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"Non solo Teheran, l’omicidio di gruppo che non sporca le mani", di Lorenzo Biondi

Quando un crimine colpisce tutta la società, perché minaccia l’ordine naturale delle cose, deve essere la comunità intera ad eseguire la sentenza. È l’antica brutale logica della lapidazione: non un boia solo, ma un’esecuzione collettiva. Questa punizione vecchia come il mondo (nella Bibbia vengono indicati diciotto reati da punire con la morte a sassate) non è limitata al solo Iran. Degli altri paesi si sente parlar poco: sono nazioni che non fanno notizia, perché troppo lontane o – in qualche caso – perché alleate dell’occidente.
Amnesty International elenca almeno nove paesi nei quali la lapidazione è legale. Ad esempio i “civilissimi” Emirati Arabi, che nei grattacieli di Dubai ospitano uno dei centri della finanza globale. Statistiche certe però non ne esistono. La questione riaffiora sporadicamente davanti agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, in modo più o meno casuale. Nell’estate del 2009 i quotidiani inglesi avevano raccontato della moglie di un principe saudita che era riuscita a fuggire a Londra dopo essere rimasta incinta del proprio amante. La donna aveva fatto richiesta di asilo politico, per evitare la sentenza di lapidazione che le sarebbe spettata in patria. La richiesta, peraltro, aveva provocato un certo imbarazzo nelle autorità britanniche: l’Arabia Saudita rimane un paese amico e un interlocutore importante in funzione anti-iraniana.
Secondo gli studi delle associazioni per i diritti umani, la morte per lapidazione si è diffusa recentemente in nuove aree, con l’accentuarsi del fenomeno dell’islam radicale nel clima da “scontro di civiltà”. Alcune province a maggioranza musulmana della Nigeria e dell’Indonesia (il più grande paese islamico del mondo) hanno reintrodotto la pena – rispettivamente – nel 2002 e nel 2009. In Somalia due anni fa si è registrato un caso anche a Mogadiscio, che formalmente è sotto il controllo delle forze governative e non delle corti islamiche. Nel 2007 il video di una lapidazione fece scalpore su YouTube: registrava l’uccisione di una ragazza diciassettenne nel Kurdistan iracheno, dove l’influenza del fondamentalismo islamico si è rafforzata dopo la “liberazione” dal regime sunnita di Saddam Hussein.
Negli ultimi mesi la situazione è andata peggiorando anche nella regione tra Afghanistan e Pakistan: il 16 agosto scorso una coppia di adulteri è stata lapidata a Kunduz, villaggio sotto controllo talebano a nord di Kabul. Secondo Amnesty, è il primo caso confermato di lapidazione da quando il regime fondamentalista è stato rovesciato nel 2001 (altri casi però erano stati registrati subito oltre il confine, nelle regioni pachistane amministrate dai capi-tribù locali). Il presidente afghano Hamid Karzai ha subito condannato l’accaduto, che però potrebbe avere importanti ricadute politiche. Il consiglio degli Ulema, la più alta autorità religiosa del paese, ha chiesto che sia il governo stesso ad applicare in modo severo le punizioni corporali, come gesto di “distensione” nei confronti dei guerriglieri. Una pressione che Karzai non potrà ignorare, nel corso delle difficili trattative per “reintegrare” i talebani moderati.
Nel caos afghano, la popolazione civile si affida agli islamisti per l’amministrazione della giustizia. I loro metodi sono estremi ma certi. E la lapidazione, oltre a coinvolgere l’intera comunità nella punizione dei colpevoli, lascia “pulite” le mani degli assassini. Come nella fucilazione. O come nelle più moderne iniezioni letali, in cui a premere contemporaneamente il pulsante sono tre boia distinti. Ché non si sappia mai chi è stato a compiere materialmente l’omicidio legalizzato.

Da Europa Quotidiano 07.09.10

"Quei "pezzi" che perde il Cavaliere", di Michele Brambilla

È azzardato cercare qualche punto in comune fra il botto che ha provocato Gianfranco Fini e quello che ha ottenuto il nuovo tg di Enrico Mentana? Forse no. E vediamo di capire perché.
Fino a qualche tempo fa i due appartenevano in qualche modo all’universo berlusconiano. Il primo, dopo una vita passata in quell’angolo in cui era relegato il neofascismo italiano, fu sdoganato nel 1993 con una battuta che è il vero esordio politico di Berlusconi («Se fossi un cittadino romano voterei Fini sindaco»). Dopo di che, per sedici anni Fini è stato per il Cavaliere un alleato fedele: per certi versi ancora più fedele di Bossi, visto che mai si è presentato alle politiche da solo (a differenza della Lega); e visto che meno di tre anni fa ha accettato di sciogliere il suo partito, An, per fondersi con Forza Italia.

