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"I precari cercano alleati. E smentiscono Gelmini: non ci ha mai ricevuto" , di A.G.

Continuano a tenere banco le vicende dei precari della scuola. Mentre a Roma lo sciopero della fame della coppia di supplenti palermitani, che avevano piantato la loro tenda canadese davanti a Montecitorio, si trasforma in presidio – preludio alla mobilitazione, il cui primo atto si svolgerà mercoledì 8 settembre con un sit-in in corrispondenza della riapertura dell’attività parlamentare dopo la pausa estiva -, il ‘Comitato insegnanti precari’, una delle associazioni storiche dei docenti non di ruolo, va al contrattacco del ministro dell’Istruzione smentendo alcune sue affermazioni fatte in settimana nella conferenza di presentazione del nuovo anno scolastico: se Gelmini aveva detto che incontra personalmente i precari della scuola “normalmente” e che interessarsi dei loro problemi “non è un evento”, il Cip ora sottolinea che “nonostante le reiterate richieste del nostro comitato, unica associazione riconosciuta dal Miur, apartitica, laica, libera autonoma e trasversale, nessuna audizione ci è mai stata concessa, neanche per un dialogo costruttivo”. Il comitato sottolinea che quando il ministro dell’Istruzione “dichiara di aver incontrato più volte i precari e di essersi confrontata regolarmente con loro durante il suo mandato di ministro, questo non corrisponde al vero” provando “sconcerto” per questo genere di affermazioni.

Anche il concetto della meritocrazia e della selezione d’accesso non viene accettato: per un Governo che ha fatto “della meritocrazia il suo baluardo – continua l’associazione dei precari – non è tollerabile che sia negata la valorizzazione del lavoro a dei cittadini che sono invecchiati lavorando nella scuola acquisendo giorno per giorno, anno per anno, professionalità e competenza”. Lo storico gruppo di precari solidarizza, quindi, con i colleghi che “rischiano la salute per rivendicare il proprio diritto al lavoro, digiunano per sete di giustizia, per denunciare l’inganno di chi continua ad affermare che nessun licenziamento è stato effettuato, il ministro sostiene che tutto è solo il frutto di una strumentalizzazione di carattere politico”.Se il ministro sperava che le sue affermazioni potessero smorzare la protesta, deve aver sbagliato qualcosa: venerdì3 settembre, all’indomani dell’intervento della Gelmini, davanti Montecitorio i precari hanno organizzato un flash-mob, una mobilitazione-lampo, sulla falsa riga della celebre trasmissione televisiva “Pronto Raffella”, il mini-spettacolo “Pronto Maria Stella”. Hanno riempito due bidoni di fagioli, uno per i docenti e uno per il personale Ata, e hanno chiesto ai passanti quanti fossero. “I precari – hanno spiegato – non sono come i fagioli, ma sono tanti quanti i fagioli qui dentro”. Sono stati due bambini a indovinare il numero dei fagioli-docenti e fagioli-personale Ata: rispettivamente 67.000 e 30.000. “Lo sanno i bambini e non lo sa la Gelmini”, ha detto un manifestante.L’impressione è che sia cambiata la strategia: dopo le proteste individuali, si passa alla fase due. Quella di gruppo. E più è grande meglio è. Anche l’Unicobas ha sottolineato che a questo nuovo corso di mobilitazione dovranno però partecipare non solo i lavoratori precari, “ma anche gli incaricati a tempo indeterminato, gli studenti, i genitori degli alunni, il mondo dell’università e tutti i cittadini: in una sola parola, la società civile”.Lo sciopero della fame comunque continua a Milano, dove è iniziato il 1° settembre. E a Benevento: nella città campana oggi una delle due precarie che hanno deciso di non alimentarsi si è sentita male. È stata soccorsa e curata. Ma Daniela Basile, del Comitato Insegnanti precari e Ata Sanniti, tra le promotrici della contestazione già nell’estate del 2009, ha detto che lei non se ne andrà. Ed anche a Roma: domenica5 settembre i precari capitolini hanno annunciato che una docente, Giuliana Lilli, ha iniziato non alimentarsi davanti alla Camera dei Deputanti; prendendo così in mano il “testimone” lasciato da Russo e Altamore.

Chi ha dovuto interrompere forzatamente lo sciopero è stata invece Maria Carmela Salvo la maestra palermitana precaria che dal 1° settembre ha iniziato a non alimentarsi e a dormire nella propria utilitaria nel centro Maniago, in provincia di Pordenone dopo aver appreso che con ogni probabilità a 55 anni non si vedrà confermata la supplenza: domenica 5 settembre la docente ha avuto un malore, legato alla disidratazione ed è stata portata in ospedale. Dopo alcune ore è uscita: i medici gli hanno consigliato di fermarsi qui e tornare a mangiare. Lei sta valutando il da farsi: di sicuro non si fermerà. Il giorno prima la docente aveva ricevuto la visita e la solidarietà del coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, Rino Di Meglio: “perché come tantissimi altri docenti precari – ha detto il leader del sindacato cui è iscritta la maestra – sta affrontando un momento estremamente difficile. Attuando questa drastica forma di protesta, Maria Carmela sta mettendo a dura prova il suo fisico per rivendicare il diritto al lavoro”.La maestra ha raccontato che nei giorni di sciopero della fame ha ricevuto anche altri attestati di solidarietà. Ma anche degli insulti, anche di tipo razzista: “alcune persone mi hanno detto ‘terrona, vai a lavorare’’: ha risposto loro che sta se sto protestando è “proprio per andare a lavorare”.Intanto da Napoli giunge notizia di un precario quasi 70enne che il prossimo anno lascerà forzatamente il mondo del lavoro dopo 33 anni di supplenze. In questi anni Ciro Busiello, architetto, ha collezionato cinque abilitazioni, tre per le scuole superiori e due per le medie: disegno tecnico e artistico, disegno tecnico (disegno professionale), disegno e storia dell’arte, disegno e progettazione di architettura per le prime; educazione artistica e tecnica alle medie. Il ruolo viene sfiorato nel 2006, ma in quell’anno Busiello soffia anche la 65esima candelina: viene cancellato delle graduatorie, allora permanenti. Fa ricorso. Lo vince. Ma vi sono ancora problemi perché il sistema elettronico non prevede ‘forzature’. Finirà la carriera con una cattedra composta probabilmente da due o tre spezzoni. Ed una pensione che difficilmente arriverà a 800 euro al mese.

Tecnica della Scuola 06.09.10

E Fini mette fine alla maggioranza

“Mi sembra che oggi il partito dell’amore sia finito a schiaffoni, e che per il governo ci sia una crisi politica conclamata – ha detto il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, al TG di la7 – Oggi Fini ha demolito l’azione del governo e nei prossimi giorni comincerà il gioco del cerino ma il paese non può attendere, rischiano di mandare a fuoco i problemi che il paese ha su cui la loro politica non riesce a pronunciarsi”. Poi ha aggiunto: “Al patto di legislatura non ci crede neanche lui, si è capito chiaramente. Oggi ha dichiarato la fine del Pdl e certificato la crisi politica del centrodestra”.

“E’ chiaro che nella maggioranza c’è una crisi esplicita. Berlusconi ora venga in Parlamento a dirci se ha o meno una maggioranza; non si puo’ far finta di nulla perche’ da oggi nulla e’ piu’ come prima”: cosi’Piero Fassino del Pd commenta l’intervento di Gianfranco Fini a Mirabello. “Il discorso di Fini – spiega Fassino al Tg1 – e’ stato chiaro, esplicito e molto duro. Ha detto che il Pdl non esiste piu’. Se non c’e’ la maggioranza, si apra la crisi”.

