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Federalismo? Per la Lega meglio la cadrega

La Lega vuole il voto per nascondere naufragio del federalismo. L’ansia di Bossi di andare alle urne nasce dalla paura del fallimento delle promesse fatte secondo Davide Zoggia, responsabile Enti Locali nella segreteria PD:”Lui sa benissimo che la riforma federale non sarà mai attuata dal governo Berlusconi e ha rinunciato a questo obiettivo tradendo le aspettative. Il leader della Lega sa altrettanto bene che serve un diversivo per distogliere l’attenzione dei suoi elettori dall’insuccesso. Il voto è questo diversivo”.
Zoggia si appella ai cittadini del nord: “E’ ora che aprano gli occhi su cosa è realmente la Lega, un partito la cui unica preoccupazione sono le poltrone e il potere per i suoi capi. Quando poi deve fare le cose serie per la gente finisce per premiare i furbetti come nel caso di Credieuronord o delle quote latte”.

La credieuronord era la banca della Lega, nasceva nel novembre 2000. La frase che campeggiava sul manifesto con il volto sorridente del senatùr che diceva: «Anche io sono socio fondatore della CrediNord. E tu?» Ma qualche anno più tardi molti di quelli che ci avevano messi i soldi avrebbero distribuito volantini con l’eloquente immagine di un pollo spennato e la didascalia: «Azionista Credieuronord». Era successo che la piccola banca di tre sportelli, nel cui consiglio sedevano anche alcuni pezzi da Novanta del Carroccio, a causa di alcune operazioni scriteriate aveva accumulato 8 milioni di perdite e 12 milioni di sofferenze su 47 di impieghi. E fu salvata dal crack dalla Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani.

Le quote latte, l’incredibile vicenda delle multe milionarie inflitte al nostro paese per pochi agricoltori che cita Zoggia, è un’altra vicenda in cui c’è lo zampino leghista, come abbiamo scritto già a luglio.

Poi ci sono le poltrone, come quando Bossi ha rivendicato posti nelle banche dopo la vittoria in Piemonte (macchiata da probabili brogli che saranno i giudici amministrativi ad accertare) e in Veneto dei suoi candidati governatori, o quelle che hanno già da cui non hanno intenzione di mollare la presa, davvero attaccati come Gianluca Buonanno, l’uomo dei record con quattro cariche ricoperte contemporaneamente: sindaco, vicesindaco, deputato e consigliere regionale. L’Espresso ne ha scritto poche settimane fa: è sindaco di Varallo, vicesindaco di Borgosesia, deputato eletto nel 2008 nella circoscrizione Piemonte 2 ed infine consigliere regionale alle ultime elezioni di marzo, nelle liste proporzionali della Lega Nord con oltre 8mila preferenze. Ma prima di essere consigliere regionale era vicepresidente della provincia di Vercelli.
Incarichi, per gran parte, fra loro incompatibili, secondo la legge nazionale e regionale: soprattutto le cariche più delicate, quelle di deputato e consigliere regionale. Quelle che poi, casualmente intendiamoci, sono anche quelle meglio retribuite.
Vengono poi le cariche di governo locale: essere sindaco di un comune è incompatibile con l’essere vicesindaco in un altro, essendo la prima una carica elettiva (si viene eletti direttamente dai cittadini, secondo le vigenti leggi elettorali) mentre la seconda è una nomina (è il sindaco eletto a nominare i suoi assessori, inclusi il vicesindaco).
I legislatori, lungimiranti, volevano evitare che si potessero accumulare incarichi in diversi comuni attraverso il facile strumento della nomina.
Carica di sindaco e vicesindaco, inoltre, entrambe incompatibili con quella di consigliere regionale. Morale? Buonanno è sempre lì in Piemonte come a Roma ladrona.

Altro cavallo di battaglia le auto blu. Fino all’emergere dello scandalo di Eduardo Ballaman arrivato a chiedere 3.200 euro di rimborso al mese per le spese di tarsferimento. Ma quali viaggi? Li racconta bene Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: C’era da andare a prendere i parenti della moglie all’aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c’è un’inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu. Adesso Ballaman è indagato anche dalla Procura e si è autosospeso dalla Lega. Non dalla Presidenza del Consiglio regionale friuliano…

Insomma, meglio la cadrega (sedia in lombardo).

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

"L´insostenibile declino di chi deve educare il Paese", di Domenico Starnone

Non è mai esistita un´età dell´oro dei docenti presso l´opinione pubblica. I luoghi comuni sono di antica data e duri a morire, ma nascono dai problemi reali irrisolti. È rimasto insoluto per oltre un secolo il problema della convivenza tra la concezione elitaria della cultura e la necessità della scolarizzazione di massa. Le polemiche sui tagli alla scuola e le proteste dei professori precari riportano d´attualità la questione della qualità dell´istruzione in Italia.

