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«Una tregua tormentata che fa intravedere la tensione Nord-Sud», di Massimo Franco

Un coro per la stabilità ma intanto continuano gli attacchi a Fini

La parola d’ordine «governare» è così ripetuta, quasi gridata, che acquista il suono di un esorcismo. Serve a scacciare il fantasma di uno scioglimento delle Camere a ottobre, inseguito fino a due giorni fa dalla Lega e minacciato dallo stesso Pdl dopo la defezione del gruppo Futuro e libertà. Vuole evocare una maggioranza allargata, proprio perché il movimento del presidente della Camera, Gianfranco Fini ha tolto certezze alla coalizione uscita trionfante dal voto del 2008. Scansa il pericolo di una crisi ravvicinata, con il timore che una volta aperta nessuno riesca a controllarla; e magari si tenti di formare un’altra maggioranza. E forse rende meno difficile un accordo nel centrodestra che garantisca al premier uno scudo nei processi che lo vedono imputato.

Apparentemente, la Lega è isolata. La sua corsa verso il voto è stata fermata da Silvio Berlusconi, che avrebbe convinto Umberto Bossi additandogli «il trauma» per gli elettori e i mercati internazionali, ha spiegato il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Ma ieri il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ha fornito una lettura tutta «sudista» dell’appoggio del suo Mpa al governo. Per Lombardo le elezioni adesso farebbero volare il Carroccio; e danneggerebbero il Mezzogiorno. Ma il sostegno a Berlusconi non è a scatola chiusa. E questo rende uno schieramento trasversale «antileghista» contro il voto ancora gracile. La sua eterogeneità ed i numeri parlamentari altalenanti garantiscono la stabilità solo nell’immediato.

Eppure, l’analisi del governatore siciliano segnala l’urgenza che il Pdl ha di riequilibrare l’immagine di una coalizione fondata sull’«asse del Nord». Operazione difficile. L’idea leghista di spostare ministeri a Milano, Torino e Venezia la accentua e crea problemi a Berlusconi. Non a caso i finiani rispondono chiedendo ministeri anche a Napoli, Palermo, Cagliari, Bari: vogliono pescare consensi come «partito del Sud», a spese del Pdl. Sanno che il movimento di Umberto Bossi è determinante negli equilibri del centrodestra; e confidano nelle tensioni che la geografia e la crisi economica produrranno. Lo sbocco elettorale rimane dunque più che possibile: anche se magari a primavera e non in autunno.

Gli attacchi berlusconiani contro Fini e la sua «aziendina politica» sferrati ieri dalla Russia confermano la guerriglia. Fanno capire che il presidente del Consiglio non crede ad un periodo di pacificazione con il cofondatore del Pdl. Si può arrivare a una tregua tattica, ma i veleni non sono smaltiti. Altrimenti, durante la sua partecipazione al Forum per la democrazia a Yaroslav non avrebbe rispolverato la polemica col presidente della Camera né quella con la magistratura che minaccerebbe la governabilità del Paese promuovendo processi «con accuse inventate». Massimo D’Alema, del Pd, presente al Forum, lo ha accusato di «nuocere al prestigio» dell’Italia; e l’Udc di dire «sciocchezze».

Ma l’aspetto più interessante è la miscela di parole di pace e di guerra che affiora all’ombra del «no» al voto anticipato. Così, il 28 settembre in Parlamento Berlusconi non chiederà a Fini di lasciare. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ieri ha spiegato quello che già si era capito: e cioè che Fini «non è sfiduciabile». Poi ha definito Giorgio Napolitano «punto di riferimento fondamentale»: un omaggio ripreso dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede. Ma, nonostante Schifani, il Pdl continua a invocare le dimissioni di Fini. Per questo non si capisce se ci sia un ripensamento generale, dopo uno scontro che certifica l’impotenza di tutti; oppure se la moderazione del presidente del Senato veli una campagna elettorale in alacre incubazione.

da www.corriere.it

"Sui banchi delle elementari 100mila figli di immigrati", di Maria Novella De Luca

