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L’amico Gheddafi, grato, ci spara con le nostre armi

Dall’incidente nel Mediterraneo nuove polemiche sugli accordi col rais. Secondo la Capitaneria di porto di Mazara, i libici «hanno sparato per colpire». «È stato un inferno: i proiettili rimbalzavano dal ponte fino alla sala macchine. Ci siamo distesi tutti a terra pregando che nessuno di noi venisse colpito», ha raccontato il capitano Gaspare Marrone. I proiettili, fanno notare dal comando generale della Guardia costiera, «sono ben distribuiti lungo tutta la fiancata, dal pelo dell’acqua fino alle sovrastrutture, cioè le parti abitate dall’equipaggio». A essere preso di mira un motopeschereccio della flotta di Mazara del Vallo, l’Ariete. A sparare una motovedetta libica, una delle sei unità della classe Bigliani in dotazione alla Guardia di finanza, donate dal governo italiano a Gheddafi nell’ambito per il contrasto dell’immigrazione clandestina.
A rendere ancora più inquietante l’episodio, la presenza a bordo di militari italiani. L’incidente è avvenuto 31 miglia al largo di Al Zwara, località libica quasi al confine con la Tunisia, nota perché è da qui che partivano le carrette del mare dirette verso Lampedusa.
Il Pd ha chiesto che il governo riferisca immediatamente sull’accaduto e chiarisca, «una volta per tutte, tutti gli aspetti dell’accordo siglato con la Libia».

da Europa Quotidiano 14.09.10

“E se erano immigrati?”, di Stefano Menichini

Stavolta ce ne vogliono di spiegazioni, e di approfondite. Le prime, offerte dal solito Frattini, sono ridicole e inattendibili.
L’intreccio personale/affaristico/ ideologico tra Gheddafi e Berlusconi ha già esposto l’Italia a umiliazioni internazionali ripetute. Adesso accade qualcosa di più. Questioni di fondo vengono spalancate dall’incidente del mitragliamento dell’Ariete da parte di una motovedetta regalata dagli italiani come parte dello scambio sul respingimento dei clandestini.
La motovedetta classe Bigliani ha inseguito per ore nella notte l’Ariete, sparando a ripetizione ad altezza di cabina e avendo a bordo un ufficiale della Finanza che, piuttosto che funzioni di osservatore come dicono i suoi superiori, sembrava ricoprire un ruolo di comando.
Che cosa vuol dire? Qual è la prassi operativa dei pattugliamenti?
Chi comanda a bordo? E come si comportano i libici (magari sotto comando italiano) quando intercettano – anche in acque internazionali, come stavolta – barche che potrebbero avere a bordo gli immigrati che si vogliono respingere?
Più volte i ministri leghisti hanno chiesto che si facesse fuoco sui boat-people. Ora i finanzieri di Tremonti potrebbero aver trovato il modo per esaudire l’auspicio, facendo finta che il lavoro sporco lo facciano – come ai tempi degli ascari, e come accade già nei campi di concentramento del deserto – i sudditi di Gheddafi. Dal folklore delle hostess siamo passati all’orrore del fuoco sui disperati?

da Europa Quotidiano 14.09.10

Che bel avvio di anno scolastico! Cronache dai territori

“Al mercato delle maestre”, di Flavia Amabile
Al mercato delle maestre si va con una pila di fogli, una cartina di Roma e provincia, e una quantità infinita di pazienza in tasca. Perché sarà stato anche il primo giorno di scuola quello di ieri ma mentre la campanella suona per far entrare gran parte degli alunni italiani nelle aule nei corridoi e negli atri di alcuni istituti si affollano centinaia di precari in attesa di recuperare una supplenza.
A Roma l’appuntamento di ieri mattina per i disoccupati della scuola dell’infanzia è a pochi passi dalla stazione Termini, all’istituto Manin. Subito oltre la soglia una folla di persone scorre con ansia alcuni fogli fissati con puntine da disegno ad un pannello. Liste interminabili di nomi e codici, interrotte da alcuni segni in rosso, altri in verde, e numeri scritti, riscritti, semicancellati. L’albo delle promesse per maestre e maestri romani ancora senza lavoro. Sono persone di ogni età, mamme con bambini piccoli, coppie che si tengono per mano, anziane maestre che non sono mai riuscite a diventare di ruolo.
Nessuno ci capisce nulla. O, meglio, sono davvero pochi quelli che riescono a orientarsi tra la confusione dei fogli. Perché tutti sono venuti con la loro bella pila di fogli scaricati dalla rete con la lista delle scuole dai posti ancora disponibili. Hanno studiato l’elenco e segnato con cura le scuole meno lontane dalle loro abitazioni. Non è una questione di pigrizia ma ieri mattina si sono assegnati una settantina di posti nelle materne di tutta la provincia di Roma: un calcolo sbagliato, un sì dato senza pensare, e ci si ritrova a dover percorrere ogni giorno anche cento chilometri.
Ma la lista affissa ai pannelli è diversa. I più scafati – anni di precariato e di salti da una cattedra all’altra, alle spalle – avvertono tutti che i segni in rosso vivo indicano i posti che si sono liberati proprio ieri mattina. E, allora, è tutto un segna, cancella, riscrivi sui fogli che ciascuno si è portato da casa.
Alle nove e mezza inizia l’appello. Dopo alcuni tentativi a vuoto, una donna si alza e va a sedersi ai banchi posti in fondo all’atrio. Sembra un esame di maturità con l’aggiunta della folla e delle voci. Non si sente nulla. Il colloquio va avanti per oltre venti minuti, i precari hanno il diritto di scegliere con tutta calma la scuola fra quelle disponibili. E non è facile. Sulla lista è indicato solo il nome dell’istituto e un codice meccanografico. Se nella provincia una scuola ha lo stesso nome in due località diverse bisogna ricordare i numeri assegnati dal sistema informatico ad ogni località. Nessuno li ricorda, infatti la prima sbaglia. Si ritrova ad aver scelto una scuola di Trevignano e nemmeno sa dov’è. Le danno la possibilità di cambiare, anche se il regolamento non lo permetterebbe.
Di venti minuti in venti minuti i colloqui vanno avanti lentamente nell’atrio affollato. Ad ogni posto assegnato, maestre e maestri in attesa si affrettano a cancellare l’istituto dalla lista e a controllare sulle mappe quelli che restano. Una pausa per pranzo e si va avanti anche nel pomeriggio. E’ il mercato dei prof, è così ogni anno.
«E pensare che c’è chi viene dalle scuole di specializzazione, chi ha dei master oltre alla laurea. E vengono trattati come professionalità di serie B da chiamare quando se ne ha bisogno», si lamenta Anna Fedeli della segreteria Flc Cgil Roma-Lazio.

