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"L'America e le trappole del risentimento", di Barbara Spinelli

Nove anni sono passati dall’attentato di Al Qaeda contro il Trade Center di New York, e quello che si diceva allora resta vero: da quel giorno la storia è mutata, la convivenza con i nostri dissimili si è incattivita, nelle menti ha messo radice una passione allo stesso tempo molto antica e moderna, il risentimento. Una passione solo in parte legata agli attentati: poche settimane dopo, l’economista Paul Krugman scrisse che il maledetto imbroglio dell’Enron, rivelato nell’ottobre 2001, aveva incrinato il mondo ben più radicalmente dell’11 settembre.

Altre compagnie erano in passato fallite, ma il crollo della mitica Enron fu un trauma: «L’11 Settembre ci ha insegnato molte cose sul wahabismo, ma non molte sull’americanismo». Nel primo caso gli americani erano vittime, nel secondo perpetratori (New York Times, 29-2-02). Il Paese aveva a lungo ingannato se stesso, immaginando che l’impresa fosse fondata sull’onestà contabile, non bisognosa di vigilanze. L’era del lassismo e della deregolamentazione finì in concomitanza con l’11 Settembre, assai prima che divampasse, nel 2007, la grande crisi. Una crisi delle illusioni, in America ed Europa, non importata dall’estero.

Il risentimento nasce in questi sottofondi melmosi, dove i pericoli interni s’intrecciano agli esterni e vengono da questi ultimi mascherati. Due guerre hanno accentuato il mascheramento (quella in Afghanistan è la più lunga nella storia Usa): lo sguardo fisso sul wahabismo ha permesso di trascurare lo sguardo su di sé, sull’americanismo.

La passione vendicatrice è antica perché rimanda alle pratiche del capro espiatorio: in tempi di malcontento, addita il diverso come responsabile dei mali patiti. René Girard spiega bene, nel libro sulla Violenza e il Sacro, come il gruppo disorientato ritrovi l’unità grazie alla designazione delle vittima sacrificale. I testi sacri sono colmi di riti simili, nonostante la cesura del cristianesimo, e nella modernità il capro prende forme diverse: dell’ebreo, dello zingaro, infine del musulmano. Ritenuto colpevole d’ogni angustia, egli ci consente di stare uniti e conciliare l’inconciliabile: la società aperta e l’intolleranza, il costo delle guerre, i consumi alti e le tasse basse.

Tanto più violento si è infiammato il rancore in America appena si è cominciato a parlare della costruzione di una moschea presso Ground Zero a New York: non una vera moschea in realtà, ma un centro studi musulmano che aspira a costruire ponti e conterrebbe cappelle ebraiche e cristiane (il nome è Cordoba House, in memoria dell’Islam andaluso del X secolo. Obama in nome della tolleranza laica l’ha approvato). L’acme della protesta è stato raggiunto in una città della Florida, quando un pastore evangelista, Terry Jones, ha annunciato di voler rompere il tabù, nell’anniversario dell’11 Settembre, organizzando il rogo di copie del Corano. Una decisione che ha allarmato politici dell’intero pianeta, e che solo all’ultimo, ieri mattina, è stata cancellata.

Ma c’è qualcosa di più sommerso in simili episodi, di inconfessato. Al torbido intreccio fra le due paure – quella del terrorismo islamico, quella della crisi economica – si aggiunge un risentimento insopprimibile, atavico, verso il primo Presidente nero nella storia americana che è Obama. Il rogo del Corano è un rogo per procura del monarca ritenuto usurpatore, straniero. Girard stesso ricorda come anche il monarca, avendo natura sacra, possa divenire capro espiatorio: non re-sacerdote che officia, ma vittima in sospeso, che il popolo si riserva di sacrificare (l’unità e la guarigione di Tebe esigono il sacrificio di Edipo; l’unità della Francia è restaurata dall’esecuzione di Luigi XVI e Maria Antonietta).

Anche nel caso di Obama l’elemento religioso-rituale pesa enormemente. Non dimentichiamo che il 31 per cento degli americani è tuttora convinto che Obama sia musulmano: una percentuale più alta che ai tempi dell’elezione. Una porzione egualmente grande pensa che comunque non sia americano, o che sia socialista o nazista. E la crisi ha dilatato questo sentimento, secernendo una fobia verso l’Islam che subito dopo l’11 Settembre non esisteva. Scrive Roger Cohen sul New York Times che solo una scintilla separa il risentimento dall’insurrezione: appena un decennio separò in Germania il rogo dei libri nel ‘33 dai forni crematori.

Ma il risentimento è un fenomeno moderno, sempre più diffuso anche in Italia, Francia, Olanda, Svizzera, Inghilterra. Ovunque ritroviamo il desiderio, fieramente esibito come politicamente scorretto, di rompere i tabù civilizzatori ereditati dall’ultima guerra. Poi ci sono i sondaggi: non sono loro, in nome dell’orda, a dire oggi che re Obama è vittima in sospeso? La Lega e Bossi sono stati i rompighiaccio. È seguita l’Olanda di Geert Wilders, la Svizzera ostile ai minareti, la xenofobia del partito Vlaams Belang in Belgio.

Ora trema anche la Germania, la nazione dove il tabù era più forte. Un esponente non minore della Banca centrale, il socialdemocratico Thilo Sarrazin, ha riscosso un successo imprevisto con un libro uscito di recente (Deutschland schafft sich ab – La Germania distrugge se stessa). Scrive che l’Islam la sta sommergendo; che esistono etnie votate a mai assimilarsi. Parla di genetica, a proposito degli ebrei, per spiegare la loro intelligenza. Licenziato dalla Bundesbank e redarguito dalla Merkel, Sarrazin resta un idolo: l’80 per cento dei tedeschi lo approva.