Nell´anno scolastico che sta per cominciare saranno circa l´11% di tutti gli iscritti alla prima elementare. Ma già nel 2015, secondo una stima della Fondazione Giovanni Agnelli, il loro numero salirà al 17%. Ossia centomila bambini, immigrati di seconda generazione, che approderanno tutti insieme sui banchi della scuola primaria.
Romeni, albanesi, cinesi, maghrebini, filippini, indiani, nati qui, nel nostro paese, nuovi italiani tra gli italiani, spesso ben integrati e bilingui, eppure ancora stranieri, perché senza cittadinanza e dunque con i diritti a metà. Bimbi e ragazzi made in Italy, con la pelle nera, gli occhi a mandorla, europei, asiatici, africani, simili e diversi insieme, figli di quel mini baby-boom dovuto all´immigrazione “residente” che negli ultimi anni ha fatto risalire il nostro avaro tasso demografico. C´è un nuovo mondo che bussa alle porte della scuola italiana, la fotografia del Paese che verrà, multietnico sì ma non ancora multiculturale, come sottolineano da tempo storici, demografi, insegnanti. Per i bambini immigrati infatti il percorso di studi sembra già “segnato” e accidentato sul nascere. Racconta Paolo Mazzoli, dirigente scolastico romano: «Le iscrizioni di quest´anno confermano che il numero degli alunni immigrati è in continua crescita, ma in modo disomogeneo tra i quartieri delle città, creando un impatto che la scuola spesso non riesce a gestire, sia per mancanza di risorse, ma anche per la mancanza di preparazione dei docenti, oggi a mio parere in profonda crisi di fronte a questa nuova sfida».
Eppure un cambiamento radicale è alle porte, come dimostra la ricerca della Fondazione Agnelli curata da Stefano Molina dal titolo “I figli dell´immigrazione nella scuola italiana”. Dove a fronte di flussi migratori in calo, si dimostra che la quota di alunni stranieri è invece “ancora destinata a crescere almeno per un decennio”. E se quest´anno su 590mila bambini italiani iscritti alla prima elementare 65mila saranno stranieri (di cui 45.700 nati nel nostro paese) il grande salto si avrà nel 2015/2016. Tra quattro anni infatti mentre il numero di baby studenti italiani resterà quasi identico, gli stranieri per cui si apriranno le porte della scuola primaria saranno 100.500. Un numero raddoppiato in pochissimi anni.
«Questi dati ci dimostrano che la gran parte dei bambini stranieri che si iscrive nelle nostre scuole – dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – è in realtà nata in Italia. Si tende invece a parlare in modo indifferenziato di immigrati, soffermandosi soltanto sul problema linguistico, quando la gran parte di questi bambini l´italiano lo parla benissimo e magari con l´accento della città in cui vive. Il vero problema è la loro integrazione scolastica. In un certo senso è come essere tornati alla scuola degli anni Cinquanta, dove la differenza la facevano la classe e il ceto sociale. Questi ragazzi – aggiunge Gavosto – sono e si sentono italiani. E hanno diritto alla cittadinanza. A Torino il 30% dei bambini sotto i 5 anni ormai è costituito da stranieri nati qui: come possiamo non ritenerli italiani?». In un libro uscito di recente e dal titolo “La qualità della scuola interculturale” (Erickson) Milena Santerini, ordinario di Pedagogia Generale all´università Cattolica di Milano, racconta l´esperienza (virtuosa) di un gruppo di nove scuole ad alta percentuale di immigrati nel capoluogo lombardo. Spiega Santerini: «Nel mio viaggio all´interno di queste scuole primarie ho visto che davvero l´integrazione è possibile, ma servono fondi, strutture, e soprattutto un´idea di inclusione forte. In Italia sono stati fatti grandi sforzi, ma oggi è come se si stesse tornando indietro: basta vedere il tentativo di creare scuole soltanto di stranieri, una vera e propria strategia di segregazione. Il futuro passa attraverso la concessione della cittadinanza ai bimbi nati qui, e al coinvolgimento delle famiglie immigrate nel percorso di studio dei figli».
In realtà, come sottolinea Anna Granata, psicologa e ricercatrice di Pedagogia, «noi spesso immaginiamo i bambini e gli adolescenti immigrati divisi tra due mondi, in realtà si muovono benissimo tra due culture». «Molti di loro raccontano di aver scoperto di essere “stranieri” crescendo, perché mentre la scuola elementare include, le superiori separano. Così come la cittadinanza. È quando realizza di non avere i documenti in regola o di non poter partecipare alla gita di classe all´estero che un giovane, fino a ieri identico ai suoi coetanei italiani, capisce di essere un po´ meno italiano, e magari un cittadino di serie B».
Di minori e di minori immigrati, lo scrittore Fabio Geda nella sua attività di educatore si è occupato a lungo. Fino a raccontare nel libro “Nel mare ci sono i coccodrilli”, la storia vera, anzi l´odissea di un adolescente, Enaiatollah Akbari, fuggito bambino dall´Afghanistan dei talebani e approdato in Italia su un canotto di disperati. «Oggi Enaiatollah ha 21 anni, e ha deciso che vuole fare l´avvocato. E se la sua è una storia simbolo, di giovani immigrati con questa determinazione ne ho incontrati a decine. E spesso gli insegnanti raccontano – dice Geda – che sono proprio i bambini stranieri i più attenti e disciplinati in classe, pur arrivando da famiglie dove non si parla l´italiano, ma dove l´istruzione è considerata il salto verso un futuro migliore. Oggi però ci troviamo di fronte ad una scuola che non riesce a contenere nessun tipo di diversità, né la sfida multietnica, ma nemmeno l´handicap o il disagio sociale…».

