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"Berlusconi al Gran Bazar Montecitorio "caccia" ai deputati Udc e agli indecisi", di Carmelo Lo Papa

Traffici in corso al Gran Bazar Montecitorio. «Non è che si fa compravendita di parlamentari. È che ci sono molti delusi…». Il coordinatore Pdl Denis Verdini la mette così, quando a sera può pavoneggiarsi soddisfatto dell´operazione che considera quasi in porto. Poche ore prima, anche il premier Berlusconi aveva rassicurato i ministri incontrati a Palazzo Grazioli prima di partire per la missione russa: «Abbiamo i numeri, possiamo andare avanti».
E i numeri (e i nomi) della «pesca» sono quelli che gli hanno sussurrato in giornata il capogruppo Pdl Cicchitto e il repubblicano Nucara.
Il gruppone di «responsabilità nazionale», o dei «cani sciolti», o degli «ascari» al quale i due hanno lavorato più di altri è quasi al traguardo. Quasi tutta gente eletta nel centrodestra (ma non pidiellini), che si appresta a formare la nuova squadra, giurare fedeltà al governo e garantire il prosieguo della legislatura.
Lunedì, Francesco Nucara, accompagnato da Francesco Pionati, andrà a relazionare ad Arcore sulla «raccolta». Fino a ieri sera, il pallottoliere di Palazzo Grazioli viaggiava ottimisticamente tra le 12 e le 15 adesioni. Ma i lavori sono ancora in corso. Più che un cuscinetto, una sorta di «calamita», che nelle intenzioni del Cavaliere dovrebbe trasformarsi in polo di attrazione per finiani e centristi delusi dai loro leader. I deputati mancanti per raggiungere i venti necessari a formare il gruppo li presterebbe il Pdl. Entro il 20 la formalizzazione, giusto qualche giorno prima del discorso in aula del premier.
Se tutto andasse secondo gli auspici di Berlusconi, a votare la fiducia sarebbero ben più dei 316 voti minimi necessari alla maggioranza. Perché ai 296 di Pdl e Lega (senza i finiani), si aggiungerebbe questo drappello di 12-15, i 5 dell´Mpa di Lombardo che hanno già dato la loro disponibilità a votare i cinque punti pur non aderendo al gruppo di «responsabilità». E infine i 34 di Futuro e libertà, i quali la fiducia comunque l´approvano. Ecco perché in serata, da Gubbio, i big pidiellini gongolano, da Verdini a Brunetta: «Magari il 28 settembre arriverà una bellissima sorpresa, più voti che la fiducia il giorno dell´insediamento di Berlusconi». Quel che è certo, per ora, è che le trattative di questo “calciomercato” fuori stagione alla Camera sono serrate e ancora in corso.
Qualcuna chiusa, per la verità. I cinque deputati di NoiSud di Adriana Poli Bortone hanno già detto sì al nuovo gruppo. Arturo Iannacone, Elio Belcastro, Antonio Gaglione, Antonio Milo, Luciano Sardelli. «Apprezziamo la scelta di Berlusconi di non tornare al voto e la sosterremo in aula, siamo anche per le dimissioni di Fini» dice chiaro Iannacone. Più cauti, ma in trattativa, i tre Libdem Italo Tanoni, Daniela Melchiorre e Maurizio Grassano. «A giorni riuniremo la direzione e valuteremo, intanto se votare o meno la fiducia, del gruppo non ne abbiamo ancora parlato» frena Tanoni. Anche perché a Palazzo Chigi ora si è aperta un´altra partita, per cercare di soddisfare chi, tra le new entry, non si accontenta della ricandidatura «certa» e punta a uno strapuntino al governo. E sembra che la Melchiorre i suoi desiderata li abbia già avanzati. Al repubblicano Nucara, che dell´operazione è un po´ il regista, è stata prospettata la casacca da capogruppo o quella da viceministro, per esempio. Costi preventivati. «Speriamo che il gruppo emerga, occorre rendere più forte il governo» è la realpolitik di Fabrizio Cicchitto. «Passaggio necessario per favorire chi vuol fare una scelta di campo, votare i cinque punti» spiega il vicecapogruppo Pdl Osvaldo Napoli.
E allora ecco Francesco Pionati, iscritto al gruppo Repubblicani-Popolari. «Non ho dubbi, sostengo l´iniziativa, il gruppo e il governo. Dubito invece sull´esito: se Berlusconi deve tirare a campare, meglio andare al voto». Ma il colpo grosso gli uomini del Cavaliere lo tentano cercando di sfilare un paio di deputati a Casini. Il quale ieri sera infatti era furente, al Tg1: «Responsabilità nazionale? Non vorrei fosse area del trasformismo, cancro della democrazia». Il fatto è che le trattative sono state aperte con il siciliano Giuseppe Drago, con il campano Michele Pisacane (la cui moglie eletta con l´Udc al consiglio regionale ha da poco lasciato il gruppo), col calabrese Mario Tassone e col pugliese Lorenzo Ria. Con gli ultimi due facendo leva sul rischio rielezione dopo gli ultimi ingressi nel partito. Ma anche su Salvatore Cuffaro (ma al Senato) e Calogero Mannino. Le incursioni in casa rutelliana sono al momento top secret, ma ci sono. Due le indiziate nel neonato Fli finiano. Catia Polidori e Souad Sbai, appena rientrate dal pellegrinaggio in Russia. «Nuovo gruppo? Un altro? Sono appena sbarcata, non so» dice la Sbai in serata. Poi c´è una discreta lista di chi ha risposto no grazie. «Mi hanno chiamato, ma io resto all´opposizione, noi del Movimento autonomo degli italiani all´estero non ci vendiamo» racconta orgoglioso Ricardo Merlo, eletto in Argentina. Ci hanno provato pure col dipietrista eletto in svizzera Antonio Razzi: «Sono coerente con le mie idee, gli ho detto, resto responsabile dell´Idv all´estero». Per ora solo tentato dal votare alcuni punti Siegfried Brugger dell´Svp.

La Repubblica 10.09.10

Scuola: notizie dai territori

“Inizia la scuola, provveditorato occupato”, di Elfrida Ragazzo
Il suono della prima campanella e i fischi del sindacato. Comincerà così lunedì il nuovo anno scolastico a Vicenza. Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda si ricompattano per protestare contro «una scuola che non va». Lo faranno con un’occupazione simbolica del provveditorato di Vicenza e con la denuncia pubblica di quanto sta accadendo.