C´è un libro che si chiama Il manuale del perfetto professore di Dino Provenzal. Si rivolge agli insegnanti di scuola media di inizio secolo (quelli che Papini partendo da “scuola media” aveva battezzato mezzani). La scuola è rappresentata come luogo di conflitto con gli alunni («il primo e più arduo problema è mantenere la disciplina», ci sono «professori che non oserebbero salire in cattedra una sola volta, senza quel fido compagno che è il registro») ; i docenti si interrogano per capire se sono miserabili impiegati (allora c´era anche chi li chiamava impiagati) o qualcosa in più; si ammette che «non tutti gli insegnanti sono cime»; si racconta la battaglia dura dei professori “rigorosi” contro quelli “lassisti”; si accenna alle piccole corruzioni, al mercato delle lezioni private (prezzo d´epoca: venticinque lire; lo stipendio di un docente era centotrentasei lire; con mille lire ci si poteva comprare sottobanco la licenza); si sottolinea l´avversione dei docenti per la pedagogia e per ogni didattica; si tratteggia l´ottusità degli ispettori ministeriali e, in un´epoca in cui non c´erano la tv e internet, si lancia persino il seguente grido d´allarme: «i giovani non leggono più nulla». Di conseguenza Provenzal così arringa i suoi colleghi: «Se appena puoi cavartela col solo stipendio, segui il mio paterno consiglio: fa´ poche ore di lezione e in quelle che ti rimangono libere, studia, leggi, scrivi, passeggia, vivi la vita di tutti gli altri uomini e fuggi lontano dalla scuola quanto più è possibile».
Questo libro è del 1921, in quell´anno era alla terza edizione.
Ce n´è un altro che si chiama Gli insegnanti bocciati, è di Evaristo Breccia. Non si rivolge ai professori ma sostanzialmente alle famiglie. Breccia, dopo aver spulciato negli elaborati degli insegnanti che hanno fatto concorsi a cattedra e sono stati bocciati, si dà da fare per dimostrare al suo pubblico che dall´università viene fuori gente di inimmaginabile ignoranza, che i docenti che non sono mai riusciti a superare un concorso insegnano tranquillamente da anni mentre invece andrebbero licenziati, che l´intero ingranaggio della pubblica istruzione è ormai privo di affidabilità.
Questo libro è del 1957, in quell´anno era alla settima edizione. Rispetto a Provenzal rincara la dose: se la prende con tutti gli insegnanti non di ruolo; bravi per lui sono solo quelli che hanno vinto un concorso: via i precari.
Cito questi due libri a mo´ d´esempio, per ricordare che forse non c´è mai stata un´età dell´oro dei docenti, presso l´opinione pubblica. Li cito anche per sottolineare che la crisi della figura del professore non ha inizio col fatale 1968, come il senso comune ripete di continuo, ma ha una lunga storia alle spalle che si può ripercorrere utilmente attraverso la pubblicistica, i romanzi, il cinema (ve li ricordate i professori di Fellini?) e la televisione. Li cito infine perché sono utili per segnalare che i luoghi comuni sulla categoria sono di lunga data, e se sono così duri a morire significa, anche quando sono beceri, che segnalano problemi seri irrisolti.
Voglio dire che la vecchia concezione elitaria degli studi non ha mai fatto veramente i conti, lungo tutto il Novecento, con il problema del diritto allo studio di tutti. Voglio dire che il docente è stato sempre più lasciato solo, dentro strutture inadeguate, con mezzi inadeguati, con una formazione inadeguata, a fare un lavoro mai veramente ed efficacemente ripensato in funzione dell´ostacolo degli ostacoli: la diseguaglianza naturale ed economico-sociale. Voglio dire che un lavoro durissimo, esposto in linea di massima sempre al fallimento (chi insegna con onestà sa che un´istruzione di qualità per tutti è nel migliore dei casi una spinta ideale contraddetta dalla brutalità dei fatti), è stato continuamente umiliato innanzitutto dallo scarsissimo credito che la politica gli ha assegnato, a partire dal momento in cui i docenti non sono più risultati un serbatoio affidabile di voti, e poi dalla sostanziale caduta del valore del titolo di studio. Voglio dire che negli ultimi trent´anni una scuola sempre più povera fatta da docenti sempre più poveri, se l´è dovuta vedere con lo strapotere delle immagini, con il tramonto della cultura del libro, con la perdita di autorità di una serie di profili professionali prima autorevoli che lavoravano con la scrittura, con strumenti tecnici e figure professionali nuove di una potenza formatrice non comparabile con quella della vecchia cattedra.
Concluderei perciò così: la crisi del docente, pensato come formatore di élites, è di vecchia data e comincia con gli albori della scuola di massa; sottoposto a due spinte divergenti (selezionatore autorevole e scontroso di classe dirigente o artefice sempre disponibile di un´istruzione qualitativamente alta per tutti), lasciato solo di fronte a problemi che non poteva risolvere da solo, è finito in stato di stallo, vale a dire nell´impossibilità di tornare alla vecchia funzione di selezionatore classista e, insieme, nell´impossibilità di lavorare in una scuola in grado di assicurare davvero il diritto di tutti a un´istruzione elevata. Crocifisso dunque alla storica incapacità (o impossibilità) della politica e della società civile di reinventare la scuola, oggi l´insegnante è una figura al tramonto, in tragico declino come tante altre figure intellettuali dell´era predigitale? Sì, se si continua a non muovere un dito. O a muoverlo malissimo, aggiungendo danno al danno, e naturalmente spaccando il centesimo.

La Repubblica 09.09.10

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“La vera lotta di classe”, di Marco Lodoli

È naturale che un uomo di oltre cinquant´anni non capisca una ragazzina di quindici. I film che vedo, la musica che ascolto, per loro non esistono. Hanno tagliato i ponti con gli adulti

L´esperienza di un professore dopo trent´anni

Lunedì comincerò il mio trentesimo anno di insegnamento: era il 1980 quando entrai per la prima volta in classe e ricordo ancora bene quella lezione, preparata con cura e spavento, sul viaggio ultraterreno di Dante ma più in generale sul viaggio nella letteratura. In un´ora passai da Don Chisciotte a Pinocchio, da Rimbaud a Kerouac, dal Sorpasso a Pollicino, con una smania infinita di spiegare, di emozionare.

Avevo ventitré anni, leggevo dalla mattina alla sera, speravo che nei libri ci fosse tutto ciò che mi mancava: e quello che trovavo, subito lo comunicavo ai miei studenti, come un bene prezioso da condividere. Ero convinto che la bellezza, la poesia, la ricerca di senso riguardassero tutti gli adolescenti del mondo: che serve avere sedici se non si guarda in alto? Così mi dicevo, ma in realtà neanche me lo dicevo: ne ero certo. I ragazzi ascoltavano la musica che piaceva anche a me, i Talking Heads, i Cure, gli Smiths, i cantautori italiani, parlavano di calcio e di politica e di niente, e io li capivo. Insegnavo anche alle serali, a giardinieri più vecchi di me, e dopo aver letto una poesia di Pascoli o un racconto di Cechov ne parlavamo insieme, avevamo una lingua comune per scambiarci opinioni, anche per litigare. E gli anni, una settimana dopo l´altra, sono passati. Io ero sempre l´insegnante giovane, scapigliato, quello con la Vespa anche se diluvia, quello con i jeans bucati e persino con i dread, per un certo periodo. Per me capire i ragazzi era facile, anche se cambiavano i gruppi musicali, i film al cinema, i modi di vestirsi – come fosse sempre primavera. Qualche volta mi ritrovavo alunni o ex-alunni alle presentazioni dei miei libri, e loro erano orgogliosi di me e io di loro, ci davamo qualche pacca sulla spalla, imbarazzati, contenti.

