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“Un luminoso esempio di dedizione al potere” Meucci di Carpi, lettera aperta dell’on. Ghizzoni e della sen. Bastico

Caro direttore, tra le tante parole d’ordine coniate dal regime fascista con l’intento di spegnere ogni forma di pensiero critico ce n’era una che suonava pressappoco così: “Qui si lavora, non si fa politica”. Ed era chiaramente rivolta, in primo luogo, a operai e impiegati statali, tanto per ricordare loro – qualora avessero strani grilli per la testa – che lo Stato totalitario non ammetteva deroghe al pensiero unico.

Vivendo oggi, fortunatamente, in una democrazia liberale, pensavamo di esserci gettati definitivamente alle spalle qualsiasi forma di coercizione del libero pensiero. Ma a insinuare nuovi dubbi sulla certezza di un diritto che ritenevamo acquisito – quello al dissenso – ci ha pensato il dirigente scolastico regionale Marcello Limina.

Ne sa qualcosa il prof. Mele dell’Istituto Meucci di Carpi, incappato di recente nei rigori del funzionario statale. Il nostro, infatti, ebbe già modo di richiamare il prof. Mele colpevole, a suo avviso, di “condizionare politicamente l’operato del dirigente scolastico” con “ripetute e talvolta scomposte azioni di protesta” recando in questo modo “grave pregiudizio all’equilibrio e alla serenità dell’ambiente scolastico”.

Sorvolando sulla prosa ottocentesca vien da dire: ma veramente il prof Limina è convinto che siano le manifestazioni di protesta del prof Mele e di tanti altri insegnanti come lui a nuocere all’equilibrio e alla serenità della scuola e non, piuttosto, l’assalto all’arma bianca sferrato dal ministro Gelmini al cuore della scuola italiana che “infiniti lutti” – tanto per citare il sommo poeta – sta arrecando alla classe insegnante, agli studenti, alle famiglie e al Paese intero? Chi è che attenta alla serenità dell’ambiente scolastico? Chi protesta per difendere la qualità dell’insegnamento e la dignità dei docenti o chi, giorno dopo giorno, smantella il sistema della formazione a colpi di scure?

Il prof Limina sembra non avere dubbi in proposito e dichiara, imperterrito: “Io continuo nella mia linea di fermezza, tutto il resto è Carnevale. Mele e i suoi seguaci (sic!) pensino a fare scuola”. Non c’è che dire, un luminoso esempio di dedizione al potere.

"Sicurezza, il Pd: più agenti e soldi ai comuni", di Claudia Fusani

La paura e il senso di insicurezza ci inseguono fin dentro casa, la sera, lungo le strade buie, ad ogni minimo rumore, nelle periferie, specie «se ci sono gruppi di giovani che fanno schiamazzi». Fa paura il branco, perchè è una massa senza testa. Crea insicurezza abitare vicino a un campo nomadi e anche solo «incontrare» nomadi. Paure, insicurezze. Di fronte ai quali gli antidoti sono estremi: farsi giustizia da soli, scelta condivisa con più sfumature, da abbastanza (18,8%) a molto (11,2%) e la pena di morte, “soluzione” che trova «molto d’accordo» il 25,8 per cento degli intervistati e «abbastanza» il 21,9% (contro il 38,2% per niente d’accordo).

Il Pd ha commissionato un sondaggio sui temi della sicurezza, della legalità e della giustizia. I risultati, spalmati su 26 cartelle di grafici (SCARICA IL SONDAGGIO IN PDF), sono difficili da maneggiare. Sicuramente vanno affrontati con chiarezza evitando, per la prima volta dopo oltre un decennio, che questi sentimenti siano esclusivo monopolio delle scelte e della propaganda della destra e della Lega quando invece il tema è uno dei più sentiti da tutti i cittadini.

La sensazione di insicurezza influenza «molto» l’8,9% degli intervistati e «abbastanza» il 33 per cento. Un buon 25% ne è invece completamente estraneo. Per fortuna poi, solo il 9,5% negli ultimi due anni ha veramente subito un reato. Segno che tra percezione e realtà dei fatti c’è una grossa differenza. Ma i cittadini vivono anche di percezioni che non vanno sottovalutate. E’ diffuso il timore delle violenze sessuali (18%), di imbattersi in litigi tra l’indifferenza degli altri (19,2%), di finire in strade di periferie territorio di bulli e branchi (21%).

