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"Il governo è salvo l'Italia no", di Michele Brambilla

A prima vista la notizia del «no» all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche che riguardano l’ex sottosegretario Cosentino sembra una buona notizia. Se fosse passato il «sì» il governo sarebbe entrato in agonia, per tirare le cuoia da qui ad – al massimo – un mese. Sarebbero stati ben pochi a rallegrarsene davvero. Sicuramente la Lega e Di Pietro, che alle urne ne avrebbero tratto profitto: ma proprio quel profitto avrebbe reso il Paese ancora più ingovernabile di quanto non sia già. Chiunque abbia a cuore non il proprio interesse particolare, ma quello generale, sa che mai come ora, malmessi come siamo, abbiamo bisogno di un governo. Anche il presidente Napolitano, una delle poche figure davvero di garanzia, s’è augurato che l’esecutivo tenga, perché il momento non è tale da poter permettere salti nel buio.

No sarà eccezionale, questo governo: ma come diceva Caterina II di Russia è meglio uno Stato con cattive leggi applicate che uno con buone leggi non applicate. Tuttavia lo spettacolo offerto ieri alla Camera è stato talmente desolante, anzi mortificante, da far svanire in un battibaleno il sospiro di sollievo provato per la «tenuta» del governo.

Primo. La maggioranza ha esultato perché è rimasta maggioranza anche senza i finiani. La soddisfazione è comprensibile. Ma su quale fondamentale tema è rimasta maggioranza? Su una riforma del fisco? Su un provvedimento per far ripartire le imprese? Su un intervento contro la disoccupazione? Niente di tutto questo (che poi è quello che servirebbe al Paese): la Camera ha detto, a maggioranza, che la magistratura non può utilizzare le intercettazioni che riguardano un parlamentare sul quale pende un mandato di arresto per camorra.

E’ perfino superfluo precisare che il parlamentare in questione, Nicola Cosentino, può benissimo essere innocente: anzi lo è finché non si dimostri il contrario. Ma per dimostrarlo occorrerebbero delle indagini, e la politica ieri ha detto che su un politico non si può indagare. Rinverdendo una tradizione che ci eravamo illusi fosse ormai sepolta, la nostra classe politica ha deciso di autogiudicarsi e, naturalmente, di autoassolversi. Si esulti pure, insomma, ma si abbia il buon gusto di farlo di nascosto.

Secondo. L’altro spettacolo mortificante di ieri riguarda il tormentone dell’ormai celeberrima casa di Montecarlo. Sui giornali è finita una lettera nella quale un ministro dell’isola di Santa Lucia, un paradiso fiscale delle Antille, dice al suo premier che il vero proprietario dell’immobile è proprio Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini. In sintesi: se fosse vera, la lettera sarebbe la prova che la casa – lasciata in eredità ad An – è stata venduta a un prezzo stracciato a un familiare di Fini.

Questi ha reagito dicendo che quel documento è «un falso, talmente fatto bene da pensare che dietro ci siano i servizi». I suoi fedelissimi hanno rincarato la dose. Carmelo Briguglio ha formalmente chiesto che «il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica assuma una decisa iniziativa in relazione alla pubblicazione di atti di dubbia autenticità, se non addirittura falsi». I finiani parlano di «vergognoso dossieraggio contro la terza carica dello Stato». E perlomeno complice del dossieraggio sarebbe «il quotidiano di famiglia del presidente del Consiglio», cioè il Giornale, impegnato in una «incessante campagna scandalistica ai danni del presidente di un ramo del Parlamento».

E’ chiaro che i casi sono due. O l’Italia è un Paese in cui il premier usa i servizi segreti per far fuori il presidente della Camera; oppure è un Paese in cui il presidente della Camera lancia accuse gravissime senza dimostrarne la fondatezza. Nel primo caso sarebbe un letamaio; nel secondo un manicomio. Anche perché il dubbio non sembra difficile da sciogliere: basterebbe chiedere al governo di Santa Lucia se quel documento è autentico oppure no. E magari non sarebbe male neppure se Fini e suo cognato ci dicessero finalmente a chi hanno venduto quella benedetta, anzi maledetta casa. Insomma dopo la giornata di ieri il governo è salvo, e il Parlamento pure. Ma che ci sia davvero di che rallegrarsene, beh, questa è una domanda che viene spontanea. Com’è spontaneo chiedersi in che mani siamo.

