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Lerner: "Il federalismo della lega? Solo propaganda"

NORD, ITALIA. MICA PADANIA. Verso l’Assemblea PD a Varese, intervista a Gad Lerner: “Il PD può crescere al nord contrapponendo idee e valori a quelli leghisti”.
L’8 e 9 ottobre il Partito Democratico terrà l’Assemblea Nazionale a Varese. Una scelta simbolica della volontà di non lasciare il nord alle destre. Ci prepariamo a questo appuntamento con una serie di interviste “NORD, ITALIA. MICA PADANIA” a chi nel nord vive e si interessa da anni del suo sviluppo socio-economico.
Il primo appuntamento è con Gad Lerner, giornalista e conduttore de L’INFEDELE su La7, seguiranno, tra gli altri Luca Ricolfi (sociologo ed editorialista de La Stampa) e Aldo Bonomi (sociologo e fondatore del Consorzio AASTER Associazione Agenti di Sviluppo del Territorio).

Lerner che ne pensa della vicenda della scuola di Adro?
E’ uno scandalo. Lo scandalo che desta questo abuso di un luogo pubblico, non si tratta solo di propaganda ma di educazione forzata della gioventù. Mi scandalizza la modestia delle reazioni come se le istituzioni non facciano più parte del bene comune. Si è detto che è una ragazzata di un sindaco della tradizione locale, c’è assuefazione, il sopportare l’idea che lo stato se ne va via dal territorio e basta un politico forte per rivendicarne l’autosufficienza.

Un sindaco leghista rivendica una malintesa autonomia. Oggi com’è la Lega? Federalista a parole o anche nei fatti?
La Lega ricorda la vecchia forma del partito comunista Bolscevico. La struttura del partito è centralista e non federale nelle decisioni da prendere al suo interno. La linea politica è data un piccolo gruppo che ruota intorno a Umberto Bossi che ha l’idea di Padania come regione, anzi come una nazione diretta da un partito unico che impone i sui simboli alla cosa pubblica. Come ha spiegato Luca Ricolfi adopera il federalismo solo come espediente propagandistico. Infatti questa estate la Lega sarebbe voluta andare al voto. Ovvero per aumentare seggi e poltrone era disposta a mandare in aria i decreti attuativi del federalismo. Decreti che sono aleatori e lontani dal dare vantaggio alle aree del nord e alle persone. Ma non è possibile un federalismo a costo zero, loro sanno bene che il federalismo è la propaganda di un partito centralistico.

I cittadini del nord si devono sentire traditi dal fatto che il governo ha promesso tanto e mantenuto poco?
I cittadini del nord vivono una condizione schizofrenica. Sono governati con continuità da vent’anni dalle stesse persone. Chi li governa adopera la televisione per presentarsi anche come oppositore. Non solo i leghisti, anche Berlusconi ha impostato tutto sul fatto che gli è impossibile realizzare qualcosa di buono perché osteggiato da giudici e da vecchi poteri. Negli ultimi 9 anni 7 sono stati governati da Berlusconi: il dubbio che inizia a serpeggiare è che sono degli incapaci ma, soprattutto al nord, i cittadini non vedono ancora una alternativa.

Cosa le sembra della scelta del Pd di fare l’Assemblea nazionale a Varese?
Magari i territori si rioccupassero facendo una trasferta del gruppo dirigente a Varese! È una simpatica trovata, una buona idea di comunicazione, ma se sarà lasciata sola sarà troppo esile. Può colpire l’immaginario dell’opinione pubblica per pochi minuti. Purtroppo il Pd a volte ha pensato di inseguire la Lega sul suo terreno: ad esempio Penati era favorevole alle ronde civiche. Con le imitazioni della retorica pseudo federalista, non si va da nessuna parte. Ho invece la convinzione che il PD possa crescere al nord. Lo farà contrapponendosi su valori e idee in una battaglia culturale alternativa a quella della Lega.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

Napolitano: «Roma è l’unica capitale dello Stato unitario», di Marcella Ciarnelli