Alexander Stille narra la genesi di queste nuove destre, in un articolo sulla polarizzazione americana della politica (Repubblica, 28-8-10). Racconta come questa destra trasgressiva e animata da risentimento non consideri mai i fatti ma metta al primo posto la coesione del gruppo, il giudizio dell’orda impermeabile a ogni confronto. Il tea party è un movimento di questa natura, e somiglia a tanti movimenti in Europa e alle destre nate in Italia nell’ultimo ventennio: è compatto, mentalmente predisposto alle ordalie, monade senza finestre che non si nutre di realtà ma di fantasmi. Strutturato come gregge, è autoritario e dipendente da capi-pastori carismatici.

La strategia adottata con successo dai capi-pastori potremmo chiamarla strategia della nicchia: è quest’ultima che va conquistata, più che il popolo nella sua varietà, e il braccio operativo sono i nuovi media come le televisioni berlusconiane, la rete Fox News in America, gli interstizi di Internet. Quel che conta non è raggiungere un pubblico più vasto e plurale possibile, come nei vecchi giornali nazionali. «Captare il 5 o il 10% del mercato è già un successone», scrive Stille e anche per i politici delle nuove destre americane è così: «Perdono seggi sicuri, ma in compenso raggiungono una compattezza e una coesione politica a volte invidiabili per un partito democratico viceversa sempre più diviso».

In questo il risentimento è molto moderno. È la risposta di nicchia al mondo fattosi ampio, alla democrazia imprevedibile del suffragio universale. È la triste passione di chi si trincera nel piccolo gruppo che ti cattiva e ti incattivisce. È il ressentiment descritto da Nietzsche nella Genealogia della Morale (1887): «Mentre l’uomo nobile vive davanti a se stesso con fiducia e apertura (…) l’uomo del ressentiment non è né onesto, né ingenuo, né vero con se stesso. La sua anima è strabica, il suo spirito ama i nascondigli, le vie oblique, le scappatoie; tutto ciò che è nascosto gli appare come il suo mondo, la sua sicurezza, il suo balsamo. È un esperto in fatto di silenzio, di non-oblio, di attesa, di provvisoria diminuzione di sé, di umiliazione». Nella nicchia (televisiva, giornalistica, aziendale, partitica) si compiace di sé. Talmente ferreo è il suo giudizio sulle cose del mondo, che nessun fatto lo destabilizzerà.

La Stampa 12.09.10

"Aiuto, sta cadendo la scuola", di Roberta Carlini e Fabrizio Gatti

Oltre 12 mila gli istituti a rischio. Ma mancano fondi. E i lavori non partono. Viaggio nelle aule da mettere in sicurezza. Da Nord a Sud. Per evitare che si ripetano le tragedie degli ultimi anni. Quest’anno il paracadute non serve. Il liceo Einaudi di Dalmine, in provincia di Bergamo, ha finalmente la scala di emergenza. Fino a pochi mesi fa le uscite di sicurezza dei tre piani davano sul vuoto e per questo dovevano rimanere chiuse: l’alternativa del salto da dieci metri non è prevista dalle tabelle ministeriali. Alla periferia di Milano i ragazzini delle medie fanno lezione in una palazzina provvisoria.

Un concetto piuttosto elastico: perché la palazzina è la stessa da quasi 50 anni. Da Nord a Sud. A Pantelleria si studia in aeroporto. Il motivo non è la partenza per la gita annuale: la loro scuola non è più agibile e sono stati trasferiti nella base dell’Aeronautica militare. Di solito il ministero considera un fattore di rischio la vicinanza con un aeroporto. Loro sono “dentro” l’aeroporto.

La scuola ai tempi della grande crisi. Si lasciano a casa gli insegnanti precari. E si gonfiano i corsi fino a 35 alunni per classe. Numeri da dopoguerra. Già, ma le aule così imbottite sono sicure? C’è poco da stare tranquilli. Lo Stato non ha abbastanza soldi per impedire che le tragedie degli ultimi anni non si ripetano. A cominciare dai 27 bambini e la maestra morti il 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia nella elementare mal costruita e crollata per una scossa di terremoto. Fino al cedimento del soffitto del liceo Darwin a Rivoli, vicino a Torino, dove il 22 novembre 2008 le macerie uccidono Vito Scafidi, 17 anni, e feriscono i suoi compagni. Non ci sono risorse nemmeno per intervenire in tutte le scuole che ne hanno bisogno nella provincia di Rieti, colpita in questi mesi da un intenso sciame sismico.

I maggiori rischi per la qualità degli edifici sono lungo l’Appennino centrale e al Sud. E i soldi per le ristrutturazioni volano al Nord. La ripartizione dei 358 milioni per mettere in sicurezza le scuole italiane, sbloccati nelle scorse settimane dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, parla chiaro: 210 milioni consegnati al Centro Nord. E quasi 50 alla Lombardia, la regione del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Una situazione tanto ricca che il presidente lombardo, Roberto Formigoni (Pdl), nel 2009 ha addirittura finanziato 67 mila studenti delle scuole private con buoni studio fino a 1.050 euro a persona. Il contributo stabilito da una legge regionale è destinato al pagamento delle rette. Una sponsorizzazione indiretta che aggira i vincoli dell’articolo 33 della Costituzione. E i beneficiari sono in gran parte istituti religiosi. Con insegnanti assunti senza concorso, tra i quali è forte la componente di Comunione e liberazione: lo zoccolo elettorale di Formigoni.

