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"Il futuro perduto di giovani e imprese", di Giuseppe Turani

Anche l´Italia ha la sua generazione perduta. Solo che non vanno a Parigi a scrivere grandi romanzi (come Henry Miller o Scott Fitzgerald), ma più modestamente vanno al bar a giocare a biliardo o a passeggiare ai giardinetti (quando non si fanno di coca). Si tratta del 7-8 per cento (la quantificazione esatta spetta ai sociologi) di giovani che oggi hanno meno di 35 anni.
Con le prospettive di crescita dell´economia italiana, questi ragazzi, che non hanno un lavoro, hanno la quasi certezza di non trovare mai un lavoro, né adesso né fra dieci anni o venti anni. Sotto di loro c´è quella che alcuni chiamano la generazione «né-né» (un po´ meno di un milione) che non fa assolutamente niente, per scelta: non studia e non lavora.
Ma torniamo alla generazione perduta. Che rappresenta uno spreco totale e un problema sociale di cui l´Italia dovrebbe un po´ vergognarsi. In gran parte si tratta di giovani (anche del Nord) che hanno studiato, che sanno qualche lingua e che avrebbero voglia di fare qualcosa e che potrebbero quindi dare un contributo prezioso al paese.
Ma sono nati nel momento sbagliato. Sono diventati adulti in un momento di riflusso economico e senza protezioni sociali o santi in paradiso. Il loro destino, quindi, è quello di essere inattivi, per sempre.
Potranno tirare avanti grazie a un appartamento del nonno e a qualche libretto di risparmio di una zia senza eredi. I più fortunati potranno arraffare qualche lavoretto precario per un mese o due. Ma niente intorno a cui costruire una vita, una famiglia, un destino.
Ma questo nulla, questa specie di deserto bianco in mezzo a una società affluente, colpisce anche quelli più anziani. Se si va nel Nord Est (ricco, purtroppo, di giovani della generazione perduta, spalla a spalla con quelli che ancora girano con la Porsche e la Mercedes di papà) si vede che sta accadendo qualcosa di inedito nel mondo industriale. Le aziende più consistenti, se sono riuscite a diventare «terzisti» (fornitori) di un grande gruppo multinazionale stanno guadagnando moltissimi soldi e vanno bene (fino a quando «quelli là» non decideranno di cambiare fornitore).
Le filiali delle grandi multinazionali chiudono tutte come mosche e si trasferiscono in paradisi in cui la gente non costa niente e non chiede diritti.
Dietro queste multinazionali che se ne vanno resta appunto il deserto bianco. Spesso una mano d´opera di mezza età non più collocabile e che quindi finisce anch´essa dentro il contenitore della generazione perduta.
Poi ci sono le piccole aziende. Molte di loro, semplicemente, chiudono i battenti. I vecchi proprietari non se la sentono più di andare avanti e di perdere soldi o di fare debiti. Fin qui è andata bene, ma ormai contro coreani, tailandesi, ecc., è inutile battersi. Meglio tirare una riga, mandare tutti a casa e arrivederci. E, di nuovo, abbiamo centinaia di lavoratori di mezza età che finiscono nel deserto bianco dove non arriverà mai più un lavoro o un´occupazione.
In sostanza, al di là dei modestissimi dati economici generali (1 per cento di crescita per dieci anni, se va bene), quello che sta avvenendo in Italia è una certa distruzione della sua base industriale (quella dei piccoli, ma essenziale). Ma, soprattutto, è in atto una degradazione del tessuto sociale che non ha precedenti nella nostra storia.
Migliaia di persone che di fatto vengono private di qualsiasi futuro operoso e intelligente e costrette a giocare a biliardo o a fare le parole crociate per i prossimi trent´anni. E fra questi anche giovani che hanno studiato o gente che ha comunque una specializzazione professionale.
Non so dire se da questo nasceranno rivolte sociali imponenti o svolte politiche epocali. So solo che stiamo diventando (mentre la politica si occupa d´altro) un paese che a migliaia dei propri cittadini sa offrire solo una cosa: il niente.

