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Bersani: «Non chiudiamo le feste». Il Pd a Brunetta: chieda scusa

Dopo le contestazioni a Renato Schifani e Raffaele Bonanni, il Partito Democratico non ha nessuna intenzione di rinunciare alle feste. A chiarirlo è stato Pier Luigi Bersani. «Intendiamo tenere aperte le nostre feste, sono feste popolari e luoghi aperti», ha sottolineato il segretario del Partito Democratico, «l’ordine pubblico lo tutela chi deve tutelarlo. Non vogliamo organizzare Katanga», ha aggiunto ricordando i servizi d’ordine del movimento studentesco.

«Ho già espresso a Bonanni rincrescimento e condanna per l’aggressione subita», ha spiegato «ho visto però qualche commentatore che ha messo di mezzo il Pd, ma non ho letto uguali riflessioni nel caso dell’incidente di Alfano quando Tremonti, Calderoli e Maroni subirono l’aggressione di tifosi. Nessuno disse che la Lega non era in condizione di organizzare dibattiti». Quanto al Pd, ha insistito «sono in corso centinaia di feste che si svolgono regolarmente con interlocutori i più vari e avversari politici. Sono uno dei pochissimi luoghi in cui avviene una discussione politica in Italia e c’è da preoccuparsi che altri stiano rinunciando».

Nel frattempo, le polemiche dopo l’aggressione a Bonanni si alimentano con le parole del ministro Renato Brunetta e le reazioni che suscitano. L’aggressione subita ieri dal segretario generale della Cisl, mostra che «dentro la cultura e l’anima vera del Pd si mantiene una componente squadrista, reazionaria, estremista e conservatrice», ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione ed Innovazione intervenendo ad Atreju 2010.

«Possibile che Brunetta non si sia reso conto che non è il momento per sparare le sue abituali provocazioni, insensate e irresponsabili?», si è chiesto Marco Meloni, responsabile riforme dello stato del Pd. «Sono parole gravissime, spero frutto della stanchezza, e che comunque richiedono immediate scuse. Come Brunetta sa benissimo, il Partito Democratico è la vittima principale di un’iniziativa, come già accaduto qualche giorno prima, preordinata a creare incidenti da parte di soggetti o movimenti del tutto estranei al nostro partito».

«Il fallimento del governo brucia a Berlusconi e ai suoi ministri. Solo questo può giustificare la stravagante esternazione di oggi del ministro Brunetta», ha detto Stefano Fassina, della segreteria del Partito Democratico.

«Un’uscita infelice e irresponsabile quella di Brunetta sui fatti di ieri a Torino», ha detto Sergio D’Antoni, deputato Pd. Brunetta non si rende conto che fomentare la polemica «significa solo rovinare il paese, alimentando ulteriormente il clima di tensione e di divisione». «Questa uscita -ha aggiunto- non fa altro che qualificare la pochezza di un governo giunto al capolinea».

da www.unita.it

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«Diritto di parola», di Michele Serra

UN FUMOGENO, corredato da una batteria di urla e insulti, lanciato addosso al “sindacalista traditore” Raffaele Bonanni nel tentativo (riuscito) di impedirgli di parlare alla festa del Pd di Torino. Per evitare di spendere parole troppo scontate e troppo azzimate, partiamo dalle motivazioni degli aggressori, ragazzi dei centri sociali: “Riteniamo inaccettabile invitare alla Festa del Pd un personaggio come Bonanni, che dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori”.

Impressionante riuscire a concentrare in una sola frase, e in un solo gesto, una così deragliante prepotenza. Primo: la festa del Pd è organizzata dal Pd, che come è ovvio invita chi ritiene più opportuno. Se uno non gradisce il cast degli oratori, va da un’altra parte. Non solo per buona educazione (che comunque non farebbe schifo) ma per rispetto delle scelte e dell’autonomia altrui: e questa non è forma, è sostanza. Oppure i centri sociali, quando organizzano le cose loro, chiedono l’approvazione del Pd o di chicchessia?

Secondo. Un dibattito pubblico nel quale tutti siano d’accordo non è solo una contraddizione in termini (i dibattiti riescono utili, e interessanti, solo se tra posizioni difformi). È anche un insulto all’intelligenza, un rituale conformista, rassicurante solo per chi ha la necessità piccolo borghese di sentirsi sempre d’accordo con chi è sempre d’accordo con lui. È da deboli avere paura delle idee altrui, da forti saperle affrontare a viso aperto. Tra sentirsi comunità (interessati alle stesse questioni) e sentirsi tribù (interessati alle stesse certezze) c’è una bella differenza: e non certo a vantaggio della tribù.

Terzo. Bonanni rappresenta milioni di lavoratori iscritti al suo sindacato. Spetta a loro e solo a loro, qualora lo decidessero, dargli la patente del “traditore”. Si sa che la democrazia, nel sindacato come altrove, è una controversa, faticosa approssimazione: ma la più scalcinata delle pratiche democratiche, specie se conquistata in circa un secolo e mezzo di lotte e di repressioni come la democrazia sindacale, è mille volte meglio del presuntuoso esproprio di uno spazio pubblico (e democratico) da parte di un gruppetto che si autonomina, non si sa a quale titolo, avanguardia di classe. Di autonominati, di arroganti e di Unti ce n’è già abbastanza al governo: l’opposizione non ne sente la mancanza.

Quarto. A gongolare per l’episodio torinese (che si somma alla contestazione, meno incivile ma ugualmente sgradevole, a Schifani) sono da un lato gli aggressori che possono compiacersi delle proprie gesta; dall’altro quelli della curva opposta, come il ministro Sacconi al quale non è parso vero scaricare sulle spalle del mitissimo (fin troppo) Pd la responsabilità dell’accaduto. È matematico, ed è un calcolo antico ormai di un paio secoli: l’estremismo è una benzina che brucia le idee e le energie (a volte anche la vita, propria e altrui) e lascia campo solo alla conservazione del potere.