E’ una difesa convinta e consapevole del ruolo di Roma «capitale indiscussa» quella che il presidente della Repubblica pronuncia nell’aula Giulio Cesare in Campidoglio nel giorno storico in cui ricorrono i 140 anni dalla Breccia di Porta Pia, quel 20 settembre 1870 in cui Roma si ricongiunse all’Italia divenuta unita e indipendente. Ma è anche quello in cui Giorgio Napolitano è diventato ufficialmente cittadino della Capitale dopo tanti anni
vissuti in questa città, «un riconoscimento che generosamente mi ha portato a far parte di una grande galleria di personalità».
Pubblico e privato si mescolano nel discorso del presidente che però non rinuncia all’occasione per lanciare un chiaro monito a chi si crogiola in impossibili sogni separatisti.
E’ lontano più che mai da qui il pensiero leghista. «E’ mio doveroso impegno ed assillo che non vengano ombre da nessuna parte sul patrimonio vitale ed indivisibile dell’unità nazionale, di cui è parte integrante il ruolo di Roma capitale.
Un ruolo che non può essere negato, contestato o sfilacciato nella prospettiva che si è aperta e sta prendendo corpo di un’evoluzione più marcatamente autonomista e federalista». Parole nette sulla centralità di una città di cui, senza cedere come lui d’altra parte non ha mai fatto «a reazioni più o meno sofisticate di rigetto di una comune eredità», non ha esitato a riconoscerne «la grandezza storica».
Ricordando che «per nefaste che siano state le retoriche belliciste e le pretese di potenza innestate nel passato sul culto della romanità, per facili o ambigue che siano divenute le mitizzazioni della storia della città e del suo impero, nulla può giustificare la sottovalutazione della sua impronta incancellabile e del fascino percepibile ovunque». I presidente ha citato, a sostegno delle sue affermazioni, le parole di Camillo Benso di Cavour che nel discorso che poi si rivelò il suo testamento politico definì «un diritto», anzi «un dovere» l’insistere sulla necessità di vedere Roma riunita all’Italia «perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire». Dunque «Roma sola deve essere la capitale perché in essa concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizionidella capitale di ungrande Stato».
I RICORDI
Le parole del piemontese Cavour citate da un napoletano che, nel diventare cittadino romano, ha rivendicato le sue radici ma ha anche voluto rendere omaggio alla città in cui sono nati i suoi figli e i suoi nipoti che ne sono «appassionati»; in cui è vissuta la moglie Clio fin da bambina; in cui più di cinquant’anni fa fu celebrato in Campidoglio il suo matrimonio ed in cui c’è Montecitorio che lo accolse giovane deputato, «il Parlamento, la mia prima e più grande casa in questa meravigliosa città» e che tale è rimasta «per decenni »
La commozione dei ricordi. L’impegno riconfermato a sostenere un ruolo che non può essere negato e che, anzi, deve essere rafforzato «in seno all’Europa» e nel «contesto di una competizione globale segnata da equilibri del tutto nuovi, più complessi e difficili». L’invito a chi lo ascolta è a «guardare lucidamente a ciò che ci attende» cercando di lavorare tutti insieme ad obbiettivi comuni per il bene della collettività.
«In nome del mio attaccamento al ruolo di Roma capitale qual è postonella storia e nella Costituzione che penso di poter cogliere il senso del riconoscimento che mi è stato generosamente
attribuito». Un applauso convinto accogli e queste parole. C’è il sindaco Alemanno che nel suo intervento ha contrastato a bruttomuso, bollandole come dissennate, le «invettive politiche che puntano a depotenziare il ruolo di capitale: Roma ladrona non esiste». C’è il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti
e la presidente della Regione, Renata Polverini. A loro tocca il compito di lavorare per Roma capitale.
L’eccezionalità del giorno è stata segnata anche dalla presenza a Porta Pia c’era anche il Cardinale Tarcisio
Bertone.

L’Unità 21.09.10

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Napolitano: «L’Italia è uno stato nazionale. Solo Roma capitale, di Claudio Tucci

Giorgio Napolitano riceve la cittadinanza onoraria di Roma, mentre il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone celebra per la prima volta la ricorrenza del 20 settembre, che nel 1870 segnò la fine del potere temporale della Chiesa e fece diventare Roma, capitale d’Italia. «Un’indiscussa verità», riconosce il porporato, che ricorda anche l’altro ruolo della città eterna. Vale a dire «la sede del successore di Pietro». Per Bertone, che ha letto una preghiera per la pace in Italia, le celebrazioni del 140esimo anniversario della Breccia di Porta Pia «rappresentano anche «la ritrovata concordia tra la comunità civile e quella ecclesiale che insieme lavorano a vastissimo raggio per il bene del popolo italiano».

Durante le celebrazioni a Porta Pia, un gruppo di esponenti radicali hanno inscenato una protesta: «Vaticano e partitocrazia serve una nuova Porta Pia», è la frase urlata al passaggio del corteo presidenziale diretto in Campidoglio per la prosecuizione dei festeggiamenti.

Prima di diventare a tutti gli effetti cittadino romano, il Capo dello Stato ha voluto lasciare una propria testimonianza sul libro d’oro del comune di Roma: «L’Italia si trasforma ma resta uno stato nazionale ed unitario, con Roma, capitale». Parlando invece alla seduta straordinaria dell’Assemblea capitolina – che ha segnato il passaggio ufficiale dal comune di Roma a Roma Capitale – Napolitano ha sottolineato come «nulla possa sottovalutare o rigettare la grandezza storica di Roma» e la forza della sua «capacità di accoglienza». E citando un discorso di Cavour del 1861, ha ricordato: «Roma, Roma sola deve essere la capitale d’Italia».

Per Napolitano, «la forza dell’Italia come nazione e come sistema paese sta nella capacità di rinnovarsi rafforzando e non indebolendo la sua unità; sta nella scelta, che tutti dovremmo condividere, di rinnovare modernizzando ma non depotenziando lo Stato che della nostra unità, in tutte le sue articolazioni istituzionali, è essenzialmente tessuto connettivo».

Parole condivise dal primo cittadino della capitale, Gianni Alemanno che ha ricordato come sia «impensabile» distribuire le sedi centrali dei ministeri su tutto il territorio nazionale, «non solo – ha aggiunto – per i gravi danni organizzativi ed economici che questa disgregazione comporterebbe, ma perchè verrebbe così colpito il simbolo più importante dell’Unità nazionale». Tutti, ha proseguito, «dobbiamo contribuire a rigenerare queste istituzioni e questa politica con le riforme, la tensione ideale e la consapevolezza culturale e Roma farà la sua parte cercando di combattere ogni forma di parassitismo, assistenzialismo e illegalità».
Alemanno ha poi ribadito il suo pensiero su «Roma ladrona»: nel complesso, ha detto, «tra Irpef, Ires e Iva, la nostra città offre un gettito fiscale di circa 35 miliardi di euro, a fronte di trasferimenti statali di poco superiori a un miliardo e 600 milioni di euro: è chiaro che bisogna fare alcune tare rispetto a questo rapporto, ma è altrettanto evidente che qualsiasi forma di federalismo fiscale non può che portare a Roma ben altre risorse di quelle che noi oggi riceviamo. Altro quindi che Roma ladrona!».