La ricchezza lombarda brilla però solo nelle scuole private. Come il collegio Villoresi San Giuseppe di Monza dove Silvio Berlusconi ha fatto studiare i suoi figli minori. Laboratori di chimica e informatica, piscina, campi di calcio. E, se proprio ci sono stranieri in classe, si tratta di solito dei figli di diplomatici o di manager. La differenza con l’istruzione pubblica in Lombardia comincia già dai buoni scuola. Per le iscrizioni alle private, il tetto per poter ottenere il contributo di 1.050 euro a studente è di 46.597 euro di reddito familiare annuo. Per le statali, il reddito limite è di soli 15.458 euro, calcolato in base ai valori più restrittivi dell’indicatore della situazione economica (stipendio e patrimonio immobiliare e mobiliare). E anche i contributi sono molto più economici: 120 euro per le elementari, 220 per le medie inferiori, 320 per le superiori. Basta fare un giro. Alla periferia Nord di Milano, davanti alla media Cassinis, le spaccature nelle mura di recinzione sono così grosse che ci passa un animale. Alla Bussero gli infissi vecchi di ottant’anni si staccano dai supporti. Alla Locatelli i soffitti trasudano umidità. Alla elementare Locchi l’anno scorso è caduto un pezzo di intonaco del soffitto in pieno giorno. Alla scuola di via Russo le piastre del controsoffitto sono cadute nel luglio 2008. Un anno e due mesi dopo, il danno non è stato riparato.

L’Espresso 10.09.10

Il nostro avversario non è solo Berlusconi, ma i mali e i ritardi dell’Italia

Stefano Menichini ha intervistato la Capogruppo dei senatori democratici, Anna Finocchiaro sul difficile momento politico e sociale che sta investendo il nostro Paese. Una calorosissima accoglienza per il Presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro, che ha partecipato ad una intervista condotta dal direttore di Europa, Stefano Menichini, in diretta dal palco della Festa Democratica, in corso a Torino.

Il primo pensiero è stato per il sindaco del Pd, Angelo Vassallo, ucciso barbaramente. E Anna Finocchiaro ha detto commossa che: “Il tema della legalità deve essere al centro dell’impegno politico dei Partiti e dei singoli. Questa drammatica perdita deve far comprendere quanto prezioso sia il lavoro di persone come Vassallo, che si oppongono alle mafie, che credono nelle regole e che per tutto questo sono disposte a morire. Si devono rompere gli stereotipi che il mezzogiorno è solo clientelismo, inefficienza, parassitismo, piuttosto che frantumare queste esperienze nella favola che il sud che non sa vivere nelle regole della convivenza civile”.

Menichini ha ricordato che in questo momento Berlusconi, si trova in Russia e che da li sta nuovamente attaccando la magistratura, e questo sembra la premessa per una futura campagna elettorale improntata su questa linea. La Presidente ha ribadito che ‘in una visita ufficiale all’estero, un presidente del consiglio che fa dichiarazioni simili è del tutto inadeguato ed andrebbe allontanato tout court’. “Detto questo però sarebbe un errore gravissimo basare la nostra campagna elettorale e anche la nostra proposta di alleanze sull’antiberlusconismo –ha detto Anna Finocchiaro – perché il nostro avversario non è solo Berlusconi, ma i mali e i ritardi dell’Italia e con quelli dobbiamo fare i conti”.

Il direttore di Europa ha poi chiesto con schiettezza alla Presidente cosa pensa di uno degli scenari di cui si discute: “Funziona formare un nuovo centrosinistra promotore di un’alleanza democratica o costituzionale come ha detto Bersani, con persone con le quali il Pd non governerà ma si troverà a duellare dopo aver eliminato il macigno Berlusconi?”

La Finocchiaro ha risposto in modo molto chiaro: “In questi anni abbiamo viste travolte regole costituzionali, sono state feriti inoltre i principi fondamentali che ci distinguono come nazione democratica nata dalla Resistenza: il principio di uguaglianza, di libertà di stampa, di diritto al lavoro, il principio stesso dell’unità di Italia. Il Pd di fronte a questa grave crisi democratica dovrebbe fare una linea di demarcazione, da una parte tutti coloro che credono in questi principi e che si vogliono battere per farli rispettare, troveremo tanti compagni di strada, certo non la Lega o il Pdl. È un Patto che dobbiamo fare per l’Italia. Un governo di resistenza costituzionale, dove potrebbe esserci anche il partito di Fini, per garantire all’Italia le riforme per ripartire”.

“Però questi partiti compreso il Pd hanno bisogno di compiere un gesto di umiltà. L’esperienza dell’Unione non è stata felice – ha ricordato – l’opera di mediazione non era sempre facile. Noi infatti non possiamo pensare di riproporre l’Unione, anche se la somma fosse 51. E non lo facciamo. Il Pd nasce geneticamente per ascoltare ed essere capace di tradurre i bisogni degli italiani. Misuriamoci su questo, e non sul costruire un programma che coinvolga tutti”.

“Per fare questo -ha ammesso Finocchiaro – bisogna rinunciare ad un po’ di supponenza. Sono donna di Partito ma credo che se un Paese è così in difficoltà, essere autoreferenziali non serva a nulla, bisogna connettersi con le realtà del Paese. La rottura della forza berlusconiana d’altronde è sotto gli occhi di tutti ci sono le condizioni per trovare il bandolo della matassa, perché il nostro Partito ha milioni di elettori, di gente sveglia, vivace, elettori consapevoli, e la situazione a questo punto può solo che migliorare”.