La Stampa 14.09.10

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Cattedre vacanti e presidi part-time “Siamo diventati un vuoto a perdere”, di Salvo Intravaia e Corrado Zunino

C´è il dirigente recordman che a Pioltello deve guidare da solo sette plessi. Nessun alleggerimento dei tagli, la strada maestra resta quella più dura: otto miliardi di euro da togliere alla scuola italiana in tre anni. L´ordine impartito dal governo al ministro Mariastella Gelmini non si discute: si devono ridurre non solo bidelli e addetti alle fotocopie, ma anche il numero degli edifici sul territorio e quello dei preziosi insegnanti: oggi sono 780 mila. Il risultato a metà del guado – siamo alla seconda stagione della riforma Tremonti-Gelmini, la seconda spallata – è una scuola svuotata, un settore a perdere. Prima delle mille opinioni – plebiscitarie nella contestazione: protesta la maggioranza dei docenti non ancora certi della classe assegnata, dei presidi costretti a gestire due scuole contemporaneamente, dei genitori inconsapevoli di quante volte il figlio mangerà in mensa e quante dovrà tornare a casa, degli studenti costretti a studiare in classi da 34 unità – lo certificano i numeri.
Le lezioni sono partite in gran parte del paese, ieri mattina, e ventimila sono le cattedre ancora vuote, dalle elementari ai licei. La nomina dei 110 mila supplenti necessari al sistema prosegue affannata: la disponibilità dei posti è stata comunicata agli uffici solo a ferragosto e così a Roma, oggi, 8 mila supplenze su 12 mila sono da assegnare. I provveditorati di Milano e Pordenone annunciano una partenza a pieno regime mentre il Sud arranca. A Napoli, dove le lezioni partono domani, mancheranno 3.800 insegnanti e 2.500 tra bidelli, segreteria e assistenti di laboratorio. In provincia di Messina fin qui non c´è stata una nomina e a Palermo l´organizzazione delle classi si dovrà protrarre fino al 22 settembre.
Il risiko dei supplenti ha collassato gli uffici, a loro volta svuotati, degli ex provveditorati. A Firenze il provveditore Claudio Bacaloni ha scritto al ministro una lettera di due pagine: «In queste condizioni la sistemazione dei docenti entro settembre risulta impossibile». A Bari Giovanni La Coppola ha fatto appendere il cartello “si riceve solo per appuntamento”. Per mandare i supplenti in cattedra in molti hanno sospeso il ricevimento del pubblico. Grazie alla “riforma epocale” sono quasi 1.500 le scuole italiane – una su sette – guidate da un preside part-time: quattro giorni lavora nella scuola d´origine e il venerdì corre a mettere firme sotto questioni sconosciute nel secondo istituto. Sono i “reggenti”, spremuti per 400 euro lordi in più. Il loro recordman è Francesco La Teana, preside dell´Istituto Schiaparelli Gramsci di Milano, ragioneria con 120 anni di storia e 1.500 iscritti. La sua scuola prevalente ha già due succursali lontane e da quest´anno, grazie alla riforma, Francesco La Teana dovrà guidare un istituto a Pioltello, nell´hinterland, composto da materna, elementare e due medie. Dirigerà sette plessi e racconta: «Il telefono squilla in continuazione, praticamente non dormo più. Lavoro in ufficio, in auto, a casa. Sempre».
Il quindici per cento delle scuole italiane sono vuote, chiuse. Il doppio, invece, sono gli edifici da ristrutturare: 12.723. Solo in Calabria più della metà degli esistenti. Giorgio Rembado, presidente dell´Associazione nazionale presidi, ricorda: «Nel 2009 la Protezione civile aveva calcolato 20 miliardi di euro per la messa in sicurezza di tutti gli edifici, oggi il ministero non ha speso nulla». Il Codacons ha diffuso la lista dei plessi a rischio crollo, il monitoraggio del ministero resta invece secretato.
L´Ocse ha appena fotografato per grandi numeri l´interesse del nostro paese verso l´istruzione: siamo penultimi davanti alla Slovacchia per spesa scolastica (il 4,5% del Pil), ultimi per la quota di spesa pubblica destinata alla scuola (il 9%). Significa, scendendo nel dettaglio del caos di queste ore, 10 mila insegnanti in soprannumero (sono di ruolo, ma hanno perso la titolarità del posto) e 600 mila studenti che al primo anno avranno meno ore di lezione. Il Coordinamento associazioni disabili di Bologna segnala che, a fronte di una norma che chiede un portatore di handicap ogni venti studenti, ci sono classi con due disabili su 25 alunni. E i tagli, poi, non sono solo centrali. Nel Lazio la Giunta Polverini ha tolto 5 mila borse di studio e azzerato il fondo di 3 milioni di euro per i libri in comodato d´uso. Nella provincia dell´Aquila si annunciano 1.033 iscrizioni in meno e 700 studenti costretti a emigrare.