Nessuno è felice dell’estremismo, a parte gli estremisti, quanto i tartufi della conservazione e gli strateghi della restaurazione. Poiché l’estremismo si rinnova e si ripete, in forme diverse, di generazione in generazione, significa che quel calcolo elementare è troppo difficile da fare per i bambini iracondi che lanciano i fumogeni ai “traditori” e complicano la vita ai sindacati e agli operai che ci si riconoscono: come se non avessero già abbastanza problemi, e debolezze, e fatiche.

da www.repubblica.it

"Istituto Venturi, cancellato il corso di grafica"

“Conseguenza dei tagli del ministero” dice l’on. Ghizzoni che sul caso presenterà un’interrogazione parlamentare.
Manuela Ghizzoni, capogruppo PD in commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera commenta la vicenda dell’Istituto d’Arte Venturi di Modena su cui presenterà un’interrogazione parlamentare.
«Il Ministro Gelmini ha sostenuto nella sua recente conferenza stampa di aver avvicinato la scuola ai territori e alle aziende. Niente di più falso, come si è incaricato di dimostrare anche il sito lavoce.info e il gruppo di prestigiosi economisti che lo anima, e come dimostrano le ricadute locali delle scelte del Governo. Una conferma viene dalla recente soppressione del corso serale di grafica dell’Istituto Venturi, che ha destato giustamente preoccupazione e sconcerto da parte delle famiglie, degli studenti, del mondo della scuola e degli enti locali, a partire dalla Provincia, che aveva lavorato intensamente proprio per ottenere la qualifica professionalizzante.

La vicenda del Venturi è solo l’ultima di una serie ed evidenzia quali siano le conseguenze dei tagli del ministero e quanto Lega e Pdl siano disinteressate alle istanze delle comunità locali. Basti ricordare, ad esempio, quanto accaduto al nuovo profilo del corso per operatore moda e tecnico dell’abbigliamento negli istituti professionali di Carpi, Mirandola a Modena, che la presunta riforma “epocale” ha fatto traslocare dall’indirizzo artigianale a quello industriale. Si è persa così la specificità formativa incentrata sulla creatività artigianale del sapere e saper fare «ad arte» che fino ad oggi ha corrisposto alle esigenze produttive dei distretti manifatturieri carpigiano e modenese.

Siamo alla vigilia di un anno scolastico che si annuncia carico di problemi a causa delle scelte politiche della destra. La scuola e l’università sono state utilizzate negli ultimi due anni come un bancomat dal Governo Berlusconi, che ha impoverito il sistema educativo. È stata nuovamente presa una decisione sopra la testa dei territori e senza tenere conto del loro parere e delle loro istanze. Depositerò nei prossimi giorni un’interrogazione parlamentare per scongiurare quello che è uno degli effetti concreti dei tagli indiscriminati che il ministero dell’Istruzione ha imposto alla scuola e per provare a riavvicinare i territori e le istanze della comunità locale alle istituzioni nazionali, sempre più distanti e sorde agli appelli degli enti locali. Il centrodestra dimostra ogni giorno che la sua idea di federalismo è assolutamente propagandistica».

"Lottare per il futuro. Noi studenti vogliamo la scuola pubblica", di Sofia Sabatino

Questo governo sta letteralmente distruggendo la scuola pubblica. L’attacco che si sta mettendo in campo non ha precedenti nella storia del nostro paese. Stanno, senza troppi convenevoli, smantellando ogni tassellino che con sforzi disumani, era stato messo in piedi da docenti, studenti e genitori che amano e difendono la scuola pubblica. La cosa peggiore che questo sfacelo viene attutito e celato da una fortissima campagna mediatica che la Gelmini, e questo governo in generale, hanno messo in campo. Il taglio di 8 miliardi di euro in 3 anni approvato dalla scorsa finanziaria, dovrebbe terribilmente stonare con l’idea di scuola che dice di portare avanti il nostro ministro: una scuola “meritocratica”, dove finalmente si sono abbandonati i buonismi del ‘68 e che predilige prima di tutto la qualità. Invece ci troviamo davanti ad una gigantesca psicosi fra la realtà che il nostro ministro descrive, e quello che ogni giorno si palesa davanti ai nostri occhi: una scuola pubblica che non è più pubblica, privata di tutto, che non ha neanche la possibilità di svolgere le sue funzioni ordinarie, figuriamoci la funzione di emancipazione sociale e azzeramento delle differenze fra gli individui.
Noi studenti ci chiediamo come faremo tra poche settimane a rientrare a scuola, con i nostri insegnanti, che fino all’anno scorso erano seduti nelle nostre aule, in presidi ̆ ̆permanenti e scioperi della fame, con delle scuole a cui sono stati azzerati tutti i fondi, nel caos più totale degli indirizzi e delle sperimentazioni scomparse, con meno ore ma gli stessi programmi e le stesse materie, senza laboratori, con costi esorbitanti a carico di noi studenti e delle nostre famiglie, con edifici fatiscenti su cui anche quest’anno non è stato speso un euro.
Si sta mettendo in atto una vera e propria svendita della scuola pubblica, che nonostante rimanga pubblica di facciata, nella sostanza viene depauperata, esautorata dalle sue funzioni. Siamo ritornati in un’Italia che speravamo aver abbandonato per sempre dopo tante lotte, un’Italia in cui l’abbandono scolastico cresce perché mandare un figlio a scuola costa troppo, in cui si lascia la scuola perché non ci si può permettere di recuperare tre insufficienze, in cui a parità di costi, il servizio privato (soprattutto le scuole private per cui fioccano finanziamenti statali) è sicuramente più funzionale di quello pubblico e allora ecco che il pubblico anche se rimane pubblico si svuota di significato. È per questo che dal primo giorno di scuola noi studenti della Rete degli studenti partiremo con delle azioni di protesta che proseguiranno per tutto l’anno scolastico, con una grande mobilitazione studentesca nel mese di ottobre e con la data del 17 novembre, giornata mondiale dei diritti degli studenti.