Cosentino, la Camera nega l’uso delle intercettazioni

Con il voto segreto negato l’uso delle intercettazioni con 308 sì e 285 no. Bersani: “Lega ancora una volta complice”. Franceschini: “mancano 15 voti, fatto gravissimo”. Orlando: “Cosentino ammette finalmente che il collante di larga parte di questa maggioranza è la ricerca dell’impunità.
L’aula della Camera ha respinto la richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni che riguardano Nicola Cosentino, parlamentare e coordinatore del Pdl in Campania, ex Sottosegretario all’economia dell’attuale governo. Gli ascolti dei nastri quindi non potranno essere utilizzati per le indagini sui suoi collegamenti con la camorra. I sì per respingere la richiesta sono stati 308, i no 285. A votare no sono stati Pd, Idv, Fli, Udc e Api. A votare sì sono stati Pdl e Lega.

Pierluigi Bersani, dopo l’esito delle votazioni ha parlato di “voto inaccettabile ed indecoroso. Il centrodestra cerca la sua sopravvivenza difendendo un deputato su cui pesano gravissime accuse”. “La Lega – ha dichiarato il Segretario del Pd -per l’ennesima volta è stata determinante nel sostenere decisioni vergognose dal lato della moralità pubblica. Se ne assumerà la resposabilità davanti all’opinione pubblica”.

“Mancano circa 15 voti. E’ un fatto gravissimo” ha dichiarato a caldo il capogruppo dei Democratici Dario Franceschini, dopo il voto che ha impedito l’uso delle intercettazioni per Nicola Cosentino.
“La richiesta di voto segreto da parte del Pdl parla da sola – osserva Franceschini- oltre a questo, costituisce un fatto gravissimo che manchino circa 15 voti, contando la differenza tra la somma di quelli che avevano annunciato di votare a favore dell’uso delle intercettazioni e il voto effettivo. Chi lo ha fatto si assume una grave responsabilitá personale e politica, sta ostacolando l’azione della magistratura nella lotta alla criminalità organizzata,”.
Franceschini aggiunge: “Su una cosa posso assicurare tutti: nessuno del Pd ha votato contro l’uso delle intercettazioni”.

Andrea Orlando, Presidente del Forum Giustizia del Partito
Democratico, ha commentato successivamente le dichiarazioni di Cosentino, rispetto al risultato del voto. “Leggiamo con sconcerto che il voto sull’utilizzo delle intercettazioni che lo riguardano, ad avviso di Cosentino prescinde dal merito e avrebbe prodotto un rafforzamento politico del governo. Le conseguenze logiche di questa dichiarazione sono due, la prima è che le argomentazioni fatte in Aula dal Pdl, riguardanti il merito e i relativi richiami al garantismo, sono false e pretestuose. La seconda – ha proseguito Orlando – è che Cosentino ammette finalmente che il collante di larga parte di questa maggioranza è la ricerca dell’impunità”.

Luisa Bossa, deputata Pd, componente della Commissione antimafia, ha commentato con rammarico, subito dopo il voto, l’ovazione che ha accolto, alla Camera dei deputati, il risultato con cui si è negato l’uso delle intercettazioni nel procedimento giudiziario a carico di Nicola Cosentino.

“Che tristezza quegli applausi a favore di Cosentino, un simbolo della casta che difende se stessa. In un Paese normale – ha dichiarato la democratica Bossa – se un uomo pubblico viene coinvolto in una inchiesta penale con l’accusa di connivenza con la criminalità organizzata, si dimette da tutti gli incarichi e va a difendersi nelle sedi giudiziarie. In Italia, invece, Cosentino rimane deputato per mettersi al riparo dall’arresto, rimane coordinatore del Pdl in Campania per continuare a gestire un potere, e la Camera nega l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni nel procedimento penale, provando ad ostacolare l’azione dei magistrati e, quindi, l’accertamento della verità. Se Cosentino non ha nulla da nascondere perché negare l’uso delle intercettazioni? Se si ha la coscienza pulita perché non sottoporsi totalmente all’azione giudiziaria?”.