La Repubblica 26.09.10

"Guardiamo al futuro. Crediamo nella scuola", di Pier Luigi Bersani

Cari ragazzi e ragazze, insegnanti e lavoratori della scuola, genitori ed educatori,
noi sappiamo che, nonostante i tagli drammatici del Governo, che sottraggono 8 miliardi di euro e compiono il più grande licenziamento di massa della nostra Repubblica, la scuola aprirà comunque le sue porte. Ce la farà per la straordinaria passione che gli insegnanti mettono nel loro lavoro di formazione dei cittadini di domani; ce la farà perché i dirigenti scolastici, grazie anche all’aiuto dei nostri amministratori, riusciranno a salvare il salvabile del tempo scuola richiesto dalle famiglie; ce la farà perché i pochi collaboratori scolastici rimasti faranno funzionare le scuole. Grazie a loro i bambini potranno riprendere i progetti educativi interrotti.
Ma la cosiddetta ‘riforma epocale’ della scuola pubblica, approvata da Tremonti-Gelmini, assicurerà davvero la ‘qualità’ della scuola italiana? Aiuterà il nostro Paese a dimezzare il tasso di dispersione scolastica e a triplicare il numero di laureati come l’Europa ci chiede di fare entro il 2020? No, ne siamo certi. Aggraverà, al contrario, i cronici mali del nostro sistema scolastico. Aumenterà i divari nei livelli di apprendimento tra nord e sud del Paese, la dispersione e l’abbandono scolastico, gli insuccessi e le frustrazioni.
In un paese moderno il merito si sposa con i diritti e con le pari opportunità, e il sistema scolastico è centrale perché funziona da ‘ascensore sociale’, strumento di uguaglianza e libertà. Ogni studente è un cittadino che attraverso il sistema dell’istruzione pubblica può emanciparsi dalla condizione sociale di partenza, con le proprie capacità e responsabilità, se adeguatamente sostenuto. Di più, alla Repubblica spetta il compito, come recita l’Art. 3 della nostra Costituzione di ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana’.
Le proposte del PD, arricchite dal confronto con le associazioni di studenti, insegnanti, genitori e sindacati, non rifiutano l’innovazione anzi la chiedono. Non ci rassegniamo all’idea che l’Italia sia ‘maglia nera’ in Europa per l’abbandono scolastico, all’idea di un nuovo analfabetismo. Vogliamo una riforma della scuola che finalmente faccia ritrovare al sistema pubblico la fiducia di tutti gli italiani. Ma questo non si ottiene con la riduzione dell’offerta formativa, della ricerca didattica, la riduzione dell’obbligo scolastico; non si ottiene lasciando per la strada professori che insegnano da anni sotto il titolo di precario mentre decine di migliaia di posti in organico continuano a restare scoperti.
La destra nega alla scuola questa funzione e quella che si sta disegnando è la scuola delle divisioni: fra ricchi e poveri, italiani e stranieri, nord e sud, dirigenti e manovalanza. E’ una scuola senza autonomia che rispecchia il modello di società che Berlusconi ha in testa: un Paese fermo che rinuncia a competere nel mondo e sottrae il uturo alle giovani generazioni. Raccontano favole sul riconoscimento del merito degli insegnanti, mentre bloccano gli stipendi; inventano percentuali sull’aumento del tempo pieno, mentre le famiglie restano senza; parlano di mondo del lavoro e chiudono i laboratori; accorpano classi e stipano i ragazzi in aule sempre piú affollate, contro ogni norma di sicurezza. I precari della scuola vanno sui tetti e fanno lo sciopero della fame e il Ministro neppure li riceve, mentre alle scuole dell’obbligo i genitori fanno collette per la carta igienica e l’ora di inglese. Ci hanno raccontato che i tagli alla scuola sono necessari. Non è vero. I recenti dati OCSE dimostrano che siamo molto al di sotto della media europea e i tagli ci spingeranno ancora piú in basso. Non è un problema di soldi, ma di scelte politiche. Il nostro ultimo governo Prodi pagava annualmente i debiti alle scuole, aveva innalzato l’obbligo scolastico e aveva avviato un piano realistico di assunzione dei precari. Eppure, diversamente dal governo attuale, aveva migliorato i conti pubblici. Anche oggi le risorse possono essere recuperate dell’evasione fiscale e da altri risparmi che abbiamo indicato. Anche oggi migliaia di cantieri per rinnovare una fatiscente edilizia scolastica potrebbero rilanciare non solo la scuola, ma anche l’economia locale. Anche oggi, se il Governo rinunciasse all’ossessione del controllo sull’universo televisivo e mettesse immediatamente a gara le frequenze liberate dal digitale terrestre, incasseremmo un po’ di miliardi che nell’emergenza potrebbero essere investiti nella scuola, nella conoscenza, nel sapere.
Le proposte del PD, arricchite dal confronto con le associazioni di studenti, insegnanti, genitori e sindacati, non rifiutano l’innovazione anzi la chiedono. Non ci rassegniamo all’idea che l’Italia sia ‘maglia nera’ in Europa per l’abbandono scolastico, all’idea di un nuovo analfabetismo. Vogliamo una riforma della scuola che finalmente faccia ritrovare al sistema pubblico la fiducia di tutti gli italiani. Ma questo non si ottiene con la riduzione dell’offerta formativa, della ricerca didattica, la riduzione dell’obbligo scolastico; non si ottiene lasciando per la strada professori che insegnano da anni sotto il titolo di precario mentre decine di migliaia di posti in organico continuano a restare scoperti.
Non è retorica ripetere che sulla scuola si gioca il futuro del Paese. Il futuro economico e quello civile si tengono e crescono insieme solo se si investe nell’istruzione e nei saperi. Noi guardiamo al futuro. Per questo crediamo nella scuola pubblica.

L’Unità 25.09.10

"L´Italia, la transizione fallita e la mancanza di una destra normale", di Guido Crainz

