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Collegato lavoro, la maggioranza riprova a danneggiare i diritti

Fassina: “Dopo il rinvio del testo da parte di Napolitano facciamo
appello a tutte le forze di maggioranza affinché si aprano al confronto con le opposizioni per evitare l’ulteriore indebolimento delle condizioni dei lavoratori”. I senatori PD al sit-in della CGIL
Il “Collegato lavoro”, rinviato dal Presidente Napolitano alle Camere, è tornato in discussione al Senato senza alcuna disponibilità del Governo e del Ministro Sacconi al confronto con le opposizioni. Anzi, zitti zitti, senza clamore se non fosse per la manifestazione della CGIL a cui hanno aderito i senatori PD.

Eppure, come ha denunciato Stefano Fassina, Responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del PD “il testo contiene norme pesanti e regressive per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, in particolare:
sulla derogabilità dei contratti nazionali affidata alle organizzazioni sindacali ad esclusiva rappresentatività territoriale;
sui poteri del Ministro di sostituirsi alle parti sociali per la regolazione dell’arbitrato;
sull’abbassamento a 15 anni dell’obbligo di istruzione;
sulla cancellazione della responsabilità penale verso i lavoratori esposti all’amianto;
sull’ennesimo differimento dei termini di esercizio della delega sui lavoratori usuranti;
sulla riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per l’impiego, dell’apprendistato e delle misure per favorire l’occupazione femminile”.

Per questo Fassina ha fatto appello “a tutte le forze di maggioranza affinché si aprano al confronto con le opposizioni per evitare l’ulteriore indebolimento delle condizioni dei lavoratori. “Chiediamo anche a tutte le parti sociali di far sentire la loro voce al fine di evitare misure dannose per la riforma dei contratti e la regolazione della democrazia nei luoghi di lavoro”.

I senatori del Pd Giorgio Roilo, Rita Ghedini, Paolo Nerozzi e Achille Passoni hanno presenziato al sit-in indetto dalla Cgil davanti a Palazzo Madama proprio per manifestare contro l’approvazione del Collegato Lavoro.

“Un provvedimento – hanno spiegato i senatori democratici- che non introduce nessun intervento efficace per il mercato del lavoro o a difesa dell’occupazione ma che, al contrario, mina le tutele fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori”.

“Nel corso dell’esame nell’Aula del Senato – hanno continuato i senatori del Pd – insisteremo, con emendamenti e proposte alternative, affinché le norme volute dal governo e dalla sua maggioranza in tema di arbitrato vengano cambiate, in linea con quanto auspicato dal Presidente Napolitano. La norma attualmente prevista dal testo è inaccettabile: il ricorso all’arbitrato non può infatti essere deciso al momento dell’assunzione quando il lavoratore è più debole, ma quando nasce il contenzioso in modo tale che l’interessato sia effettivamente in condizione di comopiere una scelta pienamente libera”.

I senatori poi hanno sottolineato “altre norme inaccettabili, oltre a quelle evidenziate dal Responsabile Nazionale Lavoro, tutte emendate dal Partito democratico:
il ridimensionamento delle norme per il contrasto del lavoro sommerso;
la restrizione delle condizioni per la concessione del part-time nelle P.A.;
la previsione di un’ulteriore dilazione dei termini di esercizio della delega sui lavori usuranti”.

“È vergognoso infine -hanno proseguito i democratici- che con le norme introdotte dal collegato lavoro, i dirigenti delle Forze Armate vengono sostanzialmente assolti da ogni responsabilità penale per i danni alla salute subiti dai lavoratori dei navigli di Stato”.

“Tutto il gruppo PD al Senato è con loro. Condividiamo le ragioni che hanno oggi indotto la Cgil a manifestare davanti a Palazzo Madama. Il Collegato lavoro è inaccettabile. Non accoglie nemmeno uno dei richiami del Presidente della Repubblica e non prevede nessuna misura realmente efficace per rilanciare l’occupazione e
lo sviluppo del Paese”, ha dichiarato la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro.

Finocchiaro ha fatto inoltre notare “come, nonostante il tasso di disoccupazione abbia sfiorato il 9% e la Cassa integrazione abbia visto un incremento di oltre il 60% rispetto all’anno passato, questo governo continui a mettere il lavoro all’ultimo posto della sua agenda politica. Ha deciso di sacrificare ogni intervento utile per il mercato del lavoro, per la stabilizzazione dei precari e contro la disoccupazione sull’altare dell’abbattimento del costo del welfare insieme anche, purtroppo, ai necessari maggiori investimenti per prevenire gli incidenti sui luoghi di lavoro”.

“Il testo che il Senato si appresta a discutere da domani è per il Pd -ha ribadito la Presidente democratica -incomprensibile, anche per il rifiuto del governo di accelerare, come più volte richiesto anche con gli emendamenti dal Partito Democratico,
l’attuazione della delega sugli ammortizzatori sociali, urgente e improrogabile poiché molti sono in scadenza”.