Questa mattina il Gruppo alla Camera, Futuro e Libertà ha sciolto il nodo su come esprimersi sul voto: il responso è stato di votare in materia compatta un si all’autorizzazione ad usare le intercettazione insieme alle opposizioni, nonostante fino a ieri i finiani apparissero divisi sul da farsi.

Il Pdl invece ha deciso per il ‘voto segreto’, sicuramente non per lasciare libertà di coscienza nel merito della questione, piuttosto perché un voto palese di Fli con il Pd, l’Italia dei Valori e l’Udc, avrebbe minato l’immagine politica della maggioranza.

Cosentino ha mantenuto nei giorni scorsi un’apparente tranquillità, dichiarando ancora, alla luce dei fatti che le ‘le intercettazioni che lo riguardano risultano irrelevanti’. “Non ho detto che sono d’accordo – ha spiegato il deputato del Pdl – ma chiederò all’Aula di valutare liberamente”.

Ovunque si è parlato del voto come di un ‘test anticipato’ sulla tenuta della maggioranza di governo, rispetto al voto sui cinque punti che Silvio Berlusconi illustrerà il 28 alla Camera e il 30 al Senato. La maggioranza matematica di 316 deputati non è stata raggiunta.

www.partitodemocratico.it

Università, Pd a Tremonti: nuove risorse? Cominci a ridare il maltolto

Ghizzoni: Governo ha scippato 1,5 miliardi di euro a università
“Ma quali nuove risorse! Il governo cominci a ridare il maltolto, che è più di un miliardo e mezzo di euro, solo dopo si potrà cominciare a parlare di ‘nuove risorse’”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta quanto dichiarato dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti che nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il ministro Gelmini ha detto che nel Dl di fine anno vi saranno nuove risorse per la riforma universitaria. “La fantomatica ‘ridotazione per un sistema universitario profondamente cambiato’, di cui parla Tremonti, è una bufala perché il ddl Gelmini, per la quantità di deleghe e di decreti attuativi necessari, non muterà nulla nell’immediato. La verità è che servono risorse subito per garantire il funzionamento delle università. Chiediamo quindi che nel decreto di fine anno il governo rimetta il miliardo e mezzo di euro che ha ‘scippato’ agli atenei”.

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Il comunicato stampa dell’On Ghizzoni risponde alla conferenza stampa che si è tenuta oggi a Palazzo Chigi

Università, Tremonti: nuovi fondi nel decreto di fine anno

Il Ministero dell’Economia rivedrà gli stanziamenti per l’Università nell’arco dei prossimi due mesi e la nuova dotazione sarà inserita in un decreto legge di fine anno. Lo ha spiegato Giulio Tremonti nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. “Dobbiamo rivedere la dotazione. Pensiamo che in un mese o due si definiscano i presupposti del cosiddetto decreto di fine anno. Per quella data avremo ben chiaro quanto di ridotazione finanziaria sia necessario”, ha detto Tremonti. Poi scherza: “Non potrei parlare, sono in conflitto di interessi. Sono stato un borsista, un assistente, poi professore universitario e credo di conoscere bene il problema dell’Università. Bisogna introdurre stabilità e sicurezza in un quadro di stabilità finanziaria”.

In conferenza stampa il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha fatto un appello ai ricercatori “a non interrompere la didattica”. E ha promesso che il Governo “si attiverà per favorire la carriera dei giovani studiosi”.
L’interruzione della didattica, ha detto il ministro, “va a scapito degli studenti che rischiano di perdere molti mesi per il loro studio. Mi appello ai ricercatori perché si sentano considerati e valorizzati dal governo. C’è la massima attenzione alle loro esigenze. Con le risorse che abbiamo a disposizione non aumenteremo la pianta organica – ha spiegato il ministro – ma verrà riqualificato il ruolo dei ricercatori con la possibilità di farli passare al ruolo di professori. Ma ciò deve avvenire in un clima di reciproca responsabilità, non a danno degli studenti”.

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“Più fondi alle università per stipendi e ricercatori” , di Lorenzo Salvia

L`annuncio di Tremonti. La Gemini punto a 10 mila assunzioni. Non c`è la somma ma c`è la data, fine dicembre.
Il ministro dell`Economia Giulio Tremonti dice che nel decreto di fine anno, il cosiddetto mille proroghe, ci sarà «una ridotazione delle università».