La Repubblica 14.09.10

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“Tre in un solo banco, meno palestra e niente ore di lingue”, di A. Mig.

Primo giorno di scuola senza banchi, palestre, scale antincendio, materiale per i laboratori. Gli studenti che hanno rimesso piede ieri nelle aule hanno trovato sì nuovi programmi, indirizzi e quadri orari, ma si sono dovuti confrontare anche con i primi disagi. Dai prof che mancano ancora in cattedra, ai banchi che non bastano, tanto che in alcune classi qualcuno ha dovuto dividere la ‘postazione’ non con uno ma con ben due compagni. Si radunano sotto il ministero dell’Istruzione a viale Trastevere. «Nelle prime – racconta Martina, 16 anni, studentessa di una delle tre sedi del liceo Machiavelli di Roma – si sono dovuti sedere in tre in un banco. In certe classi non c’erano nemmeno abbastanza sedie. Per non parlare del fatto che noi, nella mia sede, entriamo e usciamo dalla scala antincendio in barba alla sicurezza. L’ascensore esterno a cui lavorano da tempo non è ancora pronto». E la palestra? «E’ sparita, ci hanno eretto un muro nel mezzo per fare due classi, niente ginnastica, almeno per ora, poi si vedrà. Forse faranno una convenzione con qualche struttura vicina».

I ragazzi del professionale De Amicis, sempre a Roma, hanno già capito che le attività di laboratorio si faranno, ma con qualche difficoltà. «Io frequento l’odontotecnico – racconta Luca, 15 anni, uno scricciolo che sogna di lavorare in uno studio dentistico – ma mancano sempre gesso, ceramica e i metalli per le otturazioni. Sono materiali costosi e, di solito, non ce n’è abbastanza». Il taglio delle ore previsto dal ministro? «Bocciato – commenta amareggiato Luca – perché così mi fanno fare meno scienze e imparo meno». Anche Carlotta e Chichi, amiche per la pelle della IV B dell’istituto capitolino Colombo, non ci stanno: il taglio dell’orario «non va». Loro studiano per lavorare nel turismo in una scuola professionalizzante. «Ma ci hanno ridotto le lingue, abbiamo due ore in meno per tutte quelle che studiamo, ma si può, che senso ha? E al primo anno gli studenti avranno solo un’ora di storia dell’arte». Altra grana, i fondi: «Senza – commentano le due compagne-amiche – si può fare davvero poco, soprattutto per quanto riguarda esperienze all’estero e stage. Per fortuna la nostra scuola riesce a trovare appoggi esterni e a garantirci comunque dei progetti». Anche al Colombo ieri i prof andavano a caccia di banchi. «Tutte le nuove classi sono di 30 persone- racconta Silvia, della III E- sono venuti anche da noi per chiedere sedie e banchi». Sovraffollamenti anche in un altro liceo della Capitale, l’Orazio con classi fino a 31 persone, segnalano i ragazzi. Nella succursale del liceo Vailati di Genzano, invece, mancano computer e materiali di laboratorio, al Joyce di Ariccia il problema sono i bagni: ce ne sono due per tutto l’istituto. Dunque edilizia, logistica e riforme bocciate, ma cosa promuovono gli studenti della scuola? A sorpresa a salvarsi sono i prof. «Perché anche se alcuni di loro ormai sono disincantati- dicono i ragazzi- e a volte anche molto frustrati c’è sempre il docente che ti segna per tutta la vita». E poi «nonostante le tante difficoltà molti insegnanti stanno lì, pronti a tenderci la mano».