Parole simili da Rosy Bindi: “Ora si dovrà verificare come la coerenza e il progetto annunciato oggi da Gianfranco Fini possa convivere con il populismo eversivo di Berlusconi e Bossi”. Quello del presidente della Camera, secondo Bindi, è stato “un discorso coerente che ha confermato la sua determinazione a costruire in Italia una destra moderna e europea e a superare l’anomalia berlusconiana e a far maturare una seria democrazia bipolarista, nel solco della nostra cultura costituzionale”.

Con la destra evocata da Fini, secondo il presidente del Pd ci sono
“evidenti differenze e distinzioni ma non mette in discussione e anzi condivide i valori della Costituzione e i principi basilari della democrazia. Verificheremo – spiega nella nota stampa – in che modo questa coerenza e questo progetto potranno convivere con il populismo eversivo di Berlusconi e Bossi, con una maggioranza e un governo che, da oggi, davvero non ci sono più.

“Con il discorso di Fini a Mirabello e’ ormai chiaro a tutti che non esiste piu’ una maggioranza nel parlamento italiano a sostegno della legge elettorale voluta da Berlusconi e Calderoli. Restituire ai cittadini una classe politica di eletti e non di nominati dai partiti ora e’ possibile”. Così Ignazio Marino, a commento dell’intervento di Gianfranco Fini alla Festa Tricolore di Mirabello. “A questo punto – ha affermato Marino – dobbiamo essere chiari: no ad alleanze vaste e improbabili, che vadano da Vendola a Bindi, da Rutelli a Fini, si’ al voto parlamentare per cambiare la legge elettorale, cosi’ come prevede la Costituzione. I numeri ci sono, sia alla Camera che al Senato”.
Sprezzante Arturo Parisi: “Ho già avuto modo di commentare. Non si illuda Fini di salvarsi con le parole, e ancor più con parole di altri. I cittadini lo giudicheranno dai fatti: dai fatti che in questi quindici anni ha finora consentito e condiviso, e dai fatti che d’ora innanzi consentirà”..

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

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“Prepariamoci in fretta alle urne destra spaccata, il Pd può batterla”, di Giovanna Casadio

Franceschini, capogruppo alla Camera: il governo è oramai in agonia. Da Fini non mi aspettavo di più. Ha preso le distanze da Berlusconi in modo netto. Appena riaprono le Camere, sarà un altro mondo.
«Da oggi il governo Berlusconi è in agonia, è un governicchio che dovrà conquistarsi faticosamente provvedimento per provvedimento, emendamento per emendamento, una maggioranza». Dario Franceschini ritiene perciò che il suo partito, il Pd, e il centrosinistra tutto, debbano prepararsi, «e in fretta», allo showdown del berlusconismo.
Fini ha chiesto a Berlusconi un nuovo patto di legislatura. Il Pd al contrario si aspettava da Fini una spallata al governo, onorevole Franceschini?
«Quella di Fini è una svolta. Certo sarebbe troppo facile dire: ma dov´era Fini in questi quindici anni e in questi due anni di governo? C´è stato bisogno che toccasse direttamente la violenza del sistema di potere e il controllo della comunicazione di Berlusconi per capire fino in fondo cos´è il berlusconismo. Al di là di questa premessa, è la fine del berlusconismo in Italia. Il leader di “Futuro e libertà” ha adoperato parole ovvie e rassicuranti, di sostegno al governo e di impegno nel centrodestra: il suo popolo è di destra».
Quindi il discorso di Fini non segna la fine del centrodestra?
«No, è la fine del modello berlusconiano di centrodestra che per sua natura non può accettare la dialettica, il confronto, la democrazia interna senza esplodere. L´anomalia del berlusconismo rispetto a tutti i partiti della destra europea sta in questo: le destre europee normali hanno una dialettica interna, hanno la contendibilità della leadership. Queste due cose non possono convivere con Berlusconi che ha costruito tutto su una visione proprietaria. Che Fini ha smontato».
Però si aspettava di più da Fini?
«Non mi aspettavo che questo. L´operazione di Fini – lo dico anche per chi si è illuso nel centrosinistra – è nel campo della destra e lui resta un nostro avversario. Ma ha in mente una destra normale ed europea, con cui si può discutere e a cui contendere le leadership. Giudico insanabile la frattura con Berlusconi che non potrà mai accettare lo schema offertogli da Fini a meno di non arrendersi».
Non prevede retromarce?
«Fini ha fatto riferimento alla magistratura, al ruolo del capo dello Stato, alla Costituzione, alle regole. Ha preso le distanze da Berlusconi in modo sostanziale, anche sulle politiche di governo, su scuola, federalismo, sicurezza e politica estera, da Gheddafi alle quote latte. Se questo è l´antipasto è chiaro che appena riaprono le Camere per il governo Berlusconi sarà un altro mondo».
Ha anche parlato degli “anni che ci separano dal momento che si andrà a votare”.
«Questa cosa può averla detta non solo per rassicurare il suo elettorato, ma anche convintamente. Quando i nodi però sono di questo tipo, vengono al pettine. Il Pd e il centrosinistra devono essere pronti: prepariamoci, e in fretta. Non possiamo immaginare di affrontare le sfide dei prossimi mesi di questa legislatura, confidando solo sulle fratture del centrodestra. Ho poi intravisto una perfidia nell´affermazione di Fini, che è pronto a sostenere il lodo Alfano o una norma che protegga le alte cariche dello Stato, perché ha capito quello che abbiamo capito noi e cioè che da qualche settimana a Berlusconi interessa sempre meno una norma di “copertura” per il presidente del Consiglio e sempre più un provvedimento che, agendo magari sulla prescrizione, gli faccia scudo anche quando non sarà più premier. Né gli importa se così devasta la giustizia».
Un´alleanza ampia, di salute pubblica, la offrirete a Fini o no?
«Di fronte a un´emergenza democratica, a una forzatura costituzionale di Berlusconi, si fa appello a tutti quelli che vogliono fermare quel colpo di mano. A emergenza si risponde con emergenza. Punto. Dobbiamo essere una credibile alternativa e costruire un campo che dica con chiarezza quali sono le nostre priorità rispetto alla destra e le nostre battaglie di autunno: la scuola pubblica e il welfare universale, ovvero la protezione per tutti quelli che perdono il lavoro anche precari e autonomi. Faccio un appello: basta con le rottamazioni, con le autocandidature, con i rancori del passato. Non regaliamo a una destra spaccata la nostra litigiosità».

La Repubblica 06.09.10

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Bersani: basta gioco del cerino. Gasparri: Fini “frullatore”

«Il problema è che il Paese non può subire tracheggiamenti». Lo dice Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, al Tg de LA7 a proposito del discorso di Fini a Mirabello. Per Bersani non va bene «il gioco del cerino», perché «ci sono problemi seri di cui la politica non riesce a parlare».

Paolo Bonaiuti: Berlusconi non dichiara
«Berlusconi non fa nessuna dichiarazione e se ci saranno le solite indiscrezioni di fantasia saranno smentite». Così Paolo Bonaiuti, portavoce del presidente del Consiglio, raggiunto telefonicamente, risponde a chi gli chiede se il Cavaliere intenda commentare le parole di Gianfranco Fini dal palco di Mirabello

Fassino, Pd: crisi esplicita
Al Tg1: «La crisi è esplicita, Berlusconi venga a riferire in parlamento». «Quello di Gianfranco Fini è un discorso che ci costringerà da domani ad avere nella mano sinistra un palottoliere per pesare con esattezza la forza dei suoi gruppi parlamentari e nella mano destra il calendario per fissare la data delle prossime elezioni».

