Latest Posts

Scuola, Pd: da Ocse netta bocciatura tagli Gelmini

Ghizzoni: per colpa Governo siamo il fanalino di coda in Europa. “I dati presentati oggi dall’Ocse sulla spesa media scolastica sono la conferma che la politica dei tagli del ministro Gelmini è stata dettata unicamente da una matrice ideologica e che non era, e non è confortata, da alcun elemento di realtà”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta i dati del Rapporto Ocse 2010 sull’Educazione sottolineando come “il ministro sia ormai isolato a livello internazionale perché si ostina a considerare la spesa per la scuola come un costo e non come un investimento. I dati parlano chiaro – sottolinea Ghizzoni –mentre negli altri paesi la spesa pubblica per istruzione aumenta da noi si riduce: siamo ormai il fanalino di coda in Europa e dopo i tagli delle due ultime finanziarie la situazione è destinata anche a peggiorare. Insomma – prosegue Ghizzoni – il ministro Gelmini ha completamente sbagliato rotta e dovrebbe prendere atto di questa netta bocciatura internazionale. Nella prima seduta della commissione Cultura – conclude la democratica – chiederemo che il ministro venga alla Camera a commentare questi dati”.

******

Scuola, Pd: Gelmini tenta di truccare dati Ocse
Ghizzoni: siamo fanalino di coda europeo, per università situazione drammatica.
“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Il ministro Gelmini continua a non voler guardare in faccia la realtà e arriva addirittura a negare l’evidenza: l’Italia è il fanalino di coda in Europa in termini di spesa pubblica per istruzione e anche tra i paesi Ocse è sotto la media. Noi spendiamo 7.948$ per studente mentre la Francia 8.932$, la Germania 8.270$, la Finlandia 8.440$, la Spagna 8.618$, la Svezia 10.262$, la Svizzera 13.031$, gli Stati Uniti 14.269 $. Insomma, non si capisce che film abbia visto il ministro e stupisce che, dati alla mano, si continui a far finta di niente cercando di truccare i dati dell’Ocse. Per non parlare della situazione drammatica dell’insegnamento universitario e post universitario dove il nostro paese spende cifre irrisorie: 8.673 $ all’anno per studente rispetto ad una media Ocse di 12.907 $. Invece di tentare di piegare i dati a proprio piacimento, il ministro dovrebbe prendere atto che là dove investiamo di più, come nella scuola primaria otteniamo risultati maggiori. Insomma, la spesa per l’istruzione non è un costo ma un investimento”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni replica alla lettura che il ministro per l’istruzione, Mariastella Gelmini ha dato del Rapporto Ocse sull’Istruzione presentato oggi.

******

L’Italia non investe in istruzione

Ocse: “Spesa per scuola a ultimi posti” Solo la Repubblica Slovacca dietro di noi. Gli insegnanti sono pagati meno della media, soprattutto ai livelli più alti di anzianità di servizio. Studenti inchiodati sui banchi di scuola per ore e ore ma con poco o scarso rendimento
ROMA – L’italia spende il 4,5% del pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7%. Solo la Repubblica Slovacca spende meno tra i paesi industrializzati, secondo quanto emerge dallo studio Ocse sull’istruzione. Nel suo insieme, la spesa pubblica nella scuola (inclusi sussidi alle famiglie e prestiti agli studenti) è pari al 9% di quella pubblica totale, il livello più basso tra i paesi industrializzati (13,3% la media ocse) e l’80% della spesa corrente è assorbito dalle retribuzioni del personale, docente e non, contro il 70% medio nell’Ocse. La spesa media annua complessiva per studente è di 7.950 dollari, non molto lontana dalla media (8.200), ma focalizzata sulla scuola primaria e secondaria e a scapito dell’università, dove la spesa media per studente, inclusa l’attività di ricerca, è 8.600 dollari, contro i quasi 13mila Ocse.

La spesa cumulativa per uno studente dalla prima elementare alla maturità è di 101mila dollari (contro 94.500 media Ocse), cui vanno aggiunti i 39mila dollari dell’università contro i 53mila della media Ocse. Nella scuola primaria il costo salariale per studente è 2.876 dollari, 568 in più della media Ocse, ma il salario medio dei docenti è inferiore di 497 dollari alla media che è di 34.496 dollari. A spingere in alto i costi sono le maggiori ore di istruzione (+534 dollari), il minore tempo di insegnamento (+202 dollari) e le dimensioni delle classi (+330 dollari). Il copione si replica nella scuola media, con un costo salariale per studente di 3.495 dollari contro una media Ocse di 2.950, mentre nei licei il costo (3.138 dollari) è di 312 dollari inferiore alla media Ocse, risentendo in particolare del divario rispetto al salario medio dei docenti (744 dollari in meno della media che è pari a 42.300 dollari).

In italia le ore di istruzione previste sono ben 8.200, tra i 7 e i 14 anni. Solo in Israele i ragazzi stanno più a lungo sui banchi e la media Ocse si ferma a 6.777. Le dimensioni delle classi inoltre sono maggiori rispetto alla media Ocse (18 alunni contro 22) e il rapporto studenti/insegnante è tra i più bassi (10,6 alla scuola primaria contro media 16,4).

Gli insegnanti sono pagati meno della media, soprattutto ai livelli più alti di anzianità di servizio. Un maestro di scuola elementare inizia con 26mila dollari e al top della carriera arriva a 38mila (media Ocse 48mila). Un professore di scuola media parte da 28mila per arrivare a un massimo di 42mila (51mila Ocse), mentre un professore di liceo a fine carriere arriva a 44mila (55mila). Al tempo stesso, però, l’italia è quintultima per le ore di insegnamento diretto. Sono 601 l’anno nella scuola secondaria, contro una media Ocse di 703.

