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"Disoccupazione ai massimi dal 2003", di Luisa Grion

Aumenta il numero di chi non ha lavoro e di chi disperatamente lo cerca, ma nonostante i dati lascino pochi dubbi – sono i peggiori da sette anni a questa parte – sulla loro interpretazione scoppia una nuova polemica fra Cgil e governo. La disoccupazione, segnala l´Istat, nel secondo semestre dell´anno è salita all´8,5 per cento, il livello più alto dal 2003. È aumentata dell´uno per cento in un solo anno e colpisce ora più che mai i più giovani: nella fascia d´età fra i 15 e i 24 anni il tasso sale al 27,9 per cento, il che vuol dire che un ragazzo su quattro non lavora. Quota record dal 1999, in espansione ovunque e in crescita esponenziale al Sud, dove i giovani senza lavoro sono il 39 per cento (il 40 fra le donne).
Perdono il posto soprattutto i dipendenti con il posto fisso del Nord, (meno 0,9 per cento, 114 mila posti in meno in un anno) e i lavoratori del Mezzogiorno (meno 1,8 per cento per un taglio di 88 mila posti), più o meno stabile invece l´occupazione nel Centro. A cercare impiego, ora, in Italia, ci sono 2 milioni 136 mila persone (più 1,1 per cento sul precedente trimestre). Rispetto al passato, fa notare l´Istat, la disoccupazione aumenta, ma rallentando il ritmo: analisi che basta al ministro Sacconi per dire che siamo in un periodo di «stabilità» e commentare che «l´Italia ha indicatori superiori alla media Ue». Il ministro del Lavoro ammette il dato «particolarmente rilevante» della disoccupazione giovanile, ma ricorda che «anche nel Sud, rimangono molti i lavori cercati e non trovati dalle imprese». La strada per uscirne, afferma, «è la formazione, e il governo con il piano triennale conferma questo percorso».
Parole e paragoni che fanno infuriare sindacato e opposizione. «I dati Istat confermano una sciagura annunciata, eppure Berlusconi e i suoi ministri continuano a sostenere che disoccupazione e crisi sono state arginate» commenta Anna Finocchiaro del Pd. Ancor più polemica la Cgil che chiede di finirla con la negazione della realtà. «Non è vero che stiamo meglio degli altri – afferma Fulvio Fammoni, segretario confederale – l´Italia ha uno dei più bassi tassi di occupazione in Europa, il record della disoccupazione giovanile, un livello altissimo di inattività e lavoro nero e un numero di “sospesi dal lavoro” che porta il tasso di disoccupazione reale ben oltre la media europea. E tutto quello che si sta facendo è deprimere lo sviluppo».
E poi non è finita. Secondo la Cgia di Mestre: «Entro la fine dell´anno la disoccupazione salirà all´8,7 per cento». Così ha detto il segretario Giuseppe Bortolussi: «Stimiamo che ci possano essere altri 70 mila posti a rischio. I disoccupati italiani sono tra i meno aiutati d´Europa: nel 2008 le risorse messe a disposizione hanno toccato lo 0,5 per cento del Pil. Niente a che vedere con le risorse messe in campo dalla Germania (2,2 per cento del Pil), dalla Spagna (2,1) e dalla Francia (1,6)». Solo nel 2011, prevede la Cgia, avremo una lieve inversione di tendenza: i senza lavoro si ridurranno dello 0,2 per cento».

La Repubblica 24.09.10

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“I senza lavoro all’8,5%. Per i giovani è il triplo”, di Luigi Grassia

In Italia la disoccupazione torna a crescere. L’aumento è molto piccolo, e in altre circostanze verrebbe derubricato a trascurabile variazione statistica (ma non da chi vive sulla sua pelle il dramma della mancanza di lavoro, ovviamente); però stavolta non ci si può limitare a scuotere la testa e tirare oltre nemmeno dal punto di vista freddamente statistico, perché in una fase di presunta ripresa economica ci si aspetterebbe che la disoccupazione scendesse, anziché salire. E invece: nel secondo trimestre del 2010 il tasso di disoccupazione è cresciuto all’8,5%, con un aumento di 0,1 decimi di punto sia rispetto al primo trimestre 2010 sia rispetto al secondo trimestre 2009.
A sottolineare la gravità dell’allarme l’Istat aggiunge che questo 8,5% è il livello più alto dal terzo trimestre del 2003, cioè da circa sette anni. Va ancora peggio riguardo ai giovani fra i 15 e i 24 anni, per i quali il tasso di disoccupazione è del 27,9%, il dato più pesante dal 1999.
L’Italia, è giusto rilevare, col suo 8,5% non se la cava male dal punto di vista del tasso di disoccupazione a paragone della maggior parte dei Paesi europei e in confronto all’America, eppure il trend appena rilevato sorprende e preoccupa.
L’8,5% è la media ponderata di un tasso di disoccupazione maschile che cresce dal 6,3% del secondo trimestre 2009 al 7,6% del 2010 e di un tasso femminile che passa dal 8,8% al 9,4%. Quanto alla ripartizione geografica, nel Nord la quota dei senza lavoro cresce in un anno dal 5 al 5,9%, al Centro dal 6,7 al 7,1% e al Sud dall’11,9% al 13,4%, con una punta del 16,4% per le donne. Da notare pure che il tasso di disoccupazione degli stranieri aumenta per la sesta volta consecutiva, portandosi all’11,6% (dal 10,9% che era nel secondo trimestre 2009).
È significativo anche guardare ai numeri assoluti. L’Istat rileva che in cerca di lavoro sono 2,13 milioni di persone e che il totale degli occupati in Italia nel secondo trimestre del 2010 è diminuito di 195 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2009 (-0,8%). Fra aprile e giugno gli occupati in Italia sono risultati 22.915.000 (dato destagionalizzato), però qui va sottolineata un’evoluzione positiva, perché c’è un aumento dello 0,1% rispetto al primo trimestre 2010.
La contrazione tendenziale (cioè nell’arco di un anno) deriva da una forte riduzione della componente italiana (-366 mila unità) e di una significativa crescita di quella straniera (+171 mila unità). Il tasso di occupazione nel secondo trimestre 2010 è risultato pari al 57,2%, cioè basso nel confronto internazionale con i Paesi paragonabili al nostro, con una flessione di 7 decimi di punto percentuale rispetto al secondo trimestre 2009. C’è una forte riduzione tendenziale del numero di occupati nell’industria (-274 mila unità, pari al -5,7 per cento) soprattutto al Nord.
Inoltre, sempre nel secondo trimestre, il numero degli occupati a tempo pieno registra una riduzione tendenziale dell’1,6% (-316 mila unità). Invece dopo una discesa nel 2009 gli occupati a tempo parziale continuano a segnalare valori di crescita significativi (+3,6%, pari a 121 mila unità in più nel secondo semestre del 2010 rispetto al corrispondente periodo del 2009). L’incremento, segnala l’Istat, «è dovuto esclusivamente al part-time di tipo involontario», ossia ai lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno.

La Stampa 24.09.10

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La disoccupazione sale Non ha un lavoro più di un giovane su quattro

Disoccupazione record tra i giovani nel secondo trimestre del 2010. Secondo i dati sulle forze lavor o, di f f usi dall ’ Istat , i l 27,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è in cerca di un lavoro. Più in generale, in Italia il tasso di disoccupazione, sempre tra aprile e giugno, si attesta all’8,5%, segnando il livello massimo dal terzo trimestre del 2003. Secondo il ministro del Lavoro, Sacconi, le rilevazioni indicano la «sostanziale stabilità dei dati in rapporto al periodo precedente». Ma per la CGIL i dati sono «gravissimi» e per il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, «né il governo centrale né i governi locali hanno fatto abbastanza».