Il Sole 24 Ore 21.09.10

"L’ultimo Berlusconi, un re dei balcani Pdl", di Francesco Lo Sardo

Si sfrangia il Pdl, dal Nord al Sud: ultima, la rottura di Micciché.
Così, senza dichiararlo, si torna all’antico, al 1994.
Al nord quello che di fatto è un Polo delle libertà “PdlLega” a trazione Bossi-Tremonti, al sud il “polino” del buongoverno di Micciché che muove in queste ore i suoi primi passi, sorretto dall’invisibile ma salda mano dal lungimirante papà Marcello Dell’Utri. Intorno, un pulviscolo di oltre 14 partitini, dai socialisti alle destre di Storace, Mussolini, Santanché, al Pri di Nucara – l’ultimo è quello di Mannino e Cuffaro, che porta a quota cinque il numero di scissioni dell’Udc fomentate da Berlusconi e capeggiate da Rotondi, Giovanardi, Baccini, Pionati. Il Pdl è ridotto a una scatola vuota affidata ai triumviri Verdini, Bondi e La Russa: sedici anni dopo la discesa in campo del Cavaliere, il partito di maggioranza relativa si sta disintegrando e assume sempre più, giorno dopo giorno, le inconfondibili fattezze della Forza Italia degli albori: un’entità inafferrabile, l’ombra di un partito, un mero logo elettorale da collegare alla materialità del corpo di Berlusconi.
Ma per il Cavaliere la radicale, drammatica differenza rispetto ad allora è che l’attuale processo di destrutturazione del baricentro della destra italiana e il tentativo di rifonralo viene più subito che non pilotato da palazzo Grazioli, dove si vive alla giornata con un’unica ossessione: evitare una condanna giudiziaria a “fine carriera”. La frantumazione del Pdl in mille pezzi è oggi l’ultima delle preoccupazioni del premier: anzi, più la frantumazione s’accentua più il corpo del Capo, la sua icona mediatica, appare l’unica possibilità di tenere insieme un puzzle di grumi di potere e, stando alle inchieste delle procure, di affari personali.
Il 29 settembre Berlusconi compirà 74 anni, nel 2013 ne avrà 77. Dopo il giro di boa di Casoria e degli scandali delle escort, con una crisi economica che l’ha azzannato a inizio mandato e non molla la presa, il suo futuro politico appare sempre più incerto.
Chi sarà il candidato premier quando si voterà?
E poi, ci sarà ancora un Pdl nazionale?
Ma il domani per il Cavaliere non esiste: finché c’è lui tutti i fili devono portare a lui.
Il dopo non è previsto. E per l’oggi a Berlusconi va bene tutto: inclusa la balcanizzazione del Pdl, purché avvenga in nome del re, in nome suo.
È in questa chiave bisogna leggere il rapporto tra Berlusconi e il progetto di Partito del popolo siciliano di Gianfranco Micciché. Partito che terrà entro un anno la sua assemblea costituente e punta a crescere in tutto il sud: «Il processo regionale che abbiamo iniziato è irreversibile. Per pensare di presentarsi a livello nazionale bisogna costruire prima un’unione delle regioni del sud». Il sottosegretario Micciché giura di sognare «un Berlusconi a capo di un governo con una Lega Nord e una Lega Sud che gestiscano gli interessi territoriali del paese». Ma il sogno ha una variante non dichiarata: perché senza Berlusconi, dalla sua satrapìa sudista Micciché, se il gioco gli riuscirà, si ritroverà seduto su un solido e concretissimo tesoretto politico da spendere per cercare uno spazio politico e garantirsi un futuro negli anni a venire.
Il manovrare di Micciché al sud all’inseguimento del già ben avviato pedalare di Tremonti al nord sono le due più interessanti dinamiche in un Pdl spezzatino che guarda al dopo Berlusconi, sia pur formalmente, in nome di Berlusconi. Il capo declina, il già potente Tremonti si staglia sull’orizzonte padano, e ora anche Micciché alza la testa.
A Berlusconi raccontano che è per il bene suo e del centrodestra e lui fa di necessità virtù: tace e lascia fare, pur di poter restare ancora a galla.

da Europa Quotidiano 21.09.10

Serve salario minimo garantito

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ai microfoni del Tg1, ha lanciato la proposta di introdurre “un salario minimo garantito per legge per tutti coloro che non hanno un contratto nazionale di lavoro”. Bersani parlava da Taranto, dove ha concluso la Festa tematica del PD dedicata al lavoro ribadendo che “non si puo’ continuare a governare con le chiacchiere perché la tensione nel Paese è molto alta. Noi per crescere abbiamo bisogno di creare nuovo lavoro. Ma non mi aspetto più niente da Berlusconi, parole ne avrà tante ma fatti non ne abbiamo visti e tanto meno potremo vederli più in là”.

“Io – ha aggiunto Bersani – a Torino ho cercato di indicare elementi per un progetto di lavoro perché dobbiamo metter dentro qualche regola nuova”.

Già, perché chiudendo la festa democratica nazionale, il 12 settembre scorso, Bersani ha dedicato diversi passaggi del suo discorso al tema del lavoro, come questo:

Un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario.
Parlare di lavoro vuol dire parlare anche di regole e di nuovo patto sociale. Nell’ultima Assemblea abbiamo detto parole chiare sull’unificazione de diritti al lavoro a partire dal dato di fondo che sta in poche parole: un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario. Questa è una riforma su cui ci impegniamo secondo una strada in grado comunque di garantire una riduzione del costo medio del lavoro per l’azienda. Avanziamo proposte anche per l’indennità di disoccupazione e per la riforma degli ammortizzatori che si è persa totalmente nella nebbia. Lanciamo qui un allarme sulla questione degli ammortizzatori a fronte di una crisi che si aggrava. Dopo i tagli alle Regioni, con l’anno prossimo, chi ci metterà i soldi? Come risponde il Governo? Vogliamo ancora portarli via dagli investimenti, cioè dal lavoro, e magari ancora dagli investimenti al sud?