Per quanto riguarda i laureati, sono pochi e pagati bene, a patto di essere uomini e preferibilmente “over 45”, mentre per le donne la strada dopo l’università è decisamente più in salita, soprattutto nei guadagni. Il “total return”, tra benefici per le casse pubbliche e vantaggi per le finanze personali, per un uomo che dopo il diploma consegue la laurea nella penisola, è di oltre 500mila dollari, uno dei più alti dell’Ocse. L’italia si distingue anche per il maggior “gender gap” nei guadagni dei laureati: a livello annuo e per un lavoro a tempo pieno una donna percepisce una retribuzione pari al 54% (media ocse 72%) della retribuzione di un uomo.

La Repubblica 07.09.10

"Via agli esploratori della memoria per riscoprire la Resistenza", di Tatiana Salsi

Nel marzo 1944 in tanti son partiti per andare tra i monti. Mancava un anno alla Liberazione e la battaglia più dura sarebbe arrivata da lì a poco. Giovani e pieni di una volontà che non sarebbe poi venuta a mancare ai più fortunati, per tutti gli anni successivi. I più non avevano mai preso in mano un’arma e all’improvviso si sarebbero trovati combattenti, spesso anche senza armi adeguate perché la Resistenza si faceva con poco, con gli avanzi e con quello che si recuperava dalle battaglie. La montagna reggiana ha molto da raccontare. Custodisce memorie e anche i segreti delle persone semplici. Ecco perché è tra i monti che si impara la storia della Resistenza. Una storia che raccoglie l’interesse di molti stranieri che arrivano a Reggio Emilia per farsi raccontare quelle pagine di storia dai protagonisti, i partigiani. Arrivano soprattutto dalla Germania e sono giovani con la passione della storia e che – lontano da revisionismi e rancori storici – cercano lo sguardo più vero per leggere le pagine dei libri. Sono già più di ottanta gli “esploratori della memoria” pronti a partire per la quattro giorni “Sentieri partigiani” organizzata da Istoreco. Si comincia giovedì e sarà la 16esima esperienza. Cerredolo, Toano, Cà Marastoni, Busana. E ancora: Ligonchio, Collagna e Succiso. Qui saranno soprattutto i partigiani a dire la loro, come Toni, Volpe e Mirko. Fernando Cavazzini, Francesco Bertacchini e Camillo Marmiroli di ricordi ne hanno a non finire, ma soprattutto devono rispondere a una domanda che gli rivolgono i giovani d’Oltralpe: perché? Toni si ferma e non si stupisce dell’interrogativo. «Ho deciso di fare il partigiano perché avevo visto l’eccidio delle Reggiane, dove ero tornitore meccanico. Mi ha sconvolto e mi ha reso quasi impossibile lavorare. Eppure si continuava la produzione delle armi, soprattutto aerei da guerra. I lavoratori delle Reggiane erano esonerati dal servizio militare, ma poi nel marzo ’44 è arrivata la cartolina. Così l’8 marzo me ne sono andato in montagna insieme ad altri 27». Tra i monti Fernando è rimasto per 14 mesi, fino al 25 aprile 1945 quando con la sua squadra – i sabotatori “Demonio” – ha aperto l’ingresso dei partigiani in città per la Liberazione. E pensare che era partito con l’idea di prestarsi come cuoco. Le cose sono però andate
diversamente. L’arma in mano – quella di un fascista catturato e interrogato dai partigiani mentre ancora
doveva raggiungere il presidio di Ligonchio – stentava a tenerla, ma la battaglia è arrivata nell’arco di due ore. Sarebbe stato uno degli scontri più feroci della Resistenza reggiana: la battaglia di Cerré Sologno che avrebbe fatto retrocedere i tedeschi, ma che sarebbe divenuta la causa storica dell’eccidio di Cervarolo. «Alle spalle c’era la montagna: per forza si doveva andare contro i tedeschi».
Quello è stato il battesimo di fuoco per Toni, che sarebbe poi diventato l’esperto di esplosivi alla guida della squadra “Demonio”. Se gli si domanda quale insegnamento può dare la Resistenza ai più giovani risponde: «Mai perdere la fiducia in sé stessi».

Info. www.istoreco.re.it.