Soldi che, dopo i tagli delle passate Finanziarie, dovrebbero tappare il buco che mette a rischio l`avvio dell`anno accademico. Tremonti non si sbilancia sulla cifra:

«Per quella data avremo chiaro il quanto, in tempo per evitare un impatto negativo sui conti delle università». E lega il finanziamento alla riforma dell`università all`esame della Camera, un «buon testo» secondo il ministro, che però non piace all`opposizione: proprio ieri il Pd ha abbandonato i lavori per protesta contro la richiesta di stringere i tempi.

La promessa di Tremonti sui soldi arriva il giorno dopo l`appello di Giorgio Napolitano, «istruzione e ricerca sono una priorità», e alla vigilia dell`audizione alla Camera dei rettori. Non è un caso, probabilmente. Per ora sul suo tavolo ci sono le stime del ministero dell`Istruzione, una richiesta di un miliardo di euro. Quei soldi servirebbero a ripianare, almeno in parte, il buco che impedirebbe agli atenei di pagare tutti gli stipendi. E dovrebbero essere utilizzati anche per i ricercatori che ieri il ministro dell`Istruzione Mariastella Gelmini ha invitato a «non bloccare la didattica» per protesta con tro la riforma.

Una parte dei 24 mila ricercatori universitari dovrebbe avere la possibilità di salire di grado e, tramite concorso, diventare professore associato. Una fetta di quel miliardo, infatti, dovrebbe essere utilizzata per assumere in sei anni 10mila associati. Nessuna sanatoria, i concorsi sarebbero aperti a tutti: ma storicamente quasi il 90%o degli associati viene proprio dalla categoria dei ricercatori. Bisognerà vedere se cifre del genere reggeranno ai problemi di bilancio ed al clima da assalto alla diligenza che si scatena al momento di dividere la torta dei fondi pubblici. Ma quando le tabelle sono state presentate a Tremonti, il ministro le ha giudicate fondate.

La Conferenza dei rettori «valuta positivamente» l`impegno preso da Tremonti.

L`opposizione, invece, non crede alle sue parole. «Ma quali nuove risorse – dice per il Pd Manuela Ghizzoni, capogruppo in commissione Cultura alla Camera – il governo cominci a ridare il maltolto, .che è più di un miliardo e mezzo di euro, solo dopo si potrà cominciare a parlare di nuove risorse». Critiche anche da Domenico Pantaleo, segretario della Flc Cgil: «Quello del governo è un ricatto: ti concedo i soldi solo se passa la riforma. Ma secondo noi la riforma deve essere ritirata».

Il Corriere della Sera 23.09.10

Università, Pd abbandona ufficio presidenza commissione Cultura

Ghizzoni, governo chiede iter rapido, ‘mance’ non ci fanno cambiare idea su riforma sbagliata. “Il partito democratico abbandona l’ufficio di presidenza della commissione Cultura per protestare contro la richiesta del governo di una accelerazione dei tempi dell’esame della riforma universitaria”. Lo rende noto la capogruppo democratica della VII commissione di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: “è una richiesta inaccettabile che tradisce tutte le dichiarazioni di disponibilità ad un confronto fatte in questi giorni dal ministro Gelmini. Questa non è di certo la riforma che serve all’università e non saranno certo le piccole mance a farci cambiare idea. E poi – conclude – non accettiamo questa chiusura pregiudiziale a quel confronto tra le forze politiche che il sistema universitario ci richiede”.

