Latest Posts

"Il vicolo cieco dello scontro", di Cesare Damiano

È giusta la richiesta, avanzata da Confindustria, di una convocazione straordinaria da parte del governo delle forze sociali per mobilitare tutte le energie disponibili per la crescita economica. Ma è un errore la disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008 decisa ieri da Federmeccanica. In questo modo non si favorisce la via della ripresa del dialogo. Proprio perché è giunto il momento di ricercare le condizioni per nuove relazioni sindacali e per la definizione di un quadro normativo per la categoria che sia condiviso da tutte le organizzazioni sindacali. Uno sforzo necessario se si vuole affrontare al giusto livello la sfida della competitività nella globalizzazione. Sfida che richiede come ingrediente fondamentale un alto senso di responsabilità e di coesione.
Anche se, come assicura il ministro Tremonti, non ci dovesse essere alcun crollo, l’autunno che sta iniziando ci prospetta una situazione produttiva e occupazionale da brividi, con migliaia di aziende in difficoltà – è emblematico il caso Fiat – e 600mila posti di lavoro a rischio tra pubblico e privato.
Se mai ce ne fosse stato (e non ce n’era), di tempo da perdere non ce n’è più.
Non è solo questione di emergenza. Per superare la crisi e sostenere la sfida della globalizzazione serve un nuovo patto sociale, capace di indirizzare verso lo sviluppo gli sforzi della politica, dell’imprenditoria e del sindacato. La competitività globale spinge a individuare, tra impresa e lavoro, nuove ragioni di scambio. Bisogna coinvolgere i lavoratori nelle scelte strategiche, bisogna adottare nuovi modelli di partecipazione. Gli esempi cui far riferimento, in Europa, non mancano.
Con questo governo, però, non è possibile alcun patto. Sono i fatti ad affermarlo. Un patto sociale richiede un intervento propositivo da parte dell’esecutivo, com’è stato nel 1993 e nel 2007 con Ciampi e con Prodi, quando furono sottoscritti gli accordi sulla concertazione. Le scelte sin qui compiute dal centrodestra sono andate tutte in direzione diametralmente opposta. La concertazione è stata cancellata, non solo dall’agenda, ma dallo stesso vocabolario politico della maggioranza. Ogni azione, quando si è trattato di affrontare questioni di politica economica, crisi aziendali o scadenze contrattuali, è stata finalizzata a dividere il sindacato. Da più di quattro mesi, nonostante inviti e sollecitazioni autorevolissime, non c’è un ministro dello sviluppo economico. E non c’è motivo di ritenere che si possa assistere a un cambiamento di rotta, tanto più ora con una maggioranza, anche ufficialmente, ormai a pezzi.
Per questo è ancor più indispensabile un’assunzione di responsabilità da parte di aziende e sindacato, cui il Partito democratico non farà mancare il proprio appoggio. Anche in questo il caso Fiat è emblematico. Quello della contrapposizione che si è imboccato, è un vicolo cieco. È necessario uscirne. Se si vuole rispondere alla sfida della competitività devono prevalere confronto e dialogo. Non ci sono alternative.
L’azienda dovrebbe reintegrare nei fatti i tre operai di Melfi licenziati e dovrebbe aprire il tavolo di confronto a tutte le organizzazioni sindacali. Sarebbe un atto di disponibilità importante, in vista del tavolo previsto per la prossima settimana, mentre sarebbe un errore grave escludere, come sta accadendo, chi – in questo caso la Fiom – non ha firmato un accordo. Non è mai accaduto e finirebbe col dar forza a chi si erge a paladino della contrapposizione.
Nell’auto, ancor più che in altri settori, la competizione globale impone la ricerca di nuovi equilibri tra le esigenze dell’impresa e dei lavoratori. Per questo non servono però deroghe al contratto nazionale. Né serve un contratto ad hoc per il settore. Imboccare questa strada sarebbe sbagliato. Significherebbe aumentare le tensioni e creare nuove ragioni di scontro. E’ possibile invece prevedere, all’interno del contratto nazionale dei metalmeccanici, norme specifiche per l’auto. Turni, straordinari, organizzazione del lavoro potrebbero avere – come si è fatto in passato per la siderurgia – una diversa disciplina, garantendo quella competitività necessaria a sostenere la sfida del mercato. Prima di tutto, però, serve la volontà di dialogo e un governo che non stia alla finestra.