L’Unità 09.09.10

"Quel tg collaterale", di Nino Rizzo Nervo

Può il direttore di un telegiornale del servizio pubblico fare un editoriale? Non ho dubbi, la risposta è: “sì”. Può liberamente esprimere le sue opinioni? Anche in questo caso senza alcuna esitazione rispondo ancora una volta: “sì”. Voglio essere ancora più chiaro: guai a considerare un giornalista della Rai un giornalista dimezzato.
Un giornalista dimezzato nel suo diritto ad esprimersi liberamente mettendoci peraltro la faccia, come ha sottolineato ieri in un coraggioso tentativo di difesa il mio amico Antonio Verro. Non è, dunque, in discussione il diritto di Augusto Minzolini di farci sapere di tanto in tanto come la pensa, ma il fatto che tutti, dico tutti, gli editoriali fin qui sentiti sono stati “appoggi redazionali” alla linea di palazzo Chigi e che mai al Tg1 delle 20 si sia potuto ascoltare un editoriale, se volete affidato anche a un commentatore esterno, che suonasse non dico critico nei confronti del governo ma almeno rispettoso delle ragioni delle opposizioni. Sarà un caso ma, se non ricordo male, il direttore del Tg1 è apparso in video per spiegare di volta in volta agli italiani: 1) che del caso Noemi era giusto non occuparsi perché solo di gossip si trattava; 2) che la manifestazione di piazza del Popolo sulla libertà di stampa a rischio organizzata dal sindacato dei giornalisti era in sostanza fuori dalla storia; 3) che è sacrosanto voler ripristinare l’immunità parlamentare; 4) che le intercettazioni ordinate dalla magistratura servono non per scoprire i delinquenti ma per organizzare una gogna mediatica nei confronti di fior di galantuomini; 5) che era giunto il tempo di far chiarezza sulla posizione del presidente della camera ed infine (l’altro ieri) che sarebbe bene sciogliere le Camere e andare subito ad elezioni. Il “portavoce” del premier non avrebbe potuto fare di meglio.
Il problema del Tg1, sul quale ha fatto bene il presidente della Rai ad accendere i riflettori chiedendo una riflessione al consiglio di amministrazione, non è più soltanto quello di un’ ostinata e costante violazione del pluralismo o dell’assenza dei fatti. Ormai in molti hanno la sensazione di trovarsi di fronte ad una vera e propria forma di collateralismo governativo. La libertà di espressione di un direttore, che va sempre difesa e garantita, non c’entra dunque nulla.
Rifletta il direttore generale anche perché, nel caso in cui al Tg1 ancora non lo sapessero, alle 20, orario canonico dei telegiornali, oggi c’è un’alternativa ed il pubblico se ne sta invece accorgendo e, infatti, in tanti cambiano canale.

da Europa Quotidiano 09.09.10

"Attacco squadrista". Bersani telefona a Bonanni dopo i fischi ed i petardi lanciati a Torino

C’erano sul palco Enrico Letta, Raffaele Bonanni e Aldo Soldi, per il dibattito “Lavoro e sviluppo: ecco le sfide”, coordinato da Dario Di Vico. Ma una selva di fischi e il lancio di alcuni petardi hanno interrotto il dibattito. C’eravamo e abbiamo visto come assurdamente si è sfiorata la tragedia con il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, contestato e colpito da un fumogeno che ha abbandonato la sala Bobbio della Festa Democratica senza poter partecipare al dibattito: “Sono stato oggetto di un’aggressione squadrista”. Tra i contestatori alcuni esponenti dei centri sociali. Letta accusa: “Responsabilità della questura”. Mentre dal palco ha risposto durissimo ai contestatori: “Voi con noi non c’entrate nulla, la vostra idea di democrazia è l’opposto di cui c’è bisogno nel nostro Paese. Siete antidemocratici”. Un antidemocratici ripetuto più volte, incurante dei fischi degli esagitati.

Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha telefonato a Bonanni, esprimendogli rincrescimento e solidarietà per
l’episodio di cui è stato vittima alla Festa di Torino.
“Si è trattato di un atto di intimidazione e di vera e propria violenza, un attacco squadrista – dichiara Bersani – E’ inconcepibile che una festa popolare, che vive nel pieno centro della città, possa essere attaccata in
questo modo. Attendiamo di conoscere – conclude Bersani – dal ministero dell’Interno quali misure preventive e repressive siano state prese per impedire un episodio del genere”.

