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«Il Paese sbagliato (da Mario Lodi)», di Federico Niccoli

Mario Lodi scrive ad un gruppo di maestre e maestri una bella lettera, che mi suggerisce una rilettura di alcuni profetici brani di un famoso libro “Il paese sbagliato” , nel quale con il linguaggio semplice (non semplicistico!) dei bambini si scrivono verità incontrovertibili sulle ingiustizie e sulle disuguaglianze presenti ancora oggi nella nostra società.
Scrive oggi il grande maestro di tutti noi: “Care maestre e cari maestri, mi è capitato spesso, in questo periodo, di ricevere lettere o telefonate da qualcuno di voi. La domanda che mi viene rivolta con maggiore insistenza è: “Come facciamo a insegnare, in tempi come questi?”. I sottintesi alla domanda sono molti: il ritorno del “maestro unico”; classi sempre più affollate; bambini e bambine che provengono da altre culture e lingue e non sanno l’italiano etc.

Anch’io, come voi, soprattutto nei primi anni della mia attività di maestro, mi ponevo interrogativi analoghi. Ho cominciato ad insegnare subito dopo la guerra. Le classi erano molto numerose. Capitava anche di avere bambini e bambine di età diverse.

Forse qualcuno di voi ha la brutta sensazione di lavorare come dopo un conflitto: in mezzo a macerie morali e culturali, a volte causate dal potente di turno – ce n’erano anche quando insegnavo io – che pensa di sistemare tutto con qualche provvedimento d’imperio. I vecchi contadini delle mie parti dicevano sempre che i potenti sono come la pioggia: se puoi, da essa, cerchi riparo; se no, te la prendi e cerchi di non ammalarti e, magari, di fare in modo che si trasformi in refrigerio e nutrimento per i tuoi fiori.

Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: NON SENTITEVI MAI DA SOLE E DA SOLI! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e che, vedrete, non finiranno mai di sorprendervi. Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro.
Siate orgogliosi dell’importanza del vostro mestiere e pretendete che esso venga riconosciuto per quel moltissimo che vale.”

Molti tra noi hanno condiviso le esperienze del Movimento di Cooperazione Educativa, che fondò Mario Lodi . Da quel sodalizio “sbocciarono” tutte le esperienze più innovative, pur con percorsi differenti, della “meglio scuola” : il superamento del maestro unico, l’inclusione degli alunni portatori di bisogni educativi speciali, la battaglia per il tempo-pieno, la programmazione-valutazione, l’uso alternativo delle cedole librarie,…
Come non ricordare i fenomenali bambini di Vho di Piadena de “il paese sbagliato”, che già negli anni 70 riflettevano sulle ingiustizie e sulle diseguaglianze della nostra società ?
Donatella : “Io non aiuterei solo con i soldi gli affamati del Biafra, ma darei a ciascuno una famiglia. Qui in Italia c’è però molto egoismo. Si fa l’elemosina ma non si aiuta il povero a vivere”
“C’è ingiustizia in Italia. Ci sono i ricchi e i poveri. Quelli che hanno un buon lavoro, come un maestro, quando vanno in pensione, hanno cifre alte, un contadino che ha lavorato tutta la vita prende soltanto 12.000 £, che ora sono salite a 18.000. Se aumentano le pensioni di x lire a tutti siamo ancora al punto di prima perché la differenza è ancora quella. Chi fa più fatica prende meno. Dovrebbero aumentare le paghe e le pensioni più basse”. Santa ingenuità di Donatella, che , nel suo contesto di vita, trovava addirittura i segni delle ingiuste sperequazioni tra la pensione di un maestro(!) e quella di un contadino. Cosa direbbe oggi della retribuzione di un Marchionne ed altri che guadagnano mensilmente 435 volte di più di un operaio?
E saggiamente aggiungeva Fiorella “”Le leggi le fanno i più ricchi e perciò aumentano a tutti, così aumentano anche a loro e la differenza resta uguale”
Conclude saggiamente Tiberio: “E i soldi della lotteria dove li prendono? Dai poveri. Li sfruttano anche lì.”
Il nostro è davvero un paese sbagliato. Vengono i brividi a sentire l’ineffabile ministro Gelmini strologare di riforma epocale in un momento in cui si affossa definitivamente la scuola pubblica con una sistematica operazione di macelleria pedagogica-sociale.
Per fortuna nostra e soprattutto per fortuna dei bambini-adolescenti in età scolare è cresciuta nel nostro Paese una classe di operatori scolastici e di genitori che, dagli insegnamenti di Mario Lodi in poi, non abbassa la guardia e resiste, come meglio può, all’operazione governativa “terra bruciata”.

