“La mancata operatività dell’organismo di rappresentanza degli studenti universitari (il Cnsu) rappresenta una grave lesione dei loro diritti. Il ministro Gelmini dovrebbe intervenire immediatamente anche perché, in questa delicata fase, non garantire la funzionalità dell’organo di rappresentanza dei protagonisti del mondo universitario vuol chiudere la porta in faccia ai loro contributi”. Così la capogruppo in commissione cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che rende noto di aver presentato una interrogazione parlamentare al ministro per l’Istruzione, Mariastella Gelmini per sollecitare l’immediata convocazione del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) visto che, a tre mesi dal decreto ministeriale che ha dato ufficialità alla sua nuova composizione, il nuovo organo non è stato ancora convocato.
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"Dopo i tagli, riforme vere?", di Gian Carlo Sacchi
La diminuzione di risorse per il sistema scolastico è generalizzata; le cifre più evidenti sono in termini di posti di lavoro, ma ci sono tante altre fonti di finanziamento, dirette e indirette, che vengono progressivamente limitate.
E’ necessario considerare che a partire dal 1997 con la legge n. 440 (reinvestimento dei risparmi sulla qualificazione dell’offerta formativa) e 59 (autonomia), le competenze sul sistema scolastico sono state decentrate alle scuole autonome ed agli enti territoriali, mentre le risorse sono rimaste centralizzate.
Oggi pertanto le Regioni programmano l’offerta, ma lo Stato fornisce il personale; le istituzioni scolastiche sviluppano una più ampia contrattazione con il territorio, ma è sempre lo Stato che detiene i cordoni della borsa.
Il disinvestimento riguarda:
– Gli organici: siamo al secondo anno di un piano triennale, anche se le cifre vengono spalmate su una diversificata gamma di situazioni, per cui i risultati sono molto eterogenei. Ed è per questo che il Governo fa lo slalom cercando di far credere che non ci siano riduzioni: vedi il tempo pieno, che di fatto diminuisce, ma può beneficare di vari residui orari del vecchio ordinamento, che consente alle scuole di far fronte alle emergenze.
I tagli sono lineari, uguali per tutti, anche se il sistema si comporta in modo diverso nelle varie parti d’Italia; l’effetto di questa operazione si vedrà sempre di più nei prossimi anni.
– Le revisioni ordinamentali sono tutte al risparmio: maestro unico (24 ore), rispetto al modulo (27 – 30 ore), tempo pieno senza compresenze (un maestro per ogni metà giornata), scuola materna ad orario parziale (l’altra metà è sempre più a carico degli enti locali o delle famiglie), scuola media a 30 ore (non più a 33), il tempo prolungato a 36 solo se restano risorse (quasi mai); diminuzione degli orari nelle superiori: licei 27 ore biennio 30 ora triennio contro le 34 dei percorsi sperimentali; istituti tecnici e professionali 32 anziché 36. Nella scuola dell’obbligo si torna spesso alle “pluriclassi” e sono sempre più a rischio ad esempio le scuole di montagna, che devono essere bilanciate con il numero degli alunni delle classi nei centri urbani.
C’è il pericolo che dopo l’asilo nido le famiglie non trovino più la scuola materna; ci saranno sempre meno percorsi per adulti ed il numero degli alunni per classe aumenterà anche oltre la capienza delle aule (norme di sicurezza).
– I patti di stabilità interni agli enti locali impediscono di investire in tal senso e la recente manovra a carico dei medesimi e delle Regioni si abbatterà ancora di più su questo settore.
– I finanziamenti diretti alle scuole sono ridotti al lumicino: i crediti accumulati nei confronti del ministero sono enormi, per spese di funzionamento e per i supplenti. Da questo punto di vista le scuole si rivolgono sempre di più alle famiglie, creando un sistema socialmente ed economicamente sperequato, anche se è permesso loro di detrarre fino al 19% dell’imponibile (chi ha l’imponibile ?) le spese scolastiche (non per i libri di testo). Anche le donazioni “liberali” sono defiscalizzate, ma poco praticate, per le aziende infatti non è facile arrivare all’imponibile.
I sistemi regionali delle borse di studio sono allo stremo, a fronte di un aumento della povertà e la diminuzione delle risorse, mentre alcune regioni offrono doti/voucer per la frequenza alle scuole private/paritarie, in maniera diversificata (di meno) per la frequenza a quelle statali/comunali. Il diritto allo studio è in pericolo!
– L’aprire il fronte dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione verso la formazione professionale e l’apprendistato oltre ad essere a sua volta un impoverimento sul piano della qualità dell’offerta formativa, è un’ulteriore occasione di risparmio e per addossare alle regioni (fondo sociale europeo) i costi di un avviamento precoce al lavoro, spesso di scarsa qualità anche rispetto alle richieste formative dello stesso mondo aziendale (ma forse alle imprese fa piacere tornare ad un mercato del lavoro più disponibile per l’abbondante presenza di giovani apprendisti ?).
– Vengono tagliati gli scatti di anzianità del personale della scuola ed è bloccato il rinnovo del contratto (il promesso recupero entro il 30 % dei fondi stanziati per il “merito” non solo è insufficiente, ma denota una politica incoerente rispetto alla promozione della qualità del sistema) .