Da Europa Quotidiano 08.09.10

"Istruzione, la linea suicida della Gelmini", di Vittorio Emiliani

Da anni l’Italia spende poco e male per l’istruzione. Ma con questo governo spende sempre meno e sprofonda al penultimo gradino fra i 33 Paesi dell’Ocse, lontanissima da Scandinavia, Usa, Regno Unito, o Francia, lontana da Austria e Portogallo. Dal 5%circa di PIL del governo Prodi al 4,7 % indicato dall’Ocse prima dell’ultima sciagurata manovra. Il ministro Gelmini prende lo spunto per gloriarsi dei suoi tagli sulla pelle dei precari sostenendo che il rapporto “spinge ad andare avanti con le riforme”. Quali, se per ora l’intero comparto – dalle materne all’Università – viene sottoposto ad una dieta delle più debilitanti? Avremmo capito se avesse mantenuto inalterata la spesa e destinato una quota maggiore ad investimenti in strutture, edifici, laboratori, servizi di supporto, e ad incentivi al merito. No, siamo di fronte ad un governo che sa solo calare la scure su istruzione, cultura e ricerca, cioè sul futuro del Paese. Una linea suicida. Tanto più che l’Italia detiene già la “maglia nera” dei laureati. Stiamo infatti andando (ma con le discusse lauree brevi) verso il 14%di giovani e adulti, roba da arrossire rispetto agli altri Paesi europei che stanno al doppio e oltre, Spagna inclusa. Di donne laureate la Finlandia ne vanta più del triplo di noi e il Regno Unito poco di meno. Siamo tuttora il Paese in cui il 25%degli abitanti in età ha a malapena la V Elementare o neanche quella (in pratica semi-analfabeti) e un altro terzo circa si è fermato alla III Media. Col Nord che non brilla per niente e coi giovani di famiglie “a basso livello di formazione” che, al 90 %, non arriveranno ad una laurea. Paese ingiusto, e ottuso: per l’Ocse infatti, un individuo con un livello alto di istruzione, “genererà nel corso della vita lavorativa una somma supplementare di 119.000 dollari tra imposte sul reddito e contributi sociali” rispetto ad un individuo con una istruzione più bassa. Senza contare l’apporto che potrà dare a tutti in creatività. Ecco perché indignano i Tg di questi giorni in cui si vedono insegnanti e genitori che si ingegnano a rendere accettabili aule fatiscenti, a trovare altri banchi, a portare pennarelli, quaderni, persino la carta igienica. Sono gli stessi italiani a reddito fisso ai quali questo fisco sommamente ingiusto non fa sconti di sorta, i soli, coi pensionati e coi titolari di partite Iva, a pagare al centesimo tasse e imposte. Senza le quali anche quel misero 4,7 % del Pil non potrebbe essere assegnato all’istruzione pubblica. “Non è mai troppo tardi” fu una bandiera della tanto rimpianta Rai del servizio pubblico quando faceva cultura con l’Approdo e insegnava a leggere e scrivere con l’indimenticabile maestro Manzi. Non è mai troppo tardi. Per cambiare anzitutto

L’Unità 08.09.10

"Una scelta sbagliata", di Sergio Romano

Se gli incontri del presidente del Consiglio con il capo dello Stato fossero frequenti e regolari (persino sotto il fascismo Mussolini veniva ricevuto dal re una volta alla settimana), quello preannunciato ieri non avrebbe suscitato un particolare interesse. Ma il prossimo accadrà dopo una fase durante la quale gli incontri sono stati rari, e al presidente della Repubblica, per di più, verrà chiesto di ricevere non soltanto il presidente del Consiglio, ma una specie di delegazione composta da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. I temi della discussione, a giudicare dalle dichiarazioni del leader della Lega, saranno verosimilmente la sostituzione di Gianfranco Fini alla presidenza della Camera dei deputati e, in prospettiva, la possibilità di elezioni anticipate. Sembra quindi che i leader dei due partiti della maggioranza abbiano deciso di alzare il livello della crisi, di renderla istituzionale e di appellarsi per la sua soluzione al capo dello Stato. A me sembra che sull’opportunità di questa iniziativa possano farsi alcune osservazioni amare.

In primo luogo non ha molto senso deplorare gli interventi del capo dello Stato nella politica nazionale, come è stato fatto più volte negli scorsi mesi, e coinvolgerlo ulteriormente in vicende che possono e debbono essere affrontate in Parlamento. Esiste un «caso Fini»? Non sembra che nel sistema politico italiano vi siano norme a cui ricorrere in queste circostanze (anche se nel momento in cui fondasse un nuovo partito dovrebbe riflettere sul suo ruolo). Se il governo vuole dimostrare che il presidente della Camera non svolge una funzione super partes nei suoi compiti istituzionali e nell’osservanza del regolamento, lo verifichi in Parlamento. Se Fini non si dimette di sua spontanea volontà il governo non ha il diritto di punirlo «a priori» e tantomeno di chiedere al capo dello Stato di essere lo strumento di una punizione. Le stesse considerazioni valgono per le elezioni anticipate.