Le paure hanno un volto e una nazionalità: sono i rom che creano insicurezza se solo si avvicinano (molto il 17,7%; abbastanza il 30,8%)per non parlare dei campi dove vivono e vicino ai quali il 26,9% non vuole vivere e il 29,9% lo evita volentieri. La diffidenza è più nei confronti di romeni e albanesi (molto 21,2%; abbastanza il 29.9%) che dei nordafricani, un dato su cui pesano parecchio cronaca e tivù. Violenza e criminalità sono in aumento, almeno nella percezione dei cittadini, e le cause sono chiare: presenza di extracomunitari (30,4%), inadeguatezza delle pene (28,2%), scarse forze dell’ordine (26,4%), alcool (23,4%), droga (22,2%). Altrettanto chiare le possibili soluzioni: il 58,8% chiede più forze dell’ordine, più illuminazione nelle strade (23,6%), più telecamere e allarmi nelle strade (16.7%). Solo il 2% giudica utili le ronde volute dal ministro Maroni. Il 31% degli intervistati chiede invece leggi cha garantiscano più le vittime anzichè gli autori del reato e circa il 50% vuole magistrati e forze dell’ordine che si occupano più dei piccoli reati e degli atti di vandalismo.

Il Pd si metterà adesso a fare lo sceriffo? «Noi – spiega Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd – dobbiamo prendere atto di questi numeri che parlano di tendenze chiare e riappropriarci di un tema su cui è chiaro che dopo anni di governo e propaganda Pdl e Lega hanno fallito». Conforta che al di là delle percezione, «solo il 10% è toccato veramente dai reati» e che «le difficoltà maggiori arrivino da quel territorio che chiede cose semplici come illuminazione, telecamere e divise e a cui invece sono stati tagliati fondi». Contro le pulsioni da Far West come la pena di morte e il farsi giustizia da soli, la ricetta del Pd è chiara: «Una giustizia e il diritto che funzionino per tutti i cittadini; più risorse alle forze dell’ordine agli enti locali».

L’Unità 06.09.10

9 colpi di pistola non fermano il coraggio

Ucciso Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, impegnato da anni nella lotta per la legalità e per l’ambiente. Bersani: “Profondo sgomento, era un sindaco onesto e capace”. La Festa Democratica apre con un minuto di silenzio in suo onore.
Un minuto di silenzio alla Festa Democratica. Il dibattito fra Enrico Letta e Pier Ferdinando Casini inizia con un tributo alla memoria del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, ucciso ieri sera davanti alla sua abitazione.
9 colpi di pistola, di notte. 9 colpi vigliacchi per fermare il coraggio di un sindaco, un amministratore che al suo secondo mandato andava ostinatamente avanti, senza considerare le minacce della camorra.
9 colpi di pistola ieri sera hanno ucciso Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, comune del Cilento.
Per il sostituto procuratore di Vallo della Lucania, Alfredo Greco si tratta di un agguato in stile camorristico, con modalità di un’esecuzione.
Il pericolo Vassallo lo aveva avvertito, visto che negli ultimi tempi teneva costantemente informato sugli sviluppi di alcune vicende il sostituto procuratore.

Un uomo che si batteva per la legalità e il rispetto dell’ambiente, su cui aveva investito come amministratore pubblico, e che avevano fruttato al paese che amministrava il riconoscimento della bandiera blu e il rilancio turistico.

C’è una prima ricostruzione della dinamica dell’agguato, tra le 22.30 e e 23.30 l’Audi grigia con cui Vassallo stava rientrando a casa è stata bloccata da un’altra che veniva in contromano. Una persona, forse due, si sono avvicinate al finestrino e hanno esploso colpi da una pistola calibro 9 in rapida successione.

Non ha dubbi il procuratore aggiunto di Torre Annunziata Raffaele Marino: “Il mio caro amico Angelo è stato ucciso per un no di troppo. Un no pronunciato a gente che non ammette risposte negative. Un no detto in faccia alla camorra”.
In questi anni Vassallo aveva trasformato il porto e il centro storico del paese avendo sempre come riferimento la legalità. Forse, proprio la rinascita di Acciaroli ha suscitato le attenzioni della camorra verso quel paese e il no di quel sindaco caparbio doveva essere punito.
Il Pd si impegna perché sulla vicenda venga fatta chiarezza e perché l’allarme sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni non cessi. Bisogna estirpare il male delle mafie e difendere gli amministratori che vi si oppongono.

Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha espresso “profondo sgomento” per “un’esecuzione feroce” cha ha portato Angelo Vassallo via alla sua famiglia e all’intera comunità di Pollica-Acciaroli.

“Un sindaco onesto e capace – prosegue Bersani – che ha saputo lavorare con spirito di servizio per affermare i principi di legalità, valorizzando le risorse migliori del territorio e testimoniando così, con il proprio impegno,
la volontà di costruire un futuro diverso per la propria terra. Alla Magistratura e alle forze dell’ordine spetta il compito di fare piena luce su questo efferato delitto e stabilire se debba essere ascritto alla ferocia della criminalità organizzata. Il mio cordoglio e l’umana vicinanza va alla moglie e ai figli così duramente colpiti. Ai tanti onesti amministratori che, come Angelo, s’impegnano tutti i giorni con coraggio al servizio esclusivo della propria comunità va, invece, – conclude Bersani – la riconoscenza di un Paese colpito e offeso.”

Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia, dichiara: “L’omicidio di Angelo Vassallo, è un gesto brutale sul quale bisogna fare immediatamente luce. La zona del Cilento sembrava essere un territorio nel quale la violenza della camorra non avesse attecchito, ma questo omicidio ci costringe probabilmente a rivedere queste analisi
“Il primo pensiero – contina la Garvini – va alla famiglia di Angelo Vassallo, che ha condiviso con lui anche la passione per la tutela di quel territorio, alla quale tutto il gruppo PD in Commissione Antimafia invia la solidarietà più convinta ed assicura il proprio impegno per aiutare in ogni modo gli inquirenti a scoprire gli autori ed i mandanti dell’omicidio. Ci aspettiamo indagini – conclude Garavini – veloci ed accurate che riescano a stabilire i motivi dell’agguato, se ci fossero state delle minacce in precedenza e se tutte le misure di controllo del territorio siano adeguate.”

Per Walter Veltroni “L’assassinio Angelo Vassallo, è un nuovo episodio, terribile e drammatico, che conferma la pericolosità dei poteri e delle organizzazioni criminali in questo Paese e in particolare in alcune regioni. Le modalità dell’esecuzione e le prime indagini fanno capire che si sia trattato di un feroce delitto di stampo camorristico.
Vassallo era impegnato nella sua terra in una difficile opera di amministratore, a difesa della legalità. In questo momento la nostra solidarietà affettuosa va ai suoi familiari e ai suoi concittadini che hanno perduto un sindaco capace e appassionato. Ma in questo momento è necessario che lo Stato italiano e in particolare il Governo siano vicini con i fatti a chi – magistratura, forze dell’ordine e della sicurezza, amministratori onesti e cittadini perbene – si batte contro la criminalità, le mafie, la camorra a difesa della legalità”.

La senatrice del Pd Teresa Armato, componente della Commissione Antimafia esprime al sua “vicinanza affettuosa e solidarietà ai familiari di Angelo Vassallo, ucciso nella notte in un agguato. Di fronte ad un assassinio così efferato e di chiara matrice malavitosa è necessario che il Governo faccia sentire forte la sua presenza facendo luce al più presto sulla spietata esecuzione”.
“Vassallo – ha aggiunto Armato – era una persona perbene, un sindaco rispettato per le sue qualità di amministratore serio e coraggiosamente schierato a difesa della legalità e dell’ambiente. “La sua tragica morte è la riprova di quanto sia forte e rischiosa la minaccia delle organizzazioni criminali nel Sud del Paese, anche in quelle zone che finora erano conosciute esclusivamente per le loro qualità paesaggistiche e ambientali”. “Chiederò all’Ufficio di Presidenza della Commissione Antimafia – ha detto Armato – di acquisire tutti gli elementi in ordine alla matrice del delitto, al fine di squarciare il velo della presenza di gruppi e interessi camorristici nel territorio interessato”

I senatori del Pd ed esponenti ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante ricordano il coraggio e l’impegno per la difesa dell’ambiente dei Vassallo: “Intendiamo esprimere il nostro cordoglio e la nostra solidarietà alla famiglia di Angelo Vassallo, ucciso barbaramente in un agguato da modalità tipiche della criminalità organizzata. Nell’auspicio che rapidamente venga fatta piena luce su questo tragico episodio ora si può e si deve dire che l’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco ecologista impegnato con coraggio e correttezza per la tutela e per la valorizzazione del suo territorio, tramite anche un proficuo rapporto di collaborazione con Legambiente, dimostra che in Italia, soprattutto nel sud, la difesa dell’ambiente, la lotta alla criminalità organizzata e la difesa della legalità sono facce di una stessa medaglia.”
“L’esempio e le battaglie di Vassallo – proseguono Della Seta e Ferrante – non devono essere vane, e per questo
occorre dare al più presto un volto e un nome all’assassino del sindaco di Pollica, l’ennesimo servitore dello Stato che ha perso la vita in nome della giustizia e della legalità” , concludono i senatori del Pd.

“L’assassinio di Angelo Vassallo, sindaco onesto e capace di Pollica, è un atto gravissimo ed i responsabili dovranno essere individuati e consegnati senza ritardi alla giustizia. Colpendo Vassallo si è inteso colpire la
dignità, il lavoro e la responsabilità di una intera popolazione che ha fatto propria la battaglia per la legalità e per la tutela del territorio e dell’ambiente.
Interviene Sergio Gentili, coordinatore nazionale forum Ambiente del Pd.
“Vassallo è stato il sindaco che ha rappresentato onestà e responsabilità nei confronti dell’ambiente. Da molti era considerato uno dei sindaci migliori del Cilento perché, tra le tante cose fatte, ha privilegiato la difesa
dell’ambiente e combattuto gli abusi edilizi, ha lavorato per raggiungere il 70% di raccolta differenziata, ha ristrutturato il porto, difeso la qualità delle coste e il territorio dalle seconde case.”
“Insieme ai suoi concittadini – prosegue Gentili – ha fatto di Pollica un centro di spicco del Parco nazionale, dimostrando che è possibile un modello di sviluppo alternativo alla cementificazione, al consumo di territorio e alla rapina della natura. È stato ucciso un sindaco ecologista impegnato da sempre sul fronte della legalità, in un’area ad alto rischio per l’estendersi di interessi della criminalità organizzata.”
“È una perdita grave per tutti gli ecologisti e gli amministratori impegnati nel governo locale e nei territori. Chiediamo che sia fatta al più presto luce sull’omicidio di Angelo Vassallo. Ai famigliari – conclude Gentili – va tutta la nostra vicinanza e solidarietà.”