“Il gruppo del Pd – ha concluso Finocchiaro – porta in Aula emendamenti sensati tesi ad eliminare le storture volute dal centrodestra il cui unico fine pare essere solo
l’indebolimento dei lavoratori e delle loro tutele”.

www.partitodemocratico.it

"Urbanistica impazzita e scarsa manutenzione spiegano i perché delle emergenze Seveso in Italia", di Michela Finizio

«Emergenze come quella del Seveso se ne registrano sempre più spesso sul territorio nazionale. Sono fenomeni che crescono in modo esponenziale in diverse città, da Roma a Torino». A dirlo è l’ingegner Bernardo De Bernardinis del Dipartimento Nazionale della Protezione civile, che in queste ore sta seguendo il caso milanese direttamente da Roma. Conosce bene questi fenomeni e invita le istituzioni a cogliere l’occasione per allargare lo sguardo su scala nazionale.

Come è possibile che le nostre città si allaghino con un solo temporale?
Oltre a Milano, ci sono tre o quattro quartieri esposti al rischio esondazione anche a Roma. A Torino sono stati rialzati i ponti della Dora. Siamo intervenuti anche a Genova nel quartiere dove scorre il Ferregino, affluente del Bisagno. In via Etnea a Catania è morta una ragazza. Questi fenomeni sono stati esasperati negli ultimi anni, in seguito alla progressiva antropizzazione urbana. Quest’ultima non è mai stata armonizzata con la radicalizzazione degli eventi naturali, sempre più imprevedibili, concentrati, violenti e improvvisi.

Quali sono le cause di questi fenomeni?
Ultimamente abbiamo cercato di aprire un dialogo con le rappresentanze degli urbanisti, come l’Istituto nazionale di urbanistica, per affrontare questo problema. Lo sviluppo urbanistico delle città, ma non solo di quelle metropolitane, non è mai stato armonizzato e il quadro normativo non è in alcun modo legato alla perimetrazione dei rischi.

In che senso?
La disciplina dell’idrologia urbana è un ramo dell’urbanistica. Finora in questo ambito hanno avuto una visione limitata e parziale. Gli sviluppi di nuovi quartieri, i nuovi reticoli urbani, non sono stati commisurati all’esistenza di pericolosità, compresi i pericoli di esondazioni. L’uso intensivo del suolo e la scarsa manutenzione degli edifici, dei sistemi fognari e dei collettanti delle acque superficiali hanno creato degli elementi di rigurgito e non sono più in grado di assorbire queste acque.

Perché non succede in altri paesi? All’estero sono riusciti a pianificare meglio l’espansione urbanistica?
Noi abbiamo delle peculiarità. Abbiamo un territorio con bacini molto corti e, la maggior parte, sono torrentizi. Questi allagamenti sono provocati principalmente da affluenti minori, che interagiscono con zone urbane molto significative. Abbiamo avuto delle crescite urbanistiche molto intensive lungo le aste torrentizie.

Non esistono dei vincoli normativi in caso di rischio idrogeologico o ambientale?
Il problema è che queste urbanizzazioni si fondano tutte sulla vecchia idrografia. Sicuramente c’è un problema normativo. La legge sulla difesa del suolo e delle acque non impone alcun vincolo tra la pianificazione di bacino e l’identificazione delle zone a rischio. La pianificazione urbanistica si sviluppa con le sue regole e quasi sempre è solo questione di buona volontà. Di recente stanno nascendo alcuni tavoli di confronto tra urbanisti e addetti ai fattori di rischio, cioè chi si occupa dei rischi naturali e di quelli naturali indotti dall’eccessivo inurbamento. Bisogna prima individuare le vulnerabilità del territorio per poi poter programmare uno sviluppo equilibrato.

Milano si avvicina all’approvazione del Piano di governo del territorio, per poi correre dritta verso Expo…
Eh già. Per Milano è il momento della verità. La sfida milanese in questo senso è molto interessante. Speriamo che da questi ultimi accadimenti nasca una nuova coscienza, una volontà di dialogare e ripensare certe cose.

Il Sole 24 Ore 23.09.10

Venerdì 24 settembre, la notte della ricerca

Una notte per avvicinare il pubblico di ogni età al mondo della scienza. E’ quanto avverrà in 31 Paesi europei venerdì 24 settembre, nella Notte Europea dei Ricercatori, l’appuntamento promosso dalla Commissione europea in collaborazione con i maggiori istituti di ricerca, organizzato contemporaneamente in oltre 260 città in Italia e in Europa.

Con spettacoli, esperimenti, visite guidate nei laboratori in compagnia dei ricercatori, la notte della ricerca è un’occasione per fare luce sul mondo della scienza e sul ruolo che essa ricopre nella vita di tutti i giorni. In Italia sono previste iniziative nel Lazio, Emilia Romagna, Genova, Piemonte, Venezia, Bolzano, Trieste.