Con la caduta del primo governo Prodi è venuto meno il progetto di una buona politica ed è prevalsa la partitocrazia dei partiti facendo riprendere le demagogie populiste. Sono senza veli i tratti portanti della politica berlusconiana, il suo porre al centro interessi personali e di azienda anche a costo di colpire le basi della democrazia e recare durissimi colpi all´informazione. In uno scenario sempre più degradato la crisi italiana appare ormai senza ritorno. “Metodo Boffo” come prassi quotidiana, dossier caraibici, protezione parlamentare a un esponente politico indagato per reati di camorra, sino a quel che sembra affiorare in Abruzzo: i rifiuti invadono di nuovo non solo Napoli ma l´intero paese. Ogni sguardo al sistema Italia ripropone tutti i nodi di una transizione drasticamente fallita, o mai iniziata. Illumina il riemergere, in forme modificate e aggravate, della crisi istituzionale ed etica che aveva portato al tracollo dei primi anni Novanta.
Fu travolto allora il sistema dei partiti su cui si era basata per mezzo secolo la storia italiana, dopo meno di vent´anni è entrata in agonia quella che era stata enfaticamente chiamata seconda repubblica. Neppure un vero sistema, a ben vedere: piuttosto un “disequilibrio” di forze politiche che hanno basato la loro sopravvivenza e la loro fortuna soprattutto sulle debolezze degli avversari. Forze poco provviste di reali culture costituenti e incapaci al tempo stesso di disegnare un insieme di regole sociali e di orientamenti programmatici. Incapaci anche solo di abbozzare un progetto credibile per un paese attraversato da sconvolgimenti profondi, in primo luogo sul terreno del lavoro e dell´etica collettiva.
Sembrano insomma intrecciarsi e precipitare insieme, in questi mesi, gli effetti di malattie antiche e le macerie indotte da storture recenti, in un finale di partita di cui si vedono bene rischi e derive ma non si intravedono possibili alternative, o perlomeno uscite di sicurezza.
Per molte ragioni gli anni Novanta, nei loro differenti versanti, sembrano oggi lontanissimi. Crollata la «prima Repubblica», e smorzatasi presto la prima esplosione di illusionismo berlusconiano, svanì anche la speranza che il rinnovamento potesse muovere dalla parte migliore della nostra storia precedente. Già con la caduta del primo governo Prodi – se non nel corso di esso – venne di fatto accantonato un progetto di «buona politica» capace di resistere all´emergere di una inedita «partitocrazia senza partiti». Quasi paradossalmente, poi, il primo governo guidato dal leader di un partito post-comunista, Massimo D´Alema, vide non il rafforzamento ma l´ulteriore travaglio di quel partito e al tempo stesso la capitolazione – altamente simbolica – di una roccaforte storica del «riformismo rosso» come Bologna. Tramontava così l´ipotesi che il rinnovamento potesse esser guidato dalle forze che si erano in qualche modo opposte alla degenerazione della «Repubblica dei partiti» già dall´interno di essa. Ciò poneva in primo luogo agli eredi del vecchio Pci il problema di un rinnovamento radicale, che non venne.
Ripresero così campo – sul versante leghista come su quello berlusconiano – ipotesi e demagogie populiste e antipolitiche, sempre più debolmente contrastate nell´area del centrodestra dalle forze che mantenevano un qualche legame con la storia precedente, dall´Udc ad An. Forze costrette progressivamente a scegliere fra la «berlusconizzazione» e l´emarginazione, in un processo che ha avuto una forte accelerazione negli ultimi due anni e il suo definitivo approdo in questi mesi. Appaiono da tempo senza veli i tratti portanti della politica berlusconiana, il suo porre al centro interessi personali e di azienda anche a costo di colpire a fondo le basi stesse della democrazia e recare durissimi colpi all´informazione («Non ci può essere libertà per una comunità che manca di strumenti per scoprire la menzogna» scriveva Walter Lippmann novanta anni fa). Appare senza veli, anche, il sempre più pervasivo «sistema delle cricche», con i processi che esso innesca in una democrazia ormai immemore della normalità e in una «società incivile» in sotterranea espansione. Di qui la pericolosità dello scenario attuale. Di qui l´esasperazione del clima da parte di un premier sempre più debole e sempre più sottoposto al condizionamento della baldanzosa truppa di Bossi e Calderoli. Umiliato e reso al tempo stesso più aggressivo dalla necessità di degradarsi in uno squallido «mercato dei deputati» per puntellare i traballanti residui di quella che fu una trionfale maggioranza.
È l´esito di un processo. È l´esito del percorso che ha portato il “berlusconismo” a diffondere nella politica e nella società nuove forme di estraneità alla democrazia e alle regole collettive, esasperando al tempo stesso tendenze negative già presenti. E senza che si siano innescati anticorpi adeguati. Lo rivela l´evoluzione stessa di quella parte della destra – un tempo ex o post fascista, e comunque “nazionale” – che è approdata alla più completa subalternità al premier ed è priva di voce persino di fronte alle dissennatezze e alle provocazioni leghiste. È al tempo stesso illuminante, infine, la difficoltà di dar corpo a una «destra normale»: difficoltà certo non nuova nel nostro Paese, come l´ultimo Montanelli non si stancava di dire. Al di là delle contingenze dello scontro politico, inquinato dalle sopraffazioni e dai veleni del premier e dei suoi sottoposti, ne aveva recato testimonianza la stessa manifestazione di Mirabello: con le sue composite presenze, con il differenziato modularsi del discorso di Gianfranco Fini, con gli applausi e le incertezze che lo accompagnavano.
Sull´altro versante, un centrosinistra incapace di fare i conti sia con il Paese reale che con se stesso non contribuisce certo a dissipare la sensazione di un disfacimento e di una frantumazione senza freni: quasi mancasse la consapevolezza della drammaticità della situazione, dell´urgenza di costruire argini e sbocchi convincenti. È su questo terreno però che si giocherà il futuro del Paese, e non solo quello più immediato.

