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Scuola: rassegna stampa dai territori

“Seimila alunni in più, meno prof e l’incognita della riforma Gelmini: a Milano e provincia si parte nel caos”, di Tiziana De Giorgio e Franco Vanni
Oggi 430mila studenti milanesi tornano a scuola, trovando meno insegnanti e più caos. Gli studenti rispetto allo scorso anno sono aumentati, 6mila in più, mentre i docenti diminuiscono. Ne mancano 4mila rispetto al 2009, e anche quando i presidi nei prossimi giorni avranno arruolato i supplenti che mancano, chiamandoli direttamente, resterà il taglio netto di 1.300 cattedre.
Così, nell’avvio d’anno più difficile per la scuola pubblica, scoppia la protesta. “La questione degli insegnanti precari è una ferita aperta – dice Rita Frigerio di Cisl Scuola – oltre a chi perderà il posto, c’è la prassi contraria alla legge di assegnare un supplente sempre alla stessa scuola, come fosse assunto, ma lasciandolo precario”. Centinaia di “precari storici” preparano i ricorsi al tribunale del Lavoro.
Gli insegnanti e i genitori riuniti dal sito web Retescuole. net invitano ad “appendere un palloncino all’ingresso degli istituti per ogni insegnante tagliato”. Il Pd ha organizzato volantinaggi di fronte a cento scuole, fra città e hinterland, allo slogan “sono in gioco i nostri figli e il nostro futuro”.
E mentre il direttore scolastico regionale, Giuseppe Colosio, invita a “non drammatizzare” garantendo che “al suono della campanella tutti gli insegnanti saranno in cattedra”, i sindacati lanciano l’allarme: “Ci sono 83 elementari che hanno avuto tre insegnanti tagliati, altre 82 ne hanno persi due – dice Pippo Frisone, di Flc Cgil – quando Colosio dice che il sistema scolastico lombardo regge non ci crede nemmeno lui”.
Il Partito democratico ha scelto per la sua protesta le scuole che più pagano i tagli e le ristrettezze economiche, come la media ed elementare Madre Teresa di Calcutta in via Mondolfo, che ha un credito con lo Stato di 250mila euro per pagare supplenze, carta e gessetti. O l’elementare di via Ghini, “temporaneamente” ospitata nella scuola di via Bognetti, visto che la vecchia sede è contaminata da amianto.
Questa mattina Colosio farà il suo discorso di “in bocca al lupo” agli studenti delle elementare Cuoco-Sassi di via Corridoni, dove l’anno scorso si erano verificati casi di leucemia fra i bambini. E proprio in quell’istituto l’anno comincia con una brutta sorpresa: per carenza di insegnanti, i bambini che hanno scelto il “modulo” faranno a scuola due pomeriggi e non tre come in passato. Ci sono poi disagi che riguardano molte scuole, come le mense non ancora attive a causa della lentezza nell’organizzazione del servizio.
Una bella novità attende invece 600 studenti di prima in sei scuole elementari (due sono a Milano: la Diaz in via Crocefisso e via Sant’Orsola e la Ciresola, in viale Brianza e via Venini) dove per la prima volta si studieranno alcune materie in inglese. Ma l’iniziativa, promossa dalla direzione scolastica, è l’eccezione in un mondo dell’istruzione che naviga nei guai. L’incognita più grande riguarda le superiori: i ragazzi oggi verranno a contatto per la prima volta con i programmi riformati modello Gelmini, con meno ore di lezione nei tecnici e professionali.
Per molti, intanto, il rientro è stato anticipato con gli esami di riparazione. Le “verifiche di recupero” hanno fermato meno del 5 per cento dei rimandati, a loro volta circa un terzo del totale degli studenti. Al classico Berchet sono stati bocciati a settembre solo 10 dei 198 studenti alle prese con gli esami di riparazione. Al professionale Feltrinelli sono stati respinti appena 3 ragazzi su 200 e al tecnico Moresco 3 su 100.
Quasi tutti promossi anche all’istituto Ettore Conti, altro tecnico, dove il preside Pasquale Brucellaria dice: “Evidentemente i ragazzi si sono abituati all’idea che bisogna studiare”. Hanno studiato, e tanto, i ragazzini che hanno passato il test per iscriversi al liceo musicale Tenca. Solo questa mattina scopriranno se ci saranno docenti e strumenti a sufficienza.

La Repubblica/Milano 13.09.10

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LE STORIE
Mense più care, classi super affollate così protestano famiglie e insegnanti

Roma
Niente aiuti a noi genitori e sale il costo della mensa. Sono mamma di tre figli. I miei piccoli hanno otto anni, sei anni e due mesi. Sono disgustata per l´ipocrisia di questo governo che ha sbandierato «il sostegno alla famiglia» in campagna elettorale. E che ora ci lascia da soli. Ma sono triste anche per la cecità dei miei fratelli, cattolici, che hanno creduto a quelle promesse. Ora ecco l´ennesimo fardello sulle spalle delle famiglie come la mia: l´aumento massiccio delle quote per la mensa scolastica.
Flavia Perroni, genitore

Chieti
Inizia la stagione ma senza i professori
Insegnante di ruolo di italiano storia e geografia. Inizia la scuola ma mancano ancora i colleghi di matematica, inglese, francese, arte, tecnologia, musica, scienze motorie… Tra gli insegnanti a tempo indeterminato siamo in quattro su tre classi, dal momento che dall´anno scorso le cattedre sono state brutalmente spezzate, frantumate e disperse a causa di tagli e contrazioni. Su una classe, un insegnante insegna italiano.

Bergamo
Anni di docenza a singhiozzo nella giungla degli “spezzoni”
Questa è la mia storia. Mi sono laureata con il massimo dei voti più di dieci anni fa. Poi iscrizione e frequenza delle scuole Silsis (con tanto di esborso finanziario sostanzioso, ma andava bene così: crogiolarsi nella speranza non ha mai prezzo). Da anni lavoro a singhiozzo, raffazzonando alla meglio uno spezzone qui, uno spezzone là. Finché dura. Questo è il mio lavoro, la mia vita.
Mariagrazia, insegnante

Messina
Le lezioni di mio figlio in tre classi diverse
Mio figlio, che frequenterà la V elementare, seguirà le lezioni di matematica ed italiano nella sua classe con le insegnanti di riferimento, mentre tutte le altre lezioni dovrà seguirle in interclasse con gli alunni della IV e della III elementare! Questa riforma sta spazzando via quel poco di migliorativo che si era riuscito a costruire negli ultimi anni: insegnanti specializzati in una materia e classi poco affollate. Sto seriamente pensando di andare all´estero e ricominciare tutto daccapo.
Valeria, genitore

Roma
Per un bambino disabile da 22 a 14 le ore di sostegno
Il taglio del governo l´anno scorso ha provocato nei confronti di mio figlio diversamente abile di 9 anni (con diritto di avere a scuola il rapporto 1 a 1 tra lui e la figura educativa) un taglio di ben 14 ore di sostegno su 22. Questo taglio ha provocato un danno a mio figlio a livello educativo e l´indignazione del team di maestre che si prendono cura della sua istruzione.
Laura Trebbiani, genitore

Foggia
Io, una cattedra e dieci classi ma prima ci lavoravamo in 4
Insegno come Itp meccanico in un istituto tecnico. Se potessi tornare indietro, farei subito la domanda di pensione. Io avrei lasciato ben volentieri la cattedra su cui siedo da anni ai miei colleghi che hanno perso il posto di lavoro. Io quest´anno sono costretto a lavorare su una cattedra di 10 classi. E pensare che l´anno scorso questa mia cattedra dava lavoro a tre insegnanti.
Luigi, insegnante

Reggio Emilia
La maestra di matematica insegna inglese ma non lo sa
Mia figlia frequenta la quarta elementare. Fino allo scorso anno aveva un´insegnante di inglese laureata, con anni di permanenza all´estero, molto aggiornata e coinvolgente. I bimbi grazie a lei adoravano l´inglese. Quest´anno mia figlia si ritroverà come english teacher la maestra di matematica che ha frequentato un corsetto di aggiornamento di 20 ore a giugno e che – parole sue – è terrorizzata dall´idea di insegnare una materia che non sa.
Giovanna, genitore

Cagliari
Via i collaboratori scolastici e l´istituto rischia di non aprire

Nella mia scuola in tre anni sono stati tagliati 3 posti da collaboratore scolastico. Adesso siamo in 4 per sorvegliare una scuola con 4 padiglioni, di cui due con classi a tempo pieno, e non possiamo garantire la sicurezza dei bambini. Con questa organizzazione basta che uno di noi sia in malattia e non si potrà aprire la scuola. La dirigente per garantire il servizio chiede che si facciano straordinari ogni giorno e si garantisca la reperibilità in qualsiasi momento.
Mario, collaboratore scolastico

la Repubblica 13.09.10

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L´ira dei precari della scuola in 4 mila bloccano lo Stretto “All´istruzione i soldi del ponte”, di Alessandra Ziniti

La Rete degli studenti annuncia da oggi sit-in in 100 città. Simbolo, un casco giallo in testa
MESSINA – Sara non lavora già da due anni e sa che anche quest´anno non avrà il posto. Rita ha 164 punti in graduatoria, cinque concorsi pubblici vinti e – dice – “zero prospettive per il futuro”. Marciano, donne-sandwich, per illustrare tutta la loro disperazione verso gli imbarcaderi di quello Stretto sul quale dovrebbe sorgere il Ponte che qui nessuno vuole. Perché gli 8 miliardi di euro stanziati i precari li vorrebbero per realizzare “un ponte per la scuola”.
Non a caso hanno scelto Messina per la loro proteste i circa quattromila degli oltre 230mila lavoratori della scuola interessati dai tagli della riforma Gelmini che ieri si sono dati appuntamento da tutto il mezzogiorno d´Italia sulle due sponde dello Stretto, insieme agli aderenti al Comitato “No ponte”.
Tanta rabbia, ira, tensione tra i fischietti, i tamburi e le bandiere. È solo la prima di una nuova teoria di proteste che da oggi, giorno della prima campanella in dieci regioni, verranno attuate a macchia di leopardo da docenti e studenti. La Rete degli studenti annuncia flash mob davanti alle scuole di 100 città: casco giallo in testa per “proteggersi dalle macerie causate da Gelmini e Tremonti”.
I precari del Sud che si sono dati appuntamento ieri a Messina avevano annunciato che non avrebbero bloccato la navigazione sullo Stretto, ma a mezzogiorno di una mattinata in cui le migliaia di storie di giovani, e meno giovani, insegnanti e collaboratori amministrativi senza prospettive di lavoro hanno surriscaldato gli animi, la testa della manifestazione ha cominciato improvvisamente a spingere verso gli imbarcaderi dei traghetti delle Ferrovie dello Stato dove la nave Riace stava per mollare gli ormeggi. I precari sono riusciti ad eludere il cordone delle forze dell´ordine e a bloccare la partenza.
Dall´altra parte dello Stretto, i colleghi giunti dalla Calabria, dalla Campania, dalla Puglia hanno bloccato la via d´accesso all´imbarco di Villa San Giovanni paralizzando lo svincolo della Salerno-Reggio Calabria. Subito dopo un´altra ala del corteo si è spostata nella adiacente stazione di Messina fermando due treni in arrivo da Torino e diretti uno a Palermo, l´altro a Siracusa. Anche in questo caso solo disagi contenuti per i passeggeri, costretti ad un ritardo imprevisto.
Una prova di forza, un modo per dimostrare “di esserci” e di essere in grado, se necessario, di organizzare altre manifestazioni. Intanto per 25 di loro, già identificati dalle forze dell´ordine, è scattata la denuncia per reati contro l´ordine pubblico.
Ma poco importa a questa gente che grida “Una sola licenziata, la Gelmini”, che si definisce “serva e vittima del governo” e che ritiene i tagli frutto di incompetenza. Ci sono i docenti che, da Sud a Nord, insistono nello sciopero della fame. Come Giuliana Lilli, del coordinamento precari scuola di Roma, in staffetta con i due colleghi siciliani Giacomo Russo e Caterina Altamore e con Pietro Di Grusa che digiuna a Palermo.
Ci sono le magliette rosse con il volto di una Gelmini con tanto di aureola e la scritta “beata ignoranza”, ci sono i palloncini liberati in cielo con su scritto “Gelmini vola via” ma anche i sindacalisti che litigano tra di loro a colpi di bandiere strappate in cerca del primato della “durezza” con le rappresentanze dei sindacati di base, che cacciano letteralmente in un´altra area quelli della Cgil accusandoli di non essersi mai interessati dei precari della scuola.
«La nostra protesta oggi è forte e chiediamo che si ritirino i ddl della Gelmini sia per la scuola che per l´università», dice il segretario generale della Cgil di Catania, Angelo Villari. Non ci sono scontri, ma tanta tensione emotiva e tanta rabbia tra gli insegnanti e i collaboratori Ata. Luisa arriva da Catania: «Non vogliamo i tagli, ma non vogliamo neanche i sussidi. Vogliamo solo il nostro lavoro, quello per cui abbiamo studiato e sul quale ci siamo costruiti la vita».
Come lei, solo in Sicilia, sono 13mila a ritrovarsi senza posto in quello che definiscono un “autunno infinito”.

La Repubblica 13.09.10

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“Protesta Messina: i precari bloccano lo stretto”, di R.P.

Questa volta i precari hanno fatto il “botto”: sarà stata la forza della disperazione o il tam-tam lanciato attraverso il web, sta di fatto che fin dalle prime ore della mattinata di domenica sulle due sponde delle stretto di Messina si sono radunati centinaia di docenti precari proveniente dalla Sicilia e da altre regioni d’Italia.