Lo sconcerto c’era anche tra chi era presente, i contestatori urlavano fischiavano, hanno lanciato fumogeni verso il palco e avanzavano tra le file accendendone altri e c’era chi commentava: “Ma cosa vogliono, che c’entriamo noi? Ci lasciassero ascoltare”. Alcuni avevano il volto coperto, la contestazione era purtroppo organizzata e violenta come hannor icordato i segretari regionale e provinciale del PD, Gianfranco Morgando e Gioacchino Cuntrò che parlano di una “vigliacca aggressione dei soliti professionisti della protesta che nulla hanno a che vedere con il mondo del lavoro e con le problematiche che migliaia di disoccupati, cassaintegrati e precari si trovano a vivere quotidianamente sulla loro pelle. I dirigenti del PD e i volontari hanno cercato di contenere la situazione
e di garantire la serena prosecuzione del dibattito, ma la contestazione si è trasformata in una vera e propria aggressione con tanto di lancio di un candelotto incendiario che ha colpito Raffaele Bonanni.
La responsabilità di quanto accaduto oggi è esclusivamente da addebitarsi a coloro che con i loro comportamenti perseguono un unico obiettivo:cancellare la democrazia e il confronto”.
Rosy Bindi, presidente Assemblea nazionale del Partito
Democratico esprime “piena solidarietà a Bonanni e ferma condanna di ogni forma di violenza. Oggi la Festa del Pd è stata rovinata da un pugno di violenti contestatori e come
il leader della Cisl, anche noi siamo stati vittime di chi preferisce gli insulti al confronto delle idee. Siamo un partito aperto e democratico, che ha sempre privilegiato il
confronto e il dialogo con tutte le forze sociali del Paese e che ha sempre lavorato per rafforzare la democrazia e la coesione sociale. Su questo terreno non prendiamo lezioni da nessuno”.

Enrico Letta subito dopo ha commentato i gravi avvenimenti con Massimo Bucchi di YouDem: “Ciò a cui abbiamo assistito è gravissimo, è l’espressione del rifiuto della democrazia e oggi ritengo che siano stati compiuti vari reati molto gravi. Piena solidarietà nei confronti di Bonanni ma da ciò che ho capito ci sono state assolute falle nel servizio di sicurezza, perché non essere in grado di gestire la situazione dimostra che la cosa è sfuggita di mano”.

Poi Letta torna sull’accaduto con una dichiarazione: “Per il questore sono frettolose le mie critiche alla gestione dell’ordine a Torino oggi? I fatti sono che oggi per un’ora intera, dalle 17 alle 18, la festa del PD è stata presa in ostaggio da un gruppo di violenti l’hanno occupata minacciando e picchiando gli altri partecipanti. Bonanni è stato colpito dal lancio di un bengala acceso che solo per un caso non ha trasformato il tutto in dramma. Perché tornasse l’agibilità della festa si è dovuto aspettare che il gruppo di violenti dei centri sociali se ne andasse
spontaneamente. Mi spiace, con il massimo rispetto per le forze di polizia e per il loro lavoro, questi fatti dimostrano che l’ordine pubblico oggi non è stato
garantito a Torino”.

Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza del Partito
Democratico parla di “un fatto gravissimo che condanniamo con tutta la nostra forza perché contrario a ogni nostra tradizione di democrazia. Quanto poi alle polemiche che il questore di Torino, responsabile dell’ordine pubblico in città, ha voluto aprire nei confronti del Partito Democratico e del nostro servizio organizzativo alla Festa, le respingiamo al mittente, convinti come siamo che nessun servizio di vigilanza di partito debba e possa mai sostituirsi al compito di tutela dell’ordine pubblico che ricade costituzionalmente sotto la responsabilità unica delle forze dell’ordine. Ci chiediamo come sia stato possibile che per qualche decina di minuti la sala dibattiti della Festa sia stata presa in ostaggio da alcuni contestatori violenti senza che preventivamente le forze dell’ordine abbiano agito per impedire che questo accadesse.
Anche per questo presenteremo un’interrogazione arlamentare al ministro dell’Interno Roberto Maroni al fine di veder ricostruita nei particolari la dinamica dei fatti di questo pomeriggio”.

Sergio D’Antoni, predecessore di Bonanni e adesso deputato PD dichiara: ““E’ di una gravità inaudita quanto accaduto a Torino. Una cosa è manifestare il proprio dissenso ben altra ricorrere a mezzi fascisti per impedire il libero confronto. Esprimo piena solidarietà a Bonanni che è stato vittima insieme al Pd di una aggressione squadrista che offende lo spirito stesso della democrazia”.

Antonio Misiani, deputato e tesoriere PD, sottolinea la strumentalizzazione di quel che è successo: “Il Pd aveva promosso un libero confronto di idee su temi di grande importanza per il Paese. Un gruppo di irresponsabili teppisti della politica lo ha impedito con la forza, insultando il lavoro dei tanti militanti impegnati nella Festa di Torino, e facendo l’ennesimo grande e grave regalo alla destra, che non a caso ora sta strumentalizzando l’accaduto”.
Parole che fanno riferimento alle dichiarazioni irresponsabili del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che equipara il PD ai contestatori: “Si interroghi peraltro il Partito democratico, nella cui festa si sono verificati ricorrenti episodi di intolleranza nei confronti di molti altri ospiti, tra i quali la seconda carica dello Stato e il suo predecessore Franco Marini, già Segretario della Cisl. Rifletta, in particolare, sulla sua scelta di non riconoscere alcun avversario a sinistra nonostante il radicalismo intollerabile di molti esponenti. C’è un filo rosso che inesorabilmente conduce, se non spezzato, alle espressioni piu’ gravi che abbiamo già conosciuto”.

Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale, è durissimo: “Il ministro Sacconi si vergogni e si astenga dalle insultanti stupidaggini con cui cerca di infangare il Pd. Anche il nostro partito oggi a Torino è
stato vittima di un intollerabile gesto di violenza, e non si permetta Sacconi, che in questi anni non ha mai perso occasione per fomentare tensioni, di equipararci con i violenti che hanno contestato Bonanni al quale va tutta la nostra solidarietà. Si interroghi piuttosto Sacconi che siede a fianco di ministri del governo che minacciano milioni di scalmanati in piazza. Si vergogni perché il nostro partito ha sempre combattuto la violenza di qualsiasi genere anche e soprattutto quella eversiva. Chieda piuttosto al ministro Maroni come sia potuto accadere che dei violenti con fumogeni abbiano potuto agire indisturbati”.