Sgomento e profondo dolore per l’uccisione del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo sono stati espressi anche dal vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella Con questo delitto vile ed efferato il paese e il Cilento perdono uno dei loro migliori amministratori locali, coraggiosamente schierato a difesa della legalità e per la valorizzazione di una terra tra le più belle del nostro Mezzogiorno – sottolinea Pittella – spero che le autorità inquirenti riescano in breve tempo ad assicurare alla giustizia l’autore di un gesto così crudele e insensato, alla famiglia di Angelo va il mio affetto e la totale vicinanza’’.

Interviene anche Sergio Chiamparino, sindaco Pd di Torino e presidente ANCI che esprime il suo: “Profondo sgomento e cordoglio. L’auspicio è che venga fatta chiarezza, il prima possibile, sulle circostanze che hanno portato ad una cosiì barbara uccisione e che i responsabili della morte di un amministratore come Vassallo, che sempre si è battuto in difesa della legalità, vengano presto assicurati alla giustizia”.

www.partitodemocratico.it

"Si torna a scuola, nel caos", di Anna Villari

Nonostante il trionfalismo del ministro Gelmini, per il secondo anno consecutivo l’apertura delle scuole avviene all’insegna del caos più totale. L’incertezza degli alunni che non sanno per quante ore settimanali frequenteranno, soprattutto se hanno chiesto tempo pieno e tempo prolungato; l’incertezza delle famiglie che non sanno a quale santo votarsi se i loro figli non saranno ammessi al tempo pieno; l’incertezza dei precari che non sanno se avranno il posto di lavoro; l’incertezza dei docenti di ruolo sull’orario; l’incertezza dei dirigenti a organizzare le classi, visto che aumentano gli alunni e diminuiscono i posti; l’incertezza dei direttori amministrativi che non sanno in base a quale budget finanzieranno i piani dell’offerta formativa; l’incertezza degli studenti delle superiori appena “riformate” che faranno più latino e meno laboratorio se sono ai tecnici e meno italiano e più informatica se sono al classico… Tra tanto brancolare nel buio, però, c’è una cosa chiarissima, i tagli finanziari e di personale.

Questa la situazione. Ratificata e aggravata dalla manovra finanziaria di luglio. Dipanare la matassa ingarbugliata di questo inizio anno non è semplice, perché i problemi che gravano sulla scuola pubblica italiana sono di varia natura. Prima di tutto economica, in 3 anni si sono persi ben 8 miliardi di euro e oltre 120 mila posti di lavoro. Dopo una battaglia prolungata e insistente, condotta dalla sola Cgil ma appoggiata e sostenuta dalle scuole, il Ministero ha concesso 70 milioni per il funzionamento ordinario. Una goccia nel mare.

Anche per questo motivo la Flc Cgil e il coordinamento genitori democratici hanno promosso una class action per recuperare oltre 1 miliardo e mezzo di euro che il ministero dell’Istruzione deve alle scuole. A tanto ammontano infatti gli anticipi di cassa per spese obbligatorie, ad esempio per le supplenze, di competenza del ministero. Le scuole vi hanno fatto fronte con soldi destinati ad altre attività, aspettando un rimborso sempre promesso ma mai arrivato.

L’asfissia finanziaria, l’incertezza delle risorse e i tagli al personale creano effetti a catena sul buon funzionamento della normale attività didattica quotidiana. “La riduzione di organico – ci conferma Armando Catalano, dirigente scolastico di un istituto comprensivo romano – prosegue nonostante aumenti il numero di alunni, che è uno dei criteri di attribuzione del personale, e ci crea molte difficoltà organizzative”. Sarà la fine del tempo pieno, perché con le disponibilità in organico i dirigenti scolastici saranno costretti ad applicare il modello imposto dalla “riforma” Gelmini che riduce di fatto il tempo-scuola, in barba alla scelta prevalente delle famiglie che avevano preferito ben altri modelli. Non sarà possibile garantire le attività alternative a chi non frequenta l’ora di religione che anche quest’anno sarà punito, parcheggiato in qualche altra classe o mandato per strada, in ogni caso privato di una o due ore settimanali di formazione e di un diritto garantito dalla legge, ma stracciato dal ministro.