Giovanni Sartori ci ha ricordato più volte che non è raro, nelle migliori democrazie, assistere a governi che stanno in piedi con una maggioranza risicata o addirittura, dopo averla perduta, perché le opposizioni non sono in grado di sostituirli. Quello di Berlusconi ha ancora una maggioranza, benché ridotta. E ha un programma da realizzare. Non gli resta che mettere fine a questa fase farneticante di chiacchiere, insulti e baruffe. Chieda la fiducia sulle linee fondamentali della sua politica e torni al lavoro facendo quello che ha promesso ai suoi elettori e in gran parte non ha fatto. Scoprirà rapidamente quale sia il rapporto delle forze in Parlamento e quale, in particolare, l’atteggiamento dei «finiani». Se deve cadere, cada su qualcosa per cui vale la pena di dare battaglia. Il Paese, se il governo adotterà questa linea, saprà a chi deve le elezioni anticipate e avrà qualche elemento di giudizio su cui basare il suo prossimo voto.

P.S. Breve promemoria per la Lega. Se il partito di Bossi vuole davvero le elezioni anticipate, non è necessario coinvolgere oggi il capo dello Stato. Basta che i suoi deputati, in Parlamento, si astengano sulla mozione di fiducia. Tutti capiranno che questa legislatura è finita.

Il Corriere della Sera 08.09.10

"Scuola e famiglia, il patto saltato. La vera riforma è ripartire da qui", di Marco Rossi-Doria