«I tagli voluti dal ministero dell’Istruzione prima di tutto», spiega Tina Cupani, segretaria provinciale della Cisl scuola. «Nel Vicentino quest’anno saranno 135 alle superiori, 132 alle elementari e 35 alle medie per quanto riguarda i docenti e 166 per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario». Una sforbiciata che si va ad aggiungere al caos delle nomine dei precari.
Appena qualche giorno fa i supplenti di diritto delle superiori, infatti, si sono travestiti da fantasmi davanti al provveditorato per denunciare «cattedre fantasma». E, più in generale, la protesta intende far capire che «come sindacati siamo vicini ai lavoratori e pronti a sostenerli». All’occupazione simbolica Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda invitano insegnanti precari e in ruolo e tutti quelli che nel primo giorno del nuovo anno scolastico vogliono far sentire la propria voce. «Dalle prime reazioni che abbiamo – commenta Cupani – la situazione sembra essere molto pesante. Più si riduce il personale, infatti, più si perde la continuità nelle classi, si fanno orari diversi, c’è uno spezzettamento». A questo si aggiungono le classi che scoppiano, con aule che arrivano a contenere ogni mattina trenta ragazzi, la riforma delle superiori e il mal di pancia dei precari storici.

L’appuntamento dei sindacati uniti (dopo che l’anno scorso c’era stata una frattura tra Cgil da una parte e Cisl, Uil e Snals dall’altra) è per lunedì in borgo Scroffa a Vicenza, dalle 11 alle 13. Oggi, intanto, va in scena la seconda convocazione per le nomine dei precari.
Corriere/Vicenza 10.09.10

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“Il volto dei precari!”, du Susanna Cenni/deputata PD
Precari. Termine molto usato, termine non bellissimo che tende alla genericità. Precari in sciopero della fame, precari che fanno i picchetti, precari che si coordinano. Questo Governo li considera dei numeri, dei costi, addirittura degli assistiti, dei parassiti che esistono ‘per colpa dei precedenti governi’. Un problema da rimuovere quindi, da cancellare. Il Ministro Gelmini non li vuole incontrare poiché si prestano ‘a strumentalizzazioni politiche’. Consiglio a tutti, al Ministro per prima, di provare a coniugare quella parola, dargli volto, gambe, braccia, testa. Perché dietro ai numeri che lei cita ci sono persone in carne e ossa. Martedì mattina per me è stato un momento importante. Fuori dall’aula dell’Istituto Sarrocchi di Siena, dove con un meccanismo poco adatto ad un Paese civile venivano assegnate o negate le cattedre ai precari delle scuole della provincia, ho incontrato tanti uomini e donne lì in attesa di conoscere il loro destino per l’anno scolastico. Giovani fra i 25 e i 40 anni, volti accaldati, bimbi in braccio o nel passeggino. Uomini e donne, intellettuali di questo Paese, iperformati, specializzati, che per lo più hanno scelto di insegnare, che per lo più amano insegnare e considerano questa professione una missione, utile a costruire un’Italia migliore. Eccoli, i cosidetti “precari”. Qualcuno, dopo 10-15 anni di insegnamento, quest’anno non lavorerà. Qualcuno, che da quest’anno sarà alle prese con classi di 30 alunni e oltre, è preoccupato per la qualità del proprio lavoro. C’è chi mi ha consegnato un interessante approfondimento sull’attività di sostegno nella scuola Italiana. C’è chi ha redatto tabelle elaborate e precise sui risultati dei governi di centro- destra e di centro-sinistra (la Gelmini è riuscita a surclassare anche la Moratti, ovviamente in negativo). Anna, Federico, Paola, Giovanni, gli altri, le altre. Volti puliti, occhi lucidi e angoscia nella pancia di fronte alla consapevolezza di un anno senza lavoro, mancanza di speranza. Il mutuo, il bambino, l’anno prossimo, il futuro. Noi non possiamo che stare con loro, e non solo perché siamo forza di opposizione,ma perché la controriforma Gelmini renderà la nostra scuola peggiore,menoin grado di formare i cittadini di domani. Dobbiamo stare con loro perché è anche con loro che riusciremo a cambiare questo Paese allo sbando. Io voglio ringraziarli per il tempo che mi hanno dedicato, per avermi consegnato unpo’ della loro speranza, e promettere loro che non saranno lasciati soli. Noi crediamo in una Italia e in una scuola diversa, noi la vogliamo e la nostra battaglia sarà comune
L’Unità/Firenze 10.09.10

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“I tagli di insegnanti e non docenti:la Cgil invita a ribellarsi genitori e studenti”, di FEDERICA LUPINO