da www.scuolaoggi.org

"Napoli, torna il caos rifiuti: camion sotto scorta", di Conchita Sannino

La violenza era nell´aria da giorni. Si respirava insieme ai miasmi tornati in strada con i cumuli, banchi di rifiuti accatastati per venti metri, sia in provincia, sia nel cuore della Napoli turistica e nelle vie dello shopping. Si sentiva a Terzigno, lungo le contrade del Vesuvio dove i sindaci si ribellano all´apertura di una nuova discarica già progettata da Bertolaso. E anche nella metropoli, dov´è in corso un devastante braccio di ferro tra l´amministrazione comunale e un branco di lavoratori pronti a tutto pur di non perdere la gestione di una fetta di territorio. Un clima cupo, da vecchia emergenza. Che riesplode in un raid inaudito, alle 18, nella luce del pieno pomeriggio.
Sessanta uomini armati di spranghe e bastoni. L´azione squadrista scatta alla periferia orientale, via De Roberto, nell´autoparco dell´azienda Enerambiente, che cura la raccolta in quasi tutta la città. E serve a sabotare, ancora per una notte, il servizio di rimozione a Napoli, contro il nuovo appalto che vedrà estromessi alcune centinaia di lavoratori stagionali, legati persino da vincoli di parentela ai dipendenti di Enerambiente. È un esercito compatto quello che sfonda le porte e terrorizza i dipendenti, uno dei quali, già cardiopatico, Angelo D., sarà soccorso in ambulanza fino all´ospedale Cardarelli. Gli aggressori sono a volto scoperto e non temono nulla. Entrano, spaccano, devastano gli uffici, infrangono i vetri, rovesciano i camion e distruggono i furgoni.
In tutto, la polizia conterà 46 mezzi danneggiati più o meno gravemente. È uno schiaffo alle istituzioni e alla città intera. Che spinge il sindaco Rosa Russo Iervolino a trovare immediati «mezzi alternativi» per poter assicurare il servizio, anche con il noleggio di compattatori con autisti esterni. È emergenza di ordine pubblico che si somma a quella, tecnicamente ricorrente, dei rifiuti. La Iervolino lancia un sos al procuratore capo di Napoli Giandomenco Lepore, parla con i vertici del Viminale. «Chiedo immediate indagini per individuare i responsabili di un gesto così grave». Qualche ora più tardi, ecco le pattuglie di polizia che scortano gli operai al lavoro sui cumuli arretrati. Ma oltre 600 tonnellate restano a terra. E la città, come nei tempi bui in cui era la camorra a dettare tempi e modi della raccolta, deve blindarsi per poter sperare in un´ordinaria pulizia della strade.
Un altro fronte di tensioni resta aperto: coinvolge i comuni del vesuviano dove è previsto da tempo un vasto raddoppio della discarica di Terzigno, l´apertura di Cava Vitiello. Un nodo che ricade su Napoli e provincia, e tira in ballo la mancata soluzione dell´emergenza, provocando uno scontro tutto interno al centrodestra: da un lato il capo della Protezione civile, dall´altra Regione e Provincia di Napoli guidate dal Pdl.
«A Napoli c´è qualcosa che non torna. Vedo segnali strani e imbarazzanti», ragiona l´ex sottosegretario ai rifiuti Guido Bertolaso. Sono parole che non aveva mai usato, e che per una volta coincidono con il sentire diffuso delle popolazioni. Aggiunge Bertolaso: «Conosco il problema e so come è fatta la politica, soprattutto quella locale. Spesso non si vuole che si risolvano i problemi che loro stessi non sono stati in grado di risolvere. C´è un´incapacità di fondo, dovuta a problemi organizzativi e strutturali che scontano difficoltà economiche e finanziarie».
Guai quindi – avverte Bertolaso – a chi pensa di imputare le responsabilità della crisi di oggi a chi ha lavorato e ha sudato sangue per risolvere l´emergenza». Di chi è allora la colpa? «Evidentemente – riflette – manca chi raccoglie la spazzatura e la porta nelle discariche e nel termovalorizzatore». Una risposta che sembra ignorare almeno due dettagli. Il termovalorizzatore di Acerra non funziona da settimane. E i camion che arrivano in discarica restano bloccati da amministratori e cittadini che si ribellano al nuovo impianto.

La Repubblica 24.09.10

Università: riforma: CRUI e Confindustria premono per varo, avviato ciclo audizioni; PD, troppa fretta e mancano risorse

La riforma dell’universita’ e’ un treno che non va perso. Ne sono convinte sia la Crui sia la Confindustria che oggi, nel corso di un’audizione alla commissione Cultura della Camera, hanno espresso l’auspicio che il ddl venga approvato rapidamente. Una fretta non condivisa dal Pd per il quale, nonostante le rassicurazioni arrivate ieri da Tremonti, resta l’incognita ”risorse”. ”Questa riforma deve passare come e’ uscita dal Senato” ha spiegato al termine dell’audizione il vice presidente di Confindustria per l’Education Gianfelice Rocca per il quale il ddl va approvato in aula entro meta’ ottobre, prima della sessione di bilancio. Confindustria teme che il testo licenziato dal Senato possa essere ”peggiorato” per rispondere a ”prevedibili richieste di natura corporativa”. ”Naturalmente potrebbero esserci piccoli miglioramenti – ha osservato Rocca – ma non va stravolto lo spirito riformatore del testo. C’e’ la necessita’ che il Paese su certi argomenti trovi una capacita’ di dialogo costruttivo”. Quanto alle risorse, ”Tremonti – ha sottolineato Rocca – ha detto che ci sono. E che voglia metterle in un contenitore nuovo, mi sembra una scelta giusta”. Dal vice presidente di Confindustria anche una strigliata agli atenei: ”dato il momento che stiamo vivendo, ognuno guardi in casa propria cosa puo’ fare per il Paese”. Anche la Conferenza dei rettori preme per una rapida approvazione del ddl. ”Altrimenti – ha affermato il presidente della Crui, Enrico Decleva – c’e’ il rischio che il processo avviato si blocchi e cio’ sarebbe negativo per tutto il sistema universitario”. Sulla necessita’ di portare il ddl al traguardo e’ d’accordo anche il presidente del Cun, Andrea Lenzi, per il quale il nodo risorse resta tuttavia cruciale: ”L’universita’
vuole qualita’ ma per giudicare la qualita’ ci vogliono risorse.
Il Fondo di finanziamento ordinario deve dunque essere almeno
stabile”. Sullo sfondo resta la questione ”ricercatori”, ma la
relatrice del ddl in commissione, Paola Frassinetti (Pdl), assicura che da parte della maggioranza c’e’ l’impegno a trovare una soluzione. ”La commissione ascoltera’ i ricercatori martedi’ e poi cerchera’, compatibilmente con le risorse e nell’ambito di un impianto della riforma che non va stravolto, di andare incontro alle loro esigenze” ha detto Frassinetti facendo notare che in realta’ il numero dei ricercatori da stabilizzare si attesterebbe intorno ai 9-10.000 e non 26.000 come si dice. Le perplessita’ del Pd restano e sono state espresse vivacemente anche durante l’audizione odierna. ”Intanto – ha spiegato Manuela Ghizzoni – mancano le risorse sulle quali, al netto della dichiarazione di Tremonti, non abbiamo certezze. E poi a guardare il merito questo ddl e’ un annuncio di riforma perche’ questioni importanti come la valutazione o il diritto allo studio vengono rinviate a una legge delega”. Contrarieta’ anche sull’iter della legge, che dovrebbe approdare in aula il 5 ottobre: ”liquidarla in due settimane – ha concluso – e’ lesivo del lavoro dei deputati”.