La Repubblica 25.09.10

Summit ONU sugli Obiettivi del Millennio: Italia penultimo Paese

Tagli drammatici e ritardi del governo anche nell’ Aiuto Pubblico allo Sviluppo mondiale. Senatori Pd: “L’assenza di Berlusconi al vertice, dimostra il disinteresse del nostro governo agli obiettivi di pace e benessere mondiale. La nostra diplomazia ne risulta indebolita”. Si è concluso, oggi, a New York il vertice dell’ONU sui temi dello sviluppo del millennio con un annuncio formidabile: sono stati stanziati circa 40 miliardi di dollari, raccolti attraverso le donazioni di governi e associazioni, per arginare l’impoverimento del mondo. Ne ha dato notizia con grande entusiasmo, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon. “Sappiamo cosa serve per salvare le vite di donne e bambini – ha dichiarato il Segretario generale del Palazzo di Vetro – e sappiamo come le loro condizioni siano difficili, rispetto agli standard degli obiettivi del Millennio”. L’obiettivo che si pone l’ONU è molto arduo: salvare 16 milioni di vite umane entro il 2015.

In rappresentanza dell’Italia però, non ha partecipato come doveroso, il Presidente del Consiglio italiano, impegnato ad incollare i pezzetti rimasti della maggioranza di governo, bensì il ministro degli esteri Franco Frattini. Frattini ha ribadito nel corso del suo intervento che ‘resta fermo anche per l’Italia, il traguardo di dimezzare la povertà entro il 2015’, ma ha comunque celato il proprio imbarazzo rispetto al fatto che ‘l’Italia anche quest’anno non è riuscita a rispettare gli impegni economici assunti con l’ONU, arrivando solo alla quota pari allo 0,20%, rispetto al Pil’.

“Mantenere gli impegni presi, gli italiani lo sanno bene, non è un pregio del premier Berlusconi. Ma purtroppo, lo sanno bene anche le istituzioni internazionali che alla conferenza Onu sugli Obiettivi del Millennio, hanno relegato l’Italia al penultimo posto, nella classifica degli Stati impegnati nei finanziamenti per gli aiuti allo sviluppo. Auguriamoci che la politica degli annunci sia finita, e che in nome della dignità del nostro Paese e per il rispetto degli accordi internazionali vengano finalmente erogate quelle risorse che in gran parte sono rimaste solo sulla carta”, hanno dichiarato congiuntamente i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

I senatori del Pd, hanno poi denunciato che durante la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen “Berlusconi annunciò, qualificandola come un’offerta generosa, lo stanziamento a sostegno dei Paesi in via di sviluppo di 200 milioni di euro l’anno per tre anni, nell’ambito del pacchetto clima”. “Quei soldi – hanno spiegato i democratici – come del resto il fondo ‘Aquila Food Security Initiative’ (20 miliardi di dollari in tre anni contro la fame), non si sa che fine abbiano fatto”.

“Quel che è certo – hanno detto i due senatori – è che l’Italia si era impegnata a destinare lo 0,7% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL) all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo entro il 2015, ma siamo così indietro sulla tabella di marcia che si raggiungerà nel 2010 solo circa lo 0,1%. Rispetto alla Legge Finanziaria per l’anno 2008 nella manovra del 2010 c’è stato un taglio drammatico di 402 milioni di euro. La manovra del 2010 non arriva dunque a coprire nemmeno gli impegni economici presi dall’Italia per i fondi multilaterali e le Banche di sviluppo. Vedremo – hanno concluso gli esponenti del Pd – se con la prossima finanziaria il Governo vorrà far fede agli impegni internazionali, e non voglia invece nuovamente essere l’unico tra i grandi paesi donatori che giustifica i tagli alla cooperazione trincerandosi dietro la scusa della crisi economica”.

Ferrante poi ha commentato con rammarico proprio l’atteggiamento del governo italiano che si nasconde dietro promesse mancate che non rispetta e non rispetterà mai. “Troppe volte, sulla pelle dei più deboli, la politica degli annunci è stata crudelmente smentita dai fatti e quindi è difficile non condividere la preoccupazione di chi pensa che, con la crisi economica in atto e considerando che i cosiddetti ‘Paesi donatori’ non hanno mai dato tanto poco quanto fanno adesso, anche questa sarà un’ennesima promessa mancata”, ha notato Ferrante. Ed è certamente vero che quasi tutti gli ‘obiettivi del millennio’, su cui solennemente si impegnarono i grandi del mondo dieci anni fa, nel 2015 non saranno raggiunti e che questo significa sofferenze e ridotte speranze di vita per milioni di uomini e donne in carne ed ossa”.

Il ministro Frattini, si è inoltre dimostrato scettico sulla proposta del presidente francese, Nicolas Sarkozy, di una ‘mini-tassa’ sulle transazioni finanziare a livello globale per combattere la povertà. “Non siamo proprio contrari, ma deve essere – ha sottolineato – un’iniziativa condivisa, non unilaterale che trovi il sostegno quantomeno dei Paesi del G20”.

Pierluigi Castagnetti, deputato del Pd, ha sottolineato, proprio su questo tema, l’alternanza di opinioni del nostro governo su una materia così delicata ed ha ribadito la preoccupazione che “la nostra diplomazia si dimostri debole e non adeguata ai compiti imposti ai paesi più avanzati dagli sconvolgimenti economici e finanziari mondiali”.