Ora tutto è cambiato. È ovvio che sia così, mi dico, è normale che un uomo di cinquantatré anni non capisca una ragazzina di quindici. Metto le mani sul vetro, cerco di sbirciare, ma è tutto appannato, non si vede niente. Ai ragazzi parlo di letteratura, ma ormai è una lingua perduta, come il latino o l´aramaico. Parlo anche di cinema e di musica, ma i film che io vedo per loro non esistono, la musica che ascolto è muta. Non c´è alcuna contestazione, nessuno pensa che io sia in torto, che difenda chissà quale ordine infame: semplicemente questi ragazzi hanno tagliato i ponti con gli adulti. Prima la barca era una sola, ci si stava sopra tutti insieme, magari cercando di buttare di sotto i nemici: ora ogni generazione ha la sua scialuppa di salvataggio. Il marketing ha diviso la società in target. Ciò che interessa un trentenne non interessa un sedicenne. I miei studenti di periferia ascoltano i cantanti neomelodici napoletani, i rapper autoprodotti di Tor Bella Monaca, odiano il cinema perché bisogna stare due ore zitti e al buio, non fanno sport, chattano, passano il sabato nei centri commerciali. Ho alunni che spediscono trecento sms al giorno, tranquillamente. E allora uno ci prova ancora: On the road e Cervantes, i boschi dei fratelli Grimm e la selva oscura, il viaggio dietro a Moby Dick, la fuga di Gauguin fuori dal mondo, ma ascoltano in pochi, forse in certi momenti proprio nessuno, e così a tanti insegnanti viene lo scoramento. Perdiamo gli alunni e acquistiamo montagne di carte da riempire, labirinti in cui confondersi.

Trent´anni di disprezzo per la cultura – roba da poveracci, da infelici – hanno portato a questo: a un paese povero e infelice. Ma io non mollo, continuo a indicare ai miei studenti un punto più in alto, dove l´aria è migliore, dove si vede meglio il mondo.

La Repubblica 09.09.10

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“Il cuore oltre la cattedra”, di Chiara Saraceno

Nonostante le condizioni difficili e il rapporto sempre più complesso e complicato con i genitori ci sono tante persone che continuano a dare lezioni importanti, lavorando con passione nella scuola
La dedizione quotidiana di tanti docenti
Collocati sulla prima linea dei mutamenti familiari, culturali, sociali, gli insegnanti hanno sperimentato negli ultimi trent´anni un progressivo processo di declassamento: sul piano della remunerazione e su quello del prestigio sociale, accompagnato da una carenza di investimenti nella loro formazione. Quest´ultima negli ultimi anni è stata oggetto di riforme successive che si sono limitate a vanificare quelle precedenti e senza seguito sul piano del reclutamento. Quanto all´aggiornamento, quando non rappresenta un semplice strumento per aumentare il proprio punteggio a fini di carriera o mobilità, è per lo più a carico degli insegnanti e dei loro modesti stipendi. E non vi è nessun riconoscimento del lavoro, oltre che delle competenze, aggiuntivo richiesto dall´insegnamento nelle situazioni più problematiche. Tutto è affidato all´impegno individuale dell´insegnante, per altro spesso costretto, insieme ai suoi allievi, a lavorare in situazioni, anche ambientali, indecorose: scuole fatiscenti e insicure, aule cui mancano talvolta anche gli arredi essenziali, laboratori, ed oggi anche aule, sovraffollati, dotazione ridicola.
Non può stupire che i primi ad accorgersi di questo declassamento sono proprio gli studenti. La mancanza di rispetto che molti docenti lamentano non deriva solo dalla loro incapacità a farsi valere come autorevoli in forza della propria competenza sia disciplinare che relazionale. Deriva innanzitutto dalla immagine sociale del loro lavoro che viene restituita dal modo in cui sono trattati loro e la loro professione, dalla scarsità degli attrezzi – culturali e materiali – di cui vengono forniti per il loro mestiere. Senza che per altro siano sempre capaci, come individui e come organizzazioni, di reagire in un modo che vada al di là delle pur importanti rivendicazioni stipendiali o della difesa di diritti acquisiti. Le responsabilità sono molte e non solo recenti. Sembra che un insegnante sia destinato ad essere vuoi un eroe, che tutti i giorni scende nell´arena a fronteggiare una torma di sadici o di indifferenti, da cui difendersi e contemporaneamente sedurre, coinvolgere, oppure un impiegato della lezione, che fa le sue ore, cercando di attraversare la giornata e l´anno senza incidenti, giocando al ribasso per non esporsi a reazioni – degli allievi, ma anche dei genitori. Perché la, per altro giusta, caduta dal piedistallo dell´insegnante-Dio, le cui decisioni erano insindacabili e il potere sulla classe assoluto, è seguita non solo la legittima possibilità di argomentare le proprie ragioni, ma anche la squalifica tout court delle decisioni dell´insegnante se queste non piacciono agli allievi che ne sono oggetto e/o ai loro genitori. Come se la scuola fosse diventata il terreno di rapporti di forza, ove al sadismo e alla prepotenza di qualche insegnante si contrappongono quello degli studenti a volte spalleggiati dai genitori, dove la comunicazione è difficile e la fiducia reciproca scarsa.
Certo, la situazione media non è così drammatica, soprattutto per merito dei molti insegnanti che si arrabattano a far quadrare tutto e suppliscono a ciò che manca con la loro passione. Ma l´eroismo e l´altruismo degli insegnanti non possono essere la risorsa principale su cui conta una società per la formazione dei propri figli, tanto più se ogni giorno si impegna a squalificare e rendere difficile il lavoro alle stesse persone da cui si aspetta dedizione, competenza e, appunto, altruismo.

La Repubblica 09.09.10

"Il premier rimasto solo vede dividersi il partito", di Marcello Sorgi

Attorno a Berlusconi cresce la pressione e il premier, per la prima volta in questi giorni difficili, deve constatare la divisione del suo partito solitamente monolitico. Non nell’ufficio politico che discute come mettere alle strette i finiani, ma poco prima, quando a Palazzo Grazioli si affaccia una folta delegazione di ministri, governatori regionali e dirigenti locali del Pdl venuti a esporre le loro riserve sulla corsa alle elezioni anticipate.