– Il tanto declamato merito degli studenti viene contratto. A coloro che conquistano la lode agli esami di stato, al termine delle scuole superiori, il premio da 1000 euro scende a 600 e vengono ristrette (solo per una questione meritocratica ?) le maglie dei crediti scolastici per arrivare al massimo.
– Diminuendo i posti si allungano anche i tempi di riassorbimento dei precari, e questo significa perdere una generazione di giovani docenti ed aumentare l’età media, che è già una delle più alte d’Europa.
– La recente manovra economica taglia poi su promozioni, straordinari, arretrati
– I contributi annunciati alle scuole non statali non sono ancora stati erogati.
– Sulle sezioni primavera per il prossimo anno non vi è ancora certezza (manca intesa stato – regioni)
La recente indagine dell’OCSE spaventa, ma non meraviglia. L’Italia è l’ultima per investimenti, solo davanti alla Slovacchia, e questo la dice lunga sulla competitività che eserciteranno sempre di più i Paesi così detti emergenti, mettendoci in grave pericolo di marginalità.
Si sa che la crisi ci farà rimanere sostanzialmente poveri, per cui è necessario riorganizzare la spesa per l’istruzione/formazione, sul piano normativo ed economico. Federalismo fiscale: livelli essenziali delle prestazioni (che non sono i livelli minimi del Governo) e costi standard per determinare il concorso degli investimenti.
In questa situazione si devono combattere i così detti tagli lineari, che non tengono conto delle esigenze dei territori, ma che sostanzialmente ribadiscono il centralismo nella gestione delle risorse.
L’autonomia scolastica ed una rappresentanza riconosciuta delle scuole autonome, nell’ambito dell’applicazione del nuovo dettato costituzionale e di un’adeguata legislazione regionale, è l’occasione per costruire un sistema formativo territoriale che regoli il rapporto domanda e offerta (anche se l’offerta non è di puro servizio al cliente, ma di sostegno al cittadino: art. 3 della Costituzione, e quindi deve prevedere un intervento dello stato);
Per quanto riguarda poi il personale: va prevista una spesa dello stato, la definizione dei requisiti e delle modalità di reclutamento a livello nazionale, ma una gestione funzionale delle regioni e delle realtà locali, con organici a livello di istituto scolastico, in collaborazione con altre agenzie formative locali: non si tratta più infatti di decreti salva precari, ma di provvedimenti necessari per combattere il precariato. Questo può accadere se l’organizzazione del servizio viene attuata nei territori, attribuendo a scuole, regioni ed enti locali, la responsabilità dell’utilizzo dello stesso e della relativa stabilizzazione.
Se non sarà più possibile, come in passato, disporre di risorse statali capaci di farsi carico di tutte le esigenze del sistema, lasciando a regioni, enti locali, realtà territoriali di aggiungere specifici interventi, occorre cambiare il quadro dei poteri e delle responsabilità per consentire che dal basso si possa rimettere in equilibrio gli standard con le esigenze finanziarie e la loro reperibilità. Sono le aspettative dei territori a dover indicare i livelli di qualità dei servizi, e da qui iniziare il percorso dei costi standard, locali, regionali e nazionali.
Una volta stabilita la soglia ad esempio regionale si tratta di vedere se il federalismo fiscale si può realizzare a partire dalle così dette regioni virtuose, intervenendo per le altre in modo perequativo, o si debba operare sul costo medio, lasciano proprio alle più efficienti di coprire autonomamente il “pezzo” dell’eccellenza. Non si vorrebbe che nell’applicazione della legge Calderoli, alla fine la montagna partorisse il topolino e cioè che i costi standard corrispondessero all’attuale finanziamento statale per la scuola, per giunta decurtato dai tagli di cui si è detto.
Allora bando certo agli sprechi, ma i risparmi devono essere tutti, e non il 30%, reinvestiti sul sistema, come prevedeva la legge 440/1997, e nella riorganizzazione dei poteri e delle competenze, occorre rivisitare il rapporto tra gli standard e le risorse. Si deve dunque ripartire dal territorio, per capirne le esigenze e nello stesso tempo ricercarne le condizioni per farvi fronte e portare poi le istanze ad altri livelli decisionali, nell’ambito di una legislazione regionale che esprime la programmazione territoriale e l’indicazione sul piano nazionale degli obiettivi generali e di prestazione. Diritti dei giovani, delle famiglie e standard, condivisi, di qualità dei servizi.
Insomma la gestione dell’offerta è un problema locale; bisogna ripartire dal “sistema delle autonomie”, che dialogano, investono, crescono, si confrontano, allargandolo progressivamente ad altri interlocutori, e, via via, mettersi in grado di competere su scala internazionale, anche per quanto riguarda le ricadute sul versante del lavoro e della continua civilizzazione.
Se lo stato ha tagliato, si dice, più di otto miliardi di euro, a poco serve l’analisi delle percentuali sciorinate in questi tempi, che tanto fanno ricordare i polli di Trilussa.
Anche se quei soldi dovessero tornare, cosa molto improbabile, non potrebbero più passare attraverso le forme dell’attuale centralismo, che ha prodotto in piena coerenza i predetti tagli lineari.
La vera riforma è una sola, quella del governo di questo sistema, che può rimettere le radici e far di nuovo rinverdire le foglie, altrimenti i tanti provvedimenti ordinamentali che vengono sfornati a ritmo frenetico sono comunque destinati a seccare.
da educazione e scuola 20.09.10
Il "caos calmo" di Colosio, di Pippo Frisone
Nel giro di due settimane il direttore regionale Colosio è costretto a intervenire sulle nomine di supplenza con due comunicati stampa.