Affilatura del corpo docente. Limatura del personale Ata. Pigiatura degli studenti nelle aule. Sono le tre mosse dell’arte del taglio applicate alla scuola. Se stessimo giocando a morra cinese, potremmo dire che contro le forbici della Gelmini, la Cgil è comunque pronta a usare il sasso: «Avvieremo uno sciopero a oltranza, che assuma però una forma alternativa: un’ora di astensione a inizio turno ogni quindici giorni. Quindi assemblee in tutte le scuole e manifestazioni a livello locale e nazionale». E’ la strategia messa in campo dalla Flc-Cgil, col segretario, Giuseppe Di Russo, che chiama alla mobilitazione generale: «Sindaci e genitori devono ribellarsi. Se non lo faranno, il prossimo anno si troveranno di fronte a una scuola pubblica svuotata. Perché il peggio ancora deve arrivare».
Chi l’ha decisa e attuata l’ha chiamata riorganizzazione. Per la Cgil, si tratta piuttosto di uno smantellamento. «Se prendiamo i numeri degli organici scolastici al 2008 (ultimo anno prima della riforma Gelmini, ndr), verifichiamo – dice Di Russo – l’impatto dei tagli su docenti e Ata: in due anni, abbiamo perso circa 400 precari. Professionisti che, dopo anni di incarichi, si sono trovati a casa».
La Cgil ha confrontato per ogni ordine i numeri del personale. Ebbene, se nel 2008 nella scuola dell’infanzia c’erano 532 maestri, oggi ne sono rimasti 526 (-11). Alla primaria si è passati da 1.124 a 1.018 (-106). Riduzioni anche nella scuola secondaria di primo grado, dove su 785 insegnanti di due anni fa, se ne sono salvati 728 (-57). Stessa situazione alle secondarie di secondo grado: su una platea di 1.066 professori, ne sono rimasti in sella 961 (-105). Identico quadro di lacrime e sangue quello in cui sono finiti bidelli, personale amministrativo e collaboratori: l’incarico che nel 2008 era stato dato a 320 unità, quest’anno l’hanno ricevuto solo in 170, con un taglio che sfiora il 50%.
Ebbene, magari qualcuno penserà che al contempo, se l’offerta è diminuita, altrettanto sarà accaduto alla domanda. Così, però, non è: il numero totale degli alunni dal 2008 a oggi è rimasto pressoché invariato. Lunedì sui banchi del Viterbese troveremo seduti 39.822 studenti, così suddivisi: 7.143 nella scuola dell’infanzia, 12.210 alla primaria, 8.090 alle medie e 12.379 alle superiori. Per un totale di 3.233 docenti e 1.101 Ata.
La bilancia è saltata. «Basta leggere i dati – commenta Di Russo – per verificare come esista un oggettivo disequilibrio all’interno delle scuole, con classi sempre più sovraffollate, che arrivano a superare i 28 alunni». Ma c’è di più: di fronte a una tale (dis)organizzazione, secondo il sindacalista all’interno degli istituti regna una grande confusione: «Anche garantire normali servizi come il tempo pieno richiede un’abilità sovrannaturale». Accade così che all’istituto comprensivo di Ronciglione i genitori si siano ribellati perché il tempo prolungato non era garantito a tutti. Così si è ricorsi alle ore residue degli insegnanti: gli spezzoni prima usati per approfondimenti e recuperi, ora sono sfruttati per garantire lo svolgimento canonico delle lezioni. Ancora peggio a Tuscania, dove addirittura si era paventato il ricorso al sorteggio tra i bambini, visto che i posti per il tempo pieno erano troppo pochi per accontentarli. Qualcuno poi avrebbe rinunciato, e la lotteria è stata rimandata.
Il Messaggero 10.09.10

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Scuola, Cgil: “Da ottobre nel Lazio sciopero di un’ora ogni 15 giorni”

Uno “sciopero alternato di un’ora nella scuola che inizierà ad ottobre e durerà per tutto l’anno”. Ad annunciarlo il segretario generale della Flc Cgil di Roma e Lazio, Augusto Alonzi, in occasione di un’assemblea cittadina sulla scuola che si è svolta alle Terme di Caracalla.
“Faremo un’ora di sciopero ogni quindici giorni – ha spiegato Alonzi – al fine di durare nel tempo e non incidere sempre sugli stessi studenti”.
“Dopo una prima ondata di iniziative – gli ha fatto eco il segretario generale della Cgil Roma e Lazio, Claudio Di Berardino – a metà ottobre faremo una verifica con studenti, genitori e insegnanti del territorio per valutare insieme le prossime mosse. Per non mollare su un tema che, oltre alla questione dei precari e alla qualità della formativa, attiene alle politiche di sviluppo del nostro Paese e della nostra regione. Le testimonianze emerse oggi dall’assemblea cittadina dimostrano che gli effetti della riforma Gelmini si stanno facendo sentire e stanno intaccando sulla vita delle persone”.

La Repubblica/Roma 10.09.10

"Dalle auto blu alla Parentopoli il Carroccio scopre il virus del potere", di Filippo Ceccarelli

Ma dopo tante storie e dopo tante chiacchiere, dall´ampolla dell´acqua santa ai 109 allevatori che non vogliono pagare le multe, dalle ronde con i cani feroci ai giretti in autoblù, ecco, non sarà che nel frattempo i leghisti sono diventati come tutti gli altri?
Rapida trasformazione, davvero, il potere fa di questi scherzi. L´altro giorno è venuto fuori che nella giunta di Cota, che doveva passare come la grande moralizzatrice del costume in Piemonte, c´è già un bel viavai di parenti a contratto: assistenti, consulenti e collaboratori di belle speranze pure incrociati secondo le logiche dello scambismo istituzionale, cioè la moglie dell´assessore che lavora con l´altro assessore, la cui compagna risulta nello staff del primo e così via, secondo un complesso sistema inaugurato dagli europarlamentari dc a Strasburgo nei primi anni ottanta.
Sono cose che succedono: ma in Italia, altro che Padania! Appena eletto, il presidente del Consiglio del Friuli Ballaman proclamò che per abbattere i costi della politica avrebbe rinunciato alla macchina di servizio. Bene, il mese scorso s´è scoperto che la utilizzava con tale intensità da mandare addirittura a prendere la nonna e lo zio della fidanzata (poi moglie) all´aeroporto. Quando Ballaman si è dimesso, anche dalla Lega, era però troppo tardi.
Anche in Emilia, terra di sfondamento, i padani non solo scivolano pure loro sulle autoblù, ma beccano anche un sacco di contravvenzioni. Una settantina. Così l´onorevole Alessandri, reggiano, presidente della Commissione ambiente, ne ha messe parecchie in conto al partito, per giunta spiegando che gli eccessi di velocità e i divieti di transito si giustificavano per «spostamenti istituzionali urgenti». E anche qui c´è da notare che i notabili dc di una volta avevano più orgoglio e fantasia, vedi l´indimenticabile Gaspari che accusato di affollata trasferta in Scandinavia disse che lassù «si mangiava anche male».
E gli appetiti delle banche, i conticini correnti ministeriali nella Popolare di Lodi, a suo tempo chiamata a coprire i buchi dell´alacre cialtroneria imprenditoriale leghista perdutasi appresso a villaggi vacanze falliti, casinò mai aperti, sale Bingo chiuse, Credieuronord andata a gambe per aria. Hai voglia con gli spadoni, gli elmi celtici e i figuranti vestiti da crociati, il potere è una malattia che dà alla testa. E´ ingiusto e sbagliato generalizzare, ma in Lombardia c´è un consigliere che aveva fatto amicizia con le persone sbagliate, mafiosi, e dalle parti di Vicenza un assessore alla Sicurezza ha avuto guai per sfruttamento della prostituzione.
Il paesaggio leghista appare sempre famigliare: all´italiana. Familismi, esibizionismi, piaggerie e civetterie da nuovi potenti, la blindatura elettorale del principino Trota, subito dotato di aspirante starlette e amicizia con il presentatore Merola; il premio «Zoccolo d´asino» per celebrare l´eroica ostinazione di Calderoli; i concerti di beneficenza e le Mille miglia in costume per Maroni (come Prandini, a suo tempo, e poi Cesarone Salvi); gli aerei dell´Aeroclub dedicati ai ministri del Nord, i finanziamenti per la scuola padana della signora Bossi, la laurea honoris causa, la coppa veneziana dei re e il quadro di Pontida (20 mila euri) per l´Umberto; i magheggi a Miss Italia e la ricca fiction sul frate che ha fermato i turchi. Pure la festa romana per le vacanze, a villa Aurelia, dove si sposano quelli del «generone». Ed è come un virus che si fa sempre più strada.

