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«Disabili sempre più ultimi», di Augusto Battaglia*

Nuove nubi all’orizzonte per i disabili. Non bastava il penoso e goffo tentativo del decreto Tremonti di tagliare indennità di accompagnamento ed assegni di invalidità civile, sventato dalla grande mobilitazione delle associazioni dei disabili e delle loro famiglie. Ora è arrivato il Decreto 102 che rischia di compromettere irrimediabilmente il diritto al lavoro.
L’articolo 5, infatti, al punto 7, mescolate alle misure sulle missioni militari internazionali, recita quattro righe destinate a determinare conseguenze drammatiche sul collocamento obbligatorio dei disabili.
D’ora in poi gli avviamenti al lavoro di orfani e vedove di vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, e di soggetti equiparati come i superstiti delle vittime sul lavoro, avranno precedenza su ogni altra categoria, non saranno contenuti entro la quota di legge dell’1 per cento ed andranno inevitabilmente ad occupare i posti riservati ai disabili. Con quattro righe il Governo Berlusconi assesta un durissimo colpo ad una norma di civiltà, la legge 68 del 1999, frutto di un lungo lavoro parlamentare e per la quale i disabili italiani hanno lottato per più di vent’anni.
C’è da augurarsi che il tutto sia l’esito indesiderato del “combinato-disposto” di più norme, fra tutte la 407 del 1998 e la 244 del 2007, nate dal lodevole e condiviso intento di tutelare persone pesantemente colpite da eventi drammatici. Ma il diritto di queste non è pensabile possa fondarsi sulla negazione di quello, altrettanto legittimo, dei disabili, per i quali le possibilità di lavoro sono limitate di fatto al solo collocamento obbligatorio. Andrebbe allora precisato che la nuova disposizione non intacca il 7 per cento di posti ad essi riservati.
Se invece la decisione è consapevole, difficile fugare i sospetti su una malcelata volontà di limitare il diritto al lavoro dei disabili. D’altra parte questo Governo ha già abrogato il certificato di ottemperanza al collocamento obbligatorio, previsto, pena esclusione, per le imprese che operano con la pubblica amministrazione, sostituito da una più vaga autocertificazione. Ha ridotto al lumicino le ispezioni in materia. Ritarda la relazione al Parlamento sull’attuazione del collocamento obbligatorio.
Il Governo chiarisca. E’ quanto già chiedono i servizi per l’impiego, palesemente disorientati dalla nuova norma. E, soprattutto, lo faccia presto, perché in mancanza di chiarimenti non si farebbe attendere la reazione delle associazioni dei disabili, che non sono certo disposte a subire passivamente l’ennesimo, inaccettabile, attacco ad un sacrosanto diritto costituzionale: il lavoro.
* PD, Progetto non autosufficienza

da L’Unità

"Tremonti disse: «La sicurezza sul lavoro è un lusso»", di Bianca Di Giovanni

L’esempio del ministro dell’Economia, che proferì quelle parole parlando delle piccole imprese
Ma l’allergia alle regole è alla base di queste tragedie. Specie nelle ditte di dimensioni ridotte…
Il ministro rilancia la sua tesi della deregulation, tanto cara al centrodestra e alla Confindustria. Intanto in manovra ha ridotto i fondi per le ispezioni ed ha svincolato l’attività d’impresa da regole e procedure.

Le regole gli hanno sempre dato un po’ fastidio, che si trattasse di fisco, di ambiente, di impresa, di Europa.
Per lui tutto va «semplificato»: è questo il segno della modernità, la chiave dello sviluppo. È un credo a cui Giulio Tremonti si è sempre dichiarato fedele, a dispetto dei mille cambiamenti di fronte, degli innumerevoli guizzi logici a cui ci ha abituati.
Un credo condiviso, certo, con le schiere di finti liberisti senza mercato che affollano le platee confindustriali.
Mal’ultima esternazione non dev’essergli riuscita bene. Quel «la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci», dichiarato al Berghem Fest, quell’incitazione a «rinunciare ad una quantità di regole inutili: siamo in un mondo dove tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato» ha innescato tali e tante polemiche, da costringere il ministro a una scomposta (e non riuscita) retromarcia. Prima è intervenuta la sua portavoce («Tremonti si riferiva alla giurisdizione europea, la sicurezza del lavoro resta essenziale»), poi lo stesso ministro con un intervento sul Corriere della Sera.