Il Corriere della Sera 24.09.10

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“La carenza di posti durerà ancora a lungo”, di Stefano Lepri

I disoccupati, secondo il Centro studi della Confindustria, aumenteranno ancora fino all’anno prossimo, raggiungendo il 9,1%. Che dice l’Ocse, più pessimista sulla crescita rispetto ad altri osservatori?
«Nelle nostre previsioni, la disoccupazione resterà grosso modo stabile. Purtroppo – risponde Piercarlo Padoan, capo economista e vicesegretario generale dell’Ocse – ci vorrà un certo tempo perché venga riassorbita, un periodo che non riesco a quantificare; ed è questo che ci preoccupa».
Anche l’Ocse sostiene che mettendo nel conto tutte le persone desiderose di lavorare si raggiungono percentuali quasi doppie rispetto al tasso di disoccupazione ufficiale. E la ripresa stenta; l’Ocse ha stupito pronosticando una leggera ricaduta all’indietro del prodotto lordo italiano, -0,3%, nel terzo trimestre.
Ciò nonostante, consigliate ai governi austerità…
«Solo nel caso questa fase di debolezza dovesse approfondirsi, abbiamo detto, si potrebbe pensare a un rinvio delle misure di austerità, e solo in quei paesi dove le condizioni delle finanze pubbliche lo permettono. Per ora non vediamo una ricaduta nella recessione».
In aggiunta ai disoccupati, ci sono i cassintegrati. Finora la cassa integrazione, simile in Italia e in Germania, si è rivelata uno strumento molto utile. Però il Fondo monetario teme che ci sia una differenza: in Germania i cassintegrati rientreranno tutti, in Italia forse no, perché copre anche situazioni di crisi strutturale.
«Certo in Germania le istituzioni del mercato del lavoro funzionano meglio: sono anche più capaci di riallocare in altri settori i lavoratori che non possono più ritrovare l’impiego di prima».
In America, il premio Nobel Paul Krugman ha attaccato il Fmi e l’Ocse, sostenendo che con questi livelli di disoccupazione è da pazzi consigliare ai governi l’austerità.
«In Europa mi pare che l’esigenza di risanare i bilanci pubblici sia largamente condivisa. Negli Stati Uniti, noi non crediamo che elevare ancora la spesa pubblica sarebbe efficace per riassorbire la disoccupazione. In questo senso l’America ci pare divenuta più simile all’Europa, con una quota di disoccupazione che è molto più difficile eliminare. Occorrono casomai spese mirate a sostenere e riqualificare i disoccupati, in modo da evitare che lo restino per lunghi periodi».
Lasciare le persone disoccupate a lungo è un enorme spreco di risorse umane, dannoso per tutti, dice ora il Fmi.
«L’Ocse il pericolo della disoccupazione di lungo periodo aveva cominciato a segnalarlo da qualche tempo. Abbiamo invitato i governi a spostare i loro interventi dal sostegno a breve termine dei disoccupati verso la riallocazione. Dobbiamo riuscire a concentrare le risorse sulle fasce più svantaggiate, che rischiano di perdere contatto con il mercato del lavoro».

La Stampa 24.09.10

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“Lavoro, emergenza continua. Sale ancora la dicossupazione”, di Marco Ventimiglia

A questo punto non si sa se siano più gravi i dati sulla disoccupazione o i relativi commenti degli esponenti del governo. Non si comprende, per intendersi, se occorra preoccuparsi di più per un tasso dei senza lavoro che nel secondo trimestre dell’anno ha raggiunto nuovi e tristissimi record, piuttosto che per le frasi surreali pronunciate da Maurizio Sacconi, che parla di «dato migliore della media Ue». Lo stesso ministro del Lavoro che evidentemente ignora, o preferisce dimenticare, come ad inchiodare l’Italia c’è, a monte di tutto, il dato sulla popolazione “inattiva”, comprendente coloro che non figurano nemmeno nelle liste di disoccupazione perché hanno persino rinunciato a segnalare la loro condizione, un numero, questo sì, ben diverso dalla media Ue,ma in senso peggiorativo.

NUMERI INEQUIVOCABILI Dunque, il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre del 2010 è salito all’8,5%. Lo ha comunicato come d’uopo l’Istat, aggiungendo che si tratta dal livello più alto dal terzo trimestre del 2003. E sempre con riferimento al tasso di disoccupazione destagionalizzato (appunto l’8,5%) si registra un aumento di 0,1 decimi di punto rispetto al primo trimestre dell’anno in corso e di un punto percentuale nel paragone con il secondo trimestre 2009. Inoltre, nell’ultimo trimestre il numero delle persone in cerca di occupazione ha raggiunto (in termini destagionalizzati) 2,136 milioni di unità, il numero più alto dal 2001, con un aumento dell’1,1% rispetto al primo trimestre (+24 mila unità). Nel raffronto con lo stesso periodo dell’anno precedente l’aumento e invece del 13,8%. Insomma, comunque li si rigiri il senso dei datinoncambia, espressione di un Paese nel quale gli effetti della crisi sono ben lungi dal potersi dire esauriti. Anzi, la bufera economica iniziata a metà del 2008 sta adesso facendo emergere le sue conseguenze di lungo periodi proprio nel settore più delicato, quello del lavoro. Piuttosto, scorporando i numeri emergono indicazioni preziose sulle dinamiche in atto. Ad esempio, prendendo in considerazione i dati non destagionalizzati (tasso di disoccupazione 8,3%), si nota come il tasso maschile cresca dal 6,3% del secondo trimestre 2009 fino al 7,6%. Mentre quello femminile registra un ancor più triste incremento, passando dal 8,8% al 9,4%. Ed ancora, nel nord l’innalzamento dell’indicatore (dal 5 al 5,9%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel centro, il tasso si porta al 7,1% (6,7% un anno prima) per una crescita dovuta solo agli uomini. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione risulta pari al 13,4% (dall’11,9% di un anno prima), con una drammatica punta del 16,4% per le donne. Inoltre, il tasso di disoccupazione degli stranieri aumenta per la sesta volta consecutiva, portandosi all’11,6% (10,9% nel secondo trimestre 2009). Un doloroso capitolo a parte riguarda poi i giovani. Infatti, la rilevazione relativa al secondo trimestre 2010 evidenzia come il tasso di disoccupazione giovanile (la fascia compresa fra i 15 ed i 24 anni d’età) è salito al 27,9%. Una percentuale, ha sottolineato l’Istat, che rappresenta il dato più alto dal lontano secondo trimestre del 1999. ESECUTIVO INERTE «I dati dell’Istat confermano una sciagura annunciata. Eppure il presidente Berlusconi e i suoi ministri continuano a sostenere che in Italia, contrariamente a quel che è avvenuto in altri Paesi, la crisi e la disoccupazione sono state arginate», ha dichiarato la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro.«Non è così e nessuna misura efficace è stata mai messa in campo da questo governo. Nel Collegato lavoro in discussione in Senato non c’è l’ombra di un intervento teso a rilanciare l’occupazione, stabilizzare i precari, sostenere le imprese in difficoltà e a riformare l’intero sistema degli ammortizzatori sociali. In questo quadro, il tasso di disoccupazione, purtroppo, è destinato a salire ancora». Per Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, «le rilevazioni Istat confermano il dato gravissimo dell’occupazione, cha arriva a colpire prevalentemente il lavoro a tempo indeterminato, e al quale va aggiunto il vasto bacino della cassa integrazione e del lavoro nero. Eppure, il ministro Sacconi non lascia trasparire dalla sue parole alcuna preoccupazione o volontà di agire, continuando ad affermare unicamente che stiamo meglio della media europea»

L’Unità 24.09.10

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“Giovani e lavoro, sentenza senz’appello”, di Raffaella Cascioli