Cicchito, Pdl: espuso perché ci bombardava di critiche
Cicchitto, Pdl: Sulla sua espulsione? Non si può vivere in un partito venendo meno a meccanismi minimi di solidarietà politica, ci siamo trovati bombardati da 5 dichiarazioni al giorno di Fini e suoi amici che sulle cose che faceva il governo manifestavano il loro dissenso. D’altra parte quando fini gestiva An non andava con mano morbida, estromise alcuni per chiacchiere al bar. Mi auguro che quello che ha detto sui cinque punti sia un appoggio e non una tattica di logoramento verso il governo. La giustizia ha due questioni, bisogna superare un uso politico della giustizia e far sì che Berlusconi non sia sottoposto a bombardamento com’è dal 94.

Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali: dovremo misurarci
«Quello di Gianfranco Fini è un discorso che ci costringerà da domani ad avere nella mano sinistra un palottoliere per pesare con esattezza la forza dei suoi gruppi parlamentari e nella mano destra il calendario per fissare la data delle prossime elezioni».

Vittorio Feltri, direttore del Giornale: discorso con verità e vuoti di memoria
«Quello di Gianfranco Fini è stato un discorso con cose vere ma dove non ha detto la verità, pieno di buchi e vuoti memoria», perché quelli passati sono stati «due anni di dissenso, durante i quali ha cavalcato l’antiberlusconmimo ottenendo gli applausi della sinistra e non potevano non sfociare nella sua cacciata».

Gasparri, Pdl: Meglio colonnelli che cognati
«Non abbiamo cambiato idee, lui le ha cambiate su immigrazione, coppie di fatto, ha fatto un frullatore da Almirante ai gay. Lui definisce infami le campagne di stampa, condivido, ma dovrebbe rispondere a giornali su beni che appartengono a una storia e a una comunità, vedo incoerenza di alcune affermazioni ridicole. Ha ammesso che governo ha fatto bene, che su alcuni punti convenire. Quell’etica prima di essere citata va praticata rispondendo ai giornali. Noi? Meglio colonnelli che cognati».

Rosy Bind, Pdi: Discorso coerente per destra moderna
«Un discorso coerente che ha confermato la determinazione di Fini a costruire in Italia una destra moderna e europea. Fini con la sua battaglia politica offre un contributo importante al superamento dell’anomalia berlusconiana e a far maturare una seria democrazia bipolarismo, nel solco della nostra cultura costituzionale. Una destra da cui noi ci distinguiamo e con la quale sono evidenti le differenze e le distinzioni su cui competere per il governo del paese ma che non mette in discussione e anzi condivide i valori della Costituzione e i principi basilari della democrazia. Verificheremo in che modo questa coerenza e questo progetto potranno convivere con il populismo eversivo di Berlusconi e Bossi, con una maggioranza e un governo che, da oggi, davvero non ci sono più».

Pier Ferdinando Casini, Udc Il premier capisca che si è chiusa una fase
«Silvio Berlusconi dovrebbe prendere atto che una fase si è chiusa»Premesso che «l’errore di Fini fu di salire sul predellino» e di aderire al progetto del Pdl che nulla sarebbe stato se non una «Forza Italia allargata», oggi Fini ha svolto «un’analisi condivisibile. Quando ha chiesto il quoziente famigliare, una legge elettorale che restituisca la scelta agli elettori. E poi il passaggio sulle quote latte, sul federalismo equilibrato» e il fatto di aver posto la questione, in politica estera dopo la visita di Gheddafi, di «un’idea di mortificazione della politica estera». È poi «importante che abbia confermato il patto di lealtà al centrodestra che mette al riparo da ogni ipotesi avventata di elezioni anticipate».

Antonio Di Pietro, Idv: Fini non faccia il furbo
«No caro Fini non puoi giocare a fare il furbo. O fai l’opposizione o stai al Governo. Questo è un discorso uguale a quello che faccio io», dunque «devi fare una scelta. O sei coerente o se ci stai dentro sei complice».