"Perché dovremmo essere contenti?", di Giuseppe Caliceti

Cara Gelmini, lei continua a parlare di riforma epocale. In realtà si tratta di un grande pasticcio. I suoi tagli sconsiderati a fondi e personale mettono in ginocchio la scuola pubblica e depotenziano ai minimi storici l’offerta formativa a studenti e alunni. E in più di un punto contraddice alcuni articoli della nostra Costituzione e alcune leggi dello Stato che dovrebbe conoscere. Bisognerebbe che si informasse di più. Bisognerebbe che sapesse come i tagli alle elementari, cancellando la compresenza, di fatto cancellano il tempo pieno, fatto di tempi distesi e lavoro a piccoli gruppi di livello, laboratori e uscite didattiche, trasformandolo in una sorta di doposcuola che penalizza fortemente la qualità dell’apprendimento e dello star bene a scuola degli alunni. Bisognerebbe che tenesse sempre presente come i Paesi Ocse spendono in media il 5,7% del Pil per il loro sistema scolastico, mentre l’Italia spende solo un vergognoso 4,5%. E rileggesse la nostra Costituzione quando parla di scuola laica e gratuita. Mentre oggi i genitori degli alunni devono sborsare contributi. In alcuni casi anche di 150/200 euro. Per la normale manutenzione delle scuole pubbliche che frequentano i loro figli, che spetterebbe a lei. Scuole che vantano nei confronti del ministero dell’Istruzione crediti che vanno dai cento ai duecentomila euro.
Ancora: smetta, per favore, di raccontarci la favoletta del rapporto troppo alto tra docenti e studenti in Italia dimenticandosi sempre, colpevolmente, degli studenti disabili e dei docenti di sostegno. Che esistono, non sono ancora gettati dalla rupe. Non sa che questi docenti non sono calcolati, in altri Paesi, perché spesso legati al ministero della Sanità e non dell’Istruzione? Non si rende conto che i numeri che dà, in questo modo, sono palesemente falsi? Attualmente la legge parla di un insegnante di sostegno ogni due alunni con disabilità. Mentre lei, nonostante la certificazione delle Asl, garantisce che questi bambini siano seguiti solo 4/6 ore a settimana. Lo so, non c’è niente di meno economico di un bambino disabile, ma le sembra onesto e civile comportarsi come fa lei? Dovrebbe inoltre studiare meglio la legislazione sulla sicurezza nelle scuole. Sono sicuro che lei, come ministro, è tenuta a farla rispettare. Prevede un massimo di 25 alunni per aula, lo sa? Mentre lei parla di un minimo di 27 e un massimo di 35 studenti per classe. E per aula, dunque. Le chiedo: in caso di incendio o terremoto, in caso di incidenti, o di morte di uno studente, chi è il responsabile di quella morte annunciata? Lei? O i docenti che si adeguano alle sue indicazioni?
E poi: lei, Gelmini, è al corrente del fatto che alle medie, con la sua manovra, non esistono più laboratori espressivi, corsi di italiano per stranieri, interventi di recupero e potenziamento? Non crede che in questo modo non favorirà l’integrazione? È sicura che cancellare ogni tipo di sperimentazione nei licei risponda a una reale esigenza di rinnovamento? O non si tratta di una semplice questione di risparmio? E quali motivazioni didattiche l’hanno spinta a eliminare ore di lezione anche negli Istituti tecnici e professionali e nei licei? Cosa significa, per lei? Che meno stanno a scuola, più i ragazzi imparano? Insomma, perché, come lei sostiene, i genitori degli alunni e degli studenti italiani dovrebbero essere soddisfatti della sua riforma?

Il Manifesto 22.09.10

"Uccide i genitori e li getta nel lago: erano un peso", di Ferdinando Camon

Adesso la speranza è che il figlio che ha ucciso i due anziani genitori, gettandoli nel Lago di Garda, non l’abbia fatto per le ragioni che, in modo confuso, trapelavano ieri sera. Perché se le ragioni fossero quelle, allora il delitto sarebbe, non il più atroce, perché un parricidio-matricidio è sempre atroce, ma il più allarmante. Per tutti noi. Venivan fuori, ieri sera, ragioni di soldi: nonostante che i due anziani fossero pensionati, il figlio avrebbe dichiarato che «avevano pensioni troppo basse». A queste ragioni si sovrapponevano i disturbi mentali del figlio, la depressione. La speranza è che questi disturbi coprano tutte le altre cause. Perché altrimenti questo non sarebbe il caso del figlio che fa fuori i genitori perché hanno molto denaro e vuol impossessarsene (come Maso, come Carretta), ma un caso di nuova specie, un figlio che fa fuori i genitori per punirli perché hanno poco denaro, non sono in grado di darne anche a lui. Pensioni basse, non meritano di vivere. I genitori avevano 76 anni lei e 75 lui, il figlio ne ha 46: a 46 anni succhia ancora denaro dai genitori, non anziani ma ormai vecchi, e se non ne hanno li ammazza. Qui i problemi sono due: fino a quando i padri devono mantenere i figli, all’infinito?, finché morte non li liberi?, e se i genitori debbano lavorare per ottenere una buona pensione, non al fine di mantenersi, ma al fine di non venire ammazzati.

