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"Fincantieri. Si muova il governo. Sciopero di 8 ore in ottobre", di Giuseppe Vespo

Nuove proteste e nuovi dettagli. Il piano di Fincantieri continua ad agitare la cantieristica navale. Lunedì il colosso di Stato controllato da Fintecna incontrerà a Roma i sindacati, che hanno già bocciato il piano come «irricevibile» e indetto lo sciopero nazionale per il primo ottobre. Sono in ballo 2.450 posti di lavoro (indotto escluso), il ridimensionamento del cantiere di Sestri Ponente e la chiusura di Riva Trigoso e di Castellammare di Stabia, destinati a trasformarsi in porti turistici. L’azienda per adesso si limita a sottolineare che si tratta di una «bozza di studio» che non è stata ancora discussa. Ogni decisione, dicono, è rimandata al prossimo cda di gruppo che non è previsto a breve. Tuttavia, a causa della «grave crisi del mercato Fincantieri cerca di prefigurare i vari scenari, anche per non farsi trovare impreparata». Scenari che non piacciono affatto a sindacati e a lavoratori, che ieri hanno ripreso scioperi e manifestazioni dopo quelle dei giorni scorsi.

TENSIONE Nel cantiere di Palermo la polizia ha cercato di sgomberare la piattaforma petrolifera della Saipem «Scarabeo 8», occupata dagli operai che ne curano la manutenzione. Fincantieri ha previsto di spostare altrove lo «Scarabeo 8» e così a Palermo arriverà altra cassa integrazione. In Campania invece gli operai di Castellammare hanno bloccato la statale Sorrentina. Nel frattempo a Roma si è tenuta l’assemblea pubblica sulla cantieristica organizzata da Fiom, Fim e Uilm, insieme a tutti gli amministratori delle località toccate dal piano tagli del gruppo navale. La conferenza ha approvato un documento unitario in cui si boccia il «pesante piano di ristrutturazione » di Fincantieri, avvertendo che «pregiudicherebbe definitivamente l’assetto industriale e occupazionale del gruppo, con conseguenze sociali imprevedibili». Fiom, Fim e Uilm, e i rappresentanti delle istituzioni locali hanno quindi ribatito la richiesta di un tavolo a Palazzo Chigi, respingendo l’incontro annunciato da Sacconi. «Non è lui che deve convocarlo» hanno detto, costringendo il ministro a fare un passo indietro. Duro a questo proposito il commento dei Democratici Sergio Cofferati e Andrea Cozzolino, che hanno presentato due interrogazioni sul piano del gruppo navale alla Commissione Ue: «Le dichiarazioni di Sacconi, che si defila sottolineando che il tavolo Fincantieri non sarà di sua competenza, e il silenzio imbarazzante del ministro dell’industria ad interim Berlusconi danno un’immagine grottesca di un governo incapace di affrontare una vertenza che minaccia, tra azienda e indotto, 7500 lavoratori».Su Fincantieri i senatori Pd hanno chiesto al governo un’audizione urgente.

L’Unità 22.09.10

"Walter, conta anche il metodo", di Piero Fassino

Caro Walter, in uno dei molti tuoi interventi di questi ultimissimi giorni hai scritto: «Discutere non è dividersi, mai. Noi dobbiamo essere una grande macchina democratica». Giusto.
Ma proprio per questo – e per l’esperienza di dirigente che hai – sai che, se si parte con il piede sbagliato, la macchina rischia di bloccarsi.
Proporre un documento di riflessione non solo è legittimo, è utile. Ma se si vuole che venga recepito come tale, allora non è indifferente come lo si propone. Tu che, più di ogni altro, sei esperto di comunicazione sai che un messaggio viene recepito non solo per quel che dice, ma per come è proposto. Il metodo è sostanza. C’erano molti modi per proporre la tua riflessione. In vista della direzione di domani potevi renderla pubblica, come contributo a quella discussione. Oppure potevi proporre a tutta Area Democratica – di cui fai parte – di assumere quel documento. Se proprio era necessario avere il consenso dei parlamentari potevi far arrivare il documento a tutti i deputati e senatori – comunque si fossero collocati nel congresso – e poi raccoglierne le adesioni.
Si è scelto invece un altro percorso: far trapelare ai giornali che si preparava un documento, senza peraltro darne i contenuti; poi, prima ancora che il testo fosse noto e compiuto, si è avviata la raccolta di adesioni non rivolgendosi a tutti i parlamentari, ma solo ad alcuni, con una curiosa selezione a priori fondata su una presunta affinità, peraltro tutta da dimostrare. Una raccolta di adesioni che in poche ore ha assunto i caratteri di una affannosa ricerca di firme, che ha del tutto oscurato la finalità originaria. D’altra parte non ti sfugge che per giorni sulla stampa il documento Veltroni è stato evocato non per i suoi contenuti, ma esclusivamente per il numero dei firmatari e i loro nomi. E siccome anche in politica 2+2 fa sempre 4, quel documento si è trasformato più che in contributo per la discussione, in uno strumento di organizzazione di una parte dei parlamentari del Pd.
Intendiamoci: dare vita ad un’area organizzata all’interno del Pd è del tutto lecito, come previsto peraltro dallo statuto. Ma non ci si può offendere se qualcuno lo dice. E soprattutto bisognerà pur prendere atto che a una larga parte dei nostri militanti e elettori quella iniziativa è apparsa più come fattore di divisione che di unità, soprattutto alla luce della grave crisi che vive la maggioranza di governo.
Scrivo queste cose rammaricandomi, perché sono certo che i 75 parlamentari che hanno sottoscritto sono mossi da una sincera preoccupazione per il futuro dell’Italia e per le sorti del Pd. E peraltro il documento contiene una giusta sollecitazione all’innovazione e al coraggio di aprirsi alla società che sarebbe sbagliato lasciar cadere. E vengono indicate priorità e proposte in grado di raccogliere largo consenso dentro e fuori il Pd. Ma tutto questo è largamente messo in ombra proprio dal modo in cui si è condotta l’iniziativa.
In ogni caso, poiché ho come regola di trarre sempre il positivo dalle cose, chiarito che a mio avviso il metodo è stato sbagliato, mi interessa discutere la sostanza e, ex malo bonum, chiudo questa mia riflessione con un duplice appello: a te, Walter, di non fare un’altra corrente, di cui davvero nessuno avverte il bisogno. E a Pier Luigi Bersani e a tutto il gruppo dirigente di non arroccarsi e di raccogliere il buono che in quel documento c’è per il miglior esito di quella comune impresa che si chiama Partito democratico.

da Europa Quotidiano 22.09.10

"Regolamento formazione iniziale degli insegnanti, un'occasione perduta", di Fabrizio Dacrema

Il nuovo regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti fornisce un’ulteriore conferma della vacuità politica del Ministro Gelmini. Questa è una della poche materie in cui il Ministro ha deciso senza essere sotto il comando dei tagli ordinati da Tremonti. Avrebbe quindi potuto fornire qualche prova dei sui proclamati intenti di modernizzazione della scuola. Invece tutti i nodi che si è trovata di fronte o li ha lasciati irrisolti o li ha sciolti in senso conservatore.