La Repubblica 11.09.10

"Il mondo in balia di un idiota", di Mario Calabresi

Il mondo in balia di un idiota. Di un pastore battista a cui per 63 anni non aveva dato retta nessuno, tanto che nella sua Chiesa i fedeli erano poco più degli alunni di una classe elementare. La figlia di quest’uomo, che due mesi fa restò folgorato dalla proposta di un suo seguace di commemorare l’11 Settembre dando fuoco al Corano, sostiene che «è uscito di testa».

Insomma, parliamo di un matto di una cittadina della Florida profonda in cui sei obbligato a passare solo se devi andare in Georgia o in Alabama. Un matto capace però di tenere col fiato sospeso la Casa Bianca, la Nato, il Pentagono, l’Interpol, l’Onu, eserciti e polizie di mezzo mondo, organizzazioni umanitarie e di volontariato, chiese, moschee, sinagoghe e un sacco di turisti.

Come è possibile che questo oscuro reverendo in vena di provocazioni sia diventato un fenomeno planetario, anziché essere compatito dai suoi concittadini? La risposta investe in pieno il mondo dei mezzi di comunicazione che lo hanno trasformato in una star, che lo assediano da giorni con microfoni, telecamere, registratori, taccuini e che hanno piazzato intorno alla sua roulotte decine di antenne paraboliche. Per non farsi sfuggire nulla, per rilanciare al più presto ogni sillaba incendiaria e magari anche l’immagine dell’incendio finale, quel falò di libri sacri all’Islam che avrebbe l’immediato effetto di accendere un’altra pletora di idioti che non aspettano altro a ogni latitudine. Il rapporto causa-effetto lo mostrano le due foto che pubblichiamo in prima pagina.

Le quali possono essere lette da sinistra verso destra o anche al contrario, nel senso che nessuno dei due è giustificato dall’altro per i suoi comportamenti: i bruciatori di Corani e quelli di bandiere a stelle e strisce appartengono alla stessa razza. Quella degli idioti appunto.
La domanda allora sorge spontanea e ce la siamo posta anche noi: ma perché allora dargli spazio e visibilità? Basterebbe ignorarli, come viene suggerito di fare con i matti o con i bambini che fanno troppi capricci. Sarebbe la scelta giusta se questa giostra globale non corresse così in fretta, se filmati, foto e dichiarazioni non ci bombardassero senza sosta.
Puoi decidere di ignorare il pastore, ma come fai a tacere il fatto che nel frattempo il Papa, il segretario delle Nazioni Unite, il comandante delle truppe americane in Afghanistan e il Presidente degli Stati Uniti stanno lanciando appelli proprio a quel pastore e alla sua minuscola congrega di fedeli?

Puoi decidere di non mettere nulla sul giornale, ma all’ora di pranzo le agenzie battono il comunicato dell’Interpol in cui si parla di «rischio di attacchi globali». Qualche minuto e in una manifestazione antiamericana a Kabul ci scappa il primo morto.