“Una tassa sulle speculazioni finanziarie è un tema sul quale il gruppo dei Democratici ha presentato una proposta di legge da tanto tempo – ha dichiarato Castagnetti – è un dovere morale e l’esitazione di chi ha la responsabilità di introdurla é senza giustificazioni”.

“Il ministro Franco Frattini ha ammesso oggi il suo scetticismo sulla possibile applicazione di un prelievo sulle transazioni finanziarie finalizzato a sostenere i cosiddetti obiettivi del millennio. La sua posizione – ha riferito Castagnetti – ci colpisce perché solo nello scorso giugno nel corso di una audizione a Bruxelles aveva espresso il suo completo favore, sostenendo che ‘sarebbe un buon segnale’ quello di introdurre una tassazione sulle transazioni finanziarie spesso veicolo di speculazioni”.

“Parlare di consenso globale per poter poi non rispettare le proprie responsabilità è purtroppo l”expertise di questo governo’ secondo Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Pd. “Non ci stupisce – ha proseguito Pistelli – che il Premier abbia deciso di non presentarsi al summit dell’Onu. L’assenza di Berlusconi all’Assemblea per rilanciare gli Obiettivi del Millennio è sintomatica di un Paese che si disinteressa dei problemi su cui i più grandi capi di Stato si stanno concentrando. Cosa avrebbe mai potuto suggerire per contrastare la povertà? Di sposare un miliardario?”.

“Che tassare le rendite finanziarie per aiutare i Paesi poveri abbia bisogno di un consenso globale è sostenere l’ovvio. Che la lotta al cambiamento climatico abbia bisogno di un consenso globale è ancora un’ovvietà. Quello che invece il Partito democratico e la comunità internazionale vorrebbe sentirsi dire dal ministro Frattini è ‘che cosa sta facendo il governo per promuovere le iniziative che permetterebbero di raggiungere gli obiettivi già stabiliti, invece di tagliare risorse anche per gli Aiuti Pubblici allo Sviluppo mondiale”.

Anto. Pro.