L’Unità 06.09.10

"Un'altra destra", di Massimo Giannini

Forse è davvero finita un´epoca, per l´anomala destra italiana nata dalle macerie del popolarismo democristiano e forgiata nel fuoco del populismo berlusconiano. Con il Manifesto di Mirabello, Gianfranco Fini varca un confine e politico, ed entra in una terra incognita sulla quale può costruire finalmente un´”altra destra”. Compiutamente democratica e liberale, moderata e costituzionale. Nel solco delle grandi famiglie conservatrici europee.
Era enorme l´attesa per questo rientro in campo del presidente della Camera, dopo un agosto trascorso nella trincea di Ansedonia a patire in silenzio l´assalto del “Giornale”. Quella di Fini, stavolta, è davvero una svolta radicale. Può ridisegnare geografie e geometrie della politica italiana. E può cambiare il corso della legislatura berlusconiana.
Con un discorso di un´ora e mezzo, degno per toni e per temi di un congresso di fondazione e non certo di un raduno di corrente, Fini ha reciso per sempre le sfibrate e impalpabili radici che ancora lo tenevano unito a Berlusconi. Certo, le vicende personali hanno pesato. La “macchina del fango” messa in moto a Montecarlo dai giornali-fratelli del presidente del Consiglio non può non aver influito sulla reazione durissima messa in scena a Mirabello dal presidente della Camera. Quei “Tg ridotti a fotocopie dei fogli d´ordine del Pdl”, quelle “campagne paranoiche e patetiche”, quegli “atti di lapidazione islamica” e quegli “atteggiamenti infami rivolti non a me, ma alla mia famiglia”: era difficile, se non impossibile, che la rabbia finiana covata in queste settimane ed esplosa ieri dal palco non si traducesse solo in una inesorabile denuncia dell´aggressione subita, ma alla fine sfociasse anche nell´inevitabile rinuncia a proseguire la convivenza politica nel Pdl.
Ma insieme, e oltre alla rottura umana, pesa la rottura politica. Nell´elenco puntiglioso dei motivi che in questi due anni hanno portato al divorzio definitivo tra fondatore e co-fondatore non c´è solo la rivendicazione del diritto al dissenso che dovrebbe costituire l´essenza di un vero “partito liberale di massa”. C´è invece la piattaforma identitaria di una destra politica che non è più conciliabile, e forse non lo è mai stata, con quella berlusconiana. Dall´idea malintesa della “riforma della giustizia” fatta nell´interesse di un singolo e del garantismo come “impunità permanente”, coltivata da chi al potere si sente forte e crede per ciò di essere “meno uguale” degli altri di fronte alla legge, al disprezzo per le istituzioni e gli organi di garanzia, esercitato da chi usa “il Parlamento come dependance dell´esecutivo”. Dalla mancata difesa dei diritti degli “extracomunitari onesti”, praticata da chi declina l´immigrazione come pura “guerra ai clandestini”, alla mancata difesa dei veri valori dell´Occidente, svenduti per bieca “realpolitik” nella “genuflessione” di fronte a Gheddafi. Nell´aspra requisitoria finiana su ciò che è accaduto nel Pdl in questi mesi, non c´è conflittualità “congiunturale” che non nasconda anche un´evidente incompatibilità culturale.
E questo non vale soltanto per la “cifra” identitaria delle due anime che in questi mesi hanno faticosamente convissuto nel Pdl. Vale anche per l´azione di governo, che per Fini è stata deficitaria sotto tutti i punti di vista. Dai tagli lineari di spesa che hanno generato le “proteste sacrosante” delle forze dell´ordine e dei precari della scuola al ridicolo “ghe pensi mi” col quale si è creduto di riempire il vuoto al ministero dello Sviluppo. Dal federalismo inteso come “favore a Bossi” alle promesse tradite sul taglio delle province, sulle norme anti-corruzione, sugli aiuti alle famiglie. Il presidente della Camera non fa sconti, né al Berlusconi-leader né al Berlusconi-premier. E il dissenso, stavolta, è totale e radicale. Di metodo e di merito. Perché Fini ha finalmente il coraggio di dire quello che era ormai chiaro da almeno sei mesi. Da quando cioè, in quell´incredibile direzione del 22 aprile scorso, andò in onda in diretta su tutte le televisioni lo scontro “fisico” tra i due. E cioè che si sente ormai “altro” da questo Pdl, che il Cavaliere ha ridotto a “contorno del leader”, a “coro di plaudenti” o a “popolo di sudditi”. Ha fatto regredire a rozzo “partito del predellino”, o a versione scadente di “Forza Italia allargata a qualche ex colonnello di An” pronto a servire qualunque generale.
Dunque, quando il leader di Futuro e Libertà dice che “il Pdl è morto il 29 luglio”, con quell´atto autoritario di marca “staliniana” con il quale il co-fondatore è stato estromesso, non si limita a chiudere per sempre la breve stagione del Popolo delle Libertà. Fa molto di più. Il suo non è solo l´epitaffio conclusivo di un vecchio ciclo. Ma è anche l´atto fondativo di un nuovo corso. Non c´è ancora l´annuncio ufficiale della nascita del partito, che deve dare forma e sostanza a quello che per ora continua ad essere solo un gruppo parlamentare. Ma c´è già il manifesto di principi e di valori sul quale il nuovo partito sarà edificato. Un partito rigorosamente di destra, questo è chiaro. Pronto a rivendicare il suo Pantheon e a risalire all´Msi di Giorgio Almirante, che Fini non esita a celebrare. Pronto a dimenticare in fretta le tappe di uno “sdoganamento” repubblicano che avremmo voluto assai più sofferto, assai più autocritico. Ma un partito di destra pronto a saldare definitivamente il conto con Berlusconi, e a saldare direttamente la “rivolta di Mirabello” del 2010 con la “svolta di Fiuggi” del 1995. Come se il Cavaliere – in questi quindici anni di “traghettamento” dell´ex Movimento sociale, dalle “fogne” di un tempo alle alte cariche istituzionali di oggi – fosse stato una parentesi. Più o meno felice. Ma ormai chiusa per sempre.
Il presidente della Camera ha cercato in tutti i modi di non vestire i panni del Bruto, capace di accoltellare Cesare in nome di chissà quale congiura di Palazzo. “Né ribaltoni, né cambi di campo”, quindi. Ed è stato attento anche a non offrire alibi al Cavaliere, né sulla fine anticipata della legislatura (che sarebbe “un fallimento per tutti noi”) né sulla minaccia di elezioni anticipate (che è solo “avventurismo politico”). Non solo: il presidente della Camera ha offerto al premier un “patto di legislatura”, per far fare a questo governo tutto quello che ha promesso in campagna elettorale e non è stato capace di garantire ai cittadini. Certo, in un quadro e in un equilibrio politico diverso, dove la maggioranza non poggia più su “un tavolo a due gambe di Berlusconi e Bossi”, dove i parlamentari non sono in vendita “come i clienti della Standa” e dove le grandi riforme “in nome del bene comune si fanno anche coinvolgendo l´opposizione”. Persino sulla giustizia il leader di F&L si è spinto a dare una sponda estrema al Cavaliere, non certo sul processo breve, ma su un provvedimento che ricalchi il Lodo Alfano e il legittimo impedimento, e gli garantisca “il diritto di governare” senza fare strage dei processi che interessano migliaia e migliaia di cittadini in attesa di giudizio.
Ma è chiaro che, al punto in cui siamo, queste offerte appaiono inutili. Improponibili per chi le formula, e irricevibili per chi le dovrebbe accogliere. Se è vero, come dice Fini, che il Pdl non c´è più, e che “non si rientra in una cosa che non c´è più”, allora è ancora più vero che non c´è più neanche la maggioranza che ha vinto le elezioni il 13 aprile di due anni fa. Ancora una volta, la previsione più sensata l´aveva fatta quell´animale politico che risponde al nome di Bossi: “Fini romperà, e allora vedo grossi problemi per il governo: il Cavaliere sarà un premier dimezzato…”. Il Senatur è stato fin troppo ottimista. Più che dimezzato, stavolta il presidente del Consiglio sembra finito. Ha di fronte a se soltanto una strada: aprire la crisi, e azzardare la richiesta di elezioni anticipate, che non dipendono da lui ma dalle regole della Costituzione e dalle prerogative del Capo dello Stato. E´ un rischio mortale. Il “pifferaio di Arcore” ha smesso di ammaliare i finiani. E forse comincia a incantare un po´ meno anche gli italiani.

La Repubblica 06.09.10

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“La scelta di uscire dal recinto”, di MARCELLO SORGI

Diciamo la verità, è arduo credere che, dopo il discorso di Fini, il «patto di legislatura» che il presidente della Camera ha proposto ieri a Berlusconi, parlando ormai da leader del nuovo partito «Futuro e libertà», possa davvero realizzarsi. Anche se nei prossimi giorni, quando il presidente del Consiglio si presenterà alla Camera a chiedere la fiducia, i finiani gliela daranno, la pietra tombale posta a Mirabello, su un’alleanza che durava da sedici anni, difficilmente potrà essere rimossa.

Non solo per le accuse, e in qualche caso gli insulti (dallo «stalinismo» alla «lapidazione islamica»), che se ripetuti pubblicamente in una prossima campagna elettorale non sarebbero compatibili con nessun tipo di coalizione. Ma anche perché – e qui sta la sostanza politica dell’intervento -, ai famosi cinque punti berlusconiani mirati a verificare l’esistenza in vita della maggioranza, Fini ne ha aggiunto un sesto, la riforma elettorale, che avrà fatto sobbalzare tutti gli osservatori del governo e gioire gli esponenti dell’opposizione.

Non è un mistero infatti che – sia pure in una Babele di proposte che mette insieme confusamente un po’ tutti i sistemi elettorali europei, per non dire del mondo -, esista in Parlamento una maggioranza numerica assai variegata favorevole al cambio dell’attuale legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, che assegna un consistente premio in seggi alla Camera e al Senato a chi raccoglie i voti di appena più di un quarto degli elettori. Una minoranza che viene trasformata in maggioranza, appunto, con l’aggravio della scelta di deputati e senatori sottratta agli elettori e riservata in realtà ai capipartito grazie a liste bloccate di candidati.

E’ opinione diffusa anche all’interno di quel che resta del Pdl che Berlusconi, pur godendo ancora di un consenso molto forte nell’opinione pubblica, già con questa legge difficilmente riuscirebbe a ottenere, oltre che alla Camera, la maggioranza al Senato, dove il premio viene assegnato su base regionale. Peggio ancora, nel caso di una riforma che abolisse il premio e all’uscita da una legislatura fallimentare come questa, che lo vedrebbero molto penalizzato.

L’offerta di votare i cinque punti (emendandoli, naturalmente, e riaprendo il dibattito su tutte le questioni più spinose, a cominciare da giustizia, federalismo e misure per l’immigrazione), lavorando nel frattempo per il sesto, la riforma elettorale, è politicamente inaccettabile per Berlusconi. Fini lo sa benissimo e se ne ha fatto un punto fondamentale dell’intervento di Mirabello è perché vuol lasciare a Berlusconi l’onere della rottura. Tra l’altro agitandogli davanti il fantasma di un governo d’emergenza, che anche in caso di una legislatura destinata a concludersi prima della scadenza naturale, si insedi solo per varare nuove norme che consentano ai cittadini di votare in un altro modo.