Ansa 23.09.10

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“Crui e Confindustria in pressing per il varo della riforma dell’università”, di Claudio Tucci

Portare in aula alla Camera la riforma dell’università martedì 5 ottobre, prima dell’inizio della sessione di bilancio: è l’obiettivo di Paola Frassinetti, Pdl, relatrice del Ddl Gelmini in commissione Cultura a Montecitorio, dove ieri, alla presenza del presidente la piediellina Valentina Aprea, sono iniziate le audizioni sul provvedimento. A essere ascoltati sono stati: Confindustria, Crui, Cun e il consiglio nazionale degli studenti universitari.

Gli emendamenti dovrebbero essere presentati entro il 30 settembre, dopo aver sentito anche i ricercatori in protesta, forse martedì prossimo: «conosciamo bene il problema», ha sottolineato al Sole24ore.com Frassinetti, che ha annunciato l’intenzione del governo di procedere a nuove assunzioni per il ruolo di professore associato. Pensiamo, ha detto, «a concorsi nell’arco di 5-6 anni per sistemare 9-10mila persone», che è poi, ha aggiunto, «la reale platea dei ricercatori con i requisti per poter essere stabilizzati, visto che dei 26mila esistenti, secondo le stime, una parte sono sulla via della pensione e gli altri sono troppo giovani».

La riforma dell’università «è un treno che non va perso», ha commentato il presidente della conferenza dei rettori, Enrico Decleva, che ha apprezzato le aperture (ieri di Tremonti), oggi del governo di cercare soluzioni al problema dei ricercatori, che, ha ricordato, «in questi anni hanno ampiamente contribuito a garantire la qualità e il funzionamento degli atenei». Giudizio positivo sul Ddl Gelmini è stato espresso dal vice presidente di Confindustria per l’Education, Gianfelice Rocca, che ha sottolineato come il provvedimento, dopo le modifiche apportate a luglio a palazzo Madama, piaccia al mondo delle imprese, anche se, ha aggiunto, l’università italiana necessita ancora di «urgenti riforme strutturali per evolvere in direzione più meritocratica e competitiva».

Sulla necessità di portare il Ddl al traguardo è d’accordo anche il presidente del Cun, Andrea Lenzi, per il quale il nodo risorse resta tuttavia cruciale: «l’università vuole qualità ma per giudicare la qualità ci vogliono risorse». A partire dal fondo di finanziamento ordinario che deve essere almeno stabile: «intorno a 7,2 miliardi l’anno – ha rilanciato Lenzi – con un piccolo incremento percentuale, 2%, di anno in anno». Resta critico il giudizio del Pd: «Intanto – ha spiegato la capigruppo in commissione Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni – mancano le risorse sulle quali, al netto della dichiarazione di Tremonti, non abbiamo certezze. E poi a guardare il merito, questo Ddl è un annuncio di riforma perchè questioni importanti come la valutazione o il diritto allo studio vengono rinviate a una legge delega». Contrarietà anche sull’iter della legge, che dovrebbe approdare in aula il 5 ottobre: «liquidarla in due settimane – ha concluso Ghizzoni – è lesivo del lavoro dei deputati».