Lo attacca anche Filippo Penati, caposegreteria di Bersani: ““Speculare su quanto è accaduto oggi a Torino, cercando di gettare fango sul Pd è un atto indegno, un atto di triste sciacallaggio politico. Il Pd è stato vittima al pari di Bonanni, a cui va la nostra solidarietà, di una
violenza inaccettabile che deve essere solo condannata. Piuttosto ci domandiamo come sia stato possibile che nonostante le segnalazioni alle forze dell’ordine, si sia consentito ad un gruppo organizzato di stravolgere, in un crescendo di intolleranza, culminato con il lancio di un
fumogeno, il dibattito in corso. Il Pd ha sempre respinto ogni forma di violenza piuttosto con quale faccia parlano ministri che poche ore fa parlavano apertamente di sovvertimento popolare e di 10 milioni di scalmanati
in piazza? “.
Anche Cesare Damiano interviene. Il capogruppo Pd in Commissione Lavoro alla Camera ribadisce: “Noi crediamo al valore del confronto delle idee e riteniamo che questi atti rappresentino quanto di più antidemocratico e di illiberale possa esistere. Questi episodi non possono essere considerati come normali forme di espressione critica perché si tratta di vere e proprie aggressioni preordinate”.

Certo i confronti continueranno, anche con la CISL: “La festa democratica di Torino è un luogo di confronto tra punti di vista e posizioni diverse. È inaccettabile e grave il comportamento di quanti hanno impedito al Segretario generale della Cisl di parlare. A lui e alla sua Confederazione va tutta la nostra solidarietà. Costruiremo altre occasioni di discussione con lui e la sua organizzazione” afferma Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro della segreteria nazionale del Pd.

Francesco Boccia, deputato PD, apre un fronte di riflessione per i prossimi giorni: “Questo genere di intimidazioni continuano a manifestarsi in una fase molto delicata della vita del Paese e nel momento in cui il Pd, i riformisti, con il loro senso di responsabilità stanno cercando con le loro proposte di far uscire il paese dalla crisi in cui si trova. E’ nostro compito rafforzare ancora di più la nostra iniziativa riformista, e il confronto fra Enrico Letta e Raffaele Bonanni di oggi era una interessante occasione, e isolare chi continua a sguazzare in questa fase della politica scivolata in una profonda crisi di valori e popolata da cattivi maestri sempre più interessati a radicalizzare lo scontro. Sappiano che anche la pazienza infinita delle persone per bene ha un limite e la nostra è terminata “. Parole simili a quelle di Walter Veltroni: “E’ stata una violenza inaudita, di sapore squadristico che conferma come in questo Paese ci sia il rischio di dare vita ad un clima di scontro, intimidazioni e di provocazioni, soffiando sul fuoco di una situazione economica e sociale delicatissima e di un pesante clima politico. Accanto alla solidarietà umana e politica a Raffaele Bonanni – conclude – occorre mettere in campo tutte le forze ed energie per isolare e stroncare sul nascere queste provocazioni e questi rischi”.

Tra i tanti che hanno espresso solidarietà a Bonanni e al PD i giovani democratici, Tiziano Treu Benedetto Adragna, Vannino Chiti.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"Il voto e la sovranità", di Nadia Urbinati