Parliamo di una di quelle vicende – la formazione iniziale degli insegnanti – in cui la politica scolastica italiana ha accumulato enormi ritardi. Solo i decreti delegati del 1974 (conquistati con la minaccia di sciopero generale dei sindacati confederali) stabiliscono finalmente che per insegnare è necessaria una formazione specialistica e universitaria. Passano però altri 16 anni prima che il Ministro dell’Università Ruberti predisponga i percorsi e si deve aspettare il 1998 per trovare un Ministro dell’Istruzione – Berlinguer naturalmente – che metta in atto questa riforma. Prendono così avvio i corsi di laurea in scienze della formazione primaria e le scuole di specializzazione per l’insegnamento nelle scuole secondarie (SSIS). Finalmente, con il nuovo millennio, anche in Italia per diventare insegnanti di deve conseguire una formazione alta (universitaria anche per i docenti della scuola dell’infanzia ed elementare) e specialistica (anche i docenti della secondaria devono conoscere oltre alle discipline anche le scienze dell’educazione). E soprattutto tutti i docenti devono acquisire competenze professionali specifiche per l’insegnamento attraverso l’interazione scuola-università: tirocini, laboratori e ricerca didattica.
Inutile dire che siamo di fronte a una delle condizioni essenziali per elevare la qualità della scuola italiana. È altrettanto evidente che questi cambiamenti, davvero epocali, non potevano non incontrare difficoltà e ostacoli nella loro prima attuazione. Nella concreta attuazione molti ambienti universitari hanno fatto prevalere un atteggiamento ostile alla formazione professionalizzante e alla collaborazione con il mondo della scuola: l’integrazione tra teoria e pratica spesso non si è realizzata, le relazioni tra i docenti universitari e i supervisori (gli insegnanti esperti che collaboravano con l’università) sono state difficili così come quelle tra università e istituzioni scolastiche in cui si sono svolte le attività di tirocinio.
Una innovazione difficile, quindi, che non è stata, per altro, sostenuta dalla continuità politica, visto che già nel 2001 il Ministro Moratti annunciava la chiusura delle SSIS (senza per altro mai riuscire ad attuare il suo nuovo decreto).
Il ministero Fioroni riprende la questione nella Finanziaria 2008, abroga i provvedimenti Moratti e stabilisce la definizione, mediante regolamento ministeriale, della formazione iniziale e del reclutamento del personale docente, attraverso concorsi ordinari, con cadenza biennale (comunque salva la validità delle graduatorie ad esaurimento). Il governo Prodi però cade prima del varo del Regolamento attuativo.
L’attuale governo, con la legge 133/2008, sopprime le SSIS, ma non abroga le nome varate da Fioroni e affida la definizione della nuova formazione degli insegnanti ad un gruppo di lavoro coordinato dal Prof. Israel.
Il provvedimento varato dal Ministro Gelmini non affronta i nodi della formazione iniziale degli insegnanti emersi dall’esperienza di questi anni, ma ne accentua i difetti e le disfunzioni.
Il Regolamento definisce nuovi percorsi per la formazione iniziale degli insegnanti: 5 anni di università, comprensivi del tirocinio, per insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria e 6 anni (5 di università e 1 di tirocinio) per insegnare nella scuola secondaria inferiore e superiore. Percorsi lunghi e impegnativi cui non corrisponde alcuna prospettiva sulle modalità di assunzione. Il decreto, infatti, non mette in relazione la nuova formazione iniziale dei docenti con nuove forme di reclutamento necessarie per offrire prospettive più certe ai giovani che scelgono di diventare insegnanti e ai precari che da anni attendono di essere stabilizzati.
Inoltre i percorsi sono fortemente differenziati: per la scuola primaria e dell’infanzia sono previsti percorsi quinquennali a ciclo unico, mentre per la secondaria inferiore e superiore si prevede, dopo la laurea disciplinare triennale, un corso di laurea magistrale biennale ed un successivo anno di tirocinio formativo attivo. Questa scelta di differenziare nettamente i percorsi per la scuola primaria da quelli per la secondaria contraddice l’obiettivo “storico” dell’unitarietà della funzione docente; in questo modo diventano impossibili anche i «passaggi» degli insegnanti da un ordine all’altro di scuola.
L’impianto culturale complessivo della formazione è pesantemente sbilanciato a favore della formazione disciplinare teorica e a discapito di quella pedagogico-didattica. Questa scelta è in netto contrasto con il profilo del docente indicato dall’Unione Europea, fondato su un curricolo formativo integrato tra teoria e pratica, tra laboratori e tirocinio, che poggi su tre gambe: psicologia, discipline e pedagogia, in una logica d’integrazione tra i tre elementi.
Nella formazione dei docenti della scuola secondaria si accentua la formazione disciplinare teorica, la pratica didattica è confinata nell’anno finale di Tirocinio Formativo Attivo (TFA). L’attività di tirocinio, ridotta ad un solo anno rispetto ai due delle precedenti Scuole di Specializzazione (SSIS), è un’isola non comunicante con il biennio magistrale: appare difficile, in un tempo così compresso, sviluppare attività di ricerca-azione, invece essenziali per la formazione di un profilo docente con capacità di riflessione sulla pratica didattica, di ricerca e di apprendimento permanente.
Nella scuola primaria torna una formazione coerente con il modello del “maestro unico tuttologo”, cui la Gelmini vorrebbe tornare superando “i modelli del tempo pieno e dei moduli”, fondati invece sulla specializzazione dei docenti solo su alcune discipline: a questo fine il percorso formativo dei futuri insegnanti della scuola primaria è imbottito di discipline in una logica enciclopedica e nozionistica, a discapito della qualità della didattica,
Alla compressione della formazione professionalizzante corrisponde un ruolo subalterno della scuola nei confronti dell’università: non sono valorizzate le competenze maturate sul campo nemmeno nella progettazione delle attività di tirocinio formativo attivo, dove alle istituzioni scolastiche autonome non è riconosciuto un ruolo paritetico. Nel decreto è, infatti, attribuito all’università un ruolo preponderante nella regia della programmazione e nella conduzione dei laboratori e del tirocinio, nella designazione dei docenti esperti per i laboratori, nella valutazione finale del tirocinio e nell’esame abilitante. Le istituzioni scolastiche nel loro insieme non rappresentano un interlocutore per l’università, ma si limitano alla presa d’atto delle designazioni dei tutor.
Infine il regolamento ignora del tutto l’istruzione degli adulti, nonostante la sua riorganizzazione, attraverso l’istituzione di unità scolastiche specifiche e autonome (centri provinciali per l’istruzione degli adulti), esiga la formazione di insegnanti con competenze specialistiche.

da ScuolaOggi 22.09.10

"Berlusconi è in fibrillazione. Paura del voto su Cosentino", di Francesco Lo Sardo