Il secondo, Mentana, dei giornalisti delle aziende di famiglia non è mai stato uno dei più zelanti adulatori del capo: ma neppure si può dire che sia stato frondista, o men che meno infedele. Dal nulla, ha fatto del Tg5 un grande tg, regalando alla macchina mediatica di Berlusconi un formidabile strumento.

Adesso tutti e due se ne sono andati. Un po’ se ne sono andati e un po’ sono stati cacciati, mettetela come volete. In ogni caso, sono due «pezzi» importanti che il Cavaliere ha perso. Come è potuto succedere?

I berlusconiani più fedeli non hanno dubbi. Per loro la spiegazione è semplice: Fini è un ingrato e un traditore che se n’è andato in cerca di gloria personale; e Mentana è sempre stato, in realtà, «uno di sinistra».

Naturalmente ogni opinione è lecita. Ma come non riflettere su quanti «pezzi» ha ormai già perso il Cavaliere? Nessuno dimentica quella vecchia foto in cui sul palco della Casa delle Libertà Berlusconi era a fianco di Fini e Casini; ora è rimasto solo. Fini e Casini se ne sono andati, così come anni prima se n’era andato Montanelli prima ancora di cominciare, e così come poi se ne sono andati i professori arruolati per dare spessore e programma a Forza Italia, e così come appunto se n’è andato Mentana. Anche Giuliano Ferrara e forse Gianni Letta sono meno ascoltati di un tempo. Contemporaneamente sembrano essere andate via via ingrossandosi le file di consiglieri, collaboratori e parlamentari, insomma di tutta una schiera di fedelissimi che senza offesa non paiono dotati né di autonomia, né di grande acume, quasi a conferma di quel sempre ricorrente vizio che a un certo punto prende molti uomini di successo: il vizio di circondarsi di figure nelle quali l’accondiscendenza conta più del talento. In parallelo, sono diventati più schierati e soprattutto più aggressivi i media che in qualche misura sono riconducibili al premier.

Dire che chi se n’è andato è un traditore, sedotto dalla sinistra, è una risposta ricorrente nel mondo berlusconiano. Ma a parte il fatto che se così fosse si tratterebbe di un singolare caso di salita sul carro degli sconfitti, non è mai diventato di sinistra Montanelli, non lo sono diventati i «professori», non s’è alleato con la sinistra Casini. E nonostante certe battute, con la sinistra non passa Fini, che anzi a Mirabello ha rispolverato icone e citazioni da vecchio Msi. E non fa certo un tg di sinistra, a La7, Enrico Mentana.

Tanti abbandoni sono piuttosto il sintomo, forse, della delusione di tutto un mondo moderato che comincia a considerare non mantenuta quella promessa di «rivoluzione liberale» (meno tasse, Stato più leggero eccetera) e che comincia a essere stufo di un’informazione e una politica fondate più sullo scontro e sulle contumelie che sui contenuti. Sarebbe un grave errore pensare che quelli di Fini e di Mentana siano solo casi di una personale revanche. Il successo che i due stanno ottenendo in questi giorni (nonostante certe battute su «percentuali da prefisso telefonico», i sondaggi danno Futuro e Libertà attorno al sei per cento; e Mentana ha portato il Tg di La7 dal 2,5 al 10 per cento di ascolti) ci dicono invece che c’è un popolo che non ci sta più al gioco dell’«o di qua o di là», e che vorrebbe qualcosa di nuovo dalla politica e dall’informazione. Ci dicono, insomma, che forse qualcosa sta cambiando davvero.