Il Sole 24 Ore 24.09.10

"Ateneo, docenti in campo coi ricercatori", di Ilaria Venturi

In novanta: non sostituiremo mai chi protesta. Tra i firmatari del documento Vecchi, Frabboni, Gentili Fanfani, Malatesta, Bonora e Zappoli. A Roma i rettori con Dionigi. Non sostituiranno i ricercatori che hanno rifiutato i corsi. E da ottobre si dimetteranno dalle cariche ricoperte al di là del “dovere d’ufficio”: ruoli come la presidenza dei corsi di laurea o la direzione di progetti didattici assunti in modo volontario. A sostegno dei ricercatori e delle ragioni della loro protesta, che martedì saranno presentati alla Camera dei Deputati, si schierano novanta professori dell’Alma Mater. Accademici che hanno deciso di non subire passivamente “lo smantellamento dell’università pubblica”. Intanto ieri a Roma alla Conferenza dei rettori è passata la “mozione Dionigi”. Nel testo, che ha Bologna tra i primi firmatari, i rettori prendono posizione sui ricercatori e chiedono certezze sui fondi promessi da Tremonti.
“La conferenza dei rettori – si legge – mentre ribadisce la necessità di garantire il diritto fondamentale e irrinunciabile degli studenti al regolare corso dell’anno accademico, comprende, come motivo di preoccupazione per tutti gli atenei, il disagio dei ricercatori le cui competenze scientifiche e didattiche sono essenziali”. I rettori chiedono che i ricercatori possano diventare docenti associati con un piano pluriennale di posti e selezioni per merito.
Intanto in Ateneo alza la voce anche l’altra parte dell’accademia: i docenti associati e gli ordinari. Solidali e arrabbiati, tanto quanto i ricercatori con cui lavorano nei laboratori e nelle aule, per i tagli e la riforma Gelmini. Di qui la lettera aperta, il manifesto dei Novanta, per ora: le firme aumentano di giorno in giorno (si può aderire scrivendo a docenti.preoccupati@gmail.com). I promotori dell’iniziativa, partita a luglio scorso tra docenti vicini alla Cgil, ma subito allargata a tutti, oltre ogni schieramento, sono il chimico Sergio Zappoli, il sociologo Leonardo Altieri, i docenti di Lingue Giulio e Roberto Vecchi, Giorgio Tassinari di Statistica e Raffaella Baldelli di Veterinaria.
Tra le firme, docenti ordinari come i pedagogisti Andrea Canevaro e Franco Frabboni, Piero Pieri e Fabrizio Frasnedi di Italianistica, la storica Maria Malatesta, l’economista Antonio Matacena, lo statistico Roberto Fanfani, e tanti associati. Firmano molti docenti di Filosofia, tra cui Carlo Gentili e Raffaella Simili, di Lingue, Scienze e Veterinaria. “E’ il meccanismo che è andato in tilt: corsi aumentati a dismisura, ricercatori che fanno didattica quando non dovrebbero, la ricerca relegata a un ruolo secondario, la dimensione umana ridotta a rapporti di servilismo e ricatto – dice Paola Bonora, docente di Geografia, tra le firmatarie – ora è tempo di autoriformarsi”. Perché, insiste Sergio Zappoli, “non si può ridurre a mercato l’università e la ricerca pubblica”.

La Repubblica/Bologna 24.09.10

"Così si uccide la scuola pubblica", di Chiara Saraceno

Una prima elementare a tempo pieno di una città del Nord, in un quartiere popolare con una forte presenza di immigrati. Trenta bambini per lo più eccitati dall´essere entrati tra i “grandi”, ad imparare le cose “dei grandi”, dopo il lungo apprendistato della scuola dell´infanzia, ove hanno da tempo imparato diverse cose, che un tempo si imparavano solo alla scuola elementare: non solo ad utilizzare il disegno come forma di comunicazione, ma a scrivere il proprio nome, riconoscere i segni identificativi del proprio e altrui posto, muoversi negli spazi e utilizzarli appropriatamente. Una buona metà sa già leggere e scrivere, pur con diversi livelli di competenza. Altri, anche tra gli italiani, fanno invece fatica ad esprimersi. Tra i figli di immigrati, ci sono diversi livelli di competenza linguistica: qualcuno padroneggia l´italiano come i coetanei italiani, con cui spesso è stato alla scuola materna, altri sono appena arrivati e stanno incominciando a impararlo, insieme a tutte le altre novità che comporta l´essere stato trapiantato in un paese sconosciuto.
Di fronte a questi bambini così diversi, ma tutti con le loro attese, curiosità, disponibilità ad essere conquistati dal meraviglioso mondo dell´apprendimento e della conoscenza, una sola maestra. Dato che la compresenza è stata eliminata in nome di esigenze di bilancio, ma anche perché la ministra e i suoi consiglieri la considerano uno spreco inutile di personale a solo vantaggio dei sindacati, una sola maestra per volta deve tener vivo l´interesse di trenta bambini, attenta a non scoraggiare chi è più avanti e a non lasciare irrimediabilmente indietro chi fa più fatica.
E dato che la ministra pensa che il modo migliore di integrare i bambini di provenienza non italiana sia separarli, se invece questi si trovano in mezzo ai coetanei italiani, non è previsto nessun insegnante che li segua nell´apprendimento della lingua (una misura da tempo inventata in paesi con una storia migratoria più lunga). Certo, negli anni Cinquanta e Sessanta le classi elementari potevano arrivare fino a 40 allievi. Ma era anche il tempo in cui i bambini erano molti di più e in un contesto di risorse – insegnanti, edifici – scarse c´era una sorta di trade off tra l´intento di fare in modo che tutti andassero a scuola e l´attenzione per i diversi ritmi e capacità di ciascuno. I bambini arrivavano a scuola con attitudini e competenze certamente differenziate per classe sociale, ma in un mondo ancora limitato al perimetro della famiglia e della scuola. Non c´era la televisione, il computer, internet. La pubblicità non aveva ancora scoperto i bambini come consumatori. E l´autorità e la disciplina erano lo strumento principe per tenere in ordine la classe, senza troppe preoccupazioni per gli effetti delle disuguaglianze sociali. Infatti i bocciati (già in prima elementare) appartenevano tutti alle classi più svantaggiate.
Quel mondo non esiste più, e le maestre lo sanno bene. Sanno anche che proprio perché i bambini oggi sono esposti ad una varietà di stimoli ed esperienze cognitive ben prima di arrivare nella scuola elementare, hanno bisogno di un insegnamento più dinamico e che riconosca le loro competenze e quindi più attento al diverso ritmo e sviluppo di ciascuno. Tanto più che proprio questa maggiore ricchezza di stimoli rischia di allargare le disuguaglianze sociali: tra i bambini che per appartenenza familiare sono in grado di trarne tutti i benefici ed invece quelli che ne sono esclusi. Ma non si può fare con questi numeri.
Così le maestre si barcamenano, rallentano le fasi dell´apprendimento per non lasciare troppo indietro quelli che partono svantaggiati, senza tuttavia poterlo fare del tutto. Così che comunque qualcuno sarà lasciato ad arrancare mentre i più svegli, o i più avvantaggiati, si annoieranno e forse perderanno per la strada la fiducia che avevano riposto in questa avventura. Ed i genitori che possono permetterselo si chiederanno se non sia meglio iscrivere il figlio ad una scuola privata. È così che si uccide la scuola pubblica, ma soprattutto la curiosità, la voglia di apprendere di chi vi entra con fiducia e desiderio. Non è colpa né delle maestre (che anzi fanno del loro meglio), né degli immigrati, né tantomeno dei bambini e dei loro genitori, con le loro diversità e disuguaglianze. È colpa di una gestione politica della scuola miope e indifferente all´esperienza dei bambini.