Con il passare delle ore a Messina sono arrivati in tanti, tantissimi; secondo gli organizzatori erano 4mila, la questura parla di 2.500, ma per essere una manifestazione organizzata in proprio si tratta comunque di una manifestazione che ha ottenuto il risultato voluto e cioè far parlare i mezzi di informazione di precari e di scuola.

E infatti, per tutta la giornata di domenica, la notizia della protesta è rimbalzata non solo sul web ma anche da un telegiornale all’altro.

L’idea di bloccare lo stretto di Messina era partita quasi come scommessa qualche settimana fa dal Comitato Precari Scuola di Agrigento, ma ha subito raccolto consensi all’interno del variegato mondo del movimento dei precari.

Subito hanno aderito gli altri CPS della Sicilia e il CIP di Messina, negli ultimi giorni anche Flc e Cobas hanno dato l’adesione; alla fine la manifestazione ha messo insieme centinaia, anzi migliaia di docenti e Ata provenienti non solo dalla Sicilia ma anche da altre regioni d’Italia.

Molti dei precari in arrivo dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Campania si sono fermati sulla sponda calabrese delle stretto, a Villa San Giovanni, mentre gran parte dei calabresi erano già arrivati a Messina.

Il porto siciliano è stato invaso dai precari, il traffico è andato subito in tilt ed anche il collegamento ferroviario da e verso l’isola ha subito rallentamenti significativi.

Le richieste dei precari sono quelle di sempre: ritiro dei tagli previsti dalla legge 133/08, assunzione su tutti i posti vacanti e disponibili, ritiro dei disegni di legge Aprea e Goisis. Richieste che certamente non potranno essere soddisfatte dal Governo (peraltro i tagli previsti dalla legge 133 sono anche già stati effettuati).

Ma il risultato potrebbe essere comunque importante: da questo momento il CPS si conferma un interlocutore con cui i sindacati ufficiali dovranno in qualche modo confrontarsi. Se a scuole chiuse i precari sono riusciti a portare a Messina 2.500/4.000 persone, questo significa che ormai la loro partecipazione sarà quest’anno determinante per la riuscita di altre forme di protesta.

Tecnica della Scuola 13.09.10

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“L’ira dei precari al Sud”, di FABIO ALBANESE

Il luogo scelto per la manifestazione non era casuale: Messina è la porta della Sicilia, un eventuale blocco del traffico sullo Stretto paralizzerebbe l’isola e la Calabria. E la protesta di ieri di migliaia di precari della scuola, a Messina e sul versante calabrese, a Villa San Giovanni, è sembrata una sorta di prove tecniche di paralisi. A Messina per circa un’ora è stato bloccato il traghetto «Riace»; poco dopo è toccato, ai treni alla stazione centrale, due espressi, alcuni regionali, tanto che alla fine la questura ha identificato alcune decine di manifestanti e ne ha denunciati 25 per interruzione di pubblico servizio. In Calabria sono state bloccate le vie d’accesso agli imbarcaderi dei traghetti delle società private.

I numeri della protesta di ieri dei precari danno l’idea di quanto il problema sia sentito e riguardi, tra insegnanti e personale Ata, una enorme quantità di persone: a Messina erano in quattromila secondo gli organizzatori, in 2.500 secondo la questura, provenienti da tutte le province dell’isola; a Villa San Giovanni erano diverse centinaia, arrivati da tutte le province calabresi, con rappresentanze anche da Campania, Puglia e Basilicata. «Siamo rimasti sorpresi noi stessi dalla enorme partecipazione – dice una delle organizzatrici della protesta, Emma Giannì, della Rete precari di Agrigento – tre giorni prima avevamo comunicato alla questura di Messina che saremmo stati in settecento, invece eravamo in migliaia. E dire che tutto è partito per ferragosto con un messaggio su Facebook».

Nelle intenzioni degli organizzatori la protesta di ieri doveva svolgersi solamente con cortei e slogan contro la riforma del ministro Gelmini e i drastici tagli che lasceranno a casa decine di migliaia di precari in tutta Italia. Ma alcune frange di manifestanti hanno deciso di rendere la protesta «più visibile», come hanno detto loro stessi, andando a bloccare, seppure in maniera quasi simbolica, navi traghetto e treni, con momenti di tensione e un quasi-scontro con le forze dell’ordine.

Che ci siano state divergenze nel movimento si era visto già la mattina quando, a Villa San Giovanni, c’erano stati momenti di tensione, in particolare tra le rappresentanze di base dei precari e i rappresentanti della Flc Cgil, sindacato che pure ha aderito alla manifestazione come i Cobas e numerosi parlamentari nazionali e regionali del centrosinistra: una bandiera Cgil strappata, i due gruppi separati dalle forze dell’ordine. Le divisioni sulle strategie non cambiano la sostanza del problema: «Abbiamo realizzato un ponte umano – dice Claudia Urzì, precaria del coordinamento di Catania – che unisce le giuste rivendicazioni dei lavoratori contro quel ponte degli sprechi che dovrebbe unire Sicilia e Calabria». «Chiediamo la riapertura del turnover – dice Elisabetta Bambello della Flc Cgil di Reggio Calabria – perché l’anno scorso sono rimasti senza contratto ventimila precari e quest’anno se ne aggiungono 25 mila». Nelle stesse ore da Roma il ministro dell’istruzione forniva la sua soluzione, il numero programmato: «Nell’arco di otto anni, grazie ai pensionamenti, 21 mila l’anno e alle nuove immissioni in ruolo – ha detto Maria Stella Gelmini- sarà possibile dare risposta ai 220 mila precari che abbiamo ereditato».

Nel corteo c’erano anche Letizia Sauta, la precaria che l’anno scorso fece lo sciopero della fame, interrotto dopo le insistenze di Dario Franceschini, e Pietro La Grua, il precario che ha portato il suo sciopero della fame sotto le finestre di Montecitorio: il nuovo appuntamento con la protesta si terrà il 18 settembre a Palermo, la sua città.

La Stampa 13.09.10

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“La scuola precaria”, di Mila Spicola

Metto subito le mani avanti: non sarò obiettiva. Ci sono gli ultimi miei tre anni nella manifestazione di ieri. 12 settembre 2010, appuntamento alla stazione centrale di Palermo, alla volta di Messina, per “occupare lo Stretto” a difesa della scuola, a difesa della Sicilia, a difesa del lavoro. («Emma, ma come cavolo lo occupi lo Stretto? Che faremo? Ci buttiamo a mare?») A difesa di tutto quello di bello e giusto ci venga in testa quando intorno di bello e giusto ne vediamo sempre meno a Palermo, in Sicilia. In Italia. Un ponte, un simbolo: il ponte che non s’ha da fare, quello di cemento e quello che s’ha da ricostruire: la solidarietà. Ci ritroviamo lì alle 7.30 una domenica mattina, alla spicciolata, e la retorica sparisce all’istante. Ecco Luigi Del Prete, laurea in filosofia, precario napoletano, “emigrato” per amore a Palermo, Dario Librizzi, calato giù dalle montagne madonite, storico dell’arte, precario anche lui, ecco Barbara Evola, la “donna megafono”, e poi a Messina ci aspettano “gli altri”, ci conosciamo quasi tutti: Emma Giannì, di Sciacca, una delle organizzatrici di questa giornata, Claudia Urzì, la pasionaria di Catania, Antonella Vaccaro, che è arrivata con gli altri da Napoli.. E poi..Sul pullman monta la solita discussione: «Voi del Pd» e «Voi del Cps» e «Voi altri di Sel»… per poi finire a litigare ferocemente di valutazione dei ragazzi, di meritocrazia, di formazione permanente dei docenti. La valutazione dei docenti: questo vuole l’opinione pubblica, no? Ma come valutare il merito di un ragazzo e di conseguenza del suo professore? Non sarebbe meglio un rigore estremo nella formazione degli insegnanti, un aggiornamento continuo ma adeguato? Mi replica Luigi. Non gli aggiornamenti astrusi e astratti, ma sulla gestione dei conflitti, sui nuovi linguaggi, sul mondo globale. Siamo gente di scuola noi, precari o non precari, noi sì che possiamo accapigliarci su queste cose, altri, no, vi prego no. Intorno la scuola si sfalda, mentre studiano il pelo della valutazione. Gli ultimi due anni di proteste solitarie ci scorrono come un sottotesto: «Quanti saremo secondo te?». A differenza delle tante altre volte, ci confortano i pullman prenotati. Cinque da Palermo, tre da Trapani, ogni provincia è coperta. Mi piace l’idea di veder gente nuova, mi piace meno l’idea della “protesta dei precari”. È la scuola che è precaria, lo dico e lo ripeto, ce lo ripetiamo da mattina a sera. Dobbiamo convincere la casalinga di Mestre, mica noi stessi. Antonella mi racconta che a Sciacca si è formata una classe di prima liceo scientifico di 38 ragazzi con disabile annesso. Ho gli occhiali da sole e non mi vergogno a dire che mi spuntano le lacrime. Anch’io nel 1980 iniziai il ginnasio in una classe di 33, ci siamo maturati in 16 dopo cinque anni. È questo quello che vogliamo? Una bidella, ops, “personale ata”, mi racconta di una scuola con le porte divelte. Nulla di nuovo sul fronte occidentale: ho trascorso un anno intero in una delle mie classi senza porta. Ma a chi frega? La colpa sarà comunque di un insegnante fannullone. Siamo a Messina. Sul molo, di fronte agli imbarcadero. Tanti, tantissimi. A grappoli come in un film di Gianni Amelio. La scuola s’è desta? Resta da svegliare gli italiani.

L’Unità 13.09.10

Rimbocchiamoci le maniche. Come a Torino

Si chiude la Festa Democratica Nazionale, si apre una nuova stagione politica. E sembra proprio ricca e innovativa per il Partito Democratico. A Torino, in un pomeriggio di sole, Piazza Castello è gremita di bandiere del Pd che sventolano e la folla canta al suono di ‘alzati che si sta alzando la canzone popolare, se c’è qualcosa da cambiare allora si cambierà…’. Colonna sonora portante della nascita dell’Ulivo nel 1996, l’Ulivo che ora Pier Luigi Bersani, vuole ripiantare più forte e robusto che mai per superare questa difficile fase politica che sta attraversando il Paese.

Prende il via domani in tutta Italia la nuova campagna di comunicazione del Partito Democratico. Protagonista un Paese, il nostro, che appare dimenticato, assente dal dibattito e non, come sarebbe giusto, al centro di ogni riflessione. I suoi problemi e i suoi disagi sono sottomessi a letture miopi della realtà. Avevamo ragione a non essere ottimisti e ridanciani quando il premier ci invitava ad esserlo. In questo momento la gente è sul tetto e le speranze sono sottoterra. Ogni partito o coalizione seria è chiamata, anche istituzionalmente, a dare una risposta. Noi diciamo Rimbocchiamoci le maniche. Questo è il tema dominante, il cuore della nostra campagna di comunicazione: Per giorni migliori, Rimbocchiamoci le maniche. In questa prospettiva ci poniamo come il vero schieramento del fare, concretamente, seriamente, responsabilmente e umilmente, tutto ciò che necessario per vivere giorni migliori. Un promessa che è grande proprio perché addomestica un’utopia: lascia a ciascuno la libertà di immaginare giorni migliori e a tutti noi il dovere di rimboccarci le maniche.
In questa splendida città, che ha visto nascere l’Italia unita 150 anni fa, per due settimane si sono svolti incontri e dibattiti, e oggi dal palco in Piazza Castello si è conclusa la Festa. Si è cominciato osservando un minuto di sommesso silenzio per ricordare Salvatore Vassallo, il sindaco PD di Pollica, trucidato dalla camorra per l’onestà e il coraggio che messo nell’amministrare la sua cittadina.

Presenti sul palco gli esponenti della Segreteria Nazionale e molti parlamentari e senatori del Pd.

Il giornalista di youdem Cristiano Bucchi ha introdotto subito Lino Paganelli, Responsabile Nazionale Feste del Pd, che ha ringraziato i cittadini presenti alla terza Festa democratica nazionale. Paganelli ha poi ringraziato tutti i volontari che hanno permesso a dare forma al villaggio che ha ospitato per 16 giorni centinaia di migliaia di persone, a Torino. Ed ha ringraziato anche chi ha contribuito a realizzare e chi ha partecipato alle 2.172 feste del Pd in tutta Italia e che continuano: a Caserta ad esempio, inizierà la prossima settimana la festa sulla giustizia, a Palermo quella sulla sicurezza. Il Responsabile Nazionale Feste ha poi ribadito lo sconcerto per alcune critiche che sono giunte a seguito dei tafferugli accaduti durante due dibattiti sul palco di Torino: “Ci sono Partiti che si parlano addosso e che non possono permettersi di criticare le nostre feste su come sono organizzate o gestite”. Infine Paganelli ha ringraziato le 600 persone ospiti della festa, grazie ai quali si sono tenuti tanti dibattiti proficui e partecipati, ed ha ringraziato Torino, dove c’è un Pd che ci ha creduto e ce l’ha fatta”.
Sono state accolte sul palco di Piazza Castello anche due ragazze dell’Associazione Libera, accorse per presentare un ‘grappolo di diritti’, un’associazione con cui Libera vuole dare vita ad una a nuova cooperativa che riutilizzi i terreni confiscati alle mafie in Puglia, a Cerignola. Le ragazze hanno ricordato inoltre il lavoro e l’impegno che si realizza in tutta Italia, anche al nord ed hanno portato simbolicamente un barattolino di miele e un grappolo d’uva.