A 75-76 anni puoi stare tranquillo con la tua pensione non se mantiene te, ma se mantiene i figli. Se questa restasse la spiegazione, non avremmo scampo, la famiglia dove i figli dipendono eternamente dai genitori diventa per tutti una trappola mortale. Nessuno riesce a scappare. Né padri né figlio.

È così che nel figlio può essersi impiantata la depressione, tipica malattia delle situazioni senza via d’uscita, dove vedi che tutto ti va male oggi e prevedi che tutto andrà peggio domani. Insoddisfazioni economiche e crisi depressive si sommano, le une potenziano le altre, e impediscono che vengano risolte. Figli quarantenni economicamente dipendenti sono un dramma. Figli quarantenni con crisi depressive sono un dramma ancora peggiore, la più cupa sofferenza che ti possa avvelenare la vita, e, se sei vecchio, la morte. La depressione è una impossibilità di vivere sia in società (uscire, lavorare, avere amicizie o relazioni), sia in famiglia (fratelli, genitori). Il depresso è un peso. Lo sa. Sapendolo si deprime ancora di più. Sentendosi un peso si tormenta e cerca una liberazione. Quelli che gli stanno vicino sono in pericolo, e non lo sanno. Le cronache parlano troppe volte di madri depresse che tolgono di mezzo i figli e poi se stesse. Coloro che apprendono le loro gesta dai giornali provano orrore e quindi odio. Ma coloro che le curano, o convivono, coloro che sanno di più, provano soltanto pena. Qui, a Carpi, ieri sera e ieri notte le spiegazioni del parricidio-matricidio si sovrapponevano, nessuna eliminava le altre. Se questo figlio ha fatto quel che ha fatto perché la depressione l’ha accecato, pietà per lui. Se l’ha fatto perché i genitori non hanno una pensione sufficientemente alta e quindi non val la pena lasciarli vivere, allora, dobbiamo dirlo, pietà per noi.

La Stampa 22.09.10

Scuola Adro: Ghizzoni (Pd), Gelmini viene meno al suo ruolo istituzionale

“Ancora una volta abbiamo avuto la prova che il ministro Gelmini viene meno al suo ruolo istituzionale: se un genitore vuole portare suo figlio a una manifestazione pubblica è libero di farlo, ma un sindaco non può occupare uno spazio pubblico come è la scuola con simboli di partito, spinto solo dalla sua ideologia, come sta avvenendo ad Adro. Il ministro della Pubblica istruzione deve essere il garante della funzione educativa della scuola che non può essere appannaggio di nessun partito. Mariastella Gelmini ha mostrato solo i suoi tentennamenti, negando per l’ennesima volta una netta condanna contro le scelte del sindaco di Adro, senza dare un’indicazione concreata per ripristinare la legalità”.
Lo afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio.

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Scuola Adro: Corsini (Pd), Gelmini non competente, Maroni si sottrae

“Sul caso della scuola di Adro, in provincia di Brescia, la risposta del ministro Gelmini al question time, è stata contraddittoria ed evasiva e il suo comportamento inerte ed inefficace, tanto che non ha fornito nessuna indicazione concreta affinchè sia ripristinata la legalità in quella scuola, oggi simbolo di un partito e non della ricerca, del dialogo, della tolleranza”. Lo ha detto Paolo Corsini, deputato del Pd e primo firmatario dell’interrogazione a risposta immediata sulla scuola di Adro “ormai espressione del regime “leghista-padano” – sostiene Corsini – visto che i simboli leghisti sono stati ovunque collocati, dai banchi agli zerbini, dai cestini dei rifiuti ai tavoli. In realtà, avevamo rivolto la nostra interrogazione – precisa ancora Corsini – al ministro dell’Interno che è quello competente a risolvere questa odiosa faccenda: purtroppo, abbiamo dovuto prendere atto che Maroni si è sottratto a questo suo compito, forse perché si sente in imbarazzo rispetto ad un sindaco che non riconosce l’autorità dello stato e del governo e si affida al verbo di Bossi in quanto capo di partito”.