L’Unità/Reggio Emilia 07.09.10

"In democrazia si fischia dopo. Prima bisogna far parlare", di Piero Fassino

Squadristi” è certo una parola forte. E difatti io non l’ho pronunciata. Come risulta dalla registrazione del dibattito e dalle cronache giornalistiche, rivolgendomi a chi impediva al Presidente Schifani di parlare, ho usato parole molto precise che qui riporto: “In questi giorni abbiamo considerato un atto squadristico l’annuncio che attivisti berlusconiani si organizzassero per fischiare Fini e impedirgli di parlare; attenzione che state usando lo stesso metodo”. Parole di cui sono assolutamente convinto e che non esiterei a pronunciare in qualsiasi situazione analoga. Penso, infatti, che trasformare la politica in una rissa brutale, in cui l’unico obiettivo è demolire l’avversario e impedire il suo diritto alla parola, produca un grave danno alla democrazia. Intimidire e linciare l’avversario è il metodo a cui ricorre ogni giorno Il Giornale, il quotidiano di Berlusconi. Noncredo ci si debba mettere sulla stessa sciagurata strada. A chi obietta che non si dovesse invitare Schifani ricordo che le Feste del PD – e prima ancora le Feste dell’Unità – sono sempre state luogo di confronto, anche con gli avversari politici. Peraltro, soltanto pochi giorni fa noi stessi abbiamo considerato un atto irrispettoso che tre ministri – Tremonti , Maroni e Calderoli – dopo aver accolto il nostro invito, si siano poi strumentalmente ritratti. E invece abbiamo apprezzato che il ministro dell’agricoltura Galan non si sottraesse al confronto. Come ha deciso di non sottrarsi il Presidente del Senato pur consapevole
di possibili contestazioni.
Non mi pare neanche utile invocare la nostalgia di “servizi d’ordine” che peraltro avrebbero aggravato ancora di più la tensione, né mi pare convincente stigmatizzare i fischi con l’argomento che “farebbero un favore alla destra consentendole di presentarsi come vittima”, il che è certamente vero, ma ridurrebbe la stigmatizzazione a una sola valutazione di opportunità.
Quasi che l’invettiva fosse giusta o errata a seconda di chi la lancia e di chi la subisce.
Pare a me, invece che ci siano alcuni principi democratici irrinunciabili a cui ogni cittadino dovrebbe ispirare i suoi comportamenti:
1. In democrazia ogni opinione è legittima, chi la sostiene ha diritto di esprimerla liberamente e nulla giustifica che lo si impedisca.
2. L’avversario lo si contesta e lo si contrasta con gli strumenti della democrazia che sono la ragione e la parola. Non è mai stato vero, e non lo è neanche oggi, che l’invettiva, l’insulto, l’urlo rendano più forte e più credibile un’opinione.
3. Ognunoha naturalmente il diritto di esprimere il proprio consenso o dissenso, anche fischiando. Ma un conto è se il fischio viene dopo che si sia ascoltata l’opinione altrui; altro conto, invece, se è strumento per intimidire, impedire
la manifestazione di un pensiero e dare luogo a un inaccettabile linciaggio politico.
4. Anche per un uom politico, l’accertamento di eventuali illegalità o comportamenti illeciti spetta ai magistrati e il luogo per emettere sentenze sono i tribunali, non la piazza.
Aggiungo che impedire la manifestazione delle idee altrui è metodo tanto più pericoloso perché può facilmente essere esteso ad ogni campo e applicato contro chiunque, tant’è che vi è già chi ha annunciato, sempre a Torino, che nelle prossime ore andrà a inveire contro l’architetto Fuksas,”reo” di essere progettista di un grattacielo. E peraltro se coloro che volevano impedire a Schifani di parlare fossero a loro volta destinatari di analoghi atteggiamenti intimidatori, sarebbero i primi – e giustamente – a ribellarsi e a rifiutarli.
E aggiungo infine che, proprio qui a Torino, abbiamo ben viva la memoria dei tempi bui in cui si teorizzava – e si praticava terribilmente – l’intimidazione, la violenza e l’annientamento dell’avversario.
Spero che chi ha contestato così violentemente il Presidente del Senato voglia prendere in considerazione questi argomenti. So bene che chi fischiava e urlava era probabilmente mosso da un’indignazione onesta. E che i tanti misfatti del berlusconismo suscitano una diffusa e legittima insofferenza. Ma questo non è sufficiente.
Se ogni dissenso si trasforma in censura, intimidazione,
prevaricazione, linciaggio, la democrazia muore.