L’intervento accorato di Stefania Pezzopane, Responsabile del Pd per la ricostruzione dell’Abruzzo, è stata accolto con grande commozione e partecipazione dalla platea. “Per me è particolarmente emozionante parlare in questo luogo dove è stata sancita l’unità del Paese, dove ha parlato la prima Italia del Risorgimento. Io che mi sono iscritta al Partito Comunista quando Berlinguer è morto durante un comizio, non avrei mai pensato di dover piangere i miei morti uccisi tra le macerie della mia città, che si potesse consumere una pagina così nera della politica italiana, a L’Aquila. Questo governo è venuto da noi a sperimentare un modello di supremazia, di oscuramento delle nostre forze e delle nostre necessità. Sono passati 17 mesi e il centro storico de l’Aquila è un cumulo di macere e 17 mila persone non hanno casa. Sono aumentati i disoccupati. Le case non te le fanno vedere più perché stanno esplodendo i pavimenti. Siamo stati abbandonati dal governo. Berlusconi dalle elezioni provinciali non si vede e Il Presidente della Camera della Camera ha fatto un lungo discorso da Mirabello ma non ha parlatodi noi, esattamente come il presidente del Senato. Se l’Aquila rinasce, rinasce l’Italia”.

La Pezzopane ha poi sottolineato l’impegno del Partito democratico per l’Aquila, dimostrato dal fatto che tutti i deputati del Pd simbolicamente, si sono recati nella città, uscendo dalle aule del Parlamento prima della fiducia sulla Finanziaria, per invocare la necessità di una legislazione adeguata per ricostruire l’Aquila. “Vogliamo solo una legge per ricostruire L’Aquila – ha detto l’esponente democratico. Sulla ricostruzione ci sono stati scambi di anelli, regali, ci hanno lucrato ma noi siamo un popolo colto e orgoglioso molto tenace, e ci siamo rimboccati le maniche mentre altri ridevano sulla nostra tragedia”.

“Noi rivogliamo la nostra storia, i nostri monumenti. Abbiamo fatto una bellissima festa Pd sulla cultura e ci hanno detto Bondi verrà la prossima settimana, speriamo ci porti risorse. Basta con i giochetti –ha concluso Pezzopane – non abbandonateci, come ha fatto il governo. Non abbandoniamo persone come Angelo Vassallo che hanno pagato con la vita. L’Italia sa che ricostruire l’Aquila è ricostruire un pezzo di Italia. È la città del verde e del nero, speranza e lutto”.

www.partitodemocratico.it

"I simboli di Adro", di Silvia Ballestra

Le cronache da Adro (Brescia) ci raccontano del nuovo polo scolastico pubblico. Struttura nuova, infissi nuovi, banchi nuovi, pavimenti nuovi, tutto marchiato con il simbolo della Lega Nord, il sole delle Alpi. Che si sappia, è la prima volta che un partito politico griffa un’istituzione pubblica in modo così smaccato e volgare, a meno di non riandare con la memoria (ad averne) al fascio littorio. Dalla cronaca, come sempre, si può cogliere fior da fiore: i crocefissi imbullonati alle pareti (per scoraggiare derive laiciste, si dice), oppure la colletta tra i cittadini per gli arredi delle classi, oppure lo scambio tra pubblico e privato (le vecchie scuole, oplà, diventeranno speculazione edilizia), ma lo scandalo resta, con tanto di firma, anzi di simbolo leghista. Benissimo fa Giangiacomo Schiavi, sul Corriere, a vergare un corsivo assai severo sulla vicenda. Ma nello specifico caso della scuola di Adro griffata Lega Nord, è doveroso andare oltre le parole. Infatti non ci troviamo davanti a un problema immenso, uno di quei temi planetari in cui indignazione e azione sembrano lontane. Ad Adro, per rimediare all’offesa violenta che si fa allo Stato, basterebbero un paio di pattuglie di carabinieri, un pugno di buoni artigiani, infissi nuovi senza simboli. Oggi, subito, ad Adro, servono più pialle, cacciaviti e vernici per riparare l’offesa che parole per denunciarla. La ministra dell’istruzione Gelmini che non parla con i precari della scuola perché “fanno politica”, può tollerare il simbolo di un partito su una “sua” (nostra in realtà) scuola?E che senso hanno le chiacchiere sul federalismo se ad Adro la secessione è già un fatto? Uno Stato, se esiste, va lì e cancella quei simboli dalla sua scuola, ripristinando la legalità. Meglio se con le buone maniere, ma se serve con le cattive. Altrimenti, che Stato è?

L’Unità 13.09.10

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Adro e Lega: la politica resti fuori dalla scuola

Per la seconda volta in pochi mesi il piccolo comune di Adro (6000 abitanti in provincia di Brescia), o meglio il suo sindaco leghista Oscar Lancini, conquista la ribalta mediatica nazionale: prima con l’idea di far saltare il pranzo ai bambini i cui genitori non versano il contributo per la mensa (magari perché non possono), e ora con l’iconografia leghista – il simbolo del ‘sole delle Alpi’ – stampigliata sui banchi, nelle aule, e perfino nei cestini dell’immondizia di una scuola pubblica, ancorché comunale: il nuovo polo scolastico non casualmente intitolato a Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord delle origini.
Le trovate del sindaco di Adro non risultano peraltro condivise da altri primi cittadini della sua stessa fede (è il caso di chiamarla così, visti i riti e i miti dei seguaci di Bossi), e neppure dalla sua conterranea bresciana Mariastella Gelmini, che parla di “n un certo folklore” e di un ” certo estremismo, che ovviamente io come Ministro dell’Istruzione non condivido” e che ” forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere” perché si tratta di ” esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento”.
Insomma il sindaco iperleghista resta solo, sia pure confortato dal consenso dei suoi concittadini ed elettori. Meno male, perché sarebbe grave e preoccupante che nell’anno in cui si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia prendessero piede iniziative che antepongono una sorta di localismo autoreferenziale al senso di appartenenza ad una comune identità nazionale. Soprattutto in un luogo, come la scuola, che tale identità ha contribuito a costruirla fin dalle origini dell’Italia come Stato unitario. E dal quale la politica deve restare fuori.

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“L´intolleranza leghista”, di MICHELE SERRA

A proposito di violenza politica. Una scuola pubblica italiana (Adro, provincia di Brescia) è stata di fatto privatizzata dalla locale giunta e trasformata in scuola leghista, intitolata al professor Gianfranco Miglio.
Sole delle Alpi impresso sui banchi, sui cestini dei rifiuti, sugli zerbini, sui tavoli, sui cartelli, sulle finestre, sul tetto, ovunque. Unico altro simbolo ammesso e anzi imposto è il crocifisso, che a scanso di equivoci è stato imbullonato ai muri: una specie di doppia crocifissione, povero Cristo.
L´episodio, quasi incredibile nei suoi termini di cronaca, e decisamente spaventoso in termini di democrazia, è inedito nella storia della Repubblica. Scuole di Stato con lo scudo crociato, o la falce e martello, o altri simboli di partito, ovviamente non se ne erano mai viste, per il semplice fatto che nessuno aveva mai osato concepire una così inconcepibile violazione di uno spazio pubblico: nemmeno nelle fasi più convulse e faziose della nostra tormentata vita politica. A Adro invece è accaduto, anche grazie alla partecipe collaborazione di una comunità fortemente coinvolta nella costruzione del nuovo plesso scolastico, fino a finanziarne gli arredi. La stessa comunità, con in testa il sindaco Oscar Lancini, non era intervenuta con altrettanta sollecitudine quando si trattò di far quadrare i conti della mensa scolastica, messi in crisi da una mora di poche migliaia di euro. Fu un imprenditore locale, allora, ad accollarsi generosamente quella spesa, guadagnandosi lo spregio e l´ira di molti suoi concittadini, sindaco in testa.
Alla maggioranza leghista di Adro (non solo alla Giunta) dev´essere sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni, disagi, proteste da parte di chi leghista non è, e ritenendo di iscrivere i figli alla locale scuola pubblica (che vuol dire: la scuola di tutti) li ritrova iscritti d´ufficio a una scuola “verde”, involontaria parodia delle scuole coraniche. L´omissione di questo scrupolo basilare (esistono minoranze, a Adro? vanno rispettate? tenute in considerazione?) è l´aspetto più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di intolleranza “naturale” tipicissima dei regimi e delle masse plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da sessantacinque anni. Le macroscopiche violazioni di legge, e perfino gli aspetti anticostituzionali, passano quasi in second´ordine rispetto all´impressionante spettacolo di una comunità così autocompiaciuta della propria coesione politica da stabilire l´inesistenza degli “altri”, e non solo gli stranieri: ora anche i non leghisti. Gli italiani.
Ce ne sarà pure qualcuno, a Adro, di non leghista. Che deve fare? Subire e tacere? Emigrare, perché italiano e non “padano”, inaugurando così l´incredibile paradosso di italiani che si sentono extraterritoriali in Italia (non più “padroni a casa loro”, per dirla con la Lega)? Sarà molto istruttivo vedere, al di là delle dichiarazioni di circostanza, quali provvedimenti concreti vorranno prendere autorità varie e istituzioni di ogni ordine e grado, tutte direttamente coinvolte da un simile affronto alla democrazia: a partire, ovviamente, dal ministro della scuola Gelmini e dal ministro dell´Interno Maroni.
Si pensa, in genere, che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Nel caso del progressivo manifestarsi, in alcune zone del Nord, di una secessione di fatto, la reazione fin qui non ha certo corrisposto all´azione. Si spera che l´esproprio leghista di una scuola pubblica sia la goccia che fa traboccare il vaso. O gli italiani non leghisti, al Nord, devono sentirsi cittadini di grado inferiore?

La Repubblica 13.09.10

"I miei consigli da maestro", di Marco Rossi-Doria

Cari bambini e care bambine che entrate nella prima classe della scuola primaria, non conosco i vostri nomi, perciò vi chiamo così. E me ne scuso. Perché ognuno di voi ha un bel nome.
Spero che i vostri papà e le vostre mamme, che sanno leggere e che comprano questo giornale, vi leggano questa lettera. Forse succederà così. E chiedo ai vostri genitori, gentilmente, di mettere al posto di «bambina» o di «bambino» il vostro vero nome.
Ho fatto il maestro per tanti anni. Ma i maestri e soprattutto le maestre sono tantissimi, anzi tantissime. Così ho pensato di non scrivervi questa lettera da solo ma di farmi aiutare anche da altre persone che fanno questo mestiere. E ho telefonato a cinque bravissime maestre: una di Napoli, una di Torino, una di Cagliari, una di Trento, una di Roma. E a un maestro di Matera. Sono posti diversi d’Italia. E ho chiesto loro: cosa scriviamo ai bambini e alle bambine che iniziano oggi la scuola? E loro mi hanno detto le loro idee su cosa scrivervi. E sapete cosa è successo? Beh, – non ci crederete – è successo che abbiamo tutti pensato, ognuno per conto suo, le stesse cose da dire ad ognuno di voi.
Eccole qui.
Prima cosa. Ti auguriamo una buona giornata, una giornata emozionante e vincitrice. Emozionante perché stai facendo una cosa nuova e difficile. E le cose nuove e difficili emozionano perché sono come una sfida o una gara e fanno un po’ paura. Perché tutti ti chiedono di fare bene e comportarti bene e prepararti a fare cose che non hai fatto prima come leggere e scrivere e imparare la matematica e la storia e la geografia. E ti dicono che ora sei grande. E tu, dentro di te, sai che un po’ è vero che sei più grande di prima. Ma un po’ non è vero. Un po’ ti senti pronto e un po’ no. Perciò, può darsi che ti vengano le lacrime. O che vuoi tornare a casa. O che pensi che stavi meglio alla scuola dell’infanzia l’anno scorso. Dove conoscevi tutti e sapevi già come andavano le cose. Ma anche se penserai queste cose, tu ce la farai. E avrai una giornata vincitrice. E se non ce la fai oggi, ce la farai tra qualche giorno. E quando vincerai le tue paure e piano piano vedrai che ce la stai facendo e che davvero sei più grande, allora sentirai una grande contentezza. E quando vedrai i tuoi nuovi compagni e compagne vincere la sfida di queste prime giornate insieme a te, allora sarai ancora più felice. Ti auguriamo che questa giornata vincitrice, vissuta insieme agli altri, tu la possa vivere tante e tante altre volte nella tua vita!
Seconda cosa. Tu vai a scuola insieme a tanti altri, bambini e bambine, italiani e stranieri. Tu già sai che ognuno è fatto a suo modo. Lo hai imparato alla scuola d’infanzia, con i tuoi amici, con i tuoi fratelli, con i tuoi cugini. E anche tu sei fatto a tuo modo. E ci tieni a essere così. E già sai che è bello stare insieme ma che si può anche non essere d’accordo, litigare; e, poi, fare pace e riuscire a lavorare di nuovo bene insieme. Sai che può capitare di fare dispiacere a qualcuno o di ricevere dispiacere da qualcuno ma che, poi, ci si può rimettere d’accordo. Stare con gli altri è così. E tu lo sai già. Perciò, vedrai che, nei tuoi primi giorni di scuola, imparerai bene i nomi di ognuno, saluterai tutti, saprai dire grazie quando si deve dire, farai attenzione a rispettare gli altri e ti farai rispettare. Perché ti capiterà di pensare: sono libero io e sono liberi gli altri ma siamo qui per fare cose insieme e dobbiamo metterci d’accordo. E vedrai che le maestre aiuteranno te e gli altri a fare proprio così.
Terza cosa. Tu hai imparato già molte cose di questo grande mondo. Le hai imparate dai tuoi genitori e dai tuoi zii, dai tuoi nonni e dai fratelli e sorelle grandi, dalla tv, dal computer, dalle vacanze, dalla scuola d’infanzia. Le tue maestre sanno che tu sai tante cose già. E ne sono contente. Ma ora, col passare delle settimane a scuola, ne imparerai moltissime altre e le dovrai unire a quelle che già conosci. Spesso le imparerai divertendoti. Ci saranno i giochi e lo sport. E si fa musica in tante scuole. Si ascoltano fiabe e storie. Si lavora al computer. Si fanno esperimenti scientifici. Si dipinge e si manipola la creta o la carta pesta, ecc. Si va in biblioteca e si scelgono libri. Si esce nella città o si va in campagna e si esplorano le cose insieme ai compagni. Altre volte per imparare bene bisogna stare seduti, da soli o in gruppo, e ben concentrati, bisogna lavorare con precisione. Unire immagini a parole e numeri. Scrivere ordinatamente. Finire i calcoli. Completare i compiti. Rileggere fino a che leggi proprio bene. E questo affatica. All’inizio puoi sentire che non ce la fai e vorrai smettere perché ti scocci. Ma vedrai che ti abituerai a questa fatica. Poi, nel fare queste cose, ti capiterà di sbagliare. E questo ti darà fastidio. Succede a tutti. E le tue maestre ti diranno che se non sbagli non impari. E hanno ragione. E dovrai allora correggere gli errori e rifare le cose meglio. Puoi sbuffare dentro di te. Ne hai diritto. E’ normale. Ma poi riprenderai a fare quella cosa lì meglio di prima. Perché è scocciante ma è anche bello riuscire a fare le cose difficili. Perché quando le finisci senti contentezza.
Quarta cosa. Man mano che la scuola andrà avanti, ti sarà chiesto di essere responsabile e anche ordinato: mantieni gli impegni, finisci quel che hai cominciato, non stropicciare i libri, non scarabocchiare i banchi, butta le carte nel cestino, rimetti le tue cose a posto nell’astuccio e nella cartella. E poi: scrivi dritto sul rigo, metti bene i numeri in colonna, finisci di colorare, pulisci i pennelli, lavati le mani. Un po’ sei abituato a essere responsabile. Un po’ imparerai. E quando imparerai, ti sentirai più grande. E vedrai che a volte saprai essere più ordinato e responsabile anche a casa. Più spesso di prima chiederai tu alla mamma di portare da solo la cartella, ti andrai a lavare i denti la sera senza che te lo si dica, domanderai al nonno di insegnarti ad allacciare le scarpe da solo, metterai a posto i giochi. Altre volte no. Ma sarai comunque un po’ più grande.
Buon inizio di scuola a te!