La Stampa 07.09.10

"Giù le mani dalla scuola tre/sei", di Franco Frabboni

In queste settimane i quotidiani nazionali hanno alzato al cielo un grido d’allarme: la nostra gloriosa scuola dell’infanzia veste a lutto. Piange il suo smantellamento sotto i colpi di piccone della Gelmini: meno-risorse agli enti locali, meno-edilizia, meno-posti/bimbo, meno-insegnanti, meno-dade. Risultato: meno qualità educativa. Su queste macerie, il Ministro trasforma la scuola tre/sei in un parcheggio fai-da-te: sfigurandola sia con la nidizzazione in-entrata (porte aperte ai pupi di due-anni-e-mezzo), sia con la liberalizzazione della sua terminalità (a cinque-anni-e-mezzo si può debuttare nell’obbligo). Popolata di “mezzi-anni”, la prima/scuola dovrà giocoforza rinunciare al ruolo di architrave del sistema formativo di base. Critichiamo aspramente la Gelmini per il suo strabismo nei confronti della scuola dell’infanzia. Le attribuisce un bassissimo quoziente educativo, tanto da relegarla a servizio non/prioritario per la famiglia. Questa, la conferma. Al settimanale Chi il Ministro si è lasciata andare a una confidenza di grave incultura pedagogica. Queste, le parole dell’intervista: quando porterò mia figlia Emma alla scuola primaria immagino che indosserà un bel grembiulino bianco, che avrà nello zainetto una lavagna interattiva multimediale, un e-book e che incontrerà una maestra unica preparatissima. Sono parole in libertà che attestano come la scuola dell’infanzia sia completamente fuori dal suo monitor. In particolare, ignora che vent’anni fa la rivista statunitense Newsweek proclamò Reggio Emilia la città titolare della scuola dell’infanzia (Diana) più bella del mondo! Ignora che l’Oscar attributo all’Italia premia ancora oggi le sue scuole tre-sei perché offrono giornate educative negli atelier (pittorici, manipolativi, musicali, teatrali) e non nei banchi: instupidendo i bambini dentro a bolle elettroniche. Perché Ministro strappa le ali alla seconda infanzia e alla sua scuola, senza conoscerle? Perché è sorda alla rumorosa protesta dei genitori che nei loro festosi girotondi reclamano “più” scuola dell’infanzia? Loro sono ben consapevoli di questa straordinaria occasione formativa per i loro figli: diventare bambini assaporando una scoperta dopo l’altra lungo i magici sentieri della conoscenza e della creatività. Per la seconda infanzia frequentare la scuola tre-sei significa potere rubare gli occhi a Forrest Gump, significa disporre di uno sguardo che penetra nel loro mondo di cose e di valori. Di più. Significa poterlo guardare con la testa stralunata, persa nel vuoto. Felici di rincorrere una “piuma” che volteggia in cieli illuminati dal loro sorriso: mai sazi di azzardare lo scacco dell’inattuale e dell’ignoto. È un vero peccato, Ministro, che lei non possa intercettare questa “piuma” non disponendo, come si sa, di occhi stralunati!

L’Unità 07.09.10

"Un eroe del Sud", di Ermete Realacci

Meno di un mese fa, durante le vacanze, ho trascorso un’intera giornata insieme ad Angelo Vassallo. Non la finiva più di raccontarmi tutto quello che aveva fatto e stava facendo per la sua terra. Con orgoglio e passione mi mostrava i risultati di quella battaglia vinta, oppure il centro culturale multiservizi per gli anziani appena inaugurato, o ancora un angolo nascosto del suo meraviglioso territorio. Mentre assaporavamo fichi del Cilento.
Angelo era un amico, un uomo coraggioso che amava la sua terra e le sue origini di pescatore e che aveva fatto dell’ambiente e della lotta all’illegalità le sue bandiere.
Sapeva che per il futuro dell’amato Sud, lottare contro la devastazione dell’ambiente e contro la criminalità organizzata era come combattere con due facce della stessa medaglia e che per guardare al futuro bisognava scommettere sui talenti del territorio. Su questi temi aveva costruito l’impegno della sua amministrazione comunale che governava dal 1995 con una sola breve interruzione di sei mesi.
Era un ottimo sindaco, di quelli che fanno buona politica e dai quali si dovrebbe ripartire. Per questo i suoi concittadini si fidavano di lui e condividevano la sua visione. Nella sua Campania bella e maledetta, più spesso alla ribalta delle cronache nazionali per fatti disgraziati, era riuscito a far brillare Pollica e le frazioni di Acciaroli e Pioppi come gioielli di buona amministrazione. Aveva dimostrato che c’è una Campania dove la raccolta differenziata dei rifiuti può superare il 70 per cento, dove le coste non sono ricoperte da colate di cemento illegale, dove ripaga di più promuovere le qualità della dieta mediterranea che la speculazione del mattone. Con la sua serena determinazione aveva fatto capire che la tutela dell’ambiente e del territorio, non sono un freno, ma le precondizioni per lo sviluppo economico e il futuro del nostro paese.
E i fatti gli avevano dato ragione, trasformando la piccola Pollica in una località turistica amata e apprezzata da turisti italiani e stranieri, non solo per le acque limpide, per le belle coste ben conservate, ma anche per un’offerta turistica di prima qualità e per iniziative curiose e interessanti come la kermesse che si sarebbe dovuta celebrare fra qualche giorno in onore di Ernest Hemingway, il quale si dice si sarebbe ispirato per il protagonista de Il Vecchio e il mare ad un mitico pescatore di Acciaroli, “u vecchiu” appunto.
Con Legambiente Angelo si è incontrato più di dieci anni fa. Sono state condivise tante iniziative e battaglie, a cominciare da quella contro l’abusivismo edilizio e per l’istituzione del Parco del Cilento della cui comunità era attualmente presidente. È da anni che nella Guida Blu che Legambiente realizza insieme al Touring Club, che Pollica ha sempre ottenuto il massimo riconoscimento.
Un agguato tanto efferato quanto vile ha tolto Angelo all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici. Ha strappato al suo territorio un amministratore di rara qualità, che con passione e onestà metteva il suo impegno al servizio degli altri. Per questo, con tutta probabilità, è stato ucciso. Perché dava fastidio agli infami ladri di futuro. Ora lo stato deve dimostrare di esserci con forza e determinazione. Si devono avviare le indagini, fare luce e trovare i colpevoli. E bisogna proseguire l’azione da lui avviata.
Lo si deve ad Angelo Vassallo e all’onore stesso del nostro paese, dove gli eroi, sebbene qualcuno ci provi, non si chiamano Mangano, ma hanno il nome di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e del Sindaco- pescatore Angelo Vassallo. Ciao Angelo.