PICCOLI
E qui la «pezza» è stata peggiore del buco.Secondo il ministro, infatti, occorre una distinzione tra grandi imprese (dove le regole europee servono) e le piccole, dove si creano invece «costi artificiali e sanzioni erratiche ». Ancora una volta l’invocazione per il piccolo, l’artigiano, l’impresa familiare, che tanto suda, tanto si sacrifica, e poco ottiene dallo Stato «occhiuto» e ingiusto. Una visione diventata ormai unsantino nei salotti del centrodestra.
Peccato che non sia esattamente così. Peccato che(come ieri ha ricordato il senatore Pd ex Cgil Paolo Nerozzi) proprio tra i «piccoli» si segnala il maggior numero di incidenti.
Nelle imprese edili subappaltattrici, nelle piccole aziende agricole in cui gli stranieri perdono la vita (guarda caso) sempre nel primo giorno di lavoro.
Cioè vengono regolarizzati solo quando muoiono. È questo il «magico» mondo che Tremonti vorrebbe lasciare senza vincoli e senza controlli. La vecchia deregulation che finora non ha portato né ricchezza, né sviluppo.
MANOVRA
Quanto a quel recupero in corsa, quell’assicurazione sulla sicurezza del lavoro che «resta essenziale», quelle parole oggi appaiono assolutamente poco credibili. Con l’ultima manovra varata prima dell’estate si è ridotta del 50% la spesa per gli ispettori. Vero, si escludono esplicitamente gli ispettori del lavoro. Ma ilcommasuccessivo applica il taglio alle automobili di servizio di tutti.
ispettori senza auto, senza possibilità di visitare cantieri e zone agricole. Tutto in nome dell’austerità dei conti. Altro che bene irrinunciabile.
Si è rinunciato anche per una manciata di milioni. Così come, sempre nella manovra, si è aperta la strada all’anarchia d’impresa, eliminando quei pochi «paletti» che ancora regolamentano lo sviluppo delle attività.
Da destra poi, proprio sulla 626, sono partiti subito i siluri, sull’onda delle richieste confindustriali. La legge varata dal governo Prodi – grazie a cui le pesanti cifre delle vittime stavano lentamente ridimensionandosi – è stata subito «rivisitata». Si sarebbe voluto fare di più, depenalizzare, svincolare, destrutturare, ma si dovette fare i conti allora con il richiamo del Presidente Giorgio Napolitano. Dal Quirinale arrivò un pesante monito scritto, in cui si faceva rilevare che con quelle correzioni «il nostro ordinamento giuridico risulta seriamente incrinato da norme oscuramente formulate, contraddittorie, di dubbia interpretazione o non rispondenti ai criteri di stabilità e certezza della legislazione».
Altro che semplificazione: si è fatto di tutto per rendere le norme incomprensibili. E quindi inattuabili.

da L’Unità

"Napolitano: gravi negligenze Sicurezza, bufera su Tremonti", di Alberto Custodero

Il presidente della Repubblica esprime «indignazione per le gravi negligenze». Il ministro del Welfare Sacconi convocherà «al più presto un tavolo con Regioni e parti sociali sui rischi degli appalti». Ma i tre morti nella cisterna di Capua e l´operaio schiacciato da un macchinario in Toscana riaccendono la polemica fra il Pd e il ministro dell´Economia che, 17 giorni fa, sentenziò come la 626, la legge sulla sicurezza sul posto di lavoro, fosse «un lusso che non possiamo permetterci».
Mentre il ministro del Lavoro è «colpito dal fatto che ancora una volta siano vittime di infortuni gravi o mortali nel lavoro coloro che operano in appalto, in particolare nei servizi di manutenzione», è il capo dello Stato a confidare «nella rapidità e nel rigore degli accertamenti da compiere e nella definizione delle normative di garanzia da adottare e far rispettare». «In una giornata funestata da più infortuni», Giorgio Napolitano «raccoglie la diffusa indignazione per il ripetersi di incidenti mortali causati da gravi negligenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori in operazioni di manutenzione nei silos simili a quelle che già più volte in precedenza hanno cagionato vittime».
A chiamare in causa il ministro dell´Economia per l´infelice uscita sulla 626 («L´Italia e l´Unione europea si adeguino al mondo», disse Tremonti), è il presidente del Pd, Rosy Bindi, che lo invita «a scusarsi per aver proposto un allentamento delle norme sulla sicurezza». E i senatori Luigi Zanda e Paolo Nerozzi, secondo i quali «fermare la strage quotidiana delle morti bianche deve essere una priorità dell´agenda politica di questo governo». «Purtroppo – aggiungono – il ministro Tremonti ha nuovamente avanzato la proposta di “sburocratizzare” la normativa». Rincara la dose l´Idv, con il responsabile Lavoro Maurizio Zipponi, secondo cui «le morti bianche sono un omicidio». Sulla tragedia scendono in campo anche i vescovi di Capua e Caserta: «Questi sono peccati che si pagano davanti a Dio», dicono i monsignori Bruno Schettino e Pietro Farina. Se Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori, denuncia il governo Berlusconi di aver dimezzato le sanzioni per le morti bianche a carico dei datori di lavoro, il capo del Corpo dei Vigili del Fuoco, Alfio Pini, denuncia che «troppo spesso la sicurezza si fa sulla carta. E invece è necessario tornare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle aziende con veri interventi di prevenzione, perché soltanto così si evitano le tragedie».