La Stampa 13.09.10

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Ritorno a scuola tra le polemiche

Tutti o quasi sui banchi di scuola. Per gli oltre sette milioni di studenti italiani le vacanze sono già finite, o lo saranno nei prossimi giorni. La scorsa settimana sono tornati sui banchi quelli che frequentano la scuola a Trento e provincia, oggi prima campanella per la maggior parte degli iscritti, poi man mano tutti gli altri fino al 20 settembre quando si riapriranno anche le scuole di Puglia, Abruzzo e Liguria. Entro una settimana, quindi, saranno di nuovo attive le 42mila sedi scolastiche che fanno capo (anche come succursali, sezioni staccate e coordinate) ad oltre 10mila istituti: gli studenti saranno collocati in oltre 370mila sezioni e classi.

Anche dopo la seconda delle tre tranche annuali di tagli, avviate lo scorso anno e che nel 2011 porteranno alla cancellazione di 75mila posti, il corpo insegnante rimane corposo: 729 mila docenti, di cui 93mila (caratteristica tutta italiana) a sostegno degli studenti disabili. A cui si aggiungono oltre 100mila insegnanti non di ruolo, annuali o nominati fino al termine delle attività didattiche. A coadiuvarli vi saranno 237mila unità di personale non docente: si tratta degli amministrativi e dei tecnici, ma in prevalenza (oltre 150mila) di collaboratori scolastici (più noti come bidelli) e sul cui alto numero si è soffermato più volte il ministro Gelmini perchè «più alto di quello di tutti i carabinieri che operano in Italia». Un terzo degli Ata (oltre 70mila) sono precari e nominati annualmente dai 104 Uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati agli studi).

Ma la protesta non si placa. I precari ieri hanno scelto di manifestare tra le due sponde dello Stretto per sottolineare che «la grande opera da compiere non è il ponte, ma un collegamento tra la scuola e il Paese». Letizia Sauta, insegnante precaria, lo scorso anno aveva interrotto lo sciopero della fame solo dopo l’insistenza di Dario Francechini, e oggi era di nuovo lì, tra i 4 mila (2.500 secondo la questura) scesi in piazza a Messina per protestare contro i tagli previsti dal ddl Gelmini. Dall’altra parte dello Stretto, a Villa San Giovanni, un gruppo di 300 precari – arrivati da Puglia, Basilicata e Campania – faceva eco agli slogan dei colleghi siciliani, che hanno occupato la stazione ferroviaria, bloccando i treni per un’ora e mezza e invaso uno degli imbarcaderi dei traghetti delle Fs. Una giornata senza incidenti ma all’insegna della tensione con le forze di polizia, che hanno denunciato 25 precari e in queste ore ne stanno identificando altri. Quando i manifestanti si sono radunati alle 11 a piazza Cairoli, scandendo cori contro il governo («Vogliamo una sola disoccupata, ministro Gelmini sei licenziata»), si è capito presto che la loro intenzione era quella di dirigersi verso la stazione marittima. La polizia ha provato a contenere la folla per evitare che arrivasse agli imbarcaderi, ma un gruppo si è staccato e ha raggiunto una delle cinque invasature delle Fs, bloccando la nave «Riace» che attendeva di salpare per Villa San Giovanni. Nessun problema, invece, per i traghetti privati. Poco dopo le 13 i manifestanti hanno occupato alcuni binari della stazione centrale, dove gli esausti passeggeri di un convoglio, proveniente da Torino e diretto a Palermo non l’hanno presa bene; ma tra loro c’era qualcuno che allargava le braccia, mostrando una certa comprensione per la rabbia dei manifestanti.

La Stampa 13.09.10

"Gelmini apre l'anno alla scuola del Gemelli. Meglio evitare fischi", di Fabio Luppino

Tanto certa della svolta «storica » impressa alla scuola il ministro Gelmini oggi eviterà accuratamente di andare a prendere applausi al classico Mamiani o al Parini di Milano. Neppure nei disastrati istituti delle mille periferie abbandonate da questo governo al degrado, anche culturale. No, il ministro con un atto di coraggio alla rovescia andrà, secondo indiscrezioni, lì dove nessuno avrà soprattutto la forza di muoverle critiche: nella scuola del Policlinico Gemelli di Roma. Un gesto toccante, indubbiamente. Avrà accoglienze festanti. Cercare applausi così è l’ultimo atto di una campagna demagogica servita a nascondere una realtà drammatica. Ieri c’è stata anche la copertura di Berlusconi che di certo non mette piede in una scuola da sessant’anni, in una scuola vera, di quelle scrostate, con i banchi segnati e le finestre chiuse da serrande mai riparate perché nonci sono soldi. Più inglese, più informatica, più impresa, più internet? Ma lo sa il premier cosa prevede la riforma del suo ministro? Magari un test Invalsi in merito farebbe capire quanta distanza c’è tra la destra benpensante e la scuola in carne e ossa, derelitta da loro negli ultimi due anni, a partire da chi la fa, i professori. Una umiliazione per i genitori che hanno già ricevuto gli appelli dei capi d’istituto (quando ci sono, perché ne mancano sedicimila e si moltiplica dunque la figura del preside reggente, che per governare un’altra scuola riceve solo 700 euro in più, una miseria) a collaborare per la carta igienica, le fotocopie, i toner, la pulizia delle aule, qualcos’altro? La cosiddetta riforma delle superiori stronca vite e carriere. Migliaia di professori a cinquant’anni da oggi rinunciano a lavorare, perché nessuno li chiamerà. E non è affatto vero che saranno riassorbiti nei prossimi otto anni. La matematica non è un’opinione: tra quattro anni, quando la riforma andrà a regime in modo integrale anche nei licei, le ore per insegnare saranno molte meno delle attuali, già drammaticamente ridotte. I precari saranno sempre gli stessi, anzi di più. La «svolta storica» di Gelmini riguarderebbe anche il merito. Ma come si fa ad assecondare i meritevoli quando in una classe ci sono anche 35 alunni e quasi mai meno di trenta… Come si fa a garantire il diritto all’istruzione ai disabili e ai non disabili quando il rapporto disabili prof di sostegno si alza, sempre più ragazzi per un docente, a dispetto di certe statistiche usate da giornali ben orientati a suonare fanfare, spesso senza conoscere sulla materia, al rigore fasullo di viale Trastevere. L’ultima tirata demagogica riguarda la valutazione degli insegnanti. Magari, lo chiedono i professori stessi da anni, perché è certo, come in ogni dove, che a scuola ci sono i furbi e quelli che non si risparmiano mai, che fanno da docenti e da assistenti sociali, da madri e da padri di figli non loro in una società dove non si investe per superare le disegregazioni familiari. Ma come fa a dirlo un ministro che andò a cercare, con spregio del pericolo, la commissione meno severa per accedere alla professione di avvocato?

L’Unità 13.09.10

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L´orgoglio della Gelmini “Parte una riforma storica”, di SALVO INTRAVAIA

ROMA – Il ministro Mariastella Gelmini la definisce «una giornata storica». Via alla riforma della scuola, oggi, con la prima campanella per oltre tre milioni di studenti, ma è un debutto tra un rumore assordante di polemiche. La rabbia dei precari, le critiche alla scuola coi simboli leghisti e dalla festa del Pd Pierluigi Bersani parla di «licenziamento di massa» dei precari e di «emergenza nazionale» per l´istruzione.
«La scuola italiana – dichiara la Gelmini – cambia e parte la riforma che era attesa da decenni. Viene completamente ridisegnata la struttura della superiore, all´insegna della chiarezza e della modernità». Oggi partono i nuovi licei, i nuovi istituti tecnici e professionali che consentiranno, nota il ministro, «maggior collegamento tra scuola e lavoro, più attenzione alle materie scientifiche, più inglese e rilancio dell´istruzione tecnica e professionale». Ma viene anche messo alla prova il tetto del 30 per cento, caldeggiato dalla Lega, di alunni stranieri per classe, e parte pure il countdown sulle assenze alle superiori: massimo 50 giorni in un anno, pena l´automatica bocciatura senza appello.
A tenere banco in queste ore è la polemica sul nuovo polo scolastico di Adro (Brescia), dedicato all´ideologo della Lega Gianfranco Miglio. L´esposizione del “Sole delle Alpi” (simbolo della Lega) su banchi, vetrate e perfino sullo zerbino non è andato giù neppure alla ministra di Leno. «Francamente, il sindaco di Adro ci ha abituato ad un centro folklore, ad un certo estremismo, che ovviamente io come ministro dell´Istruzione – dice la Gelmini – non condivido, ma forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento». Una vicenda, questa di Adro, che Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd, bolla come «inqualificabile» e da «ventennio» fascista.
L´inquilino di viale Trastevere si sofferma anche sulla prima B dell´elementare Laparelli di Roma, con 19 bambini stranieri e neppure un italiano. «Abbiamo introdotto una regola, andrò a verificare nel caso di specie come mai ci ritroviamo con una classe di soli immigrati». «Il tetto del 30 per cento – spiega – serve per evitare che alcune classi diventino classi ghetto». E mentre Bersani definisce il taglio di 133mila posti in tre anni varato dall´esecutivo come «il più grande licenziamento di massa della nostra storia», la Gelmini apre ai precari parlando «150mila assunzioni in otto anni». Per risolvere il problema del precariato l´unica soluzione è il numero programmato introdotto dalle nuove regole per il reclutamento annunciate tre giorni fa. «Entro il 2018 assorbiremo 220 mila precari» assicura il ministro. Ma una pubblicazione dello stesso dicastero la smentisce: serviranno forse 15 anni.

La Repubblica 13.09.10

"Il condono della sicurezza", di Tito Boeri

Il ministro dell´Economia ha promesso da tempo di sburocratizzare le imprese, ma sin qui nulla si è visto al di là degli annunci. Meglio di niente si dirà. Permetteteci di essere in disaccordo. Molto meglio il silenzio. Perché gli annunci generici, non accompagnati dai fatti, indeboliscono le normative vigenti senza proporre sostituti. L´annuncio generico invita al condono della violazione sistematica delle norme.
Da qualche settimana gli annunci di Tremonti hanno avuto come oggetto le norme sulla sicurezza sul lavoro. Frasi in libertà, prima smentite e poi ribadite, tra feste di partito e meeting di Cl. Finalmente venerdì 10 settembre il Ministro ha messo per iscritto le sue opinioni in merito alle norme vigenti in tema di sicurezza, in una lettera al “Corriere della Sera”. Gli adempimenti previsti dal Testo Unico per la sicurezza, ha scritto Tremonti, sono eccessivamente penalizzanti nei confronti della piccola impresa, tant´è che «di questo tipo di regole e di costi si può fare a meno» «perché un conto è la grande industria dove avvengono i grandi, tragici, incidenti, un conto è il laboratorio di un artigiano».
Se il Ministro guardasse le statistiche dell´Inail si renderebbe conto che in Italia la frequenza degli infortuni sul lavoro è molto più alta nelle piccole aziende artigianali che nelle grandi imprese. Le quattro morti bianche di questo fine settimana coinvolgono tutte dipendenti di aziende minori. Se il Ministro ritiene che alcune norme siano eccessivamente burocratiche, ha il dovere di dirci quali e avviare subito le procedure per abrogarle e sostituirle con normative migliori, dove migliori in questo caso non può che significare che aumentano la tutela della sicurezza sul lavoro. Altrimenti meglio che stia zitto. Perché queste norme vengono sistematicamente eluse, manca in Italia una cultura della sicurezza sui posti di lavoro e le sue parole hanno il sapore dell´ennesimo condono di comportamenti illeciti.