E proprio da qui è ripartito oggi il segretario del PD: ” Un’ora di lavoro precario non puo’ costare meno di un’ora di lavoro stabile, altrimenti diventano tutti precari. Sarebbe inoltre auspicabile istituire un salario minimo per legge per i lavoratori che non hanno contratti nazionali. Noi – ha sottolineato ancora il segretario del Pd – non possiamo farci raccontare la seguente favola: che prima ci vuole la crescita e poi arriverà il lavoro. Bisogna che ribaltiamo il ragionamento, se vogliamo un po’ di crescita noi dobbiamo dare un pò di lavoro, altrimenti vivremo sempre in sofferenza”.

Poi, serve invertire la rotta sugli investimenti, perché “se lasciamo andare le cose così, l’anno prossimo, con gli ammortizzatori sociali in scadenza e, dopo che hanno dato una gran segata alle risorse regionali e locali, di nuovo si andrà a prendere fondi dagli investimenti per il lavoro per metterli sugli ammortizzatori. In questo modo la crescita sarà pari a zero, mentre le risorse vanno prese dove ci sono. Un conto sarà fare il ponte sullo stretto di Messina – ha aggiunto – e un conto fare mille cantieri locali. Bisogna correggere le politiche che inquinano la crescita, tutte. Noi pensiamo che l’automatismo per 10 anni di un credito di imposta per la nuova occupazione sia una delle soluzioni. Il centrodestra ha distrutto tutto quello che c’era senza inventare altro”.

www.partitodemocratico.it

"Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti", di Giuseppe D'Avanzo

Dunque, martedì prossimo Silvio Berlusconi è atteso in Parlamento per un discorso che i suoi desiderano sia addirittura memorabile. Che cosa si intende per “memorabile”? Quando e come le parole di un uomo di Stato diventano storiche? Vediamo.
Si sa che il premier, nel suo intervento, illustrerà i cinque punti programmatici (giustizia, Mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) per rilanciare la corsa di un governo a corto di fiato. Berlusconi chiederà ai suoi alleati ostili (Fini) o delusi (Lega) di sottoscrivere intorno alle cinque questioni un “patto” per concludere la legislatura con un decoroso rispetto delle urgenze del Paese e degli impegni elettorali.
L´iniziativa può avere due esiti. Il primo, miserello. Berlusconi si accontenta di una risicata maggioranza che certifichi la sopravvivenza del suo governo e – insieme – la morte di ogni autarchia della sua leadership, costretta in una condizione di minorità politica a mendicare – di volta in volta – il consenso di Bossi, l´approvazione di Tremonti, la non belligeranza di Fini e il benestare finanche del governatore siciliano Raffaele Lombardo, di Storace, dei transfughi dell´Udc. Una pietosa baraonda senza futuro.
l secondo approdo, imprevedibilissimo, è nello stile del signore di Arcore che, figlio viziato della politica della Prima Repubblica, si è inventato campione dell´antipolitica nella Seconda Repubblica (qualsiasi cosa questa formula significhi). Minorità? Autonomia limitata? Vaniloquio, cicaleccio di politici di professione – lo immaginiamo dire ai suoi – posso farne a meno di queste preoccupazioni ché sono capace di scrivere l´agenda dell´attenzione pubblica come voglio e quando voglio; ché la mia leadership non dipende dalle manovre romane – me ne fotto – ma dal rapporto diretto – che ho – con il popolo, con i suoi umori che sapientemente posso mescolare e maneggiare. Qualcuno pensa che non sia più in grado di farlo?

Le sabbie mobili
Si fa fatica a credere che Berlusconi, a un passo dal suo traguardo (la corsa al Quirinale), si accontenti di vivacchiare mediocremente fino a quando Fini sarà pronto con il suo nuovo partito o magari, per qualche seggiola in meno o finanziamento caduto, Lombardo o per dire un Cuffaro spengano le macchine che tengono in vita il governo. È più probabile che, come gli consigliano, Berlusconi provi la posa dello “statista” (è accaduto una sola volta il 25 aprile 2009 a Onna nel giorno del ricordo della Resistenza). È plausibile che egli tenti di tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo con un´invenzione che “generi la politica dall´antipolitica, l´ordine dal caos”.
Certo, può accadere anche questo, anche questa volta. Berlusconi ha dato in questi sedici anni prova di come possa governare il Barnum italiano con la frusta, con il sorriso, con una menzogna strepitosa, con la pura energia della sua teatralità, con lo sciagurato favore di un´opposizione inconcludente fino allo sconforto, ma il passaggio che il presidente del Consiglio affronterà tra una settimana appare finale perché questa volta – e in modo definitivo – pare in discussione lo stesso “contratto emotivo” che il popolo della destra ha sottoscritto identificandosi in lui, rappresentandosi in lui più che essere da lui rappresentato.
In questa curva dell´avventura berlusconiana, appare in gioco la “forza del sogno” che il Cavaliere ha indotto da tre lustri nel metabolismo sociale del Paese alimentando l´illusione, come è stato detto, di una potenza individuale e di gruppo, di una felicità e un benessere possibile, raggiungibile da chiunque, per chiunque a portata di mano se fossero stati gettati per aria – come egli prometteva – alcuni ostacoli: i “comunisti”, i migranti, l´informazione, il sindacato, i magistrati, la Rai pubblica, la cultura “giustizialista”, il fisco, la Costituzione… Bene, la maggioranza elettorale degli italiani ha creduto nell´Italia che aveva in mente («Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme un nuovo miracolo italiano»). Gli hanno detto: fallo, facci felici. Gli hanno consegnato in tre occasioni (1994, 2001, 2008) le chiavi del Palazzo e che cosa gli hanno visto combinare? Pochissimo. Quasi nulla. Quasi niente.