A Roma, in particolare, ci sarà a rassegna “Light’10” organizzata al Planetario dove si potrà sperimentare un po’ di tutto: dal mantello dell’invisibilità di Harry Potter a muscoli e ossa creati in laboratorio come Terminator, dalla bicicletta ad idrogeno fino alla genetica dei Vampiri.

E poi le iniziative dell’area scientifica di Frascati che si inseriranno nella settimana della scienza organizzata dal 18 al 26 settembre. La notte dei ricercatori sarà in diretta video sul nostro sito. Mentre chi vuole guardare tutto il programma, regione per regione, può andare su www.nottedeiricercatori.it

L’Unità 23.09.10

"Federalismo, standard meno severi per la sanità", di Roberto Petrini

Saranno tre le Regioni «pilota» utilizzate per determinare i costi standard cui dovrà uniformarsi il Sistema sanitario nazionale. Saranno scelte su una «platea» delle cinque che hanno i bilanci in ordine ma considerando anche la «qualità», l´«efficienza» e l´«appropriatezza» dei servizi. E´ questa la formula individuata dal governo per determinare i cruciali parametri nella sanità, ovvero i tetti di spesa per le prestazioni cui dovrà uniformarsi l´intero sistema nazionale. Si apre la strada all´ingresso tra i benchmarck anche ad una Regione del Sud, con tutta probabilità la Basilicata.
La nuova formulazione è contenuta nell´ultima bozza di decreto sul federalismo intitolata «Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario» e composta di cinque articoli. La bozza ora sarà esaminata dalla Conferenza Stato-Regioni non prima di essere vagliata dalla commissione degli assessori al Bilancio e della Sanità guidata da Romano Colozzi. Tutto scatterà dal 2013.
Il nuovo meccanismo è più morbido del precedente che circoscriveva le Regioni benchmarck a quelle con il solo bilancio in pareggio. Il requisito del bilancio in pareggio (da ottenere due anni prima dell´entrata in vigore, cioè nel 2011) sarà affiancato da criteri come l´efficienza (costo medio dei ricoveri, spesa farmaceutica procapite, spesa procapite generale), la qualità (ad esempio soddisfazione dei cittadini) e il fondamentale criterio dell´«appropriatezza» che tende a valutare l´efficacia delle cure, ad esempio calcolando quanti pazienti siano costretti a tornare in ospedale dopo aver subito un intervento.
Secondo le prime proiezioni, ottenute in base al mix dei nuovi criteri, le Regioni in corsa per entrare nel «cartello» delle prime cinque sono la Lombardia, la Toscana, le Marche, il Veneto e l´Emilia Romagna. Il meccanismo prevede tuttavia che a «far media» siano soltanto tre Regioni che, fatta salva la «numero uno», cioè la Lombardia, saranno scelte con un criterio politico tra le prime cinque in modo concertato tra governo ed enti.
L´aggiunta dei criteri di efficienza, qualità ed appropriatezza, apre la strada al possibile ingresso nella «rosa» delle prime cinque Regioni anche di un area del Sud: si tratta con tutta probabilità della Basilicata, l´unica nel Mezzogiorno con i conti in ordine e che grazie ai nuovi parametri, e alla decisione politica finale, potrebbe contribuire ad addolcire la morsa dei costi standard.