Così pensi che se decidessi di tenere il giornale fuori da tutto ciò sembreresti tu l’idiota, o perlomeno un insopportabile snob, e che sarebbe tutto inutile. La grande agenzia Ap ha deciso di non distribuire le eventuali foto, ma sappiamo che basta un ragazzino con un cellulare e un computer a casa per far esplodere la rete e arrivare in ogni casa del globo. Gli esempi degli ultimi anni sono centinaia, pensate alle foto di Abu Ghraib o anche solo al filmato del bambino Down picchiato dai compagni di scuola.

A Barack Obama, ieri mattina nella East Room della Casa Bianca, hanno chiesto se non avesse fatto meglio a ignorare il pastore Jones invece di dargli importanza. Il Presidente ha risposto che ha dovuto occuparsi «dell’individuo giù in Florida» – non ha voluto dargli la dignità del nome – per evitare gravi conseguenze contro cittadini e militari americani, che non poteva fare altrimenti.

Così siamo tutti prigionieri di questo «reality show», come lo ha chiamato il direttore del New York Times Bill Keller, che finisce per dettare gli umori globali e farsi guidare da questi.
Ma non c’è proprio nessuna via d’uscita da questa degenerazione della società dell’immagine che è capace di mettere tutto sullo stesso piano, di enfatizzare un particolare fino a farlo diventare un fenomeno universale, che regala ai cretini di ogni sorta il loro minuto di celebrità planetaria?

Qualche cosa si potrebbe fare: una strada esiste, ma non passa dalla censura o dal silenzio, passa invece dallo sforzo di restituire a ogni immagine i suoi veri contorni, di rimetterla a posto nel suo contesto. Bisogna fare più giornalismo, non arrendersi alla valanga di immagini artefatte o di slogan a effetto.

Tutti i giornali del mondo hanno parlato della «Moschea a Ground Zero» e molti nel mondo si sono indignati, forse l’effetto sarebbe stato diverso se tutti avessero scritto che la sala di preghiera dovrebbe nascere a tre isolati dal luogo dove sorgevano le Torri Gemelle o che a quattro isolati già esiste da anni un’altra moschea (di cui nessuno si è mai sognato di chiedere la chiusura).

Fare giornalismo di qualità per cercare di abbassare la febbre del sensazionalismo significa andare a cercare dati e statistiche per dare il giusto peso alle nostre preoccupazioni, che si tratti del numero di crimini, di immigrati illegali, di malati di influenza suina o di moschee con minareto (in Germania ce ne sono 206, in Italia 3). Significa dare voce a chi ha titolo per parlare e non solo a chi garantisce di fare più rumore o più spettacolo.

Fare giornalismo così è faticoso, ma è l’unica strada che abbiamo per salvarci dall’invasione del falso, del verosimile, per cercare di capire qualcosa in questo caos globale.
Anche la politica e la società civile però potrebbero fare qualcosa per restituire ai gesti e alle parole il loro giusto peso: al delirio del reverendo Jones dovrebbero rispondere cento reverendi che pregano insieme a rabbini e muftì davanti a quello che era Ground Zero. L’immagine avrebbe una forza emozionale ed evocativa superiore e questa volta sarebbe l’erba buona a scacciare quella cattiva.

È davvero così difficile immaginare di non arrendersi e decidere che la nostra esistenza non può essere presa in ostaggio dall’ultima immagine che passa davanti ai nostri occhi?

La Stampa 11.09.10

«Le riforme fantasma», di Sergio Rizzo

Ricordiamo il contesto. La bufera sui Grandi Eventi affidati alla Protezione civile era da poco iniziata. I giudici di Firenze avevano scoperto gli affari della «cricca», squarciando il velo su una nuova trama del malaffare, impressionante per il numero e il calibro dei personaggi coinvolti: alti funzionari pubblici, imprenditori, politici, magistrati. Mentre la Corte dei Conti denunciava che il cancro della corruzione, mai sconfitto in questo Paese, ci costa ogni anno 60 miliardi di euro. Comprensibilmente scosso, il Palazzo sembrò reagire. Il primo marzo di quest’anno il Consiglio dei ministri approvò una legge che conteneva disposizioni senza precedenti: l’ineleggibilità degli amministratori corrotti, tanto per citarne una. E il giorno dopo questo giornale gliene diede atto. Senza però sospettare che quel provvedimento anticorruzione, com’è invece accaduto, sarebbe finito nel dimenticatoio. Fermo in Senato da più di sei mesi, in compagnia, purtroppo, di tante altre leggi. Leggi importanti, che stanno però diventando altrettanti fantasmi nel disinteresse di una maggioranza paralizzata a causa di uno scontro interno condito da miasmi e veleni.