L´uomo del fare
L´uomo del fare, oculatissimo a coltivare il suo particulare, si è dimostrato un incapace quando i beni sono collettivi e gli affari pubblici. Nessuna delle strettoie che, nello schema illusorio di Berlusconi, ci trattengono sulla soglia della prosperità è stato mai rimosso con le riforme promesse. Nessuno. Nonostante le magie manipolatorie, chiunque ha potuto rendersi conto – anche i mafiosi di lui dicono: Iddu pensa solu a iddu – che in questi anni Berlusconi ha avuto una sola bussola: la sua tutela personale, la protezione della sua roba e quindi, soprattutto, l´assoluta necessità di evitare i processi che lo coinvolgono. Una dopo l´altra, le legislature vengono e vanno, quale che sia la forza della maggioranza che lo sostiene, in estenuanti fatiche parlamentari che devono assicurargli l´impunità.
Una gigantesca macchina politico, giudiziaria, mediatica ferma nel tempo, che divora ogni cosa, ogni altro problema, argomento, intelligenza, dibattito, cancellando il presente e le priorità del Paese. Ce n´è una sola, nel mondo dell´Egoarca: il suo destino minacciato dall´opacità dei comportamenti che ne hanno fatto un tycoon. È dal passato che l´Egoarca si deve proteggere. È una coazione a ripetere che conferma le ragioni originarie della corsa politica di Berlusconi. Non ci sono state nascoste, in verità. Ce le ha spiegate per tempo Fedele Confalonieri quali fossero: «La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel “lodo Mondadori”» (Repubblica, 25 giugno 2000). Ancora più recentemente, Confalonieri ripete: “Le leggi ad personam? Le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro” (La Stampa, 2 novembre 2009).
Siamo esattamente – oggi – nello stesso punto dove la storia è cominciata sedici anni fa. Ieri come oggi, il primo e solo punto dell´agenda politica del Cavaliere è combinarsi un´impunità tombale. Lo svela, nella demoralizzazione cinica dei più, un altro turiferario delle cerimonie di Arcore: “Adesso va´ a spiegare alla gente che buona parte del gigantesco casino in cui si trova la politica italiana dipende dalle decisioni della Corte costituzionale”. (Bruno Vespa, Panorama, 16 settembre 2010).
Rapido riepilogo per chi avesse perduto qualche battuta. Il 14 dicembre la Consulta decide se la legge del legittimo impedimento può vivere o è costituzionalmente nata morta. Quella legge che protegge l´Egoarca dai giudici per diciotto mesi dovrebbe dargli respiro e consentire di imporre al Parlamento una nuova legge immunitaria questa volta costituzionale, dopo gli scarabocchi (“lodi”) di Schifani e Alfano. Naturalmente, Berlusconi non si fida né dei giudici costituzionali né dei parlamentari ed è già al lavoro con i suoi azzeccagarbugli per scavare trincee e alzare muri che possano fermare la mano del giudice. Un nuovo intervento sulla prescrizione. Il divieto di utilizzare sentenze passate in giudicato. Una nuova legge sul legittimo impedimento che possa indurre la Corte a rinviare, il 14 dicembre, ogni pronunciamento. Una nuova legge costituzionale che egli conta di far approvare in doppia lettura entro l´aprile del 2011 prima di contarsi con un referendum confermativo (sempre che l´opposizione, complice o intontita, scandalosamente non l´approvi). Una “road map” – come la chiamano allegramente – che impegnerà da oggi e per un anno il Parlamento, il confronto tra i partiti, l´opinione pubblica e i media, l´intero discorso pubblico.
Da questo punto di vista, il “gigantesco casino in cui si trova la politica italiana” è meno ingarbugliato di come pretendono di raccontarcelo. Se non ci si lascia ingabbiare da ipocrisie anestetiche e tartufismi, la sola questione che ha l´interesse di Berlusconi – tra le cinque che egli proporrà tra una settimana al Parlamento, chiedendo un voto di fiducia – è la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la di lui preziosissima roba. Nessuna sorpresa. Berlusconi è esattamente questo: è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici. È una rotta sempre più problematica in un´Italia infelice con un prodotto interno congelato, una ripresa lentissima, il debito pubblico in aumento, l´occupazione ancora in ribasso, le entrate dello Stato in flessione a petto di un´evasione fiscale che tocca tetti mai sfiorati in un deserto di politiche pubbliche a favore del lavoro, delle imprese, delle famiglie, del Mezzogiorno disgraziatissimo. È questa contraddizione – l´intera vita parlamentare assorbita dalle urgenze del Capo e non dai bisogni del Paese – che può decidere il collasso della “forza del sogno”, la rescissione di quel “contratto emotivo” che ha reso vincente il Cavaliere di Arcore. Anche perché quel che Berlusconi teme soprattutto è il cosiddetto “processo Mills” che è un processo assai rivelatore.