Il primo con l’inizio del nuovo anno scolastico, molto rassicurante, prometteva tutti gli insegnanti in cattedra con l’inizio delle lezioni, mentre solo qualche giorno prima aveva azzardato la data del 31 agosto.
Il 13 settembre manda una lettera di saluto a tutti i dirigenti scolastici per esaltare le magnifiche sorti delle “riforme epocali” volute dalla Gelmini.
Non un accenno critico ma nemmeno di riflessione sulle difficoltà in cui le scuole sono costrette ad operare dopo i tagli agli organici e ai finanziamenti imposti dal Governo.
Silenzio, assordante!
Il secondo comunicato del 17 settembre per smentire le notizie false e tendenziose apparse sulla stampa cittadina in merito all’assegnazione degli incarichi nelle scuole lombarde ed in particolare a Milano.
Si ammettono ritardi ma la colpa è dei provveditorati del sud.
Gli alunni disabili sono aumentati in Lombardia perché le Asl non adottano gli stessi criteri nelle certificazioni.
Se un migliaio di posti restano ancora vacanti la colpa è anche delle troppe assenze alle convocazioni.
Un caos calmo, però da non far vedere, da nascondere come si fa con la polvere sotto i tappeti, scaricando da qui a qualche giorno tutti gli oneri delle nomine ancora da fare direttamente sulle scuole.
Caos calmo è però un film già visto.
Lo scorso anno con qualche problema in più i provveditorati dovettero affrontare all’ultimo minuto l’emergenza delle code alle graduatorie ad esaurimento, con migliaia di domande solo a Milano.
Geniale invenzione quella della Gelmini per aggirare le sentenze del Tar del Lazio.
L’inserimento in tre code doveva risarcire i precari del mancato inserimento a pettine ma solo fino a quest’anno perché col prossimo si riapriranno le graduatorie a pettine!
Altro caos che si annuncia.
Nel caos calmo di Colosio, invece, ogni responsabilità della Gelmini o del Governo viene sottaciuta, compresa quella sui tagli che stanno mettendo in serie difficoltà le scuole e stanno contribuendo ad esasperare gli animi di chi resta senza lavoro.
I precari delle code sul sostegno non si presentano? ma avvenne così anche lo scorso anno.
Se la nomina non è di ruolo, la supplenza sul sostegno gli specialisti se la prendono nella loro provincia.
Nella primaria le ultime convocazioni sui posti comuni dalla graduatoria provinciale sono andate quasi deserte ? E’ successo così anche lo scorso anno. Sperano di essere chiamati dalle graduatorie d’istituto, magari sotto casa, sui posti di sostegno perché mancano gli specialisti.
Ma se gli specialisti sul sostegno e sull’inglese nella primaria mancano di chi è la colpa? Silenzio.
Nella secondaria la situazione è più complessa ma il dato di partenza è che lo scorso anno sono state esaurite 40 graduatorie provinciali e in 31 comprese le code!
A059, matematica alle medie, è stata la prima ad esaurire anche la coda e così quest’anno.
Così anche per Spagnolo alle medie e alle superiori solo per citarne qualcuna.
La situazione sul sostegno era comunque prevedibile se arriviamo nella primaria e nelle medie con le stesse quantità di posti dello scorso anno ancora vacanti da coprire : le numerose assenze sulle code, prevedibili anche quelle, non c’entrano nulla perché sistemati altrove..
Quest’anno alle sofferenze di alcune graduatorie nelle superiori se ne sono aggiunte altre a causa dei tagli che in quest’ordine di scuola hanno toccato i picchi più alti.
Per non parlare del sovraffollamento delle classi.
Ma il caos calmo di Colosio imponeva di dire che tutti i posti sarebbero stati coperti col primo giorno di scuola e tranquillizzare così l’opinione pubblica.
Lo scorso anno tra il 24 e il 25 settembre venivano comunicati alle scuole gli elenchi delle graduatorie esaurite , comprese le code e le posizioni degli ultimi nominati dove non erano esaurite.
Da lì iniziava la caccia ai supplenti da parte delle scuole e quella che arrivava per prima magari riusciva ad accaparrarsi il docente abilitato o l’ultimo degli specialisti di sostegno sulla piazza!
Il balletto dei docenti fino alla completa sistemazione degli aventi diritto è andato avanti fino ad ottobre.
Sarà così anche quest’anno, soprattutto nella secondaria superiore.
Lo testimoniano gli orari di lezione ancora incompleti o provvisori, con le scuole alle prese con la novità delle ore a 60’, una difficoltà in più per far quadrare gli orari col fenomeno del pendolarismo scolastico. E i primi orari definitivi non a caso vengono previsti nella migliore delle ipotesi per il 4 ottobre.
Un caos per nulla calmo, quello sulle nomine, destinato a durare, con buona pace di Colosio, fedele servitore dello Stato, per almeno tutto il mese di settembre!