Dal 1992, a seguito del clima anti-partitico che si scatenò con tangentopoli, i partiti italiani hanno sistematicamente fatto ricorso all´arma del referendum e della riforma elettorale per ridare credibilità a se stessi e stabilità al sistema (essendo le due cose ovviamente correlate). Pensarono di risolvere con la tecnica elettorale problemi che erano strutturali e di sostanza, che riguardavano il rapporto di sfiducia cronico tra loro e gli elettori. La fine dei partiti di massa non è stata accompagnata da una riformulazione dei partiti che fosse capace da un lato di organizzare efficacemente la selezione della classe politica e dall´altro di ristabilire su basi laiche o non fideistiche il rapporto di fiducia con l´elettorato.
In diciotto anni nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto: la legge elettorale che porta il nome di Roberto Calderoli ne è una prova straordinaria. Confezionata per dare una maggioranza granitica alla coalizione vincente e per sfoltire il numero delle liste e dei partiti, ha fallito su entrambi i fronti mentre ha reso cronico l´auto-referenzialismo dei partiti. Minore stabilità e più oligarchia: questo è l´esito di una legge che il suo stesso estensore giudicò pessima.
Il diritto di voto nelle democrazie moderne contiene due diritti, non uno: non solo quello di eleggere un governo, ma anche quello di mandare in parlamento rappresentanti con i quali i cittadini credono di avere una corrispondenza di idee o interessi. La democrazia moderna non è semplicemente un sistema di selezione elettorale della classe dirigente, perché attraverso le elezioni si stabilisce anche una relazione tra partecipazione e rappresentanza, tra società e istituzioni. Questo comporta che il diritto dei cittadini di godere di un´eguale opportunità di determinare la volontà politica con il loro voto dovrebbe essere accompagnato da quello di avere un´opportunità non aleatoria di formarsi e far sentire le proprie idee e infine controllare chi opera nelle istituzioni. I sistemi elettorali dovrebbero essere pensati secondo questi due grandi criteri. L´attuale sistema elettorale contraddice entrambi.
Certamente contraddice il principio di maggioranza. Scriveva Giovanni Sartori pochi giorni fa sul Corriere della Sera che dietro l´apparente logica maggioritaria l´attuale legge elettorale attua l´intento truffaldino di trasformare una minoranza elettorale in una maggioranza di governo, visto che per esempio “se Berlusconi conseguisse alle prossime elezioni il 30 per cento del voti, e se nessun altro partito o coalizione arrivasse a tanto (al 30 per cento), Berlusconi otterrebbe alla Camera il 55 per cento dei seggi”. Chi volle questa legge usò l´argomento della governabilità e del superamento della frantumazione partitica nel Parlamento: come vediamo in questi giorni, la coalizione che ha goduto del premio di maggioranza è tutto fuorché stabile mentre il numero dei partiti in Parlamento resta alto comunque. In sostanza, la legge non si è rivelata soddisfacente nel garantire il primo dei due diritti contenuti nel diritto di voto: quello di formare una maggioranza. Che cosa dire dell´altro diritto, quello dei cittadini di essere rappresentati?
Una critica costante a questa legge è di mortificare “la soggettività degli eletti”: dovendo costruire coalizioni pre-elettorali, la soggettività del candidato e l´opinione che del candidato hanno i cittadini passano in secondo piano. Una prova della irrilevanza del merito del candidato sta nelle liste bloccate, per cui l´elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità di indicare preferenze. L´elezione dei parlamentari dipende completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti. Con l´aggiunta, non irrilevante, che a guadagnarci non sono i partiti – se per partiti si intende l´intera struttura di appartenza politica, centrale e periferica, di iscritti e attivisti – ma sono invece le segreterie. Le liste bloccate sono funzionali alle segreterie o, dove il personalismo è centrale, al capo.
Come si legge nel testo dell´appello promosso da Giustizia e Livertá e Valigia Blu (un appello che ha ottenuto più di quindicimila firme), “l´attuale Parlamento è dunque composto da parlamentari ‘nominati´ e non eletti: è questo il più grave vulnus alla Repubblica parlamentare disegnata nella nostra Carta costituzionale”.
Si potrebbe insinuare che con questa legge elettorale un ceto politico ha voluto corrazzarsi per sopperire alla propria debolezza di legittimità, e quindi non rischiare di rimettersi alla scelta da parte dell´elettore. Partiti che si auto-nominano sono una violazione della democrazia come lo sono tutte le organizzazioni oligarchiche, gruppi di potere che, ce lo aveva spiegato un secolo fa Gaetano Mosca, cercano di perpetuare il loro stato. Per questo scopo non c´è metodo migliore della cooptazione, della nomina d´autorità, il che equivale a togliere la possibilità di scelta a coloro che, i cittadini elettori, dovrebbero essere invece i depositari della sovranità. Con tutto il parlare che fanno i leader del Pdl del valore della sovranità popolare, come motivano questo esproprio? Non è forse vero che questo sistema elettorale soddisfa la loro idea di democrazia populistica per cui al popolo sovrano è riservato un unico potere: quello di acclamare o di ratificare la volontà del capo? Libertà apparente e sovranità di ratifica!
In conclusione, nessuno dei due diritti che il diritto di voto esprime, viene soddisfatto dall´attuale legge elettorale: non quello che si traduce in governabilità né quello che pertiene alla rappresentanza. Dopo un quindicennio di mutamenti normativi e di referendum ci troviamo al punto in cui il derficit di democrazia si traduce in un deficit di stabilità. Che senso ha persistere con una legge che non riesce a soddisfare neppure la logica del ‘tanto peggio/tanto meglio´? Con una legge che non riesce a mantenere nessuna delle promesse fatte, che anzi le rende addirittura utopistiche?

La Repubblica 09.09.10

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Così va cambiata la legge elettorale

Caro direttore, In Italia, come nelle altre democrazie moderne, la sovranità popolare si esprime nelle forme e nei limiti della Costituzione. Tali forme sono in Italia quelle della democrazia parlamentare: il potere di nomina del presidente del Consiglio appartiene al presidente della Repubblica, unico requisito indispensabile per la formazione di un governo è quello di ottenere la fiducia delle due Camere, lo scioglimento delle Camere è disposto dal capo dello Stato, e i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincoli di mandato.
Riteniamo inaccettabili e infondate interpretazioni che tendano ad accreditare la prevalenza sulla Costituzione vigente di una presunta “Costituzione materiale” basata sulla elezione diretta del governo o del presidente del Consiglio.
Allo stesso tempo, siamo consapevoli che la deriva plebiscitaria che attraversa il nostro discorso pubblico trae alimento dalle modalità con cui il sistema maggioritario è stato introdotto nel nostro paese nella forma di un inedito “bipolarismo di coalizione” sconosciuto agli altri sistemi democratici europei. In particolare, riteniamo fortemente dannoso il meccanismo del premio di maggioranza previsto dalla normativa attuale che esaspera e radicalizza il confronto politico-elettorale e impernia la competizione elettorale su schieramenti precostituiti, unificati dal leader, ma spesso disomogenei, invece che, come avviene nel resto d´Europa, su liste o candidati di partiti, venendo così a svolgere impropriamente la funzione di surrogato di un sistema di tipo presidenziale.
È prioritario dunque riformare la legge elettorale, rendendo la nostra normativa coerente con l´impianto costituzionale e con i principi che regolano la legislazione elettorale europea. Questa riforma deve seguire quattro principi: superamento dell´anomalia del premio di maggioranza (che non è presente in nessuna democrazia occidentale); ripristino di un rapporto tra eletti e territorio; equilibrio tra rappresentanza e governabilità; riduzione della frammentazione.
Tali principi possono essere tradotti in pratica sia attraverso una correzione del sistema proporzionale con l´introduzione di collegi uninominali maggioritari e di una soglia di sbarramento sul modello tedesco; sia attraverso un sistema uninominale maggioritario a doppio turno sul modello francese. Con le opportune correzioni, possono entrambi incentivare una moderna democrazia dell´alternanza di tipo europeo.
In ogni caso, l´individuazione del sistema più idoneo e al tempo stesso più capace di raccogliere il necessario consenso parlamentare spetta alle forze politiche, alle quali rivolgiamo questo appello consapevoli che la riforma della legge elettorale costituisce una necessità ineludibile per la nostra democrazia.

