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"Presidente, mi sento tradito da una politica senza umanità" di Tahar Ben Jelloun

Signor Presidente Sarkozy,
ho la fortuna di beneficiare di due nazionalità. Sono marocchino e francese, dal 1991. E sono felice di quest’appartenenza a due Paesi, due culture, due lingue, che vivo come un permanente arricchimento. Ma dopo le sue dichiarazioni di Grenoble sulla possibile revoca della nazionalità francese ai responsabili di reati gravi, sento la mia nazionalità francese in qualche modo minacciata, o quanto meno resa più fragile. Non che io abbia l’intenzione di darmi alla delinquenza o di turbare gravemente l’ordine pubblico; ma in quelle parole vedo un attacco contro le fondamenta stesse del Paese, contro la sua Costituzione. E ciò, signor presidente, non è ammissibile in una democrazia, in uno Stato di diritto come la Francia, che rimane malgrado tutto il Paese dei diritti umani; un Paese che per tutto il secolo scorso ha accolto e salvato centinaia di migliaia di esiliati politici.

Nel 2004, da ministro dell’Interno, lei dichiarò che “a ogni reato deve corrispondere una risposta ferma, la stessa per chi è o non è francese in base alla sua carta d’identità”. Oggi, in veste di presidente, lei contraddice la sua posizione di ministro. E ciò mi induce a riflettere sulla funzione che lei ricopre, e a intervenire, sia pure tardivamente, nel dibattito pubblico sull’identità nazionale che uno dei suoi ministri ha creduto opportuno di lanciare.

La nazionalità fa parte dell’identità. E come nel mio caso, può essere duplice. Io non riesco a vedermi privato di una delle mie nazionalità. Mi sentirei diminuito.

Nessuna società è di per sé razzista. Dire che la Francia è “un Paese razzista” è stupido e ingiusto.

Sono marocchino e francese. La sua idea di revocare la cittadinanza a chi compie reati gravi per me è una minaccia

Al pari di tanti altri, anche questo Paese è percorso da tendenze all’esclusione e al razzismo, vuoi per motivi ideologici e politici, vuoi per ragioni attinenti al disagio sociale, alla povertà o alla paura. Confondere l’insicurezza con l’immigrazione non è solo un errore, è una colpa.

Il ruolo di un dirigente politico è quello di scoraggiare, e ove necessario di impedire lo sviluppo di siffatte tendenze. Un capo di Stato non dovrebbe reagire con i suoi umori, in maniera viscerale. Non è un cittadino qualsiasi, che può permettersi di dire qualunque cosa gli venga in mente. È tenuto a pesare le parole e a misurarne le possibili conseguenze. La Storia registra ogni sua dichiarazione, buona o cattiva, giusta o inopportuna che sia. E il suo quinquennato, signor presidente, resterà certamente segnato da alcuni dei suoi sconfinamenti verbali. Chiunque ha diritto a reagire a un insulto, ma non un capo di Stato. Non che si sia autorizzati a mancargli di rispetto – ma il presidente della Repubblica deve porsi al disopra del livello di un cittadino medio. È un simbolo, investito di una funzione nobile, eccezionale. Per abitarla, per consolidare quest’ambizione bisogna saper volare alto, e non rimanere invischiati nei fatti fino a dimenticare di essere un cittadino d’eccezione.

Quali che siano i valori, di destra o di sinistra, sostenuti dal partito da cui proviene, il capo dello Stato, in quanto eletto a suffragio universale, dev’essere il presidente di tutti i francesi. Compresi quelli di origine straniera. E anche nel caso in cui la sfortuna abbia spezzato la loro sorte, o li predisponga a una precarietà patogena. Ora, le sue recenti dichiarazioni, peraltro denunciate da un editoriale del New York Times e da personalità autorevoli come Robert Badinter, denotano un cedimento che forse nel 2012 potrà valerle un certo numero di voti del Front National, ma che al tempo stesso la pone in una situazione difficilmente sostenibile.

Signor presidente, comprendo bene quanto il problema della sicurezza la preoccupi. Ma nessuno mai sarà disposto a prendere la difese di un delinquente che abbia sparato su un agente della polizia o della gendarmeria. Spetta alla giustizia dare una “risposta ferma” a questi reati, i cui autori vanno però giudicati indipendentemente dalla loro origine e religione, o dal colore della loro pelle. Altrimenti si cade nell’apartheid. La repressione peraltro non basta. Occorre andare alla radice del male, se si vuole risanare in maniera definitiva la drammatica situazione delle banlieue.

È più facile suscitare la diffidenza, o magari l’odio per lo straniero, che promuovere il rispetto reciproco. Ma un capo di Stato non è un poliziotto d’alto rango. È il magistrato supremo della nazione, il garante della giustizia e dello stato di diritto. E in quanto tale deve essere irreprensibile, sia nei comportamenti che nelle parole. Ora, signor presidente, il suo discorso sulla revoca della nazionalità ai delinquenti di origine straniera che abbiano attentato alla vita di un poliziotto o di un gendarme è ricusato dalla Costituzione. Sono parole al vento – perché come lei ben sa, se una legge del genere fosse votata, la sua applicazione creerebbe più problemi di quanti possa risolverne. Non spettava a lei lanciare questa minaccia.

Signor presidente, lei non ignora certo il contenuto dell’ultimo rapporto dell’Ong “Transparence France”. Ma nel caso che questo testo le fosse sfuggito, citerò una delle sue conclusioni: “La Francia continua a veicolare un’immagine relativamente degradata della sua classe politica e della sua amministrazione pubblica”. Peraltro, per quanto riguarda i livelli di corruzione, la Francia è classificata al 24° posto su 180 Paesi.