A ottobre i primi scioperi e manifestazioni di piazza. L’autunno caldo della scuola è appena iniziato.
da ScuolaOggi 20.09.10
Bersani su facebook: "Si va a grandi passi verso un governo Bossi-Cuffaro"
Il leader del PD attacca: “Cocktail micidiale”. Intanto Berlusconi prova a cercar voti con La Destra di Storace ed i deputati dell’UDC. Il video: quando Cuffaro manifestava contro il federalismo della Lega. “Stiamo andando a grandi passi verso un governo Bossi-Cuffaro. Non sarà certo questo cocktail micidiale a salvare il paese dai problemi che ha” scrive oggi il segretario del PD sulla sua pagina facebook, raccogliendo oltre 70 commenti in poche ore.
Così Bersani, dopo la conferenza stampa in Sardegna della scorsa settimana dove aveva parlato di un calciomercato simile a quello del Milan, torna ad attaccare la campagna acquisti in grande stile di Berlusconi che spazia da La Destra di Francesco Storace a singoli deputati dell’UDC: “Il premier ‘dopo 2 anni e mezzo di governo inutili torna a promettere le stesse cose della campagna elettorale, con 100 miliardi al Sud che non ci sono”. E’ di queste ore la notizia di un ingresso in maggioranza di quattro parlamentari dell’Udc siciliani (notizia che fa infuriare Pier Ferdinando Casini che risponde: Nostri deputati col Pdl? Vadano. Ma così Berlusconi legittima i ribaltoni, quest’estate mi ha cercato e oggi cerca di portarci via i parlamentari?) tanto da fargli dire: “Se compra quattro deputati è un compravendita vergognosa”.
Era il marzo del 2009 quando Totò Cuffaro partecipava alla manifestazione dei giovani UDC a Roma “contro questo federalismo della Lega” accolto da coretti entusiastici
pronto a cantare con loro sulle note di “Un tuffo dove l’acqua è più blu” la strofa “Silvio s’è scordato del sud, la Lega gioca con il fuoco”
Nel suo intervento alla festa del Pd di Modena sabato 18 settembre Bersani si è detto deciso “a non mollare” su una possibile compravendita da parte del premier di parlamentari che possano votare la fiducia alla fine di settembre. Poi rivolgendosi alla Lega Nord, il segretario del Pd aggiunge: “Non dite Roma ladrona perchè voi state con quattro ladroni, siccome siamo gente di cuore, quando venite fuori da lì” dalla maggioranza di Berlusconi “noi saremmo già a posto. Però insistiamo nel dirgli: ‘cosa succederebbe in caso di un governo con Berlusconi, Bossi e Cuffaro? Se lo dici alzando la voce ti ascoltano”.
Per Bersani la priorità è quella di essere pronti a un eventuale voto anticipato come ha ribadito alle feste democratiche di Modena e Bologna: “Io lo dico da un anno a questa parte che alla fine della legislatura non ci arrivano perché il centrodestra non è in condizione di tirare la palla avanti. Qualsiasi cosa impapocchino nelle prossime settimane -insiste il segretario del Pd- sarebbe comunque una cosa più debole di quella che abbiamo visto fin qui. Noi siamo pronti l’importante è sempre tener conto che quando si arriva alle elezioni è perché Berlusconi ha fallito”.
I commenti di Penati e Zoggia. Quella di Silvio Berlusconi è una “campagna acquisti partita in grande stile e ormai “siamo al mercato” dice Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani: “Dopo due anni e mezzo di governo trascorsi inutilmente per gli italiani, il presidente del Consiglio torna a promettere le stesse cose annunciate in campagna elettorale. Non è credibile ed è offensivo perché non ha più la maggioranza ed è solo impegnato in una squallida campagna acquisti. Il Sud – dice Penati – torna nelle attenzioni del governo solo ora che Berlusconi ha deciso di fare shopping di deputati e questa è una brutta pagina politica. Si ripropongono cose mai realizzate e idee rubate ad altri, il tutto all’insegna della più grande estemporaneità. Si illudono le persone perché i 100 miliardi non esistono e l’unica cosa certa è che sembra di trovarci in un mercato e non in un governo. Così si fa il male del Sud e del Paese”. Poi Penati interviene sull’autocandidatura di Massimo Calearo (eletto come capolista PD in Veneto nel 2008 e passato all’API) a sostituire Claudio Scajola: “Quando li si accusa di compravendita di parlamentari, Berlusconi, Napoli, con
l’eleganza e la signorilità che sempre lo contraddistingue, e gli altri esponenti del Pdl smentiscono indignati. Ma se le cose stanno davvero così, non si riesce allora a capire da dove nasca l’autocandidatura di Calearo a ministro dello Sviluppo economico. Delle due l’una. O c’è in corso una trattativa segreta dissimulata da tutti i partecipanti; oppure Calearo si offre ora perché teme che presto lo shopping potrebbe chiudersi.
Infine vorrei ricordare che mentre Berlusconi smentiva la compravendita di parlamentare di fronte alla platea della Destra, nello stesso discorso ha chiaramente detto che un domani potrebbero esserci posti da ministro per il gruppo di Storace. E questo che cos’è, se non un mercato di posti in cambio di sostegno?”.