La Repubblica 12.09.10

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La 626 non è un lusso

Oggi 3 morti sul lavoro. Basta! Gravissimo incidente sul lavoro a Capua, nel casertano. Nel sabato deegli uffici chiusi tre operai sono morti per le esalazioni mentre stavano lavorando all’interno di un silos in un’azienda farmaceutica. Inutile ogni tentativo di soccorso, per i tre, quando sono arrivati i medici era già troppo tardi. Poco dopo sono arrivati i carabinieri della locale compagnia che hanno avviato le indagini per chiarire le cause di questa tragedia.

I tre stavano effettuando lavori di manutenzione all’interno della cisterna. Sul posto, oltre i Carabinieri, è giunta anche una squadra di specialisti Nbcr, (Nucleo Batteriologico Chimico Radioattivo) per i rilievi.

All’esterno dell’industria chimica – la «Bms», ex Pierrel, sulla Statale Appia che da San Tammaro porta a Capua, quasi all’ingresso della città – si sono radunati i familiari delle tre vittime. Ci sSno giunti anche numerosi residenti nella zona che, appresa la notizia, stanno portando la loro solidarietà ai familiari degli operai deceduti.
Secondo quanto si è appreso, i tre operai deceduti erano tutti residenti ad Afragola, nel napoletano, ma la loro identità non è ancora stata resa nota.

Stefano Fassina, della segreteria del Partito Democratico,
responsabile Economia e Lavoro da Torino, dove è in corso un’assemblea con i lavoratori attacca: “Anche oggi l’ennesimo bollettino di guerra dei morti sul lavoro. Ancora una volta tre operai perdono la vita in un evento che non si può più continuare a definire “incidente”. Le condizioni di sicurezza sul lavoro vengono disattese
senza rispetto per la dignità delle persone, in un contesto in cui la legalità e le regole fondamentali vengono attaccate come inibizioni alla crescita. Il ministro Sacconi riferisca al più presto in Parlamento sull’attività ispettiva effettivamente svolta dal ministero del Lavoro e su quanto avvenuto a Capua”.

Rosy Bindi presidente dell’assemblea nazionale del PD nota come “ancora una volta siamo richiamati alla cruda realtà dei nostri primati negativi. Siamo vicini alle famiglie di questi lavoratori a cui va il nostro commosso e sincero cordoglio. La morte dei tre operai di Capua ci ricorda che non c’é mai abbastanza sicurezza sul posto di lavoro. Ma soprattutto che il rispetto di una normativa seria come la 626 non è mai, ma proprio mai, un lusso. In particolare nel Mezzogiorno. Il ministro Tremonti dovrebbe chiedere scusa per la proposta di allentare per le piccole imprese
le norme sulla sicurezza, è evidente infatti che insieme ai controlli va contrastata con maggiore energia e credibilità quella cultura dell’illegalità che dall’evasione fiscale al caporalato al lavoro nero, specula sulla pelle dei lavoratori e non promuove lo sviluppo e la crescita del
paese”.