La crisi economica non è una scusa. La crisi morale è un fatto. A lei, signor presidente, spetta il compito di ripristinare l’immagine della Francia per quanto ha di più bello, di più invidiabile, di universale: il suo status di Paese dei diritti umani. È il Paese della solidarietà e della fratellanza proclamate, una terra generosa, ricca delle sue differenze, dei suoi colori, delle sue spezie, che tra l’altro dimostra come l’islam sia perfettamente compatibile con la democrazia e la laicità. Perciò la prego, signor presidente, di cancellare dal suo discorso le idee infelici che sono quelle diffuse da un partito di estrema destra, nell’intento di far ripiegare il Paese su se stesso, di isolarlo, di tradire i suoi valori fondamentali.

Voglia credere, signor presidente, all’espressione dei miei migliori sentimenti.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 04.09.10

L'Europa è una necessità non un lusso

Quale scenari per l’Europa, nel periodo di crisi internazionale e quale ruolo dell’Italia in Europa sotto il governo Berlusconi. Ne hanno parlato sul palco della Festa Democratica, Piero Fassino, Pierluigi Castagnetti e Guy Verhofstadt, Primo Ministro belga dal 1999 al 2008 e attuale presidente del gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. Quale scenari per l’Europa, nel periodo di crisi internazionale e quale ruolo dell’Italia in Europa sotto il governo Berlusconi. Ne hanno parlato sul palco della Festa Democratica, Piero Fassino, Pierluigi Castagnetti e Guy Verhofstadt, Primo Ministro belga dal 1999 al 2008 e attuale presidente del gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa.

Alla domanda di Antonella Rampino, giornalista de “La Stampa” che ha moderato il dibattito, se stiamo vivendo ad una crisi d’identità del processo europeo anche se non è chiaro se sia dovuto alle difficoltà del “working in progress” o se davvero la spinta iniziale si sia esaurita, Fassino ha voluto smorzare i pensieri più cupi. “Io sono meno pessimista – ha dichiarato il leader democratico – se solo guardo al cammino fatto in questi 50 anni. È stato un cammino straordinario. Lo stato nazionale non è più sufficiente a risolvere problemi comuni. L’Unione europea risponde proprio a queste necessità e la moneta unica, lo spazio unico e libero di circolazione per le persone e per le merci, l’inizio dell’unificazione della cittadinanza ne sono una conferma. Con il Trattato di Lisbona, l’Europa si avvia a parlare con una sola voce e ad agire con una sola mano. Il fatto che la presidenza di turno sia stata allungata da 6 mesi a 2 anni (rinnovabili), dà un segno di maggiore continuità. Anche il Parlamento non ha più solo la funzione di rappresentanza ma decide in materia di bilancio”.

“È chiaro – ha continuato Fassino – che i problemi ci sono. Ma l’Europa è necessaria non un lusso. La crisi ha proprio messo in risalto questi due aspetti: la necessità di Europa e le difficoltà di realizzarla. In questa dialettica, il problema sta nella concessione di sovranità dei singoli Stati all’Europa. È sbagliato parlare di sovranità ceduta. È una sovranità passata perché si diventa parte di una sovranità ancora più grande. Le istituzioni internazionali sono più forti solo se gli Stati nazionali le conferiscono poteri e lo stesso vale per l’Europa. Serve più Europa non meno!”

Per Verhofstadt la crisi internazionale ha coinciso con le forze conservatrici al potere che hanno risposto con “molto protezionismo e nazionalismo”. Il paradosso sta nel fatto che oggi “l’Europa può rappresentare solo il 10 % della capacità e dell’efficacia di lavoro che proviene dagli Stati membri”.

“I problemi – ha continuato il politico belga – sono in primo luogo di natura economica. La crisi ha evidenziato che gli Stati europei non sono competitivi rispetto alla maggiori nazioni del mondo e i governi si sono fatti trovare impreparati nell’intervento anti-crisi. Per queste ragioni, occorre una governance europea per la crisi. L’euro e la sua stabilità hanno dato una forte risposta ma c’è bisogno di costruire un metodo comunitario di riferimento: un metodo Shuman, un metodo Spinelli, un metodo De Gasperi sono sicuramente più forti del semplice coordinamento tra i 27 Stati membri. Serve un governo europeo con potere decisionale”.

Verhofstadt ha voluto evidenziare come “l’Europa consumi solo l’1% del Pil degli stati che la compongono. Il paragone si può fare con gli Stati Uniti che a livello federale consumano il 20% del Pil degli stati membri. Per creare una vera democrazia non fatte da tasse, è necessario che una parte del reddito degli stati sia trasferito a livello europeo”.

Pungente però è stato il giudizio sul ruolo dell’Italia. “L’Italia in passato era decisiva in Europa. Oggi non gioca più questo ruolo”. L’ex primo ministro belga ha citato il ruolo fondamentale di Spinelli, di De Gasperi e dei più attuali Mario Monti, Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa (“un vero specialista in materia finanziaria europea”). “Ma oggi i politici italiani sono più occupati alle elezioni nazionali e meno all’Europa o al mondo. Spero che prima possibile ci sia una maggioranza e un Presidente del Consiglio più occupato agli interessi dell’Italia e meno alle proprie fortune e interessi personali”. Quindi senza ausilio del traduttore ha detto con un fluente italiano: “spero al più presto possibile che si possa fare dell’Italia un paese veramente occupato per l’Europa”.

Anche per Pierluigi Castagnetti le difficoltà dell’Europa sono legate alla politica conservatrice della maggioranza dei governi nazionali. “Solo 5 su 27 dei governi sono progressisti e nessuno di questi è uno stato davvero determinante. Dopo la fine della Commissione europea guidata da Prodi è cominciato il declino dove la Germania ha avuto un ruolo determinante. A differenza del governo Kohl, l’attuale Germania non è interessata per niente nell’Europa. Usando un paragone italiano, è diventata leghista”. Anche la ripresa dell’economia tedesca è semplicemente il frutto della svalutazione dell’euro e della scelta di puntare tutto sulle esportazioni. “Oggi – ha continuato Castagnetti – la Germania si illude di essere l’unico interlocutore europeo con il mondo”.