L’Unità 07.09.10

"Il primo passo di una destra normale", di Carlo Galli

La destra che è nata a Mirabello – soggetto politico con esistenza parlamentare ma non ancora partitica – costituisce del berlusconismo la contestazione interna, ma anche, al tempo stesso, l´antitesi frontale.
Un paradosso che dice molte cose sulla politica del nostro Paese, e che va decifrato. Fini ha rotto con Berlusconi simbolicamente, in modo radicale. Gli ha contestato il riflesso padronale, l´incapacità di vera leadership (cioè il deficit di capacità di convincimento e di mediazione), l´intolleranza repressiva definita illiberale e “staliniana”, l´interpretazione cesaristica e personalistica della politica, il soffocamento della dialettica democratica, la distruzione degli equilibri e delle regole costituzionali, il populismo. Solo le parole “conflitto d´interessi” non sono state esplicitamente pronunciate – il rischio di essere identificato con la sinistra sarebbe stato per Fini troppo alto – ; ma molto di quello che esse denotano, cioè la confusione sistematica fra pubblico e privato, era contenuto nell´idea di politica che è stata proposta: una politica saldamente istituzionale, costituzionale, repubblicana, orientata al bene comune della nazione e non di Uno o di pochi.
Dunque, per quanto riguarda le forme (che sono sostanza) è stata irrimediabilmente lesa la maestà del Capo, è stato violato il Carisma dell´Unto dal popolo. Se poi si passa ai contenuti – la fine della lotta di classe e l´impegno comune per lo sviluppo, il valore dell´unità nazionale, la necessità di un nuovo spirito civico, l´enfasi sulle forze di polizia come servitori dello Stato, l´esigenza della giustizia sociale centrata sulle famiglie, il patto fra le generazioni, l´inclusione degli immigrati “in regola” – si vede che sono temi propri di una politica non chiusa ma certo tradizionale, che si serve di una retorica e di una concettualità tipica delle famiglie politiche del conservatorismo europeo. Naturalmente, sono temi e toni ben lontani dal mercatismo e dall´affarismo – il cuore individualistico e anomico della destra berlusconiana – , e anche dal populismo carismatico che ne è la versione popolare, di massa. Un populismo che è il volto nuovo dell´antico riflesso qualunquistico dell´anima italica, del reciproco disinteresse fra politica e cittadini, che invece di consumarsi nell´astio e nel mugugno si è espresso, nell´età berlusconiana, nel deresponsabilizzante Amore per il Capo e nell´Odio per il Comunista.
Dunque, la destra futurista ed europea che esce con Fini dal morto Pdl è più vecchia che nuova? E nuovo, contemporaneo, è invece il berlusconismo? La soluzione di quello che sembra un paradosso è un altro paradosso: il “nuovo” berlusconiano è destinato a invecchiare e a deperire, in un´avventura senza frutti se non per chi ne ha potuto personalmente approfittare; e il “meno nuovo” di Fini è invece una prospettiva che suona nuova perché da molto tempo l´Italia non conosceva una destra “normale”. Tale non è stato, ovviamente, il fascismo, né la Democrazia Cristiana; e destra normale non è stato neppure quell´Msi da cui Fini proviene: l´ipoteca neofascista non gli consentiva di esprimere una politica di conservatorismo democratico. Ma dopo che Fini, con il suo partito, è stato “sdoganato” e inglobato nell´orbita di Berlusconi che ne aveva bisogno per iniziare la sua avventura, dal “lavacro” di Fiuggi, dall´abbandono della “casa del padre”, dalla “conversione” alla liberaldemocrazia non è risultato un clone di Berlusconi, un neo-liberista con vocazione cesaristica. Ne è risultato, invece, un politico che ha tradotto nel linguaggio e nei concetti della liberaldemocrazia una parte del patrimonio ideale della sua antica destra: la parte conservatrice ma non retriva né reazionaria, la parte più legata ai temi della statualità e di un certo organicismo politico. Che questa traduzione sia anche un tradimento della destra missina è quanto sostengono gli ex-colonnelli; Fini sta invece affermando che oggi la destra vera, solida, riconoscibile, è la sua, legittima erede di quanto di presentabile c´era in quella vecchia. In ogni caso, quando questa destra si è confrontata con l´altra, berlusconiana, che l´aveva incubata, ha capito di essere molto diversa: di essere un´opzione politica e non una scommessa azzardata, e di essere nuova in quanto propone tematiche inedite nel nostro Paese: se le parole sono antiche – legge, ordine, dovere, sviluppo – la sintassi liberaldemocratica (più gollista che thatcheriana, ma in realtà sui generis) risulta di fatto inedita.
Fini può quindi dire di voler fare quello che Berlusconi aveva detto di voler fare, ma che non ha saputo fare: il partito liberale moderato di massa; e di essere quindi l´erede anche del Cavaliere oltre che di Almirante (come ha detto a Mirabello). Tuttavia, esce dal Pdl non come un “nostalgico”, ovviamente, né come un eretico, ma come il sacerdote di una religione diversa, che è maturato dentro un corpo che non gli è mai appartenuto davvero anche quando, proveniente da un´altra storia, lo accoglieva (più che comodamente).
Insomma, per una via tortuosa – che si snoda dal neofascismo attraverso il berlusconismo – l´Italia ha ora la possibilità di avere una destra normale: nuova se non altro perché lontana dalle forme del suo passato remoto e recente, di cui afferma di incarnare adeguatamente le autentiche istanze. La nascita di questa destra – politicamente molto più spendibile di quella di Berlusconi – avrà senza dubbio forti riflessi sui precari equilibri di tutto il sistema politico italiano; naturalmente, a patto che la proposta di Fini trovi credibilità presso gli elettori di destra, che si vedono trattati, forse per la prima volta, da cittadini adulti e non da minorenni o da sudditi. gh

"La scuola dopo il terremoto. Come un anno fa", di Stefania Pezzopane*

Il nuovo anno scolastico 2010-2011 si aprirà, nel Comune dell’Aquila, in una situazione che è ancora in parte di emergenza.
Mentre scrivo è ancora in atto, e anzi in incremento, uno sciame sismico di una certa importanza che, pur avendo al momento un epicentro localizzato a qualche chilometro dal capoluogo, ci costringe a una situazione di allerta e ci pone, come amministrazione comunale, nella condizione di dover prendere decisioni volte a garantire la pubblica incolumità, come una nuova chiusura del centro storico e un differimento di qualche giorno nell’avvio dell’attività didattica degli asili nido pubblici e privati.

Il nuovo anno scolastico vedrà la popolazione studentesca aquilana tornare nei Musp (Moduli scolastici provvisori), realizzati lo scorso anno a seguito del sisma in luogo dei plessi scolastici distrutti, e nelle poche sedi scolastiche originarie che sono state riaperte, già lo scorso anno, a seguito di lavori di recupero e messa in sicurezza degli edifici.
Questa situazione, che doveva essere “provvisoria” e che invece perdura per il secondo anno scolastico consecutivo, si unisce a un dato inquietante, reso noto dall’Ufficio Scolastico Provinciale, relativo a un decremento degli alunni, pari a circa 700 unità.