Sempre più allarmanti i dati Istat sulla disoccupazione
giovanile giunta a livelli record.
Un autunno incandescente quello che si prospetta per il mercato del lavoro italiano alle prese con un’alta disoccupazione e, soprattutto, con l’inattività del governo sia sul fronte industriale che su quello relativo alle politiche di sostegno al reddito.
A fotografare una situazione emergenziale è l’Istat secondo cui, nel secondo trimestre del 2010, il tasso di disoccupazione è salito all’8,5% con un aumento dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell’1% a livello tendenziale. Il mercato del lavoro non era andato mai così male dal 2003. E il perché è presto detto: in Italia l’esercito di chi è in cerca di lavoro si ingrossa mese dopo mese al punto da superare i due milioni (2.136.000), mentre sono soprattutto i giovani a farne le spese visto che la disoccupazione giovanile sfiora il 28% e il Belpaese risulta ormai il fanalino di coda dell’Unione europea. Una situazione destinata ad aggravarsi se è vero che gli inattivi nel secondo trimestre sono cresciuti di 92mila unità mentre a essere colpiti di più sono soprattutto i lavoratori a tempo indeterminato del nord e in parte del sud.
Il governo insiste nel sostenere che l’Italia vanta una situazione migliore della media europea e il ministro del lavoro Maurizio Sacconi addirittura sottolinea come al sud ci siano «lavori cercati e non trovati dalle imprese». Su tutt’altre posizioni i sindacati. Per il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini, la crescita della disoccupazione giovanile ha assunto i toni di una vera e propria emergenza sociale che deve essere affrontata con azioni prioritarie a sostegno del lavoro: «È necessario mettere in campo su larga scala politiche attive del lavoro che sappiano indirizzare, attraverso formazione e riqualificazione professionale, i lavoratori in cassa integrazione, i disoccupati e i giovani». A puntare il dito contro il governo che «deprime lo sviluppo e cancella i diritti» è il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, secondo cui l’Italia ha un «tasso di disoccupazione “reale” ben oltre la media europea».
Sul piano politico l’unico partito che continua a sostenere la necessità di porre al centro del dibattito la questione del lavoro è il Partito democratico. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha, di recente, sostenuto la necessità di introdurre al più presto un salario minimo garantito per legge per chi non ha un contratto nazionale di lavoro. Una proposta che il Pd avanza non da oggi ma che, alla luce della drammaticità dei dati Istat, è ancora più attuale. «Lo abbiamo detto e ripetuto in più di un’occasione – spiega il senatore del Pd ed ex ministro del lavoro Tiziano Treu – l’economia italiana è squassata dalla crisi e non si fa nulla per consolidarla. Non stupisce dunque la forte crescita della disoccupazione che è certo maggiore rispetto a quello che si dice». Per Treu siamo di fronte a una svolta epocale e la situazione va affrontata con un’adeguata politica industriale e una politica di sostegno al lavoro: «Si continuano a mettere toppe con la cassa in deroga ma non c’è dubbio che gli ammortizzatori sociali stanno finendo mentre il buco del mercato del lavoro è sempre più profondo. Non è da oggi che si sa che nel 2009 la crisi avrebbe aggredito l’economia reale lasciando nel 2010 una coda avvelenata nel mercato del lavoro».
Nel Pd c’è la convinzione che la precarietà oggi è in primo luogo nel salario: se da un lato è prioritario insistere sullo sviluppo, spiega Treu, dall’altro occorre tutelare le condizioni civili di chi percepisce un salario, senza contare che questo fa bene anche ai consumi. E i sindacati? «A quei sindacati, che in altri tempi difendevano il salario minimo legale e che oggi credono che con la contrattazione si può risolvere tutto, vorrei dire che occorre evitare l’impoverimento di chi ha un lavoro povero, senza contare che questo spingerebbe in su l’asta della contrattazione».