I governi membri non credono nell’Europa e la scelta dei suoi rappresentanti ne è una chiara testimonianza. “Nomi scelti tra personalità minori solo per non dare problemi ai governi nazionali. Ma anche le forze del centrosinistra hanno avuto la colpa di aver paura. Paura che la scelta europea significasse perdita di consensi. L’Europa non va avanti se i governi non la trascinano e non ci credono. E oggi non ci credono. Un errore perché l’Europa è l’unico mezzo per risolvere i nostri problemi. Costi quel che costi, il Pd deve essere il partito della Costituzione e dell’Europa”.

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Quali le priorità alla ripresa politica?

“In Italia nessuno sa che l’Ue, con scadenza fine del 2010, ha chiesto ai governi degli stati membri un piano di riforme strutturali da realizzare entro il 2020. Ci sono 100 giorni per presentare un programma per concorrere alla politica europea. Per il Pd sarà prioritario porre questa questione al centro dell’agenda politica. Altro che processo breve e interessi di Berlusconi, questa dovrà essere la nostra sfida”.

A livello europeo, per Verhofstadt, la priorità è rappresentata “dall’utilizzare al 100%, le possibilità entrate in vigore con il Trattato di Lisbona e fare in modo tutte le forze europeiste non abbiano più paura di usare la parola federale”.

In Italia, per Castagnetti “la politica dovrà aiutare ed educare i cittadini a capire questi grandi processi. La politica dovrà riprendersi la responsabilità pedagogica. In Europa, le forze europeiste dovranno spaccare i grandi gruppi che hanno abbandonato la visione federale e cambiare il clima complice della stasi dell’Europa per ritrovare lo spirito europeista di nuovo”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"Perugia, nel mirino anche l'ex capo del Tar del Lazio", di Francesco Grignetti

E’ dagli accertamenti bancari e contabili che arrivano le novità nell’inchiesta sulla Cricca. Dal computer del commercialista Stefano Gazzani, l’uomo che teneva i conti di Diego Anemone, è saltata fuori una nuova Lista. E’ la fotocopia di quella stranota del costruttore. Ci sono gli stessi nomi; a margine l’importo dei lavori (che spesso i diretti interessati non saldavano, ci pensava Anemone a far pagare lo Stato). E c’è un nome che ha fatto sobbalzare gli investigatori: «Berlusconi». Senza un aggettivo, o un’indicazione, o una cifra. Molto probabilmente indica i lavori effettuati a casa del premier, già segnati nella Lista Anemone come “camera da letto e bagni di palazzo Grazioli”. Oppure potrebbe esserci un riferimento a Paolo Berlusconi, di cui sono già emersi i buoni contatti con la cricca e l’interesse per l’appalto del sistema Tutor di controllo della velocità sulle autostrade.

Dalle analisi della Banca d’Italia, invece, è saltata fuori una vicenda nuova che coinvolge uno dei magistrati più influenti d’Italia, anche se poco noto al grande pubblico. Pasquale De Lise, presidente del Consiglio di Stato, già presidente del Tar del Lazio, al vertice della giustizia amministrativa da circa un anno, è al centro di una imbarazzante relazione della Banca d’Italia, in gergo Sos, segnalazione di operazioni sospette, perché sul suo conto corrente nell’agosto scorso è apparso un misterioso versamento da 250mila euro. Mittente, un facoltoso avvocato amministrativista romano.

L’operazione in sé non significa nulla, ma è evidente che darà il via ad accertamenti successivi. Ed è interessante la genesi di questa relazione: nasce da uno screening ordinato dalla procura di Perugia sui movimenti bancari di diverse persone coinvolte a vario titolo nell’inchiesta sulla Cricca. Era lì che già si trovava il nome di De Lise, così come quello di suo genero, l’avvocato Patrizio Leozappa. E anche sul conto di quest’ultimo, Bankitalia segnala alcune operazioni sospette.

Leozappa, De Lise e la Cricca: un triangolo di relazioni che aveva già attirato l’attenzione degli investigatori. Non foss’altro perché l’avvocato Leozappa curava gli interessi del costruttore Diego Anemone in procedimenti proprio davanti al Tar del Lazio e che ci sono telefonate dirette tra Balducci e De Lise che commentano soddisfatti i risultati. E’ il 4 settembre 2009 quando De Lise chiama Balducci e dopo convenevoli affronta un argomento che sta molto a cuore al suo interlocutore. Scrivono i carabinieri del Ros: «Gli dice che su input del genero Patrizio(Leozappa) si è “occupato” del recente provvedimento di rigetto del Tar Lazio riferito alla “storia” del Salaria Sport Village. “Patrizio mi aveva parlato di quella cosa… non stava nè in cielo nè in terra … quindi insomma… io l’ho seguita un po’ quella storia là”». L’ingegner Balducci ringrazia signorilmente. Ma quale fosse il tipo di familiarità che c’era dietro le quinte lo si intuisce dalle intercettazioni tra Balducci e Leozappa: «Senti, Patri’ … il Capo… che tu sappia, sta a casa?». E l’avvocato-genero: «Non lo so oggi… se è, ti risponde proprio lui».