Certamente, come chiarito dallo stesso Ufficio Scolastico, sul dato influisce anche il generale calo demografico. Tuttavia vi è un altro fattore determinante, costituito da una riforma scolastica, operata dal Ministro Maria Stella Gelmini, che ha tagliato le cattedre, colpendo la scuola aquilana dall’interno e dall’esterno, poiché, tra i molti insegnanti perdenti posto e costretti a chiedere utilizzazioni e assegnazioni provvisorie anche in sedi lontane, vi sono genitori costretti a trasferirsi portando con sé i propri figli, che saranno costretti a iscrivere in altre scuole.
Per questa ragione, e in previsione di queste conseguenze, che certamente aggravano una situazione già di per sé complessa, era stato chiesto al Ministro della Pubblica Istruzione di differire di un anno l’entrata in vigore della riforma per l’Abruzzo, ma è un appello rimasto purtroppo inascoltato, nonostante inizialmente il Ministro Gelmini sia stata molto vicina alla tragedia aquilana, adottando diversi provvedimenti a tutela del comparto e presenziando poi all’inaugurazione di diverse scuole della cosiddetta “ricostruzione provvisoria”.
A questo dobbiamo aggiungere il quadro generale di una città ancora ben lontana dal ritorno alla normalità, in cui l’economia in generale, e il mondo del lavoro in particolare, sono stati pesantemente colpiti dal sisma, e in cui pertanto vi sono purtroppo delle famiglie che, in assenza di una legge speciale a tutela del territorio colpito dal sisma e della sua economia, hanno dovuto trasferirsi altrove.
Eppure il mondo della scuola è stato oggetto di generose donazioni e di importanti progetti di rilancio grazie alla sensibilità e alla solidarietà dell’intero Paese.
Ricordo, tanto per citare l’esempio più eclatante e più recente, il generoso contributo, di oltre un milione di euro, che Fiorella Mannoia, insieme con le colleghe Giorgia, Laura Pausini, Elisa e Gianna Nannini, hanno voluto donare per la ricostruzione della scuola elementare “De Amicis” e che è il frutto dello storico concerto tenuto lo scorso anno a San Siro nell’ambito del progetto “Amiche per l’Abruzzo”. L’artista ha però annunciato di voler destinare alla ristrutturazione della scuola anche i proventi delle vendite del cd.
La cantante, che ha tenuto, insieme con Renato Zero, un bellissimo e coinvolgente concerto in occasione della recente Perdonanza Celestiniana, la principale manifestazione cittadina, ha voluto visitare personalmente l’edificio devastato dal sisma e ha espresso il desiderio che, opportunamente messa in sicurezza, esso torni ad accogliere gli studenti.
Personalmente credo che il futuro della scuola sia nel coraggio di investire su di essa, rilanciando e innovando la didattica. La scuola deve, insomma, divenire un vero e proprio “laboratorio del futuro”, dal momento che ad essa è demandato il compito più difficile e importante in una società civile e democratica: quello di formare le nuove generazioni, le nuove coscienze e le nuove classi dirigenti.
Vorrei concludere il mio intervento augurando un buon inizio di anno scolastico per tutti i ragazzi e per tutti gli operatori della scuola, docenti, dirigenti e personale di segreteria e ausiliario, nella consapevolezza delle mille difficoltà e delle mille sfide che attendono tutti noi, ma anche della speranza per il futuro che viene proprio dalla scuola e dall’apporto che può dare.

*Assessore al Diritto allo Studio

da ScuolaOggi 03.09.10

"Pd pronto a riscrivere le regole", di Mariantonietta Colimberti

Il giorno dopo Mirabello e mentre è in pieno svolgimento la festa nazionale democratica a Torino, nel Pd ci si interroga sulle conseguenze del discorso di Gianfranco Fini e sugli scenari che potranno aprirsi di qui a qualche mese, se non a poche settimane. E proprio da Torino è arrivata ieri la richiesta di dimissioni del governo da parte del vicesegretario Enrico Letta: «Berlusconi e Bossi prendano atto che è finita, vengano in aula e aprano la crisi».
Che le parole del presidente della camera abbiano segnato un punto di non ritorno è un giudizio condiviso da tutte le anime del maggior partito di opposizione che Europa ha raccolto. Così come è diffusa la convinzione che la situazione politica possa precipitare da un momento all’altro e il paese rischiare di andare alle urne con l’attuale legge elettorale, che, ricorda Pierluigi Castagnetti, «ha già fallito due volte, nel 2006 e nel 2008; in entrambe le occasioni, infatti, la maggioranza è venuta meno a metà legislatura». «Se prevalesse l’asse Lega-berlusconismo populista – rileva il veltroniano Walter Verini – si rischierebbe di precipitare il paese in una deriva pericolosa mandandolo a votare con una legge elettorale vergognosa. Ma non è detto che automaticamente si debba andare al voto».
Già, andare al voto non è “automatico”. E infatti nel Pd si torna a ragionare sulla possibilità che, una volta certificata la fine di “questo” governo, in parlamento si trovi una maggioranza diversa e ampia per modificare la legge elettorale e varare gli eventuali provvedimenti economici che dovessere rendersi necessari, senza l’illusione che possa aprirsi una grande stagione di riforme istituzionali, magari, ma con l’obiettivo minimo di «porre una soglia ragionevole per il premio di maggioranza e di restituire la sovranità agli elettori », come dice Castagnetti.
Maggioranza «di scopo» per un «governo tecnico» la chiama Verini, che vede di buon occhio «un’alleanza democratica per evitare di andare alle urne con l’attuale legge» piuttosto che un’alleanza democratica elettorale, a suo avviso «velleitaria». Di un «governo di responsabilità nazionale» sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, per rispondere alle emergenze economico-finanziarie e sociali parla invece Beppe Fioroni: «Come potremmo spiegare agli italiani che facciamo un governo perché dobbiamo scegliere tra il doppio turno alla francese e il proporzionale tedesco o qualcos’altro? Tutto è legato, naturalmente, alle decisioni del Quirinale, ma non riterrei utile la formazione di un “governo degli sconfitti” che si limiti a occuparsi della legge elettorale, dando a Berlusconi l’alibi per dire che chi ha perso le elezioni cambia le regole del gioco per mandarlo a casa».
Convinto che il discorso di Fini abbia segnato un punto di svolta, ma molto problematico circa le prospettive concrete è Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd: «Manteniamo la nostra disponibilità a sostenere un esecutivo che cambi la legge elettorale.
Questo presuppone, però, un chiarimento vero e la convergenza di forze disponibili in parlamento. Al senato questa ipotesi mi sembra difficilmente realizzabile».
Quanto al modello elettorale, Migliavacca ricorda che il partito si è già espresso per l’uninominale a doppio turno: «Per noi è la soluzione migliore, al momento si vedrà». Presupposto, per qualsiasi scenario, è che Berlusconi riconosca di non avere più una maggioranza per governare. «Le liturgie della democrazia non possono essere bypassate» chiosa Castagnetti.