da Europa Quotidiano 24.09.10

"Quella verità che accusa il Cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Cominciano a manifestarsi fatti solidi e addirittura qualche nome. La dinamica della “macchina del fango”, ingolfata di documenti falsi, s´inceppa e rincula – come sempre: è già accaduto per l´assassinio mediatico del direttore dell´Avvenire, Dino Boffo. Conviene indicare subito i fatti. I “sicari” pubblicano un documento del ministro della Giustizia dell´isola caraibica off-shore Santa Lucia dove sono custodite le società proprietarie della casa monegasca affittata dal cognato di Fini, Giancarlo Tulliani.
Il documento attribuisce al “parente” la diretta proprietà dell´appartamento. Il foglio ministeriale, pubblicato da due quotidiani di Santo Domingo (El Nacional, Listin Diario), ripreso in Italia dal sito Dagospia, rilanciato con molto rumore e definitive, incaute certezze da il Giornale e Libero appare anche alla luce del solo buon senso una frottola abborracciata alla meglio.
Che interesse può avere un paradiso fiscale a svelare alla prima pressione il nome del proprietario di una società nata nei Caraibi proprio per proteggersi con l´anonimato? Chiunque comprende che sarebbe stata una irragionevole leggerezza perché è plausibile il rischio di perdere, in pochi giorni e per quella bocca larga, decine di migliaia di presenze incognite e senza nome che fanno prosperare quell´isola. È stata, mercoledì, la prima delle obiezioni del “cerchio stretto” del presidente della Camera. Oggi quell´intuito si è irrobustito con un´evidenza. La tipografia di Stato di Santa Lucia – la National printing corporation – nega che il documento che avrebbe dovuto affondare Giancarlo Tulliani, e con lui la terza carica della Stato, sia autentico. Il carattere originale della scritta Attorney – General´s Chambers è differente da quello pubblicato dai quotidiani domenicani e italiani. Spiega un funzionario della National printing corporation al ilfattoquotidiano.it: “Non ho memoria che ci abbiamo mai chiesto di cambiare carattere. E noi non riforniamo carte intestate digitali, ma solo stampate”. Si può farla breve. Quel documento è stato manipolato. E´ del tutto artefatto. Nemmeno la carta intestata è autentica e, se non lo è l´intestazione, non può esserlo a maggior ragione il contenuto. A questo punto, è necessario chiedersi chi ha confezionato l´inganno. Da quarant´otto ore, il presidente della Camera e i suoi collaboratori si dicono convinti di aver rintracciato il mandante politico, gli “assassini”, le mosse dell´agguato che avrebbe dovuto cancellare il futuro politico di Gianfranco Fini, distruggerne la rispettabilità personale, costringerlo alle dimissioni e all´oblio. Fini è così convinto di essere venuto a capo della “manovra”, così persuaso che dietro il “falso” ci siano le “manine” organizzate da Silvio Berlusconi che dispone la fine immediata di ogni trattativa politica per individuare il percorso più rapido e protetto per consegnare al Cavaliere una legge immunitaria per via costituzionale. E´ una decisione che apre una partita mortale che non prevede il pareggio. Uno dei due antagonisti dovrà soccombere. Non se lo nascondono i più stretti collaboratori di Fini se si decidono a dire, come fa Italo Bocchino, “il dossier è stato prodotto ad arte da una persona molto vicina a Berlusconi che ha girato per il Sudamerica, di cui al momento opportuno saprete il nome”. “Comunicheremo nelle forme adeguate chi è la persona che si è premurata di costruire questa patacca”, aggiunge Fabio Granata.
Ora è necessario ricostruire quel che il presidente della Camera e il suo staff hanno messo insieme per poter accusare il Cavaliere. Dicono i fedelissimi di Gianfranco Fini che bisogna riordinare passo dopo passo, notizia dopo notizia, come è stata montata e da chi la trappola. La prima mossa, 15 settembre, la si scorge nel notiziario dell´agenzia di stampa il Velino, di proprietà di Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà. “Anche la casa di Montecarlo nelle maglie della nostra intelligence e delle Fiamme Gialle?”, si chiede Vittorugo Mangiavillano. Questo Mangiavillano – ricordano i finiani – “è da sempre ritenuto pedina giornalistica dei servizi segreti e di manovre oscure e tossiche. Lo si vede tra le quinte della stagione dei veleni che colpì alla fine degli anni ottanta Falcone e il pool di Palermo. Ora scrive – e dà una notizia – ‘Gli 007 italiani e la Guardia di finanza da tempo hanno iniziato a controllare le società che, direttamente o indirettamente, hanno rapporti con la pubblica amministrazione. E la Printemps (proprietaria della casa di Montecarlo) sarebbe stata costruita da italiani o da prestanomi di italiani´”. Passano due giorni e, il 17 settembre, la rivelazione di Mangiavillano si trasferisce nelle colonne del Giornale sotto il titolo “I servizi segreti seguono la pista che porta ai Caraibi”. Quello stesso giorno i tre direttori del servizi segreti (Dis, Aise, Aisi) smentiscono che l´intelligence italiana si stia occupando di quell´affare. “Naturalmente, dicono gli uomini di Fini, nessuno ha mai pensato che i Servizi mettessero le mani in questo pozzo nero. Ma quelle notizie, la loro provenienza, la credibilità che ricevevano da redazioni molto prossime al governo sono suonate alle nostre orecchie come un campanello d´allarme. Ci siamo chiesti: ci sono agenti segreti che si sono messi al lavoro privatamente su input non istituzionali, anche se molto autorevoli? Per trovare una risposta accettabile a questa domanda abbiamo interrogato fonti nazionali e internazionali”. Anche internazionali perché, come ha argomentato Italo Bocchino ad Annozero, “ciò che accade in Italia, in un´Italia schiacciata alquanto supinamente sugli interessi e l´amicizia di Putin e Gheddafi non lascia indifferenti i nostri alleati in Occidente”. Da qui, da nostri alleati impensieriti per la nostra politica internazionale – lasciano capire gli uomini di Fini – è venuta la prima indicazione del nome di chi si è mosso nei Caraibi per confezionare e diffondere il falso documento del ministro di Santa Lucia. Lo stesso nome – aggiungono fonti di Futuro e Libertà – è saltato fuori da un autorevole fonte interna. E´ ora di farlo, questo nome: Valter Lavitola. Difficile definire Lavitola. Imprenditore del pesce in Brasile (Empresa Pesqueira de barra de Sao Joao Lida, Rio de Janeiro). Editore e direttore dell´Avanti!. Politico ambizioso ma di piccolo cabotaggio che si muove frenetico da un partito ad un altro per approdare infine prima nell´Italia dei Valori e infine nel Popolo della Libertà, dove Berlusconi chiede di candidarlo “perché ci ha dato una mano ad acquisire qualche senatore utile a far cadere il governo Prodi”. Lavitola deve aver fatto proprio un buon lavoro perché sarà candidato alle Europee 2004. Gli va male, ma – come oggi ricordano i finiani – “Berlusconi gli compra l´Avanti! e soprattutto ne fa il rappresentante del presidente del Consiglio per il Centro e Sud America”. Un incarico ad personam che l´inner circle del Cavaliere digerisce male e che comunque gli consente di essere sull´aereo presidenziale quando Berlusconi visita in luglio Brasile e Panama. Lavitola avrà il suo momento di gloria quando si scopre che – per il piacere del Sultano –organizza a San Paolo, nella suite presidenziale dell´hotel Tivoli, una festicciola notturna con cinque ragazze e una celebre ballerina di lap dance.
Questo è Valter Lavitola. Vediamo ora qual è – secondo i collaboratori del presidente della Camera – il suo ruolo nella trappola. “È Lavitola – ti raccontano – che briga ai Caraibi per confezionare il documento falso che accusa il cognato di Fini. Per quel che ci viene riferito è Lavitola che si procaccia la sua pubblicazione non nei giornali di Santa Lucia, che ancora oggi ignorano la storia, ma in quelli di Santo Domingo dove i due giornali concorrenti pubblicano lo stesso testo, parola per parola”. “È Lavitola – continuano i finiani – che una volta rientrato in Italia consegna il falso direttamente nella mani di Berlusconi che lo gira, attraverso Daniela Santanché, alla direzione de il Giornale che, il giorno prima della pubblicazione del titolo “Ecco la prova” incontra il presidente del Consiglio per riceverne l´ultimo, definitivo placet”.
Questa è la ricostruzione messa insieme da Gianfranco Fini e dai suoi collaboratori. Una prima approssimata conclusione si può trarre. Se hanno ragione gli amici di Fini – e certo hanno ragione se il documento pubblicato dai giornali controllati dal presidente del Consiglio è farlocco –, il capo del governo muove una campagna ossessiva di calunnia e degradazione per condizionare la volontà e le decisioni della terza carica dello Stato. È la riproposizione dei sintomi di una democrazia malata. È, con i colpi che ancora lancerà il Cavaliere, il tema che terrà banco nei prossimi giorni.

La Repubblica 24.09.10

"Con il riferimento ai servizi, rotto il filo Fini-Letta", di Marcello Sorgi

La durissima nota con cui ieri Palazzo Chigi ha smentito la più pesante delle accuse pronunciate mercoledì da parte del Presidente della Camera contro il premier, che a suo giudizio si sarebbe avvalso della collaborazione dei servizi segreti per ottenere il documento, ovviamente giudicato falso dai finiani, che proverebbe che la società off-shore che ha acquistato il famoso appartamento di Montecarlo finito in locazione al cognato di Fini sarebbe sotto il diretto controllo dello stesso, non segna solo un ulteriore inasprimento dei rapporti tra i due ex-cofondatori del Pdl.

Piuttosto, conferma che ogni tentativo di mediazione tra i duellanti è esaurito. Basta infatti riflettere su un dettaglio: nell’attuale governo i servizi sono sotto il controllo del sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta. La reazione sdegnata di Palazzo Chigi alla presa di posizione di Fini non sarebbe stata espressa in termini tanto ultimativi se Letta stesso – in passato, anche recente, fautore di un riavvicinamento tra i due tronconi separati della maggioranza -, non avesse considerato ciò che è uscito da Futuro e libertà al pari delle “dissennatezze” che Berlusconi ormai tutti i giorni attribuisce al Presidente della Camera.

La rottura Letta-Fini, emersa già ad agosto quando davanti al feretro di Cossiga il leader del neonato Fli disse al sottosegretario “o Berlusconi mi distruggerà o io distruggerò lui”, s’era in parte ricomposta con l’avvicinarsi della scadenza del dibattito sulla fiducia di martedì prossimo e con la ripresa delle trattative sulla giustizia e sulla legge salva processi per il premier. Nel risentimento espresso aspramente, ma sempre sul piano istituzionale (e non a caso seguito da analoghe prese di posizione del Dis, l’organismo di coordinamento dei servizi, della Guardia di finanza, e perfino di Massimo D’Alema, nella sua qualità di presidente del Copasir, il comitato di sorveglianza parlamentare sull’intelligence), è facile riconoscere la mano di Letta, da sempre contrario e preoccupato che la lotta politica possa allungare le sue ombre sulle istituzioni.

L’aggiustamento di tiro dei finiani, dai servizi ad esponenti deviati degli stessi apparati, segnala che all’interno del Fli, diviso tra falchi e colombe, qualche effetto la sortita di Palazzo Chigi l’ha avuto. Ma i toni restano insopportabili (bastava sentire Bocchino ieri sera da Santoro). E l’escalation della guerriglia tra i due fronti avversari, che la prossima settimana dovrebbero inverosimilmente ritrovarsi alleati a sostegno del governo, sembra ormai inarrestabile.