Il nocciolo duro del dissenso, chiamiamolo così, viene dalla corrente “Liberamente” promossa dalle tre ministre Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo e da Frattini. Il ragionamento è semplice: Bossi spinge perché pensa di fare il pieno di voti al Nord, e probabilmente lo farà. Fini si presenterà come avversario diretto del Senatùr oltre che del Cavaliere e paladino del Sud, rosicchiando voti al Pdl in territori che sono stati finora serbatoio strategico di consensi per il partito. Inoltre, non tutte le alleanze strette alle regionali sono solide: mentre Berlusconi cerca di recuperare transfughi dal gruppo misto per ritrovare la maggioranza in Parlamento, il governatore della Sicilia Lombardo, eletto con il centrodestra, ad esempio continua a trattare con il Pd, e non è escluso che l’accordo per rafforzare il governo regionale sorretto da una maggioranza trasversale possa poi tradursi in caso di elezioni in un’alleanza elettorale.

A tutti Berlusconi continua a dire che a questo punto le elezioni sono quasi inevitabili, anche se via via ammette che lo scioglimento delle Camere in autunno è improbabile e la necessità di trovare un’intesa anche provvisoria per arrivare a primavera ineludibile. Ma al momento, il premier è solo: Bossi ormai si muove per proprio conto e ha preso la rincorsa per il voto, Fini rilancia ogni giorno la sua sfida (dopo aver rintuzzato il tentativo di Cicchitto di porgli il problema della sua imparzialità, ha annunciato la sua iscrizione al gruppo di Futuro e Libertà), Casini, sentendosi molto corteggiato, reagisce con cautela.

Quella di andare al voto con una coalizione allargata a Lega e Udc resta al momento solo un’ipotesi. La realtà è quella che uno dopo l’altro, prima dell’ufficio politico, gli esponenti della corrente più vicina al premier sono andati a ripetergli: come stanno le cose il Pdl rischia di tirare la volata alla Lega al Nord, perdere voti a favore di Fini nel Centro-Sud e ritrovarsi all’indomani delle elezioni con una maggioranza traballante più o meno come quella che ha ora.

La Stampa 09.09.10

"Autunno caldo, Fiom decide 4 ore di sciopero", di Roberto Mania

Prove di autunno caldo sindacale. La Fiom ha proclamato quattro ore di sciopero entro metà ottobre contro la decisione della Federmeccanica di recedere dal contratto nazionale firmato nel 2008 da tutti i sindacati compresi i metalmeccanici della Cgil. Le modalità dello sciopero saranno decise a livello territoriale, poi il 16 di ottobre ci sarà una manifestazione di protesta a Roma.
La Fiom si prepara a una lunga prova di forza, nella quale giocherà anche la carta dei ricorsi alla magistratura, come ha annunciato il suo segretario generale Maurizio Landini. D´altra parte si capirà solo nei prossimi mesi l´effetto della scelta degli industriali metalmeccanici. Perché dall´inizio di quest´anno nelle aziende si applica il contratto separato, firmato cioè dagli altri sindacati (Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl e Fismic) ma non dalla Fiom. Il vecchio contratto è in stand by e così resterà fino alla sua scadenza del 31 dicembre 2011. Da quel momento – per effetto della decisione della Federmeccanica – anche formalmente non ci sarà più. E la Fiom non potrà aggrapparsi a nulla per impedire le deroghe al contratto nazionale che gli altri sindacati insieme agli industriali cominceranno a negoziare a partire dal 15 settembre. Sta qui il senso della mossa della Federmeccanica, pressata dall´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che non vuole incertezze nell´applicazione dell´accordo per la nuova organizzazione del lavoro nello stabilimento di Pomigliano d´Arco.
Gli schieramenti in campo sono ormai netti: da una parte i duri della Fiom (tra i quali si distingue la minoranza guidata da Fausto Durante, fedelissimo di Epifani, che vorrebbe una ricucitura con Fim e Uilm) coperti dalla Cgil; dall´altra Confindustria, Federmeccanica, Cisl e Uil. Netta la dichiarazione di ieri della presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia: «Il vero problema è la Fiom che non accetta nessun cambiamento per rendere più competitive le imprese». E la disdetta del contratto? «Solo una questione tecnica. Un atto di chiarezza. Non abbiamo subito la decisione della Fiat».
Pensare che in questo contesto la Fiom possa ripensarci sembra davvero difficile. Ieri è arrivato l´appoggio ai metalmeccanici anche della segreteria nazionale della Cgil che in una nota parla di «balcanizzazione delle relazioni industriali del settore». «Con l´operazione decisa da Federmeccanica – secondo il vertice di Corso d´Italia – si svuota di sostanza il contratto nazionale. Tema, quest´ultimo, che sembra non preoccupare la presidente della Confindustria, la quale dovrebbe invece usare parole più accorte e attente ai rischi che la decisione di Federmeccanica può aprire». È un muro contro muro. E ieri ci sono stati i primi scioperi nell´indotto Fiat, alla Lear e alla Itca di Torino.

La Repubblica 09.09.10

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“Condanna FIOM: La democrazia è irrinunciabile”, di Giuseppe Vespo