Fuori da questo incastro, che inserisce un’ulteriore difficoltà in una situazione già molto complicata, Fini ha svolto abilmente il suo discorso, duro e conciliante insieme. Ha parlato da leader, come ama fare, da uomo liberato ormai dalle remore di questo anno e mezzo di sofferente convivenza con il suo ex alleato, e s’è rivolto a tutti quelli, da Tremonti a Casini a Bersani, che per una ragione o per l’altra guardano da tempo al dopo-Berlusconi. Ma pur cercando di ancorarsi stabilmente nel campo da cui proviene, e negando ogni ipotesi di ribaltone o di accordi trasversali con l’opposizione, Fini ha operato cautamente uno spostamento del suo partito, dalla destra alla sinistra del centrodestra.

Non diversamente infatti possono essere interpretati i frequenti appelli all’opposizione, l’attenzione della Costituzione e più in generale alla legalità, i richiami al lavoro e al sociale, alla difesa economica dei giovani e degli insegnanti, oltre che dei poliziotti e carabinieri, declinate con un linguaggio («A Mangano preferiamo Saviano», dicevano gli striscioni di Mirabello) più familiare per le orecchie di centrosinistra, già accarezzate nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia, e perfino per quelle del «popolo viola», che non per le agguerrite falangi berlusconiane avvezze a gridare «Silvio, Silvio!». In questo senso, Fini è uscito una volta e per tutte dal solco, che gli è sempre stato stretto, del recinto pidiellino, e ha salutato con gelida sprezzatura il plebiscitario «partito del predellino», che pure aveva contribuito a fondare.

Assodato che il governo, da ieri, è ripiombato nell’incertezza, ad onta della fiducia che già in settimana potrebbe incassare, è ancora presto per dire che ne sarà, a questo punto, della rivoluzione berlusconiana. Una rivoluzione purtroppo inconcludente, che alla fine dei lunghi anni in cui s’è svolta ha portato il Paese nello stallo. E tuttavia, irrinunciabile per Berlusconi e la sua gente. L’alternativa che si prepara non è chiara. C’è pure la possibilità che, da ferma com’è, l’Italia venga spinta a una marcia indietro.

La Stampa 06.09.10

"La storia di Shana. Ottenere la cittadinanza è un percorso ad ostacoli", di Stefano Morselli

Shana è nata in Sri Lanka, ma sta da sempre in Italia, ove è arrivata ancora in fasce. Ora ha 26 anni, abita a Reggio, ha una bimba piccola, lavora alla Camera del Lavoro e studia giurisprudenza all’Università di Parma. Naturalmente, parla perfettamente la nostra lingua. Le è capitato anche, avendo vinto una apposita borsa di studio, di “rappresentare” il nostro (e suo) Paese in Danimarca. Però, sta ancora aspettando un pezzo di carta che attesti il suo diritto alla cittadinanza, per la quale ha fatto domanda tre anni fa. Di storie come queste ce ne sono tante. Persone che vivono, lavorano, pagano le tasse, sono perfettamente integrate,ma devono affrontare un lungo e tortuoso percorso ad ostacoli per essere ufficialmente considerati cittadini italiani.
Non basta nemmeno, per i bambini e i ragazzi figli di genitori immigrati da altre nazioni, essere nati qui, aver frequentato le nostre scuole: sulla base della legge attualmente in vigore, fino a 18 anni continuano ad essere “stranieri”. Poi si vedrà, dipende se trovano un lavoro, se hanno un buon rendimento all’università.
Altrimenti, invece di avanzare verso il sospirato traguardo della cittadinanza, potrebbero retrocedere verso la scadenza del permesso di soggiorno e il ritorno obbligato nei Paesi di provenienza delle famiglie, dei quali magari conoscono poco o nulla.
Dopo i riconoscimenti internazionali ottenuti per le politiche di integrazione degli immigrati, Reggio Emilia è stata scelta dal Pd come luogo di lancio della campagna che si propone di cambiare la legge sulla cittadinanza, introducendo in primo luogo l’assegnazione automatica a chi nasce sul territorio italiano. All’incontro, presieduto da Cécile Kashetu Kyenge, responsabile immigrazione del Pd emiliano, hanno partecipato amministratori pubblici, dirigenti di partito, rappresentanti di associazioni, numerosi immigrati. Oltre al tema della cittadinanza, alcuni hanno sottolineato anche l’obiettivo del diritto di voto amministrativo per gli immigrati. Anche se – ha ricordato Armando Addona, della Filef (Federazione lavoratori emigrati e famiglie) – non va sottovalutata l’importanza di tappe intermedie, come l’elezione da parte delle comunità straniere di “consiglieri aggiunti” con diritto di parola ma non di voto nei consigli comunali.
Altri appuntamenti di sensibilizzazione sono ora previsti nelle feste Pd. Una scuola di formazione regionalen è in programma dal 15 al 17 ottobre a Marzabotto. «La strada da percorrere è quella del dialogo interculturale – ha concluso l’assessore comunale reggiano Franco Corradini – la faccia feroce non risolve nulla, anzi aggrava i problemi. Dobbiamo essere la guida del cambiamento, facendoci carico delle difficoltà dei cittadini e indicando una prospettiva».

L’Unità/Reggio Emilia 05.09.10

"Il neoministro alla sfida risorse", di Carmine Fotina

Prima il rebus sul ministro, poi il problema, non da poco, delle risorse. Il nuovo corso dello Sviluppo economico, una volta nominato il successore di Scajola, partirà con una dote ridotta.
L’ultima manovra economica ha sancito nel triennio tagli per 2,6 miliardi di euro e per il 2011 quasi un terzo delle riduzioni complessive dei ministeri graverà sul dicastero di via Veneto. Non è un dato facile da assorbire, soprattutto perché da due anni a questa parte sono andati a vuoto tutti i tentativi di reperire nuovi fondi condotti dall’ex ministro Claudio Scajola, dimessosi il 4 maggio per lo scandalo Anemone e l’affaire dell’appartamento con vista sul Colosseo.
Una breve cronistoria può essere utile per capire quanto, oggi, sia arduo varare strategie industriali di largo respiro. Nel novembre 2008 al ministero viene predisposto un ambizioso piano da oltre 5 miliardi da sottoporre al Cipe, dalle bonifiche delle aree industriali da rilanciare (2 miliardi) alla banda larga (800 milioni) agli investimenti al Sud (1,8 miliardi). Non se ne farà niente e qualche mese dopo, a marzo 2009, le risorse su cui Scajola aveva puntato gli occhi vengono assorbite dal Fondo unico per l’economia reale accentrato a Palazzo Chigi.
Da quel momento, le rivendicazioni del ministero che dovrebbe presiedere alla crescita dell’industria si indeboliscono a vista d’occhio. Fino a novembre di un anno fa, quando le prime stime sul possibile gettito dello scudo fiscale riaccendono ambizioni che sembravano sopite. Scajola scrive invano a Tremonti per chiedere almeno 1,5 miliardi con cui finanziare il settore aeronautico, il programma di innovazione Industria 2015, l’internazionalizzazione, l’avvio del nucleare.
Anche questo piano B resta nel cassetto e si arriva lentamente alla più nota contesa per il decreto sugli incentivi a sostegno dei settori industriali in crisi. Dopo un lungo tira e molla, anche con Fiat, gli aiuti per la rottamazione delle auto restano fuori dal menu che a cose fatte potrà contare solo su 300 milioni, quasi 1 miliardo in meno delle aspirazioni iniziali del ministero. Dei 300 milioni, inoltre, 200 derivano dalle nuove misure anti-evasione mentre 100 sono prelevati da altre misure per lo sviluppo (fondo finanza d’impresa e credito d’imposta per la ricerca).
Si è persa traccia intanto del decreto ministeriale che, dopo il varo del provvedimento sugli incentivi, avrebbe dovuto ripartire le residue risorse del fondo finanza d’impresa tra quattro settori: agenzia per la sicurezza nucleare, cantieristica, emittenza radiotelevisiva, aeronautica. Proprio il rifinanziamento della legge 808 per l’aeronautica, ormai a secco, è stato per mesi in cima alle priorità del ministero. Lo stesso vale per l’attività dell’Ice dopo i tagli all’internazionalizzazione (-30% quest’anno, -50% il prossimo). Le imprese nel frattempo spingono per finanziare nuovi bandi di Industria 2015.
Clamoroso poi il caso delle bonifiche: il programma risale addirittura al periodo in cui il ministero era guidato da Pier Luigi Bersani, e la dote prevista inizialmente, quasi 2,5 miliardi, è stata via via riconsiderata fino ad asciugarsi a qualche centinaio di milioni per avviare la rinconversione in tre o quattro delle oltre 20 aree che erano state originariamente individuate. Non pervenuta, infine, la sorte dei fondi («fino a» 800 milioni, secondo la legge) che avrebbero dovuto rendere moderna la rete italiana di telecomunicazioni a banda larga.
Il conto, dopo le revisioni al ribasso e i tagli dell’ultimo biennio, è estremamente difficile, ma anche nell’ipotesi più conservativa il nuovo ministro avrà bisogno di almeno un miliardo per rendere di nuovo attuali dossier ormai impolverati. A questo punto la composizione delle tabelle della nuova legge di stabilità (l’ex finanziaria), da predisporre entro il 15 ottobre, e i successivi provvedimenti collegati diventano già un banco di prova per misurare la solidità del nuovo corso a via Veneto.