Nella scuola elementare la riduzione del tempo pieno, già cominciata lo scorso anno con l’introduzione della riforma, continua ancora. In qualche caso gli Enti locali corrono ai ripari per venire incontro ai bisogni delle famiglie, con interventi lodevoli nelle intenzioni, ma spesso puramente assistenziali, di parcheggio, senza alcun progetto didattico condiviso con le scuole. Anche nella scuola media si ripropone un film già visto. “La frantumazione delle cattedre – ci spiega Catalano – costringe tanti insegnanti a lavorare su più scuole. È inevitabile, visto che non abbiamo, come sarebbe logico e razionale, un organico di istituto”. Anche qui Si riduce il tempo-scuola da 33 ore (inclusive di sperimentazioni e tempo prolungato) a 30. “Inoltre, – continua Catalano – i docenti non hanno più ore a disposizione per sostituzioni temporanee, quindi, in assenza di un collega si divide la classe tra altre classi, rendendo difficile la didattica a tutti”. Anche l’igiene lascerà a desiderare. “Siamo stati costretti a rivedere al ribasso il contratto con la ditta di pulizia, quindi alcuni spazi saranno puliti 3 volte a settimana invece che ogni giorno”.

Saranno privati del diritto alla formazione e al completamento degli studi molti lavoratori-studenti, infatti quest’anno tantissime scuole saranno costrette a cancellare i corsi serali, diverse sezioni di scuole carcerarie sono state già chiuse: si toglie a chi ha più bisogno. Problemi ne incontreranno anche gli alunni con disabilità, non solo perché in alcuni casi non sarà possibile mantenere il limite dei 20 alunni per classe quando vi sia presente un disabile, ma soprattutto perché ci sarà meno personale ausiliario (i bidelli tanto esecrati da Gelmini) disponibile ad assisterli nei bisogni non didattici. Un altro problema scaricato sulle famiglie. D’altronde 100 mila posti vacanti in organico non sono pochi ed è falso sostenere che in Italia c’è più personale scolastico che altrove. Si sa che i dati possono essere poco oggettivi e qui si nasconde il fatto che in altri paesi europei il personale che, a vario titolo, lavora nelle scuole non è tutto dipendente dallo Stato (come in Italia), ma dai comuni o altre istituzioni. Bisognerebbe aggregare i dati europei o disaggregare i nostri.

Ai problemi economici se ne aggiungono altri di natura ordinamentale. La riforma Gelmini è una giungla di norme, spesso in contraddizione tra loro, parte delle quali impugnate e sospese, tra sentenze ignorate e correzioni dell’ultimo minuto. L’ordinamento delle scuole superiori che entra in vigore da quest’anno è un bel rompicapo per dirigenti e docenti. Intanto perché affermazioni di principio persino condivisibili vengono smentite nei fatti. Un esempio? Le linee guida sui tecnici e professionali esaltano la centralità del laboratorio, ma poi nella definizione degli indirizzi le ore di laboratorio scendono – addirittura – da 12 a 8. La mancanza, inoltre, di importanti provvedimenti attuativi rende quanto mai arduo il compito delle scuole, tanto che ha suscitato le critiche del Cnpi e la decisione del Tar di sospendere l’applicazione della riforma delle superiori nelle classi intermedie. Critiche che non sembrano aver toccato il ministro Gelmini.

È chiaro che questa non è una riforma. Non si fanno riforme a costo zero e non si fanno riforme senza formare (e informare) il personale. Ed è soprattutto chiaro che tutta l’impalcatura istituzional-ordinamentale è dettata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, tanto bene combacia con le sue politiche finanziarie depressive e finalizzate allo smantellamento dell’istruzione pubblica. D’altronde un’altra “riforma epocale”, quella del ministro Brunetta sulla pubblica amministrazione, si arena nella scuola sul blocco dei contratti imposto da Tremonti. Senza contratti non sarà possibile la valutazione del personale, con il suo carico di premi e punizioni, semplicemente perché mancano i fondi necessari. Paradossale. Ma alle punizioni ci penserà Gelmini: sta per essere emanata una circolare – di certo molto dettagliata – sulle sanzioni da comminare al personale. Strano concetto di meritocrazia.

Intanto in tutta Italia i precari sono in piazza: docenti e anche personale amministrativo, tecnico e ausiliario, molti di loro lavorano da 20 o 30 anni, tanti sono giovani a cui viene cancellato il futuro e il sostentamento per ragioni ignobili: la fine dell’istruzione pubblica in Italia.

da www.rassegna.it

"Enrico: ho 18 anni, sono di sinistra ma non urlo: ragiono", di Francesca Fornario