La Repubblica 24.09.10

"E il fucile entrò a scuola lezioni di guerra agli studenti", di Francesco Merlo

Forse è arrivato il momento di ritirare a Ignazio La Russa quell´attestato di simpatia che gli conferì Fiorello trasformando in satira e ironia il fascista primordiale ossessionato dalla virilità, con il naso adunco e righignato, le nari larghe, la barbetta sotto il mento, le ciglia aspre come setole, gli occhi come due palle di fuoco e l´ormai famosa voce, che è – “digiamolo” – fascismo rasposo più che buonumore rauco. In combutta con Maria Stella Gelmini, La Russa ha introdotto la pratica delle armi nelle scuole superiori. È un corso di guapperia militaresca, valido come credito formativo, che hanno chiamato “Allenati alla vita” e dove l´insegnamento pratico delle tecniche di guerra, la divisone dei ragazzi in pattuglie, il caricamento dei fucili e le sedute nei poligoni di tiro stanno insieme ad altre discipline belle, giuste e già obbligatorie nelle scuole anglosassoni, come per esempio la sopravvivenza, il nuoto, il primo soccorso e le tecniche di salvataggio. È dunque evidente il tentativo di nascondere le ortiche in un mazzo di fiori, ma il risultato finale è quello, opposto, di nascondere i fiori ed esaltare le ortiche, vale a dire lo spirito guerriero come valore educativo.
È chiaro che nessun La Russa e nessuna Gelmini riusciranno a risvegliare negli italiani la retorica degli otto milioni di baionette ed è molto probabile che non è questo che i due ministri vogliono. Insomma non è il fascismo che li anima. È però una caricatura di “libro e moschetto” questa idea che la scuola debba insegnare a sparare ed è l´ennesima prova che troppo presto e con troppa benevolenza abbiamo liquidato Ignazio La Russa come pittoresco quando concesse le Frecce Tricolori al circo di Gheddafi, o quando si fece riprendere in tuta mimetica negli avamposti afgani, o ancora quando cercò di picchiare, con le sue manone ministeriali, un giornalista che “disturbava” la conferenza stampa di Berlusconi. O, andando a ritroso, quando fu sorpreso (e registrato) da un cronista del Tempo in un bar di Roma, mentre con Gasparri e Matteoli sfogava la sua arcaica e cameratesca virilità in un turpiloquio irripetibile, a conferma di un rapporto losco con il sesso, rude, crudo, diretto, strumentale e fascista. La verità è che del fascismo nostalgico La Russa conserva la vocazione per la pagliacciata delle parate, il salto dentro il cerchio di fuoco di Starace, e da ministro della Difesa scambia i militari con i militaristi, l´esercito moderno che sa fare la guerra perché vorrebbe abolirla con i Rambo e con la maschia gioventù della sua sottocultura, i cittadini guerrieri che sanno tutto di fucili, coltelli, polvere pirica, cartucce, tute mimetiche e stivaloni.
Nelle scuole tedesche e in quelle inglesi, a Chicago come a Parigi, a Stoccarda come a Londra e anche a Torino, per non parlare di certi istituti dei quartieri caldi delle città italiane del Sud, circolano troppe pistole e coltelli, e ci sono ragazzi che sparano con il fucile dal balcone di casa, altri ancora che massacrano i loro coetanei. Insomma sempre più si diffonde, anche in Italia, l´uso delle armi da gioco e da difesa, armi da caccia e armi contro l´insicurezza, armi di paura, armi per diventare eroi, armi per diventare delinquenti. Sembra dunque incredibile che la ministra Gelmini pensi davvero che imparare a sparare permetta «di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla Croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso». È vero il contrario: per educare e per allenare alla vita, la scuola dovrebbe, fra la altre cose, smontare la cultura della armi e insegnare a vivere con compostezza, perché i fucili, le pistole e le pallottole prima o poi trovano un nemico da abbattere: «Se al primo atto il fucile è appeso al muro, al terzo sicuramente sparerà».
Perché non insegnare allora la speciale camminata del protettore di strada, l´uso della mezza parola e dei baffoni a cespuglio o magari la loro variante padana, vale a dire il dito medio di Bossi che è come il ciuffo manzoniano, quello dei bravi? Le armi a scuola sono roba da Antistato, da picciotti appunto. La Gelmini è la loro nuova eroina se non altro perché in questo modo dimostra ai picciotti che tutto è professionale e tutto si può insegnare, anche l´accattonaggio. Esistono già le scuole, non certo comunali né regionali, nelle quali si insegna a sparare e a maneggiare bastoni e coltelli, ma anche a fingersi storpi o ciechi per impietosire la gente. E come tutti capiscono, ci vuole professionalità e tecnica anche per rubare motorini.
Come dicevamo all´inizio, facendo la caricatura dell´uomo delle caverne, Fiorello offrì a La Russa un passaporto per la simpatia. Ed è probabile che davvero a La Russa riuscì di prendere le distanze da quel se stesso che Fiorello così bene strapazzava. Ma adesso che il potere ce lo ha restituito al naturale, il brutto anatroccolo è ridiventato brutto anatroccolo. Ha perso la dignità umoristica ed è ritornato ad incarnare lo stereotipo, ridicolo ma non più simpatico, del fascista violento fuori dal tempo e fuori dal mondo. E gli si affianca la Gelmini che con cinica crudezza e con indecenza getta nella scuola-spazzatura tutte le ossessioni dei ministri del governo Berlusconi: i tagli di Tremonti, i fannulloni di Brunetta, i razzismi della Lega, il rancore verso i sindacati e il sessantotto, e ora l´arditismo del ministro della Difesa. Come ultima scelleratezza la Gelmini “addottora” infatti le armi e i miti primordiali di La Russa: appalta la scuola al selvaggio di destra con il totem della virilità.