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Meno fondi e tanti dossier aperti
2,6 miliardi
MANOVRA
È l’entità complessiva del taglio triennale che grava sul ministero. Di questa somma, 2,4 miliardi riguardano la missione “sviluppo e riequilibrio territoriale” (in pratica il Fas)

300 milioni
INCENTIVI
Dote che lo scorso marzo fu stanziata per il decreto con gli incentivi: 200 milioni derivano dalle nuove misure anti-evasione mentre 100 sono prelevati da altre misure per lo sviluppo

5
I BANDI
Previsti in ” Industria 2015″, s’è proceduto su soli tre settori: efficienza energetica, mobilità sostenibile e made in Italy. Servono fondi per biotecnologie e tecnologie dei beni culturali
BANDA LARGA
La legge dispone un finanziamento «fino a 800» milioni che deve essere approvato dal Cipe. Numerosi i rinvii, nei mesi scorsi l’orientamento del Tesoro era impiegare gran parte di questa somma per altre finalità
AREE INDUSTRIALI
La prima versione del piano per le bonifiche di aree industrializzate inquinate indicava oltre 20 siti per un impegno di quasi 2,5 miliardi. Cifra che è stata via via asciugata: all’orizzonte c’è al massimo un intervento da alcune centinaia di milioni per 3-4 aree
COMMERCIO ESTERO
L’internazionalizzazione ha perso risorse (-30% quest’anno, -50% il prossimo). Da decidere se e in che misura continuare a sostenere l’attività di promozione dell’Ice, in attesa di capire l’esito dei progetti di accorpamento degli istituti di promozione.

Il Sole 24 Ore 05.09.10

"Napolitano: Europa, più coraggio", di Dino Pesole

Parla di Europa, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e dell’assoluta necessità che il Vecchio Continente proceda con passo spedito e con unità di intenti nell’affrontare la sfida che la crisi lascia in eredità a tutti i governi: quella con la crescita e l’occupazione.
Per il quarto anno consecutivo, Napolitano raccoglie le sue riflessioni sul futuro dell’economia europea e nazionale in un messaggio trasmesso in videoconferenza dal Quirinale al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Tradizionale e qualificato appuntamento in cui economisti, imprenditori, banchieri, politici e ministri si confrontano sulle sfide e gli scenari globali, europei e nazionali dell’autunno. L’enfasi sulla necessità che l’Europa imbocchi senza indugi la strada di una più compiuta integrazione politica e istituzionale è tutt’altro che casuale. Proprio domani e martedì i ministri delle Finanze si riuniranno a Bruxelles in un vertice straordinario, chiamato a riscrivere, nell’ambito della task force guidata dal presidente permanente dell’Unione, Herman Van Rompuy, gli assi portanti del nuovo patto di stabilità e di crescita. Oltre la soglia del 60% nel rapporto debito-Pil, si terrà conto anche di vari «parametri di sostenibilità», all’interno di una nuova accezione di debito aggregato che includa l’indebitamento privato (famiglie e imprese), da noi tradizionalmente più contenuto.
Alla Germania in primo luogo, e alle sue persistenti tentazioni di premiership in Europa, Napolitano ricorda che di fronte agli effetti della crisi globale, nessun paese può ritenere a torto o ragione di farcela da solo. «Soltanto parlando con una sola voce e portando avanti una politica estera e di sicurezza comune, e il trattato di Lisbona finalmente entrato in vigore ce ne offre gli strumenti, l’Europa può contare nella politica internazionale». Nessuno stato europeo, «neppure i più ricchi e quelli con tradizioni persino imperiali» può contare solo sulle proprie forze. Certo – ammette Napolitano – si tratta di un realtà che può apparire sgradevole. La Germania, con la sua ottima performance sul fronte della crescita e della competitività, potrebbe anche valutare questo reiterato appello alla maggiore convergenza delle politiche economiche come una sorta di ostacolo. Ma non vi è alternativa. Napolitano parla da europeista convinto di lungo corso, che non vede in giro per l’Europa un pericolo di «morte imminente, ma un difetto di visione e di coraggio. Continuo ad essere razionalmente un credente nell’Europa».
Ecco quel che serve all’Unione, non certo il replicarsi degli squilibri emersi nel corso della gestione della crisi «con andamenti divergenti» non solo delle politiche di bilancio ma anche delle politiche economiche nazionali. È la conseguenza della resistenza messa in atto dalle leadership nazionali «ad un effettivo, stringente coordinamento a livello europeo». Occorre per questo una nuova generazione di leader europei, naturale effetto di una vasta mobilitazione della società civile e della società politica.
Stabilità finanziaria, garantita dalle nuove regole in arrivo sul fronte dei conti pubblici, ma soprattutto massima concentrazione degli sforzi in direzione dello sviluppo, evitando al tempo stesso i rischi di deflazione: il compito che attende l’Unione è impegnativo, ma la strada è tracciata. Entro fine anno, sono attesi i piani nazionali di riforme e una nuova politica industriale «per la quale dovrebbe prepararsi anche l’Italia». Napolitano ne è convinto: «Più saremo franchi e crudi con noi stessi più potremo farcela».
Il caso della Grecia docet, ma proprio la crisi di uno dei paesi più deboli di Eurolandia ha messo in luce che, nonostante i ritardi, la terapia ha funzionato. Al presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, Napolitano dà atto di aver saputo tenere «la barra del timone dritta nelle tempeste della crisi globale, senza perdere di vista l’esigenza della crescita».
Quanto alle riforme da mettere in campo, occorre rafforzare le regole del mercato interno «che hanno corso qualche rischio, anche di ripiegamento protezionistico se non nazionalistico». Il percorso è indicato dal rapporto Monti, «lavorando in modo particolare ad aprire alla competizione l’area dei servizi rimasta abbastanza al riparo dall’unificazione che via via, nel corso dei decenni, si è compiuta in altre sfere del mercato e dell’attività economica». In una parola, più concorrenza.
Infine, un saluto particolare al presidente israeliano Shimon Peres: «Sono sicuro che potrò, tornando in Israele, già trovarmi di fronte a una evoluzione positiva dello straordinario impegno che si sta mettendo in atto per dare finalmente un assetto pacifico a quella tormentata area del Medio Oriente».