www.partitodemocratico.it

"Il fuoco che smaschera il grande bluff del Cavaliere", di Roberto Saviano

«Perché gli abbiamo creduto a Berlusconi, e mò come se ne uscirà?». «Lo sapevo che tornava la monnezza e che Berluscone non aveva risolto niente. Questa è la politica». Sono le prime due frasi che ascolto da una radio locale che lascia sfogare i napoletani, che qui chiamano il primo ministro rendendo al singolare il suo nome: Berluscone, che avevano considerato il risolutore dell´emergenza rifiuti.
Oggi tutto è tornato come prima, ad appena un anno dal decreto legge del 31 dicembre del 2009 che sanciva la fine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.
In realtà da mesi stava lentamente tornando la spazzatura ovunque ma parlare di nuova emergenza rifiuti sembrava impossibile, era vietato come la peggiore delle bestemmie. Ma il centro di Napoli è tornato a puzzare come una discarica, la provincia di Caserta ha nuovamente le strade foderate di spazzatura, la popolazione è tornata a ribellarsi per l´apertura di nuove discariche, terrorizzata che queste raccolgano non solo i rifiuti leciti ma anche quelli illeciti, come sempre accaduto nelle discariche campane.
Non si era risolto nulla. Solo tamponato. Il più delle volte nascosto. In certi territori lontani dai riflettori, lontani dall´attenzione dei media, la spazzatura non è mai scomparsa dalle strade. Ora il grande bluff si è compiuto e mostra la sua essenza. Ed a pagarne il prezzo, come era prevedibile, è il territorio, la salute delle persone, l´immagine di Napoli nuovamente carica di spazzatura. Chi diffama Napoli, verrebbe da chiedere al primo ministro? Le foto, chi racconta lo scempio? O le strade sommerse di rifiuti? La città torna a sopportare la monnezza con i fazzoletti sui nasi quando l´odore è troppo acre perché il caldo fa marcire i sacchetti. I mercati rionali costruiscono le proprie bancarelle sulla spazzatura non raccolta del giorno prima, e le persone fanno la spesa camminando tra rifiuti. Per lo più le persone ormai fanno finta di niente. Sperano solo che le montagne non arrivino ai primi piani come successo l´ultima volta.
L´alba sul nascente governo Berlusconi si era levata liberando Napoli e la Campania dalle tonnellate di spazzatura; ora il tramonto cala su un governo meno coeso e che molti vedrebbero allo sbando, dietro le piramidi di spazzatura che tornano, identiche. L´emergenza rifiuti si fondava su un problema che sembrava insormontabile. Le discariche campane erano satolle e la magistratura, valutandole illegali, le chiudeva impedendo ulteriori conferimenti. Non c´era più spazio per i rifiuti, e le strade divenivano nuove discariche, che non avevano bisogno di approvazione e che non si poteva per decreto chiudere o riaprire. Le strade, tutte, dai quartieri più popolari del centro storico e delle periferie, a quelli collinari, costituivano le naturali valvole di sfogo. Si bruciava in campagna spazzatura per ridurla in cenere, cenere meno voluminosa e più comoda da smaltire, e così facendo si è avvelenata la terra. L´intervento del governo ha reso territorio militare le discariche: alla magistratura quindi è stato impedito di chiuderle e ai cittadini di avvicinarsi per controllare cosa accadesse a pochi metri dalle loro case. Questo provvedimento, accettato come un male inevitabile, doveva servire a dare ossigeno alle amministrazioni per costruire alternative che però non sono mai partite.
La raccolta differenziata è la vera vergogna della Campania e di Napoli. Non si riesce ad organizzarla al meglio nemmeno nei piccoli centri. Si pensi ai tanti comuni dell´Avellinese e del Beneventano che hanno le campagne invase dalla spazzatura, ma sono troppo periferici per fare notizia. Ad oggi Napoli ha solo poche aree in cui viene svolta la raccolta porta a porta, l´unica davvero efficace perché implica un controllo dal basso del cittadino sul cittadino. Raccolta che per legge avrebbe dovuto raggiungere già il 40% dei rifiuti conferiti mettendo in moto un circolo virtuoso che la città aspetta ormai che arrivi dal cielo, come fosse un miracolo. La stessa Asìa, in un volantino da poco distribuito nell´unico quartiere dove la differenziata porta a porta è attiva da due anni – i Colli Aminei –, si è detta preoccupata perché il quantitativo di rifiuti indifferenziati negli ultimi mesi è aumentato, come se quel quartiere che doveva essere la testa d´ariete, la punta di diamante di un´area devastata, si fosse reso conto che i suoi sforzi e il suo virtuosismo valgono quanto una goccia in un mare di disservizi. E a quel punto a che serve differenziare. Meglio buttare tutto nella solita montagna di monnezza.
Si sa che i termovalorizzatori non sono mai realmente partiti. Non quello di Napoli, non quello di Salerno, non quello di Santa Maria la Fossa e quello di Acerra è partito solo in parte. Anche su questo piano quindi le cose non sono andate come il governo aveva promesso e il risultato è stato il totale fallimento di un processo che non poteva contare solo sul senso civico dei cittadini. Avevano promesso di non aprire più discariche ed invece ne stanno aprendo un´altra nel parco del Vesuvio, in un´area di interesse naturalistico rarissima. L´emergenza rifiuti è stata manna per la politica campana ed è stata utilizzata per costruire un meccanismo di consulenze e appalti emergenziali. Se hai intere provincie sommerse, devi necessariamente stanziare danaro straordinario. E quindi consulenti e imprese sui quali non può esserci controllo serrato.
L´equilibrio su cui si regge il ciclo dei rifiuti in Campania è estremamente fragile. Per mandare in tilt una macchina che è tutt´altro che oleata, basta bloccare il flusso di danaro che arriva nelle casse delle provincie e dei comuni. Basta far finire i soldi in un groviglio di appalti e subappalti. A Napoli l´Asìa, l´azienda che fornisce i servizi di igiene ambientale alla città, ha circa 3000 dipendenti e affida parte dei sevizi a Enerambiente, società veneta dedicata ai servizi ecologico-ambientali e alla gestione integrata dei rifiuti, che di dipendenti ne ha 470. A sua volta Enerambiente attinge per la gestione dei rifiuti alla cooperativa Davideco che ha 120 dipendenti e agli interinali che forniscono almeno altri 150 dipendenti. In questa catena infinita di appalti e subappalti lievitano i costi e le clientele e quest´anno trascorso dal decreto di fine emergenza non è servito a mettere in moto il circolo virtuoso di cui la città aveva bisogno, ma a oliare nuovamente la macchina dello spreco e del ricatto.
Dopo l´inchiesta che ha visto Nicola Cosentino accusato dall´Antimafia di Napoli di essere stato un riferimento politico della camorra attraverso il settore rifiuti, in queste ore, sembrerebbe realizzarsi di nuovo ciò di cui si è scritto: la centralità della monnezza in Campania che arriverebbe persino, attraverso Nicola Cosentino, a configurarsi come una pistola puntata alla tempia del governo. Ovvero, come tramite di ogni rapporto tra Berlusconi e il politico casalese ci sarebbe la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel dibattito politico di questi ultimi mesi si è fatto riferimento a come Cosentino, leader indiscusso del Pdl in Campania, avesse dalla sua molti sindaci, i consorzi, la vicinanza di imprenditori e quindi potesse formalmente, se solo lo decidesse, bloccare il meccanismo di raccolta rifiuti. Il voto alla Camera, se si crede all´ipotesi di un Cosentino imperatore nel settore dei rifiuti, con il no all´utilizzo delle intercettazioni sembrerebbe essere un dono fattogli per cercare di riportare la nuova emergenza a una “normalità” di gestione consolidata. Ma questo può saperlo solo Cosentino stesso.
Quanto ai bassoliniani, che nel settore rifiuti hanno fatto incetta di voti e clientele, certamente non risulteranno in questa fase concilianti verso la situazione e anche dal loro versante ci sarà ostruzionismo e voglia di tornare ad avere prebende e potere attraverso la crisi. O si tratta con loro o tutto si ferma. Serve ricordare che l´emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l´anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. In tutto questo la camorra naturalmente continua il suo guadagno che cresce ad ogni passaggio. Nei camion che serviranno alla nuova emergenza, nel silenzio caduto sul ciclo rifiuti perché i roghi nelle campagne continuano a gestirli i clan, bruciando rifiuti, sino al business dei terreni dove chissà per quanti decenni verranno depositate le ecoballe ormai mummificate il cui fitto viene pagato direttamente nelle loro mani.
Non mi stancherò mai di dirlo: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell´Everest, alto 8850 metri, quindi questo business ha ancora una lunga vita. Da Napoli parte un nuovo corso, quello che dimostra che per quanto si possa cercare di non mostrare, di negare, di nascondersi dietro proclami, la realtà che abbiamo sotto gli occhi questa volta è talmente schiacciante che nessuna forma di delegittimazione può renderla meno evidente. La spazzatura tornata nelle strade di Napoli sigla definitivamente il fallimento di un progetto, di un percorso, di una politica. Speriamo che queste verità, in grado di svelare definitivamente le tante menzogne spacciate come successi, possano innescare un percorso di cambiamento che se partisse dal Sud potrebbe davvero mutare il destino del paese.