«Le mie sono intercettazioni di conversazioni normali per uno che fa politica da trent’anni in una regione come la Campania. Non chiederò l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni né il sostegno a un vincolo di maggioranza. Questo dirò: mi rimetto alla volontà dell’aula. E se la camera dovesse votare sì all’uso delle intercettazioni io dormirò lo stesso, tranquillo e sereno».
Così parlava ieri al calar della sera Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’economia di Tremonti ma soprattutto potentissimo ras campano del Pdl alla vigilia del voto di Montecitorio sull’utilizzo delle intercettazioni nelle inchieste a suo carico. Un voto segreto, ovvero una benedizione o una maledizione, ultima spes o fucilazione alle spalle, dipende dai casi della vita: quel voto segreto croce e delizia della vita parlamentare, fonte di salvezza o causa di immani catastrofi.
Sarà per questo che ieri, per tutta la giornata, Silvio Berlusconi era in fibrillazione. Non già per la sorte di Cosentino, ma per i rischi di contraccolpi sul suo governo che trema non solo e non tanto per l’incognita del voto dei finiani, attraversati da sfumature differenti che vanno dalla linea dei falchi di Granata al cauto aperturismo delle colombe alla Moffa e che decideranno questa mattina in assemblea se assumere una posizione unitaria, come gruppo di Futuro e libertà, o lasciare piena libertà di coscienza.
No, checché se ne pensi, ieri il rovello che ha funestato la giornata di Berlusconi era: che farà la Lega? Queste le confidenze di una vigilia agitata, raccolte in ambienti vicini a Berlusconi: in attesa che il Cavaliere – prima di un vertice notturno del Pdl – telefonasse a Bossi per ottenerne assicurazioni sul no leghista all’uso delle intercettazioni del suo coordinatore campano.
Già perché l’affaire Cosentino – come emerse a metà luglio nelle ore che precedettero le dimissioni del ras della Campania da sottosegretario implorate dal Cavaliere per disinnescare il voto su una mozione di sfiducia su cui il suo governo rischiava di saltare in aria – era e rimane un motivo di grave imbarazzo per Umberto Bossi.
Bestia nera dei finiani e di crescenti settori ex forzisti del Pdl campano che ne contestano lo strapotere Nick o’mericano, come lo chiamano nella sua Casal di Principe, feudo del clan dei Casalesi, è un incubo che i vertici del Carroccio – che continuano a coprire il pluri-indagato su cui pende già una condanna di fronte a un sempre più malmostoso elettorato padano – vorrebbero cancellare dal loro orizzonte. Perciò ieri mattina a palazzo Grazioli sono saltati sulla sedia quando hanno letto la dichiarazione del capogruppo dei deputati leghisti, Reguzzoni, che suonava più o meno così: «Sembra che Cosentino chiederà di votare a favore dell’uso delle intercettazioni a suo carico. Noi prendiamo atto che Cosentino s’è già dimesso da sottosegretario, quindi ora il voto ci pare un problema…residuale». Ma che vuol dire residuale? «Che vogliono fare questi della Lega?»: è scattato l’allarme Pdl. Se prendendo a pretesto un sì dello stesso Cosentino alle intercettazioni la Lega, tutta o in parte, vota come i finiani è il patatrac: lo spettro delle elezioni anticipate è ricomparso.
Chiedere di votare a favore delle proprie intercettazioni è un gesto di galanteria parlamentare. L’onore del deputato autore del beau geste è salvo: tanto poi ci pensano i gruppi d’appartenenza a fare quadrato e a respingere la richiesta. Ma qui il gioco è parso troppo rischioso a un Berlusconi che ormai vede congiure ovunque.
Perciò in serata Cosentino è corso ai ripari precisando – punto tutt’altro che di lana caprina – che lui oggi non chiederà affatto di votare sì all’uso delle bobine. Più tardi il Cavaliere ha riunito i suoi per studiare i numeri della camera e ha sentito Bossi. Ieri si raccontava di un Berlusconi che sarebbe stato persino tentato di lasciare libertà di voto, pur di evitare un qualunque rischio di sancire con un voto che il Pdl è minoranza.
Contrari i falchi berluscones. Di qui i contatti con il Senatùr. Che avrebbe rassicurato il Cavaliere. Il no all’uso delle intercettazioni di Cosentino avrà la maggioranza dei voti della camera. Dovrebbe andare così. Ma col voto segreto nessuno può mai dormire sonni tranquilli. Neppure Nick o’ mericano.

da Europa Quotidiano 22.09.10

Napolitano: «Occorre ridurre il debito, ma non si risparmia sull’Istruzione», di Marcella Ciarnelli

«Ho conosciuto molte persone che si sono pentite di non avere studiato abbastanza, nessuno che si sia pentito di avere studiato troppo. Non perdete l’opportunità che avete e, mi raccomando, quest’anno, proprio quest’anno mettetecela tutta ». Questo l’invito affettuoso rivolto dal presidente della Repubblica al termine del discorso con cui ha dato ufficialmente il via all’anno scolastico. Migliaia di ragazzini e docenti nel cortile del Quirinale, tanti altri in collegamento dalla Reggia di Venaria nei pressi di Torino e dal Palazzo Reale di Napoli. Un filo ideale di unità tra tre luoghi simbolo nell’anno in cui sono in pieno svolgimento le celebrazione del compleanno numero centocinquanta «dell’Italia unita in cui crediamo ». Certo il Paese è molto diverso da allora. Nel secolo e mezzo trascorso ci sono stati «enormi progressi».Ma se il «complicato sistema dell’istruzione italiana» non si trova certo più a misurarsi con l’analfabetismo «restano forti disparità territoriali» e «le differenze» tra Nord e Sud «non si sono annullate». Si starà «anche correndo più in fretta di altri ma non abbiamo raggiunto i paesi più avanzati».

IL FUTURO La competizione globale è dura. Le risorse sono poche. Eppure bisogna «spingere lo sguardo più lontano» pensare soprattutto «all’Italia nella quale vi trovare a vivere e vi porrete il problema del lavoro» ha detto il presidente strappando l’applauso dei cittadini di domani che si sono goduti il giorno di festa, sfoggiando magliette e cappellini, rigorosamente bianchi, rossi e verdi. Perché il futuro sia il migliore possibile c’è bisogno di «più qualità, più rapporto stretto tra istituzione e mondo del lavoro e, quindi, maggior spazio alle competenze necessarie nelle società contemporanee». Quindi «bisogna portare avanti l’impegno comune e categorico per la riduzione del debito pubblico ma bisogna riconoscere la priorità della ricerca e dell’istruzione nella ripartizione delle risorse pubbliche disponibili». Se «riformare si deve» bisogna farlo «con giudizio e non solo per raggiungere buoni risultati complessivi». Ma oltre alle risorse c’è bisogno «di costruire in tutti i campi una cultura e una pratica del merito» e «bisogna mettere in tutti i campi le persone in grado di meritare. Questo vale ovviamente anche per la scuola, per i suoi studenti, per i suoi insegnanti». Tra cui ci sono tanti precari che aspirano ad un’assunzione a tempi indeterminato e che debbono sì, avere un’adeguata formazione ma debbono anche vedersi offrire «validi strumenti di formazione e riqualificazione». Ma per raggiungere questi obbiettivi «bisogna investire. Nel passato non lo si è fatto abbastanza e si sono prodotte situazioni pesanti». E ai cittadini di domani che la scuola deve «educare alla sicurezza, alla legalità, al rispetto delle regole, alla tutela dell’ambiente, alla conoscenza della Costituzione, della storia della nostra patria, di coloro che hanno contribuito alla sua crescita civile» il presidente ha portato esempio un rappresentante della «buona politica, quello che la politica dovrebbe essere sempre»: Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica, barbaramente ucciso.

L’Unità 22.09.10

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“I tagli non penalizzino l´istruzione” Scuola, Napolitano difende i precari, di UMBERTO ROSSO

