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"Il pericolo del ritorno al passato", di Luigi La Spina

Ci sono motivi contingenti. Ci sono evidenti pretesti. Ci sono persino questioni caratteriali. Ma sarebbe davvero miope e provinciale non alzare lo sguardo sul preoccupante segnale che la cacciata di Alessandro Profumo manda alla comunità economica e politica internazionale. Un segnale che supera la sorte personale di un manager e sul quale, invece, va concentrata l’attenzione, perché svela, con il massimo clamore mediatico, il rischio di una involuzione del sistema finanziario nel nostro Paese.
L’ex amministratore delegato di Unicredit ha pagato certamente anche una serie di errori che, negli ultimi anni, hanno offuscato, ma non possono far dimenticare, il fondamentale successo della sua carriera: essere riuscito a costruire, nei quindici anni del suo mandato in piazza Cordusio, la seconda banca europea, l’unico istituto di credito italiano con una vera, grande apertura sullo scenario del mondo. Una posizione brillante, ma anche scomoda, perché esposta più di altre banche ai contraccolpi della crisi internazionale. Ma una vocazione alla quale non si deve rinunciare, per non tornare a rinchiudersi nel vecchio orizzonte dei confini nazionali.

Quello preferito dalla politica per esercitare quell’influenza e quel sostanziale controllo, di cui la nostra memoria ancora non può dimenticare i nefasti effetti su tutto il sistema economico negli ultimi decenni del secolo scorso.

Profumo si è servito, con grande abilità e con indubbia spregiudicatezza, di una serie di circostanze irripetibili: la necessità di una crescita dimensionale del sistema creditizio italiano, la debolezza del potere politico nella fase di transizione dopo la cosiddetta prima Repubblica, lo scudo delle neonate fondazioni azioniste, così come furono concepite da Amato e da Ciampi, i padri di questi strani istituti, ircocervi di natura mista, pubblica e privata. Così ha potuto disporre di un potere assoluto, per certi versi anche incontrollato, trasformando la sua banca in una specie di public company.

Questo mutamento dell’identità del suo istituto, se, da un lato, gli ha concesso la massima libertà decisionale, dall’altro, l’ha costretto a subire la regola di tutte le public company. Fin quando gli azionisti ricevono ghiotti dividendi, si accontentano di staccare l’assegno e di ringraziare l’amministratore delegato; quando i profitti mancano e sono costretti a rimpinguare i patrimoni traballanti, il licenziamento è un provvedimento annunciato. Ancora una volta, il rischio di questo tipo di capitalismo finanziario si è dimostrato con tutta la sua evidenza, perché è difficile sostenere obiettivi di medio-lungo periodo, se chi gestisce l’azienda si deve solo preoccupare dei risultati nel bilancio dell’anno. Il venir meno di quello scudo delle fondazioni azioniste, preoccupate dalla riduzione delle risorse da distribuire sul territorio e incalzate da una classe politica che è tornata a reclamare il suo potere di clientela e di gestione occulta delle banche, ha segnato la fine non solo della carriera di un manager, ma di una intera fase del sistema finanziario nel nostro Paese. Profumo ha certamente compreso il significato di questo cambiamento del quadro nel quale era abituato a muoversi, ma non è riuscito a sapersi proporre come gestore anche per il «dopo Profumo». D’altronde, gli uomini migliori sono quelli che sanno far bene una cosa e non esistono quelli sanno fare anche l’altra.

Non bisogna dar troppa importanza alle logomachie dei partiti, alle loro polemiche strumentali, alle battute tronfie e arroganti di chi cerca di vendersi come vincitore di battaglie in cui ha fatto solo la parte della comparsa. Né vale soppesare le alleanze mutevoli e sorprendenti di alcuni potenti personaggi dell’establishment nazionale, come il ministro Tremonti, difensore imprevedibile di un Profumo azzoppato. Perché quello che davvero conterà sarà la sorte delle fondazioni ex bancarie nel prossimo futuro. Dipenderà dai loro gruppi dirigenti se riusciranno a conservare quella autonomia dai condizionamenti politici che ha consentito sia lo sviluppo dei nostri istituti sul mercato internazionale del credito, sia una gestione che ha potuto evitare i fallimenti che sono avvenuti in tanti Paesi occidentali durante la fase più acuta della crisi finanziaria. Dipenderà da loro se garantiranno ai manager delle loro aziende quella prospettiva, lunga sul piano temporale e ampia su quello internazionale, che non trasforma l’azionista in un raider di Borsa.