da Europa Quotidiano 07.09.10

******

“C’è già Pisanu nel dopo-Berlusconi”, di Mario Lavia

La crisi accelera: c’è chi lavora per un governo tecnico con l’obiettivo di cambiare la legge elettorale
Il dado sarà tratto a metà mese. Silvio Berlusconi ha pochi margini per traccheggiare: appena constaterà che a Montecitorio non dispone più di una maggioranza certa salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Questo è lo scenario numero uno. Probabilmente, anzi, il solo scenario possibile. Le incognite vere sono sul “dopo”.
Ed è su questo “dopo” che si ragiona in tutti i palazzi della politica. Quirinale compreso. La situazione reale infatti non corrisponde a quella previsione di Napolitano, quando a Venezia parlò di «evoluzione benigna»: si comprende meglio oggi che si trattava di un mero wishful thinking.
Difficile scrutare gli astri del dopo-Berlusconi. Prende corpo – lo si sa con certezza – un’ipotesi che vedrebbe in Beppe Pisanu il protagonista e il punto di riferimento di un’operazione per così dire “tecnica”, volta cioè a mettere in campo un governo per una nuova legge elettorale, ipotesi che piacerebbe a Fini, a Casini, al Pd. Pisanu ha le phisique du rôle giusto per guidare un governo di traghettamento verso il voto: è un uomo tuttora del Pdl ma con un’inquietudine e un’apertura al dialogo che ne fanno certamente un personaggio ben visto dall’attuale opposizione oltre che da pezzi importanti dell’attuale maggioranza. Lui stesso, pochi giorni fa, ha confidato che «se Berlusconi forza la situazione io lo abbandono e altri mi seguirebbero».
L’enigma, come al solito, è la Lega, il soggetto che davvero ha le chiavi della situazione. Secondo alcune voci, il Carroccio potrebbe essere interessato ad una nuova legge elettorale che ripristinasse i collegi o le preferenze, garanzia di una sempre maggiore visibilità e autonomia. Ci sono poi le ipotesi “istituzionali”, un governo Schifani o persino Tremonti: ma sempre di esecutivi di breve durata si tratterebbe e con un programma limitatissimo.
Giacché neppure la Lega vuole trascinarla in lungo: se dicono «voto a dicembre» è per spuntare marzo. Più in là non si va.
D’altronde Bossi l’aveva detto: meglio votare che continuare così. Il Cavaliere, sempre tentennante, alla fine se n’è dovuto rendere conto. Mirabello ha fatto strage delle illusioni. Raccontano che domenica sera è dovuto intervenire Gianni Letta – suadente – per calmarlo. È stato uno di quegli scatti d’ira che collaboratori e sodali ben conoscono, ma più aspro del solito: il premier ha visto nero. Non è che il discorso di Fini lo abbia sorpreso, in fondo se lo aspettava, dopo il duello in diretta tv del 22 aprile, con l’immortale «che fai, mi cacci? » a chiudere la rappresentazione, era impensabile che il presidente della camera, pestato a sangue per tutta l’estate dai giornali «infami», la chiudesse lì. No, Berlusconi sapeva tutto.
È che aspettava l’occasione per scaricare la colpa della rottura tutta intera sulle spalle di Gianfranco. Ora può rompere gli indugi anche lui: la sceneggiata di villa Campari – quando chiese a mani giunte a Bossi di non andare al voto anticipato – è acqua passata. Soprattutto perché da 48 ore la Lega lui non la tiene più.
Perché è evidente che alle orecchie di Bossi quel riferimento finiano al federalismo «che deve convenire al Sud» e soprattutto quell’allusione al «nostro Baldassarri che è determinante nella commissione sul federalismo fiscale» hanno fatto scattare il definitivo campanello d’allarme. E la consueta cena del lunedì ad Arcore ieri si è trasformata in una war room elettorale.

da Europa Quotidiano 07.09.10

Rassegna stampa dai territori: «Trecento precari a casa. Scuola e famiglie nel dramma»