La Finocchiaro ha poi spiegato come mai tanti italiani perbene si sono fidati del progetto Berlusconi: “La suggestione berlusconiana è uno dei grandi mali che il governo Berlusconi ha creato in Italia. La crisi democratica del Paese non sarebbe così profonda se non ci fosse il berlusconismo. Altrimenti avremmo dei disegni di legge e un contenimento legislativo per arginare questa crisi democratica”.

“Invece in questi anni per una assuefazione alla democrazia abbiamo rischiato che l’Italia non si rendesse conto che se ci sono dei diritti inalienabili che se travolti, arrecano delle conseguenze gravissime e questo per la forza mediatica e carismatica di Berlusconi, che noi non siamo riusciti a spiegare e arginare”.

La capogruppo ha poi intrapreso un’autocritica sul ruolo svolto dalle opposizioni e dallo stesso Pd in questo contesto, incapaci di parlare ad un’Italia affaticata, stanca e preoccupata per il futuro dei figli delle famiglie e per i loro redditi: “Queste questioni, come le abbiamo poste noi sono state non capaci di rappresentare la realtà della situazione. La Costituzione deve essere raccontata continuamente e forse l’abbiamo fatto poco. Il principio di uguaglianza è fondamentale. Si pensava che tutti fossero uguali di fronte la legge ma noi non siamo riusciti a far capire l’importanza di questo concetto. Non abbiamo saputo spiegare che era un patrimonio che spettava ai cittadini”, ha detto amaramente la senatrice democratica.

“Insomma dobbiamo fare un’opera di alfabetizzazione tra i cittadini per spiegare che questo è il cuore della democrazia. Ma non basta, serve parlare onestamente al Paese e assumersi le proprie responsabilità. E’ colpa nostra se non abbiamo fatto la legge sul conflitto di interessi, e adesso ci dobbiamo rivolgere agli italiani con un atto di umiltà. La crisi è così profonda e seria, che l’Italia si deve alzare in piedi. Il mio Partito deve mettersi al lavoro non per sommare percentuali ma per parlare ai soggetti e dimostrare di essere affidabile e trasparente. Questo è il senso del nuovo Ulivo di Bersani. E su questa capacità si misurano le forze di centrosinistra, che devono lavorare con umiltà. È un cantiere aperto, chi vuol lavorare con noi seriamente lo può fare”.

Da ultimo la Presidente Pd ha commentato negativamente le brutte contestazioni dei giorni scorsi agli ospiti della Festa Democratica. “Quello della rabbia è un sentimento che capita di sentirsi dentro quando si è demotivati quando si sono subite ingiustizie e se ce lo troviamo è perché è figlio di Berlusconi e di quel modo di intendere la politica. Attenti però perché la qualità democratica di un partito è data dall’essere in grado di discutere con l’avversario e di farlo parlare. Il resto è figlio della patologia berlusconiana. Penso che dagli anatemi reciproci non ne esca nulla, lo scontro non ha in se principi di buona politica. Ma per questo esiste la politica, perché è il luogo della discussione e prende il posto della guerra”.

“Non capire questo -ha concluso Anna Finocchiaro -significa fare pessima demagogia della politica. A Tonino Di Pietro, ad esempio dico: esiste una pedagogia della politica la cui responsabilità sta proprio ai dirigenti politici”.

Come ultima battuta sulla tenuta ed unità del Partito democratico, la Presidente Pd ha detto: “Il livello di unità del Pd è accettabile, siamo arrivati a quello che gli elettori volevano e sono soddisfatta per questo, ma dobbiamo ancora fare un pezzo di cammino”.

Anto. Pro.

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"Il Conte Sismondi e il federalismo moderno", di Nadia Urbinati