Valerio Onida, Franco Casavola, Giovanni Maria Flick, Piero Alberto Capotosti, Enzo Cheli, Giovanni Sartori, Alessandro Pace, Sergio Bartole, Alessandro Pizzorusso, Lorenza Carlassare, Umberto Allegretti, Fulco Lanchester, Gaetano Azzariti, Paolo Caretti, Enzo Balboni, Federico Sorrentino, Cesare Pinelli, Renato Balduzzi, Stefano Merlini, Carlo Federico Grosso, Massimo Siclari, Stefano Passigli, Giancandido De Martin, Giovanna De Minico, Silvio Gambino, Enrico Grosso, Roberto Gualtieri, Franco Bassanini, Massimo Villone, Antonio La Spina, Carmela Salazar, Mauro Volpi, Antonio Zorzi Giustiniani, Mario Chiavario, Paolo Ridola, Giuditta Brunelli, Giovanni Cordini, Pietro Ciarlo, Margherita Raveraira, Antonio Cantaro, Michele Carducci, Stefano Grassi, Claudio De Fiores, Francesco Rigano, Antonella Sciortino, Roberto Toniatti, Roberto Scarciglia, Gianluca Gardini, Francesco Rigano, Roberto Romboli, Costantino Murgia, Antonio Saitta, Maria Paola Viviani Schlein, Salvatore Prisco, Salvatore Bellomia, Giuseppe Di Gaspare, Francesco Bilancia, Giampiero Di Plinio, Giovanni Di Cosimo, Riccardo Guastini, Stefano Maria Cicconetti, Maurizio Pedrazza Gorlero, Ernesto Bettinelli, Damiano Nocilla, Lorenzo Chieffi.

La Repubblica 09.09.10

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“Il Mattarellum si addice a Bersani”, di Mario Lavia

Il discorso di chiusura della Festa del Pd è anche l’occasione per fare chiarezza su Nuovo Ulivo e alleanze.
A Torino, dove domenica chiuderà una delle Feste meno fortunate della storia, Pier Luigi Bersani dovrà mettere un po’ d’ordine nell’universo dem. Nei fatti, potrebbe essere il discorso di apertura della campagna elettorale: anche per questo il segretario è chiamato a fare chiarezza.
In questi giorni infatti a militanti ed elettori sono piovuti messaggi diversi, di non semplice assimilazione, in qualche caso contraddetti da contemporanee esternazioni da parte dei diversi dirigenti del Pd. Può darsi – come pure si sostiene anche all’interno del partito – che il difetto stia nel manico, cioè nella “lettera” che Bersani inviò a Repubblica due settimane fa in cui si teorizzava il “doppio cerchio” Nuovo Ulivo-Alleanza per la democrazia. Troppo complicato, come messaggio, se non potenzialmente contraddittorio, come dimostrano le polemiche sulla alleanza con Fini o l’ingresso dell’Udc nel Nuovo Ulivo.
Nella tempesta politica che evolve verso lo show down elettorale, Bersani sa che il tempo gioca contro di lui: e per un “passista” più a suo agio con i bricolage di medio periodo questo è un problema. Ma per quanto tempo ancora potrà traccheggiare, Bersani? Per esempio, sulla legge elettorale, tema decisivo nella nuova fase politica sul quale il suo partito è diviso fra “tedeschi” (D’Alema) e sostenitori, nelle varie forme, della maggioritario (tutti gli altri)?
Sul punto il segretario, non prenderà una posizione netta, pur ribadendo che occorre superare il Porcellum restituendo agli elettori la facoltà di scegliere i parlamentari e il governo. Come tenere assieme Nuovo Ulivo e nuova legge elettorale?
Il Mattarellum è il sistema che meglio si concilia con la necessità che Bersani pone in cima ai suoi pensieri di ri-formare uno schema di alleanza elettorali, facendolo però da una posizione di forza, essendo il Pd diventato il partito di gran lunga più forte di una ipotetica coalizione di centrosinistra. Ben più del ’96, quando nell’Ulivo prima maniera i rapporti di forza fra i diversi partiti erano diversi, le differenze quantitative minori, e dunque il problema degli accordi elettorali un po’ più complicato. Paradossalmente, questa maggiore centralità del Pd è un lascito del partito a vocazione maggioritaria.
Col Mattarellum Bersani si può sedere al tavolo con gli altri partiti del Nuovo Ulivo senza implorare desistenze o assicurando loro chissà quanti collegi. Un motivo in più – per i “piccoli” – di mettersi assieme, come diceva l’altro giorno Franceschini, giocandosi la sfida (ciascuno col suo simbolo) del superamento del 4 per cento nella quota proporzionale. Sul Mattarellum, infine, oltre ad agganciare espressioni laiche come quella, da ultimo, di Gustavo Zagrebelski, Bersani potrebbe persino provare a cercare sponde in una Lega che potrebbe essere interessate.
Se si vota invece con l’attuale Porcellum si mette male. Il rischio è di avere, coalizzati col Pd, sette-otto liste: un’immagine resa graficamente sulle schede che restituirebbe in pieno l’incubo dell’Unione. Socialisti di Nencini, Verdi di Bonelli, Idv di Di Pietro, SeL di Vendola, comunisti di Ferrero e Diliberto (con l’anomalia, in questo caso, di un gruppo che si allea ma che dichiara preventivamente di non voler entrare nel governo): lo spettro dell’accozzaglia c’è tutto. Non a caso i veltroniani hanno chiesto un immediata riunione della direzione. Che si terrà verosimilmente la settimana prossima.

da Europa Quotidiano 09.09.10

"Cinismo e valori", di Corrado Stajano

Giorgio Ambrosoli non è stato dimenticato. Trentun anni dopo il suo assassinio nel centro di Milano, vicino alla basilica di San Vittore, le ragioni della memoria di quel che accadde —un uomo che si fa uccidere nel nome dell’onestà— sono rimaste intatte.