Le parole che state per leggere (sì: fatelo, vi supplico) le ha scritte un diciottenne iscritto al Pd. Pd di Budrio, Bologna, dove c’è la festa dell’Unità che si chiama ancora così e dentro allo stand della pesca dove si vince il pallone e la bicicletta c’entrano tutte le feste democratiche d’Italia. Le parole che state per leggere le ha scritte un ragazzo che va ancora a scuola, e che si mette la sveglia un’ora prima per andare davanti alle fabbriche a rischio chiusura, anche se gli amici grillini gli dicono che il suo Pd si è dimenticato gli operai. Enrico sarà ancora qui quando Berlusconi non ci sarà più, perché così è la vita. E il pensiero mi riempie di un’allegria indicibile. No, non il pensiero di Berlusconi che non ci sarà più, ma quello di Enrico che sarà uomo, padre, politico e militante quando non ci sarà più un governo colluso con la Mafia e chi lo fischia e chi censura chi fischia, e chi censura chi censura chi fischia. Perché dopo i fischi, e dopo altri fischi, e dopo altri fischi ancora, ci sarà da costruir su macerie, come dice Guccini. E bisognerebbe trovare la forza di farlo subito, adesso, e siamo in molti a provarci ma mica è facile e perciò finisce che ci buttiamo giù. Ma sapete una cosa? Mi mette un allegria addosso pensare comunque vada, domani, toccherà a quelli come Enrico, che guarda un po’ si chiama pure così.

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LA DIFFICOLTA’ DI ESSERE DI SINISTRA di Enrico Procopio

Contestazione. Contestazione.
Quando ero in prima elementare contestai il voto datomi per un disegno di un leone (“Sufficiente”), dicendo “non sono mica Picasso, sai?”.
In terza media il Preside decise che gli alunni erano troppo rumorosi, e che quindi avrebbero dovuto trascorrere i dieci minuti di intervallo in classe. Organizzai una protesta coi fiocchi, con tutte le classi dell’istituto che uscirono nello stesso momento, e con un plotone di coraggiosi andammo pure dal Preside a chiedere la revoca della circolare. Per la cronaca, funzionò alla grande. In vita mia non ho mai zittito nessuno. Mai. Ho sempre fatto parlare tutti, anche chi diceva stronzate. Al massimo gli ho consigliato di tacere, ma non ho mai prevaricato nessuno. Ho sentito di tutto. Ho sentito inneggiare al Duce, ho sentito leghisti che tuonavano contro gli immigrati (contro la colf a casa però no), gente che difende Berlusconi a oltranza. Ma mica in tv: questi parlavano con me.

Non li ho mai zittiti, non ho mai parlato più forte. Ho sempre aspettato il mio turno, poi ho parlato e li ho demoliti. Punto per punto, ho spiegato loro cosa non funzionava nel loro ragionamento. Io faccio sempre così: li ascolto, e poi smonto le loro convinzioni. Li zittisco con la forza delle argomentazioni.
In qualche modo, da quando sono nel PD, la cosa è più difficile: in alcuni casi sei costretto a beccarti le contestazioni e a non sapere bene cosa rispondere. E allora le risposte te le procuri da solo. Al Grillino che mi ha detto “il PD si è scordato gli operai!” ho risposto svegliandomi un’ora prima, e andando fuori dalle fabbriche a volantinare, a sostenere gli operai che rischiavano il posto alla Renopress e alla Masiero, prima di andare a scuola.

Intendiamoci: io non scendo a compromessi. Su alcuni valori – difesa della Costituzione, laicità, diritti degli omosessuali, per dirne alcuni – non sono intenzionato a indietreggiare, mai. Non sono disposto a farli calpestare da nessuno.
Detto questo, io non avrei fischiato Dell’Utri e Schifani. Ma è un problema mio, perché non sono capace di farlo, sono timido, mi vergogno anche solo ad alzare la mano per fare una domanda (poi però prendo fiato e la alzo, tranquilli).
Non condanno chi ha fischiato: aveva sostanzialmente ragione. Poi ho letto questo:

Le proteste nei confronti di Dell’Utri sono un segnale positivo, nonostante si cerchi di sminuire l’accaduto con le solite analisi all’italiana. La presa di coscienza della popolazione è sempre più forte. E se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C’è ancora un’Italia capace di indignarsi. Ed è proprio da qui che si deve ripartire.Iniziamo a zittire quelli come Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera.

Sono parole di Antonio Di Pietro. Le ho lette venti volte. E ho pensato che qualcosa non va. Perché la contestazione è giusta. La contestazione sistematica e organizzata, un po’ meno. Andare piazza per piazza a zittire chi dice cose che tu non pensi è squadrismo.

Facciamo l’analisi parola per parola, vi va?
“Le proteste sono un segnale positivo”. Giusto.
“La presa di coscienza della popolazione è sempre più forte”. Sì?
“E se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano”. Ah, davvero? E’ lo stesso risveglio dei fischi a Prodi? Forse quelli volevano svegliare Prodi.
“Iniziamo a zittire tutti quelli come Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera”. Quindi io devo zittire Dell’Utri perché dovrebbe stare in galera? Andare piazza per piazza a zittirlo?
Non è questo il risveglio della popolazione, no. Nello specifico, Dell’Utri è stato invitato a parlare della stronzata dei diari di Mussolini. Se io decidessi di contestarlo lo contesterei perché sta dicendo stronzate, non perché “dovrebbe stare in galera”.
Sono impopolare, ma anche chi dovrebbe stare in galera, per me, ha il diritto di parlare liberamente. E, se dice cose false, di essere contestato.