Il tema della scuola è il tema decisivo per chi vuole costruire un’alternativa in questo Paese. Perché ci interroga – tutti – su cosa vogliamo per le future generazioni. Riguarda certamente cosa e soprattutto come si apprende oggi. Che è cosa diversa da ieri e diversa da quel che c’è. Dobbiamo e possiamo proporre una riflessione su questo. Ma ancor prima c’è un altro tema. Che chiama al dibattito. Sono cambiati per sempre i fondamenti sui quali si è a lungo basata la scuola. Infatti è saltato il patto implicito tra scuola e famiglia. Manca, più in generale, il patto tra adulti. Che sta alla base del rivolgersi alle nuove generazioni con vero rispetto e autorevolezza. I docenti di oggi non possono più dare per scontato l’accordo con i genitori dei propri alunni com’è stato per decenni. Né possono farlo gli allenatori sportivi, i
capi scout, gli animatori delle parrocchie, ecc. Questa rottura del patto tra adulti ha molte cause. Che riguardano
il nostro comune paesaggio antropologico e vanno ben oltre l’essere di destra e di sinistra e che sarebbe importante dibattere. La Conferenza episcopale italiana prova a farlo. Tanti docenti ci si misurano nei collegi docenti. Associazioni laiche e cattoliche ne parlano con preoccupazione. E tutti constatiamo che è urgente un nuovo patto tra adulti, una risposta innovativa alla «crisi dell’educare».
Tutti vediamo che contano enormementem i modelli, spesso privi di contenimento e regola, di consumo, comportamento e relazione veicolati dall’insieme della società. E che influenzano lo strutturarsi di ogni ragazzo, il lavoro di identificazione e differenziazione di ogni adolescente. Ma intanto i modi di consumare cose, spazi e tempi, le trasmissioni di Maria De Filippi, il comportamento dei calciatori in campo e dei commentatori sportivi in tv, le bizze delle veline, le risse
politiche sono modelli che contraddicono le giornaliere fatiche dei docenti, mdei dirigenti scolastici e anche di molti genitori. E sono i sintomi della perdita di senso educativo condiviso, di modi, parole, regole del gioco, limiti da trasmettere. Al contempo, i valori dei genitori, non si formano più entro comunità culturalmente omogenee bensì in modi molto differenziati. Il che ha aspetti negativi e anche positivi. Che non possono, però, essere trattati con una bacchetta magica ma, al contrario, richiedono, una ri-negoziazione paziente su cosa serve per crescere oggi e imparare a stare
al mondo. È tutto questo che si riverbera sul «come si sta a scuola», che davvero non è più qualcosa di scontato. E impone alla scuola di farsi luogo pubblico e cantiere aperto per la ri-negoziazione tra adulti e la riscoperta e ricostruzione delle funzioni educative. Così, oggi non è più vero che un docente fa solo x ore di italiano o matematica o inglese e magari tiene tutti buoni con la minaccia del cinque in condotta. Sono balle!
Deve, invece, dedicare enormi, pazienti e sapienti energie a favorire il farsi del gruppo-classe e la motivazione al lavoro di ciascun ragazzo e ragazza, misurandosi ogni giorno con i messaggi differenziati sull’apprendere, sui tempi della vita, sui valori, sulle relazioni con i pari e con gli adulti e con le cose che ogni ragazzo riceve a casa, in giro e sui media. Perché non può richiamarsi a un «dover essere» comune né a un’abitudine alla fatica e alla frustrazione. E fare questo con trenta adolescenti è ben diverso che farlo con ventidue! In generale ci vuole un lavoro davvero sconosciuto alle precedenti generazioni di docenti.
E ci vuole un nuovo carisma – come ha scritto Marco Lodoli. Come coinvolgerli,come ridare regole, come accompagnare le fragilità conservando gli assetti propri di una scuola? E questa «opera educativa» la si deve fare di concerto con le colleghe e i colleghi, imparando a controllare e governare proiezioni, conflitti, differenze. E a proporre soluzioni. Questa è la funzione complessa di «presidio educativo» che oggi la scuola prova ad assumersi. Nel farlo commette inevitabili errori, conosce limiti a sua volta. Con i quali deve per forza misurarsi. Perché l’indomani ci sono i ragazzi. Questa quotidiana fatica la si fa con un decimo dello stipendio di un parlamentare, con il ventesimo almeno di un conduttore tv, con un centesimo di una velina o di un giocatore di serie B. E, soprattutto nel Sud, lo si fa in spazi spesso inaccettabili e senza soldi, spesso neanche per fotocopie
o carta igienica. Questa fatica stenta a capirla chi non si trova dinanzi a un gruppo di ragazzi ogni giorno.
A maggior ragione quando chi sta a scuola viene da famiglie povere – com’è per un quarto quasi dei ragazzi italiani. E troppi «tromboni e soloni » di ogni parte si permettono critiche facili ai docenti italiani.
Ma nonostante tutto, molte scuole hannoavviato spazi di confronto con i genitori, riunioni di sera, patti formativi. Si discute su come arginare il conflitto tra adulti che assolvono ai diversi ruoli educativi, su come mettersi d’accordo su alcune cose minime che dovrebbero accomunare ogni adulto davanti ai ragazzi; e anche di telefonini, ritardi nell’arrivare a scuola, gestione dei quotidiani conflitti, luoghi dove poter dire se si ha bisogno di aiuto…ché sono molte le depressioni, i disagi e gli smottamenti dell’anima e anche le dipendenze e i suicidi. I docenti si accorgono delle sofferenze e ci tengono: I care. E allora che fare? Quanto esserci? Dove finisce la «funzione docente» meccanicamente definita dal contratto
di lavoro e dove inizia quella educativa, senza la quale, sempre più, non si riesce a fare scuola?
Come favorire il rafforzamento delle diverse funzioni di genitori e di docenti senza, però, confusioni?
Come coniugare rigore e accoglienza?
Come ripristinare regole e limiti senza perdere i ragazzi per strada? Come differenziare l’offerta secondo i diversi bisogni? Non sono quesiti astratti. È la vita quotidiana dei docenti italiani.
Si tratta di un cantiere già aperto nel bel mezzo della società italiana, che ci interroga sul senso delle comunità, oggi plurali, ricche, nuove. E della politica. Si tratta, forse, della vera, silenziosa «riforma epocale» della nostra scuola. Così, nella vicenda dei precari, non è solo in gioco il posto di lavoro né quella cattedra dimezzatao quella materia scomparsa.
Ma la tenuta di questo esercito civile adulto. Che andrebbe
sostenuto, aggiornato, rimotivato.
E non dismesso. Il come farlo e come trovare i soldi per farlo è un urgente compito nazionale, di tutti.

L’Unità 08.09.10

"Il pugno di ferro degli industriali", di Luciano Gallino

Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire na distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori.Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in vigore. La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di Pil, va notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l´alto ha impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in corso.
Quanto ai diritti, sono sotto attacco sin dai primi anni ´90 e la loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l´intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la durata del contratto.
Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che altri settori dell´industria e dei servizi seguiranno presto l´esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non l´ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello per le relazioni industriali.
Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l´Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e l´università, invece di tagliarli con l´accetta come si sta facendo.
A fronte di ciò che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.