Il mito e la realtà
Breve memento per gli smemorati. Con il coinvolgimento «diretto e personale» del Cavaliere, l´avvocato inglese David Mills dà vita alle «64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest». Le gestisce per conto e nell´interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle «fiamme gialle» corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l´avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi «somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali» che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l´impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.
Anche qui bisogna rianimare, per l´ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del «group B very discreet della Fininvest» transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le «fiamme gialle»); il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c´è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.
La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell´homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell´illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l´ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell´infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall´ombra di quell´avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover´uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l´esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario» (Ansa, 23 novembre 1999). «Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l´Italia» (Ansa, 20 giugno 2008).
Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”. Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese – per un altro intero e lungo anno – nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.

La legge è uguale per tutti?
È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, “da statista”. Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo – e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto – che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all´altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato – il processo – l´irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo – l´aula di un tribunale – i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami – egli – l´uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica – il governo, il Parlamento – di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L´Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all´Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire – e finalmente dimostrare – che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?

La Repubblica 21.09.10

"L'Europa e il contagio della paura", di Enzo Bettiza

Il risultato del voto svedese assume un significato che fa della Svezia il campione dei profondi mutamenti che, da qualche anno, stanno sconvolgendo il panorama politico dell’Europa nordica un tempo immune da tempeste, nevrosi e paure endemicamente diffuse nelle regioni meridionali e orientali del Vecchio Continente. Il significato storico ed emblematico di quanto è emerso dalle urne scandinave va ben al di là di un semplice regolamento o spostamento di conti elettorali da sinistra e destra.

Gli svedesi, assuefatti da quasi un secolo a vivere in un clima di welfare blindato, abbiente, pressoché infinito, hanno determinato col loro voto una sorta d’eutanasia rivoluzionaria: hanno staccato la presa dell’ossigeno al già indebolito partito socialdemocratico, infliggendogli, per la prima volta in ottant’anni, un catastrofico calo di oltre il 4 per cento. Sempre per la prima volta una coalizione moderata di centrodestra, guidata con accortezza dal premier Fredrik Reinfeldt ed elevata alla notevole percentuale del 49,1 (un passo dalla maggioranza assoluta), è riuscita non solo a portare a termine il mandato governativo, ma potrà e dovrà impegnarsi sia pure con qualche spinosa difficoltà nella formazione di un secondo esecutivo.

Nella lineare e neutrale vicenda della Svezia contemporanea, sostanzialmente modellata e condizionata dal predominio socialdemocratico, non era ancora successo dalla fine della guerra che i conservatori crescessero al punto di conquistare due mandati di seguito.

Il primo dato impressionante emerso dalle urne è infatti la conferma di quella che l’Economist, con icasticità clinica, definisce oggi «la strana morte della socialdemocrazia svedese». Basti pensare che solo cinque anni prima il severo Guardian, influente negli ambienti laburisti, vedeva nella Svezia forgiata dai governi di Olof Palme «la migliore delle società che il mondo avesse mai conosciuto». Per anni i socialisti europei, e non solo europei, avevano ammirato e contemplato nella nazione guida della Scandinavia un socialismo democratico austero e generoso insieme, capace di combinare un fisco esigentissimo e una spesa pubblica massiccia con un’economia robusta e un’alta qualità della vita. I Paesi vicini e consimili, Finlandia, Danimarca, Norvegia, perfino l’Olanda, cercavano d’imitarne con successo la lezione che conteneva in sé anche una notevole e talora ardita tolleranza nel settore dei diritti civili, concessi sia ai concittadini sia agli stranieri immigrati.

Dopo l’enigmatico assassinio di Palme nel 1986, mai chiarito fino in fondo, le prime ombre cominciarono a oscurare il paradiso socialdemocratico di Stoccolma. Iniziò a turbarsi la sostanziale stabilità politica, presero ad aprirsi parentesi governative gestite dai conservatori, la Svezia nel 1994 siglò gli accordi per l’ingresso nell’Unione Europea. Con il progressivo allargamento verso l’Europa orientale postcomunista si profilarono, anche per gli svedesi, ormai stanchi del modello socialista, troppo fiscale con i compatrioti e troppo indulgente con gli stranieri, i due problemi insidiosi che l’Europa intera conosce da alcuni anni: la crisi economica combinata con la crisi dell’immigrazione incontrollata. Sul piano economico il governo dei conservatori moderati, eletto nel 2006, capeggiato dal primo ministro Reinfeldt e amministrato dal responsabile delle Finanze Borg, ha saputo affrontare con sagacia e competenza la crisi, senza smantellare le fondamenta del sistema socialdemocratico ma correggendone gli eccessi ideologici e ammorbidendo con interventi liberisti e maggiore elasticità gli spazi operativi dell’industria privata. Il compromesso è riuscito, il prodotto lordo è aumentato, la disoccupazione è calata. Oggi la Svezia occupa un posto d’avanguardia nell’economia mondiale. Il contrasto con la situazione stentata di non pochi Paesi europei è più che notevole: è quasi schiacciante.