Capitolo Schifani. Ci sono diverse cose da mettere in chiaro, e provo a farlo ora.
Schifani era alla Festa del PD di Torino. Io non l’avrei invitato. Io avrei cercato altre persone con cui dialogare, non certo Renato Schifani. Ma io non decido nulla, e quindi hanno deciso di chiamare Schifani, e posso anche capire e quasi condividere questa scelta, facendo grossi sforzi. In generale, come ho scritto, i miei sforzi sono tesi a mandarlo a casa, non a negargli l’invito alla Festa. Sono arrivati contestatori – scrivono i giornali – del Popolo Viola (anche se non ho ben capito come si distinguano le persone del Popolo Viola, visto che teoricamente lo sono anche io) e dei Grillini. L’hanno fischiato, avevano pure le agende rosse, fuori la mafia dallo Stato. E’ una cosa giusta, teoricamente, e il messaggio è lodevole.
Ma ieri hanno vinto loro, hanno vinto loro, cioè ha vinto Schifani. Ha vinto Schifani, perché il loro progetto è diventato pienamente operativo. Hanno innescato la guerra civile, hanno incattivito la sinistra, l’hanno compressa e l’hanno fatta esplodere.

E il Pd è colpevole, perché non ha un leader in grado di incanalare questi umori e di farli confluire nella direzione giusta. E a chi fischia e dice cose giuste non sa dare risposte, e fa la figura del complice. E io li sento ridere, Schifani e co., nelle loro oscure stanze del potere (politico, mediatico e ora culturale).
La sinistra non è questo: non sono le dichiarazioni di Beppe Grillo, non sono le dichiarazioni di Di Pietro. La sinistra è quella dichiarazione che non c’è, quella che a Schifani ribatte colpo su colpo. E gli chiede qualcosa sulla mafia.

L’Unità 06.09.10

Mario Marazziti: lezione sull’integrazione

“Per fare integrazione ci vuole una grande visione del mondo”. Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, dal palco della Festa Democratica Nazionale ha parlato delle gravi problematiche che accompagnano il difficile processo di integrazione in Italia
Mario Marazziti, è il portavoce della Comunità di Sant’Egidio, dirigente Rai, editorialista del Corriere della Sera, e uno dei fondatori della Coalizione mondiale contro la pena di morte. Marazziti vive giornalmente a stretto contatto con le storie crude e drammatiche di gente disperata, che da più parti del mondo decide di venire in Italia, spesso costretta da situazioni geopolitiche e sociali insostenibili del proprio Paese d’origine.

Marazziti è stato invitato dal Pd, alla Festa democratica Nazionale di Torino, per parlare di integrazione, tema fondamentale delle politiche del Partito Democratico. Ci ha parlato dal palco della sala Norberto Bobbio, del fenomeno dell’integrazione in Italia, delle sue problematiche e delle dinamiche storiche che ne hanno determinato l’evoluzione, spesso accompagnata da preconcetti e visioni distorte.

“La parola integrazione è al centro della democrazia di un Paese – ha esordito Marazziti -, per fare integrazione ci vuole una grande visione del mondo e l’uomo purtroppo soffre la mancanza di una visione globale del futuro, uomini e donne sono trascinati dalla globalizzazione, tutto è sconfinato ed è difficile far confluire insieme tante identità in una unica identità collettiva”.

Marazziti ha poi spiegato che la prima Conferenza Nazionale sull’immigrazione in Italia, c’è stata solo nel 1990, quando gli immigrati erano 750000 e gli italiani non erano ancora preoccupati del fenomeno. Oggi invece c’è un utilizzo strumentale della paura nel nostro Paese, finalizzato a scopi politici. “C’è la cultura della paura –ha spiegato – proiettata nel tempo e nello spazio ed è percepita come un problema reale, quando invece, lo dicono le statistiche, l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa e del mondo. Il tasso di omicidi ad esempio è il più basso dell’Ue, e continua a decrescere”.

Gli italiani in sostanza avvertono l’immigrazione come una minaccia, al proprio lavoro, al proprio benessere, alla propria incolumità, ma ciò è semplicemente espressione di insicurezza. “Ci si è dimenticato che ben 24 milioni di italiani sono emigrati nelle più disparate parti del mondo, solo tra il 1886 e il 1986 – ha ricordato il portavoce della Comunità -, nel 1908 negli Usa, su cento italiani emigrati il 14,4 andavano in prigione e ben il 45% degli omicidi erano ad opera di italiani”.

“Sicuramente – ha considerato Marazziti – gli americani avranno pensato che abbiamo l’omicidio nel dna, invece i reati dipendono dalla marginalità e dalla miseria e l’integrazione sociale è l’unica via per costruire sicurezza”. “Quando si disprezzano i romeni – ha proseguito –si dimentica che 27000 aziende italiane sono in Romania e che c’è con la Romania un interscambio annuo di ben 11000 miliardi di euro”.