L´appello davanti al ministro Gelmini “Saluto i ragazzi di ogni origine e nazionalità”. Il riferimento alle “disuguaglianze e disparità che non riusciamo a colmare”
Un nuovo appello a non tagliare i fondi per la scuola, stavolta guardando negli occhi il ministro Gelmini che lo ascolta nel cortile d´onore del Quirinale, dove fra quasi duemila ragazzi in magliette verdi bianche e rosse si celebra l´apertura del nuovo anno scolastico. A loro, ma soprattutto al ministro della Pubblica Istruzione, Giorgio Napolitano consegna il suo messaggio: impegno «comune e categorico» nella lotta al debito pubblico ma va riconosciuta «la priorità della ricerca e dell´istruzione» nella ripartizione delle risorse disponibili. La strada dei tagli indiscriminati, ripete dunque ancora una volta il capo dello Stato fra gli applausi di studenti e insegnanti, collegati col Quirinale anche da Torino e Napoli in diretta tv, non porta lontano la nostra scuola e il futuro del nostro Paese.
Spiega che di cambiamento «c´era e c´è bisogno», che «riformare si deve», invoca una scuola con «più qualità, più strettamente legata al mondo del lavoro», da «irrobustire», ma sollecita anche l´affermazione di una «cultura del merito». Gli insegnanti? Bisogna «motivarli, dare loro validi strumenti di formazione». Il dramma dei precari? Si è creata, riconosce il presidente della Repubblica, una «situazione pesante, bisogna riqualificare quanti aspirano ad un contratto a tempo indeterminato». Insomma, servono proprio gli investimenti. Questioni che Mariastella Gelmini invece neanche sfiora nel suo breve saluto, ottimisticamente proiettato su un riassorbimento della disoccupazione giovanile che il progetto Italia 2020 (condotto insieme al ministero del Lavoro) dovrebbe assicurare.
I collegamenti dalla Reggia di Venaria, a Torino,e dal Palazzo Reale di Napoli sono una novità voluta da Napolitano, una maniera per celebrare anche così i 150 anni dell´unificazione. «Tre città, tre diverse realtà dell´Italia in cui crediamo, dell´Italia unita», spiega aprendo il suo discorso. Salutando con affetto i ragazzi «di ogni origine e nazionalità, perché per tutti la scuola è luogo d´incontro e di integrazione». E lo dice mentre l´inizio dell´anno è segnato dalle polemiche sulla discriminazione, dall´assessore romano che non considera italiani i figli di immigrati alla scuola di Adro ingolfata di simboli leghisti. Sul palco allestito nel cortile i ragazzi siciliani portano in scena un rap contro il pizzo, Proietti legge D´Azeglio, il critico Sermonti racconta Dante, Irene Grandi canta e tutti insieme poi ascoltano le parole del capo dello Stato. Bisogna sanare «squilibri, disparità, disuguaglianze» che si presentano ancora nell´istruzione che, al contrario, dovrebbe proprio servire a colmarle. La condizione sociale, spiega Napolitano, incide sulla possibilità che i ragazzi progrediscano nell´istruzione. «Ma il vero svantaggio insuperabile è una famiglia che non crede nello studio, che non crede nel merito».
Infine, l´omaggio al sindaco di Pollica, Vassallo, «ucciso perché voleva fare una buona politica, quello che la politica dovrebbe essere sempre».

La Repubblica 22.09.10

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Scuola, il freno di Napolitano sui tagli

Il rigore nei conti pubblici, certo. Ma a patto di salvare tutto il possibile nei due settori davvero fondamentali per il futuro del Paese, l’istruzione e la ricerca. Bambini in festa, tricolori che sventolano, cantanti famosi e pure qualche goccia di pioggia. Anche quest’anno l’inaugurazione ufficiale dell’anno scolastico si celebra qui, nel cortile d’onore del Quirinale. Ma dopo la lunga protesta dei precari ed i tagli della Finanziaria, la cerimonia non è affatto di routine.

«Sostengo con convinzione — dice Giorgio Napolitano — che nel portare avanti l’impegno comune e categorico per la riduzione del debito pubblico bisogna riconoscere la priorità della ricerca e dell’istruzione nella ripartizione delle risorse pubbliche disponibili». E questo, secondo il presidente della Repubblica, perché «se vogliamo che la scuola funzioni come un efficace motore d’uguaglianza e come fattore di crescita, bisogna che si irrobustisca». Non è la prima volta che il capo dello Stato richiama l’attenzione su questo punto. Ma così come in passato a questo appello ne lega un altro: «Sia chiaro, di cambiamento c’era e c’è bisogno» ma «riformare con giudizio si deve, e non solo alla scopo di raggiungere buoni risultati complessivi. Occorre sanare squilibri, disparità e diseguaglianze». Davanti ai 3 mila studenti arrivati da tutta Italia con i loro maestri e professori, Napolitano entra anche nel merito delle riforme: «Per elevare la qualità dell’insegnamento occorre motivare gli insegnanti e richiedere, è vero, che abbiano un’adeguata formazione, ma anche offrire loro validi strumenti formativi e di riqualificazione. E in tutto ciò, ovviamente, è necessario investire». È a questo punto che dalla platea arriva l’applauso più lungo. «Nel passato — riprende il capo dello Stato — non lo si è fatto abbastanza, e si sono prodotte situazioni pesanti. Occorre dunque qualificare e riqualificare coloro che aspirano ad un’assunzione a tempo indeterminato». Un chiaro riferimento a non abbandonare al loro destino i precari, che solo pochi giorni fa aveva incontrato a Salerno parlando dell’opportunità di un dibattito parlamentare su questo tema.

Oltre al capo dello Stato dal palco del Quirinale parla anche Mariastella Gelmini. Ma il ministro dell’Istruzione non tocca la questione delicata dei finanziamenti. Ringrazia «tutti gli insegnanti che, nei mille borghi come nelle grandi città della penisola, spesso con grandi sacrifici personali, prestano la loro opera preziosa». E poi, visto che quest’anno la cerimonia si intreccia con le celebrazioni del 150° anniversario dell ’ Unità ,ricor da quanto l a scuola ha fatto per costruire l’Italia e contro l’analfabetismo.

Ma è proprio su nodo dei finanziamenti che arrivano gli apprezzamenti dell’opposizione per le parole del capo dello Stato. «Sono un richiamo per tutti — dice Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd — a investire sul capitale umano per tornare a crescere». Mentre per l’Italia dei valori, con Massimo Donadi, quella che arriva dal Quirinale è una «chiara bocciatura dei tagli alla scuola fatti con l’accetta dal governo».

Il Corriere della Sera 22.09.10

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“Il monito di Napolitano: anche nella crisi l’Istruzione al primo posto”, di Alessandro Giuliani

Risorse, merito e qualità: è la via tracciata il 21 settembre dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, davanti al ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, e agli oltre 1.600 studenti e docenti presenti nel Cortile d’Onore del Quirinale in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico, trasmessa anche in diretta da RaiUno. Il Capo della Stato ha detto che anche davanti “all’impegno comune e categorico di riduzione del debito pubblico bisogna riconoscere la priorità della ricerca e dell’istruzione nella ripartizione delle risorse disponibili”. A tal fine occorre “riformare con giudizio e non solo allo scopo di raggiungere buoni risultati complessivi. Se vogliamo che la scuola funzioni come un efficace motore di uguaglianza e come un fattore di crescita, bisogna che si irrobustisca”. Occorre quindi “sanare squilibri, disparità, disuguaglianze che – ha aggiunto – si presentano anche nell’Istruzione”. A proposito del merito, vero ‘cavallo di battaglia’ del ministro Gelmini, Napolitano ha detto che “bisogna mettere in tutti i campi le persone in grado di meritare. Questo vale ovviamente anche per la scuola, per i suoi insegnanti e per i suoi studenti”. Per “elevare la qualità dell’insegnamento occorre motivare gli insegnanti”, chiedere loro una preparazione “adeguata” ma anche “offrire strumenti formativi e di riqualificazione e su questo è necessario investire”.Il Presidente ha ammesso che “di cambiamento c’era e c’è bisogno”, ma questo va necessariamente accompagnato nella direzione giusta, di “più qualità, rapporto più stretto tra istruzione e mondo del lavoro, maggiore spazio alle competenze necessarie nelle società contemporanee”.A pochi giorni di distanza dal sostegno rivolto ai precari di Salerno http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=29733&action=view, il Capo dello Stato è tornato ad auspicare l’introduzione di un sistema in grado di “riqualificare coloro che aspirano a un contratto a tempo indeterminato”.Nessun riferimento al personale non di ruolo è stato fatto dal ministro Gelmini: il responsabile del Miur ha, invece, rivolto un ringraziamento a tutto il personale dell’amministrazione e agli insegnanti per la loro “opera preziosa” fornita per il regolare avvio del nuovo anno scolastico. Che, sempre secondo il responsabile del Miur, “si è aperto regolarmente in tutto il Paese”.