Davide Zoggia, responsabile Enti locali della segreteria del Partito Democratico, denuncia come “il vicepresidente dei senatori del Carroccio Lorenzo Bodega arriva a offendere il segretario di un altro partito, significa che i nervi dei dirigenti leghisti stanno saltando. Certo, per chi non fa che straparlare di Nord trovarsi nel governo a fianco Totò Cuffaro e in prospettiva anche Storace non deve essere certo facile. E ancora meno facile prendere atto che, come ammette lo stesso Bossi, a vedere attuato il federalismo saranno i nostri figli. Gli insulti di Bodega sono insomma un segno, da un lato, di disperazione, dall’altro, di assoluta mancanza di idee su come uscire da una situazione di estrema difficoltà. In ogni caso, quelle che il senatore leghista chiama liti riferendosi al Pd altro non sono che momenti dialettici. Nei partiti democratici normali funziona così. Ma a Bodega, che è abituato al Carroccio del padre-padrone Bossi, sembra strano che si possa discutere pur rimanendo sempre uniti che nell’obiettivo di preparare l’alternativa a questo governo che ha fatto solo danni”.
www.partitodemocratico.it
"L´eterno ritorno del trasformismo", di Ilvo Diamanti
Viviamo tempi di grande cambiamento. Di grande trasformazione. Anzi: trasformismo. E dunque di grande continuità, nel Paese di Depretis, del Gattopardo, della Dc e del “consociativismo”. Dove da settimane si assiste al tentativo di formare un nuovo gruppo parlamentare, che entri nella maggioranza di governo. Il reclutatore è l´onorevole Nucara, (sedicente) repubblicano (col tempo, si sa, le antiche sigle, anche le più gloriose, perdono significato), su incarico del premier.
Il quale, per primo, aveva sollecitato la transumanza di parlamentari di altri gruppi verso la maggioranza. Garantendo riconoscenza e ricchi premi. Cioè, la ricandidatura e la rielezione. Magari qualche carica di sotto-governo. Alcuni parlamentari contattati parlano di altri incentivi, più concreti e diretti. Insomma, si è aperto una sorta di mercato. Anzi, forse esiste da sempre, visto che pressioni del genere pare ce ne siano state anche al tempo del governo Prodi. Il premier, riferendosi alle nuove reclute, ha obiettato che non si tratterebbe di pentimento – o di trasformismo. Le conversioni più numerose, infatti, riguarderebbero parlamentari già eletti con la maggioranza. In questo caso, però, non si capirebbe perché vi sia bisogno di reclutarli. Se non perché nel centrodestra sono confluiti gruppi locali e personali, uniti da interessi puramente elettorali. Oggi, però, il gruppo dei “responsabili” – così si definiscono, con molta autoironia inconsapevole, i convertiti – è divenuto utile, per neutralizzare l´azione di Fini e Fli. I quali appaiono, al premier, “irresponsabili”. Anzi: “dissennati”, come li ha definiti sabato. Anche se sono alleati del Pdl e di Berlusconi. Fino a prova contraria.
Insomma, siamo in uno “Stato di confusione”. Fondato sul “voto di scambio”. Così, Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, oltre 30 anni fa, definirono la conquista – e l´acquisizione – degli elettori attraverso l´offerta di benefici individuali. Solo che oggi il “voto di scambio” si è trasferito dalla società al Parlamento, dove si pratica e si professa apertamente.
Non vogliamo, in questa sede, fare esercizio di sdegno. Peraltro utile e salutare, in tempi nei quali lo sdegno sembra divenuto un atteggiamento démodé. Ci interessa invece indicare, succintamente, i fattori che hanno accelerato la trasformazione trasformista del Parlamento.
1. La prima causa riguarda, ovviamente, il sistema politico italiano. Incapace di generare maggioranze stabili, in grado di governare. E opposizioni forti, in grado di proporre e garantire l´alternativa. La coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi ha conquistato la maggioranza parlamentare più ampia nella storia della seconda Repubblica. Non è bastato, se due anni dopo è alla caccia di nuovi deputati e senatori. Per bilanciare Fini, peraltro eletto nel partito di maggioranza relativa, il Pdl, che non c´è più. Non lo dice solo Fini. La pensa così circa un terzo dei suoi elettori, secondo i quali sarebbe meglio tornare ai partiti di prima: Forza Italia e An (Sondaggio Demos, 7-10 settembre, 1176 casi).
2. Il premier, peraltro, non ha intenzione di aprire la crisi. Teme che si formino altre maggioranze a sostegno di altri governi (cosiddetti tecnici). Ma soprattutto teme il voto anticipato. Così, invece di ri-conquistare gli elettori, preferisce conquistare nuovi parlamentari. Con il voto di scambio.
3. Ovviamente, questo gioco è reso possibile dalla debolezza dell´opposizione. Non riesce a fare opposizione a questa iniziativa e, in genere, all´azione di governo. Nella fase di maggior divisione del Pdl e di Berlusconi, non trova di meglio che dividersi a sua volta.
4. Tra i fattori più importanti di questa degenerazione c´è, sicuramente, l´assenza del principio di “responsabilità” degli eletti. I quali non sono e non saranno mai chiamati a “rispondere” direttamente e personalmente del proprio operato. Questa legge elettorale ha abolito ogni tipo di legame fra eletti ed elettori. Non ci sono le preferenze, non ci sono collegi uninominali, dove il rapporto con il territorio e la società è diretto. Il destino dei parlamentari è in mano ai leader e alle segreterie nazionali. A cui spetta la costruzione delle liste. Naturalmente bloccate.
5. È, inoltre, difficile dimenticare la debolezza dei valori, dei programmi, dei progetti su cui si fondano i partiti. Ridotti, perlopiù, a oligarchie distanti dalla società. O ad aggregati al servizio di un leader. Privi di fondamento dal punto di vista sociale, territoriale e dell´identità. Per chi ne fa parte, i vincoli etici e di rappresentanza rischiano di contare meno degli interessi e delle convenienze personali.