da Europa Quotidiano 07.09.10

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“Scandalo della democrazia”, di ROBERTO SAVIANO
Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan. Così hanno ucciso Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, in provincia di Salerno. Si muore quando si è soli, e lui – alla guida di una lista civica – si opponeva alle licenze edilizie, al cemento che in Cilento dilaga a scapito di una magnifica bellezza. Ma Angelo Vassallo rischia di morire per un giorno soltanto e di essere subito dimenticato.
Come se fosse normale, fisiologico per un sindaco del meridione essere vittima dei clan. E invece è uno scandalo della democrazia. Del resto – si dice – è così che va nel sud, accade da decenni. «Veniamo messi sulla cartina geografica solo quando sparano. O quando si deve scegliere dove andare in vacanza», mi dice un vecchio amico cilentano. In questo caso le cose coincidono. Terra di vacanze, terra di costruzioni, terra di business edilizio che «il sindaco-pescatore» voleva evitare a tutti i costi.
Questa estate è iniziata all´insegna degli slogan del governo sui risultati ottenuti nella lotta contro le mafie. Risultati sbandierati, urlati, commettendo il grave errore di contrapporre l´antimafia delle parole a quella dei fatti. Ma ci si deve rendere conto che non è possibile delegare tutto alle sole manette o al buio delle celle. Senza racconto dei fatti non c´è possibilità di mutare i fatti.
E anche questa storia meritava di essere raccontata assai prima del sangue. Forse il finale sarebbe stato diverso. Ma lo spazio e la luce dati alla terra dei clan sono sempre troppo pochi. I magistrati fanno quello che possono. I clan dell´agro-nocerino in questo momenti sono tutti sotto osservazione: quelli di Scafati capeggiati da Franchino Matrone detto «la belva», o gli uomini di Salvatore Di Paolo detto «il deserto», quelli di Pagani capeggiati da Gioacchino Petrosino detto «spara spara», il clan di Aniello Serino detto «il pope», il clan Viviano di Giffoni, i Mariniello di Nocera inferiore e Prudente di Nocera superiore, i Maiale di Eboli.
Il fatto è che il Cilento, terra magnifica, ha su di sé gli occhi e le mani delle organizzazioni criminali che, quasi fossero la nemesi della nostra classe politica, eternamente in lotta, si scambiano favori, si spartiscono competenze pur di trarre il massimo profitto da una terra che ha tutte le caratteristiche per poter essere definita terra di nessuno e quindi terra loro. I Casalesi sono da sempre interessati all´area portuale, così come i Fabbrocino dell´area vesuviana hanno molti interessi in zona. Giovanni Fabbrocino, nipote del boss Mario Fabbrocino, gestisce a Montecorvino Rovella, un paesino alle soglie del Cilento, la concessionaria della Algida nella provincia più estesa d´Italia, il Salernitano appunto. Il clan Fabbrocino è uno dei più potenti gruppi camorristici attualmente noti e intrattiene legami con i calabresi.
Oggi le ‘ndrine nel Salernitano contano molto di più e hanno interessi che vanno oltre lo scambio di favori. Il porto di Salerno, su autorizzazione dei clan di camorra, è sempre stato usato dalle ‘ndrine per il traffico di coca, soprattutto da quando il porto di Gioia Tauro è divenuto troppo pericoloso. Il potentissimo boss di Platì Giuseppe Barbaro, per esempio, è stato catturato a dicembre 2008 mentre faceva compere natalizie a Salerno. In tutto questo, il cordone ombelicale che ha legato camorra e ‘ndrangheta porta un nome fin troppo evidente: A3, ovvero autostrada Salerno-Reggio Calabria. Nel Salernitano sono impegnate diverse ditte dalla reputazione tutt´altro che specchiata. La «Campania Appalti srl» di Casal di Principe avrebbe dovuto costruire le strade intorno al futuro termovalorizzatore di Cupa Siglia. L´impresa delle famiglie Bianco e Apicella è stata raggiunta da un´interdittiva antimafia dopo le indagini della sezione salernitana della Direzione Investigativa Antimafia. Secondo gli investigatori, l´impresa rientra nel giro economico del clan dei Casalesi ed è nelle mani di uomini vicini a Francesco Schiavone.