«Per la Fiom la democrazia è unprincipio irrinunciabile, basato sul confronto e sulla libertà di poter esprimere pubblicamente le proprie opinioni ». Così le tute blu Cgil condannano la contestazione subita ieri dal leader Cisl Raffele Bonanni alla festa del Pd a Torino. Un messaggio chiaro che arriva alla fine di una giornata ancora segnata dalle polemiche sulla disdetta da parte di Federmeccanica del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008.
REFERENDUM A questo proposito ieri si è riunito il comitato centrale del sindacato guidato da Maurizio Landini, che ha approvato la linea indicata dal suo segretario generale. Contro lo strappo degli industriali, il documento votato dalla maggioranza del comitato delle tute blu indice quattro ore di sciopero entro il 16 ottobre, giorno della manifestazione nazionale a Roma. La Fiom propone inoltre a Fim e Uilm di sospendere le trattative con Federmeccanica per chiamare ad un referendum sulle deroghe al contratto tutti i lavoratori. Quindi l’invito alla Cgil, affinché si mobiliti contro «l’attacco ai diritti», e la convocazionedell’assemblea nazionale dei delegati entro gennaio, in modo da preparare una nuova piattaforma per il rinnovo del contratto delle tute blu. «Perché la disdetta di martedì conferma che il vero contratto di categoria è quello firmato nel 2008». Il parlamentino del sindacato è stato chiamato ad esprimersi su due proposte: quella dal segretario Landini, che ha ottenuto 92 voti (il 79% dei consensi), e quella dell’epifaniano Fausto Durante – espressione della minoranza – votato da 26 rappresentanti. Quest’ultimo, contrario al «muro contro muro», proponeva a Fim e Uilm di ripartire da zero: riaprire un tavolo e scrivere un nuovo contratto nazionale. Ha prevalso la linea maggioritaria, che chiede dunque ai metalmeccanici di Cisl e Uil di rimettere tutto nelle mani dei lavoratori: indire un referendum sulle deroghe al contratto nazionale e sottostare poi tutti all’esito della consultazione. Una soluzione subito bocciata dalla Uilm, secondo cui il contratto nazionale dei metalmeccanici esiste già. È quello rinnovato -senza la Fiom – lo scorso anno. Landini ha quindi ribadito che la disdetta di Federmeccanica è unatto «grave e irresponsabile», e per questo «siamo anche pronti al Tribunale. Perché – ha sottolineato – vogliono cancellare il contratto nazionale di lavoro». Per il sindacalista, «Confindustria ha ceduto al ricatto della Fiat che aveva minacciato di uscire dal sistema confindustriale », se non avesse avuto mani libere su Pomigliano. Un’accusa respinta al mittente da Emma Marcegaglia, che ha attaccato la Fiom («sono loro il problema»). Per la numero uno degli industriali la disdetta «è solo un atto di chiarezza », perché un contratto vigente c’è, è quello del 2009. Sulla stessa linea anche il ministro Sacconi. Ma è proprio contro quest’asse, e più in generale contro l’«attacco ai diritti» che non riguarda solo i metalmeccanici, che la Fiom chiede alla Cgil di «pensare a forme di mobilitazione fino ad arrivare, se necessario, allo sciopero generale ». Intanto a mobilitarsi ci hanno pensato gli operai dell’indotto Fiat di Grugliasco, Torino. Contro lo strappo sul contratto del 2008 alla Lear e all’Itca hanno già incrociato le braccia un’ora per ogni turno.

L’Unità 09.09.10

Bindi e Vendola alla Festa: "Cambiamo la legge elettorale"

Confronto a Torino su lavoro, scuola, primarie, alleanze
Sala gremita a Torino per il confronto tra Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea PD e vicepresidente della Camera e Nichi Vendola, presidente della Puglia e leader di SeL.
Il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, ci tiene ad una premessa: “Normalmente rifiuto i dibattiti politici, ma so che stasera ci saranno con me due personaggi che rispondono con franchezza”.
E la Bindi parte dall’attualità: “La più grande maggioranza della storia repubblicana è andata in crisi, è normale che ora ci siano sentimenti forti nei nostri elettori, iscritti, dirigenti che hanno lavorato perché questo avvenisse dato che le contraddizioni della maggioranza erano evidenti fin dalla formazione delle loro liste. Abbiamo visto il volto peggiore del berlusconismo e della maggioranza, sono stati due anni di assoluta inconcludenza, il governo non ha fatto nulla negando la crisi se non nel senso opposto di quel che doveva fare. L’Italia sta peggio ed è stanca. Noi la soddisfazione di vedere che Berlusconi conta i voti sapendo la fatica che facevamo noi ce l’abbiamo, ma siamo insoddisfatti perché il paese paga sul piano economico la sua crisi, oggi c’è la gravissima notizia di Finmeccanica che disdetta il contratto nazionale e non abbiamo riferimenti.

La crisi politica ha i tratti della crisi istituzionale, non hanno trovato la quadra ad Arcore e si rifuggono al Quirinale sapendo che non si può fare. Voglio dire: a nessuno passi per l’anticamera del cervello che il PD non è pronto alle elezioni, Berlusconi debole come ora non è mai stato e se ci sarà sarà una campagna elettorale in cui possiamo mostrare il suo fallimento, la serietà della questione morale che li ha investiti. Noi vogliamo andare al voto con un programma alternativo, condiviso dal PD e poi con i potenziali alleati, ma aggiungo: non ci sfugge il fatto che se davvero si vota, perché questo governo farà fatica a morire come faranno a dire che la maggioranza non l’avranno se ce l’avranno? Fini li sta tenendo alla corda. Noi se tireranno a campare li incalzeremo ogni giorno, se questo governo finisce però in 6 anni non potremo andare a votare ancora con una legge elettorale che ha espropriato i cittadini del diritto di scegliere e che ha costretto per prendere il premio di maggioranza a coalizioni disomogenee, noi con l’Unione noi col PDL a cui resistette Casini ma non Fini. Abbiamo il dovere di verificare se in Parlamento c’è la possibilità di trovare una maggioranza per una legge elettorale nuova di impianto maggioritario. Le camere non sono di Berlusconi non dimentichiamolo, le mosse spettano a Napolitano.

Poi tocca a Nichi Vendola: “Vorrei ringraziare il PD per avermi invitato in una serata così importante, parlarci con franchezza in uno sforzo comune per costruire il cantiere di cui l’Italia ha bisogno per costruire il cantiere del congedo dal berlusconismo. Per farlo chiediamoci cosa è. Una trasformazione radicale, antropologica, del nostro Paese l’approdo di culture reazionarie incubate con la scomparsa della centralità della scuola sostituita dal trash televisivo, la società come beautiful, un po’ Peron un po’ Vanna Marchi, ma ora le due gambe populista e liberista vanno ognuna per conto suo. Questa legge mi ha lasciato fuori dal parlamento ma temo non ci sia una maggioranza attorno a una proposta unitaria, se il parlamento cambia la legge elettorale e dice addio alla porcata ho già il calice per brindare. E se la fa sul conflitto d’interessi ho una collezione di spumanti per brindare, ma ne dubito, non ci siamo riusciti quando eravamo noi maggioranza. Ora ci serve una proposta programmatica per capovolgere gli ingredienti del berlusconismo “.