“Si tratta di un anno con tante novità – ha ricordato il ministro – tra le quali non posso dimenticare la riforma della scuola superiore attesa da tempo”. L’inquilino del dicastero di viale Trastevere si è soffermato sulle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia: ha auspicato “non abbiano un’impronta statica ma guardino al futuro con i giovani davvero protagonisti: come ministero dell’Istruzione – ha continuato Gelmini – abbiamo coinvolto tutte le scuole nella realizzazione di un portale dedicato ai 150 anni dell’Unità: il dovere della memoria è essenziale in democrazia”. A sostegno di questo concetto, il Ministro ha sottolineato come la scuola abbia “rappresentato la leva più importante anche per raggiungere la mobilità sociale trasformando milioni di figli di contadini, di umile e povera gente, in tecnici, operai specializzati, ingegneri, medici e professori”: un processo che “ha contribuito a rendere la nostra società più libera, eguale e democratica: dobbiamo continuare con decisione su questa strada sapendo che i tempi sono cambiati ma il valore della scuola sono immutati”.”Come in passato – ha continuato Gelmini – attraverso la scuola si è sconfitto l’analfabetismo, dobbiamo adoperarci oggi perchè venga eliminata la dispersione scolastica e ogni forma di abbandono e per questa via abbattere la disoccupazione giovanile”.

Il ministro ha, con l’occasione ricordato che con il ministero del Lavoro è stato “disegnato per gli uomini e le donne di domani” il progetto Italia 2020: “va esattamente nella direzione di favorire e accelerare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”.Alla cerimonia – presentata da Fabrizio Frizzi – hanno partecipato diversi campioni italiani dello sport, anche giovanissimi, alcuni cantanti, come Irene Grandi, la prima ad esibirsi, e Valerio Scanu e diversi artisti, tra i quali l’attore romano Gigi Proietti.

da Tecnica della Scuola 22.09.10

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Napolitano: ”Prioritaria la spesa per istruzione e ricerca”

Nel corso della cerimonia odierna al Quirinale per l’avvio dell’anno scolastico, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo intervento ha in qualche modo fissato del proprio pensiero su uno dei temi da lui più sentiti, quello dell’istruzione. Napolitano ha spiegato che “nel portare avanti l’impegno necessario per la riduzione del debito pubblico, bisogna riconoscere la priorità della ricerca e dell’istruzione nella ripartizione delle risorse pubbliche disponibili”. Occorre, ha continuato il Capo dello Stato, ”riformare con giudizio, occorre sanare squilibri, disparità, disuguaglianze che si presentano anche nell’Istruzione che dovrebbe servire proprio a colmare le disuguaglianze”. Inoltre ”occorre partire da diagnosi adeguate”.
Il Presidente ha sottolineato il valore della cultura del merito: “Chi nasce in una famiglia povera spesso è più motivato nello studio, ma il vero svantaggio insuperabile è una famiglia che non creda nello studio, che non creda nel merito. Va costruita in tutti i campi una cultura e una pratica del merito”. E questo, ha aggiunto Napolitano, “vale anche per la scuola, per i suoi insegnanti e i suoi studenti”.
Il Capo dello Stato ha avuto parole anche per la motivazione dei docenti: “Occorre motivare gli insegnanti. E’ necessario che abbiano un’adeguata formazione e che abbiano adeguati strumenti formativi e di riqualificazione”. Per la formazione, ha continuato “è necessario investire, nel passato non si è fatto abbastanza”. Il capo dello Stato ha poi spiegato che “è opportuno riqualificare coloro che aspirano a un contratto a tempo indeterminato”.
Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, nel suo messaggio rivolto agli studenti riuniti nel cortile d’onore del Palazzo del Quirinale, ha invece posto la propria attenzione sulla piaga della dispersione scolastica: “Come in passato attraverso la scuola si è sconfitto l’analfabetismo, dobbiamo dunque adoperarci oggi perché venga eliminata la dispersione scolastica ed ogni forma di abbandono e per questa via abbattere la disoccupazione giovanile”.
Il ministro ha poi ricordato il progetto “Italia 2020”, studiato con il Ministero del Lavoro, “per gli uomini e le donne di domani per favorire ed accelerare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”. Un progetto che, ha aggiunto la Gelmini, “insieme alla riforma del sistema universitario in dirittura di arrivo nelle prossime settimane, vuole consegnare al Paese un sistema educativo capace di coniugare tradizione ed innovazione”.