È così diverso oggi dagli anni ‘80 e ‘90? Di che territorio stiamo raccontando? Di una Regione dove per la gare d´appalto per la raccolta rifiuti bisogna chiamare una impresa ligure perché in Campania non se ne trova una che non abbia legami con la camorra. Nemmeno una. Se da un lato si arresta dall´altro lato non c´è affatto una politica che tenda a interrompere il rapporto con le organizzazioni criminali. L´attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro, soprannominato «Gigino a´ purpetta» (Luigino la polpetta), fu arrestato nel 1984 in un´operazione contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nel 1985 il Tribunale di Napoli condannò Cesaro a 5 anni di reclusione «per avere avuto rapporti di affari e amicizia con tutti i dirigenti della camorra napoletana fornendo mezzi, abitazioni per favorire la latitanza di alcuni membri, e dazioni di danaro». Nel 1986 in appello il verdetto fu ribaltato e Cesaro venne assolto per insufficienza di prove. La decisione fu poi confermata dalla Corte di Cassazione presieduta dal noto giudice ammazza sentenze Corrado Carnevale. Ma, come ha raccontato L´Espresso, nonostante Cesaro sia stato scagionato dalle accuse, gli stessi giudici che lo hanno assolto hanno stigmatizzato il preoccupante quadro probatorio a suo carico. Durante il processo, in aula, furono infatti confermati gli stretti rapporti che l´attuale presidente della provincia di Napoli intratteneva con i vertici della Nco (incluso don Raffaele Cutolo). Si parlava di una «raccomandazione» chiesta a Rosetta Cutolo, sorella di Raffaele, per far cessare le richieste estorsive di Pasquale Scotti, personaggio tuttora ricercato ed inserito nell´elenco dei trenta latitanti più pericolosi d´Italia. (Consiglio caldamente di fare una piccola ricerca su youtube per «Luigi Cesaro esilarante», ascolterete un monologo del presidente della provincia che sarà più eloquente delle mie parole).
Tutto questo non si può tacere. E chi lo tace è complice. Mi viene da chiedere a chi in questo momento sta leggendo queste righe se ha mai sentito parlare di Federico Del Prete, sindacalista ucciso nel 2002 a Casal di Principe. Se ha mai sentito parlare di Marcello Torre, sindaco di Pagani ucciso nel 1980 perché cercava di resistere a concedere alla camorra gli appalti per la ricostruzione post terremoto. E di Mimmo Beneventano vi ricordate? Consigliere comunale del Pci, trentadue anni, medico, fu ucciso nel 1980 a Ottaviano per ordine di Raffaele Cutolo perché ostacolava il suo dominio sulla città. E di Pasquale Cappuccio? È stato consigliere comunale del Psi, avvocato, ucciso nel 1978 sempre a Ottaviano. E Simonetta Lamberti, uccisa a Cava dei Tirreni nel 1982. Aveva dieci anni e la sua colpa era essere la figlia del giudice che andava punito. Le scariche del killer raggiunsero lei al posto del loro obiettivo. Qualcuno di questi nomi vi è noto? Temo solo ad addetti ai lavori o militanti di qualche organizzazione antimafia. Questi nomi sono dimenticati. Colpevolmente dimenticati. Come, temo, lo sarà presto quello di Angelo Vassallo. Ai funerali di Antonio Cangiano, vicesindaco di Casal di Principe gambizzato dalla camorra nel giugno 1988 e da allora costretto sulla sedia a rotelle, non c´era nessun dirigente della sinistra. Tutto sembra immobile in territori dove non riusciamo nemmeno a ottenere il minimo, l´anagrafe pubblica degli eletti per sapere esattamente chi ci governa.
Le indagini sull´omicidio di Angelo Vassallo vanno in tutte le direzioni, si sta scavando nel passato e nel presente del sindaco. Perché, come mi è capitato di dire altrove, in queste terre quando si muore si è sottoposti a una legge eterna: si è colpevoli sino a prova contraria. I criteri del diritto sono ribaltati. E quindi già iniziano a sentirsi voci di ogni genere, ma nulla tralascerà la Dda. L´aveva scritto Bruno Arpaia (non a caso nato a Ottaviano) nel suo bel libro Il passato davanti a noi, che mentre i militanti delle varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare sognavano Parigi o Pechino per far la rivoluzione e scappavano a Milano a occupare università o fabbriche, non si accorgevano che al loro paese si moriva per un no dato ad un appalto, per aver impedito a un´impresa di camorra di fare strada.
È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina l´equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo.
In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo «Noi credevamo» di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento, dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull´unico risorgimento ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse è nascosto ma esiste. Deve scommettere sulla possibilità che il Paese sappia imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all´intera Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola risorsa. Noi ci crediamo.