Vi é un nome che circola nei siti internet dei simpatizzanti e dei militanti della Lega Nord, quello del conte di Sismondi, uno storico ed economista svizzero che visse tra Settecento e Ottocento e che cercò in Toscana le origini della sua famiglia. Sismondi fu certamente uno dei padri fondatori del federalismo moderno, ma non mancò di vedere e indicare i rischi incubati nel federalismo qualora questo non sia interpretato come una declinazione della teoria della libertà. Il federalismo comunitarista poteva essere altrettanto nefasto di un centralismo arrogante.
Sismondi scriveva nel 1830 che le piccole patrie rendono l´opera liberale impossibile perché possono causare una resistenza riottosa al nuovo e al diverso e una volontà dogmatica di conservazione di supposte tradizioni antiche (questa era, a suo parere, la ragione per la quale la Svizzera aveva ancora una legge che consentiva la tortura). La volontà della nazione, spiegava, è rappresentata nei parlamenti nazionali non nei consigli cantonali, perché l´amministrazione locale non è luogo della sovranità politica ma un suo strumento perché la sovranità deve essere sopra le parti della nazione, sopra comuni e regioni; diversamente, queste ultime sarebbero nazioni e in questo caso si avrebbe divisione non federalismo. Ammoniva la Francia, allora nel bel mezzo di una rivoluzione liberale, a impedire che «il diritto popolare dei rappresentanti dei comuni si mettesse in opposizione al diritto popolare dei rappresentanti della nazione». Paventava scenari preoccupanti se nella giusta lotta contro il centralismo il federalismo avesse preso una piega separatista. E dipingeva questo quadro della Svizzera del suo tempo: «In una città, l´autorità municipale fisserà il prezzo del pane, oppure il salario degli operai o interdirà il trasporto delle derrate da un distretto all´altro; quivi essa autorità municipale escluderà i protestanti, o gli ebrei; colà si opporrà alle misure di finanza; altrove a quelle di difesa nazionale, le quali misure salutari per la nazione, sono ben spesso pregiudiziali alle località».
L´autorità locale si arrogherà il diritto di rappresentare l´intero popolo, educherà i ragazzi nel dialetto locale facendolo passare per lingua comunitaria, li istruirà a considerare la cultura locale come naturale e quella forestiera come artificiale. Cantonismo era il nome che Sismondi dava a queste tentazioni comunitarie, non federalismo. Federalismo era per lui, come per i federalisti seri, un modo di unire non di spezzare l´unità. Certo, sono diverse le strade che portano al federalismo, ma la forza che le spinge é comunque centripeta (da molti stati uno stato), non centrifuga (come nel caso delle defunte Cecoslovacchia e Yougoslavia). Nel secondo caso, infatti, più che di federalismo si dovrà parlare di secessionismo, un destino che soltanto la saggezza di buoni leader politici e la fermezza delle istituzioni dello stato possono bloccare.
Dove fermare la decentralizzazione è il problema vero che dovrebbe interessare anche l´immaginifica Padania della Lega Nord, poiché la Lega non è comunque un´entità rappresentativa di tutte le contrade, le città, le province e le regioni del Nord. E poi, rispetto a regioni che vengono declinate come stati, i municipi diventano i naturali depositari dell´originaria comunità di base, i veri bastioni del federalismo. Non é forse centralista l´amministrazione della regione Veneto rispetto ai suoi comuni come lo è quella di Roma rispetto al Veneto? Quando la sovranità è rivendicata e dichiarata nel nome della omogeneità comunitaria, è davvero problematico controbattere alla rivendicazione di autonomia delle piccole comunità; e nemmeno il comune è la risposta qualora il comune sia una città mentropolitana. Dove fermarsi?
Il fatto è che la battaglia federale della Lega è strumentale, perché in effetti il federalismo è un pretesto per attuare un altro progetto, che è quello di rendere possibile il radicamento di una nuova classe dirigente a livello locale con l´obiettivo di pesare al governo nazionale. Che senso avrebbe la Lega Nord se non ci fosse l´Italia unita e Roma? A che servirebbe radicare una classe dirigente capace di rivendicare (contro chi?) gli interessi del territorio locale? Ma, nella propaganda leghista questi problemi naturalmente tacciono. Tuttavia, la propaganda è una cosa seria, soprattutto per le passioni che mette in moto. Ora, a ragionare come ragionano i leghisti, ovvero secondo una visione comunitaria non liberale del federalismo, rispetto a loro borghi e contrade, i capi della Lega, come i governatori e giù giù fino ai presidenti delle provincie e ai sindaci, non sono forse tutti una oligarchia non meno accentratrice di quella che risiede a Roma? Se svolgiamo con coerenza l´argomento antinazionale caro alla Lega giungiamo in effetti non alle regioni dunque, e forse nemmeno ai comuni, ma invece alla frazione e al villaggio, e ancora più giù al gruppo gregario nel quale tutti si capiscono con un batter d´occhio. La logica comunitaria porta a una frammentazione estrema nel nome della protezione della vera e naturale comunità contro quella grande e artificiale della nazione.
Il conte di Sismondi avrebbe avverito un senso insopportabile di chiusura e avrebbe commentato che questo non è per nulla federalismo, ma immaginario purismo delle origini costruito ad arte per perseguire altri fini. Il federalismo non è chiusura nel piccolo ma strategia attraverso la quale le molte periferie possono meglio comunicare e cooperare tra loro e con il mondo, per meglio cioè trascendere i confini loro. Federalismo come forma di unificazione dunque (i federalisti più visionari pensavano addirittura all´unificazione di tutti i popoli della terra) con lo scopo di evitare che ciascuno resti sepolto dentro le mura di casa propria.

La Repubblica 11.09.10

La cultura al tempo dei tagli

Vincenzo Vita, Emilia de Biase, Walter Vergnano, Ettore Scola, Carla Fracci, Paolo Beni, Giorgio Battistelli, Maurizio Roi, dal palco della Festa Nazionale ci hanno parlato dello scadimento della cultura nel nostro Paese, coordinati da Luca Del Frà. La cultura al governo non interessa, al PD sì. Così alla festa hanno preso la parola assieme agli epsonenti democratici chi la cultura la fa, ogni giorno tra mille difficoltà: il grande regista e sceneggiatore italiano, Ettore Scola, Carla Fracci, eccellenza della danza italiana nel modo, Walter Vergnano, Sovraintendente del Teatro Regio di Torino, Maurizio Roi, Presidente della Fondazione Arturo Toscanini, Paolo Beni Presidente Nazionale Arci e Giorgio Battistelli, esperto di teatro. Con loro Vincenzo Vita, senatore Pd, membro della Commissione istruzione e beni culturali del Senato, Emilia De Biasi, deputata Pd, membro della Commissione cultura della Camera.

Il giornalista Luca Del Frà, ha introdotto il dibattito definendolo ‘contro i tagli e contro i bavagli’, in riferimento ai tafferugli che hanno interrotto il dibattito precedente, affermando però che ‘anche se è inalienabile che tutti abbiano il diritto di poter esprimere la propria opinione, è anche imprescindibile che lo debbano fare entro i limiti della legge e della decenza, guai a scadere nella violenza’.