Rosy Bindi poi parla del nuovo Ulivo, che Vendola nel pomeriggio aveva criticato: “Mi è spiaciuto che quando Bersani ha lanciato il nuovo Ulivo si è cominciato subito a discutere di con chi farlo. Penso che tornare a usare la parola Ulivo ha richiamato a tutti noi una vittoria del centrosinistra e un governo che in 5 anni ha fatto riforme per l’Italia, toccato interessi. La ricordo soprattutto come una stagione in cui gli italiani, i giovani, son tornati a credere nella politica. Nei comitati L’Italia che nel ’96 vidi un paese fiaccato da terrorismo, tangentopoli, crisi economica, dall’avvento di …insomma un paese un po’ stordito, che ritrovò la fiducia in sé stesso. Per me il nuovo Ulivo ha significato questo. Batteremo Berlusconi e vinceremo il berlusconismo ritrovando la capacità di credere in noi stessi, ripensando la politica come progetto, che vuol dire prendersi cura del paese e dei problemi, ridando all’Italia un’idea di sé alternativa a quella preparata da una società stanca, da un sistema politico logorato che ha plasmato e interpretato. Dobbiamo riuscire a riparlare all’Italia che ci ha creduto ed è stata trasformata facendo dell’individualismo la propria religione . Vinceremo mettendo al centro scuola, lavoro, diritti, legalità,questione morale. Non solo con noi, con tutti, bisogna ristabilire il confronto perché se torneremo a governare, e lo penso, dovremo dire all’ad FIAT che si deve sedere al tavolo e parlare con le parti sociali. Dovremo dire che l’evasione fiscale è la più grande malattia di questo paese, dobbiamo far credere agli italiani e non solo ai 140.00 licenziati dalla Gelmini, la donna più cinica che ho incontrato, che scuola e cultura devono tornare al centro di questo paese. Non sarà facile, ritroveremo il Paese che si ribella a tasse e sacrifici per le priorità e dovremo convincerlo”.

Poi affronta il tema delle alleanze: “Stiamo insieme in una compagnia più larga e più omogenea possibile, senza litigare. Non per simpatie o antipatie ma in base a un programma condiviso. Se chi mi è più prossimo la pensa diversamente non me la sento di chiudere il dialogo, dobbiamo essere capaci di approfondire temi e differenze perché se ci unisce la voglia di fare una nuova Italia dobbiamo fare anche la fatica di trovare nuove strade. A volte vado d’accordo più con Vendola che con gli esponenti del mio partito, pensiamo al grande tema del lavoro, che per me è fondamentale, 150 anni di unità sono anche 150 anni di lotte dei lavoratori coincidono perfettamente. Su Pomigliano ho visto Cota (lei stoppa i fischi) far battute: non sanno come lavorare. Gli ho detto: stai attento Cota che se ti capita a Mirafiori. Pensavo passassero mesi son passate settimane, ma non mi rassegno a pensare che lavoro e diritti si debbano separare”. Poi rintuzza Vendola che parla di messa in dubbio del diritto di sciopero da parte del PD riferendosi al caso di Pomigliano: “Non l’abbiamo detto”. E il Presidente della Puglia prova a spiegarsi: “Dico che dobbiamo essere più chiari, ad esempio diciamo: subito primarie”. E la vicepresidente della Camera non ci sta: “Abbiamo passato l’estate a incontrare le persone per parlare delle nostre idee in migliaia di feste, come si fa a dire che si decide nel chiuso di poche stanze? Alle feste senza Rosy o Nichi la gente parla, ascolta e discute di politica. Io poi non ero per la vocazione maggioritaria ma allora avrei voluto un’alleanza non una spartizione di posti. E non voglio essere pessimista nei confronti di un PD che ha mobiliato lo scorso anno 3 milioni di persone per eleggere il suo segretario. Ti dico da presidente dell’assemblea che per quel che mi riguarda ho sempre fatto la mia parte per le primarie, in Puglia come per scegliere il candidato premier. Non ho dubbi, l’ha sottolineato anche il cammino congressuale di Bersani, vogliamo ricostruire il centrosinistra, ma facendolo più omogeneo, con gli italiani. Il candidato si sceglie insieme, i cittadini, gli alleati, gli iscritti. Ho un dubbio sul tuo partiamo subito, prima aspetterei che cascasse il governo perché dovesse portar male… vedi te che non cade (le risate in sala son tante) comunqu… prima cada il governo, poi passi la parola a Napolitano , le prassi devono essere rispettose delle istituzioni, non possiamo parlare di deriva populista e plebiscitaria di Berlusconi perché vuole le urne e poi essere noi a mettere in campo un progetto che renda vani eventuali tentativi del capo dello stato per verificare se ci sono altre maggioranze. Altrimenti educare gli italiani che alla deriva plebiscitaria magari si sono abituati diventa difficile. Si apre un cantiere non per sfidarsi nelle piazze ma per lavorare insieme alla gente, prendendo seriamente in mano il paese nel merito delle questioni. La politica è stata incoerente perché è stata incapace di far sognare, come dice Vendola, ma la politica vera è capace di far sognare e di governare”.

Poi il presidente della Puglia gli chiede di quando Dario Franceschini ha detto che non c’è tempo per organizzare le primarie. Lei non è d’accordo:”Ha ragione Nichi il tempo c’è, poi se due come noi mettono insieme stasera tutta ‘sta gente quanto ci vorrà per far scegliere il candidato? Noi sappiamo come fare, Nichi saprà anche come vincerle come dice, ma ogni primaria è una storia nuova”. Il popolo delle primarie è il terzo soggetto del dibattito a cui si rivolgono

Vendola: sono contento qui, smettiamola di aver paura del nostro popolo

Calabresi ha un ultima domanda che sfora l’ora prevista: “Come si fa a riconquistare la maggioranza degli italiani in questo mondo così cambiato? La sinistra come dice Chiamparino non si è definita per battaglie sacrosante ma di difesa, conservatrici? Non rischia battaglie di testimonianza? Le imprese al sud si stanno estinguendo, non solo la Fiat ha problemi, quali sono le ricette? Come si fa impresa creando lavoro, come si conquista la maggioranza degli italiani?