La Repubblica 07.09.10

Festa del Pd, nel mirino la riforma. «Scuola verso la distruzione», di Chiara Cecutta

L’attuale sistema scolastico, «al centro di un processo di distruzione», come lo stigmatizza Manuela Ghizzoni, deputata del Pd, è stato il tema dell’incontro conclusivo della Festa cittadina del Partito Democratico.
Ad animare una serata che ha richiamato un pubblico partecipe – tra le fila anche una rappresentanza dei docenti e del personale Ata aderenti alla Flc Cgil, Cisl Scuola e Fgu Gilda – è stato un dibattito serrato nel quale la deputata Ghizzoni, l’assessore regionale dell’Emilia Romagna Patrizio Bianchi e Giancarlo Sacchi, responsabile scuola e formazione dell’esecutivo provinciale del Pd di Piacenza, in veste di moderatore, hanno messo in luce le problematiche che attanaglieranno il nuovo anno scolastico ormai alle porte.
L’anno scolastico si apre per Ghizzoni in una «situazione di profonda incertezza e precarietà, non solo dal punto di vista dei lavoratori, ma anche dal punto di vista dell’offerta formativa e dell’impostazione del piano didattico». Sulla riforma della scuola firmata Gelmini la deputata non nutre grande fiducia. «Ravvedo – ha detto – molti segnali negativi, che fanno preludere ad un decremento dell’offerta formativa nel territorio italiano». E di fronte a tale situazione «a rimetterci è il futuro del paese». La riforma della scuola si configura per Ghizzoni come «un attacco non casuale, bensì inserito all’interno di un attacco a tutto quel sistema universalistico che ci ha dato la Costituzione».
L’assessore Bianchi fa luce invece sulla realtà regionale, parlando di numeri, di risorse «inadeguate e insufficienti», di tempistiche fuori tempo massimo, e di un modello emiliano virtuoso «e di sistema» che auspica un’autonomia scolastica ancora lontana. Per Bianchi «lo Stato centrale non è più in grado di soddisfare i problemi della scuola, e per dimostrarlo basta vedere come ha risposto alle nostre richieste di organico. Avevamo chiesto 350 persone sulla scuola e 200 sull’infanzia, ma lo Stato in un primo tempo ne ha messe a disposizione solo 91 e poi con grande fatica e con lo sforzo di tutti, dalla Regione ai sindacati, ne ha aggiunte altre 80».
Bianchi parla anche di risorse: «La Regione mette quest’anno 4 milioni di euro per il sostegno ad handicap, stranieri e a tutta quella parte più debole dei nostri studenti, risorse alle quali aggiungiamo altri 3 milioni – di cui due per l’infanzia – cifre che attestano la presenza dell’Emilia Romagna». E proprio per oggi è previsto l’incontro in Regione fra tutti gli assessori provinciali competenti in materia convocato dallo stesso Bianchi «per fare luce sui problemi e sulle dimensioni degli interventi».

La Libertà/Piacenza 07.09.10

"Sulla pelle dei bambini. Nel settore pubblico, tutti uguali?", di Maria Rosa Ardizzone

Ha ragione Sergio Luzzatto su Il sole 24 ore di oggi quando afferma che i settori del pubblico impiego non sono tutti uguali. Alla riduzione di spesa nella scuola non possono essere applicati gli stessi criteri di carattere quantitativo che possono regolare altri comparti della pubblica amministrazione. I precari non sono soltanto quantità e numeri, le ore assegnate alle discipline non sono soltanto numeri e neppure il tempo scuola. E questo vale in tutti gli ordini di scuola. In molti stentano a credere alla bandiera sventolata da questo governo che la scuola della qualità e del merito debba necessariamente passare per questi tagli indiscriminati. Questa tesi non convince i molti che di scuola si occupano da anni e che ci lavorano. Una tesi portata avanti dal governo in carica e dal Ministro che non riescono ad essere smontata neppure dai più accorti e diligenti giornalisti in conferenza stampa. Ne è la prova l’ultima conferenza stampa, tenuta ieri 2 settembre, a palazzo Chigi.