La Repubblica 25.09.10

"Le elezioni sono ora più vicine", di Marcello Sorgi

Ci sono dei momenti, nella furia di una tempesta, in cui una nave che pur avanza, sballottolata dalle onde, si piega su un fianco e sembra ormai destinata al naufragio: una sensazione del genere s’è avuta ieri, quando dopo due giorni di dibattito sulla «patacca», che Berlusconi avrebbe fatto costruire ad arte, per dimostrare che Giancarlo Tulliani, oltre che affittuario, è praticamente proprietario del famoso appartamento di Montecarlo venduto da An per decisione di suo cognato Gianfranco Fini, si è scoperto che «patacca» non era. Il ministro Rudolph Francis di Santa Lucia, l’isoletta caraibica paradiso di inaccessibili società off-shore, non poteva immaginare, con la conferenza stampa che ha autenticato il documento che accusa Tulliani, di aver probabilmente posto fine alla legislatura italiana cominciata poco più di due anni fa. Ma l’impressione, anche prima che oggi Fini cerchi di chiarire in un videomessaggio destinato a Internet, è che sia diventata impossibile una ricomposizione della maggioranza di centrodestra che martedì in Parlamento dovrebbe rilanciare il governo dopo la paralisi di quest’estate: destinata, invece, di conseguenza, a protrarsi chissà per quanto.

Pur in difficoltà rispetto alla vicenda di Montecarlo, sulla quale finora non è riuscito a dare spiegazioni convincenti, Fini infatti avrebbe potuto tentare più agilmente di uscire dall’angolo, se non avesse scelto due giorni fa la linea della patacca e delle accuse al presidente del Consiglio di essersi servito dei servizi segreti per incastrarlo. Solo per fare qualche esempio di punti che andrebbero approfonditi, avrebbe potuto contestare la carta che incastra il cognato nel merito e non nell’autenticità, sottolineare alcune evidenti contraddizioni e ambiguità del testo, chiedere per quale ragione e su sollecitazione di chi, in un Paese in cui l’off-shore è pane quotidiano, il governo di Santa Lucia decida di occuparsi di una, e solo di una, delle migliaia di società che ne approfittano, e infine contestare l’affermazione che la stessa società è sotto il controllo di Tulliani quando poi nell’ultima riga il documento ammette che sono ancora in corso accertamenti.

Non è escluso che questa sarà oggi la linea di difesa del Presidente della Camera: ma è evidente che il passaggio precedente, lo slogan della patacca, le accuse al premier e ai servizi di dossieraggio, rendano adesso meno convincenti giustificazioni come queste. Prima di fare certe affermazioni, ribadite peraltro in tv dal capogruppo del suo nuovo partito Bocchino, la terza carica dello Stato avrebbe dovuto prendere le sue precauzioni, valutando le conseguenze di parole così pesanti, che provenivano non dal palco del comizio di un leader, ma dallo scranno più alto della Camera dei Deputati.

Se Fini dunque è in forte difficoltà – la natura istituzionale delle sue responsabilità lo mette automaticamente sotto la lente d’osservazione delle altre autorità dello Stato -, Berlusconi non sta molto meglio. Nell’immediato, certo, ha potuto godere dell’autogol messo a segno dal suo avversario, che tra l’altro, ieri pomeriggio, a un convegno, ribadiva che a nessun costo lo aiuterà ad ottenere l’impunità dai processi che lo affliggono. Ma tutt’attorno ha un panorama di macerie. Il governo nato sull’onda della grande vittoria elettorale del 2008, che godeva di oltre cento deputati di maggioranza alla Camera, annaspa alla ricerca della famosa «quota 316» che dovrebbe consentirgli di andare avanti anche senza l’appoggio dei finiani. Per quanti sforzi abbia fatto, a quattro giorni dalla seduta parlamentare in cui dovrebbe presentare il programma dei prossimi tre anni, Berlusconi quella quota non l’ha raggiunta, così che la conclusione più probabile del dibattito alla Camera è che il governo sarà costretto ad andare avanti, malgrado l’evidenza della crisi politica, da un appoggio datogli a dispetto dagli avversari interni che fanno capo al presidente della Camera, che lo voteranno per pura ipocrisia e per potere continuare a trafiggerlo dal giorno dopo.

Né le cose cambierebbero se alla fine, sfruttando la paura delle elezioni di molti deputati peones, il Cavaliere dovesse raggiungere la fatidica quota: l’esigua maggioranza che lo sosterrebbe, in nome del salvataggio della pensione parlamentare prima che della legislatura, di fronte a nuove insostenibili difficoltà sarebbe pronta a raccogliersi, un domani, per sorreggere un altro governo, anche d’emergenza, che nascerebbe tuttavia, anche questo, sotto i peggiori auspici opportunistici. Da qualsiasi punto di vista e comunque la si guardi, la legislatura sembra insomma arrivata alla fine: e se davvero si andrà al voto, si potrà dire che mai il Paese c’è andato in condizioni peggiori, senza un chiaro sbocco, né alternative che abbiano un minimo di credibilità.