da Tuttoscuola 22.09.10

"La vittoria dell'asse Berlusconi-Geronzi", di Massimo Giannini

La battaglia contro Alessandro Profumo e la conquista di Unicredit è l´ultima, grande operazione del capitalismo di rito berlusconiano-geronziano. L´indecoroso «dimissionamento» dell´amministratore delegato e il clamoroso ribaltone al vertice della prima banca italiana non è solo la sconfitta di una certa idea del libero mercato, dove ognuno fa il suo mestiere: la politica detta le regole del sistema, i manager gestiscono le società creando valore per gli azionisti, e i soci incassano gli utili e i dividendi. In Italia non funziona così: nelle grandi casseforti dell´economia e della finanza, spesso blindate tra partecipazioni incestuose e relazioni pericolose, politici arrembanti e azionisti deferenti si alleano per far fuori i manager disobbedienti. Letta in questa chiave, la battaglia di Piazza Cordusio e la cacciata di Profumo lasciano sul campo due sicuri vincitori: Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il presidente del Consiglio ottiene una vittoria politica, in vista dell´appuntamento cruciale che, nella sua agenda, è fissato per il marzo 2011: le elezioni anticipate. Il presidente delle Generali strappa una vittoria finanziaria, in vista della mossa che, nella sua testa, chiuderà il «Risiko» dei Poteri Forti: la fusione Generali-Mediobanca.
Tra un appuntamento a Palazzo Chigi (dove dispone di un suo ufficio) e una colazione da Mario a via de´ Fiori (dove pranza con gli ospiti di riguardo) lo spiega direttamente Luigi Bisignani, fiduciario di Gianni Letta e uomo di raccordo della filiera berlusconian-geronziana: «Voi continuate a mettermi in mezzo, ma con questi affari io non c´entro. Detto questo, mi pare che stiamo solo al primo passo: il prossimo sarà la grande fusione… «. La «grande fusione», appunto. Cioè il «merger» Mediobanca-Generali, di cui il Cavaliere di Arcore dichiara di non occuparsi e il Leone di Trieste giura di non sapere nulla. In realtà le cose stanno diversamente. E l´affondamento di Profumo è solo una tappa, in questo percorso di guerra. Unicredit è il primo azionista di Mediobanca, con l´8,6% del capitale. Qualunque operazione su Piazzetta Cuccia non si può fare, se non controlli il capo-azienda di Piazza Cordusio. Anche per questo è partito l´attacco a «Mister Arrogance». Ecco in che modo.
La partita politica.
Come riassume un ministro che si è occupato in questi mesi della vicenda, «il destino di Profumo era segnato da un anno e mezzo, e lui era il primo a saperlo». In parte è così. L´amministratore delegato sapeva di avere ormai troppi nemici, dentro e fuori dalla banca. C´è chi sostiene addirittura che la sua fine sia stata decretata l´8 luglio, nella famosa cena a casa di Bruno Vespa, dove Berlusconi, seduto a fianco di Cesare Geronzi, avrebbe imposto al governatore della Banca d´Italia Draghi uno «scambio»: io ti sostengo per la corsa alla Bce, tu non ti opponi al ribaltone in Unicredit. Ipotesi ardita. Forse fantasiosa. Sta di fatto che il ministro del Tesoro Tremonti, non invitato a quella cena, non ha gradito. E da quel momento, dopo aver bastonato per due anni le banche e i banchieri, ha curiosamente cominciato a difendere Profumo.
E sta di fatto che lo stesso Profumo, prima dell´estate, si è mosso con i libici, per cercare una sponda che gli desse manforte contro gli altri azionisti all´attacco, dalle Fondazioni delle Casse del Nord ai tedeschi dell´Allianz guidati dal presidente di Unicredit Dieter Rampl. Per questo all´inizio di agosto, alla vigilia della partenza per le ferie, lo stesso Profumo è andato in missione ad Arcore, a spiegare a Berlusconi il senso dell´ingresso dei libici nel capitale Unicredit. Dal suo punto di vista, i fondi sovrani del Colonnello Gheddafi dovevano essere il suo «cavaliere bianco». E invece si sono rivelati il «cavallo di Troia», che lo stesso Berlusconi, Bossi e Geronzi – attraverso Palenzona, Biasi e Rampl – hanno usato per sfondare le sue difese.
Il premier, in quell´occasione, ha dato ampie garanzie a Profumo: «Procedi pure con i libici». Ma è stata una pillola avvelenata. Nel frattempo il suo affarista di fiducia per l´area Sud del Mediterraneo, Tarak Ben Ammar, con la benedizione di Geronzi di cui è a sua volta amico personale, ha trattato direttamente con Gheddafi i termini del suo impegno in Unicredit. Un impegno che doveva servire da alibi, per lanciare l´offensiva contro Profumo, ancora una volta all´insegna (pretestuosa) della difesa dell´«italianità» dei campioni nazionali. Il segnale che l´operazione libica stava prendendo una piega diversa da quella immaginata dall´amministratore delegato è arrivato un mese dopo. Il 25 agosto, al meeting di Cl a Rimini, proprio Geronzi si è lasciato andare a una frase sibillina: «Fin dai tempi di Capitalia, i libici sono stati i migliori soci che io abbia mai avuto». È parsa una dichiarazione distensiva verso l´aumento progressivo della partecipazione dei fondi di Tripoli in Unicredit. E invece è stata solo un´altra pillola avvelenata contro Profumo.
Lo si è capito pochi giorni più tardi, quando il 30 agosto il Colonnello è sbarcato a Roma, accolto con tutti gli onori dal presidente del Consiglio e dalla plaudente «business community» italiana. Tra il faccia a faccia a Palazzo Chigi e la cena alla caserma Salvo D´Acquisto, Gheddafi e Berlusconi hanno parlato dell´affare Unicredit. Subito dopo, Geronzi si è recato a Palazzo Grazioli, è ha messo a punto insieme al Cavaliere il piano d´attacco a Profumo. Un piano in tre mosse. Prima mossa: allarme mediatico per la «scalata libica», lanciato ai primi di settembre dalla Lega, che ha costretto la Consob e la Banca d´Italia a chiedere chiarimenti a Profumo. Seconda mossa: attacco mediatico dalla Germania, con la «Suddeutsche Zeitung irritata per «l´arroganza» del ceo. Terza mossa: convocazione di un consiglio straordinario da parte dei «grandi azionisti», per ridiscutere l´operato del management. È esattamente quello che è accaduto in queste tre settimane, e che ha portato l´amministratore delegato alla resa finale.
La vittoria politica di Berlusconi si può riassumere così. In uno scenario che precipita palesemente verso le elezioni anticipate, il premier sistema la partita strategica di Unicredit, si libera di un manager troppo autonomo dal Palazzo, e in un colpo solo rinsalda il suo patto di ferro con Umberto Bossi, sigla una tregua con il governatore di Bankitalia Draghi, e ridimensiona le velleità politiche del suo ministro-antagonista Tremonti. Sembra fantascienza. Ma forse non lo è affatto. Lo prova, paradossalmente, la sobrietà con la quale lo stato maggiore del Carroccio festeggia le dimissioni di Profumo. Lo prova, allo stesso modo, la battaglia non proprio campale che Via Nazionale ha condotto per difendere la governance della prima banca italiana. Lo prova, infine, l´ultima battuta di Tarak, all´uscita della riunione del patto Mediobanca di ieri: «I libici irritati per quello che è successo a Unicredit? Non credo affatto…». Per molte ragioni, la sconfitta di «Mister Arrogance» ha accontentato diverse casematte del potere, politico ed economico.
La partita finanziaria
Se il premier su Unicredit ha giocato dunque la sua partita politica, Geronzi su Profumo ha giocato la sua partita finanziaria. E lo ha fatto con l´obiettivo raccontato da Bisignani. Espugnare la fortezza di Piazza Cordusio, per poi coronare il progetto che si porta dietro dalla scorsa primavera, da quando cioè ha traslocato dal vertice di Mediobanca alla presidenza delle Generali: fondere Piazzetta Cuccia con il Leone di Trieste. E così ridefinire una volta per tutte, a suo vantaggio, gli equilibri del capitalismo italiano. Da maggio scorso, a dispetto di una governance che formalmente assegna allo stesso Geronzi poche deleghe in Generali, lasciando a Mediobanca il controllo delle partecipazioni strategiche come Rcs, Telecom e le banche, il nuovo Cesare del capitalismo italiano ha ingaggiato una guerra senza quartiere con i due «alani» rimasti a Piazzetta Cuccia. Lo ripete lo stesso Bisignani, senza farne mistero: «Con Renato Pagliaro e Alberto Naghel gli scontri sono continui…».
Geronzi si sta smarcando sempre di più, dall´orbita Mediobanca. E lo fa non per lasciare all´Istituto che fu di Enrico Cuccia la sua piena autonomia, ma per raggiungere il risultato contrario: cioè tornare a comandare anche lì. Con l´operazione di «reverse merger» di cui si parla da tempo, e che “Repubblica” ha anticipato nella primavera scorsa, e che ora lo stesso Bisignani conferma. Un´operazione che, secondo fonti di mercato, coinvolgerebbe persino la Mediolanum, di cui il premier vuole disfarsi, perché non sa cosa farne, e che lo stesso Geronzi sarebbe pronto ad accollarsi, per rendergli l´ennesimo favore. Sembra fantascienza, anche questa. Domani fioccheranno smentite. Ma anche fino alla scorsa primavera il banchiere di Marino aveva smentito il suo progetto di trasferirsi in Generali. Sappiamo poi com´è andata a finire.
Al fondo, resta l´immagine di un capitalismo ancora una volta provinciale, asfittico, autoreferenziale, etero-diretto dalla politica. In questa ultima grande partita del potere italiano non ha perso Profumo, uno dei pochi grandi banchieri di caratura internazionale in questo sciagurato paese. Ha perso l´intera, sedicente «élite» della solita, piccola, Italietta.