Era un «sistema gelatinoso», scrisse il gip di Firenze. Definizione quantomai azzeccata. Quando all’orizzonte della Cricca apparve la volitiva Michela Brambilla, ad esempio, nominata sottosegretario al Turismo nel maggio 2008, gli uomini di Balducci iniziarono a preoccuparsi. Nemmeno un mese dopo la nomina, il 25 giugno, sappiamo da un’intercettazione – finora era sfuggita all’attenzione, ma è sottolineata in una nuova informativa dei Ros – la rossa Brambilla andò a lamentarsi dal ministro Claudio Scajola. Chiedeva sostegno per avere più spazio, più soldi, più deleghe. E quindi ecco come ne parlano Balducci e la segretaria di Scajola, Fabiana Santini (nel frattempo eletta al consiglio regionale del Lazio e in forza alla Giunta Polverini). Lui: «La Brambilla vorrebbe i Grandi Eventi e vuole istituire la terza Direzione generale dei Grandi Eventi. Vorrebbe anche la delega. Ma questa cosa va a toccare direttamente Letta e Bertolaso». Lei: «Lo so che tu sei uno di quelli che spinge a lasciare le cose come stanno». E le cose in effetti non cambiarono.

La Stampa 04.09.10

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“Tra i nomi di Anemone spunta un Berlusconi, E si aggrava la posizione di Scajola”, di Carlo Bonini

Tra i nomi di Anemone spunta un Berlusconi E si aggrava la posizione di Scajola Paolo e Silvio Berlusconi

PERUGIA – L’inchiesta sul Sistema Anemone e i grandi appalti per il G8 della Maddalena e i 150 anni dell’Unità d’Italia torna a bussare al portone di Palazzo Chigi. E incrocia il nome “Berlusconi”. L’estate non ha fermato l’attività istruttoria del Ros dei carabinieri e del Nucleo di polizia tributaria della Finanza e agli atti dei pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi è infatti ora un nuovo documento. Il “listino Anemone”, come lo hanno battezzato gli inquirenti. Una seconda e nuova contabilità dei lavori di ristrutturazione che, nel tempo, le ditte del costruttore Diego Anemone hanno effettuato nelle residenze private e istituzionali di ministri della Repubblica, grand commis di Stato, uomini degli apparati della sicurezza, inquilini degli immobili di “Propaganda Fide”.

Il “listino” è saltato fuori dall’esame dell’hard disk del personal computer sequestrato a Stefano Gazzani, il commercialista di Anemone indagato per riciclaggio. E, rispetto alla prima “lista Anemone” e ai circa 400 nomi che elencava (di cui le cronache hanno dato ampio conto nel maggio scorso e scovata nel computer di Daniele Anemone, fratello di Diego), presenta – per usare le parole di una qualificata fonte investigativa – “molte e significative coincidenze di nomi, come ad esempio quello dell’ex ministro Claudio Scajola, e altrettanto significative differenze”. A cominciare da un cognome – “Berlusconi” – che nella prima lista era assente. La Procura intende verificare se si tratti del Presidente del Consiglio o del fratello Paolo. E l’accertamento richiederà del tempo. Se è vero infatti che nella originaria lista Anemone figuravano lavori eseguiti in indirizzi di stretta pertinenza del Premier (piazza Grazioli, palazzo Chigi, piazza del Plebiscito) è altrettanto vero che, nell’indagine perugina, il nome di Paolo è associato agli accertamenti sugli appalti per il G8 della Maddalena.

Quale che sia la risposta (Silvio o Paolo Berlusconi), l’interesse investigativo che viene attribuito al “listino” è che il documento indica, a giudizio della Procura, almeno due circostanze. La prima: il fatto che fosse in possesso del commercialista di Anemone dimostrerebbe che i lavori indicati nella lista originaria conservata dal costruttore furono effettivamente svolti. La seconda: che di quei lavori, per ragioni contabili e probabilmente non solo contabili, andavano in qualche modo camuffate la committenza e gli importi (e di questo avrebbe dovuto occuparsi appunto Gazzani).

La scoperta del “listino” non è insomma una buona notizia né per Palazzo Chigi, né per Claudio Scajola, per altro tuttora semplice testimone nell’indagine sulla compravendita della sua abitazione di via del Fagutale. Anche perché gli accertamenti sul conto dell’ex ministro per lo Sviluppo economico fanno registrare una novità. Il Ros dei carabinieri ha infatti accertato che i complessi lavori di ristrutturazione del “mezzanino” vista Colosseo (per altro, come ormai documentato, mai pagati e “caricati” sui costi di appalti pubblici vinti da Anemone) vennero seguiti personalmente non solo da Diego Anemone, ma, attraverso la società “Medea”, anche da Mauro Della Giovampaola, l’ingegnere arrestato nel febbraio scorso insieme a Balducci, De Santis e Anemone, all’epoca funzionario della struttura della Ferratella (la stazione appaltante i lavori per i Grandi Eventi), nonché inquilino di riguardo di uno degli immobili di “Propaganda Fide”.

Un terzo ramo di indagine, quest’ultimo, che, come è noto, coinvolge l’ex ministro Lunardi e il cardinale Sepe. Che ha al centro la compravendita del palazzo di via dei Prefetti a Roma e la ristrutturazione della sede della congregazione in piazza di Spagna. Per il quale il tribunale dei ministri di Perugia ha riconosciuto la propria competenza in agosto, sottolineando nelle motivazioni della decisione (depositate ieri) come “l’ipotesi accusatoria di corruzione risulti corroborata”. E che ora attende la decisione del Parlamento sulla richiesta di autorizzazione a procedere.