Qualcuno ha forse visto la famosa «legge sulla concorrenza », quella che dovrebbe essere fatta ogni anno (l’ha deciso questo governo) con lo scopo di rimediare alle storture del mercato denunciate dall’Antitrust? Doveva essere pronta prima dell’estate e ancora non se ne ha notizia. Del resto non c’è neppure chi dovrebbe firmarla: l’incarico di ministro dello Sviluppo economico è vacante dal 4 maggio. Per non parlare di altre cosette, come la riforma della professione forense, approvata dalla Camera e abbandonata quattro mesi fa in Senato. Oppure della legge che dovrebbe dare un colpo ulteriore all’usura, smarrita a Montecitorio dopo aver avuto il via libera di Palazzo Madama nell’aprile 2009. O ancora la riforma delle banche popolari, il cosiddetto «pacchetto professioni », l’«istituzionalizzazione » del 5 per mille dell’Irpef, la nuova normativa delle fondazioni… Si è perfino arenata la legge sugli indennizzi alle imprese italiane espropriate dal regime libico del colonnello Gheddafi, così amico del nostro presidente del Consiglio. L’inerzia politica è arrivata al punto di non riuscire a far decollare provvedimenti già approvati, ma che per essere attuati hanno bisogno di un decreto ministeriale o di un regolamento.

La legge che consente di mettere il marchio made in Italy soltanto sui prodotti fatti prevalentemente in Italia, per esempio: le norme per metterle in moto erano attese entro il 23 agosto. Termine trascorso inutilmente. Stesso destino ha avuto la riforma delle Camere di commercio. Il rilancio dell’energia nucleare aspetta invece, da molti mesi, la nomina dell’Agenzia per la sicurezza. Si potrebbe andare avanti con il riordino della Sace, la riorganizzazione dell’Enea, la delega governativa per l’intervento nelle crisi aziendali (di cui si sono perse le tracce nell’ottobre 2009). E qualche volta, per trasformare le leggi in fantasmi, basta soltanto ignorarle. Come è accaduto alle norme (le ennesime) sullo sportello unico per le imprese: approvate dal Parlamento il 22 giugno, non sono ancora apparse sulla Gazzetta Ufficiale. Che questa sia la nuova via della semplificazione normativa, al posto della pira del ministro Roberto Calderoli?