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"Il flop delle ronde padane dopo un anno ce n´è una sola", di Vladimiro Polchi

Volute dalla Lega: in totale 8 vigilantes a Varazze. In Italia c´è un piccolo comune che può vantare un primato tutto suo: è Varazze, in Liguria. Tra i suoi 13mila cittadini, 8 hanno stabilito un record nazionale: sono i primi e forse unici “osservatori volontari per la sicurezza”, pienamente operativi. A oltre un anno dal decreto Maroni, che ha messo in regola le ronde, le richieste di iscrizione alle prefetture locali (e i corsi di formazione attivati) si contano infatti sulle dita di due mani. Ma solo i volontari di Varazze sono già in strada, nel rispetto di tutte le regole previste. «Siamo fieri del nostro primato», gongolano al Comune. E nel resto d´Italia? I rondisti restano invisibili. «In effetti registriamo pochissime iniziative», conferma Anna Palombi, presidente del sindacato dei prefetti.
Un passo indietro. Il decreto Maroni, firmato l´8 agosto 2009, mirava a regolamentare il fenomeno delle ronde fai da te, istituendo appositi albi presso le prefetture e prevedendo rigidi requisiti per gli aspiranti volontari. Come è andata? Il Viminale non fornisce dati ufficiali e così, per un bilancio seppur sommario, bisogna rivolgersi a sindacati delle forze dell´ordine e prefetti. Se prima del decreto attuativo, una rapida fotografia del territorio censiva circa 70 ronde attive (17 solo in Lombardia, 10 in Veneto), a un anno e un mese dall´entrata in vigore delle nuove regole sono ben poche le associazioni di volontari che hanno chiesto il riconoscimento ufficiale a sindaco e prefetto: una a Treviso, una a Milano e un´altra a Bolzano. A Roma, il questore Francesco Tagliente ha fatto sapere che non si è manifestata «alcuna costituzione di liste presso la prefettura». A Varese, invece, la prefettura da qualche giorno ha dato il via libera al primo corso per rondisti organizzato da una provincia lombarda. Due le associazioni di volontari autorizzate (gli “Angeli urbani” e la “Amoruso, solidarietà, aiuto e sicurezza”), mentre altre cinque stanno concludendo l´iter.
E Varazze? Solo nel piccolo comune ligure le ronde di Maroni sono già al lavoro per le strade: approvate da prefettura e Comune e formate con un apposito corso. «Siamo gli unici in Italia a essere già operativi con l´imprinting della prefettura – sostiene con orgoglio Giacomo Rolletti, assessore comunale (leghista) di Varazze – e il ministro Maroni ci ha fatto i complimenti». Nella ronda di Varazze, ci sono 8 ex carabinieri in congedo, tra i quali l´ex maresciallo della cittadina. «Nessuno è iscritto alla Lega – chiarisce Rolletti – e tutti hanno seguito un corso tenuto dai vigili urbani».
«Siamo stati gli apripista – gli fa eco Giovanni Delfino, sindaco di Varazze, maggioranza di centrodestra – i nostri volontari sono attivi dal gennaio 2010». Cosa fanno? «Sorvegliano l´ingresso di scuole e asili – risponde il sindaco – indicano ai vigili eventuali venditori abusivi e controllano il lungomare Europa, dove si sono registrati alcuni tentativi di violenza su donne». Quanto al decreto Maroni, Delfino sembra avere le idee chiare: «Prevede adempimenti formali e controlli molto complicati e questo può aver scoraggiato altri Comuni».
E così la montagna ha partorito un topolino. Una situazione, questa, ben chiara al ministro dell´Interno, Roberto Maroni, che nel luglio scorso ha fatto sapere che entro fine anno rivedrà la normativa sulle ronde «per valutare cosa funziona e cosa no».
«Sul territorio registriamo pochissime iniziative», conferma intanto Anna Palombi, presidente dell´Associazione sindacale dei funzionari prefettizi. Perché? «Il decreto Maroni – sostiene la Palombi – ha avuto un merito: quello di fissare parametri utili a garantire la sicurezza dei cittadini». Insomma, i paletti rigorosi fissati dalla normativa avrebbero scoraggiato molti aspiranti rondisti fai da te. Ma è possibile una seconda spiegazione.
Il regolamento sulle ronde prevedeva una fase transitoria di sei mesi, fino all´8 febbraio 2010, per consentire alle associazioni di volontariato già esistenti di continuare a svolgere le attività senza necessità d´iscrizione. Scaduto questo termine, però, molte non si sono iscritte in prefettura e hanno tranquillamente continuato a operare. Sono la maggioranza, a partire dai City Angels: la più grande delle organizzazioni di volontari, presente in ben 16 città. Vuol dire allora che il decreto non è riuscito a intercettare e regolamentare il fenomeno?
«Le norme volute da Maroni si sono rivelate inutile – sostiene Mario Furlan, fondatore dei City Angels – almeno per noi. I City Angels infatti non sono ronde, ma volontari che si limitano a dare una mano ai bisognosi. Noi svolgiamo un´attività sociale, che nulla ha a che fare con la sicurezza. In strada non cerchiamo il nemico, anche se non ci tiriamo indietro di fronte a situazioni di difficoltà». Insomma, basta non considerarsi “osservatori volontari per la sicurezza”, per continuare a operare come se il decreto Maroni non ci fosse.

