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"Se si dimentica quanto costa al paese la disoccupazione", di Paolo Leon

Si può fare a meno di una politica industriale? La domanda non è retorica, perché in sede europea la politica industriale è, in realtà, proibita. A Bruxelles, da sempre, si identifica la politica industriale con pratiche protezioniste, che contrastano con i principi di concorrenza fondativi dei trattati comunitari. Naturalmente, il protezionismo riappare sempre sotto nuove forme in diversi settori e diversi paesi dell’Unione. Ad esempio, un paese come l’Inghilterra, che gode di un mercato finanziario molto sviluppato, tende a concentrare su di sé la massima quantità di scambi finanziari, proteggendo la propria specializzazione (acquistando, ad esempio, le borse di altri paesi). Oppure, grandi imprese pubbliche fingono di essere private, come l’Electricité de France, le Landesbank in Germania, l’Eni in Italia, realizzando formidabili protezioni entro i propri confini. La produzione militare è sempre stata protetta, perché anche nella Comunità europea le politiche nazionali di difesa hanno un trattamento particolare. Grandi conglomerate, non perseguite come forme monopolistiche da anti trust europeo o nazionale, concentrano nel paese di origine direzione e proprietà. In fondo, anche la differenziazione del prodotto, così comune tra noi,come il DOC,è una forma di protezionismo, tanto più forte quanto più il DOC si estende a quantità sempre più grandi (ma se la qualità non si mantiene, la protezione si diluisce). Quando, da noi, si invoca una politica industriale, si vuole affermare tutt’altra cosa. Qualche esempio può essere utile: la difesa dei posti di lavoro in imprese in crisi è una politica industriale, e non protezionistica,quando si fonda sull’ipotesi che l‘impresa chiuderebbe per difetto di management,di finanziamento o di proprietà; il sostegno alla ricerca e all’innovazione quando porta ad un miglioramento estensibile a tutto il mercato; lo stimolo allo sviluppo dell’impresa locale è politica industriale e non protezionistica se valorizza risorse non utilizzate; anche la politica che fa impresa con risorse e gestioni pubbliche non è protezionistica, se porta al successo l’impresa e alla sua cessione al mercato. La “green economy”, così popolare, è forse, oggi, la più grande politica industriale: e ha un significato così poco protezionistico, che la stessa Comunità europea, talvolta ipocriticamente, la raccomanda come strategia di sviluppo. È noto, ad esempio, che basterebbe qualche norma o legge che accelerasse l’obsolescenza di processi e prodotti nocivi all’ambiente, per generare domanda e produzioni sostenibili e non protezionistiche. Forse il criterio di fondo di una politica industriale è quello di suscitare nuove imprese e nuovi processi senza perciò ridurre fatturati e redditi in altre aree o settori dell’Unione europea. Vista in questo modo, la politica industriale non riguarda solo l’industria, ma si applica a qualsiasi settore, da quello agricolo e della pesca, a quello dei servizi e della finanza. Centrale è però, sempre, il ruolo pubblico: dello Stato centrale e delle Regioni. Il nostro paese non pratica da anni una politica industriale, nel senso appena indicato. Anche nella green economy, salvo incentivi all’automobile, peraltro poco green e molto aziendalisti, e a qualche forma di energia rinnovabile (con prodotti largamente acquistati all’estero), non si è costruita una politica di ampio respiro. Le priorità economiche in Italia sono più legate alla riduzione di deficit e debito pubblici che alla crescita di un Pil sostenibile, ed è bene ricordare che un miglioramento della finanza pubblica non implica affatto un Pil maggiore e maggiore occupazione, mentre preclude la possibilità di finanziare, appunto, la politica industriale. È probabile che non si persegua una politica industriale, specie in tempi di crisi come l’attuale, perché il suo maggior pregio, la riduzione della disoccupazione, non è considerato un beneficio economico: altrimenti il governo non si farebbe scudo degli ammortizzatori sociali, quasi ad esaurire le politiche industriali nelle politiche assistenziali. Queste sono importanti, ma costano di più di politiche industriali che aumentano i posti di lavoro. Non si ricorda quasi mai lo spreco della disoccupazione: tanta forza lavoro non utilizzata e, perciò, tanta impresa, tanto gettito fiscale, tanto benessere perduti: e quanti diritti indeboliti. Oggi stiamo vivendo una forte regressione sociale con la disoccupazione e l’inoccupazione, che colpisce da un lato le donne, spingendole (200.000 in un anno) a tornare nel tradizionale ruolo domestico, e dall’altro i giovani, chiudendoli nell’utero familiare, annullando anni di progresso civile. Siamo così lontani da considerare lo spreco di forza lavoro la più grave perdita economica, che le nostre statistiche non registrano il tasso di sottoccupazione – le ore di lavoro perdute – l’unica vera misura dello spreco. Abbiamo bisogno di una politica industriale non per acquistare prestigio in Europa e nel mondo, ma per valorizzare la ricchezza del nostro patrimonio lavorativo.