La Stampa 24.09.10

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“I finiani: ecco i nomi di chi ha scritto i dossier”, di Amedeo La Mattina

Sospetti sui servizi. Poi Bocchino tira in ballo Lavitola, ex Psi ora Pdl. «Assolutamente false, diffamatorie e destituite di fondamento». Palazzo Chigi è sferzante nei confronti delle «illazioni e congetture» dei finiani sull’attività di dossieraggio ad opera dei servizi segreti e della Guardia di Finanza. Il casus belli è sempre la casa di Montecarlo venduta da An alla società offshore e poi affittata a Giancarlo Tulliani, cognato di Fini. Il Giornale della famiglia Berlusconi e Libero hanno pubblicato una lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia, l’isola del paradiso fiscale, che “svelerebbe” chi è il vero proprietario della casa: il cognato. E’ una «patacca», questo è «killeraggio politico», ha tuonato il presidente della Camera. Il quale ha interrotto ogni canale di trattativa con i berlusconiani sul Lodo Alfano e su quant’altro sulla giustizia interessa il premier. La rottura sembra così imboccare la strada di non ritorno e in questo clima sempre più infuocato si avvicina la data (il 29 settembre) dell’intervento in aula di Berlusconi.

Elezioni sempre più vicine? Sicuramente si sono chiusi gli spiragli di dialogo ai quali credeva una parte del Pdl, a cominciare da Gianni Letta e Angelino Alfano. Ora il capogruppo Cicchitto chiede di riprendere il confronto e invita a separare la questione politica dal resto della vicenda. Anche perchè Berlusconi, questa la tesi di Palazzo Grazioli, con quello che scrivono Il Giornale e Libero non c’entra alcunché. Mescolare le due cose, per il ministro Matteoli, è «infantile». E in ogni caso, aggiunge Osvaldo Napoli, rimane sempre il problema del ruolo superpartes che Fini non riesce a garantire: «Fini, di fronte a fatti umani che lo toccano in profondità e rispetto ai quali non nascondo di avere comprensione, trova ancora la forza per esercitare con equilibrio il suo mandato?». Un’affermazione legata, appunto, alla bufera politica e alla rottura ordinata direttamente dal presidente della Camera.

Messi in mezzo dai finiani, sia la Guardia di Finanza che i servizi di informazione (Dis) hanno smentito, con tanto di nota ufficiale, di avere a che fare con dossier e lettere false costruite ad arte. E a queste due smentite Palazzo Chigi fa riferimento quando dice che mettere in giro queste voci è una «totale irresponsabilità». I finiani replicano di non avere chiamato in ballo le strutture dei servizi e i loro dirigenti, ma settori deviati. «Nessuno – spiega Bocchino – ha mai dubitato della lealtà istituzionale dei nostri apparti di sicurezza. Il problema semmai è avere certezza che, come è accaduto in passato, non ci siamo azioni torbide, deviate di cui non sono a conoscenza i vertici. E questa certezza purtroppo non può averla nessuno, come dimostrano tante vicende anche recenti (vedi Pio Pompa)». Sulla vicenda interviene pure D’Alema, presidente del Copasir. Bisogna accertare se «da parte di singoli, o di gruppi che operano al di fuori di ambiti istituzionali», vi sia stata collaborazione ad «attività vergognose».

Ma nel corso della giornata Bocchino ha spostato il tiro dagli ambienti dei servizi a persone molto vicine Berlusconi, che hanno girato in Sud America, per scoprire chi ha costruito la falsa lettera che farebbe risalire al cognato di Fini la proprietà della casa monegasca. Il colpo di scena arriva in serata ad Annozero con il nome di Valter Lavitola, editore e direttore dell’Avanti, che sarebbe secondo Bocchino l’autore della lettera-patacca. «Valuterò se ci sono gli estremi per la querela», è stata la reazione di Lavitola.

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Berlusconi teme il “documento patacca”, di UGO MAGRI

Il dubbio che si tratti di una clamorosa «patacca» solca perfino la mente del Cavaliere. Il quale da ieri non fa che ripetere, con l’orecchio teso alle notizie da Santa Lucia: «Io sono un garantista vero, pure rispetto a Fini. Dunque crederò alle accuse che lo riguardano solo quando arriveranno, se mai arriveranno, le conferme ufficiali…». Lecito dedurre che, punto primo, il presidente del Consiglio attende novità dai Caraibi sotto forma di attestazione da parte del governo locale, ma non ne è così certo, anzi comincia a disperare.

Punto secondo, i canali diplomatici ufficiali non sono stati attivati dal nostro ministero degli Esteri oppure (in caso affermativo) non hanno prodotto le conferme desiderate. E terzo, ammesso che sia vera la tesi dei suoi detrattori (è stato Berlusconi, accusano da sinistra, a ispirare i dossier tramite vecchie conoscenze), il premier adesso prova a nascondere la mano. Si dichiara estraneo al «dossieraggio» con una nota ufficiale di Palazzo Chigi ispirata da un offesissimo Gianni Letta, il capo delle «colombe» mai d’accordo con certi metodi. Addirittura Berlusconi si augura privatamente, affinché venga riferito in giro dai soliti chiacchieroni, che Fini possa dimostrarsi al di sopra di ogni sospetto. Insomma, sembra già pronto a scaricare il peso dell’eventuale gigantesca figuraccia sul gruppo dei suoi «pasdaran» che tanto avevano insistito per far fuori Fini con le maniere spicce. Perché lo scenario più devastante per il premier è proprio questo: il suo avversario che non crolla al tappeto, anzi giganteggia come la vittima innocente di oscure trame, però a questo punto voglioso di vendicarsi contro i mandanti politici e morali dell’aggressione. E Fini ha tutti gli strumenti per riuscirci. Da leader di 36 deputati può impantanare a suo piacimento il cammino delle leggi salva-premier, a cominciare dal Lodo costituzionale che i giuristi berlusconiani ieri riuniti sotto la guida dell’avvocato Ghedini insistono a mandare avanti con falso ottimismo. Ma da presidente della Camera, lo attacca il berlusconiano Osvaldo Napoli, Fini proverà a rendere impossibile la vita della maggioranza soprattutto nel «day by day» della vita parlamentare, dalle decisioni su calendario e ordine dei lavori agli emendamenti che si possono ammettere al voto e quelli che no. Come si può immaginare un percorso di riforme sul federalismo e sul resto se la terza carica dello Stato si mette di traverso? La Lega è preoccupata al punto che due settimane fa Bossi aveva provato addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica.

Ora il Cavaliere sembra rendersi conto del «boomerang». Certi parlamentari toscani che sono andati a trovarlo si son trovati di fronte un uomo stanco, provato. «Ma voi mi ci vedete ad andare avanti così per altri tre anni?», ha chiesto Silvio con un debole sorriso. Non è chiaro se si riferisse alla fatica di governare o alla strutturale fragilità della maggioranza senza i finiani. Forse, chissà, a entrambe le cose. Continua a sperare nell’«autosufficienza» del governo, quota 316 e oltre, ma le ultime dal «calciomercato» non lo entusiasmano. Da Futuro e libertà si dissocia la Sbai, intanto dal Pdl se ne va Catone e non è bastato al Cavaliere usare tutte le sue armi di seduzione (telefonata compresa) per trascinare dalla sua parte la Polidori. Sul fronte Udc Berlusconi non riesce a trattenere Scanderebech, che torna alla base centrista, e non è detto che tramite l’esperto Fitto riesca a catturare il foggiano Cera. Prima o poi le minoranze linguistiche (Svp e Uv) daranno l’appoggio, scommette speranzoso il premier, però più poi che prima… «Tutta colpa delle fughe di notizia», scuote la testa uno stratega berlusconiano preoccupatissimo, «e di quella maledetta lista di nomi uscita con troppo anticipo», col risultato che alcuni degli «acquisti» sono stati subito «ricomprati», vanificando l’effetto sorpresa.