Luca Del Frà ha fornito un quadro della situazione generale in cui verte il mondo della cultura in Italia: “Sull’ istruzione scolastica, l’Italia è penultima nei Paesi dell’Ocse, quando negli anni passati era solo l’università ad essere più carente. Gli ingenti tagli ai fondi destinati alla cultura da parte di questo governo, determineranno a breve la chiusura di centinaia di archivi, musei e biblioteche, oltre alle associazioni culturali. Nell’88 al Fondo Unico dello Spettacolo erano destinate per le attività in Italia 1500 miliardi di lire, pari a circa 800 milioni di euro –ha raccontato il giornalista -. Nella finanziaria 2009 invece, i fondi sono stati dimezzati e nel 2010 ridimensionati ancora di più, per il 2011 ne sono stati stanziati solo 300. Quindi noi oggi, spenderemo meno che 20 anni fa per la cultura. Situazione a dir poco paradossale.

Il senatore Vita ha ricordato al pubblico che davanti a Montecitorio c’è un presidio permanente dei precari della scuola, alcuni dei quali, stanno facendo lo sciopero della fame. E che dietro ai tagli all’istruzione, si nascondono vite spezzate, futuri incerti, persone che hanno il diritto di far valere il loro status di cittadini di un Paese democratico. “È difficile dire qualcosa sul ministro della cultura Bondi –ha dichiarato il senatore – io non ho capito perché fa il ministro della cultura, non va a Venezia alla mostra del cinema, il nuovo palazzo del cinema non è stato neanche costruito, odia gli intellettuali e la cultura. È stato inferto un taglio al mondo della cultura che riguarda tutti i saperi. Cento giornali rischiano di chiudere”.

Vita ha poi spiegato le ragioni vere di queste scelte di politica sociale ed economica adottate dal governo: “Questa destra berlusconiana non vuole cultura, anzi, ne ha paura, perché il berlusconismo vince con la melassa televisiva che ci propinano. Abbiamo un provvedimento sulla cultura imposto con decreto legge, uno dei 55 del governo, come partito democratico eravamo quasi riusciti a non farlo passare, ma non abbiamo avuto i numeri e i tagli agli enti lirici-sinfonici, al teatro e ad oltre 200 enti culturali italiani è stato inferto. La cultura e i saperi sono la sostanza identitaria del nostro Paese e il governo la sta distruggendo”, ha concluso il senatore Pd.

Emilia De Biasi è stata durissima: “la cultura è un valore pluralista, ma la nostra destra è più accattona delle destre europee e non investe in questi settori. L’Italia possiede il 52% del patrimonio artistico mondiale, eppure la nostra economia non punta sul turismo e taglia fondi ai musei. Lo spettacolo, se di qualità può rappresentare crescita della coscienza, cultura, contatto con la gente, e per questo andrebbe valorizzato ed invece questo governo vorrebbe privatizzare sia la cultura che la scuola, ma diciamo di no!”.
Ettore Scola, uno degli artista che ha reso celebre il cinema italiano nel mondo, ha poi contribuito a formulare il concetto di cultura che vorremmo e quanto il cinema risenta della crisi. Ha iniziato il discorso con una battuta: “La vera cultura da fare sarebbe quella di abolire il ministero della cultura. Ho letto un pezzo che diceva che l’Italia nel 2009 ha comprato 280 cacciabombardieri. Ma le uniche armi che vengono confiscate sono le armi della cultura e dell’intelligenza. La scuola è la culla dei ragazzi, e anche quella è saccheggiata. Il cinema è in crisi ed è una realtà italiana fondamentale per trasmettere un’immagine positiva del Paese. Se un cinema è flebile, dobbiamo fare anche autocritica. Il grande neorealismo nel cinema è nato per la volontà di cambiare e proprio trovare quella voglia di cambiamento è un’operazione culturale”, ha concluso il maestro.

Del Frà ha fatto notare poi come il concetto di egemonia culturale, sia stato identificato già da Antonio Gramsci. Persino Licio Gelli in un documento della P2 è aveva scritto ‘se volete cambiare la testa degli italiani mettete le mani sullo spettacolo’.
La grande etoille Carla Fracci, ci ha parlato in particolare del comparto del balletto e del teatro. Per nove anni è stata a capo del corpo di ballo del teatro dell’Opera di Roma. Poi è stata mandata via, semplicemente con una mail del sovraintendente ai giornali. “La danza purtroppo non è stato sostenuta e in molti teatri è stato smantellato il corpo di ballo – ha dichiarato la ballerina -il futuro è dei giovani e bisogna aiutarli”,
Walter Vegnano, Sovraintendente del Teatro Regio di Torino, ha spiegato come ‘il contributo dello stato negli ultimi 10 anni sia stato tagliato del 40%. Quando a Tokio ad esempio, arriva il teatro italiano, è accolto come uno degli avvenimenti più importanti della stagione artistica –ha dichiarato Vegnano – perché la lirica è un bene culturale di cui abbiamo il privilegio di essere depositari nel mondo”.

Ha concluso gli interventi il più anziano degli ospiti del dibattito, Giorgio Battistelli, che si è occupato di teatro da decenni. “A mio avviso bisogna ricominciare le cose dalla base e fare teatro significa tutto: dall’essere il trasportatore degli strumenti, al sarto, al truccatore, al regista all’addetto alle pulizie e chi ha più esperienza, insegni agli altri”.

Anto. Pro.

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"11 settembre, missione incompiuta: tutti gli errori Usa nella lotta al terrore", di Loretta Napoleoni

In America, l’anniversario dell’11 settembre si profila polemico. Da una parte la destra cristiana incita a bruciare il Corano nelle pubbliche piazze e dall’altra il Tea Party, il movimento conservatore, accusa il Presidente Obama di essere musulmano.
Invece di onorare i 3 mila morti nell’attacco terrorista più spettacolare della storia moderna, l’America cerca vendetta. Eppure pochi giorni fà le truppe di stanza in Iraq sono tornate a casa, una decisione che Washington ha preso per motivi elettorali: l’amministrazione non vuole arrivare alle mid-term elections di novembre, considerate una sorta di referendum sulla sua popolarità, con i cadaveri dei soldati americani negli aeroporti militari.