Il Sole 24 Ore 05.09.10

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“Cari americani, siamo ancora vivi”,di Giuliano Amato

Sembrerà un’astrazione ai tanti che si stanno dedicando a temi come la riforma elettorale, sprovvisti (almeno per ora) di qualunque attualità. A me invece il dibattito sull’Europa tenuto vivo in questi giorni dal Sole 24 Ore è parso un essenziale richiamo alla realtà. Quanto più sono esposti a rischi la nostra economia, i nostri posti di lavoro e i nostri conti pubblici, tanto più dovrebbe starci a cuore lo stato di salute del contesto europeo, che è il gancio a cui siamo attaccati. E se il gancio dovesse cedere, saremmo fra i primi ad andare a rotoli.
Ebbene, pochi mesi fa era stato il direttore del Council for Foreign Relations, Richard Haas, a scrivere Cara Europa, il XXI secolo non ha più bisogno di te (così titolava il suo articolo proprio Il Sole 24 Ore il 14 maggio scorso). Pochi giorni fa, un altro osservatore americano, quel Charlie Kupchan che in un libro recente aveva indicato nel XXI secolo il tempo dell’Europa, ha scritto a sua volta “Vecchia Europa, il tuo tempo è finito” (Il Sole 24 Ore, 1° settembre) parlando di una «morte lenta e prolungata» della nostra Unione. Ma che cosa ci sta succedendo, se è così che ci vedono dagli Stati Uniti? Siamo davvero a questo punto?
L’analisi così impietosa dei nostri amici americani è mossa da un dato di cui siamo noi stessi consapevoli, il vigore crescente dei nazionalismi e delle domande politiche interne rispetto alle ragioni comuni. In più, essi misurano la forza dell’Europa in primo luogo nella politica estera, e questo è proprio il terreno su cui la nostra azione comune è più embrionale e il peso degli stati nazionali è tuttora preminente. Anche di ciò siamo consapevoli, così come sappiamo che nelle stesse vicende economiche, dove – e lo vedremo – si è preso a fare ben di più, i ritardi con cui ci siamo mossi e il ruolo giocato dalle questioni (e dalle visioni) interne tedesche hanno colpito i nostri interlocutori, oltre a creare vistose divergenze fra noi e gli Stati Uniti.
Sono valutazioni critiche che non possiamo negare, al contrario – come dicevo – le condividiamo noi stessi. Quello che mi chiedo, però, è se esse portano davvero al cuore del problema che ha l’Europa di oggi e se aiutano a scorgere la soluzione, che pure comincia a delinearsi. I nazionalismi – è vero – ci sono e si sono accentuati, ma alla fin fine non sono una novità, c’erano anche prima e anche in passato ci hanno fatto attraversare dei brutti momenti. Né sono una novità i leader non smaglianti, perché neppure in passato abbiamo sempre avuto leader smaglianti.
Il fatto è che dal trattato di Maastricht in là, da quando decidemmo cioè che l’economia e gli affari esteri rivestivano sì un interesse comune, ma per realizzarlo ci saremmo limitati a coordinare le nostre politiche nazionali, ai nostri leader non è stato mai chiesto nulla più che un tale coordinamento: e quindi non l’adozione di politiche e di misure davvero europee, ma l’adozione di politiche e di misure nazionali, reciprocamente compatibili e compatibili con gli obiettivi comuni. Solo di recente e solo davanti all’incombere di una crisi che ha messo in discussione la stabilità dell’euro abbiamo dovuto accorgerci che questo sistema non aveva dato i frutti sperati e tanto meno ci sarebbe servito in un frangente così difficile.

Per i nostri nazionalismi diventava improvvisamente ineludibile produrre ciò che mai era stato chiesto loro di produrre, politiche e misure davvero europee. È stato a questo punto che essi, prima ben più rilassati fra le ampie pieghe del precedente vestito europeo, si sono trovati alle strette e sono venuti in piena luce come un ostacolo per la vitalità stessa dell’Unione. Un ostacolo che ad alcuni è parso insormontabile, quando la torsione nazionalista è stata percepita anche in Germania. Un tempo motore dell’integrazione, essa aveva ora un cancelliere che sembrava più sensibile ai suoi elettori che alle ragioni europee e una Corte costituzionale che, pur “assolvendo” il trattato di Lisbona, poneva paletti invalicabili all’integrazione e se stessa a guardia dei paletti.
Se questa è la novità in cui ci siamo trovati, però, è certo vero che gli interessi nazionali hanno avuto davanti ad essa una visibile impennata. Ma non è meno vero che non hanno impedito l’adozione di politiche e misure europee in un ambito nel quale non si era mai andati oltre il coordinamento di politiche e misure nazionali. È stato adottato in maggio un vero e proprio regolamento per dotare l’Europa di un meccanismo di stabilizzazione nel settore finanziario e un altro regolamento andrà martedì all’approvazione dell’Ecofin per l’istituzione di autorità europee di vigilanza nello stesso settore. Non è molto, ma gemendo e scricchiolando i nazionalismi stanno aprendo i primi spiragli verso soluzioni europee per questioni che non le avevano mai conosciute.
Forse lo fanno perché la necessità è più forte di loro. Ma forse non sono tutti chiusi come li si è dipinti. Prendiamo proprio la Germania. Giovedì scorso Carlo Bastasin ha ricordato giustamente su questo giornale il discorso tenuto dalla Merkel ad Aquisgrana il 13 maggio (Il XXI secolo può ancora essere il secolo europeo). Mentre dobbiamo tutti quanti prender nota della sentenza con la quale il 27 agosto la Corte costituzionale tedesca, guidata dal suo nuovo presidente, il quarantatreenne Andreas Vosskuhle, ha fortemente corretto la precedente decisione sul trattato di Lisbona, manifestandosi nuovamente aperta al diritto dell’Unione e ai suoi possibili sviluppi.
Nonostante tutto, siamo ancora in carreggiata. Dove rischiamo di uscirne è caso mai nelle politiche economiche che seguiamo, a partire proprio dalla Germania. Ha ragione Padoa Schioppa, intervistato venerdì su questo giornale, a sostenere le ragioni di una crescita equilibrata e di consumi meno elevati di un tempo. Ma può la Germania continuare a vivere sulle esportazioni (Philip White, del Centre for European Reform, invita il 2 settembre a valutare con cautela il recente aumento dei consumi tedeschi, dopo la loro prolungata caduta)? E possono gli altri europei seguirla sulla stessa strada, tenendo tutti bassa la domanda interna a spese, evidentemente, di disavanzi commerciali altrui? Insomma, va bene un’Europa più tedesca nell’equilibrio dei conti, e magari anche nella produttività, ma non va bene un’economia europea che aggrava gli squilibri del mondo. Per evitarlo, e per evitare che la stessa Germania rimanga prigioniera di sé, sono ancora misure europee a servire; misure d’integrazione del mercato e d’investimento, che senza rischi per i conti pubblici dinamizzino la crescita del nostro continente e gli stessi consumi interni.
L’Unione Europea è ancora viva e gli amici americani, anziché dichiararla defunta, la richiamino alle responsabilità che le spettano. Toccherà a noi allargare gli spiragli verso il futuro che abbiamo cominciato ad aprire.