Le preoccupazioni sono fondate, ma sbaglierebbe chi sopravvalutasse le tentazioni dei politici, tanto abili a vendere un potere che, almeno finora, non è riuscito a espugnare più di tanto le roccaforti delle fondazioni. Una indicazione importante, invece, verrà proprio dalla scelta del successore di Profumo all’Unicredit. L’autorevolezza e l’indipendenza del nuovo manager costituirà un significativo avviso sui caratteri della nuova strada che si appresta a percorrere il sistema creditizio del nostro Paese. Purché la nuova strada non assomigli troppo a quella vecchia.

La Stampa 22.09.10

"Alma Mater Il rettore apre ai ricercatori. Slitta l’inizio delle lezioni", di Chiara Affronte

Slittamento dell’avvio dell’anno accademico al 5 ottobre. È questa la proposta che il rettore Ivano Dionigi farà questa settimana. Oggi lo riferirà ai presidi di facoltà, giovedì al Crui (la conferenza dei rettori delle Università) e venerdì al senato accademico. Una «proposta unilaterale», come lui stesso l’ha definita ieri mattina durante un incontro con quattro rappresentanti dei ricercatoti, che poi nel pomeriggio hanno girato la comunicazione ai colleghi in assemblea, numerosissimi. Proposta unilaterale nel senso che, al di là del parere dei ricercatori, Dionigi la proporrà nelle sedi previste. «Il rettore si impegna anche ad andare in piazza con la sua giunta», spiega Loris Giorgini, uno dei rappresentanti dei ricercatori. L’idea, insomma, sarebbe quella di prendere tempo e utilizzare la settimana prossima per incontri, confronti e per dare visibilità alla protesta. Verrà utilizzata anche la «Notte dei ricercatori», prevista per il 24, per sensibilizzare opinione pubblica e studenti sui motivi della protesta. Ieri l’assemblea bolognese, con ricercatori di tutte le età, ha decretato con applausi scroscianti di confermare l’indisponibilità a fare lezione ma non solo. La volontà è di proseguire con la protesta oltre il 5 ottobre, fino al 15 o al 20, giorni nei quali dovrebbe essere discusso il ddl Gelmini. Nonostante la «marcia in dietro» (così si è espresso qualcuno) non pochi ricercatori hanno accolto positivamente la proposta del rettore, con l’avvertenza che il numero uno dell’Alma Mater «non deve mettere il cappello su niente»: «Noi non dovremmo più dialogare con lui; adesso Dionigi dovrebbe solo dire che questa protesta è anche la sua», attacca un ricercatore di Scienze. Tanti non hanno accettato che il rettore abbia definito la sua proposta «unilaterale»: «Non è così: succede semplicemente che viste le nostre rinunce l’Università prende atto del fatto che non può avviare l’anno accademico ». Una «vittoria» – hanno argomentato alcuni ricercatori -, che però non deve far adagiare sugli allori. «L’obiettivo nostro non è il rettore, ma il ddl Gelmini: è quello che bisogna smontare». Dopo l’ultimatum della settimana scorsa, dove Dionigi invitava i ricercatori a comunicare tempestivamente la loro disponibilità a tenere lezione, il coro di disapprovazione verso questa decisione era stato deciso, dal Pd alla Cgil con Guglielmo Epifani. E a Bologna la Flc, che ieri in mattinata aveva invitato i vertici di ateneo a prendere una posizione chiara, all’annuncio della proposta di rinvio delle lezioni ha espresso «soddisfazione »: «Si sgombra il campo da qualunque sospetto di baratto con la mobilitazione che può andare avanti », scrive in una nota Sandra Soster (l’8 ottobre è comunque prevista la giornata di sciopero, ndr). del resto, venerdì scorso i ricercatori avevano chiesto con forza il rinvio dell’anno accademico. Difficile ancora dare numeri esatti, hanno spiegato sia Loris Giorgini che Daniele Bigi, rappresentanti dei ricercatori: «Solo quando la ricognizione dei presidi sarà terminata potremmo saperlo con chiarezza». Di certo l’assemblea, a parte qualche raro caso, ieri era unita. Anche se mancavano all’appello facoltà come Economia, ad esempio. E Giurisprudenza, una volta verificata la volontà della maggioranza dei ricercatori a tenere lezione, ha optato per la messa in atto di altre forme di protesta. Divisa anche Lettere, «non sulle ragioni della mobilitazione ma sui metodi ». Ma per la maggioranza di loro resta il no alla didattica l’arma più forte: lo statuto non li obbliga a fare lezione, che svolgono a titolo volontario, coprendo tuttavia almeno il 40% dell’offerta formativa. Sono compatti ad Agraria con 71 indisponibilità su 87, a Scienze della formazione (40 su 53), Scuola per interpreti di Forlì (77% è indisponibile) e Chimica industriale dove le rinunce sono al 100%. A Medicina invece si è optato per tenere un corso sui 5 a testa che i ricercatori hanno: «Un segnale molto forte per i nostri numeri».