Perugia. Quest’anno mancheranno all’appello diverse centinaia di posti di lavoro. Si parla di trecento nomine in meno tra insegnanti e personale non docente. Persi in un soffio. Sono i contratti a tempo dei precari storici, che così facendo vanno ad ingrossare la schiera dei disoccupati umbri, mai così alta come in questo ultimo quinquennio. Il commento del sindacato va oltre i numeri. «Quello che stiamo vivendo in questi giorni è un autentico dramma esistenziale, sociale e culturale che coinvolge sia centinaia di migliaia di lavoratori precari della scuola, sia le loro stesse famiglie». A POCHI giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico la Flc Cgil di Perugia e quella di Terni tornano a denunciare la «situazione vergognosa» dei precari della scuola e annunciano la proclamazione del «blocco di tutte le attività aggiuntive e straordinarie per tutto il personale scolastico, con lo scopo di sottolineare le conseguenze drammatiche che i provvedimenti del governo stanno determinando nel mondo della scuola pubblica e di sostenere le giuste rivendicazioni dei lavoratori precari che non hanno più alcuna certezza del lavoro». La Flc di Terni, inoltre, ieri ha organizzato un’assemblea di tutti i precari, docenti e Ata, per discutere di una serie di iniziative di mobilitazione. Immediato l’ok anche da Perugia, con Giuliana Renelli che parla di «una perdita del diritto allo studio e di un impoverimento della didattica». INTANTO, oltre alla già citata astensione del personale dalle prestazioni orarie aggiuntive, la Cgil ha deciso di organizzare assemblee provinciali con le Rsu a partire dal suono della campanella aperte a tutto il personale, agli studenti, ai genitori e alle istituzioni locali. «Saranno proclamati aggiunge Renelli anche scioperi a intermittenza, di un’ora di lezione, a partire dal primo ottobre e da reiterare ogni quindici giorni fino a dicembre 2010». Tornando sul fronte precari, la Cgil chiarisce che in Umbria ci sono oltre duemila insegnanti appesi al filo della speranza. Docenti che sono arrivati alla soglia dei quarant’anni vivendo con l’acqua alla gola: stipendi ad intermittenza e la paura che l’anno dopo il contratto non venga rinnovato. In molti istituti c’è poi da affrontare il problema del sovraffollamento e del buco degli organici. «In alcuni plessi prosegue la Cgil si rischia la paralisi: mancano i tecnici di laboratori, i bidelli sono insufficienti e le segreterie scoppiano». Sarà dunque un anno così caotico? Ora c’è solo da aspettare la verifica dei numeri. La parola passa all’Ufficio scolastico regionale.
di Silvia Angelici

La Nazione/Umbria 07.09.10

******

Le organizzazioni dei lavoratori danno battaglia. E il 14, primo giorno di scuola, genitori e maestri sono pronti a mobilitarsi.

«E i 500 bambini cui ancora non è garantita la scuola dell´infanzia? E le 1600 famiglie rimaste senza tempo pieno?». Parte da qui la replica della Cgil di Bologna sull´avvio dell´anno scolastico. Parla Sandra Soster, segretaria provinciale, per nulla convinta dalle rassicurazioni del direttore regionale.
«A Limina diamo atto d´aver cercato di ottenere il massimo a fronte di una regione con la più alta crescita di popolazione scolastica e in una situazione di tagli molto forti – dice -. Ma il risultato è modesto rispetto alle esigenze e rispetto a quanto ottenuto da altre regioni». Di qui la protesta. Genitori e maestri sono pronti a mobilitarsi il 14 settembre, primo giorno di scuola. I presidi di AsaBo, nello stesso giorno, faranno un comunicato sulle difficoltà di inizio anno. Insegnanti e mamme dell´Assemblea delle scuole si vedranno oggi alle 17 alle scuole Manzolini, per mettere a punto il “giorno ribelle”, in accordo con la rete nazionale delle scuole. «Inizieremo le lezioni almeno cercando di resistere a chi vuole distruggere la scuola pubblica», dicono. Soster incalza: «Noi sappiamo che su Bologna la situazione non è ancora garantita rispetto alle esigenze di funzionamento e rispetto alla domanda sociale: mancano ancora insegnanti di sostegno, di inglese alla primaria, e altre classi verranno sdoppiate».
«Limina nasconde le macerie sotto il tappeto», rincara la dose la segretaria regionale Flc-Cgil Raffaella Morsia. «Ha il compito di infondere un ottimismo che non trova riscontro nella realtà, tagli e dramma dei precari sono dati di fatto. La nostra prima battaglia sarà di controinformazione.

La Repubblica/Bologna 07.09.10

******

La Cgil: «Rifiutate gli spezzoni di ore»

MASSa. Lavoratori precari della scuola, in questi giorni, stanno mettendo in gioco con lo sciopero della fame la loro stessa vita per un posto di lavoro. «Nella nostra provincia spiega la Flc-Cgil provinciale registriamo una generale riduzione delle opportunità di impiego nella scuola con la cancellazione di oltre 100 posti di lavoro. Per i docenti restano a disposizione delle scuole gli spezzoni orari inferiori o pari a 6 che devono essere offerti ai docenti interni degli Istituti. La Flc-Cgil si appella a tutti i docenti affinché quelle ore siano rifiutate e lasciate alla disponibilità del personale precario così duramente colpito dai provvedimenti del Governo».

La Nazione/Massa 07.09.10

******

Scuola, quasi 200 precari perdono il posto

MESTRE — Si sono seduti sulle gradinate, insieme ai colleghi, ma la chiamata per loro quest’anno non è arrivata: 187 nuovi buchi neri nell’organico veneziano, 187 nuovi precari a casa. «I 187 precari che hanno perso la supplenza annuale verranno probabilmente chiamati, nei prossimi giorni, direttamente dalle scuole per accontentarsi di supplenze più brevi— spiega Salvatore Mazza della Cgil— a rimetterci davvero il posto saranno così i più giovani, quelli che gli anni scorsi venivano chiamati direttamente dai presidi». Un taglio di teste a scalare, come ogni anno.
In provincia di Venezia l’anno scolastico 2010/2011 partirà infatti con 187 cattedre e 128 Ata in meno. I ragazzi, però, rispetto allo scorso anno, saranno 1.249 in più. «Nei 187 sono compresi anche i pensionamenti non sostituiti — spiega Stefano Michieletti del coordinamento precari — di fatto però 187 posti che l’anno scorso c’erano quest’anno spariranno». E proprio il numero insufficiente di docenti aveva tenuto con il fiato sospeso da fine luglio Carmela Palumbo, direttore dell’Ufficio scolastico regionale, dopo la richiesta al ministero di una settantina di nuove nomine per i docenti. «Quest’anno le classi che superavano il numero massimo di alunni consentito erano più del solito — spiega Carmela Palumbo — la maggior parte dei problemi si è verificato alle superiori, ma c’è stato qualche caso anche alle medie». Classi affollate insomma, anche sopra la media consentita, ma se la prima tranche (di cinquanta docenti chiamati a salvare la situazione) era ormai sicura da tempo, la seconda, richiesta al ministero poco prima della fine dello scorso mese (20 docenti) è rimasta fino a qualche giorno fa ancora in sospeso. «Fortunatamente abbiamo ottenuto anche le ultime venti — spiega Palumbo — Il nuovo contingente ci permetterà di risolvere quasi del tutto il problema delle classi sovrannumerarie. Stiamo verificando con gli uffici provinciali le segnalazioni ma non credo saranno più necessarie nuove nomine».