La Repubblica 04.09.10

I vescovi alla Gelmini: "non speculi sulla pelle dei giovani"

Si può scrivere e suggerire, come f al’Avvenire, ieri, nell’editoriale, che «bisogna salvare l’essenziale», fermare le«strumentalizzazioni», guardare i bambini, i «nostri cerbiatti», i «nostri bambini-giaguaro» negli occhi, pensarli come un «plotone d’esecuzione» che ci mette «al muro delle nostre responsabilità» e considerare che «non c’è reato più grave oggi in Italia che trattare male la scuola». Oppure si può fare lo sciopero della fame per sedici giorni e poi gridare che «la scuola è l’ultimo baluardo di democrazia in questo paese», che «se cediamo sulla scuola non c’è più nulla», che «i tempi sono maturi per una grande mobilitazione, entro settembre, in difesa dell’istruzione e delle pari opportunità per tutti, i figli dei contadini come di questi onorevoli che guadagnano tanti soldi»,come fanno, sotto il sole di piazza Montecitorio, Giacomo Russo e Caterina Altamore, i due precari palermitani, tecnico di laboratorio lui, maestra elementare lei, diventati simbolo di questa stagione di proteste,appena iniziata. Con manifestazioni spontanee e digiuni, in tutta Italia.
L’essenziale, per dirla con il quotidiano dei vescovi, dovrebbe passare comunque. È il grido di dolore che sale dalla scuola italiana. Attraversale proteste dei precari. Come le colonne dell’Avvenire, attente a cesellare in modo equanime il discorso sulle responsabilità, che «vale per il Ministro,e per ogni adulto che ha una funzione nella scuola». Il ministro dell’Istruzione, appunto, dovrebbe, quantomeno, ascoltarlo. Invece anche ieri l’occasione è andata sprecata. Il botta e risposta innescato dall’editoriale si sposta subito sul delicatissimo terreno dei rapporti tra mondo cattolico e governo. Mai così accidentato. E prima che qualcuno si metta a dare fuoco alle polveri, come è accaduto con Famiglia Cristiana, tocca a direttore e all’editorialista, Davide Rondoni, spiegare che «la tempesta di interpretazioni in chiave anti-ministro non sta né in cielo né in terra». E poco importa a quel punto se nell’editoriale si parla di «avvio confuso e non privo di ombre» dell’anno scolastico, di riforme dell’università non meno«accavallate» («ora se ne aspetta una un po’ ordinata e di prospettiva»). «Da Avvenire nessun attacco al ministro», incassa subito Maristella Gelmini. Evidentemente ai suoi occhi l’essenziale è quello. L’essenziale, invece, lo racconta un altro fotogramma di ieri, caduto fuori dai riflettori. Piazza Montecitorio, di là dalle transenne, è quasi deserta, inattesa che riprenda l’attività parlamentare. Di qua, telecamere, cartelloni,insegnanti. Una signora sui cinquanta taglia la scena e si avvicina a Giacomo Russo e a Caterina Altamore, in attesa che cominci la conferenza stampa, convocata sotto il sole settembrino. «Sono venuta a manifestarvi la mia solidarietà», dice sottovoce. Si chiama Lorella De Matteis, 49 anni,insegnante di latino e greco al liceo Mamiani. «Io sono di ruolo, ma questa precarietà ci sta uccidendo e non è solo la loro, nella scuola è endemica e permanente, riguarda anche noi che siamo assunti e soprattutto i ragazzi, che si ritrovano in classi sempre più numerose, con le ore di insegnamento ridotte, con insegnanti che vanno e che vengono. Dire questo è politica? Ma la nostra vita è azione politica. Altrimenti cosa resta: la raccomandazione?», finisce di dire, che Caterina e Giacomo prendono la parola. Dicono che smetteranno lo sciopero della fame, che invece altri stanno continuando, a Pordenone come a Benevento. «Ora la parola deve passare alla piazza, porteremo la gente nelle strade, ha ragione il ministro quando dice che la scuola non è uno stipendificio, la scuola siamo noi, teste pensanti».

www.flccgil.it

Bossi: "Berlusconi premier dimezzato ormai c´è il rischio delle elezioni", di Massimo Calandri Emanuele Lauria

«Berlusconi? È un premier dimezzato». Non è tenero nel giudizio Umberto Bossi. E a Chiavari rispolvera il linguaggio duro, da comizio, che più gli è congeniale. E che stavolta gli è utile a mettere in guardia il Cavaliere dai rischi di una rottura nel Pdl: «Spero che Fini non vada fuori. Altrimenti il presidente del Consiglio avrà difficoltà a fare qualsiasi legge». È questo, appunto, il profilo di un primo ministro «dimezzato»: «Lo vedo male, malissimo – prosegue Bossi davanti alla platea leghista radunata nella cittadina ligure – Povero Berlusconi: sarà costretto a chiedere i voti dell´Udc in ogni momento». Parole che, da un lato, confermano il lavoro di mediazione della Lega per far riavvicinare i due cofondatori del Pdl: il ministro Roberto Calderoli ha contattato il sottosegretario finiano Roberto Menia e i due si sono dati appuntamento per un colloquio. Ma l´intervento di Bossi rilancia l´ipotesi di elezioni anticipate. Anche perché il Senatur a Chiavari sottolinea che, comunque vada, lui e Berlusconi «saranno gli unici a rimanere al governo, perché gli unici ad avere i voti».
Un intervento che richiama quello della sera prima a Torino, dove Bossi aveva ammesso di essere «meno ottimista» di Napolitano sulla «evoluzione benigna» della febbre nella maggioranza. Fini, secondo il capo della Lega, «si è pentito di aver chiuso Alleanza nazionale e cerca di tornare sui suoi passi. Speriamo – afferma – che non faccia casini». Bossi evoca le urne anche quando consiglia implicitamente prudenza al presidente della Camera: «A Mirabello Fini certamente non dirà che farà un nuovo partito, volerà basso. Perché in questo momento bisogna essere cauti, il pericolo di andare alle elezioni è concreto». Attacca e si ritrae in difesa, Bossi. A tutela di Tremonti: «Non vorrei che dopo tutte queste polemiche sul ministero dello Sviluppo qualcuno non pensi a un rimpasto per mandare un esponente dell´Udc all´Economia».
Adesso riflettori su Mirabello, sul discorso di Fini che – malgrado le dichiarazioni di Bossi – gli uomini di Fli indicano come «dirompente». Il capogruppo Italo Bocchino si dice sicuro il presidente della Camera a Mirabello farà «chiarezza»: «Il suo intervento non sarà traumatico ma inciderà sul futuro della legislatura. E il Pdl – aggiunge – non sarà più lo stesso». Per Bocchino le possibilità che si vada a votare in primavera sono comunque «molto scarse». Scettico sulle elezioni anche il presidente della commissione antimafia Beppe Pisanu. Che anzi si professa «decisamente contrario al voto. Sono per un governo che rispetti gli elettori».
Tema caldo rimane quello del processo breve, su cui Fli non è disposto a fare sconti. Briguglio chiede che si ritiri il disegno di legge. E in cambio apre ad una modifica delle norme sul legittimo impedimento. «Siamo aperti – dice il deputato finiano – a tutte le soluzioni che non impattano sul resto dell´ordinamento, non estinguono i processi ma li sospendono fino a quando il titolare di un´alta carica dello Stato – oggi Berlusconi, domani chiunque altro – non avrà più quella funzione». Ma secondo il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto «la cosiddetta brevità del processo può essere usata solo come pretesto da chi non vuole confrontarsi ma preferisce evidentemente lavorare ad altre ipotesi e scenari».