La Bindi sottolinea come “abbiamo di fronte a noi questo tipo di sfide, il nuovo Ulivo è questo chiedetemi cos’è ,non chi c’è”. E guarda Vendola e gli chiede se vuole entrarci. La sua risposta è allusiva: “Ci sono milioni di piante d’ulivo in Puglia”. La Bindi è contenta: “Bene, basta così, ce ne sono milioni in Toscana e crescono anche al nord. Son d’accordo dobbiamo partire da noi che siamo stati i principali artefici delle nostre sconfitte, non abbiamo creato momenti di resistenza culturale verso quello che stava avvenendo. Se siamo entrati così in quest’epoca forse è perché non avevamo strumenti adeguati ma io non voglio spazzar via i diritti come la destra, devo riprenderli lavorando a un impianto nuovo di legislazione, regolamentazioni, relazioni. Ora so che il cuore batte in un modo ma la testa deve lavorare per aprire nuove strade e non ho bisogno di creare steccati nella mia metà campo ma confronti. Senza la forza della politica avrà ragione sempre il più forte, stiamo entrando in questo campo allora diamoci gli strumenti dell’oggi.. facciamolo e faremo le primarie, un grande ulivo e batteremo la destra per poi governare il paese”
Vendola nella sua risposta cita Enea che si mette sulle spalle Anchise e va a fondare una nuova città e la Bindi ribatte, “è troppo semplice fondare una nuova città, anche perché le culture ci sono già in quel che abbiamo fondato , il PD”. La serata si conclude, il popolo del PD e i sostenitori di Vendola sciamano insieme tra i tavoli dei ristoranti, non a caso uno dei cartelli in sala portava la scritta “Nichi e Rosy oggi sposi”, nonostante la pioggia la voglia di politica ha riempito Piazza Castello.

Ma.Lau.

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«Se la scuola cade a pezzi», di Tito Boeri e Fausto Panunzi

Il Ministro Gelmini è stata molto presente nel dibattito pubblico estivo, intervenendo ad esempio sui contrasti tra il Premier Berlusconi e il Presidente della Camera Fini, sui licenziamenti della Fiat o semplicemente parlando della sua vita privata.
Non ha neanche trascurato i suoi doveri di Ministro dell’Istruzione, rassicurando le scuole paritarie che i fondi a loro destinati non sarebbero stati toccati. Ma nulla ha detto e, soprattutto, fatto per l’edilizia scolastica. Nessun piano per migliorare gli edifici scolastici in cui le famiglie italiane manderanno tra pochi giorni i loro figli. Secondo i dati disponibili, due edifici su tre hanno più di 30 anni. Di questi solo il 22% è stato ristrutturato. Certo, c’è la crisi. Certo, è importante che i conti pubblici restino in equilibrio. Ma gli investimenti nella scuola e nell’università sono irrinunciabili per un Paese che non voglia perdere terreno nella competizione internazionale. C’è sempre chi dice che i problemi della scuola sono ben altri, ma crediamo che tutti siano disposti a riconoscere che è difficile lavorare bene in scuole con aule a volte poco sicure, con bagni fatiscenti, palestre minuscole e poco attrezzate, con una ristretta dotazione di tecnologie per il supporto alla didattica. E’ vero, molte delle competenze sull’edilizia scolastica sono delle Province, ma il completamento dell’anagrafe edilizia era stato annunciato dal Ministro all’inizio del suo mandato. Di esso nulla si è saputo. Siamo con il Ministro quando dice che non si possono assumere tutti i precari ma non possiamo chiudere gli occhi sul fatto che per la scuola italiana questa è stata un’altra estate perduta. E cosa ci sta a fare un Ministro della Pubblica Istruzione al governo se permette che nel programma di fine legislatura si trovi spazio per il Ponte sullo Stretto e la Torino Lione (con un costo stimato per le casse dello stato di circa 20 miliardi) lasciando invece che tutti i giorni nelle aule di scuola si rischi la vita?

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Vero o Falso? Tutti i numeri del Ministro Gelmini*
“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”
“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.
Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca – conferenza stampa di inaugurazione dell’anno scolastico, 2/9/2010.

“Sono più di 50mila i profili tecnici richiesti dalle imprese che la scuola non riesce a formare”.
Nella conferenza stampa del 2 settembre tenuta dal Ministro Gelmini in occasione dell’apertura del nuovo anno scolastico, sono riportate alcune informazioni di cui non ci è stato possibile trovare riscontro.
Nel rapporto pubblicato nel sito del Ministero dell’Istruzione relativo all’anno 2008-9 (La scuola statale: sintesi dei dati – a.s. 2008/2009) si riporta che vi sono 77.990 alunni frequentanti le classi V degli istituti professionali, 8955 alunni frequentanti le classi V degli istituti d’arte e 145650 alunni frequentanti le classi V degli istituti tecnici. Immaginando che un 10 per cento di essi non consegua la maturità in quanto non ammesso agli esami o direttamente bocciati all’esame stesso, ci attenderemmo 209.335 diplomati tecnici o professionali a giugno 2009. Contemporaneamente il rapporto Excelsior per il 2009 realizzato da Unioncamere sulle previsioni di assunzione per il 2009 segnala che le imprese avrebbero programmato l’assunzione di 222mila persone in possesso del titolo di studio secondario e post-secondario. Lo scostamento tra domanda potenziale ed offerta sarebbe quindi pari a 13mila diplomati e non ai 50mila che dichiara il ministro. Forse vuole incoraggiare le istruzioni verso la filiera professionale…

“Nel biennio 2009-2011 l’incremento del tempo pieno è stato due volte e mezzo di quello registrato nel biennio precedente con 877 classi in più di tempo pieno solo quest’anno”
Gli ultimi dati disponibili per il pubblico sono contenuti nel grafico 2.3.2. de “La scuola in cifre 2008” e si riferiscono all’anno scolastico 2007/2008

(qui la tabella)

Secondo questi dati la quota di alunni con orario superiore alle 30 ore, con o senza mensa, sarebbe in Italia il 45.2 per cento degli alunni della primaria. Se quanto ha dichiarato il Ministro è vero, ci aspetteremmo che la quota degli stessi alunni nell’anno che inizia si avvicini al 50 per cento (visto che per altro la dimensione media delle classi è aumentata). Attendiamo con ansia la pubblicazione di dati più recenti nel sito del Ministero per poter verificare questa affermazioni, cui non sembrerebbe corrispondere la percezione dei genitori di cui si legge nei giornali.

“…A fronte di una cifra, 43 miliardi di euro che noi da sempre investiamo in istruzione”.
Dalla stessa pubblicazione citata sopra, alla tabella 1.1.2 “Spesa pubblica per l’istruzione scolastica per fonte di finanziamento si legge che nel 2008 (ultimo dato disponibile) la spesa pubblica complessiva è pari a 54.86 miliardi, di cui 45.96 a carico del Miur, e il resto a carico di regioni ed enti locali. Vi è quindi una differenza, a sfavore di quanto dichiarato dal Ministro stesso, di 3 miliardi di euro. Un 7 per cento di errore per un ministro che dichiara che “i numeri sono numeri” quando vuole conseguire un taglio del 20 per cento dei propri fondi non è un dettaglio da sottovalutare.