La Repubblica 10.09.10

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“Ma la Lega è ancora federalista?”, di LUCA RICOLFI

E’ un po’ che me lo chiedo: la Lega è davvero interessata al federalismo?
I primi dubbi li ebbi un paio di anni fa, quando venne varata la legge sui servizi pubblici locali. Da un partito che vuole eliminare gli sprechi e le inefficienze nella pubblica amministrazione mi aspettavo scelte assai più radicali in materia di concorrenza, e invece la Lega frenò lasciando passare una legge piuttosto timida. Un parlamentare lombardo della Lega mi spiegò poi perché: è vero che facendo gare aperte si possono ottenere tariffe più basse per i cittadini, ma il rischio era che gli appalti li prendessero aziende straniere, con tanti saluti alle ditte e dittarelle locali. Per questo la Lega scelse di frenare.

Poi, quando si cominciò a parlare di manovra e di sacrifici, e qualcuno propose di abolire le «Province inutili» (uno degli impegni del centrodestra in campagna elettorale), fu di nuovo la Lega a frenare.

Se la proposta fosse passata, sarebbero state soppresse anche alcune Province del Nord, con tanti saluti alle poltrone di un buon numero di amministratori leghisti. Di qui lo stop: il provvedimento venne stralciato e messo in un binario morto.

Un altro dubbio mi venne la primavera scorsa, quando la sacrosanta protesta dei sindaci del Nord contro i vincoli del patto di stabilità ebbe ad incontrare la sorda ostilità dei dirigenti nazionali del Carroccio. Ma il dubbio più grande lo ebbi in occasione della recente manovra estiva, fondamentalmente basata su tagli «lineari» (eguali per tutti) a Regioni, Province e Comuni. Da un partito federalista mi sarei aspettato una dura battaglia per distribuire i tagli in modo da premiare i territori virtuosi e punire quelli spreconi, se non altro perché per un’amministrazione che ha già tagliato è molto più difficile continuare a farlo. Invece, nonostante qualche timido tentativo del governatore del Piemonte Roberto Cota, la Lega si defilò, lasciando passare un maxi-emendamento che permetterà ancora una volta di rimandare un intervento incisivo e selettivo sugli sprechi.

Negli ultimi giorni però i miei dubbi e le mie perplessità stanno diventando delle quasi-certezze. C’è una crisi di governo, l’eventualità di andare alle urne già in autunno è molto concreta. Contrariamente a quanto affermano diversi esponenti della Lega, il federalismo non è affatto al sicuro. Non tanto perché diversi decreti delegati devono ancora essere emanati, ma perché anche i decreti delegati sono impostati senza numeri, sono scatole vuote che indicano alcuni meccanismi e soggetti che dovranno attuare il federalismo, ma lasciano del tutto aperti i due punti centrali: quanto dovranno risparmiare le varie amministrazioni, quanta evasione fiscale andrà recuperata in ogni territorio. Detto brutalmente, i decreti delegati sono a loro volta più somiglianti a ulteriori leggi-delega che a norme dotate di un contenuto macroeconomico preciso e vincolante. E dal momento che la base tecnico-statistica per attuare il federalismo fiscale non esiste ancora (né potrebbe essere diversamente, perché una classe politica irresponsabile ha passato quindici anni a discutere di principi, e quasi nulla ha fatto per renderli concretamente attuabili), ci vorranno ancora almeno un paio di anni per far partire il federalismo e per cominciare a capire come esso verrà effettivamente attuato.

Ebbene, in questa situazione la Lega non si preoccupa di attuare il federalismo, ma di tornare al voto al più presto. E racconta ai suoi ingenui elettori che il federalismo è al sicuro, è «in cassaforte», perché nelle prossime settimane verranno approvati gli ultimi decreti delegati. Non è così. I decreti delegati, anche se riuscisse il miracolo di approvarli tutti prima dello scioglimento delle Camere, saranno inevitabilmente semi-vuoti, nel senso che toccherà ai prossimi esecutivi riempirli di contenuti, sempre ammesso che i prossimi governi vogliano insistere su una riforma già abortita tre volte. Ma nulla assicura che i nuovi equilibri parlamentari che usciranno dal voto saranno più favorevoli al federalismo di quelli attuali, e anzi molti indizi fanno pensare il contrario. Lo scenario più probabile prevede che Pdl e Lega conquistino il premio di maggioranza alla Camera, ma al Senato siano costretti a stringere alleanze con una parte della sinistra (Pd?) o con una parte del Terzo polo (Udc?).

Di qui il mio mega-dubbio: se il voto mette a repentaglio il federalismo, perché la Lega vuole le elezioni a tutti i costi, fino al punto di minacciare di far cadere il governo?
La risposta è semplice: perché nel gioco attuale della politica la situazione della Lega è win-win: la Lega vince comunque, perché se ci sarà una maggioranza Pdl-Lega anche in Senato Berlusconi e Bossi torneranno da trionfatori al governo, mentre se tale maggioranza non ci sarà la Lega potrà consolarsi con un aumento spettacolare del suo numero di seggi parlamentari, per lo più strappati al Pdl e al Pd del Nord. In breve il rischio del voto è enorme per Berlusconi, che comunque perderebbe seggi in Parlamento, e minimo per Bossi, che rischia «solo» di perdere il federalismo, nel caso fosse impossibile continuare con l’alleanza attuale.