La Repubblica 04.09.10

Zubin Mehta contro Bondi «Il ministro è senza vergogna», di Stefano Miliani

Il direttore d’orchestra Zubin Mehta attacca senza mezzi termini il ministro Bondi: nel gestire male la crisi delle fondazioni liriche e tagli annessi “è senza vergogna”. Il ministro s’arrabbia perché la parola della star internazionale del podio è ascoltata, è interprete raffinato e popolare a un tempo, e il maestro non è certo un “no global” né un comunista. Poi, in soccorso di Bondi, interviene Capezzone. Ci mancava da qualche ora.
Mehta è il direttore del Maggio musicale fiorentino. È a Mantova dove domani e domenica dirige il Rigoletto di Verdi nei luoghi e nelle ore dell’opera (un’operazione già fatta con la Tosca di Puccini a Roma e a Parigi con la Bohème). Indiano, di casa a Firenze, ama il peperoncino ma non è per questa sua golosità che ora si pepato o – come dichiara – «cattivo». Nella città lombarda debutta come baritono e protagonista Placido Domingo.

«Spero che il Rigoletto sia d’ispirazione – interviene Mehta – spero che il governo che taglia a tutti i teatri lo guardi». Mehta si riferisce al Carlo Felice di Genova, dove i dipendenti sono in cassa integrazione – una situazione senza precedenti – e che, come osserva il maestro, è «una tragedia». Mehta non dimentica il “suo” Maggio: con i professori d’orchestra era sceso in piazza proprio contro la riforma firmata da Bondi. E al ministro non le manda a dire, anzi dice fatti veri: «È senza vergogna e non ha il coraggio di venire a Firenze a parlare con noi. Anche con i sindacati di tutta Italia è rimasto a parlare dieci minuti e poi è andato via». Tutto sfortunatamente vero. Anche il mese scorso, ha ricordato Mehta, sul Maggio fiorentino è piombato un colpo di mannaia con un ulteriore taglio di 2 milioni di euro. Non bastasse, lo Stato non pagherà la tournée del coro e orchestra fiorentine della primavera prossima in Giappone «anche se avevano detto che avrebbero pagato i viaggi per le iniziative dei 150 anni dell’Unità d’Italia» (e sono queste le iniziative che danno lustro anche al cosiddetto “marchio” Italia caro al ministro e affini).. «Firenze – ricorda Mehta – è dove è nata l’opera (nel 1600, ndr) e si taglia dove non ci sono grandi industrie come a Torino e Milano. Noi abbiamo Gucci e Ferragamo. Brava la Rai – si rincuora – che non ha cancellato questa produzione all’ultimo momento e non ha tagliato nulla». E se finanziamenti alla cultura soffrono quasi ovunque, appunta il direttore, in Germania hanno tagliato meno che da noi, in Austria va bene mentre «in Italia è una vergogna».

Bondi, di fronte a tanto attacco, è costretto a replicare. «Il maestro non sa di cosa sta parlando. In questi anni il ministero è stato particolarmente vicino al Maggio Musicale Fiorentino, così come a tutte le altre fondazioni liriche in difficoltà». Tralasciando che Mehta sa di cosa parla perché vive in quel mondo e confronta con altri paesi, il ministro insiste: «La situazione del Carlo Felice di Genova, così come altre realtà, non può essere imputata a questo Governo, che anzi si è adoperato per varare una riforma, ampiamente condivisa in Parlamento, ma è dovuta a un quindicennio di dissesti e malagestione». Dopo l’autoassoluzione, «la trasferta del Maggio in Giappone riguarda il 2011, anno per il quale non è ancora stato definito il riparto del Fus (il Fondo unico per lo spettacolo, ndr) né tanto meno preso in considerazione alcun progetto. Conto sul fatto che il maestro Mehta riveda i suoi frettolosi e infondati giudizi offensivi che non merito».

In soccorso di Bondi arriva il salvagente dei salvagente, Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: «Spiace e sorprende che una personalità come Mehta si sia abbandonato a un giudizio superficiale e conformista». Se non sapessimo che il direttore non si perita troppo di questo giudizio, dovrebbe sentirsi quasi onorato di simili parole.