Questa fase di trasformazione trasformista produce alcune conseguenze significative. Ne indichiamo due.
a. La prima agisce sul piano civico e sociale. Gli italiani: non hanno mai avuto grande fiducia nella politica e nei politici, nello Stato e nelle istituzioni. Questa deriva trasformista non fa che accentuare questo atteggiamento. Non ci si scandalizza quasi più di nulla. In particolare, si è affermata la convinzione che tutto sia lecito, pur di governare. Che le maggioranze si possano fare e disfare a piacimento. È solo questione di prezzo. Che le elezioni non servano. Tanto poi, in Parlamento, tutto si fa e si disfa. Maggioranze e partiti. Al di fuori di ogni responsabilità politica e personale. È solo questione di prezzo.
b. La seconda richiama direttamente l´ambito politico. Questo mercato dei parlamentari, nel caso il governo dovesse cadere, giustifica la ricerca di maggioranze diverse. Magari a sostegno di governi tecnici e di emergenza. (Lo ha affermato anche Casini a Sky, intervistato da Maria Latella.)
Infine, una considerazione.
Se il Parlamento rappresenta i cittadini, se la maggioranza di governo rappresenta la “volontà popolare”. E se la rappresentanza, in fondo, è come uno specchio. Allora è meglio che lo specchio vada in mille pezzi. In altri termini: occorre cambiare questa legge elettorale, che alimenta l´irresponsabilità degli eletti. Con ogni mezzo.
Per non perdere gli occhi e l´anima guardandosi allo specchio.
La Repubblica 20.09.10
"Alitalia, non è ancora finita. Altri 2mila esuberi in arrivo", di Laura Matteucci
L’ultimo tassello del puzzle della crisi che per i lavoratori non finisce mai ha (di nuovo) i contorni di Alitalia. L’azienda starebbe mettendo a punto un piano di ridimensionamento del personale da attuare entro l’anno per 1.800-2mila tra dipendenti, precari (circa 600), e alcuni stagionali. Per ora si tratta solo di un’ipotesi rilanciata dal Corriere della Sera, subito negata da Alitalia con una smentita che suona però come molto debole: «Alitalia fa sapere che non conferma i contenuti dell’articolo», dice una nota laconica. In realtà, sarebbe stato lo stesso amministratore delegato Rocco Sabelli, in un incontro con alcuni dipendenti di qualche giorno fa, a parlare di ritorno ai livelli di organico previsti dal Piano Fenice attraverso «recuperi di efficienza ed esternalizzazioni» (sarebbe prevista l’esternalizzazione di alcune attività in aeroporti minori, mentre esistono già accordi in proposito per alcuni comparti: pulizie, logistica, gestione delle buste paga). Un Piano che nel 2008 prevedeva 12.600 dipendenti, mentre oggi l’ex compagnia di bandiera ne conta 14mila, perchè da allora è entrato parte del personale AirOne: i conti sono presto fatti. Inoltre, tra le slides usate nello stesso incontro, si parlerebbe di un risparmio di 108 milioni da realizzare nel secondo semestre dell’anno, anche attraverso la «vendita servizi manutenzione e materiali». I sindacati, cui finora non è stato comunicato nulla, mettono le mani avanti: «Se le notizie venissero confermate andrebbe aperto immediatamente un confronto», dice il segretario nazionale Filt-Cgil Mauro Rossi. Ma «noi non siamo stati avvisati o informati in alcun modo» sul possibile piano, continua Rossi, e «aspettiamo quindi una qualche comunicazione». Una cosa è certa: «I vertici della compagnia – dice ancora – ci descrivono un’azienda florida con dati edulcorati anche se noi sappiamo che non ècosì». Anche più duro il Pd: «Del piano Fenice rimangono solo le ceneri. La facciata di ottimismo lascia il posto alla realtà, fatta di conti in rosso e di tagli al personale: Cai non riesce a stare sul mercato intercontinentale – dice Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture – Così si ritrova a far concorrenza alle compagnie low cost, partita persa in partenza. Fino ad ora l’operazione elettorale di Berlusconi di salvataggio di Alitalia-Toto è costata 3,5 miliardi di euro e il conto è ancora aperto. Un bell’affare per gli italiani che pagano le tasse». «Berlusconi – prosegue – ha fatto diventare Alitalia una piccola compagnia regionale non competitiva. Le stesse società di gestione degli aeroporti rischiano grosso se, dopo il congelamento dei crediti, dovessero farsi carico dei tagli del personale negli scali».