La Repubblica 24.09.10

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“Corsi militari a scuola, bufera in Lombardia”, di Sandro De Riccardis

Un progetto di addestramento voluto da La Russa e Gelmini. “No agli studenti con l´elmetto”. Partecipano ottocento ragazzi di 140 istituti. L´indignazione di Famiglia cristiana.
Pattuglie di studenti che come soldati imparano a tirare con l´arco, a mirare e sparare con pistole ad aria compressa, a sperimentare tecniche di primo soccorso e arrampicata, ma anche di “superamento ostacoli e sopravvivenza in ambienti ostili”. Come in guerra.
Un «progetto di addestramento», si legge nella circolare che recepisce il protocollo “Allenati alla vita”, siglato tra la direzione scolastica della Lombardia e il comando militare dell´Esercito, «supportato dalla sinergia» tra i ministri della Difesa Ignazio La Russa e dell´Istruzione Maria Stella Gelmini. Un corso che coinvolge tutte le province lombarde, 800 studenti, 140 istruttori appartenenti all´Unione nazionale ufficiali in congedo d´Italia, 27 docenti e 38 scuole superiori. E che scatena le polemiche di opposizione e pacifisti, e anche del settimanale Famiglia Cristiana che ne ha dato per prima notizia. «È una scelta che sa di antico, e sembra appartenere a un´altra epoca» accusa don Antonio Sciortino, direttore del periodico. La Tavola della Pace parla di «studenti con l´elmetto». «Organizzati in pattuglie come quelle che girano per le strade dell´Afghanistan – attacca Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace – Non gli verrà chiesto di combattere i talebani ma solo di sbaragliare tutti gli avversari. Non sappiamo quale premio verrà riconosciuto ai vincitori».
Per tutti gli adolescenti, il corso è valido come credito formativo, si avvale di militari in congedo anche di ritorno da missioni all´estero, ha lo scopo di “far rivivere ai giovani esperienze di sport e giochi di squadra, ma anche introdurre corsi specifici e prove tecnico pratiche per avvicinare la realtà scolastica alle Forze armate, ai corpi dello Stato e alla Protezione civile e a gruppi volontari di soccorso”. Per gli ideatori il corso serva anche a contrastare il bullismo, “grazie al lavoro di squadra che determina l´aumento dell´autostima individuale e il senso di appartenenza a un gruppo”. Duro il commento del Partito democratico che ricorda le parole di Piero Calamandrei. «Si sta drammaticamente realizzando ciò che aveva prefigurato in un suo celeberrimo discorso – ricorda Francesca Puglisi, responsabile Scuola del partito –, il lento ritorno di una dittatura nel nostro paese, non con i carri armati per le strade ma distruggendo la scuola pubblica. Noi vogliamo che i nostri ragazzi apprendano in classe la cultura della pace, l´unica che potrà garantire a tutti un futuro». Di «scuola di guerra» parla anche il radicale Marco Perduca. Intanto, con una mozione in Consiglio regionale della Lombardia, il consigliere di Sinistra ecologia libertà Chiara Cremonesi chiede il ritiro immediato del protocollo. «Un opuscolo che ci lascia davvero esterrefatti – dice Cremonesi – Dieci pagine in cui gli studenti vengono chiamati “cadetti” e le squadre “pattuglie”. Si tagliano materie importanti e si colpisce la qualità dell´insegnamento, compromettendo il futuro di un´intera generazione di studenti. Ma li si addestra a sparare».

La Repubblica 24.09.10

Parliamo agli italiani di loro e non di noi

“Durante l’estate è esplosa la crisi politica del centrodestra. Siamo nel secondo tempo del berlusconismo. Una fase in cui Berlusconi non è in grado di disegnare un nuovo orizzonte del paese, ma ha ancora al forza di un consenso vasto, seppure eroso, di un potere molto più largo di un tempo, il legame con interessi ben piazzati e con un conformismo che si è accumulato, un legame con “angoli del sottoscala di questa repubblica”.
Per questo spiega Bersani “serve vigilanza, combattività, tenuta, perché non sappiamo come si evolverà questa situazione. Siamo esposti a degenerazioni della politica. Ma nello stesso tempo è possibile costruire un’alternativa da proporre agli italiani. E’ una fase che avrà un passaggio con Berlusconi che si presenterà in Parlamento. Noi dobbiamo ribadire con nettezza che il centrodestra deve onestamente dichiarare in Parlamento la sua crisi politica: è la strada maestra per un paese che non può attendere.