Il Messaggero 14.09.10

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“Il super preside, dalla materna alle superiori”, di Claudia Guasco

Francesco La Teana è uno studioso di fisica ma non ha ancora scoperto la formula dell’ubiquità. «Che a dire il vero mi servirebbe moltissimo», prova a scherzarci su. Preside dell’istituto Schiapparelli Gramsci, dall’oggi al domani si è ritrovato alla direzione anche di un polo che comprende una scuola materna, una elementare e due medie. E’ stato reclutato con un ordine di servizio pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico e non ha potuto rifiutare: il vuoto di organico ha costretto il provveditorato a cooptare personale già in servizio. Un episodio tutt’altro che raro per la Lombardia, dato che sono circa 300 le sedi scolastiche senza reggenze. L’ultimo concorso per dirigente scolastico si è svolto due anni fa e parecchi erano i vincitori prossimi alla pensione. Che hanno lasciato le scuole sguarnite. Tra Milano e provincia, rileva la Camera del lavoro, sono state tagliate tra le quattromila e le cinquemila unità e ogni quattro posti liberati dai pensionamenti ne viene occupato solo uno.
Ma la situazione di La Teana è eccezionale. Dal 1995 è preside dello Schiapparelli, storico istituto di ragioneria di Milano fondato 120 anni fa, con 1500 iscritti di cui il 40% figli di immigrati e due succursali che già lo costringevano ad andare avanti e indietro per la città. E mentre era alle prese con la riorganizzazione della sua scuola, per effetto della riforma Gelmini, a ridosso dell’avvio delle lezioni gli viene comunicato che deve assumere anche la direzione del polo comprensivo di Pioltello, nell’hinterland milanese. «Praticamente non dormo più», riassume con una battuta la sua situazione. «O sono a scuola o sono in macchina e quando arrivo a casa continuo a lavorare al computer. Il mio telefono squilla in continuazione». La Teana, fra le altre cose, dal ’94 si occupa dei problemi riguardanti la qualità delle organizzazioni scolastiche e ha ottenuto la qualifica di Valutatore interno di Sistemi qualità, dunque svolge con grande scrupolo il suo lavoro. «Voglio vederla come un’occasione di arricchimento personale», dice il dirigente scolastico, che dal punto di vista economico si ritroverà con 400 euro in più in busta paga. Per lui le sfide sono cominciate subito. Nell’istituto di Pioltello c’è un buco da 190 mila euro, «frutto di crediti che la scuola vantava nei confronti del ministero dell’Istruzione e che non sono mai arrivati». Verso gli istituti lombardi, il dicastero di Maria Stella Gelmini ha accumulato debiti per 120 milioni di euro, così i presidi sono costretti a correre ai ripari. Nelle scuole milanesi i bambini devono portare carta igienica, feltrini per le sedie e fogli A4 per la segreteria.

Il Messaggero 14.09.10

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“Ritorno a scuola, elmetti e barricate”, di Felice Paduano

Sospensione degli scrutini del primo quadrimestre e blocco delle tradizionali gite scolastiche. Come in tutta Italia, ieri mattina, anche la prima campanella per i 107.000 studenti padovani è suonata all’insegna della protesta, orchestrata innanzitutto dalla Rete degli Studenti Medi, dai comitati dei precari, dalla Gilda e dalla Cgil. Quasi tutti gli insegnanti dell’elementare di Camin sono entrati a scuola con un fiocchetto giallo sul petto, simbolo mondiale dell’abbandono dell’infanzia. All’Itc Einaudi alcuni ragazzi-muratori sono usciti dall’istituto con l’elmetto giallo in testa ed hanno inscenato una bella manifestazione intitolata «Loro distruggono la scuola e noi la ricostruiamo». Una delegazione degli insegnanti dell’Undicesimo Comprensivo è andata dal nuovo preside, Francesco Arnau e lo hanno sollecitato a togliere a tutti loro la 19ª ora per l’insegnamento delle materie alternative per i 50 alunni che l’hanno richiesta in modo da nominare nuovi supplenti, rimasti senza lavoro. Nel pomeriggio, circa 200 precari hanno partecipato all’assemblea, organizzata al Ruzza unitariamente, come è successo già a Milano e a Bologna dai Cobas, dalla Rete dei Precari, Cgil, Cisl, Uil, Gilda e Snals.
RAGAZZI-MURATORI. La protesta con il casco giallo in testa è stata inscenata da Francesco Silvestri, della Terza H, figlio del segretario della Fiom, Antonio, un ragazzo allevato a pane e sindacato e da Marco Marin (solo omonimo e non parente del politico del Pdl). «Negli istituti superiori il tempo scuola è stato ridotto da 36 a 32 ore alla settimana – ha detto Silvestri junior -. Oramai siamo rimasti l’unico Paese europeo ad offrire meno istruzione agli adolescenti. Anche nelle scuole padovane sono stati eliminati tanti laboratori tecnici e sono diminuite le ore d’insegnamento di tante materie, tra cui storia dell’arte, lingua straniera ed economia aziendale. La Riforma degli Ordinamenti serve solo per risparmiare risorse».
ASSEMBLEA. Dietro la cattedra dell’aula magna del Ruzza Teresa De Santis, segretaria Cgil, Giorgio Quaggiotto (Gilda), Carlo Salmaso (Cobas) e Laura Pistritto, della Rete dei Precari. Quest’ultima ha letto il documento dei precari, che ha subito riscosso una valanga di applausi. In pratica i supplenti annuali che hanno perso il posto (600 in tutta la provincia più 200 Ata) hanno chiesto ai colleghi in servizio la sospensione degli scrutini del primo quadrimestre, il blocco delle gite e degli eventuali straordinari ed il rifiuto di entrare nelle classi troppo affollate, in cui non vengono rispettati neanche i criteri nazionali sulla sicurezza visto che ogni aula è abilitata, al massimo, per contenere 25 alunni. Apprezzati anche gli interventi di Salmaso, De Santis e Guaggiotto. Sia il leader dei Cobas che la segretaria della Flc-Cgil hanno messo in evidenza la necessità di mettere in piedi, pur nelle differenze ideologiche esistenti, una sola piattaforma di lotta unitaria. Infine l’appello della Gilda ai genitori-cittadini. «Noi insegnanti questa importantissima battaglia sulla scuola pubblica non la vinceremo mai se al nostro fianco non ci saranno i genitori».