La Repubblica 23.09.10

"Dal Veneto la scalata verde alle fondazioni", di Gianni Del Vecchio

Chi sostiene che la Lega non ha uomini né mordente nelle fondazioni bancarie e che queste ultime continuano e continueranno a essere governate da ex democristiani dice una mezza verità. Mezza perché è vero che attualmente il Carroccio non occupa ruoli chiave tali da poter influenzare direttamente la gestione delle banche ed è vero che sono tutti appannaggio di vecchi dc. Ma è anche vero che la tornata di rinnovi nei consigli delle fondazioni, che è appena cominciata e si chiuderà fra due anni, rivoluzionerà lo status quo: ci sarà una bella infornata di consiglieri in quota Lega che, se non riuscirà a far eleggere un padano alla guida di questi enti, sicuramente influenzerà, e non poco, la gestione degli istituti di credito. Insomma, in via diretta o indiretta, comunque i leghisti metteranno le mani sulle banche. E sarebbe strano il contrario, visto che a loro spetta solamente capitalizzare il boom elettorale alle regionali, provinciali e comunali degli ultimi due anni.
Del resto i primi segnali dell’inizio di questa nuova stagione nel mondo delle fondazioni ci sono tutti. E vengono dal Veneto. La prima fondazione cui spetta rinnovare gli organi direttivi è la Fondazione Cariverona. Il prossimo 22 ottobre verrà nominato il nuovo consiglio d’amministrazione ma nel frattempo la settimana scorsa c’è già stato il rinnovo del consiglio generale, organo deputato a indicare il nuovo cda. Ebbene, su 25 nuovi membri, la Lega ne incassa ben dieci, grazie all’opera del sindaco veronese Flavio Tosi. L’uomo del Carroccio ha fatto asse con Paolo Biasi, attuale presidente di Cariverona e vecchio democristiano, che molto probabilmente verrà riconfermato nel suo ruolo.
Ovviamente in cambio di una maggiore attenzione verso le esigenze leghiste. Cariverona, per capirci, è fra i primi azionisti di Unicredit ed è stata la fondazione capofila fra quelle che hanno fatto fuori l’ex ad Alessandro Profumo.
La Fondazione trevigiana Cassamarca, anch’essa fra gli azionisti della prima banca italiana, cambierà i propri vertici soltanto nel 2012. Tuttavia il governatore veneto, Luca Zaia, ha già cominciato a cannoneggiare contro l’attuale presidente Dino De Poli, che invece si trincera dietro delle regole statutarie che formalmente lo metterebbero al sicuro. Non è un caso che lo stesso Zaia ha definito lo statuto «antidemocratico», perché «consente l’autoinvestitura del presidente per infinite volte». Promettendo però battaglia: «Faremo i conti con questa Fondazione». Anche in questo caso nessuno si stupirebbe se De Poli, altro dc storico, preferisse allo scontro frontale una mediazione che concedesse più poteri (e soldi) agli uomini di Bossi.
Se i leghisti veneti riusciranno a fare da battistrada, gli effetti si sentiranno anche in Piemonte e in Lombardia. In terra sabauda il cda della Compagnia San Paolo, prima azionista di Intesa, va in scadenza nel 2012, mentre quello della Fondazione Crt nel 2013. E allora il leghista Roberto Cota potrà far valere il suo peso da presidente della Regione. In Lombardia invece i successi elettorali di Bossi hanno già fruttato qualcosa: l’aver messo piede nella Cariplo dell’ex dc Giuseppe Guzzetti, con l’innesto di Luca Galli nella Commissione centrale di beneficenza della fondazione lombarda. Per non parlare della nomina a presidente della Banca Popolare di Milano del primo banchiere verde, Massimo Ponzellini.
Primi passi, certo, a cui però potranno seguirne altri quando il consiglio della Cariplo andrà a scadenza, fra due anni e mezzo.

Da Europa Quotidiano 23.09.10

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“Il localismo non ce la farà”, di Roberto Pinza