Voltare pagina senza una vittoria è però difficilissimo. L’elettorato sa bene che le truppe si sono lasciate alle spalle una nazione democratica, che però da sei mesi non riesce a formare un governo, un Paese etnicamente diviso dove la violenza sta tornando a far parte del quotidiano. Il desiderio di vendetta della destra cristiana nasce proprio dalla certezza di aver perso la guerra contro il terrorismo, non solo in Iraq ma anche in Afghanistan dove l’esercito talebano continua ad avanzare ed Osama bin Laden è ancora a piede libero. Quello del resto del Paese invece è stimolato dalla crisi economica dal momento che molti intuiscono che tra terrorismo ed economia esiste un filo diretto.
Per seguirlo bisogna rivisitare l’assurda certezza di bin Laden, espressa alla fine degli anni Novanta in una serie di lettere, le Epistole Ledenesi, dove spiegava che l’11 settembre avrebbe inflitto un colpo mortale all’economia americana. Anche se i danni a Wall Street sono stati trascurabili, paradossalmente la risposta di Bush ha messo in moto una serie di eventi che hanno fatto precipitare l’America e l’occidente nel pantano economico attuale.

Il Patriot Act, introdotto poche settimane dopo la distruzione delle Torri Gemelle, non solo non ha tarpato le ali al finanziamento del terrorismo ma ha inflitto un durissimo colpo al dollaro.
Per paura di essere perseguitati, gli investitori musulmani hanno rimpatriato circa 3000 miliardi di dollari mentre le banche internazionali, per evitare i controlli delle autorità monetarie americane, hanno suggerito alla clientela di ridurre gli investimenti in dollari ed aumentare quelli in euro. Infine, il riciclaggio del denaro sporco ha traslocato dagli Stati Unti in Europa, dove ancora oggi non esiste una legislazione simile. Questi eventi hanno rivoluzionato i flussi dei capitali, riducendo drasticamente la domanda mondiale di dollari che a sua volta ha fatto crollare il valore del biglietto verde.

La war on terror passerà alla storia come il conflitto più costoso mai intrapreso e questo perché lo scopo vero non era catturare Osama bin Laden e distruggere al Qaeda, ma ridisegnare la mappa geopolitica del mondo. Un’impresa gigantesca preannunciata nel lontano 1993 dall’allora sottosegretario alla difesa Dick Cheney che voleva rilanciare il ruolo egemonico degli Stati Uniti nelle aree strategiche del pianeta.
L’Iraq dove dal 1991 tutte le amministrazioni americane, inclusa quella di Clinton, avevano cercato di sbarazzarsi di Saddam Hussein, era una di queste. Con l’elezione di Bush figlio questa visione del mondo diventa il credo dei neo-conservatori e la guerra contro il terrorismo lo strumento per metterla in atto.

A finanziare questa follia economica e politica non è però l’erario pubblico ma la vendita del debito pubblico statunitense all’estero. E per rendere competitivi i 4 mila miliardi di dollari di buoni del tesori che l’America di Bush ha smerciato sul mercato dei capitali internazionali la Federal Riserve non esita a tagliare drasticamente i tassi di interesse. Si tratta di un vero crollo: dal 6% alla vigilia dell’11 settembre al 1,2% nei primi mesi dell’estate del 2003 quando Bush dichiara Missione Compiuta.
Alan Greenspan persegue questa politica deflazionista in un momento in cui l’economia mondiale cresce troppo rapidamente e c’è pericolo che si formino bolle finanziarie, quando insomma c’è bisogno di una politica di tassi alti per frenare l’economia. Lo fa perché l’abbattimento dei tassi è lo strumento utilizzato per combattere tutte le crisi economiche della globalizzazione, da quella del Rublo, a quella dei mercati asiatici, e l’11 settembre ha innescato in occidente una mini recessione.

Oggi sappiamo che questa politica ha creato le condizioni ideali per la creazione e diffusione dei mutui subprime e per la cartolarizzazione del debito insolvente, ovvero la genesi della crisi del credito. A quasi 10 anni dall’11 settembre l’America ha capito che la guerra contro il terrorismo è alla radice dei suoi mali economici e cerca quella vendetta che ne’ Bush ne’ Obama hanno saputo darle: la distruzione del vero nemico.