Il Mattino 14.09.10

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"Così Don Vito faceva politica", di Francesco La Licata

Con il materiale ora in possesso delle Procure di Palermo e Caltanissetta, prende forma il «quadro politico» che don Vito Ciancimino ha tenuto in piedi per anni – dai Settanta fino alla morte (2002) – attraversando praticamente la storia della Dc, prima, e tentando, poi, di entrare anche nella «Seconda Repubblica».

Per tutta la giornata di ieri, mattina a Palermo e pomeriggio a Caltanissetta, Massimo Ciancimino è stato sentito sui documenti recentemente acquisiti agli atti di indagini aperte da qualche tempo. Che cosa contengono quelle carte, in parte trovate nel corso della perquisizione ordinata dai magistrati di Caltanissetta, in parte consegnate dallo stesso Ciancimino?

C’è di tutto, là dentro: scritti autografi di don Vito, riflessioni politiche sul partito (la Dc) che si apprestava a «mollarlo» consegnandolo all’opinione pubblica come «unico capro espiatorio» del sistema politico-mafioso. Ci sono anche «pizzini» indirizzati a Bernardo Provenzano: corrispondenza interessante sul giro di soldi che fluttuava tra partiti e cosche.

E c’è lo sfogo politico di don Vito che, secondo un costume mai tramontato, denuncia di essere vittima di una macchinazione giudiziaria e lamenta «una differenza di trattamento», da parte della magistratura, fra le sue vicende ed altre storie, a suo dire, ignorate o sottovalutate perché riguardanti personaggi più importanti, come Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

Fra la documentazione ritrovata in casa della sorella Luciana e in casa della madre, inoltre, è stato trovato un biglietto scritto a macchina e «commentato» a penna da don Vito. Si tratta di una sorta di rendiconto di soldi a lui pervenuti tra il 1979 e il 1983. È un documento davvero sorprendente perché, se fosse provato il contenuto, sarebbe accertato – per esempio – che prima ancora dei legami con Bettino Craxi – Berlusconi avrebbe intrattenuto rapporti con Giulio Andreotti, fino a sostenerlo finanziariamente. Ciò si evince dal flusso di denaro (20 milioni in contanti e 35 in assegni) che il «cavaliere» – allora soltanto imprenditore in ascesa – invia al «divo». Quei soldi, secondo le spiegazioni di Massimo, sarebbero serviti per «risarcire» il padre delle spese sostenute per il tesseramento della sua corrente in quel momento entrata in quella andreottiana.

Una bella storia, quella di Ciancimino che passa con Andreotti ma pretende un risarcimento per le spese di tesseramento, come stabiliva la mediazione sottoscritta da Salvo Lima, l’uomo di Andreotti in Sicilia. Ovviamente non si sa se questa versione sia quella vera; si sa – però – che a don Vito arrivarono soldi «girati» da finanziatori di Andreotti.

Secondo il «pizzino», oltre a Berlusconi, anche Ciarrapico e Caltagirone avrebbero offerto un lauto contributo. Ma è possibile immaginare un Ciancimino nella corrente del suo acerrimo nemico Andreotti? È lo stesso don Vito che racconta come andò, convinto dalle parole del capocorrente che prometteva l’«abbraccio mortale per i comunisti». E siccome il sindaco corleonese non si fidava di nessuno, conservò gelosamente gli assegni come prova dell’«inciucio» con Andreotti.