Alla fine, anche su questa Svezia economicamente risanata e ristabilizzata incombe lo stesso pericolo che oggi travaglia, assieme alle regioni scandinave, tanti altri Paesi europei. Esso incombe però con forza particolarmente nevrotica a Stoccolma, a Helsinki, a Copenaghen, ad Amsterdam, nelle parti fiamminghe del Belgio: cioè proprio nei vivai delle civiltà nordiche più evolute, fino all’altroieri culturalmente più aperte alla tolleranza e alla convivenza con il diverso, con l’esule, con l’immigrato in cerca di pane e di protezione. Il retaggio di tolleranza, di carità umana, depositato in quelle gelide terre settentrionali dal protestantesimo e dalle socialdemocrazie, si è come rovesciato nella grande paura dei diversi che oggi vagano e premono a tutte le porte del continente. Il cortocircuito prodotto dalla paura per la calata in massa dei dissimili, paura ancestrale, che per facile retorica definiamo troppo sbrigativamente «xenofobia», sta fomentando perfino nella civilissima Svezia una contropartita politica. Qui, difatti, si è verificata un’ennesima «prima volta» con la rottura dello sbarramento elettorale del 4 per cento e l’entrata imbarazzante in scena dell’estrema destra del giovanissimo Jimmie Akesson. Esorcizzati non solo dai perdenti socialdemocratici di Mona Sahlin, ma anche dal vincente conservatore Reinfeldt, i «Democratici svedesi» capitanati da Akesson hanno raggiunto, pare, più del 6,5 percento dei voti al grido «restituiamo la Svezia alla Svezia». La situazione è poco piacevole soprattutto per Reinfeldt che, dopo aver annunciato che non toccherà Akesson «neppure con le pinze», potrebbe vedersi costretto a trattare una scandalosa coalizione proprio con l’intoccabile. La vittoria del centrodestra moderato è stata purtroppo incompleta: alla coalizione manca una manciata di voti per formare un esecutivo da soli.

Non sappiamo quello che potrà succedere a giorni a Stoccolma. Sappiamo invece che la paura sta dilagando per il Nord. In Finlandia stanno correndo forte i cosiddetti «Veri finlandesi» che esaltano la «dignità delle tradizioni silvane». In Danimarca sta crescendo il «Partito del popolo» che basa la sua campagna sul «pericolo immigrati». In Olanda il «Partito della libertà» di Geert Wilders ha già 24 seggi in Parlamento e intrattiene contatti sempre più stretti con i consanguinei nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belang. Tutti, compresi i nazionalradicali di Budapest e di Bucarest, si riuniranno a fine ottobre ad Amsterdam per festeggiare l’ormai leggendario Wilders.

Si vede, insomma, che il caso svedese è tutt’altro che isolato. L’Europa si è fatta più piccola, mentre la paura, che andrebbe studiata e non solo respinta con anemica «correttezza politica», si va facendo sempre più grande e più ubiqua. Non basta condannare alla rinfusa i «cattivi». Bisognerebbe anche sforzarsi di spiegare come e capire perché sono diventati tali dal Baltico fino al Danubio.

La Stampa 21.09.10

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“Europa, lo spettro dell’ultradestra”, di MARCO ZATTERIN

Prima il terrorismo, poi la paura dell’immigrato e infine la crisi economica che ha incrinato la fiducia. Alla fine del primo decennio del nuovo secolo l’Europa è agitata da una deriva nazionalista che cavalca le tensioni e complica i bioritmi della politica. Il primo effetto del continente che piega a destra è la precarizzazione delle coalizioni, il secondo è il diffondersi dell’illusione che alzando la voce si risolvano i problemi in fretta. Leader scaltri hanno capito che nel breve periodo può funzionare. Nel lungo non si sa, non ancora.

Il populismo cresce nell’intolleranza e nella paura, nella liberale Olanda come nel rigoroso Belgio e ora anche in Svezia, patria socialdemocratica di un Welfare per anni invidiato. In Ungheria, Slovacchia e Romania, partiti dall’anima fascista raccolgono consensi insperati aggrappandosi ad antichi ideali ed esacerbando i confronti con l’«altro», in genere le minoranze, gitani o ebrei non pare far differenza. Ci riescono nel nome della «Libertà» a cui dedicano i loro partiti, come fece Jörg Haider, che nel 1999 convinse il 25% dell’Austria a votarlo, e come è riuscita a Geert Wilders, il leader antislamico dei Paesi Bassi che cavalca la «minaccia» dello straniero e la delusione verso partiti tradizionali che tiene in scacco dal voto di giugno.

In Francia, nel momento in cui ha visto cadere i consensi, il presidente Nicolas Sarkozy ha lanciato l’offensiva contro la «gent du voyage», termine con cui ha mascherato l’intenzione di colpire i rom, irregolari da cui una ampia frangia della popolazione si sente minacciata. Per lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, che vive in Francia da anni, l’Eliseo ha «usato le espulsioni per sedurre l’estrema destra, dunque per ragioni di consenso e di conservazione del potere». Nell’attimo della difficoltà, Sarkozy ha riprodotto lo schema delle Destre, ha cercato un nemico e promesso di sconfiggerlo. Capita anche in Germania, dove dalla Cdu di Angela Merkel è in arrivo una componente superconservatrice, animata da Erika Steinbach, presidente dell’Associazione dei tedeschi espulsi dall’Europa centrale dopo l’ultima guerra.

Il Belgio ha dimostrato che alla lunga l’estremismo non paga, lo provano i duri fiamminghi del Vlaams Belang, battuti dal N-Va di Bart De Wever, che è riuscito a persuadere parte degli elettori delle Fiandre di «essere un moderato». Anche negando il parallelo con la Lega: «Loro sono di destra», giura. «Ciò che accomuna diversi partiti di estrema destra, spesso caratterizzati da politiche localistiche, è il forte antieuropeismo», spiega Rosa Balfour, Senior policy analist dell’European Policy Centre. In effetti, Bruxelles è la nemesi del nazionalismo, i suoi valori negano xenofobia, odio razziale e discriminazioni, ma non tolgono che il vecchio continente sia una polveriera di minoranze in cerca di futuro, come gli ungheresi che vivono in Romania e Slovacchia. L’Ue «deve contraddire quanti la accusano di essere agli ordini di un progetto di omologazione delle culture e delle identità su scala mondiale», suggerisce Magali Balent, della Fondazione Robert Schuman. I risultati dicono che, sinora, non è riuscita a farlo in modo concreto.