Gli interventi dei giornalisti non hanno centrato il vero bersaglio. Le domande sono state deboli e poco incisive, e pur toccando i temi di scottante attualità precari ecc., non sono riuscite, comunque, a stringere sulle contraddizioni e sulle criticità legate, ad esempio, al rapporto tra riduzione di spesa e promozione della qualità e del merito nella scuola. Le domande, così come sono state formulate, non hanno fatto altro che dare al Ministro ulteriori opportunità per riproporre, con gli stessi toni e parole, i concetti e i numeri presentati nella relazione di apertura della conferenza stampa. Nessun significativo passo avanti. Nessun contraddittorio vero. Le criticità del programma del Ministro non sono emerse, bensì soffocate dalle ragioni della riduzione del debito pubblico. La scuola va vista con occhi diversi e da tanti punti di vista.
Apriamone uno: il tempo pieno. I numeri del Ministro confermano l’incremento e non la diminuzione delle classi a tempo pieno, disegnando uno scenario diverso da quello delineato dai sindacati, dalle scuole e dai docenti precari e non. Come mai? I dati vanno correlati con gli altri fattori presenti nel segmento della scuola primaria. Cerchiamo di capire quali e come. Bisogna fare lo sforzo di entrare negli ingranaggi del funzionamento dell’ organizzazione didattica della scuola primaria, o meglio di come essa ha funzionato prima dell’era Gelmini. Non ci si può limitare ad una visione di superficie, prendendo in esame, ad esempio solo il fattore tempo pieno. La visione va allargata a tutta l’offerta di tempo educativo/ scuola a favore dei bambini. Dovrebbe essere a tutti chiaro che, nel momento in cui nella scuola primaria vengono aboliti i moduli, che consentivano ai bambini una permanenza a scuola di tre o addirittura quattro pomeriggi a settimana, l’effetto più drastico si manifesta nella riduzione dell’offerta di tempo educativo/ scuola. Molte scuole, che erano state in grado di generalizzare una offerta formativa molto prossima al tempo pieno, non sono più state in grado di mantenerla. Bisogna avere, allora, il coraggio di dire che queste opportunità educative non potranno più essere erogate dal sistema di istruzione pubblico. Che il tempo pieno nella scuola primaria, un modello pedagogico che, negli anni, ha fatto da volano per attuare nuove soluzioni organizzative e didattiche, e che ha introdotto nuove modalità per un utilizzo più flessibile delle risorse umane della scuola, in sinergia con i territori, ha esaurito la sua spinta innovativa. Che prima dei tagli, attuati da questo governo, i ragazzi avevano la possibilità di usufruire di spazi formativi per un tempo che andava ben oltre le 24 ore.
E’ il momento di guardare in faccia questa realtà, segnata da questi cambiamenti. La drastica diminuzione, sia quantitativa che qualitativa, dell’offerta di tempo educativo/scuola, destinata agli allievi, non può essere, ancora una volta, messa da parte e sottovalutata. Le assicurazioni del Ministro sull’incremento delle classi a tempo pieno non possono rassicurare coloro i quali temono una battuta d’arresto dell’offerta pubblica di qualità del nostro sistema di istruzione. Non è, quindi, sul numero delle sezioni a tempo pieno che si gioca questa partita. Bensì sulla riduzione del numero dei docenti, sulla riduzione delle ore di insegnamento, sull’introduzione drastica del docente unico. L’abolizione della contemporaneità dei docenti, un pacchetto di ore e di attività che i docenti mettevano a disposizione della propria scuola e degli allievi, intacca, ad esempio, una pedagogia finalizzata alla personalizzazione del processo di apprendimento e insegnamento.
L’ intervento, dunque, di riduzione di spesa non fa che aumentare le difficoltà degli allievi più bisognosi, delle famiglie e della scuola nel suo complesso. Non si può nascondere che ha avuto e continuerà ad avere conseguenze molto gravi sulla scuola primaria. Un segmento che, oltre a garantire al cittadino il diritto e il dovere all’ istruzione dovrebbe erogare alle famiglie un servizio pubblico di supporto educativo, in senso lato. Un servizio che non può essere considerato di mera assistenza, rientrando nel segmento delle buone politiche di welfare.
Anche sulla parola pubblico varrebbe la pena riaprire l’ennesimo dibattito. Sempre Luzzatto su Il sole 24 ore di oggi si chiede se i tagli nel settore della scuola e dell’università sono compatibili con quanto resta, in Occidente, dell’idea di pubblico. “Un pubblico – continua ancora Luzzatto- inteso non soltanto come spesa, né soltanto come servizio, ma come qualcosa di altrimenti importante e prezioso: un tessuto comunitario e, insieme, uno spazio civico”. La scuola, se continua ad essere parte della pubblica amministrazione, è altro rispetto agli altri settori. O almeno per molti di noi continua ad esserlo.