La Repubblica 13.09.10

Bersani alla Festa Democratica. Un risveglio italiano

L’intervento del Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, alla chiusura della Festa Democratica nazionale

Care democratiche, cari democratici, cari amici, cari compagni,
questa nostra splendida festa è vissuta nel cuore stesso della città di Torino, città del Risorgimento e del lavoro. Città bellissima e ospitale. Assieme a voi saluto Torino e la ringrazio. Assieme a voi saluto il suo Sindaco, i dirigenti cittadini, provinciali e regionali del Partito. Grazie davvero.
E’ stata una grande e bellissima festa. Chi ha voluto aggredirla non è riuscito a sfregiarla. Nelle nostre feste, a differenza di ormai tutte le altre, si discute anche con chi non la pensa come noi, si discute anche con gli avversari politici, si discute dentro alle tensioni della politica e della società.
Si discute nelle piazze, all’aperto, secondo le normali regole della convivenza e dell’ordine pubblico. Penso che meriteremmo un ringraziamento da tutti quelli che sperano ancora che il nostro Paese possa essere un Paese civile. In ogni caso noi non accetteremo mai, così come ci ha cantato Francesco de Gregori in questa splendida piazza, che la gente rimanga chiusa in casa la sera.
Anch’io, assieme a tutti voi, mi rivolgo ai volontari della festa e li abbraccio tutti e a uno a uno: veri protagonisti di questo straordinario avvenimento. E saluto, attraverso loro, le decine di migliaia di volontari che hanno fatto vivere in Italia oltre 2.000 feste. Il nostro record. Fra di loro tutte le generazioni; quelle più anziane ma anche tanti giovani, sempre di più, e tanti nuovi italiani, sempre di più. Nessuno meglio di loro ci restituisce quello che è nostro. Il volto cioè di un grande Partito popolare che vive la politica nel suo territorio, che mette la politica nella vita comune dei cittadini, che crede ad una politica che guardi la gente da vicino e all’altezza degli occhi. Nessuno pensi di venirci a spiegare il radicamento! Abbassi la cresta chi vuole darci lezioni di territorio o farci la caricatura come fossimo un Partito in pantofole. Abbiamo scarpette e scarponi e se ne accorgeranno. Ma, e qui siamo già fuori dai ringraziamenti e siamo già nella politica, in quell’impegno dei volontari dobbiamo riconoscere qualcosa di più e di più profondo di quello che può stare in un ringraziamento.

Grazie ai volontari. Solidarietà e civismo idee sorelle.Dobbiamo riconoscere ciò che muove milioni di volontari in Italia, non solo nella politica, ma nell’impegno sociale, culturale, ambientale e in ognuno dei mille e mille luoghi del Paese. Dobbiamo riconoscere la generosità, la gratuità di un impulso civico, di un lavoro fatto perbene, fatto per te e per gli altri, per la tua comunità. E’ ben difficile che un volontario così non sia poi nella vita di ogni giorno un buon cittadino, una persona perbene, che si comporta bene. L’idea di fraternità si dà la mano con l’idea di onestà. Sono due idee sorelle. Solidarietà e civismo sono idee sorelle. Se vogliamo ritrovare la strada dobbiamo tutti sapere che non si può stare bene da soli. Dobbiamo saperlo proprio nel momento in cui, è la crisi stessa che ce lo dice, l’unico motore della crescita può essere solo l’equità, possono essere solo redditi e consumi che nascano dal lavoro e non dalle bolle o dal debito, che nascano dalla crescita dei mercati interni e non solo dalle esportazioni, perché se tutti vogliono solo esportare, Cina, Germania e adesso anche Stati Uniti dovremo vendere a Marte i nostri prodotti. Quindi più equità, più crescita comune, più lavoro.

Serve un grande risveglio italiano. Sulla base di questi principi voglio oggi avanzare a voi e al Paese l’idea di un grande risveglio italiano. Di questo vi parlerò, di un risveglio italiano, non tacendo ovviamente della più stretta attualità politica, ma cercando di alzare la testa verso il futuro di un Paese che non potrà tornare a crescere senza un sogno, senza un progetto e senza rimboccarsi le maniche per conquistarli.

Vogliamo essere un grande partito nazionale.
Cari amici e compagni, partiamo da un fatto. In un Paese come il nostro le migliori espressioni di solidarietà e di civismo hanno sempre la loro radice in un luogo, in un territorio. I mille luoghi italiani. Che Paese magico è il nostro! Ovunque una piazza, una torre, le campane, la fontana. Luoghi diversi tutti, tutti particolari e distinti, eppure tutti così riconoscibili, tutti così italiani. Una Nazione magica, la nostra, capace di esserci prima ancora di esistere. La Nazione più facile da riconoscere per chi ci guarda dal mondo, eppure una Nazione per cui è sempre stato difficile e ancora oggi è difficile farsi davvero comunità nazionale, farsi Stato, organizzare e garantire un progetto e un cammino comuni. Ancora oggi da noi, per la politica, la dimensione nazionale non è una cosa ovvia, come in altri Paesi, ma è una sfida, una sfida attuale e difficile. Qui, a Torino, il Partito Democratico raccoglie questa sfida. Vogliamo essere un grande Partito nazionale, che dice le stesse fondamentali parole a Napoli e a Varese; vogliamo dare sostanza vera ad un orgoglio nazionale, ad una dignità italiana. Questo impegno lo consegno qui, a nome vostro, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Caro Presidente, ti vogliamo bene.

I 150 anni impegno per costruire nuova unità.I 150 anni per noi non sono una commemorazione. Sono l’impegno a costruire le ragioni nuove di una nuova unità del Paese. Alle nostre spalle noi riconosciamo i fondamentali pilastri su cui appoggiare il futuro. Riconosciamo nella nostra storia i passaggi che possono ancora produrre energia per il futuro che vogliamo costruire. Riconosciamo il Risorgimento che ebbe qui a Torino il suo cuore pulsante e la sua direzione politica. Riconosciamo, nei decenni successivi all’unità, il grande movimento di solidarietà, di mutualità, di auto organizzazione, di emancipazione, variamente ispirato dalle culture cattolica, socialista, laica e repubblicana; un movimento che portò il popolo ad un protagonismo nuovo e ad una nuova presa di coscienza e che generò via via le grandi forze politiche popolari. Riconosciamo la battaglia antifascista, la Resistenza, la Liberazione e la nostra Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, la Costituzione che ha dato luce, che darà luce a tutte le conquiste sociali e civili dell’Italia. Riconosciamo gli anni del dopoguerra, della ricostruzione e del riscatto, del risveglio economico e sociale, dell’incontro fra il popolo e la nuova democrazia e di una crescita economica che seppe dare la mano all’emancipazione sociale, di cui Torino fu uno straordinario e imparagonabile crocevia. Riconosciamo la risposta democratica e di popolo al sanguinoso attacco stragista, terrorista e mafioso degli anni ’70, ’80 e ’90. Riconosciamo l’irrompere fin dagli anni ’60, di una cultura partecipativa nuova che aprì le porte ad un protagonismo fino ad allora sconosciuto della società civile a partire da una rivoluzione femminile, formidabile e incompiuta, capace tuttavia di modificare l’universo mentale dell’intera nostra società. Riconosciamo le battaglie, le vittorie e le sconfitte dei riformisti italiani e le loro conquiste che ancora vivono: dalla scuola pubblica, allo statuto dei lavoratori, al servizio sanitario nazionale, fino al compimento del nostro destino europeo sotto la guida di Romano Prodi. Sentiamo che questi ed altri passaggi della nostra storia nazionale vivono ancora nella politica di oggi e ci parlano non con il linguaggio della nostalgia o della nobile conservazione, ma con il linguaggio dell’impegno e della battaglia per il futuro.

E’ in atto disgregazione che rende più difficile sentirci italiani.
Ma a fronte di tutto questo, noi non possiamo non vedere che qualcosa di profondo è avvenuto e sta avvenendo. Qualcosa che ci dissocia, che ci disgrega, che ci frantuma; qualcosa che sta rendendo più difficile il sentirci italiani e concepirci come una comunità che cerca la sua strada nella dimensione europea e globale. Ecco allora il punto. Io non vi parlerò di tutto, tralascerò tante cose. Ma di questo vi voglio parlare. Noi italiani sappiamo di essere meglio di quello che ci succede. Molto meglio. Ma non vediamo la strada, non siamo sicuri del cammino. Di questo voglio parlarvi, dell’essenziale. E cioè del nostro progetto per l’Italia, delle proposte e delle promesse che vogliamo fare al nostro Paese.

Il nostro Paese scivola. E’ inutile ed è infantile nascondere la realtà. Ormai da anni il nostro Paese sta scivolando. Non perderò tempo con i numeri, ma non c’è numero, non c’è parametro, non c’è confronto che non ci dica questo. Ci allontaniamo rapidamente dai Paesi più forti d’Europa con cui abbiamo abitato per molti anni e ci avviciniamo rapidamente ai Paesi più deboli. La crisi (ormai è chiaro, al di là delle favole che ci raccontano tutti i giorni) sta accelerando questa discesa e questo distacco. In due anni abbiamo perso ricchezza quasi per il doppio rispetto all’Europa. I timidissimi segnali di ripresa noi li stiamo prendendo non per il doppio ma per meno della metà. Abbiamo perso molti metri e nella rincorsa siamo in coda. Tutto questo lo si tocca con mano nella vita reale. Redditi e consumi si indeboliscono, il debito pubblico aumenta drasticamente, il risparmio delle famiglie si assottiglia, c’è meno lavoro, si allarga un’ombra sulla tenuta dei fondamentali servizi, c’è un’inquietudine profonda per le prospettive della nuova generazione mentre cresce uno strato di cinquantenni che non riescono a trovare lavoro e reddito sufficiente. Tutto questo avviene mentre aumentano le differenze e gli squilibri. La disuguaglianza aumenta, il ceto medio si indebolisce, cresce la fascia di povertà, la ricchezza si concentra in fasce sempre più strette e sempre più distanti dalla condizione di vita normale dei cittadini e siccome il 10% della popolazione non può mangiare dieci volte al giorno, tutto questo impedisce la ripresa e la crescita. Fra nord e sud il divario aumenta sotto ogni parametro, a cominciare dall’occupazione dei giovani, e aumenta la sfiducia di poterlo colmare. Anche settori produttivi si dividono fra chi ha saputo e potuto innovare e si è collegato alle esportazioni e chi no, fra chi lavora con il pubblico e chi con il privato, fra chi ha qualche risorsa di liquidità e chi è impiccato alle banche. C’è chi non lavora e non guadagna, c’è chi lavora e non guadagna abbastanza, e c’è chi guadagna qualcosa lavorando e chi guadagna molto non facendo nulla.

Alla politica spetta un progetto comune e il berlusconismo impedisce la riscossa del Paese.
E’ sempre più difficile dire una parola che valga per tutti, è sempre più arduo unificare le intenzioni e gli interessi di uno sforzo comune. E’ questo, fondamentalmente, che sarebbe toccato alla politica: un progetto comune. E qui sta il cuore della nostra critica. Quello che chiamiamo berlusconismo e che si aggira per l’Italia da quindici anni e che in un patto di ferro con la Lega ha governato per sette anni degli ultimi nove, ha accompagnato questo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese, il suo ripiegamento corporativo e oggi ne impedisce la riscossa innanzitutto deformando i codici e essenziali che reggono il senso di sé di una comunità nazionale. Per descrivere questa deriva non servono molte parole, che ci siamo perfino stancati di ripetere. Facciamo il riassunto. Quell’idea deformata di democrazia, il “ghe pensi mì” non ha portato nulla di concreto nella vita degli italiani, nulla di nulla. Nessuna vera riforma per il Paese, solo una favola al giorno per i sondaggi del giorno dopo; la discussione pubblica piegata solo e sempre ai problemi suoi , mai a quelli del Paese; nel messaggio di governo una psicologia da miliardario per il quale l’ottimismo non costa niente perché c’è sempre il sole e non piove mai; all’ombra del Capo autostrade aperte alla corruzione, cordate degli amici degli amici con leggi fatte apposta per loro e case pagate dalla Fata turchina e un ribaltamento di valori. Valori a rovescio, in questi anni, e doppia morale: bella vita e comportamenti a piacimento per il Capo e la sua cerchia e la riscoperta di un’etica rigorista sulla pelle degli altri, magari del povero Welby o di tutti quelli che devono morire attaccati a mille tubi in un ospedale. Valori a rovescio, e disprezzo per la vita comune. La condizione femminile ridotta ad oggettistica del berlusconismo; lavoratori che devono andare sui tetti per farsi sentire; imprenditori onesti che fanno le cose perbene che si vedono sorpassati dalle fortune di chi ha portato i soldi all’estero o da chi non paga le multe del latte. Gliele paghiamo noi, le multe, mentre i genitori che hanno i figli alle scuole dell’obbligo fanno collette per la carta igienica o per l’ora di inglese. Un ribaltamento di valori. E l’immagine dell’Italia all’estero devastata da una politica da imbonitori. Mentre abbiamo soldati che rischiano la vita i Afghanistan riduciamo una caserma dei nostri Carabinieri a Roma ad un palcoscenico stile Gheddafi. E sotto a tutto questo c’è forse stato, negli anni di Berlusconi e della Lega qualcosa di concreto e di positivo che possiamo misurare? Ci sono forse meno tasse, per chi le paga? No, ce n’è di più, c’è il record storico delle tasse! C’è più lavoro? No, ce ne è meno. C’è meno burocrazia, c’è qualche nuova politica sociale? I Comuni stanno meglio? L’ambiente sta meglio? In che cosa è migliorato il Paese con questa lunga cura di Berlusconi e della Lega? In niente è migliorato! E questa è la ragione di fondo della crisi del centro destra, la percezione che si sta perdendo la presa e che le cose non girano. E non girano per un motivo molto semplice. Non può migliorare se chi lo governa, come avviene in tutti i meccanismi populisti è schiacciato sul presente, deve vivere del consenso quotidiano, della propaganda quotidiana, di una comunicazione pubblica messa al guinzaglio, di un dibattito pubblico messo al guinzaglio.