La Repubblica 22.09.10

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L´ultima battaglia del manager: chi mi caccia lasci le impronte

«Voglio le impronte digitali sulla mia uscita». Così avrebbe detto Alessandro Profumo ai suoi legali quando poco prima del consiglio di amministrazione ha chiesto che a monte delle sue dimissioni ci fosse una votazione palese per mettere nero su bianco l´atto di sfiducia nei suoi confronti.
In pratica Profumo ha chiesto che si manifestasse con un voto ciò che gli era stato riferito poche ore prima, cioè che la maggioranza degli azionisti non lo voleva più nel ruolo di amministratore delegato. E così in effetti è stato. Dopo gli interventi del banchiere centrale libico Farhat Bengdara – che pur difendendo l´operato di Profumo pare abbia ricordato come alla base dell´investimento vi siano state ragioni fondamentali e non legate agli uomini-guida – e della rappresentate dei fondi comuni Lucrezia Reichlin – ancora a favore di Profumo – la mozione è stata messa ai voti ottenendo l´astensione di Salvatore Ligresti e la contrarietà della Reichlin. Solo a quel punto si è arrivati a una bozza di soluzione per l´uscita dell´amministratore delegato che dal primo pomeriggio in poi si era barricato nelle stanze dello studio Bonelli, Erede, Pappalardo a studiare la strategia difensiva e i dettagli dell´accordo monetario. «Sono tranquillo e sereno, mi spiace per tutti gli uomini e le donne che in questi anni hanno lavorato con me. Mi dispiace interrompere questa magnifica avventura ma ogni storia prima o poi deve finire», ha detto Profumo dopo aver posto la firma in calce alle dimissioni da Unicredit.
La sua giornata più lunga era iniziata abbastanza presto in Piazza Cordusio dove si sono ritrovati una parte preponderante dei consiglieri. In un pre-vertice è stato il vicepresidente Fabrizio Palenzona a suggerire la via dell´accordo preliminare in modo da evitare una battaglia in seno al cda che avrebbe nuociuto all´immagine internazionale della banca. «Se è finito un ciclo va bene – avrebbe detto secondo fonti affidabili il banchiere dal passato democristiano – ma senza pretesti sulla Libia o sulla governance. Siamo passati sopra la governance tante di quelle volte». Insomma un tentativo di mediazione in extremis tenuto conto che fin dalla sera prima erano arrivate sollecitazioni dal ministero dell´Economia affinchè venisse accantonata la decisione più traumatica. Tutto sommato non ci sono gli estremi della fretta, facevano notare da via XX Settembre, e non si può lasciare la prima banca italiana in mano ai tedeschi per troppo tempo. Indecisioni della tarda mattinata che si sono sommate ad alcune perplessità da parte di Bankitalia sulla governance transitoria che si sarebbe andata a formare con l´assegnazione di tutte le deleghe al presidente Rampl. Ma la svolta determinate contro Profumo è arrivata dai consiglieri tedeschi, in particolare il presidente della Mercedes Manfred Bishoff è apparso irremovibile alla luce delle interferenze che arrivavano dal mondo politico italiano. Di lì la decisione della maggioranza dei consiglieri, inclusi quindi tutte le fondazioni, più i tedeschi ex Hvb e l´Allianz, di portare avanti un´uscita morbida, di comune accordo, senza scossoni, visto che sui mercati il titolo ieri ha sofferto per tutta la giornata sotto un forte flusso di scambi. E quando Profumo alle 15 è uscito dalla sede della banca sembrava che ormai le cose fossero definite, anche se il mercato per tutto il giorno è stato tenuto all´oscuro della situazione, con non poco disappunto dei fondi di matrice anglosassone. A gettare un po´ di scompiglio arrivava poi la dichiarazione di Salvatore Ligresti, notoriamente poco incline alle esposizioni mediatiche, che si dichiarava favorevole alla stabilità della banca. Un sostegno implicito a Profumo sicuramente dovuto agli accordi di ristrutturazione del debito delle sue società avvenuti durante l´estate per i quali il contributo di Unicredit è stato determinante. Infine il precipitare degli eventi con la necessità di un´espressione palese del consiglio che sancisce un´uscita forse troppo travagliata per un manager che nel corso degli ultimi quindici anni ha costruito passo passo l´Unicredit fino a farlo diventare uno dei primi istituti europei. E al quale non sono stati mossi addebiti particolari, se non un carattere poco conciliante e la scarsa inclinazione ad adottare soluzioni cosiddette di “sistema”.

La Repubblica 22.09.10

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“Ma il Carroccio si rafforza con la conquista delle Fondazioni nasce l´impero del credito padano”, di Ettore Livini

L´era artigianale della Credieuronord – la prima banca della Lega travolta dagli scandali e dai buchi in bilancio e salvata in extremis da Giampiero Fiorani – è un lontano ricordo. I tempi sono cambiati, il Carroccio è l´azionista di riferimento del governo e Umberto Bossi da un po´ ha alzato il tiro: «Devono cacciare i soldi, ci prenderemo le banche del Nord», ha proclamato nel 2003 al Congresso di Assago. Detto, fatto. Via Bellerio ha affidato il dossier “credito” alla sapiente regia del riservatissimo Giancarlo Giorgetti (spalleggiato in molti casi da Giulio Tremonti) e il mondo delle banche – grazie a un´offensiva culminata in questi giorni con l´assalto a testa bassa del sindaco di Verona Flavio Tosi contro Alessandro Profumo – ha iniziato poco alla volta a tingersi di verde.
L´offensiva dei neo-gnomi della finanza padana è stata a tutto campo. «La gente di dice di prendere le banche e noi lo faremo», ha detto il Senatur. E qualche colpo, in attesa di giocarsi la partitissima delle Fondazioni, l´ha già messo a segno. L´astro nascente della finanza leghista Giampiero Fiorani – munifico finanziatore di Aldo Brancher e di Roberto Calderoli – è stato travolto dal pasticciaccio della Popolare di Lodi. Ma al suo posto a tener alta la bandiera di Alberto da Giussano sulle poltronissime del credito nazionale è arrivato Massimo Ponzellini, neo-presidente della ricca Popolare di Milano («l´abbiamo eletto noi», ha ammesso Bossi qualche settimana fa a Ponte di Legno).
Il boccone più appetitoso per la realpolitik bancaria della Lega è però quello delle Fondazioni, gli enti a nomina pubblica in cui sono finite le ex quote delle casse di risparmio diventate da tempo la vera stanza dei bottoni del credito. Il loro appeal? Danno la linea alla gestione delle banche che controllano, distribuiscono i loro profitti sul territorio – un´arma letale in periodi elettorali – e utilizzano il loro immenso patrimonio, parliamo di una cinquantina di miliardi, per investimenti in infrastrutture pubbliche.
Il gioco in questo caso è scoperto: «Quando si rinnoveranno i vertici delle Fondazioni metteremo persone più vicine al popolo – ha promesso il presidente del Veneto Luca Zaia – Se non ci mettiamo i nostri amici ci vanno quelli degli altri ed è pericoloso». Sulla Cariverona guidata da Paolo Biasi, protagonista della crociata anti-Profumo grazie al suo 4,6% in Unicredit, è già ben piantato il vessillo della rosa camuna tanto che l´imprenditore scaligero – le cui aziende di famiglia sono state abbondantemente finanziate dall´istituto di Piazza Cordusio – è stato candidato alla riconferma dal politburo di via Bellerio (la ratifica arriverà a settimane). Zaia ha già messo nel mirino la Cassamarca di Treviso guidata da Dino De Poli, l´ultimo villaggio di Asterix del credito nordestino non ancora espugnato dalle truppe padane, accusata di sponsorizzare troppe mostre invece che occuparsi di un territorio dove si sono persi «75mila posti di lavoro». «Zaia vuol solo dare soldi ai suoi amici», ha risposto gelido De Poli.
In Piemonte l´assalto è affidato al neo-governatore Roberto Cota: «Passeremo a batter cassa dalle Fondazioni», ha annunciato senza mezzi termini ai vertici degli enti pochi giorni dopo l´elezione. A lui spetterà nominare due consiglieri in Compagnia San Paolo, grande azionista di IntesaSanpaolo e la metà della Crt, socia di Unicredit. Un altro giro di giostra l´ha ottenuto invece dal Carroccio Giuseppe Guzzetti, numero uno della potentissima Fondazione Cariplo dove peraltro la Lega è già riuscita a fare sentire il suo peso mettendo uomini in consiglio.
Una volta, diceva Silvio Berlusconi, le banche erano «tutte di sinistra». Oggi, grazie ai soldi dell´amico Gheddafi e all´aiutino del Carroccio, il premier può lanciare il suo attacco finale al fortino Mediobanca-Generali (a Trieste ha già piazzato come testa di ponte Cesare Geronzi, l´unico banchiere di cui è stato socio). Mentre la Lega, zitta-zitta, è a un passo dalla conquista, come promesso da Bossi, delle banche del Nord.