L’Unità/Bologna 21.09.10

"Alla scuola militare", di Francesco Anfossi

Con un accordo Gelmini-La Russa via a un corso che prevede la divisione degli studenti in “pattuglie”, lezioni di tiro con la pistola ad aria compressa e percorsi “ginnico-militari”.
Si chiama “allenati per la vita”. E’ il corso teorico e pratico, valido come credito formativo scolastico, rivolto agli studenti delle scuole superiori, frutto di un protocollo tra ministero dell’Istruzione e della Difesa. E che cosa serve a un ragazzo per allenarsi per la vita? Esperienze di condivisione sociale, culturale e sportive , informa la circolare del comando militare lombardo rivolta ai professori della regione.

Dopo le lezioni teoriche “che possono essere inserite nell’attività scolastica di “Diritto e Costituzione” seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e “orienteering”, vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l’autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l’arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più “percorsi ginnico-militari”.

Il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa viene spiegato nella stessa circolare: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.

Secondo il progetto Gelmini-La Russa, che ha già sollevato perplessità tra i professori che hanno ricevuto la circolare, “la pratica del mondo sportivo militare, veicolata all’interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la “conoscenza e l’apprendimento” della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l’importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al “bullismo” grazie al lavoro di squadra che determina l’aumento dell’autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo”. Seguirà, a fine corso, “una gara pratica tra pattuglie di studenti (il termine è proprio pattuglie, recita la circolare, termine che ha fatto storcere il naso a molti docenti, ndr)”. Intanto si è aperto il dibattito: è giusto trasformare la scuola pubblica in un collegio militare? O è solo un’opportunità in più per i ragazzi di avvicinarsi a organismi e istituzioni come protezione civile, esercito e croce rossa?

Famiglia Cristina 19.09.10

"Sanzioni ridotte e controllo attenuato: Il governo si è arreso", di Maria Grazia Gerina