L’Unità 04.09.10

"Lo studente precario", di Francesco Merlo

Più risparmi e più sprechi. Vale per la Gelmini il vecchio paradosso del mulattiere di Casal Pusterlengo che, per incrementare i guadagni, limitava i costi della paglia.
Alla fine le uscite divennero zero ma senza paglia l´asino morì. Dunque la mulattiera Gelmini toglie la paglia agli studenti, ne intruppa trenta per classe con punte di trentacinque/trentasette a Roma, a Viterbo, a Pavia, a Mantova, a Reggio Calabria… La nostra ministra mulattiera elimina gli insegnanti precari ma trasforma in precari gli allievi, li rende paurosi come i vecchi. Degrada infatti i laboratori in pollai, abbatte il trend del capitale cognitivo, diminuisce la quantità e la qualità del sapere. Insomma, ammazza l´asino.
Andate a guardare i dati della nostra inchiesta e capirete il rumore sordo che si leva dalla scuola prima ancora che cominci. C´è un malessere distribuito nei vari provveditorati del sud e del nord, i presidi si sentono accerchiati, c´è qualcosa di più e di peggio rispetto alla ritualità e se volete al conformismo della ciclica protesta.
Sicuramente fa paura il peggioramento in un solo anno: si passa da una media di 24 per classe a una media di 30 per classe. È un arretramento verso i record negativi degli anni cinquanta. Ma quella era un´Italia che voleva a tutti i costi uscire fuori dall´analfabetismo diffuso e dunque le scuole erano sovraffollate perché il paese non riusciva a formare abbastanza insegnanti. Non c´erano case, mancava l´acqua corrente, c´era necessità di pane e pasta. Era ovvio che non avessimo neppure professori. Quello era un sovraffollamento di speranza, questo è un sovraffollamento disperato.
La legge italiana pone il limite di 27 allievi, ma per ragione di sicurezza: 27 ad aula dunque più che a classe. E si tratta, come tutti sanno, di ambienti spesso degradati per vetustà, uso, affollamento, scarsi investimenti sulla manutenzione, sulla pulizia e sull´igiene. In realtà quel numero-limite non dovrebbe mai essere raggiunto anche per ragioni didattiche generali. Non c´è infatti bisogno di spiegare che più basso è il numero dei ragazzi e più alta è la resa, più felice, più brioso e più produttivo è l´asino di Casal Pusterlengo. E non stiamo parlando dei sostegni ai dislessici e ai ragazzi problematici né dell´attenzione che sempre più meriterebbe la presenza dei molti stranieri, ma della didattica complessiva, vale a dire della formazione della classe dirigente italiana, del capitale umano di una nazione.
Come si vede non è, come vuol far credere la Gelmini, un problema di politica scolastica, dove ad un modello umanistico, fondato sulla filosofia e sull´italiano, se ne contrappone uno aziendalistico fondato sulla matematica e sull´inglese. Il punto è che nessun modello può sopravvivere all´assenza di insegnanti. La verità è che la scuola è diventata una spesa improduttiva e la cultura ragionieristica del governo sta rivelando tutta la sua miopia. Altro che scontro tra sinistra e destra, tra sessantottardi e postmoderni. Qui siamo al dominio della mulattiera di Casal Pusterlengo.
E diciamo la verità: c´è qualcosa di misterioso in questa Gelmini aventiniana che rifiuta di incontrare i precari, non vuole parlare con gli insegnanti perché «fanno politica», non capisce di essere lo strumento di una filosofia ottusa, usa toni di battaglia e dà la colpa ai governi precedenti, è in guerra con i professori, con i presidi, con le famiglie e con i nostri figli, assume atteggiamenti spavaldi e guasconi a differenza dello stesso Tremonti che si muove con mille circospezioni, cerca aperture e alleanze anche a sinistra, prova a conquistarsi il rispetto perché sa di fare cose pesanti. La Gelmini invece mantiene sempre quell´aria leggera e decisa, non cerca mai un accordo, non pensa di dovere stemperare nel tempo la durezza della manovra-riforma, non chiama a raccolta ma a al contrario allontana ed espelle.
Ecco, spiace dirlo, ma senza la ragionevolezza, nella scuola italiana che sta per cominciare, si rischiano la violenza, i manganelli, le auto rovesciate, in una parola sola l´ingovernabilità. La ministra sta aizzando la scuola. Ha messo al primo posto i numeri e ora i numeri abbaiano contro di lei.

La Repubblica 04.09.10

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“La scuola scoppia, ecco le superclassi nei licei anche 35 alunni per aula”, di SARA GRATTOGGI e SALVO INTRAVAIA