Così faceva politica, don Vito. E mentre trattava con amici di partito, teneva rapporti stretti con Provenzano. In un altro biglietto, anche questo consegnato, indica a don Binnu come spartire una certa somma a suo dire proveniente «da Berlusconi» non è chiaro a quale titolo. Ma il documento che i magistrati di Palermo analizzano con attenzione è uno «sfogo» di don Vito scritto a macchina e corredato di note autografe. Con la solita prosa astiosa, l’ex sindaco impreca contro giudici e investigatori per la «persecuzione giudiziaria» riservatagli.

Ma mentre impreca scrive di essere stato di grande aiuto a Dell’Utri e Berlusconi nell’impresa edilizia di Milano. Il riferimento va ancora alla Edilnord, a Milano 2, e alla presunta partecipazione economica di soldi mafiosi e di personaggi come i Buscemi e i Bonura.

Che cosa scrive don Vito? «Quello che Berlusconi ha fatto a Milano io ho fatto a Palermo. Ma a lui l’han fatto Cavaliere del lavoro, a me mi hanno arrestato».

La Stampa 14.09.10

Scuola, Ghizzoni: il governo italiano va contromano

Gli Stati investono sul sapere, L’Italia rinuncia alla sfida del futuro. A Modena avremo 1500 studenti in più e 200 insegnanti in meno. Lettera aperta dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura, scienze e istruzione della Camera, in occasione dell’apertura dell’anno scolastico.
Caro direttore, Centomila allievi modenesi di tutte le età in queste ore si stanno sedendo tra i banchi di scuola per cominciare un anno scolastico che purtroppo sarà carico di problemi. Abbiamo la necessità di aggiornare ulteriormente il nostro sistema educativo per tenerlo più al passo coi tempi, ma avremo meno risorse disponibili. Avremo più studenti dello scorso anno (e questo è un bene), ma meno insegnanti (e questo è un male). Anche l’organico di fatto, gli insegnanti assegnati a fronte della reale esigenza delle scuole, è largamente insufficiente per rispondere alla crescita degli alunni. Purtroppo niente è più oggettivo della freddezza dei numeri: a fronte di 1500 studenti in più avremo 200 insegnanti in meno. La scuola e l’università sono state utilizzate negli ultimi due anni come un bancomat dal Governo Berlusconi-Bossi, che ha impoverito il sistema educativo e giustificato i tagli con la necessità di riformare il sistema dell’istruzione. I problemi della scuola sono in parte riconducibili anche al passato più lontano, ma sono stati aggravati da un decennio di governo del centrodestra (a parte la breve parentesi del Governo Prodi che aveva messo in campo alcune misure per invertire la tendenza). Il Pd è consapevole che tale sistema deve essere innovato, e per questa ragione ha sempre fatto un’opposizione dura, ma mai pregiudiziale e con proposte alternative. Ma le necessarie innovazioni sono state usate come uno specchietto per le allodole per nascondere una mera operazione di riduzione di risorse, eludendo la domanda di fondo: i capitoli di spesa che riguardano la scuola, il sapere, la ricerca, la formazione, l’università devono essere considerati, da uno Stato che ha l’ambizione di posizionarsi nella fascia alta delle economie mondiali, come costi o benefici? Sono una spesa o un investimento? Perché se prescindiamo dalla consapevolezza che si tratta di un investimento essenziale per sostenere la crescita sociale ed economica a lungo termine del Paese e il futuro dei nostri giovani, allora la politica di tagli del centrodestra potrà essere spacciata, grazie alla grancassa mediatica del Presidente del consiglio e al malinteso riformismo di qualche opinionista, come una scelta tutto sommato comprensibile, soprattutto in un momento di crisi dell’economia. Mentre gli altri stati avanzati, seppur nell’ambito di interventi economici anche pesanti per salvaguardare i conti pubblici, investono nella scuola e nell’università, l’Italia rinuncia alla sfida del futuro ed è la Cenerentola tra i paesi industrializzati. Se il mondo più evoluto sta andando in direzione contraria un motivo ci sarà, o vogliamo fare la fine di quell’automobilista inglese in vacanza nel continente che continua a guidare a sinistra senza chiedersi come tutti vadano contromano?

"Dottorandi in fuga", di Maria Chiara Carrozza*

Le nostre università tagliano i fondi, così i nostri migliori ricercatori vanno a cercare lavoro all’estero. Un’umiliazione per noi docenti e per tutta la scuola. Da articoli di stampa risulta che circa mille nuovi docenti vincitori di concorso rischiano di non poter essere assunti nell’università italiana. Questa situazione, ben nota al corpo accademico italiano, lascia una coda di persone in attesa di lavoro, mentre l’Italia sta bruciando generazioni di giovani studiosi.

Scrivo questa lettera appena rientrata da Buenos Aires, da dove ho partecipato alla Conferenza Internazionale di Ingegneria Biomedica, la principale del settore, che quest’anno ha avuto 1700 adesioni da tutto il mondo. Sono rimasta colpita dal grandissimo numero di italiani che vi hanno preso parte e soprattutto dal numero di dottorandi e di post-doc delle università italiane: Pisa, Roma, Milano, Pavia, Ferrara e molte altre. In Argentina, decine di dottorandi e di giovani ricercatori non hanno presentato soltanto le loro ricerche ma sono venuti soprattutto per trovare lavoro in una delle tante università europee, americane, cinesi che assumono giovani di valore.