Da www.corriere.it

«Ho criticato Marchionne e la Fiat mi ha licenziato», di Rinaldo Gianola

Ieri mi è arrivata la raccomandata della Fiat con le ultime buste paga e il conteggio della liquidazione. Sono fuori. Aspetto che il Tribunale fissi l’udienza, ma anche se vincessi la causa magari la Fiat mi lascerà a casa, com’è successo con i tre operai di Melfi». Pino Capozzi, 36 anni, è nato a Moncalierimaè originario della provincia di Avellino. Nel 1969la sua famiglia si trasferì a Torino, il papà Virgilio ha lavorato per vent’anni a Mirafiori. Pino è stato licenziato dalla Fiat il 13 luglio scorso. Prima che la cappa del silenzio, prima che il conformismo di stampa e televisioni abbiano il sopravvento, è bene che si continui a parlare dei lavoratori licenziati dalla Fiat. La loro è una battaglia di civiltà e di democrazia che meriterebbe l’appoggio esplicito del mondo politico, sindacale e dell’opinione pubblica.
Pino è iscritto alla Fiom e pure al pd, dal 1994 fa politica. È stato candidato al comune di Nichelino per due volte. È magro, il volto pallido, ha un eloquio preciso, sa usare le parole, ma non è un tribuno da assemblee in fabbrica. «Mi piace stare nel sindacato, sono un tipo tranquillo. I giornali, invece, descrivono la Fiom come se fossimo un gruppo di irresponsabili». Pino è davvero una persona equilibrata, un moderato.
La sua storia come dipendente Fiat inizia il 21 luglio 2008. Ma Pino non ha mai fatto domanda per essere assunto al Lingotto, è stata la Fiat a cercarlo e a proporgli una buona paga per strapparlo a un’altra azienda. «Lavoravo alla I.de.a Institute che aveva tra i suoi clienti anche la Fiat. Ero diventato il referente per alcuni progetti del gruppo, ho seguito il «Doblò». La Fiat aveva provato tre volte ad assumermi ma avevo sempre rifiutato. L’ultima volta ho accettato perchè l’offerta era vantaggiosa. Sono stato inquadrato come impiegato professional, una volta si chiamavano quadri, nel settore cost engineering, direzione tecnica. Con me lavoravano una quarantina di colleghi, entravo dalla porta 8 di Mirafiori.
Il mio lavoro era di valutare i costi per sviluppare le auto: l’azienda ti dà un budget e devi creare il progetto, gestendo le funzioni, meccanica, carrozzeria eccetera».
In questi anni di lavoro alla Fiat, Pino non ha mai avuto problemi. Il suo capo più volte gli aveva suggerito di prendere più permessi sindacali visto che non approfittava mai della sua condizione. All’improvviso è scoppiata la bufera. Pino è stato investito dall’onda Marchionne. «Sono stato sospeso il 6 luglio 2010 per sei giorni, il 13 luglio mi hanno consegnato la lettera di licenziamento».
Cosa è successo? «Il 21 giugno mi è arrivata una mail da una collega italiana, il messaggio proveniva dalla Polonia e conteneva la solidarietà dei lavoratori della fabbrica di Tychy a quelli di Pomigliano.Ho preso il messaggio e l’ho girato ai miei colleghi, aggiungendo una mia valutazione in cui chiedevo di“sensibilizzare” i lavoratori di Pomigliano affinchè potessero votare con coscienza. Non ho scritto di votare no, non ho istigato alla rivolta, ho espresso un’opinione». E l’azienda comeha scoperto questa mail? «Uno dei miei colleghi l’ha inoltrata al mio dirigente il quale ha detto che per motivi deontologici non poteva evitare di trasmetterla all’ufficio personale.
L’azienda mi ha detto che era venuto a mancare il rapporto di fiducia, mi ha rinfacciato la parola “sensibilizzare” e di aver minato la credibilità del vertice. Insomma, un reato di lesa maestà».
Forse è stata una leggerezza usare la mail aziendale perun volantino critico con Marchionne? «Forse ho sbagliato a usare la posta interna, ma non scherziamo… lo fanno tutti, allora andrebbero licenziati migliaia di dipendenti. In quei giorni tutti abbiamo ricevuto i messaggi di altri sindacati che invitavano a sostenere
il “sì” a Pomigliano.Nonsta nè in cielo nè in terra che uno venga licenziato per quello che ho fatto io, è un attacco alla libertà di espressione, la Fiat vuole colpire la Fiom perchè è un sindacato che non sta zitto, vuole dare un segnale e ci sta riuscendo visto cosa ha fatto Federmeccanica». Solidarietà? «Quella della Fiom, naturalmente. Cisl e Uil si sono rifiutati di firmare un volantino con la Cgil a mio favore. Poi c’è stata una mezza dichiarazione di solidarietà della Fim-Cisl.Mihanno telefonato Di Pietro, Bersani. Vendola, qui a Torino, mi ha detto di “non mollare”. I deputati Boccuzzi, Esposito e Rossomando hanno presentato un’interrogazione. Ma chi mi sta più vicino è la gente normale, quelli di “Libera” di Don Ciotti. È commovente». E il sindaco Chiamparino? «L’ho incontrato. Mi ha detto che ho ragione e che posso vincere». I colleghi? «Sono spaventati. Ci sono quei quattro, cinque colleghi che mi chiamano sempre. Gli altri hanno paura, mi dispiace, ma un po’ li capisco».
E ora, Pino, cosa succede? «Aspetto il Tribunale e mi guardo attorno. Trovare un lavoro è difficile per tutti, pensa per uno di 36 anni cacciato dalla Fiat, con il controllo che impone la Fiat sulla città. Mi piacerebbe vincere la causa per gridare che non si può licenziare così in Italia nel 2010. Mi batterò fino in fondo».