L’Aquila, drammatica metafora del berlusconismo. E l’Aquila, che salutiamo qui ribadendo la nostra solidarietà e il nostro impegno, non è forse la drammatica metafora di questo modo di governare? Vendersi sotto i riflettori il miracolo di un giorno per poi lasciare il problema al buio, senza una prospettiva? E non è stato così per tutto, in questi anni? Non è stato così per la crisi? A che cosa è servito dire che non c’era e vendersi ogni giorno un raggio di sole? A che cosa è servito se non a stare con le mani in mano? Ecco allora alla fine del riassunto di che cosa io accuso Berlusconi e la Lega. Di aver lasciato il Paese senza un’idea di futuro, di avergli rubato l’orizzonte, di aver trasformato il sogno in una favola, in una bolla di sapone. Qui vedo il nostro compito; aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno. Far vivere un progetto nuovo che solleciti uno sforzo comune, in cui chi ha di più deve dare di più. Il progetto, dunque. Propongo oggi due pilastri di questo progetto il primo: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e per vivere meglio; il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e per vivere meglio.

Lavoro è dignità e libertà della persona.
Il Lavoro. Si dice che il lavoro non è tutto, si dice che è una parola antica. Certo che non è tutto, certo che è una parola antica, ma questo può dirlo chi il lavoro ce l’ha, e ce l’ha in modo dignitoso e amichevole verso la sua vita e le sue vocazioni. Il lavoro con dignità, il lavoro non per morire e non solo per sopravvivere ma per vivere da persona. Il lavoro che serve, sì, per mangiare, per farsi una famiglia e avere un tetto, per allevare i figli; ma il lavoro che è anche la libertà di una persona, la sua dignità, la sua possibilità di stare con gli altri e di avere un ruolo nella società. Il lavoro dipendente, in ogni sua forma pubblica e privata, ma assieme il lavoro dell’artigiano, del commerciante, dell’agricoltore, del professionista, del piccolo imprenditore, dell’artista. Non parlano forse così gli italiani, che siano attori o idraulici o informatici o operai o giovani disoccupati: c’è il lavoro, manca il lavoro, mi piace o non mi piace il mio lavoro. E’ il lavoro, alla fine, che mette la società con i piedi per terra e che garantisce una giusta scala di valori. La nostra proposta di crescita in campo economico e sociale si organizza attorno al lavoro: più lavoro per avere più crescita. Attorno a questo concetto noi mettiamo a convergenza e a sintesi le proposte che stiamo già concretamente elaborando. Vogliamo prima di tutto un fisco che aiuti il lavoro e la crescita. Siamo pronti ad avanzare una proposta che mette al dettaglio una profonda riforma fiscale. I paletti essenziali sono questi: spostare il carico fiscale dal lavoro, dall’impresa e dalla famiglia con redditi medio-bassi verso l’evasione fiscale e verso i redditi da finanza e da patrimonio. Non è possibile che l’aliquota del primo scaglione di un lavoratore sia più alta dei redditi da finanza e da patrimonio. Semplificheremo le aliquote intermedie, aiuteremo le famiglie con un bonus figli, favoriremo il lavoro femminile, ridurremo le imposte sull’impresa a favore di una loro patrimonializzazione, con una profonda ristrutturazione di tutta la fiscalità d’impresa, faremo una fiscalità favorevole alle attività verdi e introdurremo misure precise ed efficaci per ridurre l’evasione fiscale. Lanceremo una Maastricht della fedeltà fiscale per metterci in cinque anni nella media europea. Ciò significa 40-50 miliardi di Euro con immediato alleggerimento sul carico fiscale di lavoro, impresa e famiglia e con un margine di risorse per investimenti. Con un fisco così si può fare equità, si può fare giustizia e si fa occupazione.

Sappiamo bene che per il lavoro e la crescita ci vogliono riforme e risorse. Non siamo dei demagoghi. Siamo un Partito di governo momentaneamente all’opposizione. Ci sono risorse che si possono aggiungere al recupero fiscale. Sappiamo dove e come reperirle sia mettendo le mani nella spesa corrente della Pubblica Amministrazione che è aumentata a dismisura nonostante i tagli indiscriminati alla scuola a cominciare dai beni e servizi, dalla semplificazione di strutture amministrative, da standard di costi nella sanità e nei grandi servizi, sia con entrate straordinarie da mettere in gioco a cominciare dalla messa a gara delle frequenze liberate dal digitale terrestre, sia risagomando spese di investimento, perché ai fini dell’occupazione un conto è il Ponte sullo stretto e un conto sono 500 cantieri locali sia dal lato di nuovi meccanismi che diano spinte ed orizzonte agli investimenti privati. Meglio 500 cantieri locali che il Ponte sullo Stretto. Per il lavoro sappiamo dunque dove prendere i soldi e sappiamo dove metterli. Prima di tutto li mettiamo nel sapere, nella conoscenza. Senza il sapere il lavoro di domani non c’è. Il sapere è tradito in Italia. E’ colpito dal più grande licenziamento di massa della nostra storia e da una riorganizzazione caotica capace solo non di qualificare ma di ridurre l’offerta formativa, di ricerca e di cultura.

Università: non siamo per baroni e carrozzoni.
Non è questione di conservare quel che c’è è questione di potenziare e migliorare l’offerta di conoscenza. Non ci facciano, per favore, la caricatura. Non siamo per indiscriminate sanatorie, non siamo per i baroni o per i carrozzoni. Valutazione, merito, qualità, responsabilità e autonomia delle Agenzie formative e culturali, ringiovanimento e unificazione contrattuale della ricerca italiana, nuovi contenuti nei sistemi formativi a cominciare da quelli tecnici e così via. Le dieci proposte sull’Università che abbiamo varato all’ultima Assemblea Nazionale, le proposte sulla scuola che arricchiremo nella prossima Assemblea e che porteremo davanti alle scuole che stanno aprendo in questi giorni, non rifiutano l’innovazione ma anzi la chiedono. Noi rifiutiamo la riduzione dell’offerta formativa e della ricerca, rifiutiamo la riduzione dell’obbligo, rifiutiamo l’abbandono scolastico e il nuovo analfabetismo, rifiutiamo l’idea che un professore che insegna da 15 anni sotto il titolo di precario venga trattato come un mangiapane a tradimento e lasciato per strada senza neanche un tavolo di crisi, rifiutiamo il rischio di collasso gestionale dell’Università, rifiutiamo il massacro dell’offerta culturale fatta passare in toto come culturame parassitario. Al di là dei problemi di prospettiva siamo a una vera e propria emergenza per la scuola, l’università e la cultura. Ecco una proposta per l’emergenza. Il Governo rinunci all’ossessione del controllo sull’universo televisivo. Si mettano immediatamente a gara le frequenze liberate dal digitale terrestre, incassiamo un po’ di quei miliardi che dagli Stati Uniti fino alla Germania tutti si sono presi e investiamo quei soldi subito sulla conoscenza e sul sapere. La nostra proposta per il lavoro si compone di alcuni fondamentali Progetti-paese che siamo pronti a discutere nel dettaglio. Progetti di politica industriale (in attesa che Mastro Geppetto ci faccia un ministro di legno) e cioè un piano per nuovi brevetti e la loro industrializzazione e per la qualificazione dell’offerta turistica alberghiera e dei servizi. Basta trasferimenti generici alle imprese. Per le imprese due sole cose: una fiscalità migliore e un sostegno all’innovazione. Solo l’innovazione può darci lavoro nuovo; o pensiamo forse che le marche tedesche vendano più auto perché in Germania non ci sono i tre operai di Melfi? Un Progetto-paese sulla banda larga: l’infrastruttura della rete per l’efficienza del sistema e per nuova occupazione e nuova impresa. Un progetto-paese per le ristrutturazioni edilizie incentivate, per far emergere il nero, promuovere il risparmio energetico e antisismica. Un Progetto-paese per il risparmio energetico nei trasporti, nelle imprese e nelle abitazioni. Un Progetto-paese per la casa in affitto fatto sul serio, e fuori dalle favole miracolistiche di Berlusconi o di Brunetta. Tutti piani questi che siamo pronti a descrivere, che per una parte si pagano da soli e che possono trasformare il risparmio privato in investimenti e in lavoro.

Enti locali: correggere il patto di stabilità. E gli Enti locali infine. Gli Enti locali non sono la malattia ma possono essere la medicina. Dobbiamo utilizzare gli Enti locali per far fronte al problema sociale consentendo l’occupazione nei servizi, non permettendo ad esempio che dopo i tagli del Governo vada a rischio il 30% dei servizi e dell’occupazione nel trasporto pubblico locale. Dobbiamo usare gli Enti locali per investimenti che portino subito occupazione buona migliorando le città e garantendo sicurezza alle scuole. Dobbiamo correggere dunque finalmente e subito in modo intelligente e selettivo il Patto di Stabilità finendola con la follia di lasciare nel cassetto i soldi dei Comuni virtuosi.

No a rendite e corporazioni che rubano il futuro dei giovani.
E facciamo in nome del lavoro, riforme che disturbano sì ma non costano. Apriamo e regoliamo i mercati. Consentiamo ai giovani un accesso più facile ai mestieri e alle professioni e aiutiamo i consumi e quindi l’occupazione alleggerendo il peso dei consumi obbligati: assicurazioni, benzina, costi bancari, farmaci. Abbiamo su questo proposte precise e coraggiose. Non consentiamo che le rendite e gli egoismi corporativi rubino il futuro ai giovani e il reddito alle famiglie.

L’Italia non si salva senza il Sud. E voglio inserire qui, mentre parlo di lavoro, il tema del Mezzogiorno. Qui a Torino, città italiana davvero, che è stata ed è una delle città più grandi del nord e del sud di questo paese, noi vogliamo pronunciare ancora la questione meridionale. Chi pensa di non parlarne più, chi pensa di lavarsene le mani, chi pensa di salvarsi da solo non ha capito nulla. Le possibilità di sviluppo dell’Italia sono inestricabilmente collegate alla capacità di mettere in moto le risorse potenziali del Mezzogiorno. Ma bisogna cambiare registro. C’è una sfida di cambiamento che deve rendersi visibile nel sud. Certamente quella sfida riguarda anche noi e abbiamo cominciato ad affrontarla anche a prezzo di scelte dolorose; ma attenzione a mettere tutto nel mucchio tacendo ad esempio del tradimento che il centro destra ha consumato nel sud rapinandolo, spargendo nuove illusioni come si fa oggi con la famosa Banca del Sud e soprattutto non mettere tutto nel mucchio, e lo dico in ricordo di Angelo Vassallo, senza distinguere fra chi è con e chi è contro la camorra o la mafia o la ndrangheta. Girano troppi giudizi approssimativi sul Mezzogiorno, qualche volta anche in casa nostra. Voglio dirvi qui che noi abbiamo tanta nostra gente sul fronte. Non possiamo lasciarla sola. Ho fatto per tanti anni anch’io l’amministratore. Un conto è dire no in Emilia-Romagna, un conto è dire no in Campania, in Calabria, in Sicilia di fronte a bisogni radicali, a bisogni spesso aggressivi e soprattutto di fronte ad una criminalità spietata. Se non diamo una mano agli onesti rimarranno solo i disonesti. E per dare una mano agli onesti la cosa più importante che possiamo fare è sostenere tutti assieme e ovunque, una nostra proposta nazionale sul Mezzogiorno fatta di due cose: Legalità e Lavoro. Ne discuteremo a Napoli, alla festa del Mezzogiorno e in altre occasioni che stiamo preparando. Vogliamo aprire la strada ad una nuova classe dirigente sulla base di nuove idee. E già nell’immediato diamo i segni di questa novità. Si discuterà nelle prossime settimane di come usare i soldi rimasti da fondi europei, nazionali e regionali. Per la ventesima volta il Governo dice che presenterà un piano. Comincio io a dire qualcosa di chiaro a proposito di come spendere i soldi. Primo: basta intermediazione amministrativa con le imprese dove si annidano pericoli di ogni genere. Si usino i soldi per un credito d’imposta sulla nuova occupazione che duri dieci anni, rafforzato per giovani e donne creando così una fiscalità di vantaggio per il nuovo lavoro. Secondo: i soldi diretti alle pubbliche amministrazioni centrali e locali si impegnino in servizi di cittadinanza in primo luogo i servizi della legalità rafforzando l’organizzazione della giustizia e della sicurezza, che è messa molto male, e si impegnino in servizi collettivi: frequenza scolastica, rifiuti, acqua, assistenza agli anziani. Con un metodo: i soldi solo a chi raggiunge per conto suo primi risultati; niente soldi a chi i risultati li promette soltanto. Un investimento dunque sulla cittadinanza nel Mezzogiorno perché dove sta bene un cittadino sta bene anche una impresa. Questo è il concetto.
Un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario.
Parlare di lavoro vuol dire parlare anche di regole e di nuovo patto sociale. Nell’ultima Assemblea abbiamo detto parole chiare sull’unificazione de diritti al lavoro a partire dal dato di fondo che sta in poche parole: un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile. Questa è una riforma su cui ci impegniamo secondo una strada in grado comunque di garantire una riduzione del costo medio del lavoro per l’azienda. Avanziamo proposte anche per l’indennità di disoccupazione e per la riforma degli ammortizzatori che si è persa totalmente nella nebbia. Lanciamo qui un allarme sulla questione degli ammortizzatori a fronte di una crisi che si aggrava. Dopo i tagli alle Regioni, con l’anno prossimo, chi ci metterà i soldi? Come risponde il Governo? Vogliamo ancora portarli via dagli investimenti, cioè dal lavoro, e magari ancora dagli investimenti al sud?