Una contraddizione in un tempo come il nostro dove la corruzione diffusa impedisce lo sviluppo, dove la violenza dei poteri criminali è pressante, dove la politica ha perso spesso il rispetto di se stessa. Ma questo panorama intristito del paese non ha impedito che negli anni strade, piazze, scuole, biblioteche, aule universitarie siano state dedicate a Giorgio Ambrosoli. Il suo nome è diventato infatti un modello morale e civile.

Stasera alle 23,50 su Raidue, la puntata della «Storia siamo noi» di Giovanni Minoli è dedicata all’avvocato di Milano ucciso l’11 luglio 1979 da un killer venuto dagli Stati Uniti su mandato del finanziere Michele Sindona. Il documentario, «Qualunque cosa succeda. Storia di Giorgio Ambrosoli» di Alberto Puoti, prende il titolo dal libro di Umberto Ambrosoli, il figlio dell’avvocato, uscito nel giugno dello scorso anno, che ripercorre, con dolorosa sobrietà, la vita e la morte del padre. E’ un programma serrato, questo della TV, ricco di emozioni, assai bello, se l’aggettivo si addice a una materia così straziante. I personaggi, Ambrosoli soprattutto, e con lui la moglie Annalori, il figlio Umberto, gli amici, i nemici, ministri, generali, banchieri, il presidente del Consiglio, si muovono su sfondi color del piombo – la giungla delle banche, delle società, delle finanziarie, lo Ior vaticano – tra Milano, Roma, New York, la Svizzera e Ghiffa, sul lago Maggiore, dove l’avvocato possedeva una casa, contrappunto sereno alla cupa realtà.

Che cosa rappresenta oggi la vicenda Ambrosoli, qual è la novità dopo tanto scandagliare, che insegnamento se ne può trarre?

C’è nel documentario una risposta di Giulio Andreotti a una domanda di Alberto Puoti, che fa sobbalzare chi cinico non è, disabituato alle pillole presidenziali di ambigua saggezza. «Perché Ambrosoli è stato ucciso?» domanda il giornalista. «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia e ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando».

Soltanto un caso di ordinaria imprudenza, quindi, un episodio da film all’italiana. Lo statista, il sette volte presidente del Consiglio, non fu prosciolto, al processo davanti alla Corte d’appello di Palermo nel 2003: il reato di associazione per delinquere fino alla primavera del 1980 fu semplicemente estinto per prescrizione, giudizio confermato dalla sentenza definitiva di legittimità della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2004.

Erano proprio quelli gli anni dell’affaire Ambrosoli. Andreotti, allora presidente del Consiglio, ne parla sereno, e pensare che doveva averne multiformi saperi.

Anche oggi non smentisce la sua empatia per il bancarottiere definito in passato «il salvatore della lira »: «Dette—conferma—un allarme per quelli che erano i pericoli del sistema finanziario internazionale che nell’immediato pochi compresero. Ma poi si è visto quanto fosse tempestivo».

E’ benevolo Andreotti, seguita a fornire a Sindona le sue ambite referenze: «Il fatto che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c’erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene. Io cercavo di vedere con obiettività, non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona».

Com’è diverso il ritratto di Carlo Azeglio Ciampi, nell’anima e nello stile: «Ambrosoli era il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere».

E come piena di nostalgia e di rispetto la memoria di John J. Kenney, il procuratore di New York, che da Ambrosoli ebbe un prezioso aiuto, fonti, prove, documenti, durante l’inchiesta sulla Franklin National Bank, la banca americana di Sindona che segnò l’inizio della sua fine.

L’avvocato di Milano non riusciva a nascondere il suo stupore, lo si capisce leggendo i suoi diari e le sue agendine, di fronte alle rivelazioni continue dei tradimenti, delle trame, delle connivenze che avevano per protagonisti uomini di alto rango dello Stato. Avrebbero dovuto essere naturalmente dalla sua parte, pubblico ufficiale con il compito di sanare una situazione degenerata, protetta dal sistema politico di governo, e invece erano nemici che intralciavano in tutti i possibili modi quel che tentava di fare in nome della comunità condannata, per il malfare del banchiere corrotto, a pagare l’equivalente di 800 milioni di euro di oggi.

Ambrosoli era stato sottovalutato da Sindona e dal suo entourage. E’ invece un giovane avvocato intelligente, non soltanto onesto. Appena entra nella banca di Sindona capisce subito com’è potente e inquinato quel mondo protetto dalla Chiesa romana, dalla massoneria, dalla DC. Con la mafia che fa anche da mano armata. Si saprà soltanto dopo il 1981, quando furono scoperte le carte di Gelli a Castiglion Fibocchi, che era stata la P2 a guidare tutte le manovre per salvare Sindona.

Giorgio Ambrosoli è solo, o quasi. Ugo La Malfa è l’unico uomo politico che si prende a cuore quella verminosa storia nazionale e gli dà aiuto come può. Pochi amici gli fanno da consulenti, il maresciallo della Guardia di finanza Silvio Novembre gli fa persino da guardia del corpo, nell’assenza di ogni protezione da parte dello Stato, nonostante le minacce mortali. E sono poi, con lui, uomini della Banca d’Italia, Paolo Baffi, il governatore, eMario Sarcinelli, che finisce persino in prigione.

E’ ben cosciente, Ambrosoli, di quel che fa—altro che «andarsela a cercare». Basta leggere la lettera scritta alla moglie il 25 febbraio 1975, solo un anno dopo la sua nomina. Un testamento: «Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (…). Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa

Il Corriere della Sera 09.09.10