L’Unità 11.09.10

"Scuola al via tra precari e polemiche", di Caterina Pasolini

Le mamme hanno già fatto le scorte e non solo di quaderni. Perché nella scuola che riapre tra due giorni per quasi otto milioni di alunni dalle materne alla maturità, manca di tutto. Dai professori agli insegnanti di sostegno, dalle aule, ai banchi alla carta igienica che si porta da casa. Lunedì suonerà la campanella in classi che si annunciano sempre più affollate, e persino fuorilegge visti i dati record di 37 studenti in una stanza. Tra supplenti non ancora nominati, professori che diminuiscono, ore di sostegno ridotte al lumicino e 22mila precari a rischio stipendio per i tagli. In questo quadro preoccupante il ministro Mariastella Gelmini ieri ha illustrato le nuove regole per diventare insegnanti, annunciando che «tra sette anni i 220mila precari saranno stati riassorbiti». Immediata la reazione di Cgil scuola e del Pd che l´accusano di falsare i dati e parlano di «bufala, imbroglio». Intanto i Cobas si danno appuntamento a Roma lunedì per un sit-in di protesta contro «un ministro che racconta favole», mentre domani i precari siciliani annunciano “l´invasione dello stretto di Messina”. Riparte dunque tra le polemiche l´anno scolastico in un paese che non investe sull´istruzione. Secondo l´Ocse siamo agli ultimi posti come spesa per scuola, solo la Repubblica Slovacca investe meno. I nostri docenti hanno stipendi più bassi della media europea e gli studenti restano sui banchi più dei loro coetanei, ma con scarso rendimento. Ma ecco come il ministro Gelmini ha illustrato le nuove modalità per accedere all´insegnamento che si basano «sul tirocinio, sul numero dei nuovi docenti deciso in base al fabbisogno perché l´accesso illimitato crea precariato e lauree specifiche per ciascuna classe di abilitazione, con più inglese nuove tecnologie e migliore preparazione a tutti per l´integrazione dei disabili». Con l´idea, già contestata, di «superare gli scatti di anzianità e premiare il merito». Nella scuola dell´infanzia e primaria, ci vorrà una laurea a numero chiuso con prova di accesso che consentirà di conseguire l´abilitazione. Rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche, aumentato il tirocinio a scuola e corsi di inglese e nuove tecnologie. Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado ci vorrà la laurea magistrale ad hoc completata da un anno di tirocini, sempre con selezione per l´ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità. L´anno di tirocinio prevede 475 ore a scuola sotto la guida di un tutor. E i 220mila precari? «É una piaga sociale molto dolorosa, ereditata dal passato, alla quale è difficile se non impossibile dare risposta. A 14mila precari troveremo i posti e i 220.000 nelle graduatorie dovrebbero essere riassorbiti entro sette anni», ha detto il ministro. Duro il commento del deputato Pd Rosa De Pasquale: «É una bufala. Tra tagli, cancellazione dei posti e mancate immissioni in ruolo le liste del precariato si esauriranno in qualche decennio». «Sul precariato non solo non vi è stata alcuna soluzione concreta, ma ancora una volta sono stati occultati i dati reali», ha aggiunto il segretario generale della Flc Cgil, Domenico Pantaleo.

La Repubblica 11.09.10

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“L’annuncio del ministro. Ma Pd e Cgil non le credono: con questi tagli sono previsioni irreali” di Felice Diotallevi

Presentate le nuove regole per la formazione degli insegnanti: «Via gli scatti di anzianità»
Gelmini prende in giro i precari: «Li smaltiremo in 6 o 7 anni». Gelmini annuncia: «I precari della scuola saranno assorbiti in 6-7 anni». Pd e Cgil: «Numeri non credibili». Il ministro presenta le nuove regole per la formazione: «Stop agli scatti di anzianità, premiamo il merito».

«Ci vorranno 6-7 anni per assorbire i 220mila precari della scuola, anche grazie ai nuovi pensionamenti», giura Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione. Ma la notizia, buona se fosse vera, non convince il mondo della scuola. Così come le nuove norme sulla formazione degli insegnanti, annunciate dalla ministra, non convincono fino in fondo i sindacati. Gelmini ha anche parlato dei sanguinosi tagli e dei loro effetti, assicurando una «boccata d’ossigeno»: «Considerando i pensionamenti avvenuti, nel 2009 sono stati tagliati 12mila posti e altri 2mila nel 2010, a questi 14mila verrà trovato un posto di lavoro grazie agli accordi con le Regioni e al “salvaprecari”».
Le reazioni sono decisamente negative. «Non solo non vi è stata alcuna soluzione concreta, ma sono stati occultati ancora una volta i dati reali», attacca Domenico Pantaleo, segretario della Flc Cgil. «La differenza tra quanti avevano avuto le supplenze annuali lo scorso anno e quanti l’avranno quest’anno è secondo le nostre previsioni di 20mila in meno tra docenti ed Ata. Altri 10mila docenti saranno in soprannumero». E Francesca Puglisi, responsabile Scuola Pd: «Il ministro confonde le acque sui numeri e sui tempi di assorbimento dei precari perché dopo i suoi tagli non basterà certo il turn over dei pensionamenti a riparare i danni». «Nel 2008ricor-
da Puglisiil governo Prodi aveva programmato un piano di assunzioni di 150mila precari in tre anni che avrebbe portato all’esaurimento delle graduatorie».
Quanto alle nuove regole per la formazione iniziale dei docenti, il governo prevede un periodo di tirocinio in classe, accesso limitato e programmato in base al fabbisogno reale del sistema, lauree specifiche a numero chiuso con un investimento su inglese e nuove tecnologie. «Così eviteremo la formazione di nuovo precariato», dice il ministro. Che annuncia la fine degli scatti di anzianità e l’introduzione di nuove incentivi legati al merito: «Bisogna trovare una strada per valutare e premiare gli insegnanti, per via contrattuale o legislativa».
Ma anche sulle nuove regole ci sono dubbi. Di «elementi di criticità» parla la Cgil, che si dice pronta a discutere di valutazione dei prof. «solo di fronte a risorse certe» e fa quadrato sugli scatti di anzianità: «Non siamo disponibili a cancellarli». Più disponibile la Uil, che parla di proposte «condivisibili» ma avverte: «Nella fase transitoria si rischia di creare nuovo precariato».
Non si ferma la mobilitazione dei precari contro i tagli: domani sono attese migliaia di persone a una manifestazione sulle due sponde dello stretto di Messina. «Chiederemo a gran voce le dimissioni della Gelmini», assicurano gli organizzatori. E lunedì, primo giorno di scuola in molte regioni, proseguiranno le iniziative di protesta: Sinistra e libertà ha organizzato volantinaggi davanti alle scuole in oltre 100 città.

L’Unità 11.09.10