La proposta di fronte a questo passaggio è chiara: “Serve un breve governo di transizione per cambiare la legge elettorale e poi presentarsi al paese ciascuno con il proprio programma, il centrodestra e il centrosinistra. C’è chi dice che è una posizione che manca di realismo. Ma dobbiamo ragionare in base a ciò che ci aspetta: un governo stabile non ci sarà, le riforme che promettono non potranno essere mantenute. Ci sarà invece un governicchio politico che non sarà in grado di fare meglio di quanto abbiamo visto fin qui, un governo di traccheggia mento, che sarebbe insostenibile di fronte ai problemi veri e seri del paese”.
Accanto alla crisi del centrodestra “l’estate ci ha fatto toccare con mano la nostra forza, con feste partecipatissime, e numerose. Fatemi ringraziare i volontari che hanno lavorato dappertutto. Ai moltissimi volontari. E dunque fatemi dire chiaramente che la Lega ci fa un baffo. Noi sì che abbiamo una forza incredibile, dovremmo esserne orgogliosi. E dovremmo anche essere consapevoli che quando ci mettiamo in mezzo alla nostra gente le cose funzionano, quando ci ritroviamo nel gruppo dirigente accade di meno”.

In questo contesto, Bersani ricorda come dalla seconda metà di agosto ha lavorato su tre punti proprio per rilanciare l’iniziativa: il posizionamento politico del PD, le proposte, la mobilitazione.
La proposta di posizionamento politico “con il nuovo Ulivo e l’alleanza per la democrazia” ha risposto all’accelerazione della situazione politica e puntava a mettere ordine nella discussione, che conteneva rischi di confusione.
Obiettivo: garantire il protagonismo del PD come primo responsabile e come perno di un progetto alternativo, e nello stesso tempo per costruire un terreno democratico ora sotto attacco. E’stato utile, credo, proporre uno schema che ci consentisse di uscire dalle chiacchiere politiciste per parlare del progetto per il paese, il vero clou della questione per come è messa l’Italia oggi.

Il progetto (il discorso di Torino ha già toccato diversi punti concreti) serve per fare l’opposizione, ma anche per avanzare proposte credibili di fronte ai problemi gravi del paese, primi tra tutti il lavoro e la legalità. Proposte proprie di un partito di cambiamento e di governo”.
Infine Bersani cita la mobilitazione degli iscritti e dei simpatizzanti con la campagna d’autunno.
Queste tre cose “le ho concepito come il tentativo di un cambio di passo perché i problemi che abbiamo li vediamo tutti. Un cambio di passo che naturalmente tenesse conto e rispondesse sì alle nostre difficoltà, ma soprattutto all’urgenza nuova di prenderci le nostre responsabilità di fronte alla crisi del paese. Ho cercato in questo di ragionare non solo con la mia testa, ma tenendo conto delle componenti del nostro partito. So che di fronte a quel che avviene è ora di lavorare assieme, tutti protagonisti e corresponsabili delle iniziative del PD, che sono tutte al nastro di partenza e che sono state percepite positivamente dai nostri elettori e ci hanno posizionato meglio di come eravamo messi a luglio”.

Sul documento firmato da 75 parlamentari tra cui Veltroni, Fioroni e Gentiloni: “Voglio un dibattito libero, franco, sincero nei nostri organismi come nelle iniziative esterne, che non voglio limitare. C’è stato un gesto e un messaggio che però devo valutare al di là delle intenzioni espresse e dei contenuti, che sono confrontabili con le altre proposte. Io valuto l’effetto oggettivo: un atto avvenuto a organismi convocati ( il coordinamento, la direzione, l’assemblea) e che ha provocato sbandamento e in alcune aree sgomento tra i nostri sostenitori. E’ stato veicolato come l’immagine di un partito senza rotta, in perenne congresso, che discute di temi incomprensibili ai cittadini, un PD in crisi come la destra, anche per i giornali. E poi è avvenuto in un momento in cui la palla è di là e vogliamo tutti che resti di là mettendo in luce le crepe della destra.

“ Credo sia stato un errore, mentre ribadisco che tra noi è essenziale mantenere la dialettica per risolvere i problemi, non per tornare sui primi passi”. Bersani si augura “ un dibattito che deve vivere negli organismi dirigenti, che devono servire: li abbiamo messi in funzione quest’anno, facciamoli funzionare dato che hanno piena possibilità di iniziativa in termini politici o statutari. Usiamoli per dirimere questi problemi e poi parlare con la voce del PD. E questo non per una questione di buoni sentimenti, ma come dato strutturale. Se abbiamo scelto di non essere un partito personale è perché non vogliamo una democrazia personale. Parlare fra di noi e poi diffondere una linea deve essere fisiologico, non possono gli organismi diventare l’infermeria per discussioni che avvengono sui giornali”.