La Repubblica 12.09.10

"Scuola, è il momento di vigilare", di Giuseppe Calicetti

Inizia un nuovo, delicato anno scolastico. Gli effetti della riforma Gelmini, che mira allo smaltellamento della scuola pubblica per comel’abbiamo conosciuta negli ultimi venti anni, inizieranno a farsi sentire. Sarà solo l’inizio. Un invito ai genitori di alunni e studenti: informatevi. E vigilate. Pretendete di sapere cosa accade all’interno delle aule scolastiche. Agli studenti più deboli, – stranieri, disabili, – alcuni diritti sono già stati tolti. Poi toccherà ai diritti dei vostri figli. Presidi e docenti, di fronte alle vostre domande, forse saranno vaghi. Non è un caso. Al ministro all’istruzione non fa piacere che si parli male della sua riforma epocale. Anche il dirigente dell’ufficio scolastico regionale nonamache i docenti dicano la verità sulla scuola. Se lo fanno, sono sanzionati. Insomma, per chi lavora nella scuola non è un bel momento. Voi, comunque, insistete. Pretendete di sapere cosa fanno a scuola i vostri figli. Minuto per minuto. Nei particolari. Chiedete chi, dove, quando, come, perché. Se vi va bene così: bene. Ma se notate qualcosa che non va: fatevi sentire. Pubblicamente. I docenti, in pochi anni, hanno perso ogni possibilità di salvare dallo sfascio la nostra scuola: questa è la triste verità. Se ritenete che qualcosa possa e debba essere fatto, ora tocca a voi: gli utenti della Scuola Azienda.

L’Unità 12.09.10

"Vivere al sud, un atto d'amore", di Guido Ruotolo

E adesso aspettiamo di vedere le immagini del Bertolaso di turno che arriva ad Atrani e spiega che la colpa è dell’incuria degli amministratori, che si deve mettere in sicurezza il costone della montagna. Chissà se il mare consegnerà le spoglie della povera Francesca, sparita nel fango. «Disastro annunciato», titola «il Mattino» di Napoli, che di nuovo è tornato, come ai tempi del terremoto dell’Irpinia del 1980, a sferzare le classi dirigenti del Mezzogiorno. Venerdì, ai funerali di Angelo Vassallo, c’erano centinaia di sindaci, di fasce tricolori e gonfaloni. Molti di loro, in quel 1980 erano giovani volontari che si impegnarono a prestare soccorso alle vittime e ai superstiti di quella tragedia. Oggi sono i primi cittadini di quei Comuni.

Angelo Vassallo, il sindaco pescatore, era un gendarme del territorio, amava l’ambiente, il mare e il verde che circondava Pollica. Il sindaco di Atrani, Nicola Carrano, c’è da scommettere che si assolverà.

Atrani. E prima, solo per ricordare le tragedie di questi ultimi anni, c’era stata Casamicciola, e Sarno. E poi Giampilieri, Messina. Soverato appena dieci anni fa.
Le frane, gli smottamenti, gli incendi dolosi con le sue vittime innocenti che hanno sconvolto recenti estati, come quello funesto dell’area tra Messina e Barcellona Pozzo di Gotto.
E gli attentati, le saracinesche squarciate, le pallottole vaganti che colpiscono innocenti. Le rese dei conti tra bande di spacciatori, le esecuzioni tipo Castelvolturno, con sei immigrati clandestini vittime delle raffiche casalesi.

Tante Gomorra sono spuntate nel frattempo.
Vivere al Sud è un atto d’amore, per le persone perbene. Fa riflettere questo Mezzogiorno. Mai come oggi, la politica di contrasto al crimine produce risultati positivi. Sarebbe stupido negarlo, sarebbe miope non riconoscerlo. Ed è un merito anche del governo, del ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. Come lo è di quei pubblici ministeri che indagano, intercettano, verificano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, chiedono l’arresto degli indagati.

Gli attentati contro il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, il 3 gennaio e il 26 agosto, raccontano l’offensiva criminale contro la magistratura reggina impegnata contro la ’ndrangheta, contro l’area grigia che è un mix di colletti bianchi, massoneria, pezzi di apparati delle istituzioni.