Il Cavaliere fiuta l’aria e spalanca l’ombrello. Niente più voto di fiducia, giovedì prossimo a Montecitorio, ma solo un discorso su cui sta lavorando insieme con Bonaiuti. E se ne intuisce il perché. Approvare le dichiarazioni del premier è molto meno impegnativo che sottoscrivere una mozione di fiducia con tutti i crismi. Così Berlusconi spera di convincere qualche deputato indeciso e, con questa piccola astuzia, di allargare l’area del consenso. Ma soprattutto, si guarderà bene dal pronunciare in Aula la parola Montecarlo, né si sognerà di chiedere le dimissioni della terza carica dello Stato. Tutt’al più lo «sporco lavoro» di alzarsi e provocare Fini verrà affidato a Cicchitto, il capogruppo, fin qui distintosi per il fair-play. Lui, Silvio, volerà alto. Dopo mesi tornerà a parlare dell’Italia e dei suoi problemi. Come se il fango nel ventilatore ci fosse finito per caso.

La Stampa 24.09.10

"Povero professore", di Emiliano Fittipaldi

Qualche mese fa, a Sondrio, un insegnante cinquantenne, dopo aver inutilmente richiamato i suoi alunni che vociavano durante la lezione, ha aperto la finestra, è salito sul cornicione ed ha minacciato di buttarsi di sotto. I colleghi, dopo un po’, l’hanno convinto a soprassedere. È andata bene: lo scorso marzo un collega di Genova si era lanciato davvero dal tetto del suo palazzo, depresso dopo una denuncia per molestie presentata ai carabinieri da una studentessa. Meno drammatico, ma assai spiacevole, l’episodio accaduto tempo prima a un professore di disegno di Novara, Luigi Sergi, colpito con un dritto in piena faccia da un alunno disubbidiente.

Stessa sorte toccata tra il 2009 e il 2010 a un collega di educazione artistica di Prato (il pugno l’ha dato un padre fuori controllo), a due docenti di istituti di Scampia e Acerra (in quest’ultimo caso l’insegnante è stata aggredita dalla madre di un’alunna con una rivista sbattuta in testa) e a un insegnante di Quarto Oggiaro, periferia difficile di Milano, che nella zuffa seguita a un rimprovero è stata colpita dalla nonna di una tredicenne.

La scuola è ricominciata da una settimana, tra polemiche sulla riforma voluta da Mariastella Gelmini, le proteste per i tagli-monstre imposti da Giulio Tremonti e le manifestazioni dei supplenti. Mentre i professori italiani sono rientrati in trincea a combattere la solita battaglia. Perché se vivere dietro una cattedra, a causa di stipendi da fame e un calo di prestigio sociale costante è diventato “un mestiere da sfigati”, chiosa a “L’espresso” la sociologa Chiara Saraceno, “negli ultimi dieci anni uno dei lavori più precarizzati e peggio pagati d’Italia è diventato anche stressante e faticoso, a volte persino pericoloso.

Una conseguenza indiretta della perdita di autorevolezza e della diffusione di comportamenti fino a poco tempo fa considerati inaccettabili”. Già. A leggere le brevi di cronaca dei giornali locali si scopre che negli ultimi 12 mesi si sono registrati decine di casi di violenza contro professori, da Trento alla Sicilia: un dossier sul tema non potrebbe non includere le botte da orbi inflitte a un maestro nel cortile della sua scuola di Terni, o l’aggressione a sprangate subite da un collega bolognese, né la corsa in ospedale del musicista Fabio Paggioro, infilzato alla schiena con un coltello da cucina da un pargolo in un’aula di una scuola di Chioggia. Episodi singoli apparentemente irrilevanti, che nell’insieme disegnano le disastrose condizioni ambientali in cui lavorano persone che svolgono – dicono gli economisti – un ruolo cruciale per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

Portafogli vuoti L’Italia, è cosa nota, investe nella scuola e nell’università cifre più basse rispetto ad altre nazioni, europee e non. Tra i partner dell’Ocse solo la Slovacchia destina all’istruzione una percentuale del prodotto interno lordo più bassa della nostra. I dati sono fermi al 2007, ma è assai probabile che le ultime manovre abbiano peggiorato la classifica. Cile, Repubblica Ceca, Ungheria, Corea e Messico puntano sulla formazione molto più di noi. Le scuole cadono a pezzi e le dotazioni sono ai minimi termini, è non è un caso se, dati Ocse alla mano, i nostri insegnanti siano tra i meno pagati del mondo occidentale: i maestri elementari guadagnano, dopo 15 anni di anzianità, solo 31 mila dollari lordi (pari a 24 mila euro), poco più di mille euro al mese. Un po’ di più finisce nelle tasche dei professori di medie e licei. In Germania e Svizzera i colleghi guadagnano quasi il doppio, la Spagna viaggia su altri livelli e anche in Francia, stipendi d’ingresso bassi come i nostri crescono molto verso fine carriera.

Nel corpaccione della categoria ci sono differenze significative: nonostante le difficoltà pedagogiche e il carico di lavoro più pesante, le maestre elementari (sono donne nel 99,2 per cento dei casi) prendono molto meno dei colleghi che lavorano nelle medie inferiori e superiori. “Mai capito perché. La differenza con gli universitari, poi, è abissale”, ragiona la Saraceno, per anni professoressa all’Università di Torino: “Ricordo che fino alla fine degli anni ’70 la mobilità tra licei e atenei era molto più alta. Quando i nostri stipendi sono stati agganciati a quelli dei magistrati, il gap è diventato mostruoso”. C’è chi sta ancora peggio delle maestre. Alla base della piramide ci sono quelli che hanno vinto il concorso e non hanno ancora una cattedra, i precari in lista d’attesa e i supplenti, che a loro volta si dividono in privilegiati (contratti annuali o mensili) e “somministrati”, che lavorano “a chiamata” anche per un pugno di ore la settimana. Secondo il ministero dell’Istruzione i dipendenti del settore a tempo indeterminato sono 700 mila, ma i precari sfondano quota 229 mila (quelli iscritti in graduatoria), quasi un quarto del totale. La precarizzazione riguarda soprattutto le generazioni più giovani. L’Italia detiene un record mondiale: alle medie e nei licei, solo lo 0,5 per cento dei docenti ha meno di 30 anni, dato che tocca un patetico 1,4 alle elementari. Le guerre tra poveri sfiorano il tragicomico: lo scorso ottobre a Loreto, in provincia di Ancona, in un istituto alberghiero un giovane docente a tempo ha aspettato che la vicepreside uscisse dalla classe per rubare il bancomat e prelevare 500 euro dal conto corrente. Il prof è stato beccato dalle telecamere di sicurezza dell’ufficio postale, e si è giustificato adducendo di gravi difficoltà economiche e familiari.

Caduta di status. Sempre più anziani, i docenti italiani hanno assistito alla loro proletarizzazione in parallelo alla femminilizzazione del mestiere. Gli esperti più attenti considerano i due aspetti strettamente legati: visto dall’immaginario collettivo come un lavoro poco impegnativo che garantisce un secondo stipendio in famiglia alle donne della piccola e media borghesia, né la politica né i sindacati hanno considerato prioritaria la difesa del loro salario. Si arriva al paradosso che oggi gli insegnanti sono per il governo un peso da tagliare (“Sono troppi”, si dice, anche se poi è stato alzato a 33 il numero massimo di studenti per classe), per il Pd un bacino di voti garantiti sempre e comunque, per Tremonti una mucca da spremere: il blocco dei contratti e delle anzianità di servizio, prevede la Flc Cgil, costerà una diminuzione salariale che andrà ad erodere, a secondo del ruolo e della scuola, da 800 a 3 mila euro l’anno.