La Repubblica 08.09.10

******

“Metalmeccanici, affondo delle imprese cancellato il contratto con la Fiom”, di R.MA.

ROMA – Federmeccanica contro la Fiom-Cgil. Gli industriali metalmeccanici hanno scelto la linea dura, quella dello scontro diretto: hanno deciso il «recesso» dal contratto nazionale del 2008, l´ultimo firmato anche dalle tute blu della Cgil. Vuol dire di fatto la cancellazione di quell´accordo alla scadenza del 31 dicembre 2011. Una mossa senza precedenti nei rapporti sindacali italiani. Conseguenza: la Fiom non avrà più alcuno strumento per contrastare per via giudiziaria le deroghe al contratto nazionale che le imprese insieme alle altre sigle sindacali, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl e Fismic, si apprestano a definire entro un paio di mesi. Deroghe rese possibili dal successivo contratto nazionale del 2009, firmato da tutti ma non dalla Fiom, e che recepisce le linee del modello contrattuale modificato sempre l´anno scorso senza la firma della Cgil.
Non solo un fatto «tecnico», dunque, come ha spiegato ieri a Milano al termine della riunione del Consiglio direttivo, il presidente della Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi. Soprattutto un fatto politico. L´inizio, probabilmente, di una nuova stagione delle relazioni industriali nella quale il sindacato con più iscritti (la Fiom) non partecipa al tavolo contrattuale. D´altra parte è ciò che aveva chiesto l´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, per rendere pienamente applicabile l´intesa per la nuova organizzazione del lavoro nello stabilimento campano di Pomigliano d´Arco. Marchionne, subito dopo il referendum sull´accordo di Pomigliano approvato con il 63% dei voti dei lavoratori ma non con un plebiscito come auspicavano al Lingotto, aveva minacciato l´uscita della Fiat dalla stessa Federmeccanica e quindi dalla Confindustria per non dover più applicare il contratto nazionale. Il compromesso tra la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, e il numero uno della Fiat è stato costruito proprio sulle deroghe. Quelle che la Fiom non accetta. E ieri il segretario dei metalmeccanici della Cgil, Maurizio Landini, ha parlato di «una scelta grave e irresponsabile» da parte delle imprese. Oggi sarà il Comitato centrale della Fiom a decidere come rispondere.
Federmeccanica e gli altri sindacati hanno minimizzato: non cambia nulla perché il contratto in vigore è quello del 2009. Ma aver tolto un´arma in mano alla Fiom non si può derubricare a un solo passaggio tecnico. L´ha implicitamente ammesso il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, scegliendo, come spesso gli accade, di non essere super partes: «La disdetta da parte della Federmeccanica del contratto nazionale del 2008 non ha alcuna valenza sostanziale per i lavoratori che sono protetti dal ben più conveniente contratto del 2009. Si tratta ora di auspicare l´ulteriore evoluzione delle relazioni industriali anche nell´ultima ridotta del vecchio impianto ideologico che voleva il necessario conflitto tra capitale e lavoro». Per Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, è invece «sbagliato puntare sulla divisione dei lavoratori».
Tra una settimana Federmeccanica, Fim, Uilm, Ugl e Fismic cominceranno a scrivere le deroghe e, nei fatti, anche un contratto di lavoro specifico per il settore dell´auto. Ma a quel tavolo non ci sarà la Fiom. Che – non essendo più uno dei soggetti firmatari del contratto nazionale – dal primo gennaio del 2012 potrebbe non poter più esercitare i diritti sindacali nelle aziende nelle quali non ha firmato un contratto collettivo.

La Repubblica 08.09.10

******

“Federmeccanica ha violato la legge pronti alla denuncia”, di Paolo Griseri

Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia legale».
Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E´ il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».
Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell´accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto».
Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo che l´accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti..
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l´anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d´accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci però di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L´idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l´assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi…
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l´unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile per i titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia».

La Repubblica 08.09.10

"Inamovibile per liberarlo dai ricatti", di Michele Ainis

L’ennesima zuffa tra i poteri dello Stato ha un antefatto più remoto del discorso pronunziato da Gianfranco Fini a Mirabello. Trae origine dalla voracità dei partiti politici italiani, il cui appetito – in questa seconda Repubblica, ancor più che nella prima – ormai supera quello di Pantagruel. E allora facciamo un esercizio storico, dato che la memoria non è precisamente la nostra qualità migliore.