Noi docenti italiani siamo arrabbiati, ci sentiamo impotenti e perfino umiliati da questa situazione che permette ai nostri colleghi di poter scegliere i migliori dei nostri allievi per continuare le ricerche che hanno iniziato in Italia. Vedere decine di dottorandi che cercano lavoro all’estero lascia un’impressione e un senso di sconfitta che vuote parole su riforma e su meritocrazia non potranno sanare.

La soluzione grottesca che abbiamo davanti, e che sfortunatamente qualcuno dei nostri colleghi invoca già, è diminuire drasticamente il numero di studenti di dottorato, per decretare in maniera definitiva che, al contrario di quanto afferma l’art.9 della Costituzione Italiana, la Repubblica Italiana non promuove la ricerca.

* direttore della Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

La Stampa 13.09.10

Scuola Adro, Pd: storiella dell’iconografia comunale fa ridere i polli

Ghizzoni: è occupazione leghista, libero insegnamento è un sacrosanto principio costituzionale
“Non vogliamo neanche immaginare cosa avrebbe detto e fatto il ministro Gelmini se questa vicenda fosse accaduta a parti invertite. In ogni caso è senza vergogna questo tentativo di minimizzare l’occupazione di uno spazio pubblico da parte di un partito politico in palese violazione del sacrosanto principio costituzionale sulla libertà dell’insegnamento. La scuola è e deve restare libera dalle intromissioni dei partiti e, sinceramente, la storiella dell’iconografia comunale fa ridere i polli. Ma sul serio il ministro Gelmini crede a quella fandonia che le è stata raccontata dal sindaco di Adro?”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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Manuela Ghizzoni risponde alle affermazioni del Ministro sottoriportate

Adro, Gelmini: Più simboli della sinistra in classe che leghisti
Roma, 13 set. (Apcom) – Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini aprendo l’anno scolastico dall’aula Brasco del policlinico Gemelli è tornata sul caso di Adro dove il sindaco del comune ha inaugurato una scuola targata con il simbolo del sole delle Alpi: “In questo caso come in altri sono sempre per tenere la scuola al di fuori di polemiche politiche”, ha detto il ministro aggiungendo però: “Prendo atto che il sindaco di Adro ha specificato che il simbolo del sole delle Alpi è stato scelto non perchè simbolo della Lega Nord ma perchè appartenente all’iconografia del Comune. Se così è ne prendo atto. Ma, in relazione alle polemiche suscitate dal caso di Adro, la Gelminii ha anche sottolineato: “Aggiungo che mi piacerebbe che tutti coloro che hanno polemizzato insieme a me con il sindaco di Adro lo facessero per coerenza anche le molte volte in cui sono simboli della sinistra ad entrare in classe. Assicuro che è molto più facile questa situazione che non trovare simboli della Lega”. “Comunque – ha aggiunto – è sempre un fatto importante quando enti pubblici decidono di investire nella scuola e nell’edilizia scolastica”.