Se un tempo l’insegnante di scuola e il farmacista appartenevano di fatto alla stessa classe sociale, oggi il docente è finito in basso alla gerarchia sociale: non solo perché la professione è pagata una miseria, ma anche perché il prestigio e l’aura di cui si ammantava sono ormai un lontano ricordo. Prima la (necessaria) democratizzazione tra docenti, studenti e famiglie imposta dalle contestazioni del 1968 e del 1977, poi la diffusione di modelli di comportamento permissivi e meno disciplinati: il combinato disposto ha provocato una perdita verticale di legittimazione. La scuola di massa, il consumismo, il disinteresse per la cultura e le condizioni materiali in cui gli insegnanti si muovono hanno fatto il resto, squalificando il mestiere. La Saraceno evidenzia che i ragazzi sono molto più maleducati e “smagati di un tempo”, mentre “i genitori spesso meno istruiti ma più ricchi si sentono superiori ai maestri dei loro figli: così mancanza di rispetto e stipendi bassi hanno provocato reazioni sbagliate di una categoria che, ricevendo poco restituisce sempre meno. Bisognerebbe spezzare il circolo, iniziando a premiare i professori più capaci e meritevoli”.
Per adesso, non se ne parla. In classe le regole restano un optional, mentre le bocciature vengono sempre più di frequente impugnate da genitori, che si trasformano in avvocati davanti ai Tar (che in genere danno ragione al ricorrente).

Il rischio di cadere nella sindrome da “burnout”, caretterizzata da stress, frustrazione e apatia, è dietro l’angolo: qualche anno fa la Fondazione Iard calcolò che il 16 per cento dei prof intervistati faceva ricorso ad ansiolitici, ipnotici e antidepressivi. Leggendo le cronache, non ci si stupisce più di tanto. A Trapani un docente ha organizzato per sms il suo funerale, facendosi trovare impiccato dai suoi familiari, mentre nella vicina Palermo un docente del conservatorio, Ignazio Miraglia, è finito alla sbarra accusato di concussione: alcuni studenti sostenevano di essere stati costretti a comprare da lui gli strumenti musicali. Le deposizioni degli ex alunni non hanno convinto i giudici, che hanno assolto l’imputato. Lo scorso maggio un collega di una scuola professionale di Bressanone ha perso quattro dita in una fresa, mentre nel messinese, sei mesi prima, un insegnante (in pensione) si è trovato nella cassetta della posta una bomba a mano Breda 35 della Seconda guerra mondiale, funzionante e con una delle due sicure strappate. Non si conoscono gli autori della bravata, ma di certo nel 2010 i Franti d’Italia non usano più le cerbottane.

L’Espresso 23.09.10

Adro: Sos Gelmini

Nessuna ammissione di responsabilità, né grandi sforzi per risolvere il problema della scuola di Adro tappezzata da simboli leghisti. Il ministro dell’Istruzione delude anche durante il question time presentato dal Pd. La politica resti fuori dalla scuola. Nessuna strumentalizzazione dei bambini. Questa è stata la risposta alquanto vaga del ministro Gelmini durante il question time presentato dal deputato del Pd Paolo Corsini in merito alla vicenda della scuola elementare di Adro riempita di simboli del sole delle Alpi, ovvero il simbolo della Lega.

Ma come era ovvio, il ministro meno amato del fallimentare governo Berlusconi non ha avuto il coraggio di stigmatizzare l’ipocrisia della scelta del sindaco leghista di tappezzare di simboli politici la scuola di Adro, bensì il ruolo dell’opposizione colpevole di aver strumentalizzato l’accaduto. Che faccia tosta!

“Ricordo infatti moltissime manifestazioni nelle quali bambini di 6-7-8 anni esponevano cartelli contro ministro e contro il governo. Oggi come allora, ritengo che la politica di destra e di sinistra debba sempre rimanere fuori dalla scuola” ha dichiarato il ministro.

Nella sua replica, Corsini non ha nascosto la sua insoddisfazione: “Siamo tutti d’accordo, i bambini non vanno strumentalizzati. Ma il ministro ha avuto un atteggiamento altalenante: è qui non si tratta di folklore, ma è un segno di volontà di disgregazione”.

“Sul caso della scuola di Adro, in provincia di Brescia, la risposta del ministro Gelmini al question time, è stata contraddittoria ed evasiva e il suo comportamento inerte ed inefficace, tanto che non ha fornito nessuna indicazione concreta affinché sia ripristinata la legalità in quella scuola, oggi simbolo di un partito e non della ricerca, del dialogo, della tolleranza”.

“In realtà, avevamo rivolto la nostra interrogazione – ha precisato Corsini – al ministro dell’Interno che è quello competente a risolvere questa odiosa faccenda: purtroppo, abbiamo dovuto prendere atto che Maroni si è sottratto a questo suo compito, forse perché si sente in imbarazzo rispetto ad un sindaco che non riconosce l’autorità dello stato e del governo e si affida al verbo di Bossi in quanto capo di partito”.

Per Francesca Puglisi, responsabile Scuola Pd, “da nove giorni in una scuola della Repubblica italiana i bambini entrano a far lezione in una scuola in cui sono stati stampati ovunque 700 simboli di un partito politico: il ministro Gelmini, che svicola ed elude le risposte anche al question time in Parlamento, a tutt’oggi non è ancora in grado di ripristinare le regole democratiche e costituzionali in una scuola che non è di proprietà del sindaco leghista ma di tutti gli italiani.

Che ciò tra l’altro avvenga proprio nel territorio d’elezione del ministro aggiunge la beffa al danno, umiliandola a casa sua. Quanto al fatto che la Gelmini cerchi di confondere le acque accusando i genitori di portare i bambini alle manifestazioni non vorrei che, avviatasi sulla china del ridicolo, finisse per chiamare anche il telefono Azzurro. Perché un conto è violare regole democratiche costituzionali mettendo un simbolo di partito dentro a una scuola pubblica un conto è rispettare il
fatto che un genitore possa essere libero di educare i propri figli alla partecipazione civile e politica”.

Per Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio, “ancora una volta abbiamo avuto la prova che il ministro Gelmini viene meno al suo ruolo istituzionale: se un genitore vuole portare suo figlio a una manifestazione pubblica è libero di farlo, ma un sindaco non può occupare uno spazio pubblico come è la scuola con simboli di partito, spinto solo dalla sua ideologia, come sta avvenendo ad Adro. Il ministro della Pubblica istruzione deve essere il garante della funzione educativa della scuola che non può essere appannaggio di nessun partito. Mariastella Gelmini ha mostrato solo i suoi tentennamenti, negando per l’ennesima volta una netta condanna contro le scelte del sindaco di Adro, senza dare un’indicazione concreata per ripristinare la legalità”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"I Rom e l’Europa meticcia", di Jacques Le Goff