(qui la tabella)

“Con l’ultima finanziaria abbiamo recuperato 10mila nuovi posti di lavoro per gli insegnanti, 6.500 nuovi posti di lavoro per personale tecnico-amministrativo e anche un nuovo concorso per presidi per 3.000 nuovi posti”.
Il Ministro si vanta cioè di aver creato 10.000 nuovi posti di lavoro per gli insegnanti nella scuola.
Tuttavia se andiamo la Tavola A della “La scuola statale: sintesi dei dati – Anno scolastico 2009/2010” sempre pubblicato nel sito del ministero, notiamo che i docenti a tempo indeterminato e determinato attuale sono calati di 23.630 (escludendo gli insegnanti della scuola dell’infanzia, che restano pressochè costanti) nel passaggio di un anno (dal 2008-9 al 2009-10). Se prendiamo per buono il dato dichiarato dal Ministro, ne dobbiamo presumere che ci siano stati 33.630 pensionamenti, di cui solo 10.000 vengano rimpiazzati e 23.630 distrutti. Altro che nuovi posti di lavoro! Se le imprese adottassero la setta logica del ministro, avremmo 4 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno …

*A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi su segnalazione della nostra lettrice Bianca Maria Canal che ringraziamo.

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clicca qui per leggere il dossier “La scuola in cifre”

"La sinistra non c’entra, i precari sono aumentati con Craxi e la Dc", di Fabio Luppino

Gelmini contando sulla scarsa memoria di politici e commentatori lancia slogan che non hanno alcun fondamento storico e anche politico. L’ultimo è il seguente: l’abnorme numero di precari è colpa della sinistra. Proviamo a spiegare quanto questa affermazione faccia a botte con la realtà delle cose. I precari della scuola hanno seguito lo stesso percorso del debito pubblico. Il rigonfiamento senza ritorno si ebbe nel decennio 1980-1990 che mai vide alla guida del governo un uomo di sinistra. Erano gli anni del pentapartito di Craxi, degli sfondamenti, dell’onda lunga, della magnifica epoca in cui si dilapidava il patrimonio pubblico e si fece raddoppiare il debito con pratiche che l’inchiesta Tangentopoli svelò nelle più trite degenerazioni. E a fare i ministri della Pubblica Istruzione si succedettero nell’ordine Valitutti (Pli), Bodrato-Falcucci- Galloni-Mattarella-Bianco-Misasi (tutti Dc). Erano anche gli anni in cui si bandivano concorsi (quello alle Poste divenne leggendario) per cinquemila posti che, per motivi elettorali, vista la breve durata di alcuni esecutivi, venivano artatamente elevati a quindici-ventimila, anche se non servivano. Nella scuola, che ancora viveva della fase ascendente della generazione del boom della natalità (quelli degli anni sessanta) per le stesse ragioni, fu inventata, complice i sindacati, la doppia graduatoria per l’accesso alla professione insegnante. Nei primi anni ottanta bastava laurearsi in Lettere o in Matematica e si iniziava in pochi mesi a fare supplenze: i ragazzi erano molti, con tutto che la numerosità delle classi era elevata, ma l’altrettanto alto numero di aspiranti insegnanti aveva la possibilità di trovare una collocazione, precaria, ma con una garanzia di continuità negli anni. Nello stesso tempo l’accesso al ruolo avveniva solo per concorso: in quel decennio se ne fecero due, uno nell’85 e l’altro nel ‘90. Fare i concorsi costa. Il numero di professori che serviva per mandare avanti la scuola era enorme: lavoravano, ma senza abilitazione. Si decise, allora, invece di fare i concorsi ogni biennio, o ogni anno, di creare una graduatoria per anzianità: si chiese a chi aveva fatto anni di supplenza di portare certificati di servizio che lo attestassero e si creò una graduatoria, nota ormai da trent’anni come doppio canale, da cui nelle varie materie di insegnamento si iniziò ad attingere per le immissioni in ruolo. Così, il 50% di prof iniziò ad entrare nella scuola per concorso e l’altro 50% attraverso il doppio canale: quest’ultimi hanno ottenuto l’abilitazione «riservata» all’insegnamento, qualcuno anche mai. La presenza di prof di oltre cinquant’anni ancora precari deriva da questa sanatoria-stortura. Trent’anni fa il numero di precari era molto minore. Ma con la fine degli anni ottanta le curve insegnanti- alunni iniziarono a divergere: i primi rimasero costanti, i secondi divennero sempre di meno. Sicché il numero dei precari aumentò paurosamente e per coloro che avevano superato il concorso gli anni d’attesa per l’immissione in ruolo divennero quasi biblici: quando si fece l’ultimo, quello del ‘99, le graduatorie di nove anni prima non erano affatto esaurite. E non lo sono oggi quelle di undici anni fa, tant’è che continuano ad arrivare telegrammi per contratti a tempo indeterminato a chi nel frattempo ha cambiato vita. La politica, per peggiorare la situazione di persone che comunque ogni anno si sono messe a disposizione dello Stato, ci ha messo del suo. Usare il dato meramente matematico del numero di insegnanti per studenti come fa Gelmini, ma comenegli anni precedenti hanno fatto Luigi Berlinguer o Padoa Schioppa, non ha alcun senso. Basta girare l’Italia, le migliaia di comuni con mille o duemila abitanti per rendersi conto cosa bisogna fare per garantire a tutti il diritto all’istruzione. Non solo. L’assenza di uno screening puntuale sulle reali necessità territoriali di prof, questa sì una urgenza federalista, ha fatto sì che a fronte di un numero scarso di laureati al Nord, anche per insegnare, ce ne continuasse ad essere uno sovrabbondante al Sud. Ed ecco che si spiegano le storie di persone che, da precarie, hanno girato l’Italia, da Sud a Nord e che adesso lo Stato vuole lasciare a casa. A dare l’ultimo colpo ci ha pensato la legge 133 Gelmini-Tremonti.Macosì si uccide la scuola e continua lo scaricabarile sui precari.

L’Unità 08.09.10