La Stampa 21.09.10

Veltroni non convince Franceschini "Che amarezza il documento di Walter", di Matteo Tonelli

Il capogruppo democratico alla Camera a Repubblica Tv. “Il testo l’ho letto sui giornali, io lavoro per rafforzare Bersani e resto fedele al patto con i nostri elettori”. “Pronti a votare la mozione sulla Rai dei finiani”. “Leader? Decideranno le primarie”. “Bisogna chiudere con l’era Berlusconi, poi si decidera che fare”. “E’ stata una vicenda dolorosa sia dal punto di vista politico che da quello personale. E qui mi fermo..”. Dice di non volerne parlare Dario Franceschini della mossa di Walter Veltroni. Ma in realtà ne ha una gran voglia. Lui, che dopo le dimissioni del segretario prese il suo posto, lui che vede la minoranza che capeggia spaccata in due dalla conta veltroniana, quel documento con le 75 firme in calce non l’ha digerito 1. Dannoso, inutile, intempestivo. Ennesimo segnale di “un virus autodistruttivo 2” l’aveva definto a caldo. E oggi, davanti alle telecamere di Repubblica Tv, resta su quelle posizioni: “Non c’era bisogno di questa cosa adesso, non nego il dibattito perché non siamo un partito identitario, ma se è vero che c’è l’emergenza democratica non è questo il momento di dividersi. Io lavoro per rafforzare Bersani”.

Discutere non è dividersi, dice Veltroni. Discutere non è raccogliere firme, replica Franceschini: “C’è un problema di mantenimento della parola data agli elettori: dopo le primarie avevamo detto che avremo sostenuto il vincitore e io sono vincolato a quel patto”. Eccola l’amarezza politica: “Nel momento in cui raccoglie le firme, si contano quelle più del contenuto del documento e non basta dire che non si vuol fare una corrente, tutte le correnti sono nate così”. Infine l’amarezza personale: “Il documento io l’ho visto sui giornali e segnalo che alla Camera sono seduto vicino a Veltroni”.

Una bocciatura senza appello. Nonostante l’articolo con cui oggi Veltroni nega di voler spaccare il partito, Franceschini vede un elettorato “che non ne può più” di un partito “che litiga sui giornali”. Un partito che ripropone una storia infinita, fatta di una tentazione, insopprimibile, di segare le gambe al leader: “Dall’Unione in poi è sempre stata la stessa storia: prima Occhetto, poi Prodi, D’Alema, Amato, Veltroni, Fassino e Rutelli, il sottoscrito. E’ tempo di dire basta”.

Facile a dirsi, si dirà. Eppure lo scenario presenta un centrosinistra che, nel momento di maggior difficoltà della destra, non trova di meglio che litigare. Franceschini, però, rifiuta l’equiparazione delle due crisi: “Non sono paragonabili. Quella della destra è strutturale, è esploso un modello. Da noi, invece, c’è una discussione non una crisi di modello”.

E allora se la priorità è battere Berlusconi, restano da decidere le strategie da seguire. Anche in questo caso la lettura dei giornali offre un’opposizione alle prese con ricette diverse. C’è chi, come Parisi, propone una mozione di sfiducia al governo. Chi la vorrebbe limitare all’interim del ministero allo Sviluppo. Franceschini è cauto. “Bisogna ottenere risultati e non fare unicamente bella figura sui quotidiani”. Meglio allora sostenere la mozione che i finiani vogliono presentare sulla libertà di informazione. Un vero siluro per il governo: “Il nostro dovere è lavorare nelle spaccature della maggioranza senza ricompattarli, fare una mozione su sfiducia contro l’esecutivo è una tafazzata. Diversa è quella sull’interim, perché questa potrebbe avere qualche possibilità”.

Nel frattempo il Pd resta alla ricerca della sua identità. Che per Franceschini deve essere quella di un partito “che non deve avere un blocco sociale di riferimento”. Che punti su scuola, welfare totale e legalità. E guai a parlare di candidato premier. “Questa discussione è un riflesso del berlusconismo. In realtà, in Europa come in Italia, abbiamo rinunciato a sfidare la destra sui valori, limitandoci ad inseguirla”. Accanto alle idee, però, servono uomini per metterle in pratica. E anche su questo terreno la confusione all’ombra del Pd è ai massimi livelli. “Lo Statuto dice che il segretario del Pd è anche il candidato premier. Il ‘papa straniero’, se ci sarà, dovrà vincere le primarie e non potrà essere scelto da 5 capi di partito”. Per questo sarebbe meglio che Niki Vendola non passasse ogni giorno “a parlare di candidati perché se la legislatura arriva fino al 2013 le primarie saranno nell’autunno 2012”.

Pd ma non solo nelle parole di Franceschini. Che fissa come obiettivo primario quello di “chiudere l’era Berlusconi”. Per farlo, nel caso in cui il Cavaliere puntasse alle elezioni anticipate, non c’è che una strada: “Poche discussioni, serve un fronte comune delle opposzioni. Bisogna fare come con la Resistenza: prima si libera il Paese e poi si discute. Anche perché siamo al massimo dei rischi per la democrazia. Antiberlusconismo dannoso? Davanti alla gravità delle cose che accadono se non si alza la voce adesso quando la si alza?”. Alzare la voce, dunque. Magari dicendo tutti la stessa cosa.

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