconi scese in campo con una “cassetta”, come si diceva allora. Molti poi, anzi tutti poi lo imitarono: era il progresso, l´epoca delle visioni a distanza, la potenza della logica mediatica, il dominio dell´immagine, la macchina dello spettacolo politico, l´energia delle emozioni, il calore della spontaneità e delle seduzioni, era inevitabile. Ma oggi?
Beh oggi, domenica 26 settembre 2010, viene anche un po´ da pensare che il video duplex di Berlusconi e Fini si assomiglia soprattutto perché non ammette domande, né repliche, né niente. È pura comunicazione unilaterale, soggettiva, arbitraria, a senso unico. E per dirla tutta: il sospetto è che sia così praticata non solo in quanto rapida e comoda, ma perché pregiudizialmente esente da interruzioni, guastafeste, fischi e altre manifestazioni di dissenso.
Con tutto il rispetto che si deve alla carica, colpisce che a questo ambiguo sottogenere mediatico abbia fatto ricorso il presidente di un ramo del Parlamento. Quello stesso Fini, oltretutto, che ad aprile, durante un consiglio nazionale e quindi con una platea ostile ha trovato il coraggio di dire la sua e di farlo in modo vero e spettacolare. Invece questi video vorrei-ma-non-posso sono poveri anche di spettacolo. Né ufficiale né confidenziale, fredda e furba com´è, la video-retorica scivola e insieme rotola fino a infrangersi sul dilemma dei dilemmi: finzione o realtà? E beato, davvero, chi mette la croce sulla seconda casella.

La Repubblica 26.09.10

"Un referendum per la scuola pubblica", di Giuseppe Caliceti

La scuola pubblica, cuore della democrazia, è sotto attacco. Alle elementari, senza compresenza, si penalizza la qualità dell’apprendimento e lo star bene a scuola. Alle medie non esistono più laboratori espressivi, corsi di italiano per stranieri, interventi di recupero per favorire l’integrazione. Alle superiori, senza alcuna motivazione didattica, sono state eliminate ore di lezione: come se così si imparasse di più. La Costituzione parla di scuola laica e gratuita, ma i genitori devono sborsare contributi anche di 150-200 euro. Magari in scuole che vantano nei confronti del Ministero crediti dai 100 ai 200mila euro. La legge parla di un insegnante di sostegno ogni due alunni con disabilità. Gelmini garantisce loro solo alcune ore a settimana. La legislazione sulla sicurezza prevede 25 alunni per aula. Gelmini parla di un minimodi 27e un massimo di 35. Senza spiegare, in caso di incendio o terremoto, di incidenti, di morte di uno studente chi ne è responsabile. Con l’inizio del nuovo anno scolastico è nato anche nella nostra regione un movimento di amministratori e docenti, politici e genitori di studenti impegnati a salvare la scuola pubblica. Ma perchè nessuno chiede ancora le dimissioni di Gelmini o propone un referendum – come avvenuto sull’acqua pubblica – anche sulla scuola pubblica?

L’Unità 26.09.10