Ma perché la Lega non teme di perdere il federalismo, proprio ora che è a un passo dalla meta?

L’unica risposta non ideologica che vedo è che per la Lega, ormai, il federalismo è diventato meno importante dell’allargamento della sua presenza nella pubblica amministrazione, dai Comuni alle Province, dalle Regioni al Parlamento, quella stessa amministrazione che la Lega delle origini voleva bonificare, e che ora sembra lentamente ma inesorabilmente trasformarsi in un terreno di pascolo, come accade a qualsiasi normale apparato di partito. Il federalismo all’inizio era prevalentemente un fine, ora sta diventando un mezzo, uno strumento di propaganda. Non dobbiamo stupircene, perché succede in tutti i partiti, e la Lega non fa eccezione. La notizia è solo che, crescendo, la Lega sta diventando un partito come gli altri. Un vero peccato, perché il federalismo è (era?) una buona meta, e sono ancora tantissimi i politici e gli amministratori che – nella Lega come negli altri partiti – fanno il loro dovere con serietà e con passione.

La Stampa 10.09.10

"Cara ministra, io maestro le dico che….", di Arturo Ghinelli

Egregia Ministra Mariastella Gelmini, noi maestri fino ad oggi abbiamo creduto che aumentare la quantità volesse dire aumentare la qualità della scuola e invece no Lei ci ha spiegato più volte che è esattamente il contrario: la qualità aumenta soltanto diminuendo la quantità. Meno ore, meno insegnanti uguale più qualità. Ebbene mi permetto di darLe un consiglio: per diffondere questa sua intuizione segua l’indicazione della Moratti della personalizzazione, ed essendo diventata mamma da poco, scriva alle mamme per farle partecipi. Scriva, ad esempio, alla mamma di G., un mio alunno affetto da autismo, per informarla che, già dal prossimo anno, ci sarà il blocco delle insegnanti d’appoggio statali,che anche il Comune avrà difficoltà a continuare a garantire il Personale Educativo Assistenziale e che il collaboratore scolastico che lo seguiva durante la mensa non ci sarà più perché sarà licenziato, ma che questo non intaccherà il servizio scolastico, anzi ne aumenterà la qualità. Scriva alla mamma di Hilal che, quando ha chiesto alla prof di lettere un corso di recupero in italiano, si è sentita rispondere: «Ma non è micca un handicappato! Non posso chiedere un insegnante in più per lui!». E infatti l’ha bocciato in prima media. Scriva comunque alla mamma di Hilal per renderla cosciente del fatto che sono già diminuite le ore di italiano, ma la qualità della scuola è aumentata. Non Le assicuro che queste Mamme Le saranno riconoscenti e devote, ma cosa vuole viviamo in un mondo che ha espulso dal suo orizzonte il futuro. È un’epoca precaria e miope che giudica le persone dai risultati immediati e,avendo cancellato la pazienza,non può certo aspettarsi la gratitudine. Con gratitudine.

L’Unità 10.09.10

"L’Ocse vede nero per l’Italia. Il pil torna a perdere quota", di Marco Ventimiglia

Un numero già pesante di per sé, che diventa drammatico nel raffronto con le altre grandi economie occidentali. L’Ocse ha diffuso la previsione relativa al pil del terzo trimestre, e per il nostro Paese è davvero notte fonda, a dispetto dell’ottimismo governativo che ieri ha peraltro trovato un ennesimo interprete nel ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. L’Italia torna alla crescita negativa, unica fra i Paesi del G7, ed è indicata all’ultimo posto anche nella classifica della competitività redatta dal World Economic Forum. Più in generale, l’Ocse stima una ripresa mondiale più lenta del previsto, confermando la crescita in moderazione nell’ area euro rilevata dalla Banca centrale europea. IN FONDO AL GRUPPO In particolare, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel terzo trimestre la Penisola registrerà un calo trimestrale del prodotto interno lordo dello 0,3% (dato annualizzato). Una sinistra ricomparsa,quella del segno meno, su cui pesa anche lo stop agli incentivi auto. E non conforta più di tanto l’elevato margine d’incertezza sulla previsione ammesso dalla stessa Ocse (la “forchetta” di variabilità è di un punto percentuale e mezzo, in più o in meno). A peggiorare le cose, come detto, c’è infatti il raffronto con le altre economie, specie quelle dei nostri vicini continentali. L’Italia è il fanalino di coda dell’area G7, la cui media di sviluppo è dell’1,4%, con gli Stati Uniti che segnano un +2% mentre il complesso dei 30 Paesi dell’ Ocse segna un+2,4%.Maa inquietare maggiormente è il paragone con Germania e Francia che con il loro +0,7% sono distanti un punto percentuale secco dal nostro Paese. Intanto, l’Italia resta ferma al 48° posto nella classifica mondiale della competitività del Global Competitiveness Report 2009-2010, pubblicata ogni anno a Ginevra dal Wef. Nella graduatoria – guidata quest’anno da Svizzera, Svezia, Singapore, con gli Stati Uniti che hanno perso due posizioni – l’Italia è preceduta da tutti i maggiori Paesi industrializzati ed è nettamente il Paese del G7 più basso nella classifica.
«I dati dell’Ocse – ha sottolineato il segretario del Pd, Pierluigi Bersani – arrivano mentre il governo e la maggioranza inscenano un teatro indecoroso. Siamo quelli che hanno perso di più, e in coda a questa tenue ripresa globale gli unici con il segno meno davanti per il terzo trimestre consecutivo. Se non torniamo a parlare dell’Italia e dei problemi economici e sociali, rischiamo una totale delegittimazione del politica. Per questo l’intenzione dei democratici è quella di concentrare ancor più l’attenzione su economia e lavoro». Attenzione che a Palazzo Chigi continua ostinatamente ad indirizzarsi altrove. «L’Italia sta crescendo allo stesso livello precedente al periodo di crisi», è stato il criptico commento del ministro Sacconi ai dati Ocse. Una decina di parole per liquidare quelli che si fatica a non definire i numeri dell’emergenza. Ben diverso il commento di Guglielmo Epifani: «Il Paese è un po’ distratto, governo e maggioranza non ne parliamo, ma il punto vero e che noi dalla crisi ne usciamo peggio degli altri. In tutti i Paesi del mondo – ha concluso il segretario della Cgil – si sta investendo in sviluppo e occupazione, senza parlare degli Usa, dove si abbassano le tasse per i redditi bassi».