La direttiva del governo francese riguardo alle espulsioni era concepita in modo inammissibile: mettendo l´accento sull´identità dei rom risultava un´operazione discriminatoria e, al limite, razzista. Certo, la vicepresidente della commissione europea Viviane Reding, comparando la misura ai provvedimenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale, ha evidentemente esagerato.
Ora, al di là delle reciproche scuse, è chiaro che in Europa esiste un problema e una questione dei rom.
È mia convinzione che questo problema debba essere regolato attraverso una politica specifica concordata in sede europea. Occorre varare un regolamento al cui rispetto siano tenuti tutti i paesi dell´Unione, al di là del fatto che il numero dei rom sia diverso in ciascun paese e che i governi europei oggi siano divisi tra quelli che hanno un atteggiamento piuttosto accogliente e quelli invece (come l´italiano) che sembrano porsi in maniera tendenzialmente ostile.
Penso che la cosa più importante da fare oggi sia aprire un confronto tra i rappresentanti di tre diverse parti: le diverse comunità rom, i governi nazionali e l´Unione europea.
Un tavolo di dialogo dovrebbe individuare, prima di tutto, dei luoghi deputati all´insediamento delle diverse comunità rom. Luoghi che i governi devono far rispettare ma che devono rispettare anche le stesse comunità rom. C´è comunque nella storia una tendenza dei rom a installarsi e rimanere in luoghi specifici.Il problema è reso più acuto dal fatto che i paesi europei dove i rom sono più numerosi – in particolare la Romania – sono anche quelli in cui la disoccupazione è più alta. Per questo credo che nei colloqui si dovrebbe affrontare anche il tema dell´occupazione.
Oggi l´attrito tra rom e gruppi di cittadini europei nasce da diverse questioni ancora insolute: una di queste è la resistenza di alcuni rom a far frequentare le scuole pubbliche nazionali ai propri figli. Io sono favorevole alla maggiore integrazione possibile dei rom nelle culture dei diversi paesi in cui risiedono, ma credo anche che potremo lasciare loro il compito di organizzare essi stessi l´educazione dei loro figli, a condizione che funzionari pubblici di diversi paesi possano sovrintendere al rispetto di alcune regole fissate di comune accordo. Dunque lascerei ai rom libertà nella scelta dei docenti degli orari e dei metodi dell´insegnamento ma con l´impegno che questo stesso insegnamento sia oggetto di una verifica da parte degli stati nazionali. Anche nel settore della sanità e della salute occorre cercare un compromesso tra la libertà dei rom di dove e come farsi curare e la verifica che queste cure siano effettivamente svolte.
Come storico credo che una progressiva realizzazione di una sempre più forte unione europea sia la strada giusta per risolvere il problema. Per riprendere un espressione di Jacques Delors il nostro spazio politico ha scelto di costruirsi come «Europa delle nazioni». E i rom si possono considerare a tutti gli effetti una nazione. Ecco perché credo che almeno una parte importante delle regole che si applicano alle nazioni europee potrebbero essere applicate ai rom. Tenendo conto che l´Europa è un insieme di diversità, anche se con forti somiglianze tra diversi paesi che la compongono.
Insomma, mi pare che l´essenziale sia la voglia di pervenire ad un accordo che non può che essere un compromesso, frutto di un dialogo. Naturalmente c´è un problema linguistico: i rom parlano sia lingue specifiche sia la lingua del paese in cui risiedono, dunque la loro nazione non si distingue per un´unica lingua. Ma questo è un problema che esiste anche altrove in Europa e anch´esso può trovare una ragionevole soluzione.
Come storico credo che ciò che ha contraddistinto l´esperienza millenaria dell´Europa siano stati il meticciato, la mescolanza delle culture e la loro progressiva integrazione.
L´Europa è nata dalla fusione tra i popoli cosiddetti romani o gallo romani o ispano romani (cioè quelli che diedero luogo a una prima integrazione) e i cosiddetti «barbari», una parola oggi bandita dagli storici. Oggi fortunatamente non disprezziamo più chi non pratichi una cultura cosiddetta superiore: gli storici e tutti coloro che hanno influenza sulla società dovrebbero mostrare come la caratteristica tipica dell´Europa sia proprio la sua capacità di integrazione nel rispetto delle diversità: una strada difficile ma possibile.
Certo, le difficoltà di accogliere gli stranieri che si manifestano oggi in Europa nascono anche dal fatto che negli ultimi anni il numero di immigrati è cresciuto. Ma non dovremmo dimenticarci che nel periodo dell´antichità tardiva o del Medioevo le cifre relative ai cosiddetti barbari, celti, germani o slavi che si spostarono sul territorio europeo erano assai più grandi. A quell´epoca l´integrazione più importante fu quella provocata dalla cristianizzazione. Oggi la religione di per sé non può essere lo strumento principale di integrazione. Serve un progetto culturale comune nello spazio europeo: un progetto scientifico ma anche educativo. E poi è necessario lavorare anche sul regime politico: la forza dell´Europa è anche quella di essere composta da stati che con tutti i loro limiti sono tutti democrazie. La sinistra in particolare deve saper rispondere con maggior forza alla destra su questo tema. Il suo limite oggi è che purtroppo non riesce a combinare la giusta ostilità alle cattive politiche di discriminazione con un´alternativa efficace, capace di offrire soluzioni di ricambio concrete percorribili. Forse la nozione più falsa e pericolosa veicolata dal nazismo è proprio quella della purezza etnica. C´è bisogno oggi di un grande progetto capace di rifarsi proprio all´originalità dell´esperienza storica europea, capace cioè di ritrovare l´ingrediente storico della sua forza: il suo multiculturalismo, la sua abitudine al meticciato. Il presidente della repubblica francese – per fare solo un esempio – dovrebbe ricordarsi di essere ungherese.

La Repubblica 23.09.10

"L'esercito indistinto delle partite Iva", di Cesare Damiano

In Italia, secondo i dati del Censis, ci sono quasi sei milioni di partite Iva. Solo poco più di due milioni, però, sono gli iscritti agli ordini professionali (avvocati, architetti, commercialisti …).
Gli altri esercitano attività non regolamentate. Sono informatici, consulenti, pubblicitari, ricercatori, designer, amministratori di condominio, ma anche consulenti aziendali, formatori, traduttori, guide turistiche, grafici, interpreti, bibliotecari, enologi, agenti di commercio, rappresentanti, praticanti, tributaristi, archeologi, musicisti, redattori editoriali, restauratori, fumettisti. Un ventaglio ampio, ma soprattutto anomalo. Perché, di fatto, più del 60 per cento non esercita una vera attività autonoma o libero professionale. Per loro l’apertura di una partita Iva serve a mascherare un rapporto di lavoro dipendente che il committente non intende riconoscere: è una forma di ricatto cui ci si deve assoggettare per lavorare.
Il fenomeno delle partite Iva individuali, in crescita in tutta Europa ma che da noi assume dimensioni più rilevanti rispetto alla media, è determinato da diversi fattori. Alle necessità di auto impiego di chi non trova altri sbocchi lavorativi, si aggiungono le esigenze, reali, di aziende di piccole dimensioni che necessitano di competenze e specializzazioni reperibili solo al loro esterno e la volontà di altre imprese che ricorrono a queste forme di incarico semplicemente per sostituire il lavoro dipendente sfruttando i costi più bassi. Come ci insegna l’esperienza, il campionario è svariato. E non ci sono settori che possano dirsi immuni. Di fronte a questa realtà i controlli per individuare e reprimere gli abusi sono necessari, ma non bastano. Serve un’azione legislativa che regolamenti le professioni e fissi, in modo adeguato alla mutata realtà, i requisiti del lavoro autonomo.
Una prima proposta in tal senso è già stata presentata in Senato dall’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu: una utile base per definire una normativa efficace.
La questione va ripresa anche alla Camera con una proposta che sottolinei e completi alcuni obiettivi che possiamo sintetizzare in tre punti: sconfiggere le false partite Iva (quelle che mascherano un lavoro di fatto dipendente); estendere, anche a questi lavoratori, tutele e diritti; stabilire (per legge) un salario minimo per le attività non regolate da contratto.
La crisi che stiamo attraversando e la mancata riforma degli ammortizzatori sociali hanno messo a nudo l’inadeguatezza delle tutele del lavoro intellettuale moderno, che continua paradossalmente a convivere con le forme tradizionali con le quali è tuttora disciplinato il mondo delle professioni. E’ una situazione anacronistica che il Pd, con le sue proposte, deve contribuire a correggere attraverso una larga discussione con i soggetti interessati.

L’Unità 23.09.10