Tanta fatica dunque per far quadrare i conti tra docenti e alunni, e poi il bidello per aprire la scuola non c’è. Accadrà al Circolo Baseggio dove i genitori si son dati appuntamento giovedì sotto le finestre dell’Ufficio Scolastico Regionale per protestare. Nel circolo di Marghera, infatti, il dirigente scolastico Valdino Marangon dovrà cavarsela con tre bidelli in meno rispetto agli undici di un anno fa, costringendo i genitori di ben quattro plessi a perdere due rientri pomeridiani su tre. «Un collaboratore scolastico lavora sette ore ed entra a scuola alle ore 7.30. Se ne avrò solo uno per plesso, cosa farò dopo le 14.30? Su nove collaboratori – afferma Marangon – cinque hanno una certificazione o godono della Legge 104, casi che giustamente danno loro diritto a tre giorni di assenza al mese. Se ci aggiungiamo un’influenza o un imprevisto, dovrò tener chiuse le scuole». Un’evenienza che potrebbe colpire anche altri istituti: «E’ la prima volta quest’anno – conferma anche Carlo Forte della Flc-Cgil – che durante le nominE non viene esaurita la graduatoria dei collaboratori scolastici». Proprio giovedì si terrà anche la terza giornata suppletiva di chiamata alle supplenze, vista la disponibilità di altri circa 70 posti di scuola primaria e di lingua. Annunciano intanto battaglia i precari, che si riuniranno giovedì alle 17 in via Sernaglia. Altre assemblee sono state indette il 13 settembre dalla Cgil e il 18 dalla Rete scuole.

Corriere/Venezia 07.09.10

******

Limina (Usr): «Sarà un inizio sereno» Il Pd: «Tagli feroci»

Pugno duro, fermezza e un appello: «Basta cantare il de profundis». A pochi giorni dal suono della campanella il direttore dell’Ufficio scolastico regionale (Usr), Marcello Limina, interviene sulle polemiche innescate da sindacati, precari, docenti e genitori. «È scoraggiante che si parli solo di disgrazie e problemi – afferma -. La scuola non va così male, anzi, vorremmo evidenziarne vivacità e ricchezza. Noi non siamo un ufficio cieco e sordo, seppellito dalle scartoffie, ma cerchiamo di investire». Limina parla per punti. A cominciare dai precari, la cui situazione «non ci pare così drammatica. Certamente riguarda numeri notevolissimi ma non si può pensare che la scuola possa assorbirli con la bacchetta magica». Poi l’organico: il ministero ha chiuso il rubinetto e non arriverà un docente in più. «Ora se abbiamo bisogno di più flessibilità – dice Limina – possiamo contare solo su risorse endogene alla scuola». E i fondi: sono arrivati 41 milioni dal ministero ma non copriranno il debito pregresso (circa 80 milioni di euro). Tirando le somme, Limina è certo che, nonostante tutto, «l’anno scolastico inizia con serenità». La prima reazione è di Francesca Puglisi, responsabile nazionale Scuola del Pd. «Saranno sicuramente poco serene le 2 mila famiglie che in Emilia-Romagna non hanno la scuola dell’infanzia – attacca – gli alunni che si troveranno in classi sovraffollate oltre i limiti di legge, i precari buttati in mezzo ad una strada, i genitori che hanno chiesto il tempo pieno e sono rimasti senza». Per non parlare della penuria di bidelli per pulizie e sorveglianza. I democratici avranno occasione di parlare dei problemi e dei progetti per i nostri istituti da oggi fino al 14 settembre al Parco Nord, per la prima Festa Nazionale della scuola organizzata dal Pd bolognese. Sul piede di guerra Raffaella Morsia, segretario regionale Cgil Scuola. «Mi sembra che Limina stia lavorando per mettere sotto il tappeto le macerie – è l’affondo del segretario -. Spesso la direzione regionale vuole dare l’impressione che tutto vada bene perché fa parte del mestiere. Ma invece di governare i bisogni del territorio, restituiscono alla Gelmini dei tagli orizzontali». La riforma del ministro è una ghigliottina. E le teste che cadono sono precarie. «Non possiamo dare opinioni, esistono i numeri – riprende Morsia -. E i numeri corrispondono a persone in carne ed ossa. Persone di 40 e più anni, che insegnano da 10, sono state espulse come ferri vecchi. E non riusciranno a trovare un’altra occupazione. Ci vuole forse un pò più di rispetto per loro». Per quanto riguarda l’appello a gettare acqua sugli allarmi lanciati, la Cgil è ferma: «Non potremo mai smettere di denunciare la scelta di smantellare la scuola pubblica e la sua qualità».

L’Unità/Bologna 07.09.10