Ai tempi della Democrazia Cristiana, Montecitorio veniva offerto in appannaggio a un esponente dell’opposizione: vi si avvicendarono Ingrao, la Iotti (rimasta in sella 13 anni di fila, un record), Napolitano. Nel 1994, con il successo elettorale di Silvio Berlusconi, la seconda Repubblica riceve il suo battesimo, e a quel punto la nuova maggioranza occupa tutti i posti in tavola, compresa la poltrona di Montecitorio. La sinistra strepita, ma nel 1996 – quando arriva il suo momento – s’adegua volentieri: così Violante subentra alla Pivetti. E però non basta, il cibo sul piatto non è mai abbastanza. Dal 2001 in poi la presidenza della Camera entra negli accordi elettorali, tant’è che regolarmente vi s’insedia – in cambio d’uno o due ministri in meno – il leader del secondo partito della coalizione vittoriosa: Casini, poi Bertinotti e adesso Fini. Una nuova convenzione, accettata (o meglio digerita) sia a destra che a sinistra.

Dice: ma Fini fa politica, si comporta da capopartito. E che, non lo sapevi quando l’hai votato? Ri-dice: ma la politica di Fini è una requisitoria contro l’operato del governo. E quale mai sarebbe la notizia? Nel dicembre 2007 Bertinotti paragonò il gabinetto Prodi a Vincenzo Cardarelli, «il più grande poeta morente»; e per sovrapprezzo aggiunse che quell’esperienza di governo era stata un fallimento. Eppure nessuno chiese la sua testa, nessuno pensò di scomodare addirittura il Quirinale, come s’accingono a fare Bossi e Berlusconi. E Napolitano? Secondo loro è il nuovo Erode, deve saziarne l’appetito offrendogli la testa di san Gianfranco decollato. Siccome non può farlo (il Capo dello Stato non gestisce le assemblee parlamentari, altrimenti andrebbe a farsi friggere la separazione dei poteri), c’è il rischio che domani qualche Salomè delusa pretenda pure la sua testa.

Ecco infatti dove ci ha condotto la bulimia dei partiti: a una rissa permanente fra i vari commensali. Sarebbe stato meglio lasciare in piedi la vecchia regola non scritta, consegnando Montecitorio all’opposizione; non è andata così, e allora per venirne fuori dobbiamo chiedere soccorso alla regola scritta. È giusta la pretesa che il presidente della Camera sia allineato come un soldatino al presidente del Consiglio? No, è un fossile giuridico. Andava così nell’Ottocento, quando il primo si dimetteva contemporaneamente alla caduta del governo (Biancheri nel 1876, Farini nel 1879, e via elencando), o quando si dimetteva il presidente del Consiglio se la Camera bocciava il suo candidato (Menabrea nel 1869, De Pretis nel 1878, Zanardelli nel 1902). Ma già da Crispi in poi il presidente della Camera non vota, per marcare la propria distanza dal governo. Diventa un organo imparziale, nel quale si rispecchia l’intera assemblea. E siccome il Parlamento ha una funzione di controllo sull’esecutivo, il suo presidente finisce giocoforza per esercitarsi in un ruolo dialettico, anche a costo d’alzare un po’ la voce. Da qui le rampogne di Ingrao contro il governo Andreotti (gennaio 1977), quelle di Nilde Iotti contro il governo De Mita (marzo 1989), giù giù fino all’altro ieri.

A questo punto tuttavia s’affaccia la seconda imputazione a carico del presidente Fini: non rappresenti il governo (e va bene), ma neppure più la Camera. È il capo d’accusa più insidioso, perché ne revoca in dubbio l’autorità, la legittimazione. Sennonché questo processo non si può celebrare, dato che i regolamenti parlamentari escludono la mozione di sfiducia verso il presidente d’assemblea. Lo fanno per liberarlo dai ricatti della maggioranza, per renderlo appunto indipendente, e perciò imparziale. Magari non sarà una buona regola, ma intanto abbiamo questa. Domanda: e se invece Fini fosse messo ai voti? Con l’aria che tira, per Berlusconi c’è il concreto rischio che un’altra maggioranza gli rinnovi la fiducia. Autogol.