Marazziti ha poi evidenziato la rilevanza economica del fenomeno migratorio in Italia e la ricchezza che apporta. “Il 9% del Pil è legato agli immigrati e senza la presenza di 1 milione di badanti in Italia, ben 5 milioni di famiglie non andrebbero avanti. Gli immigrati innalzano il tasso di natalità nel nostro Paese, inoltre l’81% dei lavoratori, paga le tasse contribuendo alla nostra INPS per 5 miliardi l’anno. C’è di più – ha chiarito Marazziti –spesso questi soldi che pagano all’Inps, i lavoratori immigrati non li rivedranno più, perché non ci sono i rapporti bilaterali con i loro Paesi d’origine”.

“Dobbiamo avere il coraggio di dire che abbiamo bisogno di loro –ha detto Marazziti – e che rappresentano una ricchezza per l’Italia, anche perché si verifica spesso una discrepanza interessante tra gli italiani: il discorso pubblico non corrisponde a quello privato, alla propria esperienza personale”. “Spesso –ha chiarito Marazziti –la gente ha paura e parla male degli immigrati escludendo dal discorso la propria badante o i propri vicini che vengono da altri Paesi, come se fossero delle eccezioni, ma la sommatoria delle “eccezioni”, compone una complessità”.

Un altro tema fondamentale trattato durante la lezione di Marazziti, è stato quello della cittadinanza dei figli di immigrati nati in Italia, “i nuovi italiani”, portato avanti dal Partito democratico, in Parlamento e nelle piazza, punto fondamentale programmatico della politica del Pd che vorrebbe regolarizzare la posizione di tanti bimbi che sono italiani a tutti gli effetti. In Italia infatti per prendere la cittadinanza ci vogliono minimo 13 anni di pratiche burocratiche ed i figli degli immigrati nati qui non sono considerati italiani.

Marazziti da ultimo ha affrontato il tema tanto difficile della comunità degli zingari, i più disprezzati in tutta Europa, unica minoranza senza nazione e senza nazionalismo, che hanno subito l’olocausto come gli ebrei, ma di cui non parla nessuno. “Gli zingari – ha chiarito – rappresentano un fallimento per tutte le democrazie che non hanno voluto integrali, non possono lavorare perché non esistono giuridicamente e non possono percorrere percorsi di normalizzazione. Sono solo 150000 in tutta Italia e bisognerebbe intervenire sistematicamente per avviare dei processi di scolarizzazione, senza interruzione, perché poi spesso, i pochi coinvolti, vengono cacciati da un territorio e sono costretti a ricominciare tutto da capo”.

Ha infine parlato drammaticamente della “nostra piccola terribile pena di morte autorizzata”, che si consuma nelle coste del nostro Paese, dove migliaia di stranieri hanno perso la vita cercando di raggiungere il sogno di una vita migliore, ma non ce l’hanno fatta, e quelli arrivano “clandestini”, sono spesso rispediti dalle nostre autorità giudiziarie, nel loro Paese d’origine, incorrendo in pene inenarrabili.

A termine della lezione Marazziti ha concluso con un singolare ed interessante metafora: “Bisogna lavorare per una civiltà del convivere, perché c’è chi viaggia in prima classe, chi in seconda, chi nella stiva, ma non possiamo permetterci che la nave affondi, perché se non siamo integrati, non ci salverà nessuno”.

Anto P.

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"Intanto noi ci organizziamo", di Francesco Piccolo

Da elettore del Partito Democratico, finora ho capito questo: 1) bisogna cambiare la legge elettorale; 2) bisogna fare un’alleanza (la più ampia possibile) con altri partiti; 3) bisogna scegliere un candidato premier realmente autorevole. Ho capito che se il governo cade, le strade sono due: o cambiare la legge elettorale e poi andare a votare; o andare a votare e poi (se si vince) cambiare la legge elettorale. In tutti e due i casi, è necessario fare un’alleanza con altri partiti.In teoria, è tutto chiaro. Però finora non ho capito: 1) quale legge elettorale potrebbe sostituire quella vigente; 2) con quali partiti bisogna allearsi; 3) chi può essere il candidato premier.
Tutti sono d’accordo quando si dice che bisogna cambiare la legge elettorale. Poi appena ne viene proposta una, succede un casino. Per calmare gli animi, si dice: quale legge, poi si vedrà.
Tutti sono d’accordo quando si dice: bisogna allearsi con altri partiti per battere Berlusconi. Poi tutti i partiti dicono che sono disposti ad allearsi con il Pd a patto che non si allei con quell’altro partito. Da quel momento succede un casino e per calmare gli animi si dice: quali partiti, poi si vedrà. Tutti sono d’accordo nel volere un leader autorevole. Ma non c’è un solo nome che vede d’accordo tutti, e appena qualcuno piace, si dice: però bisogna fare le primarie. Per calmare gli animi si dice: quando e come si faranno le primarie, e chi si potrà candidare, poi si vedrà.
Speriamo che Berlusconi duri a lungo, intanto noi ci organizziamo.

L’Unità 06.09.10