L’Unità 10.09.10

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“Ocse: Italia sotto zero nel terzo trimestre”, di Elena Polidori

Tremonti: guardo solo ai dati Istat. Calano i consumi alimentari. Bce: salari flessibili. L´agognata ripresa italiana rischia di diventare una chimera. Dopo il Fondo monetario internazionale, anche l´Ocse gela le aspettative inchiodando sotto zero le previsioni del Pil nazionale per il terzo trimestre: siamo a meno 0,3%. L´Italia è l´unico Paese del G7 ad accusare questo calo. Per i tre mesi successivi, è previsto solo un rimbalzino: più 0,1%.
Pier Carlo Padoan, capo economista dell´organizzazione, assicura che l´economia non rischia una nuova recessione, nonostante questo ralenty, dovuto anche alla fine degli incentivi-auto. Aggiunge però che l´incertezza politica non aiuta, frena gli investimenti.
Ma il dato, di fatto, pone il Paese in coda rispetto alle altre economie avanzate: le stime del terzo trimestre danno gli Usa a +2%, Germania e Francia a +0,7%, Gran Bretagna a + 2,7, la media G7 a +1,4% e quella dei 30 Paesi Ocse a +2,4%. Inevitabili le polemiche: l´opposizione accusa il governo di aver «fallito»; i sindacati reclamano un patto sociale per lo sviluppo e il lavoro. Il ministro Sacconi minimizza: «Cresciamo ai livelli pre-crisi». E il collega Giulio Tremonti commenta: «Grande rispetto per l´Ocse ma io guardo solo ai dati Istat».
Comunque sia, il dato Ocse si inserisce in un contesto globale tutt´altro che roseo. La Bce, mentre scongiura il rischio di una nuova recessione, definisce la ripresa «moderata» e, soprattutto, gravida di incertezze. Nella visione di Francoforte, sulle prospettive dell´economia permangono dei rischi. Dove la competitività è in calo e i deficit sono eccessivi – ecco il suggerimento dell´Eurotower che sembra fatto apposta per l´Italia – occorre adottare «profonde riforme», prima fra tutte una maggiore flessibilità dei salari.
Proprio la competitività, uno dei principali ostacoli alla crescita nazionale, viene misurata dal World Economic Forum nella sua consueta rilevazione. Ebbene, su questo fronte, l´Italia è ferma al 48esimo posto su 139 nazioni, molto lontana dai suoi tradizionali partner europei e del G7, dietro a Paesi come Barbados e Portorico. Il Fmi torna a definire la crescita troppo «tiepida» e lancia l´allarme occupazione: questi ritmi di espansione non bastano a tamponare il dramma globale dei senza-lavoro.
La crisi dunque è ancora lì, influenzando inevitabilmente i comportamenti dei consumatori. Per la prima volta, secondo dati Coop, calano i consumi alimentari, soprattutto dei prodotti di base, come pasta di semola (-2,8%), conserve di pomodoro (-2,3%), olio d´oliva (-1,7%), olio di semi (-5%). Costrette a fare i conti con la recessione, le famiglie tagliano anche le spese per i vestiti. Crescono invece quelle per l´elettronica di consumo, Tv, smartphone, Ipad: più 16% in sei mesi.

La Repubblica 10.09.10

"Così si va verso la giungla. Addio patto sociale", di Bruno Ugolini

Perché la Cgil, la Fiom difendono con tanta ostinazione il contratto nazionale? La risposta è facile. Perché è un modo per non disperdere in mille rivoli (come già sempre più spesso avviene attraverso il ricorso ai lavori precari e atipici) l’ esercito del lavoro. Un esercito che non è scomparso Ma è disseminato in migliaia di unità produttive mentre buona parte delle grandi fabbriche si è svuotata. Quel contratto assicura (o dovrebbe assicurare) a donne e uomini che vivono in luoghi di lavoro di ogni entità, anche minuscola, anche dove non c’è un sindacato o c’è un sindacato debole, diritti, tutele concordati nazionalmente. Se si annullasse l’Italia del lavoro diventerebbe un’Italia a pelle di leopardo, (altro che gabbie salariali), come se non bastassero le differenziazioni che già ci sono. Quelle affermate, ad esempio, con le paghe “ad personam”, per non parlare degli stipendi d’oro assegnati “al merito” di manager gonfi di sconfitte produttive. Ora quel che si vuole mettere in atto certo non è la cancellazione pura e semplice dello “scudo” nazionale, ma il suo progressivo svuotamento. Vogliono smontare il contratto rendendolo un guscio con molti vuoti, promettendo una rivalsa con la contrattazione aziendale. Quella che finora interessa una minoranza assoluta di imprese. Ed è singolare che negli ultimi 40 anni la partita degli industriali, da Angelo Costa in poi, sia stata dominata dalla volontà di annullare proprio ogni tipo di contrattazione aziendale. Non ci sono riusciti ed ora si dichiarano ipocritamente paladini di quella risorsa rivendicando invece il” de profundis” per il contratto nazionale. È una strategia miope e gravissima. È in gioco quella che rappresenta una specie di carta costituzionale dei rapporti di lavoro. La risposta sindacale di Cgil e Fiom la si vedrà il 16 ottobre. Ma non basterà l’orgoglio di categoria. I metalmeccanici dovranno trovare l’appoggio di altre categorie, quelle che hanno fatto i contratti e non hanno portato casa lo svuotamento del contratto nazionale. La posta in gioco riguarda infatti l’intero mondo del lavoro, se è vero quello che scrivono emeriti commentatori come Oscar Giannino circa “dieci, cento, mille Pomigliano”. Sarà perciò importante anticipare i tempi attraverso un’offensiva costruttiva. Con accordi capaci di dimostrare, azienda per azienda, che si possono rendere più stabili gli architravi del contratto nazionale, sconfiggendo sul campo la rincorsa alle deroghe di ogni tipo su orari, turni, salari, condizioni di lavoro. Un’offensivanonfatta solo di massimalismi, di tribunali e di scioperi di protesta (non facili in tempi di crisi), ma capace di costringere tutti a rifare i conti, a capire che così facendo gli imprenditori fedeli alle direttive della Marcegaglia si danno la zappa sui piedi, come ha spiegato Luciano Gallino. Rischiano infatti di fare dei posti di lavoro una giungla inestricabile, un coacervo di conflitti pesanti e dannosi per la ripresa produttiva. Ascoltino, invece, almeno gli appelli di gente che se ne intende come Cesare Romiti (già manager Fiat non certo duttile) e Innocenzo Cipolletta (già direttore della Confindustria). Hanno spiegato, in sostanza, senza essere iscritti alla Fiom, come spaccando il sindacato, non si conquista certo un patto sociale, una nuova rinascita di un Paese già provato da una feroce crisi politica. Aveva ragione Vittorio Foa quando insegnava la “mossa del cavallo” per uscire dal muro contro muro. Una mossa che riguarda tutti, innanzitutto lorsignori e il governo che li affianca..