La Repubblica 22.09.10

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“Cattivo odore nelle banche”, di Mario Lavia

Il gioco di parole viene fin troppo facile: senza Profumo l’aria è cambiata completamente. Non manca, nella vicenda già complicata di suo, un tocco di giallo sulle dimissioni. Ma resta la sostanza, ed è inutile fare le anime belle: nel mondo della finanza valgono, anche di più, le leggi della politica, se sei forte ed hai un progetto che va contro i miei interessi, mi organizzo e cerco in tutti i modi di buttarti giù. In questo senso – è stata descritta benissimo ieri nell’editoriale del Sole 24 Ore – la vicenda che ha portato alle difficoltà dell’amministratore delegato di Unicredit, nei suoi termini essenziali, è chiara. Interessi forti, legati a filo doppio con la politica, hanno manovrato con successo per disarcionare dal vertice della più grande banca italiana l’uomo che l’aveva portata all’incontro con l’Europa e il mondo allo scopo di rimetterla sui binari degli interessi del Nord. È la Lega che sgomita per arraffare.
La conclusione è dunque amara: la politica, invece di fornire idee, strumenti e pungoli per il rafforzamento del sistema bancario allunga di nuovo le mani sull’osso. Una certa politica, intendiamoci, quella affamata di soldi con la scusa dei popoli padani, che si salda alla rozza iconoclastia dei dipietristi: eccoli, novelli estremisti di destra e di sinistra, formare una inedita miscela regressiva.
La puzza di bruciato da piazza Cordusio è arrivata presto in piazza San Pietro, dato che nelle stesse ore dell’attacco a Profumo è piombata la tegola sullo Ior di Ettore Gotti-Tedeschi. Nulla sappiamo delle indagini giudiziarie, se non una cosa: che gli accertamenti disposti dalla Banca d’Italia, sulla base di norme più stringenti di un tempo, alla base dell’azione giudiziaria meritano rispetto in primo luogo da parte degli interessati e della Città del Vaticano, che fanno male a spargere insinuazioni sulle procure. Questo è un pessimo copione di un film in bianco e nero dei tempi di Marcinkus e dintorni, un’epoca che speriamo tramontata per sempre. Come quella dello stato-banchiere.

da Europa Quotidiano 22.09.10

"L´aquila, l´ultimo custode della città distrutta", di Jenner Meletti

Il racconto parte dalla notte del 6 aprile 2009 e arriva fino ad oggi. Passando per le speculazioni degli affaristi, le new town, il rischio di diventare come Pompei. ll silenzio non mi fa paura. Mi fa paura la città che muore. In poche ore, dopo il sisma, 45 mila persone sono scomparse dalla città. Da oltre un anno sono l´unico abitante del centro storico». Raffaele Colapietra, anni 80, una vita passata a insegnare storia all´università di Salerno, è il simbolo di un´Aquila che dopo il terremoto ha difeso la propria identità e cercato un futuro. È anche il “testimone chiave” de Il disastro. L´Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe, scritto da Francesco Erbani, edizioni Laterza. Questa almeno l´impressione, dopo la lettura delle 164 pagine. Il racconto parte da quella notte del 6 aprile 2009 e arriva ai giorni nostri. Ci sono la morte e il dolore, «la cricca» che ride, gli affari, le new town che sorgono e deturpano le campagne e le montagne, i vecchi che negli hotel della costa e del Gran Sasso aspettano un ritorno a casa che non arriverà mai. Ma il professor Colapietra resta sempre “dentro”, e anche quando Francesco Erbani scrive del Friuli e dell´Irpinia, delle scelte fatte in questi luoghi lontani, viene naturale chiedersi: che direbbe, il professore?
Un appartamento a piano terra, in un palazzina bassa costruita a metà del Novecento. Questo il “fortino” di Raffaele Colapietra, il suo punto di osservazione di una città che rischia di diventare come Pompei. «Per cacciarmi hanno minacciato di usare la forza. Sono venuti quelli della Protezione civile e i vigili del fuoco. Un giorno mi hanno mandato anche uno psicologo. Ma io ho detto: il terremoto non c´è più, resto qui». Dalle finestre la vista del Gran Sasso e delle altre abitazioni abbandonate. «Molti di questi edifici con pochi soldi si sarebbero potuti riparare fin da subito. Tanta gente avrebbe potuto tornare a casa a giugno, luglio o anche a settembre del 2009. Quanti soldi avrebbe potuto risparmiare lo Stato che invece manteneva migliaia di persone negli alberghi di Giulianova o a Lanciano? E che valore simbolico avrebbe avuto il rientro in città di cento, cinquanta o anche solo dieci famiglie?». Ha continuato a lavorare, il professore. Dopo il sisma ha scritto, assieme a Mario Centofanti, Aquila, dalla fondazione alla renovatio urbis. Della propria città conosce ogni pietra e ogni documento. Quando esce, per mangiare un boccone in un hotel ancora pieno di sfollati o per comprare il cibo per i suoi gatti, cerca di non vedere i turisti del macabro. «In centro ora si vede molta più gente di un anno fa, ma sono tutti con il naso all´insù, guardano i palazzi crepati, vengono anche gruppi di turisti con la guida. Contemplano. Ecco, il centro dell´Aquila diventerà una struttura da contemplare».
Chi conosce la storia non accetta l´impotenza di oggi di fronte a chi, venuto da fuori, vuole decidere il futuro della città. «Il 2 febbraio 1703 ci fu un devastante terremoto ma l´Aquila non fu sgomberata. Quindici giorni dopo il sisma nella piazza del mercato c´erano già cinquanta baracche con commercianti e artigiani. Una baracca ospitava il Comune e lì venne eletto il nuovo sindaco, essendo il precedente morto sotto le macerie. Ho trovato io il documento. Poi fu nominato un vicario generale addetto alla ricostruzione, Marco Garofalo della Rocca, che già a maggio se ne andò perché i cittadini avevano avviato da soli la riedificazione dei palazzi. Per dieci anni restò in vigore l´esenzione fiscale e il centro fu ricostruito integralmente».
All´Aquila sono invece arrivate le new town, le «case di Berlusconi», e la città è stata trasformata in un set con mille luci per raccontare all´Italia e al mondo le magnificenze del governo. Francesco Erbani racconta ogni momento di questo angosciante post-terremoto, iniziato con le risate di chi, a Roma, già sperava di fare affari. Racconta una città che ha consegnato le proprie chiavi a una Protezione civile che ha deciso di decidere tutto. Ha ascoltato chi, nei sismi precedenti, ha compiuto scelte completamente diverse. Ha ricordato le frasi di chi veniva a promettere miracoli. «La new town sarà un ghetto? Macché. Sarà un quartiere nuovo per giovani senza casa. Le case distrutte, invece, saranno tutte ricostruite. Andate a vedere Milano 2 e Milano 3 e poi ditemi se sono ghettizzati (Silvio Berlusconi nel giorno dei funerali)». I risultati si sono visti. «I bambini dell´Aquila – dice il professor Colapietra – cresceranno senza sapere com´era fatta la loro città».

La Repubblica 22.09.10