Se uno ha una buona legge, dovrebbe fare di tutto per applicarla. Con il testo unico per la salute e la sicurezza sul lavoro – il decreto legislativo 81 del 2008, con cui il governo Prodi modificò e perfezionò la legge 626 – invece, il governo Berlusconi sembra agire al contrario. Modifiche, attenuazioni, decreti attuativi che vengono di volta in volta rinviati. «Sono segnali: passo dopo passo stanno spostando sempre più indietro l’asticella, d’altra parte Tremonti ha detto che la 626non ce la possiamo permettere », spiega Paola Agnello, che per la Cgil ha seguito e continua a seguire l’intero iter legislativo. Il segnale è arrivato forte e chiaro quando il governo ha deciso di modificare l’articolo 66 del testo unico. Quello che alla voce «Lavori in ambienti sospetti di inquinamento» recita: «È vietato consentire l’accesso dei lavoratori…. in ambienti e recipienti ove sia possibile il rilascio di gas deleteri, senza che sia stata previamente accertata l’assenza di pericolo per la vita e l’integrità fisica dei lavoratori medesimi». Quindi non «senza previo risanamento dell’atmosfera mediante ventilazione o altri mezzi idonei ». E «quando possa esservi dubbio sulla pericolosità dell’atmosfera, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, ove occorra, forniti di apparecchi di protezione». È la descrizione di ciò che doveva essere fatto per evitare la morte dei tre operai nel silos di Capua. E non è stato fatto. La regola. Ciò che è stato modificato dal governo Berlusconi sono le sanzioni. Ovvero il deterrente. Nella legge 626 era previsto l’arresto da tre a sei mesi oppure l’ammenda che andava da 1.549 a 4.131 euro. Il governo Prodi ha deciso di inasprirla, prevedendo nel testo unico l’arresto da 6 a 12 mesi o l’ammenda da 4mila a 16mila euro. Il governo Berlusconi ha fatto marcia indietro, varando il decreto correttivo 106 del 2009, che torna a prevedere un arresto da tre ai sei mesi e una ammenda molto più bassa, dai 2.500 ai 6.400 euro. Sanzioni ridotte e controlli attenuati. Capua sembrerebbe un caso limite. «Ci sono molti ispettori scrupolosi nel fare il loro lavoro», assicura Paola Agnello. E però sono pochissimi. Dipendono dalle Asl, il cui bilancio tende a concentrarsi su altre voci. E, da ultimo,nella manovra estiva c’è una norma che li costringe a spostarsi solo con le auto di servizio. Che sono ancora meno degli ispettori: «Piomberanno a sorpresa a bordo di un autobus?». L’anello più debole, ripetono i sindacati, sono le aziende che lavorano in appalto. «Uno strumento fondamentale è la responsabilità in solido tra l’azienda committente e la società che esegue l’appalto», spiega Paola Agnello: «Anche quella invece è stata attenuata». Segnali. Come il provvedimento sulla semplificazione ancora in discussione. Se verrà approvato abrogherà il registro degli infortuni in azienda. Mentre i datori di lavoro saranno tenuti a denunciare solo gli incidenti solo in presenza di una prognosi superiore ai 15 giorni e non ai3comeoggi. Le statistiche sicuramente crolleranno. Ma difficilmente la sicurezza ne risulterà agevolata.

L’Unita 21.09.10

Fincantieri: l'ennesimo fallimento di governo

2.500 posti di lavoro a rischio. I senatori del Pd hanno presentato una interrogazione urgente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro del Lavoro, per convocare al più presto un tavolo istituzionale tra tutte le parti interessate. Penati: “E’ gran bazar del voto, ma per i lavoratori niente. Il ministero dello sviluppo è merce di scambio”
Negli ultimi due giorni, sono giunte in successione, prima la notizia dei 2000 esuberi da Alitalia, poi l’annuncio del pesantissimo ridimensionamento di Fincantieri, con 2.500 operai da mandare a casa.
Gli operai non vogliono perdere il loro posto e nella pensiola sorrentina hanno bloccato la statale, mentre altri sono saliti su una gru, sono costretti ad azioni eclatanti per richiamare l’attenzione del governo. Sono segnali gravissimi, che indicano come “è la base industriale del nostro Paese continua a soffrire e a restringersi nella totale assenza del Governo, mentre l’Italia ha bisogno di una politica economica vincolata al risanamento, ma orientata alla crescita” come denuncia Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro nella segreteria nazionale del PD.