Allarme dei docenti: sicurezza a rischio e didattica penalizzata. Superato in molte città il tetto di 27. La Cgil: colpa del taglio dei professori. Lezioni al via in aule sempre più affollate. Cresce il numero delle classi “fuorilegge”: secondo un decreto ministeriale del 1992, infatti, sono da considerarsi non in regola quelle classi composte da oltre 25 alunni. E per l´anno scolastico in arrivo nelle scuole italiane si arriva ad oltrepassare i 30 studenti per aula fino ad arrivare a trentasette. E la sicurezza? I dirigenti degli uffici periferici del ministero che approntano gli organici fanno finta di non accorgersene perché, in caso di incidente, la responsabilità ricade sul preside. Mentre i docenti si dovranno confrontare con superclassi dove insegnare è quasi un´impresa e gli alunni dovranno mettersi d´impegno per non rimanere tagliati fuori.
Il ministero ha stabilito un limite di 27 alunni per classe, ma quando i resti non consentono di formarne un´altra di almeno 20 il tetto salta. È il caso del liceo Tacito a Roma, dove su sette nuove prime due saranno formate, rispettivamente, da 35 e da 33 studenti. E si può arrivare in vari casi anche a 37 allievi. I numeri dell´anno scolastico alle porte sono più eloquenti di qualsiasi speculazione: tra poco più di una settimana, la scuola italiana avrà 20mila alunni in più dell´anno scorso che troveranno spazio in 3.700 classi in meno. Un giochetto che consente a viale Trastevere di tagliare un bel numero di cattedre.
Ma cosa accade quando il professore entra in una superclasse? Renato Del Noce, insegnante tecnico-pratico di Fisica all´Iti Meucci di Massa, spiega che «quando hai a che fare con classi di 29/30 alunni tutto si complica». «Non ci sono – prosegue – laboratori in grado di ospitare 30 alunni, mancano le strutture adeguate. E – aggiunge – sei spesso costretto a dividere la classe: una parte lavora in laboratorio con me e l´altra metà studia la teoria in classe col collega». Non solo. «Specialmente nelle prime classi composte da ragazzini provenienti da scuole medie diverse – prosegue – tutto diventa più difficile: passi diverse settimane a portare tutti gli alunni allo stesso livello e non è detto che ci si riesca. Può capitare che per mandare avanti la maggior parte della classe non si riescano a seguire i ragazzini con più difficoltà che poi si perdono per strada».
Un problema che si verifica anche in Germania e che sta determinando una fuga verso le scuole private. Nei licei francesi la media è già di 28 alunni. In Italia, sono le sezioni di scuola dell´infanzia e le prime classi delle superiori che rischiano di esplodere.
Alla materna ci si avvia verso i 24 bambini per classe di media, il dato più alto degli ultimi 15 anni. Per trovare numeri più alti occorre andare indietro di diversi decenni, quando in classe c´erano anche 40 alunni. Nel 2009/2010 sono state 28 le province italiane dove il limite di 25 alunni per classe di media è stato superato. Record a Mantova e Pavia con, in media, oltre 27 piccoli per classe.
Al classico e allo scientifico le prime scoppiano. Ventinove alunni per classe a Viterbo al classico, e 28 a Reggio Calabria allo scientifico. Valori che si avvicinano a quelli degli anni ´50.
Il decreto del ministero dell´Interno del 26 agosto 1992, “Norme di prevenzione incendi per l´edilizia scolastica”, prevede un “affollamento massimo ipotizzabile” di 26 persone per aula: 25 alunni, più il docente. Con un numero superiore di alunni, se non sono state previste misure particolari, l´esodo in caso di incendio può diventare problematico. Un´altra norma prevede un tot di metri quadri per alunno. «La ministra – spiega Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil – non si rende conto che in queste condizioni manca qualsiasi requisito di sicurezza. I tagli al personale docente hanno fatto aumentare il numero di alunni per classe e quello al personale Ata non garantirà neppure un adeguata vigilanza nei corridoi. Un disastro».

La Repubblica 04.09.10

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“Per tenerli ci vuole carisma ma cosÌ prima o poi scappano”, di MARCO LODOLI

Le classi si affollano, diventano una calca ingovernabile di attese, speranze, tensioni, distrazioni. Trenta e passa studenti per classe sono un problema che nessun insegnante può risolvere, o meglio: sono trenta problemi trascurati, trenta storie affogate nell´indifferenza. Soprattutto nelle periferie delle nostre grandi città l´insegnante deve necessariamente svolgere un doppio lavoro: spiegare la sua materia, farla entrare in un modo o nell´altro nelle teste dei suoi recalcitranti studenti, programmare, interrogare, correggere, il solito lavoro, insomma, anche se ogni anno diventa più difficile mantenere viva un´attenzione e raggiungere dei risultati. E poi c´è il fattore umano.
Un tempo gli alunni erano cognomi su un registro, colonne di caselle da riempire di voti per poi tirare una media finale. Oggi questi ragazzi si sono guadagnati un volto, un nome di battesimo, vogliono essere ascoltati perché a casa i genitori hanno troppo da fare, perché la televisione non li ascolta, tacciono perché vogliono parlare e dire le cose più vere, parlano e vogliono tacere perché l´adulto li comprenda solo da uno sguardo. Sono complicati, camminano sul bordo, sono piccoli e vorrebbero essere grandi e per questo spesso si fanno del male, hanno attorno vicende spaventose, si sentono perduti. Il mondo oggi è un tritacarne, solo i ragazzi più tosti riescono a cavarsela, e a un prezzo altissimo. Gli altri tremano. E spesso lasciano il banco indecisi su quale direzione prendere: a volte imboccano la porta e scompaiono per sempre, a volte arrivano alla cattedra e chiedono aiuto, raccontano, si sfogano, aspettano una parola giusta. Il livello di confusione e di dolore è altissimo, basta un nonnulla e il ragazzo è fuori dalla scuola, fuori dalla sua età, fuori da quello che gli spetta. Per questo trenta studenti per classe sono troppi.
I nomi tornano a essere cognomi, le storie si trasformano in grida o in silenzio. E a dicembre la classe si spopola, avviene una sorta di selezione naturale ferocissima. I più deboli svaniscono nel nulla. Li chiami a casa, promettono di tornare, dietro la loro voce si sentono strilli oppure il rimbombo del vuoto. Promettono, ma non tornano più. Non si sa dove finiscono, su qualche muretto, in compagnia di balordi, oppure ingrassano guardando la televisione dalle undici di mattina a notte fonda.
Oggi non si può più tenere una classe esageratamente numerosa. I vasi di coccio si sbriciolano in due mesi. E poi c´è qualche straniero che non capisce ancora perfettamente la lingua, qualche disabile che andrebbe seguito con più affetto, con più cura, e poi ci sono tutti gli altri che non ce la fanno proprio a stare sei ore ammucchiati in un´aula scrostata, stretta, soffocante. L´insegnante apre il libro, prova a spiegare la sua lezione, ma lo capisce subito che non ce la farà mai a tenere quelle energie unite e concentrate sulle sue parole. La voce si abbassa impercettibilmente, le frasi si accasciano a poco a poco. Ci vuole carisma, ci vuole fascino, bisogna essere degli ipnotizzatori: ma il prof-pastore sente che le trenta e passa pecore se ne vanno, che nessun fischio le può trattenere. E gli dispiace, perché la scuola è ancora un recinto sicuro, in posto caldo dove crescere: fuori per chi si allontana e si perde ci sono solo i lupi.

La Repubblica 04.09.10