Autonomia del PD e alleanze.“Credo fortemente alla responsabilità del PD per un progetto che non deleghi niente a nessuno, in una visone progressista di questo paese, e che quindi possa garantire le essenziali condizioni per un’alternativa di governo in cui non ci ritagliamo uno spigolo del campo ma riconosciamo che non siamo soli. Metto paletti, come ho già detto a Torino: vincoli di progetto e di lealtà politica in una prospettiva di governo, temi come la democrazia e la legalità, che prefigurano un bipolarismo non esposto a deviazioni plebiscitarie. Tocca a noi avanzare il progetto, mettere le condizioni alle alleanze, ma anche prenderci la responsabilità. Alleanze sì, ma non a tutti i costi. Perché abbiamo già dato. Credo non ci siano alternative del tipo: non c’interessa, facciamo da soli”.

L’appartenenza al PD.“Sento circolare l’idea di ospiti indesiderati, culture non riconosciute. Quando la sento qui o in periferia mi dico che qualche problema ci sarà. Ma vi dico questo: se ci sono questioni da colmare sul piano politico, culturale, organizzativo ho intenzione di lavorarci. Lo dico e ripeto quello che penso: noi dobbiamo via via uscire dalla metafora della casa comune con le stanze ed entrare in quella di un prodotto univoco con ingredienti riconoscibili per i nativi democratici: un grande partito progressista. E’ la mia idea da sempre: non solo riconosco le diverse culture politiche ma chiedo contributi per determinare questo percorso che garantirà che stiamo facendo il partito del secolo”.

Primarie.“Torno sulle leadership: abbiamo scelto un meccanismo di primarie di coalizione. Ora si parta da qual è il patto, da quali sono i tratti essenziali del progetto, quale lo spartito. Poi gli interpreti li cerchiamo con un grande meccanismo di partecipazione, perché abbiamo imparato che i problemi non li risolve una persona sola, e le leadership nascono con percorsi diversi tra loro. Le primarie non sono una riduzione degli spazi della politica, ma un avanzamento verso i cittadini, per quell’idea di democrazia che ci sta a cuore.

La narrazione del PD. “C’è un punto che circola tra gli osservatori che sembra da psicologi delle comunicazioni sociali: è tempo di carismatici o pragmatici? Sarà culturalmente interessante ma cosa c’è sotto dal punto di vista politico? Qual è il messaggio fondamentale che si da agli italiani? Qual è la nostra narrazione? Io dico che l’Italia può avere giorni migliori, che il paese è meglio di quel che gli succede, che si può tornare a parlare di futuro, se si accetta uno sforzo di cambiamento che chiederà impegni e aiuto da chi ha di più. Un sogno, che però ha gambe per camminare, perché non possiamo sostituire una favola come quella di Berlusconi con un’altra favola. Il paese è in un momento cruciale. E’ un punto fondamentale del messaggio su cui dobbiamo lavorare. Dunque, discutiamo perché dobbiamo essere attrezzati e univoci”. Quanto ai sondaggi, “consultiamoli, ma non facciamone un tema di dibattito . La questione vera, già vista alle regionali, è lo stacco micidiale tra opinione pubblica e politica: il 50 per cento delle persone non sa dove sbattere la testa, si astiene. E dunque bisogna stare attenti, perché quando piove, piove per tutti”.

Le prossime mosse. Bersani invita a “mobilitarci in positivo, diamo fiducia al cambiamento, lo possiamo fare con l’unità del Pd e la convergenza sulla missione. E poi tentiamo di rompere il muro del suono tra cittadini e politica: stiamo sui problemi della gente, rilegittimiamo la politica con posizioni concrete e combattive. Progetto e denuncia sul lavoro, sulla crescita, la legalità, il civismo, le riforme concrete. Qui c’è tanto da discutere: Ad esempio sull’immigrazione vediamo cosa succede in Europa? Poi serve una visone autonoma su un nuovo patto sociale, tema che non possiamo lasciar svolgere solo a Sacconi. Va denunciato il ripiegamento difensivo. Facciamo un patto sociale, ma come grande progetto per il lavoro. E sugli altri temi di merito: adesso abbiamo crisi e disagio in tutto il paese, e dobbiamo organizzarci per essere presenti con proposte puntuali”.
Il segretario sostiene che “non trasmettiamo abbastanza un’idea di rinnovamento, c’è poco da fare. Stiamo mettendo in campo una nuova generazione nelle segreterie, nel partito e tra gli amministratori, ma la società predica il rinnovamento e non lo vuole, come la tv che non accetta ospiti nuovi ai tal show politici per paura di perdere share. Serve un di più di generosità e iniziativa perché è un tema che non abbiamo risolto”.
Adesso “i cittadini ci stanno chiedendo di essere in campo, e dunque non possiamo permetterci di lasciare l’idea che non ci siano una rotta e la determinazione per perseguirla, né lasciare in campo l’idea che non ci sia una comunità in grado di discutere e lavorare assieme. L’8 e 9 ottobre a Varese discuteremo di riforma fiscale, scuola,mobilità, immigrazione. Poi abbiamo una cinquantina di congressi provinciali, una campagna di grande mobilitazione che punterà ad avere tra 7 e 10 milioni di contatti. A fine ottobre ci sarà un’assemblea dei circoli per lanciarla. Dobbiamo mettere in moto una serie di iniziative, metterci a sostegno delle battaglie condotte dai gruppi parlamentari, valorizzando il loro lavoro. E poi dobbiamo sviluppare il confronto con soggetti politici e sociali, ad esempio ricomponendo il mondo del lavoro: dobbiamo presentare una nostra posizione autonoma ai sindacati.
Credo che sentiamo tutti l’esigenza di parlare agli italiani di loro e non di noi. Mettiamoci la convinzione e la passione con tutte le energie che abbiamo”.

Ma.Lau.

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