ScuolaOggi 07.09.10

"Scrittrici scollate", di Flavia Amabile

Dopo il botta e risposta con Vespa a Michela Murgia diranno di tutto a questo punto. La definiranno vetero-femminista o, come Vespa, una donna con poco umorismo. Sarà. Che umorismo volgare, però. Chissà quali salotti ha frequentato Bruno Vespa per giudicare divertenti frasi che non sarebbero ammesse se non in ambienti non particolarmente eleganti.
Immagino anche che cosa diranno a Silvia Avallone. Se non desiderava commenti sul suo decolleté bastava non indossare un vestito così scollato. Di fronte a simili obiezioni viene da ridere se non ci fosse da piangere. Chi risponde in questo modo non ha idea di che cosa sia un abito da sera e un’occasione come quella della premiazione per il Campiello. Sarebbe come se alla serata finale degli Oscar un’attrice indossasse un abito scollato e il presentatore invece di parlare dei suoi meriti professionali decantasse il suo fisico. Mai visto qualcosa del genere? Mai.

E, comunque, bisogna per forza ridere, anche di fronte alle battute da caserma che non fanno ridere nemmeno un po’ solo provare un po’ di compassione per chi le pronuncia? E se una persona è stata cafona, e non riesce nemmeno ad avere l’eleganza di ammetterlo, non si può dirlo per far capire che il limite della comune decenza è stato superato?

Sì che si può dire secondo me, perché se in diretta televisiva di una finalista di un prestigioso premio letterario si parla solamente della sua meravigliosa scollatura e della pelle fremente intorno al suo tatuaggio, qualcosa non va. Ed è meglio gridarlo chiaro e forte.

La Stampa 07.09.10

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“Se anche la scrittrice è trattata da velina”, di GAD LERNER

Ero seduto anch’io sul palcoscenico della Fenice di Venezia, sabato sera, quando d’improvviso abbiamo visto illuminarsi la faccia di Bruno Vespa: “Assegniamo ora il Premio Campiello opera prima a Silvia Avallone, autrice del romanzo ‘Acciaio’, e prego la regia di inquadrare il suo strepitoso décolleté”. Non pago, quando s’è ritrovato al fianco la giovane scrittrice vestita di chiffon, Vespa ha indugiato sul tatuaggio che ne orna una spalla, gliel’ha cinta e – rivolto alla platea degli industriali veneti promotori del Campiello – ha soggiunto: “La sto toccando e vi assicuro che nonostante il grande successo già conseguito, vibra ancora d’emozione”.
A quel punto ho incrociato lo sguardo con quello allibito di Michela Murgia, la trionfatrice dell’edizione 2010, seduta accanto a me. Con la sua autorizzazione, riferisco l’istintivo commento sussurratomi dall’ottima autrice di “Accabadora”: “Ma come è possibile? Vespa si comporta come un vecchio bavoso!”.

Per ciascuno degli altri scrittori intervistati fino a quel momento, naturalmente, le domande di Vespa vertevano sul contenuto dell’opera presentata, con brevi divagazioni riguardanti l’attualità o le esperienze di ciascuno. Davanti alla Avallone (classe 1984, dunque giovane, ma non certo una bambina) l’atteggiamento è cambiato. Il libro è passato decisamente in secondo piano, quasi che il maturo maschio italiano di successo e benpensante – dimentico della sua professione – in un tale frangente si ritenesse autorizzato alla deroga protocollare: la pupa ha ben altro da mostrarci, cosa volete che me ne importi se è una scrittrice di valore? Sciambola, mica perderemo tempo a intervistarla come un Carofiglio, un Pennacchi o una Pariani qualsiasi!

Naturalmente in un premio letterario francese, tedesco o americano sarebbe stato inconcepibile una simile disuguaglianza di trattamento; e il professionista che per avventura vi fosse incorso, si sarebbe beccato una rispostaccia seduta stante. Silvia Avallone invece vive in Italia, dunque si è limitata a confidare più tardi il disagio provato in quella cerimonia, trasmessa su Raiuno. Noiosa, forse, ma non meritevole di essere vivacizzata da arrapamenti senili in una sede impropria. Al Premio Campiello, senza dubbio uno dei più seri e prestigiosi concorsi letterari del nostro paese, non sono mai state richieste le misure seno-vita-fianchi degli scrittori. E il fatto che quest’anno lo abbiano vinto due giovani donne di indubbio talento come la Murgia e la Avallone, conferma l’anacronismo di cui Vespa è portatore inconsapevole.

Riteneva di effettuare una modernizzazione del linguaggio televisivo, ormai più di dieci anni fa, quando inaugurò la moda di invitare signorine taciturne e ornamentali come sottofondo dei dibattiti fra uomini politici. A differenza di centinaia di migliaia di lettori, per lui la toilette della scrittrice viene prima del suo romanzo.

P. S. Vorrei prevenire una eventuale replica fuori luogo di Vespa: “Tu mi attacchi perché non hai vinto il Campiello”. Gli faccio notare che la mia mancata vittoria era largamente prevedibile, giustificata dal valore di Michela Murgia e degli altri concorrenti. Il suo comportamento invece non era né prevedibile né tanto meno giustificabile.

La Repubblica 07.09.10