Accade che sempre più di frequente gli eventi del mondo bancario conquistino le prime pagine dei giornali. Questo fatto, inusitato per decenni in cui le banche operavano nel silenzio, nella riservatezza ed in parte anche nella disattenzione generale, deve indurre a qualche riflessione.
La verità, a me sembra, è che il mondo industriale, che per tanti anni era stato al centro dell’attenzione generale, si è un poco appannato e, ad eccezione di qualche recente fatto di rilievo come la internazionalizzazione e la riorganizzazione del gruppo Fiat, non dà più la sensazione che le sue scelte possano incidere fortemente sulla struttura dell’economia nazionale.
Le assicurazioni sono silenti come è loro abitudine e la stessa politica, che pure per anni ha costituito il fulcro dell’attenzione generale, spesso è degradata a cronaca giornaliera, sicché la sensazione complessiva anche per i non specialisti è che la battaglia del potere si combatta principalmente all’interno del sistema bancario e che, in tali casi, come sempre avviene, il diritto di prima pagina è assicurato. Sottolineo questo aspetto in quanto spesso si scambiano contese periferiche e di scarso rilievo con quelle che in effetti sono destinate a modificare profondamente il sistema economico italiano come avviene quando si tratti di banche e, soprattutto, di grandi banche.
Il mondo bancario italiano si è autocelebrato nel periodo di crisi tutt’ora perdurante con l’affermazione di essere il più solido e il meno esposto a rischi fra quelli europei.
In ciò vi è molto di vero e la tradizionale prudenza dei banchieri italiani, la minore incidenza sui loro bilanci degli andamenti della finanza internazionale e una vigilanza da parte di Banca d’Italia sicuramente molto più attenta di quella svolta, ad esempio, dalla Fse in Gran Bretagna: e dire che fino a due anni fa, la Fse veniva additata ad esempio da imitare mentre invece è clamorosamente fallita con conseguenti disastri per le banche inglesi.
Tuttavia oggi il sistema è di fronte a due necessità oggettive dalle quali non può in nessun modo prescindere.
La prima è che il mondo ha concordemente scelto di elevare i livelli di patrimonializzazione delle imprese bancarie: e ciò perché esso ha compreso l’insegnamento della crisi e quindi ha considerato come d’altro canto è regola elementare, che le imprese bancarie fortemente patrimonializzate hanno capacità di superare le difficoltà dei periodi peggiori.
In questo vi è una consapevolezza intellettuale apprezzabile che era venuta a mancare negli ultimi anni quando si era sottovalutato il problema della solidità patrimoniale in quanto si riteneva che le crisi fossero definitivamente superate e che si dovesse quindi ragionare solo in termini di entità di uno sviluppo di per sé sicuro.
Ha ragione Roubini, quando, con la sua celebre immagine dei cigni bianchi e dei cigni neri, afferma che la crisi è una componente strutturale del sistema e quindi che occorra attrezzarsi economicamente per fronteggiarla.
Ciò però pone il problema (anche prima dei termini previsti dagli accordi internazionali) di individuare i modi per aumentare le proprie dotazioni patrimoniali: il che è particolarmente difficile in quanto il mercato è contratto e risente di una crisi ancora in essere sicché non è facile individuare soggetti che possano essere apportatori di capitali.
Ciò va fatto con attenzione in quanto la natura dei singoli Istituti bancari va conservata ma con decisione, sapendo ad esempio che, per la prima volta dopo anni, la limitatezza o l’assenza di utili nelle imprese bancarie (che probabilmente si evidenzierà quest’anno ancor di più) renderà più difficile la partecipazione ad aumenti di capitale da parte di quelle Fondazioni bancarie che hanno ancora gran parte del patrimonio investito nelle banche di riferimento in quanto esse riceveranno dividendi nulli o assai limitati.
Certamente potranno ricorrere ai Fondi di stabilizzazione che quelle più avvedute hanno creato, ma ciò servirà solo per conservare una certa omogeneità nelle erogazioni e non per fare investimenti significativi nelle banche di riferimento.
Il venir meno o il ridursi di possibili apporti da parte delle Fondazioni sono stati il perno per la riorganizzazione del sistema bancario deve rendere molto più attenti nei confronti di una ostilità, in questi giorni dichiarata, nei confronti di investitori anche di altri paesi: ciò è avvenuto nell’industria senza che si ponessero problemi, è avvenuto di recente anche e soprattutto negli Stati Uniti ove le banche sono spesso addirittura possedute da soggetti non americani, è avvenuto nella Borsa di Londra in gran parte controllato da capitale arabi: non vedo pertanto che senso abbia in Italia scatenare crociate contro questo o quell’investimento straniero.
La seconda riflessione attiene ai processi di internazionalizzazione. La crisi ci ha insegnato che l’unico modo di uscirne nel più breve tempo possibile è quello di avere un fortissimo inserimento nei mercati internazionali, soprattutto in quelli che fortunatamente non soffrono crisi e stanno in realtà trascinando la ripresa, pur iniziale, del resto del mondo.
L’internazionalizzazione non è una sorta di interruttore che si accende e si spegne per cui un paese o l’altro va bene quando si esporta nello stesso ma non va più bene quando investe capitali nel nostro paese.
Quello che si è notato nel caso Unicredit e che è francamente deplorevole è che si sono mescolate culture “anti-stranieri” (probabilmente di pura copertura) con l’idea concreta, ma sbagliata, che un grandissimo complesso bancario internazionale debba in realtà misurarsi molto di più con piccole ma urlanti realtà locali quasi che un grande Istituto sia soltanto una istituzione frutto di una sommatoria di localismi.
La questione Unicredit non è chiara in tanti aspetti e quindi è inutile in questo momento tentare un’indagine che mancherebbe di dati informativi certi, ma comunque il dato di fatto è che è stato effettuato una sorta di assalto alla dirigenza fino ad ottenerne la capitolazione da parte di localismi, molto precisi nel pretendere la propria difesa ma difficilmente in grado in futuro per sostenere lo sviluppo di una grande banca internazionale del tutto unitamente a qualche pseudo-ideologia che non esiste in alcun paese al mondo.
E dire che il nostro sistema imprenditoriale ha disperatamente bisogno di banche, come Unicredit, Intesa ed altre, che lo aiutino ad inserirsi ancora più stabilmente nei mercati internazionali nei quali può intravedere una possibilità di uscita dalla crisi: d’altro canto la Germania sta insegnando anche ai meno avveduti che è la potenza delle esportazioni che può trascinare verso una ripresa.
Tutto ciò che suona come regressione dai livelli internazionali appare quindi l’ennesimo sintomo di un paese che sta sempre più smarrendo la strada della modernità.

Da Europa Quotidiano 23.09.10

"Proteggere l'arte ma non limitare la libertà in rete", di Marco Zatterin

Il Parlamento europeo ritiene che scaricare o scambiare un file senza autorizzazione su Internet possa essere un reato penale punibile con la galera. Lo afferma nella relazione scritta dalla conservatrice francese Marielle Gallo e approvata ieri con una buona maggioranza, un testo di indirizzo che invita la Commissione Ue a legiferare «sui diritti della proprietà intellettuale» secondo la linea dura «à la Sarkozy». E’ il segnale che avvia un processo politico certo lungo e crea i presupposti per temere che qualcuno possa un giorno avere il potere di limitare in modo arbitrario la libertà di accesso alla «world wide web».

L’esigenza è reale. La rapidità del cambiamento tecnologico ha superato la capacità di reazione dell’industria dell’intrattenimento, soprattutto di quella musicale, incapace di affrancarsi da schemi obsoleti. Lo scambio illegale dei file ha danneggiato soprattutto gli artisti meno gettonati e rivoluzionato la fruizione di immagini e suoni. Molti, fra cui la Gao che vigila sui conti del governo Usa, hanno comunque fatto notare che le cifre allarmanti diffuse dall’industria erano state gonfiate e che bisognava valutare anche i lati possibili del downloading, come diffusore della cultura e dei suoi nuovi prodotti.