da L’Unità

Ghizzoni: scelte del governo non faranno mai esaurire le graduatorie

Scuola, Pd: su precari Gelmini fa inversione a U, ma mente

“Non è passata neanche una settimana dalla conferenza stampa sulla presentazione del nuovo anno scolastico che il ministro Gelmini ha già fatto inversione ad U sui precari della scuola. Peccato che le sue aspettative, seppur rosee, non sono coerenti con le sue azioni e non faranno esaurire mai le graduatorie”. E’ severo il commento della capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni al Regolamento sulla formazione iniziale dei docenti presentato questa mattina a Palazzo Chigi dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. “Il 2 settembre – sottolinea Ghizzoni – il ministro affermava con incrollabile certezza che il Paese non avrebbe mai potuto assumere i 200.000 precari della scuola; oggi, con altrettanta certezza, il ministro ci informa che grazie ai pensionamenti basteranno 6- 7 anni per esaurire le graduatorie permanenti. Stime molto rosee, ma poco veritiere anche perché se è vero che i pensionamenti liberano posti, è altrettanto vero che se i posti vengono poi cancellati (così come é accaduto per gli 87.000 definiti nella finanziaria 2008) e non si provvede ad immettere in ruolo sui posti vacanti e disponibili (proprio come e avvenuto in questi due anni di Governo Berlusconi) le graduatorie non si esauriranno mai. E’ inoltre stupefacente la leggerezza con la quale il ministro afferma che l’ennesima riforma epocale potrà formare docenti solo secondo il fabbisogno, per evitare nuovo precariato. Come se non sapesse che tale criterio valeva anche per le Siss in cui l’accesso era a numero chiuso sulla base delle esigenze didattiche regionali. Il problema, ancora una volta, è che se il Governo non provvede a regolari immissioni in ruolo, il fabbisogno si trasforma inevitabilmente in precariato. E il ministro dovrebbe saperlo bene visto che la sua maggioranza, ministro Moratti in testa, è la principale responsabile della situazione attuale”.
Ufficio stampa Gruppo deputati Pd

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BACHELET: LA GELMINI CREA NUOVE ASPETTATIVE E NUOVO PRECARIATO

Anche dopo i mostruosi tagli della legge 133/2008 i posti vacanti e disponibili sarebbero ancora 20mila, dichiara oggi il Ministro Gelmini; ma perfino questi posti, il Ministro dimentica di dirlo, il suo Governo li coprirà, anche quest’anno, deliberatamente, con personale precario, anziché reclutare personale stabile almeno in tale modesta misura, molto inferiore a quanto previsto da Prodi e Fioroni per questo stesso anno. Parlare di lotta al precariato e stima del fabbisogno a commento di un mediocre provvedimento governativo che regolamenta la formazione iniziale degli insegnanti ma non prevede alcun reclutamento, e quindi crea con ogni probabilità nuove aspettative e nuovo precariato, apparirebbe francamente spiritoso se non ci fosse, sullo sfondo, la tragedia dei precari meritevoli che restano per strada e della scuola pubblica che muore dissanguata.

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SCUOLA: BASTICO (PD), “ATTEGGIAMENTO GELMINI ANTI ISTITUZIONALE”. “LE SUE SCELTE AUMENTANO IL PRECARIATO”

Dichiarazione della senatrice del Pd Mariangela Bastico
“Un atteggiamento profondamente antiistituzionale quello del ministro Gelmini: il Governo è chiamato a risolvere i problemi dell’oggi, indipendentemente dalle cause che li hanno determinati”. Lo dichiara la senatrice del Pd Mariangela Bastico che precisa: ” E’ vero che il precariato non nasce oggi, ma il Governo non fa nulla per risolverlo, anzi lo sta aggravando; ed è assai curioso che il Ministro evochi il passato come l’età del male, dimenticando che nella seconda Repubblica per la maggioranza degli anni ha governato Berlusconi”. Bastico fa poi presente che “le nuove modalità di formazione che il Ministro ha illustrato oggi in Conferenza stampa, costituiscono un ulteriore aggravamento del precariato. Infatti, la strada maestra è e rimane quella della stabilizzazione dei 150 mila precari in tre anni come previsto dalla Finanziaria 2007. Inoltre, è necessario riattivare i concorsi per le graduatorie esaurite e definite le nuove norme per la formazione iniziale dei docenti collegandole con le modalità di reclutamento”. “E’ proprio quello – sottolinea la parlamentare del Pd – che il Ministro non ha fatto, stabilendo che occorrono una laurea quinquennale e un anno di tirocinio per insegnare; e come saranno assunti i docenti? Il Ministro apre una autostrada per un nuovo precariato”.