Invece servono riforme, servono investimenti, serve il rilancio dell’industria, perché continuare così significa distruggere la capacità produttiva e l’occupazione e compromettere anche il risanamento della finanza pubblica.
Per Fincantieri servirebbe un nuovo piano di commesse navali pubbliche in Italia, nuove infrastrutture per la cantieristica nazionale e un no deciso ai 2.500 licenziamenti ipotizzati nella bozza del piano aziendale 2010/2014 di Fincantieri.
I tagli dell’azienda colpirebbero la Sicilia, la Campania, la Liguria (solo qui 1.500 i posti a rischio inclusi quelli nell’indotto).
L’eurodeputato del Pd Andrea Cozzolino ha parlato al telefono con l’ad della Fincantieri, Giuseppe Bono. Al termine del colloquio ha ottenuto la promessa di avere al più presto un tavolo con la Regione per ottenere la riconferma degli impegni assunti per la costruzione del nuovo bacino di carenaggio.

Intanto il Gruppo pd al Senato hanno presentato una interrogazione urgente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministro dello Sviluppo Economico (!) e al Ministro del Lavoro, ‘chiedendo di convocare al più presto un tavolo istituzionale tra tutte le parti interessate, rappresentanti dei lavoratori, dell’azienda, degli enti locali e della Regione Campania per individuare prontamente le iniziative necessarie a rilanciare il cantiere navale di Castellammare di Stabia e l’economia cittadina’.

Oggi enti locali liguri, Governo e sindacati si confronteranno a Roma per scongiurare la chiusura dello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso e il ridimensionamento di quello di Sestri Ponente.
“Sarebbero scelte vergognose” accusa il sindaco di Genova Marta Vincenzi, che si è dichiarata pronta a “scendere in piazza al fianco dei lavoratori”.

Fassina punta l’indice sul ministro “Giulio Tremonti, che ritiene il suo compito esaurito con i tagli ciechi agli investimenti. Inoltre, il Ministro per lo Sviluppo economico non c’è proprio e comunque anche quando c’era assisteva allo smantellamento di “Industria 2015”.

Ha parlato di un’assenza vergognosa del governo che resta alla finestra a guardare mentre esplodono le gravi emergenze occupazionali del Paese’, Filippo Penati, Capo della Segreteria politica di Bersani. “Il centrodestra sta dando il peggio di se in una campagna acquisti da prima repubblica. Hanno passato l’estate a bastonare Fini, ed ora sono tutti impegnati al gran bazar del voto. Nel giro di due mesi sono arrivate le crisi della Tirrenia, ora di Alitalia e Fincantieri. La cosa scandalosa -ha dichiarato Penati -è che in questa situazione di emergenza il presidente del consiglio si ostina a mantenere scoperta la poltrona di ministro dello Sviluppo, un posto da usare come merce di scambio per acquistare qua e la qualche parlamentare per sostenere una maggioranza oramai esplosa”.

Il Capogruppo Pd in Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha allertato sul pericolo dell’illusione diffusa dal governo che tutto vada bene, governo che punta solo su dichiarazioni propagandistiche ma prive di contenuto. “Mentre Berlusconi promette fantomatici 100 mld di investimenti per il mezzogiorno, buoni per la propaganda, l’Italia vera, quella di chi lavora, sprofonda nel disastro occupazionale. Gli ultimi casi, tra i più eclatanti quelli di Fincantieri e di Alitalia, con oltre 9000 esuberi per non parlare di vicende meno note come la chiusura dello stabilimento della manifattura tabacchi di Lecce che interessa oltre 300 famiglie, ad opera della British American Tobacco, multinazionale in fuga verso la Romania. Ora il presidente del Consiglio, dopo aver depredato i fondi Fas destinati al mezzogiorno promette investimenti. Quelle di Berlusconi sono solo parole vuote, frutto del momento e del luogo dove si trovava a parlare. Dietro non vi è alcuna reale intenzione e possibilità: è un modo umiliante di fare politica teso solo a cercare di recuperare i sondaggi sempre più sfavorevoli”.