FINCANTIERI, ALTA TENSIONE Non solo Alitalia. Secondo stime di Confindustria, sono 480mila i posti di lvoro che rischiano di andare perduti nel corso del 2010, e di sicuro le crisi aziendali aperte sono decine e decine, dall’Eni alla Merloni a La Perla passando per Agile ex Eutelia. La notizia dei possibili licenziamenti di Alitalia arriva a sole 24 ore da quella della chiusura di due cantieri, a Riva Trigoso e a Castellammare di Stabia, e tagli per 2.450 addetti in Fincantieri (il cui azionista è Fintecna, che fa capo al ministero del Tesoro e che è alle prese anche con un’altra drammatica vicenda, quella di Tirrenia). I lavoratori sono già mobilitati: stamattina sciopero e occupazione della direzione aziendale allo stabilimento di Riva Trigoso (800 occupati più 400 dell’indotto). Per domani è stata convocata un’assemblea a Roma, e uno sciopero è in programma il primo ottobre. L’azienda cerca di buttare acqua sul fuoco, ma non cambia rotta: «Non è stata presa alcuna decisione – dice una nota ufficiale – e comunque prima di procedere in qualsiasi direzione l’azienda ha benpresente la necessità di aprire una discussione col sindacato e le istituzioni». Mercoledì invece si parlerà dei 4.100 nuovi esuberi di Unicredit: l’istituto è disponibile a spalmarli su cinque anni e ha aperto all’idea di esodi volontari e incentivati.v
L’Unità 20.09.10
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“Fincantieri, gli operai occupano la fabbrica”, di LUCIO CILLIS MASSIMO MINELLA
Sale la tensione negli stabilimenti italiani della Fincantieri, dopo la pubblicazione da parte di Repubblica del “piano industriale 2010-2014” in cui si ipotizza la chiusura dei cantieri di Riva Trigoso e di Castellammare di Stabia, il dimezzamento di quello di Sestri Ponente e l´uscita dalla produzione di 2.450 dipendenti in Italia. Uno spostamento dell´asse produttivo verso l´estero, con 900 assunzioni negli Stati Uniti, ma anche nuovi accordi in Brasile, India, Medio Oriente. L´azienda precisa che «ancora nessuna decisione è stata presa», ma in attesa del confronto chiesto immediatamente dai sindacati al governo, istituzioni e lavoratori alzano la voce. Ieri, a difesa dei cantieri è sceso in campo anche il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. «Genova non deve assolutamente perdere nessuno dei suoi luoghi di lavoro tradizionali. Ho fiducia che il peggio sia scongiurato, spero ci siano segnali in questa direzione». La rsu di Riva Trigoso, 1.200 dipendenti fra diretti e indotto, ha intanto annunciato per oggi l´occupazione della direzione e un´assemblea con sciopero. E lo stesso si dichiarano pronti a fare i lavoratori di Palermo, «anche con azioni clamorose», e di Castellammare.
A Roma, intanto, nel palazzo di Alitalia a Fiumicino si cerca di recuperare produttività e far quadrare conti che, almeno fino ad oggi, non tornano. La strada che l´ad Rocco Sabelli ha deciso di percorrere entro Natale è quella dell´esternalizzazione di una parte dei servizi di terra per un totale di 1.300 lavoratori al netto di possibili esodi volontari (si parla di 200 persone) e degli stagionali. Il piano non prevede uscite per i naviganti.
Secondo i dati in possesso di Repubblica, Alitalia potrebbe cedere il servizio di handling alle società di gestione degli aeroporti di Alghero, Cagliari, Bari, Brindisi e Reggio Calabria. I lavoratori coinvolti da questo cambio di proprietà sono 500. Altri 600 dipendenti hanno i requisiti per poter andare in pensione entro 7 anni e quindi usciranno dal ciclo produttivo in pre-pensionamento. A Roma 60 operatori della logistica-manutenzione di Alitalia, saranno ceduti ad altre società mentre 130 addetti al “tele check-in” di Fiumicino, (il gate rapido per i voli verso Linate) dovrebbero lasciare il loro posto. In quest´ultimo caso, a rimetterci potrebbero essere i lavoratori meno tutelati, ovvero gli stagionali.
Alitalia, da parte sua, non smentisce né conferma l´esistenza di questo piano, che apre una crepa nell´immagine dell´azienda e rimette in moto le polemiche politiche. Ma il ricordo delle fasi drammatiche della privatizzazione di due anni fa, scatena l´ira dell´opposizione. «Se fosse confermata questa notizia sarebbero fondate le nostre preoccupazioni su una privatizzazione gestita malissimo dal governo Berlusconi che ha scaricato 3 miliardi di euro di debiti sulle spalle dei contribuenti» dice il capogruppo del Pd in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta, mentre per il collega di partito Matteo Mauri «la facciata di ottimismo lascia il posto alla realtà, fatta di conti in rosso e di tagli al personale».
La Repubblica 19.09.10
"Elementari così è finito un modello di scuola", di Benedetta Tobagi
Da quei banchi passano tutti i futuri cittadini. Difficile evitare la retorica del “pilastro della democrazia”: lo è per davvero. In più la scuola elementare conserva nell´immaginario qualcosa di romantico, dal libro Cuore in poi. Nell´Ottocento il maestro aveva un ruolo sociale definito, accanto al gendarme e al prete. A questa missione civilizzatrice e conservatrice si sovrappone, con l´avvento della Repubblica, l´icona del maestro di frontiera, possibilità di riscatto per i figli dei diseredati, schiacciato tra la Costituzione e le sperequazioni profonde di un paese arretrato, mentre le elementari restano quelle uscite dalla riforma Gentile, verticali e nozionistiche.
E oggi? Nessuno osa discutere la centralità della scuola e la sua missione educativa, tanto più in una società in piena crisi (economica, politica, di valori). Ma in cosa consista questa missione, e su come realizzarla, c´è molta confusione. Chi non ha bambini, difficilmente sa cosa succedesse dietro il portone di una scuola primaria dopo la riforma del ´90. Poi nel 2008 il governo comincia a predicare il “ritorno al passato” come panacea contro tutti i mali. Chi ha più di vent´anni è cresciuto a pane e maestro unico e può rimanere facilmente sedotto dall´effetto-nostalgia: che male c´era nel vecchio sistema? Insegnanti, genitori e dirigenti invece protestano, sono amareggiati, indignati, preoccupati (provate a scorrere le centinaia di testimonianze su Repubblica. it). Sono davvero tutti dei conservatori miopi e politicizzati? Che cosa sta succedendo, davvero, dentro la scuola pubblica dei bambini italiani?