La Stampa 25.09.10

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Partito il conto alla rovescia, ultimi giorni per il governo

Fini non può restare, Lombardo si tira fuori, Confindustria all’opposizione. Gianfranco Fini vuole dire basta, oggi dirà la «sua verità» attraverso un video, vuole mettere un punto alla novela sulla casa di Montecarlo che ieri ha visto in campo (per pochissimi minuti) nientemeno il ministro di Santa Lucia, Francis, che ha confermato l’autenticità della famosa “carta” che incastra il cognato del presidente della camera. Vero? Falso?
L’attenzione della politica è tutta rivolta verso l’affaire, con corredo di veleni, patacche, voci e personaggi strani che in questa fase si stanno dando un gran da fare. Ma quello che ieri è apparso evidentissimo è che Fini sta per rompere e che la crisi politica sta rapidamente superando il livello di guardia e tracimando in una vera e propria crisi di governo. Adesso sono pochi a scommettere su una tenuta dell’esecutivo, che la settimana prossima si sottoporrà al voto (peraltro ancora non definito nelle sue modalità) di Montecitorio. La sensazione è che Berlusconi non governi più la situazione, c’è smarrimento fra i suoi, Bossi torna ad innervosirsi, il capo dell’Mpa pronuncia un de profundis e Emma Marcegaglia di fatto “molla” il governo. Un quadro drammatico, il Pd chiede al governo di dimettersi.

da Europa Quotidiano 25.09.10

"Nella Lega nervi a fior di pelle per un federalismo che non c’è", di Raffaella Cascioli

Al di là delle sparate di Bossi, i timori per una delega sempre più in bilico. C’è chi sostiene che, in questi giorni, i leghisti abbiano i nervi a fior di pelle. Che dietro le sparate di Bossi di un federalismo fiscale ormai messo in cassaforte, ci sia la preoccupazione che la tenuta della maggioranza sia tutt’altro che salda. Che la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro.
Che al di là delle promesse di Calderoli stia slittando, di settimana in settimana, l’esame preliminare da parte del consiglio dei ministri (in quello lampo di ieri il tema non è stato affrontato) dei decreti clou del federalismo fiscale per l’impossibilità di mettere d’accordo quel che resta della maggioranza. Che la scadenza della delega a maggio 2011 sia ormai in vista e che i prossimi due mesi siano decisivi per capire se effettivamente il federalismo fiscale è in grado di prendere il largo. Alla luce dei tempi ristretti c’è già chi in casa leghista ha iniziato a fare il gioco della torre. Calendario alla mano, è probabile quantomeno che la delega non sarà sfruttata a pieno. C’è chi giura, ad esempio, che Calderoli & Co. siano pronti a sacrificare il decreto sulla fiscalità provinciale e il secondo su Roma capitale, pur di portare disperatamente a casa quantomeno quelli sulla fiscalità regionale e sui costi standard. Senza contare che le norme sulla fiscalità municipale e sul fabbisogno dei comuni sono ancora all’attenzione della conferenza unificata, dopo la richiesta di uno slittamento da parte dell’Anci. Nonostante l’accelerazione impressa almeno verbalmente negli ultimi tempi a provvedimenti che sono stati anticipati a mezzo stampa ma non sono ancora passati in prima lettura in consiglio dei ministri, il nervosismo è palpabile. L’ansia aumenta. Tanto più che il federalismo per la Lega è prima di tutto una bandiera, che di cifre da mettere nero su bianco il ministro Tremonti non vuol sentir parlare, che il Pd (e non solo) non è disponibile a votare titoli vuoti, come il primo decreto su Roma capitale.
«Calderoli e il governo non hanno ancora chiarito molti aspetti sui soldi veri per realizzare il federalismo» spiega Francesco Boccia, deputato Pd e componente della Bicameralina. E se il Pd con Roma capitale ha chiuso il capitolo della tolleranza sui provvedimenti pasticciati e dell’ultim’ora, c’è adesso la necessità di calare le carte in tavola. Fornire cifre, capire chi paga e quanto. Tutte informazioni che già in corso di approvazione della delega sia Calderoli che Tremonti non hanno fornito. La resa dei conti è arrivata ma a questo punto i leghisti hanno il fiato sul collo. Tanto più che regioni e comuni chiedono tempo, vogliono capire. E così se il governatore leghista Zaia sostiene che sul federalismo l’obiettivo è andare a cento all’ora, altri governatori del sud non la pensano così. Ieri il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, ha sostenuto la necessità di mettere mano a un federalismo intelligente e non centralista: «Il governo deve capire che il vero risparmio non è quello di tagliare 500 euro di indennità al sindaco di un grande comune. Il vero risparmio consiste nel rendere più efficaci i processi decisionali pubblici».
A preoccupare di più i leghisti è invece il silenzio del ministro dell’economia. Quel Giulio Tremonti che tiene per sè le cifre di finanza pubblica, del federalismo, del sud aspettando, forse, tempi migliori.

da Europa Quotidiano 25.09.10