Strasburgo vuole colpire con decisione. Non c’è traccia nella relazione dell’idea (buona) di tassare i provider che ospitano il filesharing e lo streaming musicale e cinematografico per poi dividere il ricavato fra tutte le Siae del mondo. Posto che le copie private sono ammesse, il testo non differenzia l’uso personale e la frode su larga scala. Un’incognita grave la pone laddove immagina di affidarsi a «mezzi non legislativi», o ad «accordi volontari» tra proprietari dei diritti e operatori con restrizioni di accesso e filtraggi mirati. Lo Stato, in questo caso, abdicherebbe dal ruolo di legislatore e garante, mentre i privati avrebbero superpoteri utilizzabili anche per altri fini. E’ un arma a doppio taglio. Perché è giusto proteggere l’arte. Ma è pericoloso creare strumenti potenzialmente in grado di limitare la libertà di informazione e il diritto di accesso alla cultura.

La Stampa 23.09.10

"Così ha lavorato la macchina del fango", di Giuseppe D'Avanzo

Ora, tra Berlusconi e Fini, tutto ritorna in alto mare. Come prima. Se è possibile, peggio di prima. Molto peggio. Va per aria la pace concordata per scrivere insieme una legge immunitaria costituzionale e quindi la road map che avrebbe consentito al governo di vivacchiare per lo meno fino ai primi mesi del 2012 quando il referendum confermativo avrebbe dovuto decidere il destino della legislatura. Che cosa è accaduto? Perché il presidente della Camera ha chiesto ai suoi “ambasciatori” Italo Bocchino e Giulia Bongiorno di chiudere ogni canale di comunicazione e trattativa con il ministro della Giustizia Alfano e l´avvocato del Cavaliere Ghedini? Quali evidenze hanno convinto Fini che quella trattativa politico-legislativa è una falsa trattativa, una trappola, soltanto un modo per temporeggiare in attesa che si concluda il character assassination; una parentesi tattica per dar modo agli “assassini politici” di concludere il lavoro sporco di demolizione di ogni affidabilità pubblica del co-fondatore del Popolo della Libertà? La risposta che si raccoglie negli ambienti vicini al presidente della Camera non è ambigua: «Fini ha qualche prova e la ragionevole certezza che le informazioni distruttive che ogni giorno vengono pubblicate da il Giornale e Libero, controllati dal presidente del Consiglio, sono fabbricate in un circuito che fa capo direttamente a Silvio Berlusconi».
Fini, nel pomeriggio di ieri, può dire ai suoi “ambasciatori” che quel che gli viene riferito, quel che gli viene mostrato, quel che ha accertato con indagini private non lascia spazio al dubbio. Gli uomini più esposti nell´aggressione riferiscono passo dopo passo del loro lavoro e delle loro mosse al Cavaliere. Che martedì, alla vigilia del titolo “Fini ha mentito, ecco le prove”, ha incontrato Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, i “sicari” del Giornale, e ieri Amedeo Laboccetta, il parlamentare del Pdl, vecchio esponente napoletano di An, capace di «muovere le cose» nei Caraibi grazie all´influenza di Francesco Corallo. Altro nome chiave – Francesco Corallo – di questa storia. Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, Francesco Corallo è nei Caraibi «l´imperatore di Saint Maarten», dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l´Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali. Le mani che s´intravedono nella “macchina del fango” che muove contro Fini da mesi sono di Berlusconi, Feltri, Angelucci (editore di Libero), Laboccetta (Corallo), dicono senza cautela gli uomini del presidente della Camera. «Non è più il tempo della prudenza. Abbiamo sufficienti informazioni per poter ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi». Gli uomini di Fini hanno isolato otto questioni «decisive per capire» e Flavia Perina, direttora del Secolo d´Italia, le ha ordinate come se fossero domande. «È vero, come ha scritto Libero che c´è un rapporto personale tra l´ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi che “deve far tremare Fini” (nell´isola di Santa Lucia è registrata la società proprietaria dell´appartamento di Montecarlo affittato dal cognato di Fini, ndr)? È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei Servizi e della Guardia di finanza, e chi li ha mandati? È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama? E´ vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura “riservata e confidenziale” è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza – guarda caso – di Luciano Gaucci? E´ solo una coincidenza che Gaucci sia la “mina vagante” della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, l´Ultima Parola e persino Quelli che il calcio? Cosa significa l´ambigua nota in coda alla lettera di Francis “le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale”? E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi “pubblicità negativa” la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi? Dice niente a nessuno il fatto che l´attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?».