L’Unità 10.09.10

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“Fiom vara lo sciopero ma la minoranza chiede una svolta”, di Giorgio Pogliotti

Un pacchetto di quattro ore di sciopero articolato a livello territoriale da tenersi entro il 16 ottobre, giorno in cui si svolgerà la manifestazione nazionale a Roma.
È la contromossa decisa dalla Fiom all’indomani dell’annuncio di Federmeccanica del recesso dal contratto del 2008, contenuta nel documento approvato ieri a maggioranza dal comitato centrale. Tra le 119 “tute blu” della Cgil la linea del leader della Fiom Maurizio Landini ha ottenuto 92 sì(77,3%), mentre 22 voti sono andati al documento della minoranza riformista di Fausto Durante (21,8%), ed un sindacalista si è astenuto.
Landini ha confermato che per la Fiom «rimane valido in ogni impresa il contratto firmato nel 2008 e votato da tutti i lavoratori» e, «dove necessario, il sindacato darà corso alle più opportune azioni giuridiche». Prima della naturale scadenza del contratto del 2008, ovvero entro gennaio del 2011, La Fiom terrà un’assemblea nazionale per presentare la piattaforma per il rinnovo del contratto, non riconoscendo valido il contratto nazionale siglato nel 2009 da Federmeccanica con tutte le altre organizzazioni sindacali. «È una pretesa assurda cancellare il contratto senza sentire il parere delle parti – ha sostenuto Landini –. Accettare il diktat della Fiat e far diventare Pomigliano la regola dei diritti nel nostro Paese è un grave errore perché si afferma l’idea che per lavorare bisogna cancellare i diritti». Secondo Landini le imprese «dovrebbero riflettere sul fatto che far accordi con sindacati minoritari non gli servirà a molto», perché «rischiano di non avere il consenso nelle loro fabbriche». Di qui la proposta lanciata a Fim e Uilm di sospendere qualsiasi confronto con Federmeccanica pe

A fianco della Fiom si è schierata anche la segreteria della Cgil che giudica la disdetta del contratto nazionale del 2008 decisa da Federmeccanica «una scelta sbagliata che accentua la divisione e, allo stesso tempo, determina la balcanizzazione delle relazioni industriali del settore». Con l’operazione decisa da Federmeccanica inoltre «si svuota di sostanza il contratto nazionale».
Sul referendum proposto dalla Fiom appare scontato il no di Fim e Uilm, che avevano già disdettato il contratto del 2008 un anno fa. La Uilm proprio ieri ha riunito la segreteria nazionale, ribadendo come con l’accordo siglato il 15 ottobre 2009 «sono confermate e migliorate le normative contrattuali e i trattamenti economici» e «questa intesa ha già superato, per fortuna, il contratto del 2008».
Anche per il numero uno dell’Ugl, Giovanni Centrella, «non è giusto semplificare la disdetta da parte di Federmeccanica del contratto 2008 come se fosse la fine del contratto nazionale o come se i lavoratori fossero rimasti senza un sistema di garanzie», perché «quel contratto è stato rinnovato nel 2009 sulla base delle nuove regole della contrattazione, non riconosciute da un solo sindacato».

Disdetta per il contratto 2008 I PUNTI
Federmeccanica ha annunciato il recesso dal contratto nazionale firmato da tutti i sindacati nel 2008 che scatterà alla scadenza naturale, ovvero dal 1° gennaio 2012. Sulla base delle nuove regole della contrattazione nel 2009 è stato sottoscritto un altro contratto (da tutte le sigle eccetto la Fiom) valido per il triennio 2010-2012, sulla base del quale sono stati pagati gli aumenti dalle imprese.
Un tavolo per l’auto
Nuovo modello con deroghe
Straordinari, via il tetto
Il 15 settembre Federmeccanica ha convocato al tavolo i sindacati firmatari del contratto dei metalmeccanici del 2009 per individuare le deroghe valide per il settore auto. Non parteciperà la Fiom, perché non ha siglato il contratto. Sarà data una copertura normativa alle deroghe dell’accordo di Pomigliano d’Arco.
Al tavolo verranno definiti i criteri generali in base ai quali sul territorio si potranno applicare le deroghe, che in futuro potranno essere estese a tutto il settore. Le deroghe sono previste dall’accordo interconfederale del 15 aprile 2009 per «situazioni di crisi aziendali o per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale di un’area».

Le deroghe dovrebbero riguardare l’organizzazione del lavoro con l’estensione del tetto agli straordinari obbligatori (a Pomigliano sono previste 80 ore aggiuntive rispetto alle 40 del contratto nazionale), le procedure di conciliazione e prevenzione del conflitto, ma è possibile anche si introduca anche un salario di ingresso per i giovani.
r avviare una consultazione dei lavoratori metalmeccanici che verifichi con un voto referendario l’esistenza di un mandato ad avviare una trattativa sulla sanzionabilità e derogabilità del contratto.
Mentre il leader della minoranza, Fausto Durante, componente del comitato centrale (uscito di recente dalla segreteria della Fiom in polemica con la scelta della Fiom di costituirsi come minoranza nella Cgil) ha auspicato un nuovo clima con Federmeccanica e sindacati: «No al muro contro muro – ha detto –. Deve prevalere il buonsenso e la responsabilità, bisogna aprire una stagione nuova delle relazioni sindacali nel settore metalmeccanico che è l’unico dove sta accadendo tutto questo per responsabilità di tutti». Sullo sciopero, Durante ha detto di «non essere contrario, ma di non essere del tutto convinto dall’impostazione», perché «oltre all’analisi di quanto sta avvenendo, che è condivisibile, penso manchi una proposta più convincente su come reagire ed evitare una deriva del settore metalmeccanico». La sua proposta è: «il contratto va rilanciato, azzerando la situazione».