Damiano, ha poi evidenziato come il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, ‘alla buon ora si sia accorto della situazione occupazionale di Fincantieri e Alitalia adducendo la scusa del non sono pervenute notizie sugli esuberi’. E’ chiaro e che il tema del lavoro non sia tra le priorità di questo governo. “Berlusconi da mesi si occupa solo di case a Montecarlo e di acquisto di voti. Di fronte alle crescenti emergenze occupazionali, il governo si limita ad osservare. Federmeccanica –ha dichiarato Damiano – a dispetto delle parole del governo, indica chiaramente che l’andamento dell’occupazione è di segno negativo. E’ necessario uscire dalle logica delle favole: vorremmo che almeno si nominasse subito il ministro delle attività produttive, invece di usare questa carica per fare mercato di parlamentari”.

Il Capogruppo del Pd in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta, ha immediatamente attivato gli uffici di Montecitorio per ascoltare quanto prima il Governo sul piano industriale di Fincantieri. “Se il Governo Berlusconi ritiene che si possa rinunciare alla cantieristica navale ce lo venga a dire in Parlamento perché questo inspiegabile silenzio sulle drammatiche conseguenze del piano industriale di Fincantieri è assolutamente irresponsabile e fuori dal mondo nel momento in cui rischiano di esplodere tensioni sociali che meritano risposte”, ha dichiarato alla stampa.

Un paradosso perché siamo circondati da “9.000 chilometri di coste e la cantieristica navale è sempre stata un fiore all’occhiello per la nostra industria, non possiamo credere che il Governo faccia finta di non vedere la drammatica riorganizzazione di Fincantieri che prevede di chiudere cantieri dal Nord al Sud del Paese mandando a casa 2.500 lavoratori. Sarebbe un errore, al pari di quanto è avvenuto con Tirrenia, fare finta di nulla e la mancanza di un Ministro a tempo pieno allo Sviluppo Economico rischia di compromettere anche questa difficile vertenza”.

Rita Borsellino, eurodeputato del Pd, riferendosi alla protesta di alcuni giorni fa degli operai dell’indotto dei Cantieri navali di Palermo, ha sottolineato la necessità di ‘mettere fine a questa situazione e garantire le commesse necessarie per salvaguardare il ruolo del sito industriale e il lavoro degli operai e dell’indotto’.

Lo scenario prospettato rispetto alla questione Fincantieri è di una gravità senza precedenti. Oltre alla Sicilia, anche in Liguria si rischia di perdere migliaia di posti di lavoro e una presenza produttiva fondamentale sul territorio. Le sorti di migliaia di lavoratori liguri sono state al centro di una convulsiva mattinata di Consiglio regionale durante la quale il Gruppo PD è riuscito a svolgere un grande lavoro di tessitura.

L’ODG su Fincantieri, presentato dal Pd e firmato da tutti i capo gruppo, ha impegnato il Presidente e la Giunta ad intervenire presso la direzione di Fincantieri ed il Governo nazionale affinché venga bloccata l’approvazione di qualsiasi piano industriale che preveda la dismissione dei cantieri e la riduzione occupazionale, sia avviato da subito un confronto con sindacati, Istituzioni e Governo, garantendo un adeguato piano di rilancio della cantieristica.

Di fronte a tutto ciò il governo appare latitante e senza una rotta. È in atto uno smantellamento industriale che indebolirà non solo la Liguria e la Sicilia, ma tutto il sistema Paese. In questo momento in cui c’è un disperato bisogno di eccellenza tecnologica e ricerca nel settore dell’industria, si mette in discussione proprio uno di questi punti qualificanti: la realtà di Fincantieri.