Gli otto dubbi retorici consentono di ricostruire il puzzle che, benché ancora monco, Gianfranco Fini ha sotto gli occhi. Indagini private gli hanno confermato che Giancarlo Tulliani non è il proprietario dell´appartamento di Montecarlo. Sospiro di sollievo: il giovane cognato avrebbe sempre potuto mentirgli ostinatamente, e fino ad oggi. Con la certezza dell´estraneità di Tulliani, Fini ha potuto sistemare meglio le altre tessere del mosaico. Si è chiesto: ma è ragionevole che un´isola (Santa Lucia) che vive con la leva della sua legislazione offshore si dia da fare per svelare i nomi dei proprietari di una società registrata in quel paradiso fiscale? Un non-sense. Epperò perché il ministro di Giustizia scrive che è Tulliani il proprietario delle sue società sospette? Ma è vero che questo ha scritto quel ministro? E´ autentica quella lettera o su carta intestata (autentica) è stata sovrapposto un testo apocrifo?
La lettera se la sono rigirata a lungo tra le mani, ieri, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino e hanno concluso che o la lettera è del tutto falsa o, anche se non lo è, non aggiunge nulla di nuovo a quel che si sa perché conferma che, secondo fonti monegasche, Giancarlo Tulliani è il «beneficiario dell´appartamento» che potrebbe voler dire soltanto che Tulliani è – bella scoperta, a questo punto – l´affittuario dell´immobile. Gianfranco Fini è apparso più interessato a ricostruire, con le informazioni che ha a disposizione, lungo quale canale e con quali protagonisti quella lettera manipolata si sia messa in movimento consapevole che il mandante dell´assassinio politico provochi la fuga di notizie rimanendo al di fuori della mischia. Dicono che sul tavolo intorno a cui Fini ha incontrato i suoi collaboratori sia rimasto a lungo un foglio, presto annotato con nomi, frecce, connessioni. Lo si può ricostruire così. Uomini dei servizi segreti o della Guardia di finanza raggiungono Santa Lucia (la notizia è del Giornale). Devono soltanto sovrintendere che «le cose vadano nel verso giusto», che quel ministro di giustizia dica quel che deve o fornisca le lettere con intestazione originale che necessitano. E´ stato lo stesso Silvio Berlusconi a predisporre le cose potendo contare sul «rapporto personale tra l´ex ministro di Santa Lucia e il nostro presidente del Consiglio». Un legame (notizia di Libero) che «deve far tremare Fini». Bene, viene confezionato il falso. Ora deve arrivare in Italia senza l´impronta digitale del mandante. Bisogna seguire le frecce sul foglio dinanzi a Gianfranco Fini. Da Santa Lucia la lettera farlocca (o ambigua) arriva su un sito e poi nelle redazioni di due giornali di Santo Domingo. Da qui afferrata come per una pesca miracolosa dal sito Dagospia. Ora – gli uomini di Fini chiedono – chi ispira Dagospia? Credono di saperlo. Anzi, dicono di saperlo con certezza: «Dagospia, sostenuto dai finanziamenti di Eni ed Enel, è governato nelle informazioni più sensibili da Luigi Bisignani, il piduista, l´uomo delle nomine delicate, braccio destro operativo di Gianni Letta dal suo ufficio di piazza Mignanelli». Da Dagospia l´informazione manipolata slitterà sulle prime pagine di Giornale e Libero. Che potranno dire: abbiamo rilanciato soltanto una notizia pubblicata dalla stampa internazionale. Una menzogna che tace e copre e manipola quanto ormai è chiaro a tutti dal character assassination di Veronica Lario, Dino Boffo, Raimondo Mesiano, Piero Marrazzo e ancora prima di Piero Fassino. Il giornalismo, diventato tecnica sovietica di disinformazione, alterato in calunnia, non ha nulla a che fare con queste pratiche che non sono altro che un sistema di dominio, un dispositivo di potere. Uno stesso soggetto, Silvio Berlusconi, ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di «paesi amici e non alleati». Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la «meccanica» che abbiano sotto gli occhi da più di un anno e bisogna scorgere – della «macchina» – la spaventosa pericolosità e l´assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d´interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore ancora una volta, con l´”assassinio” di Gianfranco Fini, è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che minaccia l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Il presidente della Camera sembra determinato a spezzare il gioco e, saltato il tavolo della non belligeranza, la partita appare soltanto all´inizio e sarà la partita finale.

La Repubblica 22.09.10

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L´ira del cofondatore “Il mandante è Silvio”, di Liana Milella