Il Sole 24 Ore 05.09.10

"La nave dei folli ritornerà", di Barbara Spinelli

Non è cosa semplice vivere da precari, e non solo per via dei soldi che son pochi e del posto di lavoro permanentemente effimero, inaffidabile. Non è semplice muoversi tra persone che parlano di crisi e non la conoscono, parlano di futuro come se fosse una categoria ancora sicura, difendono appartenenze etniche locali nascondendo che dipendiamo dal mondo – e dall’Europa – assai più che da patrie municipali o nazionali. Neppure è molto facile contemplare l’affaccendarsi sfaccendato dei governi, così simile all’ambulare disordinato descritto da Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi: «Non fanno nulla pur essendo sempre in agitazione» (2 Ts 3,11). Tutti questi agitati ambulanti pensano di poter chiudere la parentesi della scarsa crescita e promettono, senza pudore, che presto la parentesi si chiuderà. I precari sono soprattutto giovani, ma non solo: anche nelle età medie capita di entrare in orbite dell’esistenza dove niente si solidifica.

L’Istat constata: un giovane su quattro è senza lavoro, e una gran parte rinuncia a cercarlo. Tre milioni sono precari, sconsideratamente trattati come retroguardia. In realtà sono un’avanguardia, più consapevole di quanto si pensi. La crisi, la traversano da decenni, ne sono la personificazione, e di essa sanno l’essenziale: che non è un intervallo, bensì un’enorme trasformazione.

In primo luogo s’è trasformato il lavoro: che non è il lavoro, il posto, ma resta pur sempre un lavorare. Anzi uno sgobbare: spesso il precario lavora più di chi ha il posto. Spesso è cosciente che il continuo transumare peggiora la qualità del lavoro (la scrittrice Corinne Maier nota: «La pigrizia sarà l’avvenire del precariato»).

In secondo luogo si trasforma la vita in società: al di là della famiglia s’aprono spazi vuoti, fatti di legami cuciti e strappati alla svelta. Infine cambia il rapporto con i governanti. Quando il politico dice che il precario «costa troppo», quando infastidito dalle proteste l’accusa di farsi strumentalizzare politicamente, lo respinge due volte: come persona che lavora e come soggetto politico. Il ministro Gelmini non ha torto, quando dice che il male precede i governi di destra. I sindacati divenuti lobby dei pensionati, la sinistra che si limita ad accertare l’emergenza: ambedue mancano l’appuntamento con la grande mutazione. Ma pur non avendo torto il ministro perpetua il buio, quando solidarizza a distanza con i precari e si rifiuta di incontrarli. Questa distanza è insensata, cieca: di fronte a sé, il ministro ha un mondo di mutanti, non di sciagurati. Davanti non le si accampano vittime, ma i principali attori di un cambio di civiltà. Non le si chiede personale compassione ma fredda conoscenza della crisi, della crescita che non sarà più quella di ieri, della solidarietà comunitaria da reinventare e organizzare.

Per questo è non tanto offensivo quanto inane, denunciare il revival della lotta di classe e del rapporto conflittuale fra padroni, capitale, lavoratori. Il precario sa più cose, oggi, di quelle che sanno i fini conoscitori dei due secoli passati. Il più delle volte non ha un padrone: è vertiginosamente libero, confinato però in terre di nessuno, senza diritti né doveri. Non vive e non lotta come classe. Vorrebbe avere un riconoscimento: che il suo lavorare equivale per dignità al lavoro, e abbia le sue tutele come avviene in tanti Paesi europei. Vorrebbe confutare quando vanno dicendo tanti spiriti apparentemente anticonformisti, secondo cui la Costituzione italiana garantirebbe ipocritamente, nell’articolo 1, una democrazia «fondata sul lavoro».

Chi vorrebbe eliminare quest’articolo, o quello in cui si parla della responsabilità sociale dell’impresa (articolo 41) è indietro nei tempi. A differenza del precario, non sa che il lavorare rimane comunque il centro dell’esistenza individuale, e che quella promessa costituzionale dà continuità a ciò che tende a farsi discontinuo, transeunte. Eliminare l’articolo 1 è come levare, dal preambolo della Costituzione americana, la Giustizia, la Tranquillità interna, il Benessere generale. Cosa si mette al posto delle vecchie parole, magari in nome dell’anticonformismo? Competitività? Consumo? Le Costituzioni sono qualcosa di più di una fotografia dell’esistente e delle sue necessità, anche se incorporano l’esistente e il necessario. Sono state scritte quando non c’erano tranquillità, giustizia, benessere, lavoro per tutti. Il tabù dell’incesto nasce perché c’è incesto, non perché non c’è.

Un’altra cosa che il precario sa è la metamorfosi del tempo: il suo sbriciolarsi, divaricarsi. Entrare nella vita lavorativa, per le generazioni precedenti, era fare futuro. Difficile farlo, se ogni due settimane o due mesi tocca cercare nuove attività. Il tempo breve diventa la stoffa della tua vita e tuttavia con questa stoffa bisogna inventarsi, a meno di non disperare, il tempo lungo di un’esistenza: metter su casa, far figli, credere in quel che fai. Bisogna anche pensare la vecchiaia, che precocemente impaura: cosa farò, non avendo accumulato diritti alla pensione? È uno dei crucci dei giovani che padri e nonni non conoscevano: specialmente forte in Italia. Anche questo sdoppiarsi del tempo (da un lato brevissimo, dall’altro lungo per una vita piena) chiede di esser visto, riconosciuto.

La dialettica padrone-servo cambia nelle forme ma non nella sostanza, ed è il motivo per cui la questione sociale fa ritorno. Ignorarla non l’elimina dal paesaggio ma è una precisa scelta: è criminalizzarla invece di affrontarla, è tramutare lo Stato sociale (un tesoro d’Europa) in Stato penale. Quel che torna è il rigetto dei disadatti, e il loro incollerirsi. È il disprezzo e la sfiducia verso chi lavora in altro modo, e la lotta per il riconoscimento di quest’altro modo. Un riconoscimento non emotivo, ma molto materiale: si tratta di decidere come far funzionare lo Stato sociale nella presente mutazione, come aiutare l’individuo pencolante nel vuoto fra un’attività e l’altra, come raggranellare una pensione futura, come ottenere crediti bancari o affittare un appartamento in assenza di ricchi garanti. Chi dice che l’articolo 1 della Costituzione è sorpassato non sa nulla della crisi. Parla di ipocrisia perché ai suoi occhi il precario ha meno valore: non essendo, il suo, un vero lavorare. Pensa di esser moderno, ma gli occhiali che inforca sono vecchi. Come disse Raymond Aron del presidente Giscard: non sa che la Storia è tragica.

In latino precari è un verbo (vuol dire pregare), e precisamente questo fa il precario nella crisi-trasformazione. Scritto nel 1907, il dizionario etimologico di Pianigiani spiega: precario è quel «che si ottiene per preghiera; si esercita con permissione, per tolleranza altrui; quindi che non dura sempre, ma quanto vuole il concedente». Su questa base non si può costruire alcun nuovo patto sociale. Se il precario è un pregante si aggiungerà ai rifugiati, ai reietti, alle vite di scarto descritte da Zygmunt Bauman: vite relegate in non-luoghi ignari delle leggi, dove non valgono le sentenze dei tribunali ma il ben volere del «concedente».

Chi prega si genuflette: non ancora accettato, è al momento solo un «impiegabile». Non è un cittadino ma un fedele, un penitente, un sottomesso. Considera il datore di lavoro come il padrone-pastore della propria vita pubblica, giuridica, privata. Il padrone-pastore si rifiuta d’incontrarlo, lo ritiene un miscredente, un volubile, in fin dei conti un folle. Nasce così, secondo Foucault, il trattamento della follia nel ’400. I folli e i disadattati, in Germania e poi nel resto d’Europa, venivano imbarcati su un Narrenschiff – stultifera navis – e banditi da borghi e villaggi. Prima o poi la nave dei folli si vendicherà, perché la storia è fatta di queste tragedie, e delle nemesi che rispondono a queste tragedie.

La Stampa 05.09.10