"Il pdl sotto il 30% a sinistra giochi aperti", di Ilvo Diamanti

L´orientamento degli italiani, in questa fase, appare piuttosto disorientato. Riflesso del disordine che attraversa il sistema politico. Il sondaggio dell´Atlante politico di Demos condotto nei giorni scorsi fornisce, al proposito, molte tracce interessanti.E una chiave di lettura: l´origine del disordine è, soprattutto, Silvio Berlusconi. Da 16 anni punto di riferimento – attrazione e divisione – del sistema partitico e degli atteggiamenti sociali. Oggi appare in difficoltà, insieme al PdL. Non solo in Parlamento, dove i numeri non garantiscono più la maggioranza (certa) alla maggioranza. Anche fra gli elettori. Il PdL, infatti, aveva conquistato il 37% alle elezioni del 2008. Ora, nelle stime di voto, è sceso appena sotto al 30%. Così il Pd, attestato un poco oltre il 26%, in questa corsa all´indietro fra i partiti maggiori, ha ridotto il distacco. Lega e IdV, gli alleati-concorrenti, non si sono rafforzati. La Lega si mantiene intorno all´11%. Ma, rispetto alla precedente rilevazione di giugno, appare in lieve calo. Mentre i consensi all´IdV, negli ultimi mesi, si sono ridotti in modo vistoso (circa 3 punti rispetto a giugno). Il fatto è che sul mercato elettorale si sono affacciati altri leader e partiti, che, secondo l´Atlante, ottengono consensi crescenti. Fini, Vendola e Grillo. FLI, SEL, il Movimento 5 stelle. Così il gioco politico è divenuto più competitivo. E, come abbiamo detto, più instabile. Prima causa, il declino elettorale del PdL e il parallelo appannarsi dell´immagine di Berlusconi. La cui condotta, in questa fase, è giudicata almeno “sufficiente” (con un voto pari o superiore a 6) dal 37,6% degli italiani. Si tratta della valutazione peggiore nella storia di questo governo: 5 punti meno di tre mesi fa, 10 rispetto alla rilevazione dello scorso febbraio.
I dati dell´Atlante di Demos suggeriscono, al proposito, alcune spiegazioni.
1. Le difficoltà del PdL e di Berlusconi, in questo momento, riflettono, anzitutto, la crescente sfiducia nel governo. Oggi ha l´approvazione del 30% degli elettori: 11 punti meno di tre mesi fa. Il minimo da quando è cominciata la sua esperienza. Certo, neppure l´opposizione gode di buona salute. Ma questa non è una novità. Semmai un´aggravante, per la maggioranza. Peraltro, anche il giudizio nei confronti delle politiche del governo è negativo. Soprattutto riguardo alle tasse, al federalismo ma in particolare alla disoccupazione. Vero fattore di depressione sociale. Migliore appare il giudizio sull´azione di contrasto alla corruzione (forse per “merito” delle dimissioni di alcuni ministri) e alla crisi economica. Ciò giustifica il consenso verso Tremonti. Il quale ha perduto oltre 6 punti di gradimento negli ultimi mesi, ma resta, comunque, il più apprezzato, tra i leader politici. Molto più del premier.
2. Il sostegno a Berlusconi e al PdL è complicato anche dal conflitto con Fini e con FLI. Certo, Fini ha perduto molta della fiducia di cui disponeva in passato. Ma è, comunque, ancora molto popolare (41,7% di giudizi positivi). E la sua formazione politica, il FLI, nelle stime elettorali, ha superato il 6%. Attingendo voti da centro-sinistra, ma anche da destra. Dove intercetta il consenso di molti “vecchi” elettori di AN che non hanno mai accettato l´ingresso nel PdL. Il partito del premier, dunque, paga la delusione dei settori più tiepidi della propria base e il disamore dei nostalgici di AN. Non a caso, il PdL pare tornato al livello di consensi elettorali ottenuti nel 2001 da Forza Italia. Da sola.
3. Sulla sfiducia verso il premier e il principale partito di governo pesa anche la sensazione di instabilità politica, in un momento particolarmente grave per l´economia. Infatti, la maggioranza (per quanto ridotta) degli elettori pensa – realisticamente –che la legislatura finirà prima della scadenza. Per colpa di Berlusconi.
4. Parallelamente, si percepisce un certo fastidio per il divario abissale tra i problemi della società (soprattutto il lavoro) e i temi del dibattito politico – imposti dal governo e dal premier. La polemica con Fini, il conflitto infinito con la magistratura. Verso cui, non a caso, cresce sensibilmente la fiducia dei cittadini. Mentre il consenso nei confronti del Presidente Napolitano (80%) testimonia quanto sia ampia, nella società, la domanda di stabilità e di moderazione. In questa fase precaria ed esagerata.
5. La Lega, per la prima volta dopo tanto tempo, perde qualcosa nelle stime elettorali. La tecnica di presentarsi come partito di opposizione e di governo, praticata dalla Lega con grande abilità, forse, comincia a logorarsi. E a logorare. D´altronde, è difficile partecipare a un governo impopolare senza venirne, in qualche misura, contagiati. Chiamarsi dentro e fuori, a seconda del momento. Reclamare il voto un giorno sì e l´altro anche. Senza far seguire alle minacce comportamenti coerenti. Rischia di far perdere credibilità. Anche il federalismo, evocato e invocato, dalla Lega. Non si sa quando e se arriverà. Ed è visto come un pericolo da metà del paese. Il Sud. Dove la Lega non prende voti. Ma il PdL sì.
6. Questo clima di instabilità coinvolge anche il resto dello schieramento politico. L´Udc tiene. Ma non cresce. Non pare in grado di imporre l´alternativa di Centro. Perché il Centro, da solo, non è ancora alternativo. Costruire il Partito della Nazione, insieme a FLI, API e altri soggetti, come ha annunciato Casini, potrebbe allargare la concorrenza, invece dei consensi.
Anche a Centrosinistra il gioco è aperto. Soprattutto a Sinistra. Dove il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo e il Sel di Nichi Vendola fanno concorrenza soprattutto a Di Pietro. Il quale, per la prima volta, dopo molti anni, perde consensi, nelle stime elettorali.
7. Nel centrosinistra, la competizione si è aperta anche per quel che riguarda la leadership. Bersani, tutto sommato, tiene. Ma in testa alle preferenze degli elettori di Centrosinistra oggi troviamo Vendola e Chiamparino. Praticamente alla pari. A ridosso di Tremonti (anch´egli candidato alla leadership. Del Centrodestra). Un buon segnale in vista delle primarie annunciate, in caso di elezioni. Se saranno primarie vere…
In generale, come diceva qualcuno prima di noi, c´è grande disordine sotto il nostro cielo. Annuncia grandi cambiamenti. Non è detto che le cose, in seguito, andranno meglio. Ma peggio di così ci pare francamente difficile.

La Repubblica 13.09.10