Di una cosa è convinto Gianfranco Fini. Ormai senza alcuna ombra di dubbio. E per questo, quasi a scandire la giornata, ha continuato a ripeterla. «Il mandante di quello che il Giornale pubblica è solo ed unicamente Berlusconi.
È inutile che dica o faccia finta di non esserlo. Io so che è così». Una certezza che ha reso la sua collera profonda, la sua indignazione grande «per quel documento falso» sparato in prima pagina, la sua reazione politica inevitabile. «Io da tempo sono convinto che con questi qui non si può più trattare». Il Giornale aperto sulla scrivania, col titolo che troneggia «Fini non ha detto la verità». E lui scuote la testa e dice: «Quello che abbiamo sotto gli occhi è la prova che dobbiamo fermare tutto». La conseguenza è scontata. Sta tutta nelle parole gravi che il presidente della Camera pronuncia mentre è a colloquio con il capogruppo di Futuro e libertà Italo Bocchino e con la responsabile Giustizia e suo avvocato Giulia Bongiorno. Sono quasi le 14 e una nuova pagina del lungo e tormentato divorzio da Berlusconi si consuma: «Lui punta scientificamente a distruggermi. Lo pianifica. Ma io a questo punto blocco ogni trattativa. Sulla giustizia si deve fermare ogni passo. Il mio è un punto d´onore perché non mi faccio impallinare da lui così, su una ricostruzione del tutto falsa». La sua collera diventa pubblica, ma dal quartiere berlusconiano non giunge neppure un minimo tentativo di ricucitura, né una possibile spiegazione. Non chiama neppure l´abituale colomba Gianni Letta.
Era cominciato il giorno prima il tam tam dello nuovo scoop di Feltri. Era arrivata all´orecchio di Fini proprio con il racconto di un Berlusconi che se ne vantava parlandone con i suoi. «Lo fottiamo un´altra volta» andava dicendo il Cavaliere. Pronto a liquidare chi gli raccomandava prudenza in vista del voto su Cosentino: «Ma che c´importa dei loro voti, tanto abbiamo i nostri». Questo indigna il leader di Fli, la fredda premeditazione. La costruzione a tavolino di un documento che, nella migliore delle ipotesi, e secondo la lettura dei finiani, è falso nella firma, nella peggiore è un falso integrale. Per questo, con Bocchino e la Bongiorno, fa ulteriori verifiche sulla possibile origine. E parla con il cognato Gianfranco Tulliani, dal quale ottiene una nuova conferma che no, non è lui il titolare di quelle società. E dunque Fini può dire tranquillo: «Avete visto? Questa prova è come quella di qualche giorno fa sulle firme uguali di Tulliani sotto i contratti. Un altro falso, perché le firme invece sono differenti».
Si può trattare sulla giustizia, lavorare a uno scudo per mettere in sicurezza il premier, mentre nell´ombra, proprio quello stesso premier, manovra per far cadere il suo interlocutore? «No, non è possibile» decide Fini. Se Berlusconi crea un clima «da piano Solo» allora tutto si ferma. Salta l´appuntamento fissato per le 16 tra la Bongiorno e Niccolò Ghedini. L´avevano preso davanti alla buvette all´una. Fini ordina di cancellarlo un´ora dopo. La Bongiorno chiama Ghedini: «Mi dispiace, ma non ci vediamo più, la trattativa è chiusa». Ghedini corre da Berlusconi dove lo raggiunge il Guardasigilli Angelino Alfano. Che tenta di mediare con Bocchino: «Che facciamo col lodo?» gli chiede al telefono. E Bocchino reagisce freddamente: «E a me lo chiedi? Devi chiederlo al tuo capo. Noi nel merito siamo d´accordo, ma voi state ponendo le condizioni per la definitiva rottura. A questo punto noi non scriviamo più il lodo con voi, fatelo da soli, presentatelo, e noi lo esamineremo in piena libertà. Ma, come per tutte le altre leggi costituzionali, anche per questa ti ricordo che ci vorranno sei o sette mesi solo per la prima lettura». Peggio non poteva sentire il ministro della Giustizia che invece, nei suoi colloqui con il premier, aveva disegnato una road map ben più celere, un anno fino alla definitiva pubblicazione.
Ma, come dirà lo stesso Bocchino alla pattuglia di Fli riunita per tutto il pomeriggio, «ormai la guerra con Berlusconi è totale, noi il 29 settembre voteremo solo il suo documento, ma poi su tutto il resto non ci saranno trattative, ognuno per la sua strada». Come per la commissione Giustizia, dove Fini sventa un altro «falso», il tentativo di impallinare la Bongiorno. Un altro tassello della strategia della disinformazione, l´insistenza nel ripetere che lei non è più la persona che Fini ha delegato a occuparsi di giustizia, che ora ci sono altri, da Moffa a Consolo, cui far riferimento. Tale è il battage che la notizia esce sui giornali, condita dal dettaglio che anche sul piano legale, per l´affare di Montecarlo, accanto all´avvocato che fu di Andreotti ci sarà anche Giuseppe Consolo. Nella giornata delle smentite furiose una è a tutela della Bongiorno, che non solo resta l´unico avvocato di Fini («Non ho in animo di affiancarle alcuno»), ma è anche «l´unica candidata di Fli per la presidenza della commissione Giustizia». Lei resta con lui per tutto il pomeriggio, legge e rilegge l´articolo del Giornale, quello che Flavia Perina sul Secolo di oggi definisce «una surreale bufala», l´ultimo pezzo «di un´escalation velenosa finalizzata a cancellare il principale competitor dell´attuale presidente del Consiglio».

La Repubblica 22.09.10