Anto. Pro.

www.partitodemocratico.it

Scuola, Pd: governo ascolti monito Napolitano, abbandoni politica tagli

Ghizzoni: riforma universitaria è banco di prova, servono almeno 1.350 milioni €. “Il governo ascolti il monito del capo dello Stato e abbandoni definitivamente la politica dei tagli perché ogni euro in più nella ricerca e nel sapere non è un costo per lo Stato ma un investimento”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che oggi ha ribadito che nella ‘ripartizione delle risorse pubbliche disponibili bisogna riconoscere la priorità alla ricerca e all’istruzione’. “Augurandomi – prosegue Ghizzoni – che questo appello non cada nel vuoto chiedo alla maggioranza e al governo di dimostrare la propria volontà già nel corso dell’esame della riforma dell’università in discussione alla Camera. E’ quello il banco di prova per ripristinare quel miliardo e trecento cinquanta milioni di euro che mancano all’appello per l’università solo per il prossimo anno. Si tratta di una cifra imponente che non può essere recuperata grattando i ‘barili di Tremonti’ e che necessita di una precisa volontà politica di reinvestire nel sapere”.

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Napolitano: “Più risorse alla scuola”

Il monito del Capo dello Stato: “Scegliere le priorità dei tagli.
Sì al merito, qualificare i precari”
«Nel portare avanti l’impegno comune e categorico per la riduzione del debito pubblico bisogna riconoscere la priorità della ricerca e dell’istruzione nella ripartizione delle risorse pubbliche disponibili», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, inaugurando ufficialmente al Quirinale il nuovo anno scolastico.

Occorre «riformare con giudizio, occorre sanare squilibri, disparità, disuguaglianze che – ha aggiunto – si presentano anche nell’Istruzione che dovrebbe servire proprio a colmare le disuguaglianze». Inoltre «occorre partire da diagnosi adeguate». «Dobbiamo costruire in tutti i campi una cultura ed una pratica sul merito. Bisogna mettere in tutti i campi le persone in grado di meritare. Questo vale ovviamente anche per la scuola, per i suoi insegnanti e per i suoi studenti», ha aggiunto Napolitano. Il Capo delo Stato ha poi chiesto di elevare la qualità dell’insegnamento, di motivare gli insegnanti, richiedere che abbiano un’adeguata formazione, ma occorre anche offrire loro validi strumenti formativi e di riqualificazione e su tutto questo, ovviamente, è necessario investire. Nel passato – ha aggiunto – non lo si è fatto abbastanza e si sono prodotte situazioni pesanti. Occorre dunque qualificare e riqualificare coloro che aspirano ad una assunzione a tempo indeterminato».

www.lastampa.it

Più Bibbia a scuola

È facile prendersela con la Gelmini, e lei non ci fa mancare certo gli spunti. A volte però rischiamo di infervorarci inutilmente anche le rare volte che dice qualcosa di ragionevole. Persino l’orologio fermo, si sa, dice la verità almeno una o due volte al giorno. Il Ministro Gelmini potrebbe anche avere la competenza di un orologio scarico, ma se chiede che a scuola si studi la Bibbia non è che possiamo stracciarci le vesti e fingere che la richiesta sia insensata. Perché mai non si dovrebbe studiare la Bibbia a scuola? Sul serio, perché l’Odissea sì, l’Eneide sì, la Commedia dantesca sì… e la Bibbia no? È un testo meno importante? Si stenta un po’ a crederlo.

In questa battaglia per portare Antico e Nuovo Testamento nella scuola, Maria Stella Gelmini è in buona compagnia. In calce alla petizione dell’Associazione “Biblia” ci sono fra le altre le firme di Claudio Magris, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Amos Luzzatto, Margherita Hack. A occhio non ha l’aria di una lobby di integralisti cattolici. Forse dobbiamo intenderci su cosa significhi “studiare la Bibbia a scuola”.