Ci aiuta diradare le nebbie il nuovo saggio di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti (minimum fax, pagg. 338, euro 15) «E´ necessario combattere una battaglia per le “precise parole”, per l´esattezza», dichiara. Allora decodifica i “frames” concettuali dietro gli slogan con cui il centrodestra ha mascherato la realtà brutale dei tagli di bilancio alla scuola pubblica e analizza con scrupolo i numeri – solo apparentemente obiettivi – del Ministero e dei rapporti internazionali. Ma soprattutto, inserisce i problemi italiani nel quadro più ampio di una crisi (cioè un momento di potenziale evoluzione, non un´”emergenza”) dell´educazione in atto da decenni a livello globale.
La scuola è chiamata all´arduo compito di preparare bambini e ragazzi a muoversi in una società più complessa, fornendo, oltre alle nozioni, metodi per “imparare a imparare”, anche fuori dai banchi. Non è più affiancata nell´opera educativa da soggetti forti come parrocchia o famiglia, ma assediata da una “società diseducante” i cui modelli contraddicono valori e comportamenti che l´insegnante cerca di trasmettere. De Michele intreccia questi problemi coi dati allarmanti sull´”analfabetismo funzionale” che affligge 2/3 degli italiani, e li rende prede facilmente manipolabili nella società dell´informazione, o sulla mobilità sociale quasi inesistente per i giovani italiani. Una visione ampia, articolata, che mostra la funzione essenziale della scuola pubblica in una democrazia che voglia essere veramente tale.
In questo discorso, il caso della scuola primaria è illuminante. L´Italia, eterna pecora nera, affrontò costruttivamente la “crisi educativa”, con esiti addirittura eccellenti. Dopo decenni di confronti tra politici e specialisti di pedagogia e didattica, nell´85 la scuola elementare si dota di nuovi programmi che mettono al centro il “saper fare” accanto al conoscere, per una “progressiva costruzione delle capacità di pensiero riflessivo e critico e di una indispensabile indipendenza di giudizio”, le competenze relazionali, la capacità di ascoltarsi e stare insieme, oltre alla disciplina. Su queste basi, nel ´90 si avvia una riforma, che ha passato il vaglio della Corte dei Conti, la stagione di lacrime e sangue pre-ingresso nell´euro e un rodaggio faticoso, per regalarci una posizione di eccellenza nelle classifiche internazionali (TIMMS 2007 per la matematica e PIRLS 2006 per la lingua). Con buona pace di chi sostiene che servì solo al sindacato per moltiplicare i posti.
Cosa offriva la primaria pubblica del nuovo millennio? “Modulo” o tempo pieno, ossia due o tre maestri, specializzati in aree disciplinari diverse: ben venga un´attenzione specifica per l´area logico-matematica, in cui l´Italia è sempre indietro. Programmazione collegiale, cioè più teste che concordano la didattica e rispondono alle esigenze dei bambini: più sguardi pronti a cogliere i loro disagi come i talenti. Ore di compresenza: indispensabili per gestire la presenza di bimbi stranieri che non padroneggiano l´italiano, per il recupero di chi resta indietro, specie nelle aree più disagiate, ma anche per gite e laboratori.
Tempo scuola più lungo (da 27 a 40 ore) e più ricco: al pomeriggio non c´era più il vecchio doposcuola, merenda e compiti, ma lezioni e laboratori, cioè apprendimento attivo. Una ricchezza per i bambini, una necessità per i genitori che lavorano. A parità di maestri incompetenti e lavativi, che non mancano mai (la Gelmini parla di premi al merito, ma nessuna misura è stata varata), il sistema offre più risorse e garanzie. La primaria pre-Gelmini rispondeva alle esigenze di una società profondamente mutata con spirito democratico: molto per tutti i bambini e speciale cura per i più deboli.
Bello, no? Bene, lo stanno demolendo. Il Ministero raccomanda maestro unico, 4 ore mattutine e taglia i posti. Ma i genitori chiedono le ore e la qualità del tempo scuola lungo e i dirigenti sono chiamati all´impossibile quadratura del cerchio. Regna il caos. Classi affollate, patchwork di maestre per coprire i buchi (alla faccia del bisogno di continuità rassicurante). I maestri, sottopagati e sotto pressione, ancorché occupati, di sicuro non lavorano sereni (si parla di merito e mai di motivazione).
Lo scenario tracciato da De Michele è inquietante: c´è un disegno politico per smantellare la scuola pubblica, per foraggiare il business delle scuole private, perché l´ignoranza rende le persone più controllabili. Anche chi non condividesse questa tesi, sarà costretto a domandarsi il perché di una politica così dannosa. Non è “la solita storia”. Disperdono un patrimonio, picconano la base sana della piramide educativa. Danneggiano i bambini e le loro famiglie e la società in cui dovranno vivere, non gli “insegnanti fannulloni”. Almeno, la smettano di mentire.
La Repubblica 19.09.10