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SCUOLA: GELMINI, ECCO LE NUOVE REGOLE PER DIVENTARE INSEGNANTI =
(ASCA) – Roma, 10 set – Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica, attivazione dell’insegnamento solo in base alla necessita’ per evitare il precariato, piu’ inglese e competenze tecnologiche: cambia radicalmente la formazione iniziale degli insegnanti. Il Ministro Gelmini ha infatti firmato il Regolamento sulla formazione iniziale dei docenti per passare, ha detto oggi illustrando il prpvvedimento a Palazzo Chigi, ”dal sapere al sapere insegnare”.
Le nuove norme si sviluppano, in particolare, su quattro grandi direttrici: il Tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col ”mestiere” di insegnante, perche’ insegnare non puo’ essere solo teoria ma anche pratica; il numero di nuovi docenti sara’ deciso in base al fabbisogno. Fine dell’accesso illimitato alla professione che creava il precariato; con la fine del precariato sara’ consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.
Previste poi Lauree specifiche per ciascuna classe di abilitazione. Piu’ inglese (necessaria la certificazione B2 in lingua inglese per abilitarsi) e nuove tecnologie, migliore preparazione per l’integrazione dei disabili.
”Oggi inseriamo un nuovo tassello nella riforma destinata a cambiare il nostro sistema scolastico – ha affermato il ministro – un tassello fondamentale, perche’ riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avra’ in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie SSIS un percorso di lauree magistrali specifiche e un anno di tirocinio coprogettato da scuole e universita’, concentrato nel passaggio dal sapere al saper insegnare”.
Il regolamento e’ il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui e’ seguita un’azione di confronto con il mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica. L’obiettivo dei nuovi percorsi e’ garantire una piu’ equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio formativo attivo, direttamente a contatto con le scuole.
Chiudono le SSIS (Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario)per le secondarie di primo e secondo grado e al loro posto si da’ vita al Tirocinio Formativo Attivo della durata di un anno, terreno di incontro tra scuola e universita’. Durante il Tirocinio sara’ dedicato ampio spazio all’approfondimento della didattica con esperienze sul campo che facilitino il passaggio dal sapere al sapere insegnare.
In questo Regolamento – spiega il Ministero – e’ stato dato pieno riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni del personale docente, e si inizia a prevedere la possibilita’ di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove e’ in atto la sperimentazione dell’obbligo formativo e nei Centri per l’istruzione degli adulti.
Inoltre gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate che ospiteranno i tirocini sulla base di appositi criteri stabiliti dal Ministero, evidenziandone buone prassi e specificita’. Gli USR avranno anche funzione di controllo e di verifica sui Tirocini. Sino alla costituzione degli albi, le Universita’ scelgono liberamente le scuole, di concerto con gli USR che mantengono compiti di vigilanza.
Il consiglio di corso di tirocinio, che prevede la presenza di scuola e universita’, ha compiti di coordinamento e di progettazione e rappresenta il terreno di incontro e di raccordo tra le due realta’.
Le commissioni di abilitazione prevedono un equilibrio tra scuola e universita’ e un peso determinante del tirocinio e della prova didattica sul voto di abilitazione.
L’anno di tirocinio prevede forme di interazione e coprogettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei. E’ stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe.

SCUOLA:GELMINI,IN 6-7 ANNI ATTUALI 220.000 PRECARI ASSORBITI
(ANSA) – ROMA, 10 SET – ”E’ difficile fare previsioni esatte, ma secondo stime del ministero nei prossimi anni ci saranno tanti prepensionamenti e dunque nell’arco di sei, sette anni, c’e’ la ragionevole certezza che gli attuali 220.000 precari potranno essere assorbiti dal sistema di istruzione”.
Lo ha affermato il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi per presentare il nuovo regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti.
”Questo agevolera’ la condizione dei nuovi insegnanti che si formeranno con il nuovo sistema”, aggiungendo che dal 2011 le nuove lauree partiranno in base a un sistema di programmazione
del fabbisogno. (ANSA).