Venerdì notte passavano sui telegiornali le immagini drammatiche di Atrani, quel fiume violento di acqua e terra che travolgeva tutto. E pochi attimi dopo, i funerali di Acciaroli. Davvero una rappresentazione plastica del paradosso del Sud: chi difende il territorio viene eliminato. La speculazione e l’abbandono del territorio producono, invece, catastrofi e vittime innocenti.

La Stampa 12.09.10

Lo show di Silvio

Intervenendo al World Political Forum a Mosca, Berlusconi parla solo dei suoi problemi. Attaccando magistratura e Fini. “Ho un bel discorso preparato dai miei collaboratori. Ma siamo stati male informati e l’argomento è fuori tema”. Inizia così l’intervento di Silvio Berlusconi al Forum sulla Democrazia, in corso a Mosca. Nella sala scende il gelo. Nel corso dell’intervento le telecamere inquadrano più volte Medvedev che si guarda la punta delle scarpe.

Perché Berlusconi, parla solo di politica italiana e per l’occasione, rispolvera i classici: la magistratura che ha troppo potere, l’architettura costituzionale che non gli permette di governare come vorrebbe e in chiusura, attacca Gianfranco Fini, reo di essere un professionista che vuole costruirsi la sua aziendina politica.

Così Belrusconi ci regala un’altra, ennesima, imbarazzante figura internazionale.

In sala era presenta anche Massimo D’Alema, che ha definito “grave e inusuale usare una sede internazionale per lanciarsi in polemiche politiche interne, lanciare frecciate ai suoi alleati, criticare la magistratura ed esprimersi sulla natura democratica dei partiti del suo Paese. Mi auguro che un capo del governo di questo genere se ne vada al più presto per il prestigio del Paese”.

Per Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, quando Berlusconi va all’estero “straparla in un modo che per il nostro paese è come ricevere «uno schiaffo. E’ singolare che un presidente del consiglio faccia schiaffeggiare il suo paese. Si trattenga si sfoghi qui e lasci stare il nostro paese nel mondo”.

Un discorso, quello di Berlusconi, che va chiaramente in senso contrario al monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano che aveva chiesto alla politica sostegno magistratura e alle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata, come sottolinea Donatella Ferranti capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera: “Siamo alle solite ogni volta che è in difficoltà, il premier dà libero sfogo al suo rancore nei confronti dei magistrati”.

Un attacco ai magistrati, fa notare Andrea Orlando, presidente forum Giustizia del Partito Democratico, che è ancora più grave “in un momento in cui la magistratura è oggetto dell’aggressione di pericolose organizzazioni criminali, l’ennesimo tentativo di delegittimazione del Capo del governo è ancora più grave.”
“Nel contesto politico attuale – prosegue Orlando – assume poi carattere grottesco addebitare alla magistratura la causa dell’ingovernabilità poiché l’affermazione è fatta dal leader di una maggioranza che da settimane si sta terremotando da sola.”

Il maldestro tentativo del ministro Alfano, di coprire la gaffe del premier, parlando della giustizia come di un malato, è, poi, grottesco, chiude Orlando: “A un servizio giustizia oggettivamente in crisi questo governo non ha somministrato neppure un’aspirina, ma solo leggi ad personam, tagli e nessun serio tentativo di riorganizzazione.”

Per David Sassoli, presidente della delegazione del Pd al Parlamento europeo: “Ancora una brutta figura, ancora l’Italia messa alla berlina dal presidente del Consiglio. E’ intollerabile che il premier utilizzi lo scenario del World Political Forum per togliersi i sassi dalle scarpe sulle sue vicende personali e consumare una vendetta da quattro soldi contro i suoi avversari interni. Lo spettacolo offerto oggi dal capo del governo è la dimostrazione lampante di quanto sia ormai urgente per il Paese chiudere con il berlusconismo e col suo pericoloso armamentario di retorica e populismo”.

Per Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del PD: “Da Mosca Berlusconi ha riaperto il triste teatrino della politica che è andato in onda per tutta l’estate. Il solito spettacolo desolante. Chiusa l’avvilente parentesi estiva ora si ricomincia con gli insulti, le accuse e i veleni, lasciando come al solito confinati in soffitta i problemi delle famiglie e delle imprese”.

In sala, durante l’intervento di Berlusconi, sorrisi imbarazzati e la risata dell’accademico russo-americano Nikolaj Zurbin, che spiegherà: “Non riuscivo proprio a trattenermi. Politicamente, un livello basso, non adeguato a un premier di un paese importante. Però ci siamo divertiti. Tempi e pause da vero showman”.

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