La Stampa 08.09.10

******

“Le regole calpestate”, di STEFANO RODOTA’

In una ben ordinata repubblica la bagarre istituzionale montata intorno al Presidente della Camera dei deputati sarebbe impensabile. Ma dalle nostre parti si inventa ogni giorno una qualche “costituzione materiale”, sì che siamo obbligati non solo a richiamare i dati costituzionali corretti, ma soprattutto a segnalare le forzature e i rischi grandi delle pretese di questi giorni, che tendono, una volta di più, ad eliminare persone e istituzioni che sono percepite come intralci sulla strada sempre più accidentata della ormai sconquassata (ex?) maggioranza di governo.
La prima considerazione, allora, richiama una tecnica ben conosciuta in politica, quella di inventarsi un nemico interno o esterno per distogliere l´attenzione dalle difficoltà reali. Prigioniera di scandali gravi, falcidiata dalle inevitabili dimissioni di due ministri, sconfitta in Parlamento su questioni come quella della legge bavaglio, incrinata nel collante finora rappresentato dal potere assoluto di Berlusconi, la maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni del 2008 sfugge alla resa dei conti politici e dirige il fuoco mediatico su Gianfranco Fini, concentrato di tutti i mali, sì che, una volta caduta la sua testa, si tornerebbe nel migliore dei mondi.
Ma questa non è soltanto una impostazione palesemente pretestuosa. Com´è altre volte avvenuto in questa sciagurata stagione politica, l´interesse di breve periodo di una persona o di un gruppo non esita di fronte alle spallata istituzionale, proseguendo in una strategia che sta riducendo il nostro sistema ad un cumulo di macerie. Elementari regole di diritto parlamentare dovrebbero insegnare che il presidente del Senato o della Camera non possono essere sfiduciati o essere costretti alle dimissioni. La ragione di questa regola è evidente. Solo così l´alta funzione di dirigere una assemblea parlamentare, nell´interesse dell´assemblea stessa e non di una sua parte, può essere sottratta a pressioni, non dirò a ricatti, tendenti proprio a distorcere la funzione di garanzia, che esige distacco in primo luogo dai gruppi che lo hanno eletto. Il potere di questi gruppi si esaurisce nel momento dell´elezione. Lo sanno benissimo quelli che, all´interno della stessa maggioranza, mantengono senso dello Stato e rispetto delle istituzioni, come Giuseppe Pisanu, che non a caso ha liquidato ieri con poche parole la tesi delle dimissioni necessarie del presidente della Camera. E, invece, in questi giorni è stata sostenuta la tesi, francamente eversiva, secondo la quale il presidente della Camera sarebbe “il garante dell´attuazione del programma di governo”, tramutando così una carica istituzionale di garanzia in un semplice terminale della volontà governativa. Non v´è bisogno d´invocare la separazione dei poteri per accorgersi dell´improponibilità di questa tesi, che conferma la voracità proprietaria di un Berlusconi che vuole ingoiare tutte le istituzioni. Peraltro, anche i precedenti evocati con molta approssimazione, come le dimissioni di Sandro Pertini dopo la fine dell´unità socialista, provano se mai il contrario, visto che, respingendo quelle dimissioni, la Camera ribadì proprio l´irrilevanza delle vicende successive al momento dell´elezione del presidente.
A questa forzatura se ne è aggiunta una seconda, gravissima, con l´annuncio di Berlusconi e Bossi di recarsi dal presidente della Repubblica per chiedere appunto le dimissioni di Fini. Solo una sgrammaticatura istituzionale, l´ennesima? Molto peggio. I due nominati, per quanto abbiano dato infinite prove di totale insensibilità istituzionale, sanno benissimo che mai un presidente rigoroso come Giorgio Napolitano potrebbe dare il pur minimo ascolto ad una richiesta del genere. E allora? Quell´annuncio era rivolto all´opinione pubblica, per dar ad intendere che, se lo volesse, il presidente della Repubblica potrebbe porre fine a questa vicenda. Una volta divenuto chiaro che non è possibile alcun intervento di Napolitano, rimarrebbe comunque un fondo torbido, una sorta di sciagurato ammiccamento che allude ad un filo che lega presidente della Repubblica e presidente della Camera.
Non sarebbe una novità. In modo sfrontato, e di nuovo ignorante d´ogni regola istituzionale, Berlusconi accusò pubblicamente Napolitano di non essere intervenuto sulla Corte costituzionale per impedire che fosse dichiarato illegittimo il Lodo Alfano. Anche il presidente della Repubblica è percepito come un intralcio, al quale possono essere rivolte richieste “irrituali” o vere e proprie minacce, come ha fatto Bossi evocando un milione di persone che arriverebbe a Roma per imporgli lo scioglimento delle Camere.
La vicenda Fini dimostra una volta di più quanto sia profondo il malessere istituzionale. Per questo nessuna compiacenza è possibile. Non si tratta di difendere una persona, ma di recuperare quel po´ di senso delle istituzioni senza il quale la democrazia muore. Siamo ancora in tempo.