Un nuovo patto sociale, senza dividere i lavoratori. Sappiamo bene che davanti alla globalizzazione ci vuole un nuovo patto sociale. Lo vogliamo anche noi. Ma vogliamo forse farlo dividendo i lavoratori fra chi avrebbe la testa nell’800 e chi nel 2000, fra chi capisce la globalizzazione e chi no? Siamo tutti oltre il 2000 e il cervello ce l’abbiamo tutti. Il più grande risultato della destra e il più grande danno al Paese è stata la divisione del lavoro. Riconquistare l’unità del lavoro è una esigenza nazionale. Un Governo tradisce il Paese se lavora per la divisione. C’è molta tensione in giro. Se un Governo accende i fuochi, chi li spegnerà?

Gli accordi contrattuali devono essere esigibili. E’ giusto e tutti devono riconoscerlo. Ma perché sia così bisogna regolare la partecipazione dei lavoratori, regolare rappresentanza, rappresentatività e validazione degli accordi. Cerchiamo insomma nuovi strumenti di protagonismo e di partecipazione dei lavoratori come strada per la ricomposizione del mondo del lavoro e facciamo da sponda con una legislazione che sostenga questi meccanismi e aggiorni il quadro dei diritti comuni dei lavoratori. Solo un nuovo equilibrio fra legislazione e negoziazione può permetterci di reggere gli effetti della globalizzazione sulle condizioni di lavoro. La contrattazione da sola non basterà.
Caro Tremonti la 626 non è un lusso! No alla mistica meno Stato più società
E teniamo ferme in particolare le normative sulla sicurezza così come ci ammonisce la tragedia di ieri. Altro che “il lusso della 626.” Caro Tremonti! E il Governo per favore, caro Sacconi, non ci proponga la mistica del meno Stato più Società: uno slogan che può servire a tanti usi buoni e cattivi, compreso quello di oscurare i diritti, compreso quello di dividere e frantumare di più un Paese già diviso. No. Stato e Società si devono dare la mano. Diritti, partecipazione e sussidiarietà si devono dare la mano. Solo così si tiene assieme un paese.Il risveglio italiano come ho detto è fatto di lavoro ed è fatto di riscossa civica. Legalità, onestà, regole, fedeltà ai grandi principi costituzionali. Legalità vuol dire prima di tutto lotta alle mafie. I nostri eroi sono Falcone e Borsellino, sono Vassallo. Gli eroi degli altri non ci piacciono. Pretendiamo verità e giustizia in tutte le zone d’ombra che pesano da anni sulla coscienza del Paese. Vogliamo salutare e incoraggiare i risultati delle forze dell’ordine, della magistratura che spesso il Ministro dimentica di ricordare e rafforzare i loro strumenti e non ridurli come si è cercato di fare con la legge sulle intercettazioni che l’opposizione ha stoppato. Vogliamo diffondere una cultura della legalità sostenendo le organizzazioni civiche e l’iniziativa dei Giovani Democratici che saluto qui e che sono impegnati in un rafforzamento organizzativo che sosterremo. Legalità significa lotta alla corruzione. Ci impegniamo a cancellare tutte le leggi che hanno favorite la corruzione e le cricche. Leggi sulla protezione civile, sull’ambiente, sulla cultura, sugli appalti pubblici. Ci impegniamo per una riforma della giustizia fatta per i cittadini e non per uno solo. Le proposte avanzate nella nostra ultima Assemblea sul processo civile, i tempi e la garanzia del processo penale, l’organizzazione della giustizia vanno nel senso di migliorare un servizio che oggi funziona male per tutti i cittadini. Ci impegniamo per una legge contro le posizioni dominanti sulla comunicazione. Faremo vivere la proposta già avanzata per fare della RAI un’azienda libera, fuori dalla vergognosa sudditanza di oggi. Ci impegniamo a sostenere le norme che abbiamo già presentato sul conflitto d’interessi. Ci impegniamo a parametrare i costi della politica a quelli dei Paesi europei. Ci impegniamo per una legge elettorale che dia lo scettro ai cittadini per scegliere i Parlamentari e che sostenga un bipolarismo civile ed europeo non esposto a rischi plebiscitari che ci potrebbero portare in altri continenti. Ci impegniamo a sostenere il nostro progetto di riforme istituzionali e di rafforzamento e semplificazione del sistema parlamentare.

Federalismo delle responsabilità e non delle chiacchiere. Ci impegniamo per un federalismo non delle chiacchiere, non dei decreti mensili con dentro nulla; ad un federalismo delle responsabilità che consenta a chi ce la fa di fare un passo in più e che garantisca uguaglianza nei servizi essenziali per ogni cittadino italiano così che resti chiaro che per noi davanti ad una malattia seria non c’è né emiliano, né calabrese, né marocchino. Ci impegniamo per la libertà della rete e per l’accesso alla rete come grande servizio dei tempi nuovi. Ci impegniamo ad una politica per i consumatori già iniziata e totalmente abbandonata oggi.
Garantire presenza femminile nei luoghi cruciali.
E vogliamo impegnarci sul grande tema dei diritti civili rilanciando in particolare, e lo faremo con la Conferenza delle Donne del PD, la questione femminile. La condizione femminile resta paradigma di tutte le differenze, di tutte le disuguaglianze, di tutte le diversità, un traino culturale fondamentale di tutti i percorsi di uguaglianza dei diritti. A partire dalla Conferenza delle Donne sosterremo una nuova legislazione sulla parità secondo un principio molto semplice: lo stato deve garantirsi che ci sia una presenza femminile nei luoghi cruciali delle decisioni politiche ed economiche. Sosterremo la legge contro l’omofobia. Denunceremo con ancora più forza chi invece di risolvere il problema dell’immigrazione, come toccherebbe ad un Governo, lo coltiva e lo usa per un tornaconto politico. Sull’immigrazione noi non siamo ingenui né buonisti. Sappiamo che per il futuro del Paese è necessario dare una buona regolazione a questo grande fenomeno. Non è giusto che l’inevitabile disagio che accompagna grandi migrazioni si scarichi socialmente sulla parte più debole della popolazione nella sua vita comune, nella struttura delle città, nell’offerta dei servizi. Le fasce di reddito meno disturbate da questo disagio diano il loro contributo, luogo per luogo, a proposito di federalismo fiscale, perché davanti alla pressione dei nuovi poveri non si riducano le prestazioni per i residenti in difficoltà. Si cominci finalmente una politica per l’integrazione, sola chiave per tirare una riga davvero sulle irregolarità e i comportamenti deviati.
Chi nasce in Italia è italiano. E si cominci dai figli degli immigrati. Cinquantamila bambini che nascono ogni anno e che non sono né immigrati né italiani. Vogliamo dire a questi bambini chi sono? Noi glielo diciamo: sono italiani. E infine e più di ogni altra cosa noi ci impegniamo a difendere la nostra Costituzione contro l’offensiva populista e plebiscitaria. Non accetteremo che venga messa nel ripostiglio delle cose vecchie. Quando abbiamo fatto qualcosa di buono in questo paese è perché abbiamo rincorso la nostra Costituzione e ancora dobbiamo rincorrerla perché è più avanti di noi. Ricordiamoci che abbiamo già vinto un referendum contro chi voleva stravolgerla. Se ci proveranno ancora li sconfiggeremo ancora. Pensiamo dunque ad una grande piattaforma di leggi che sostengono una riscossa civica del nostro Paese. Le leggi non sono tutto ma possono aprire la strada a nuovi comportamenti. Basta con i peccati veniali che sono sempre quelli che fai tu o che fanno i tuoi amici. Un peccato è un peccato, un reato è un reato, un imbroglio è un imbroglio, una maleducazione è una maleducazione. E cominciamo da noi Democratici. Noi vogliamo essere gente perbene perché vogliamo che l’Italia sia un Paese perbene.

Cari amici e compagni,
queste nostre idee ci guideranno oggi per l’opposizione e domani per il governo del Paese. Vogliamo discuterle non solo dentro la politica ma con ogni forza viva della società. Vogliamo discutere le idee di chiunque sia preoccupato per la realtà e le prospettive dell’Italia così come abbiamo fatto nei giorni scorsi sull’importante documento della Conferenza Episcopale Italiana in preparazione della Settimana Sociale.

Nuovo Ulivo per alleanza affidabile. E vogliamo discutere queste idee con le forze di centrosinistra disposte a stringere con noi un patto che abbiamo voluto chiamare Nuovo Ulivo. Nuovo Ulivo per dire che meccanismi di alleanza non affidabili come l’Unione non li vogliamo più. Non voglio più Governi che disfano al mattino quello che hanno fatto la sera prima. Chi ci sta si vincola ad un progetto comune e ad un accordo politico e offre la disponibilità ad un percorso che aiuti la riorganizzazione di un centrosinistra di governo. Chi ci sta conviene sulla centralità dell’Europa, su una comune piattaforma europea che stiamo discutendo con tutte le forze progressiste d’Europa per un rilancio della dimensione federale europea e per nuove politiche di intervento sul lavoro e sulla crescita. Chi ci sta conviene con noi che non potranno essere i partiti soli a interpretare il risveglio italiano. I nostri Partiti devono mettersi all’aria aperta, al servizio di un movimento in cui vivono il protagonismo e la speranza di tanti. Nei tempi nuovi e con un progetto nuovo deve tuttavia suonare ancora una canzone popolare. Questo intendiamo.
Noi vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni, se esistono, per un patto di governo con le altre forze dell’opposizione parlamentare. Vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni per discutere con tutti, con tutti quelli disponibili, fuori e dentro il Parlamento, di regole del gioco, di riforma delle istituzioni di difesa della Costituzione. La democrazia non è solo affare nostro. Bisogna che tutti se ne preoccupino. Questo intendiamo parlando di alleanza per la democrazia. A chi critica plebiscitarismo Berlusconi chiediamo coerenza e concretezza. Ci si sta scontrando aspramente nel centrodestra. Una parte della destra sembra cercare una prospettiva più europea e costituzionale mettendo a critica le piegature plebiscitarie di Berlusconi. Se è così chiediamo coerenza e concretezza a cominciare dal rifiuto di ogni norma che discrimini i cittadini davanti alla giustizia.
Con questa chiara impostazione e quindi sapendo bene quello che vogliamo e qual è la nostra ricetta noi affrontiamo i problemi e le opportunità di questa fase convulsa. Una fase politica di cui non possiamo conoscere la durata ma di fronte alla quale dovremo mostrare combattività e tenuta.

Crisi conclamata del centrodestra. Si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere.
Noi siamo di fronte ad una crisi politica conclamata del centrodestra che non è in condizione di garantire al Paese qualcosa che assomigli ad un governo vero. Dopo che il Partito del predellino si è ribaltato alla prima curva cercano ancora di promettere al Paese una stabilità che non può esserci, una governabilità che non può esserci, tutti lo sanno. E tutti sanno che il Paese ha problemi molto seri. Vengano in Parlamento e riconoscano la crisi politica e si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere. Così indica la nostra Costituzione e fin che non avremo la Costituzione di Arcore devono rispettare questa sulla quale hanno giurato.

Disponibili a un breve governo di transizione per la nuova legge elettorale e poi al voto.
Se tutto ciò avvenisse, noi abbiamo già chiarito quale sarebbe la nostra disponibilità. Un breve Governo di transizione con al primo punto una legge elettorale nuova che metta in condizione di sicurezza democratica le prospettive del Paese. Devo ripeterlo ancora: una legge che ti consente di nominare i parlamentari e magari con un 30-35% di voti poter decidere tutto è diventata una minaccia vera all’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione. Dunque un breve Governo di transizione e poi andare a votare confrontando nuovi e più chiari progetti politici. Loro dicono di no. In questi giorni stanno mettendo su un nuovo registro. Dopo tante esibizioni muscolari e parole tonanti i nostri Rodomonti vogliono traccheggiare. Vogliono far battere la palla non sapendo bene dove tirarla. Partono campagne acquisti. Si cercano parlamentari collaborazionisti promettendo la rinomina. Chi ha abbaiato padanamente in questi giorni si prepara a non mordere. Diciamolo chiaro: da PDL e Lega una commedia vergognosa. Siamo nella crisi economica e sociale più acuta dal dopoguerra. Le risposte che non sono venute fin qui come mai potranno venire da qui in avanti?