Sole 24 Ore 10.09.10

La casa dov’è?

Riprende a salire il mercato immobiliare e il governo non fa nulla. Della casa si preoccupa invece il PD, che ne ha discusso alla festa nazionale nei giorni scorsi, mettendo in luce anche la propaganda sulla ricostruzione post terremoto in Abruzzo. “Alcuni dati segnalano un mercato immobiliare in leggero aumento. Se il Governo trova un attimo, che ne pensa di occuparsi del tema della casa?”. Sceglie l’ironia Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture e Trasporti della Segreteria nazionale del PD per commentare i dati della timida ripresa del mercato immobiliare: “Questo governo ha fatto sparire i soldi che noi, come centrosinistra, avevamo stanziato per la casa. Dove sono finiti? Dove sono i soldi per aiutare chi perdendo il lavoro si ritrova in mezzo a
una strada, dove sono i fondi per aiutare le giovani coppie? Possibile che cercare casa, in questo Paese, sia un vero e proprio incubo? E’ necessario incentivare l’affitto per aiutare i giovani, chi è in difficoltà ma anche chi si sposta, chi viaggia per studiare o lavorare, chi fa crescere questo Paese con il suo dinamismo e invece il governo taglia il Fondo sostegno agli affitti, mettendo in
difficoltà inquilini e padroni di casa. Si parla molto della cedolare al 20%, ma servono nuovi e forti incentivi per gli affitti calmierati, che altrimenti rischiano di sparire. E serve soprattutto un governo che si
occupi dei problemi veri degli italiani”. Il tema casa è al centro delle politiche del PD, che a tutti i livelli di amministrazione si impegna per trovare una soluzione a questo difficile problema che coinvolge soprattutto le giovani generazioni. Per questo ‘la casa’ è stata al centro di un partecipato dibattito della Festa Democratica Nazionale in corso a Torino nei giorni scorsi.

Matteo Mauri, è stato assessore alla casa della Provincia di Milano nella giunta di centrosinistra, ha esordito commentando il titolo del dibattito: “Il problema non è tanto dov’è la casa quanto piuttosto che la casa non c’è – ha detto Mauri -, perché qualcuno se l’è messa in tasca. Berlusconi ha levato i soldi dalle tasche degli italiani, ed oggi sussiste il paradosso che due giovani, per decidere di andare a vivere insieme traggono più vantaggio a contrarre un mutuo piuttosto che andare in affitto, ed a volte, purtroppo il mutuo dura più della loro storia…nel 2010, chi perde il lavoro, si ritrova in mezzo ad una strada perché non può più pagare il mutuo che ha sottoscritto per acquistare una casa”. Mauri ha poi commentato il dato distorto che giunge dalle statistiche sulle abitazioni: “Si dice che in Italia l’80% delle persone possiede un immobile, ma nel dato non si considera che tanti sono semplicemente inquilini di una banca, perché hanno dei mutui trentennali che gli dimezzano lo stipendio”.

Insomma il concetto di casa di proprietà non determina la ricchezza di un Paese ed il suo benessere. Secondo il Responsabile Nazionale infrastrutture del Pd “deve essere piuttosto incentivata e garantita la mobilità abitativa, quindi gli affitti adeguati anche per gente che si sposta: studenti, lavoratori, giovani. Ci sono 650.000 persone in Italia che stanno aspettando l’assegnazione di una casa popolare, che spetta loro per diritto. Ottenere la casa restituisce dignità ad un individuo e il Partito democratico continuerà a portare avanti la propria battaglia sociale proprio su questo tema”, ha concluso Mauri al termine dl suo intervento.

Luciano Cecchi, Presidente della Federcasa, ha parlato in maniera più specifica del territorio e dell’importanza della sua riqualificazione: “La rendita fondiaria, pesa ancora molto sul territorio e i giovani spesso per permettersi un appartamento più adeguato sono costretti ad andare in periferia, allontanandosi dai loro effetti, con un impatto sulla qualità della vita enorme”.

Della scarsa attenzione del problema casa da parte del governo, ne ha parlato invece Raffaella Mariani, deputata Pd, membro della VIII Commissione (ambiente, territorio e lavori pubblici). “Il governo in questi due anni ha fatto solo grandi proclami, Berlusconi e Tremonti hanno lanciato vuoti slogan su “piani casa”, del tutto inesistenti” ha ricordato. “Nel 2000 erano stati stanziati 340 milioni di euro per la casa, grazie anche al nostro contributo, oggi invece sono solo 140, – ha dichiarato la deputata democratica – e si è generata una vera e propria emergenza sociale cui far fronte, cui neanche le Regioni ed i Comuni possono sopperire, per i gravi tagli inferti che la manovra di Tremonti ha inposto anche a loro, è un governo che fa l’interesse di pochi. Come Pd, chiediamo al governo di mettere la faccia alle proprie azioni, e di non andare avanti a slogan sulla casa, come quello del 4 agosto scorso, contenuto in un Decreto non ancora depositato in Parlamento, che valuteremo, alla riapertura dei lavori”.
La deputata ha poi evidenziato lo squallore dell’azione di governo nei confronti dei terremotati di Abruzzo. “Se non fosse stato per la dura lotta in Parlamento condotta dal centrosinistra e dal Pd in particolare, i cittadini abruzzesi avrebbero dovuto pagare anche per quest’anno il mutuo di una abitazione, probabilmente distrutta. Fortunatamente è stato per il momento prorogato il termine di un anno: oltre al danno la beffa!”, ha denunciato duramente la parlamentare democratica.

Franco Chiriaco, segeratrio del Sunia, commentando le mancanze del governo sulla casa, che dovrebbe essere un diritto inalienabile per tutti, ha ricordato e concluso il dibattito con le parole di don Ciotti: “Se la politica non sa riconoscere i diritti, questi diventano favori”.

Anto.Pro.
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