La Repubblica 09.08.10

"Bersani: Grave errore voler dividere il mondo del lavoro", di Giuseppe Vespo

Dal 2012 la Panda, e non solo quella, potrà essere prodotta come vuole Marchionne: su 18 turni, con 120 ore all’anno di straordinario decise dall’azienda senza accordo sindacale (oggi sono 40 ore), con tre pause da dieci minuti per ogni turno – contro le due da venti minuti di adesso – con qualche voce retributiva in meno per i nuovi assunti e la mensa aperta solo a fine turno; senza la possibilità di scioperare contro le suddette regole e senza la Fiom che chiami in causa i Tribunali. «UN ERRORE» Il piano voluto dal Lingotto per portare l’utilitaria in Campania dà già l’idea di come sarà la nuova Fiat, e forse non solo quella. Ma è da lì, dal Gian Battista Vico, che si deve partire per ripercorrere le tappe che hanno portato alla decisione presa ieri da Federmeccanica: la disdetta preventiva del contratto dei metalmeccanici 2008. Una scelta sbagliata, per il segretario del Pd Pierluigi Bersani: «È un errore – commenta a caldo – impostare le relazioni industriali mettendo in premessa la divisione delle organizzazione dei lavoratori». Spiega il leader dei Democratici: «C’è uno sforzo comune da fare e io dico che servono due tipi di intervento: innanzitutto delle regole, di cui si occupa anche il legislatore, su salario minimo, sicurezza sul lavoro, malattia… E poi bisogna trovare qualche meccanismo che garantisca la partecipazione dei lavoratori. Non mi piace – aggiunge – che tutto questo tema venga affidato a deliri tra il mistico e l’ideologico». Ma tant’è: da oggi la strada è segnata, e per il ministro del Welfare Sacconi ora «si tratta di auspicare l’ulteriore evoluzione delle relazioni industriali», superando «il vecchio impianto ideologico che voleva il necessario conflitto tra capitale e lavoro». Allo strappo di ieri si è arrivati nel giro di qualche mese, a cavallo di quest’estate fatta di crisi, licenziamenti e «diktat». Era il 22 aprile quando Marchionne annunciava il piano «Fabbrica Italia» e «le misure correttive» da applicare agli stabilimenti della casa torinese per investire quasi 20 miliardi di euro. Neanche un mese dopo i sindacati, senza la Fiom e con il placet del governo, firmavano l’accordo voluto dal Lingotto per produrre la Panda a Pomigliano d’Arco. Un’intesa benedetta solo dal 62% dei dipendenti dello stabilimento chiamati al referendum: pochi per lo stesso Marchionne, che di fronte al «prendere o lasciare» aspettava un plebiscito. Da qui l’idea di newco per il Gian Battista Vico, nata il 19 luglio già fuori da Federmeccanica, e la «minaccia» – con tanto di disdetta già pronta – di lasciare l’associazione confindustriale per avere mani libere dal contratto delle tute blu. Un brutto affare anche per Viale dell’Astronomia, che con la presidente Marcegaglia ha poi ottenuto qualche mese di calma per trovare una soluzione, salvare la permanenza di Fiat in Confindustria e le esigenze produttive del Lingotto. Ed eccola la soluzione. Era attesa ed è arrivata col direttivo degli industriali metalmeccanici. Ma non sarebbe stata possibile senza l’accordo separato sul nuovo modello contrattuale di gennaio, non firmato dalla Cgil, e il contratto delle tute blu del 2009, non sottoscritto dalla Fiom. Ora vedremo le contromosse dei meccanici Cgil. Che, lascia intendere il responsabile del settore auto Enzo Masini, potrebbero sfruttare la loro presenza nelle aziende e organizzare il malcontento dei lavoratori contro ulteriori deroghe al contratto. La partita è aperta. La Fiom la giocherà sulla rappresentanza. «Così si apre lo scontro sociale», dice il segretario nazionale Giorgio Cremaschi: «Solo pochi illusi potevano pensare che con Pomigliano si affrontasse una situazione particolare». Mentre per Fim-Cisl e Uil-Uilm non cambia nulla: «Il nostro contratto è quello del 2009», affermano i segretari Giuseppe Farina e Rocco Palombella. Ma fuori dal mondo sindacale sono diversi i «no» alla disdetta. Una scelta che «complica inutilmente lo scenario », la bolla Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Negativo anche il giudizio di Sergio Cofferati, mentre il sindaco di Torino Chiamparino boccia gli «atti unilaterali».

L’Unità 08.09.10