Noi siamo pronti, sono loro ad aver paura delle elezioni. Sia chiaro: se nei prossimi mesi avanzerà l’irresponsabile traccheggiamento di un governicchio si aspettino da noi una opposizione durissima per ogni ora di ogni giorno a venire. Avevano tirato fuori le elezioni anticipate, poi se le sono rimesse in tasca. Vedrete che al primo inciampo faranno di nuovo la faccia truce, minacceranno il voto, diranno che ci stritolano e che noi abbiamo paura. Ma se abbiamo così paura noi perché ve le siete rimesse in tasca voi le elezioni? Quando ci saranno le elezioni anticipate (perché tre anni sono troppo lunghi, ognuno lo vede), noi comunque saremo pronti perché quelle elezioni avranno un padre e una madre: Berlusconi e la sua crisi, Berlusconi che fallisce nonostante la sua maggioranza galattica, i suoi miracoli, i trombettieri al seguito e i fedeli scudieri. La Lega prima di tutto. La Lega, quella della spada che non conosce fodero; quella che fa da sottovaso al Cavaliere, che sta vicino vicino allo zio per prenderne l’eredità e non vuole badanti di mezzo. Che cosa ha fatto la Lega dei suoi valori e delle sue promesse? I Comuni stanno forse meglio da quando a Roma governano i federalisti del week end? E i famosi territori che cosa hanno visto di nuovo oltre alle ronde che si sono perse anche loro nel bosco? Hanno inventato forse qualcosa di paragonabile a quel che hanno inventato le nostre culture: gli asili nido, le scuole dell’infanzia, i servizi per gli anziani, le aree artigianali, l’urbanistica, tutto abbiamo inventato. Loro nulla; e la moralità pubblica, cari leghisti e l’impronta popolare di cui vi vantate che fine hanno fatto? Non ci sarebbe stata nessuna legge ad personam se non ci foste stati voi a votarla. Vi ho già detto: per favore non parlateci più di Roma ladrona se siete lì a tenere il sacco a quattro ladroni di Roma. Noi con voi non abbiamo mai fatto gli snob. Vi parliamo chiaro e semplice, così come fa la nostra e la vostra gente. Vi chiediamo che cosa fate lì, che cosa ci state a fare con il miliardario? Attenzione: uno che va troppo ad Arcore può lasciarci la canottiera! Argomenti ne abbiamo a bizzeffe per combattere e anche per divertirci un po’. Noi dobbiamo solo raccogliere tutte le nostre forze e metterle in campo. Le forze del centrosinistra, innanzitutto, alle quali avanziamo l’idea del Nuovo Ulivo. Adesso ognuno è di fronte alle sue responsabilità. Finiamola col gioco per cui per far vedere quanto uno è contro Berlusconi se la prende con il PD. Noi siamo rispettosi di tutti, noi vogliamo una coalizione univoca e coesa e siamo pronti a discutere con la coalizione tutti i percorsi comprese ovviamente, in caso di elezioni, le primarie. Le abbiamo inventate noi e quindi nessuno può tirarci per la giacca. Prima il comune progetto fondamentale, poi le persone: questo è il nostro metodo, perché il problema dell’Italia (dovremmo averlo già visto!) non lo risolve una persona sola. Dobbiamo comunque sapere cari amici e compagni, che grande parte della prospettiva dell’alternativa sta sulle nostre spalle. Noi, prima di ogni altro, abbiamo un dovere verso il futuro del Paese. C’è tanta gente che ha bisogno di noi. C’è l’Italia che ha bisogno di noi.

PD: siamo un collettivo, non tiriamoci la palla in casa. Non possiamo più guardarci la punta delle scarpe. Abbiamo scelto di non essere un partito personale perché non crediamo ad una democrazia personale. Noi siamo un collettivo e ognuno di noi in ogni luogo deve caricarsi della sua responsabilità, sapere che maneggia una proprietà indivisa. Non accetterò che ci si tiri la palla in casa, se la palla è di là nel loro campo. In questo futuro prossimo, nel futuro che abbiamo qui davanti la gente avrà bisogno di percepire la solidità, l’unità e la forza di chi governerà il Paese. Noi siamo un bel Partito, di donne e uomini liberi che discutono e partecipano; abbiamo con noi tanta gente generosa e onesta che condivide gli ideali e che ha nella testa e nel cuore la voglia di una Italia migliore, più civile, più giusta. Noi siamo ben più forti delle nostre debolezze. Questo siamo noi. Non ci faremo leggere al di sotto di quel che siamo. E c’è un solo modo per esserne sicuri, per rafforzare l’unità, per sentirci una grande squadra: muoversi assieme, combattere assieme, rimboccarsi le maniche tutti assieme. Mentre lavoriamo per il progetto, noi ci muoveremo. Voglio per l’autunno una grande mobilitazione che coinvolga oltre ai nostri militanti e ai nostri circoli tanti e tanti dei tre milioni di cittadini che hanno partecipato un anno fa alle primarie. Chiedo a tutti un aiuto per trasformare la rabbia, l’insofferenza e l’impazienza che sentiamo intorno a noi in energia positiva. Chiedo a tutti un aiuto per metterci a faccia a faccia con gli italiani bussando e ascoltando. Ho finito, cari amici e compagni. Dobbiamo suonare le nostre campane, tenere il passo di un lavoro non semplice, forse non breve ma appassionante e decisivo. Tutti assieme, compagni e amici, con intelligenza, con convinzione, con entusiasmo, con passione rimbocchiamoci le maniche e prepariamo giorni migliori per l’Italia.

da www.partitodemocratico.it

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da www.lastampa.it

“Fisco, innovazione e legalità”. A Torino la ricetta di Bersani

«La nostra immagine all’estero devastata dal berlusconismo». Il segretario del Pd
propone un nuovo Ulivo

Territorio, legalità, federalismo responsabile, innovazione. Con un discorso fiume il segretario Bersani chiude la festa del Pd a Torino e lancia la sfida al governo, un governo che- parole del numero uno democrat- ha devastato «l’immagine dell’Italia all’estero con una politica da imbonitori».
Camicia bianca e niente giacca, Bersani sale sul palco tra gli applausi di migliaia di militanti. «Nessuno pensi di venirci a spiegare il radicamento! Abbassi la cresta chi vuole darci lezioni di territorio o farci la caricatura come fossimo un partito in pantofole. Abbiamo scarpette e scarponi e se ne accorgeranno», esordisce, dicendo che «è stata una grande e bellissima festa. Chi ha voluto aggredirla non è riuscito a sfregiarla. Nelle nostre feste, a differenza di ormai tutte le altre, si discute anche con chi non la pensa come noi, si discute anche con gli avversari politici, si discute dentro le tensioni della politica e della società».
Ed ancora «si discute nelle piazze, all’aperto, secondo le normali regole della convivenza e dell’ordine pubblico. Penso che meriteremmo un ringraziamento da tutti quelli che sperano ancora che il nostro Paese possa essere un Paese civile. In ogni caso non accetteremmo mai, come chi ha cantato Francesco De Gregori in questa piazza, che la gente rimanga chiusa in casa la sera». Il segretario punta sull’economia, snocciola le proposte del Pd sul nuovo fisco e sul lavoro. «Solidarietà e civismo sono idee sorelle. Se vogliamo ritrovare la strada bisogna sapere che non può stare da soli. È la crisi stessa che lo dice, l’unico motore della crescità può essere solo l’equità», dice. «Berlusconi e la Lega hanno lasciato il paese senza un’idea di futuro, di avergli rubato l’orizzonte, di aver trasformato il sogno in una favola, in una bolla di sapone». E allora, bisogna ripartire dal fisco, dai lavoratori. «Siamo pronti a discutere una riforma fiscale ed abbiamo una nostra piattaforma», scandisce Bersani. «Non è possibile – ha detto Bersani – che l’aliquota del primo scaglione di un lavoratore sia più alta dei renditi da finanza e da patrimonio». Dopo aver ribadito che il Pd «è un partito di governo momentaneamente all’opposizione» espone il programma fiscale del Pd. «Con un fisco così si può fare equità, si può fare giustizia e si fa occupazione».
Bersani ci prova a riaccendere la scintilla, e l’applausometro lo premia: «Qui vedo il nostro compito – spiega – aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno. Far vivere un progetto nuovo che solleciti uno sforzo comune, in cui chi ha di più deve dare di più. Il progetto dunque. Propongo due pilastri di questo progetto: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e vivere meglio. Il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e vivere meglio».
Infine, Il Pd dovrà costruire un Nuovo Ulivo «con le forze di centro sinistra disposte a stringere un patto» ha detto Bersani chiudendo la Festa Democratica. «Nuovo Ulivo – ha proseguito – per dire che meccanismi di alleanza non affidabili come l’Unione non li vogliamo più».
Ed è ovazione per la proposta di una grande mobilitazione in autunno: «Voglio per l’autunno una grande mobilitazione che coinvolga oltre ai nostri militanti e ai nostri circoli tanti e tanti dei tre milioni di cittadini che hanno partecipato un anno fa alle primarie» ha detto il leader del Pd concludendo a Torino il suo comizio. «Chiedo a tutti un aiuto per trasformare la rabbia, l’insofferenza e l’impazienza che sentiamo intorno a noi in energia positiva – ha aggiunto Bersani – . Dobbiamo suonare le nostre campane, tenere il passo di un lavoro non semplice, forse non breve ma appassionante e decisivo. Tutti insieme con intelligenza, con convinzione, con entusiasmo, con passione, rimbocchiamoci le maniche e prepariamo giorni migliori per l’Italia».

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Governo di transizione, Bersani apre «Nuova legge elettorale e poi si voti»

«Crisi conclamata, l’esecutivo si rimetta al Colle e alle Camere. Governicchio? Faremo opposizione durissima». Il leader PD dedica un pensiero a Vassallo. Poi attacca: NON SIAMO UN PARTITO IN PANTOFOLE

TORINO – Un pensiero ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso il 6 settembre, per il quale «il presidente del Consiglio non ha trovato neppure una parola». Poi, un saluto alla grande platea democratica. Pier Luigi Bersani rispolvera il «Cari compagni…» e chiude, con un lungo intervento, la Festa democratica a Torino. «Il berlusconismo – attacca il segretario Pd dal palco – impedisce la riscossa del Paese». La crisi nel centrodestra è «conclamata», secondo il numero uno dei democratici, e proprio per questo, la richiesta avanzata all’esecutivo e a Silvio Berlusconi in particolare è quella di prendere atto di quanto sta avvenendo: «Vengano in Parlamento e riconoscano la crisi politica e si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere». chiede Bersani. Il leader del Partito democratico ribadisce poi la disponibilità a un «breve governo di transizione con al primo punto una legge elettorale nuova che metta in condizione di sicurezza democratica le prospettive del Paese» poi andare a votare «confrontando nuovi e più chiari progetti politici». L’avvertimento a riguardo è chiaro: «Se nei prossimi mesi avanzerà l’irresponsabile traccheggiamento di un governicchio si aspettino da noi una opposizione durissima per ogni ora e ogni giorno a venire».

«IL GOVERNO NON ACCENDA LA TENSIONE SOCIALE» – «Alla politica – spiega il numero uno dei democratici – sarebbe toccato un progetto comune. E qui sta il cuore della nostra critica. Quello che chiamiamo berlusconismo e che si aggira per l’Italia da 15 anni e che in un patto di ferro con la Lega ha governato per sette anni degli ultimi nove, ha accompagnato questo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese, e oggi ne impedisce la riscossa deformando i codici essenziali che reggono il senso di una comunità nazionale». Quindi un avvertimento all’esecutivo: «C’è molta tensione in giro – dice Bersani -. Se un governo accende i fuochi chi li spegnerà? Attenzione!». Per il leader Pd è necessario «riconquistare l’unità del lavoro » perché «un governo tradisce il Paese se lavora per la divisione».

LE REAZIONI – «Bersani – replica il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti – finge di non sapere il motivo per cui gli italiani chiedono al governo di andare avanti: perché è riuscito a rafforzare i conti pubblici e a portare il Paese fuori dalla crisi. Con la sinistra al potere invece avremmo corso il rischio della Grecia». «In questa situazione – gli fa eco Fabrizio Cicchitto – pensare di surrogare e sostituire Berlusconi e il Pdl è il sogno di una notte di mezza estate e di chi si è inventato che il Pdl è finito».

«NOI NON SIAMO IN PANTOFOLE» – «Nessuno pensi di venirci a spiegare il radicamento! Abbassi la cresta chi vuole darci lezioni di territorio o farci la caricatura come fossimo un partito in pantofole. Abbiamo scarpette e scarponi e se ne accorgeranno» è l’affondo del leader del Pd. Da Torino, Bersani non risparmia critica alcuna al premier, accusandolo di avere «valori al rovescio» e «una doppia morale». «Con il “ghe pensi mi” – è la convinzione di Bersani – non è arrivato nulla di buono, di concreto nella vita degli italiani, questa è un’idea deformata di democrazia». Il Cavaliere e il leader della Lega Umberto Bossi hanno la responsabilità, secondo il numero uno del Pd, «di aver lasciato il Paese senza un’idea di futuro, di avergli rubato l’orizzonte, di aver trasformato il sogno in una favola, in una bolla di sapone». «Il nostro compito – sostiene Bersani – è aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno, a far vivere un progetto nuovo e colleghi di uno sforzo comune in cui chi ha di più deve dare di più». I pilastri di questo progetto, secondo il leader dei democratic, sono due «il primo: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e per vivere meglio; il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e per vivere meglio». «Voglio per l’autunno una grande mobilitazione – è la richiesta di Bersani – che coinvolga oltre ai nostri militanti e ai nostri circoli tanti e tanti dei tre milioni di cittadini che hanno partecipato un anno fa alle primarie».

«I NOSTRI SOLDATI E I PALCHI A GHEDDAFI» – Frecciatina di Bersani, infine, anche su Gheddafi: «Mentre abbiamo soldati che rischiano la vita in Afghanistan, riduciamo una caserma dei nostri carabinieri a Roma ad un palcoscenico» per il leader libico, ha detto il segretario Pd.

Redazione online di www.corriere.it