Per i leghisti si tratta di portare negli istituti pubblici un altro simbolo identitario, accanto al crocefisso e al sole delle Alpi (quest’ultimo un po’ pagano, ma fa l’istess). In quanto simbolo, non credo che abbiano nessuna intenzione di aprirlo, col rischio di scoprire che racconta la saga di un popolo terrone e sfaticato che per non costruire le piramidi d’Egitto, fugge al di là del Mar Rosso e si dà al nomadismo. Una storia di zingari, figurati. Non è certo quello a cui pensa Zaia quando dice che ha già trovato “un imprenditore disponibile a stamparle in breve tempo”. A proposito: quanto è costato tappezzare le scuole coi Soli delle alpi? Quanto costerà ficcare nell’armadietto di ogni scuola un altro librone che prenderà polvere insieme ai dizionari? Tanto paga il popolo somaro. La Bibbia in ogni scuola, per i leghisti, è un affare come un altro.

Per gli intellettuali, la Bibbia a scuola è una garanzia di laicità. Significa che il Libro dei Libri si può studiare, analizzare e smontare. Proprio quello che la Chiesa cattolica ha sempre preferito evitare: e del resto, se c’è qualcuno in Italia che ha ostacolato la diffusione della Bibbia è stata proprio la Chiesa, dalla Controriforma in poi. Per molto tempo le traduzioni si sono ritrovate addirittura all’indice dei libri proibiti. Ancora oggi a catechismo non si studia la Bibbia (si studia il Catechismo). Le gerarchie cattoliche sanno bene quanto sia potenzialmente pericoloso lo studio di quel libro. Solo chi lo ha sfogliato appena può riempirsi la bocca di parole come “cultura” o “identità”. Studiare la Bibbia è immergersi in un mondo e in una cultura radicalmente diversi dai nostri. È impossibile non diventare un po’ antropologi, un po’ filologi, un po’ studiosi della religione, mentre si sfoglia un libro che dispensa contraddizioni e ambiguità a ogni pagina. Dovremmo privarci di questa possibilità per scongiurare il rischio che qualche insegnante la usi per fare propaganda religiosa? Per lo stesso motivo dovremmo bandire dai programmi scolastici tutte le opere letterarie che possono essere usate allo stesso scopo. La divina Commedia, la Gerusalemme liberata, i Promessi sposi… tutte opere in fondo più cattoliche della stessa Bibbia. Dovremmo privarcene?

Nel frattempo, la Bibbia a scuola c’è già. Posso testimoniare che nei libri di testo di prima media (pardon, “secondaria di primo grado”) si trova sempre qualche pagina biblica, nella sezione “mito”. Di solito si tratta della Creazione e del Diluvio (spesso messi in confronto con miti analoghi di altre culture). A volte c’è anche la leggenda di Sansone, primo kamikaze integralista della Storia. Tre pagine sono poche? Sono tante? Anche l’epopea di Gilgamesh occupa più o meno lo stesso spazio. È una storia lontanissima dalla nostra cultura e identità, che nessuno ha più letto per millenni. La Bibbia ha avuto più fortuna, e forse meriterebbe più spazio sui nostri manuali. Ma a danno di chi?

Perché il vero problema è questo. Ogni volta che un Ministro spiega ai giornali che a scuola bisognerebbe studiare la Bibbia, o le foibe, o l’amore per gli animali, dà l’impressione di considerare i programmi scolastici come un involucro vuoto che si può riempire a piacere. Bisognerebbe una volta tanto avere il coraggio di spiegare cosa dobbiamo togliere dai programmi, per farci entrare la Bibbia (o le foibe, o gli animali). A meno che il Ministro non voglia allungarci l’orario scolastico… ma no, la tendenza è quella di aggiungere carne al fuoco e tagliare il combustibile. Vogliono più inglese, e ci tolgono i pomeriggi. Vogliono più internet, ma non ci danno un’ora in più. Vogliono che si studi la Bibbia, che è un testo letterario: e intanto tolgono lezioni agli insegnanti di italiano. Vogliono tutto, non danno nulla. Soltanto qualche gadget ogni tanto; quest’anno, un librone stampato da un imprenditore che conosce Zaia. Se lo apri verso la fine c’è scritto: “Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno”. (Matteo 23,2).

da http://leonardo.blogspot.com