L’Unità 04.09.10

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Non si ferma la valanga della cig. Nei primi otto mesi più 60%

Nei primi otto mesi dell’anno sono state autorizzate 826,4 milioni di ore di cassa integrazione, con un aumentodel60,5%rispetto al periodo gennaio-agosto del 2009. Lo comunica l’Inps, sottolineando che quasi il 25% di questo totale è rappresentato dalla cassa integrazione in deroga (224,5 milioni), che lo scorso anno invece pesava per meno del 10% sul dato complessivo delle autorizzazioni. «Una vera e propria valanga che non accenna ad arrestarsi», commenta per la Cgil Fulvio Fammoni. «Se si considera che in tutto il 2009 le ore di cassa sono state in totale 914 milioni, si può dedurre che l’incremento a fine 2010, rispetto all’anno precedente, sarà impressionante, visto che il numero di ore autorizzate supererà di alcune centinaia di migliaia il miliardo di ore autorizzate». Nel mese di agosto,come prevedibile, le ore di cig diminuiscono (32,7%) rispetto a luglio, ma aumentano del 40,1% rispetto ad agosto 2009, passando dai 54,6 milioni a 76,6 milioni. Quasi la metà (35,5 milioni) delle ore richieste sono state in deroga (cigd), in crescita rispetto al mese di luglio (+5,8%). Cassa ordinaria (cigo) e straordinaria (cigs) di agosto sono invece in calo rispetto al mese precedente, rispettivamente -67,5% e -38,8%. Nel confronto con il 2009 si conferma la tendenza alla diminuzione in valore assoluto delle richieste di cigo, passate da 27,6 milioni dell’agosto 2009 ai 9 milioni di quest’anno (-67,3%), che portano le somme del periodo gennaio-agosto a 249,8 milioni di ore autorizzate contro i 349,8 milioni di ore dei primi otto mesi del 2009 (-28,6%). Per la cigs l’andamento è opposto: cresce sia il dato tendenziale del mese (+115%) sia quello del periodo (+203,4%).
DISOCCUPAZIONE Un altro segnale allarmante riguarda l’andamento delle domande di disoccupazione, che a luglio registra una diminuzione tendenziale del 9,9% rispetto al luglio 2009, ma una crescita congiunturale, passando dalle 83mila di giugno a 152mila. L’Inps sottolinea che il dato mese su mese è dovuto «all’effetto stagionale delle iscrizioni nelle liste dei precari della scuola ». Calano invece le domande di mobilità sia su base mensile che annuale: a luglio sono state 6.500 contro le 7.200 di giugno e contro le 8.900 del luglio 2009.

L’Unità 04.09.10

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“Allarme cassa integrazione in 8 mesi boom del 60%”, di Valentina Conte

Crescita forte dei sussidi in deroga che sono quasi triplicati in un mese. Un miliardo di ore di cassa integrazione. È lo spaventoso record verso cui si avviano i lavoratori italiani ancora immersi nella crisi. Solo ipotizzato, per ora. Eppure, accostati i dati 2009 (914 milioni di ore autorizzate) a quelli dei primi otto mesi del 2010 (già a 826,4 milioni di ore), il triste traguardo sembra a un passo. E potrebbe essere addirittura superato, al ritmo attuale di 100 milioni di ore al mese.
Da gennaio ad agosto, comunica l´Inps, il ricorso alla cassa si è impennato del 60,5% rispetto ai primi otto mesi del 2009. E se il dato mese su mese consola (-32,7% ad agosto rispetto a luglio), «in linea con l´andamento stagionale», non così quello rispetto all´agosto 2009 (+40%). «In agosto si rafforza una tendenza che notiamo da quasi un anno», spiega Antonio Mastrapasqua, presidente Inps. «L´incremento è quasi tutto attribuibile alla cassa integrazione in deroga, quindi a un allargamento della platea dei beneficiari, che prima del 2009 non potevano accedere all´ammortizzatore sociale». Così, su 76,6 milioni di ore autorizzate ad agosto, quelle richieste in deroga pesano quasi per la metà (35,5 ore), da un quinto dell´anno passato. Mentre la cig ordinaria crolla del 67,3% (agosto su agosto) e del 28,6% nei primi otto mesi, la cig straordinaria mette il turbo: +115% rispetto a luglio, +203,4% rispetto ad agosto 2009.
«Una vera e propria valanga», commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil. «È vero che la tantissima cassa in deroga testimonia la gravità della situazione nelle piccole imprese italiane, ma è anche vero che si tratta di una misura attivata da molte altre aziende, anche grandi, che hanno esaurito i periodi di cassa ordinaria e straordinaria».
La cig ordinaria, difatti, non può superare le 52 settimane. Motivo per cui le aziende con più di 15 dipendenti ricorrono poi alla straordinaria. Ma il vero e proprio boom, registrato dall´Inps, della cassa in deroga, finanziata dalle Regioni e ora in bilico dopo i tagli della manovra agli enti locali, spiega più di ogni altro dato la situazione italiana. Pensata come strumento per i settori esclusi dalle altre misure – come l´edilizia, il commercio, la piccola industria meccanica – e per le pmi, la cig in deroga è l´unico strumento esteso recentemente, causa crisi, anche ai precari.
«Gli ultimi dati dimostrano proprio questo: sono i precari a pagare di più la crisi», commenta Nazzareno Mollicone, segretario confederale Ugl. «La cig in deroga non solo è opportuna, ma deve essere confermata e rinnovata pure nei prossimi mesi». In linea anche la Cisl. «È la riprova che il nostro mercato del lavoro fatica ad agganciare la crisi», ammette il segretario confederale Giorgio Santini, auspicando una declinazione a breve del nuovo Piano triennale del lavoro.

La Repubblica 04.09.10

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“Crisi. Altro che ripresa! L’unico settore che tira è quello della Cassa Integrazione”, di Amerigo Rivieccio

Le ore di cassa integrazione autorizzate per il mese di agosto sono cresciute complessivamente del 40,5% rispetto allo stesso mese di un anno fa passando da 54,6 milioni a 76,6 milioni di ore.
A sostenere il dato l’andamento della cassa in deroga, che risulta pressoché triplicata essendo passata dai 12,1 milioni di ore di agosto 2009 ai 35,5 milioni dell’agosto di quest’anno. A comunicarlo è l’Inps che in un comunicato diffuso oggi ha reso pubblici i dati sull’andamento della Cig in questo scorcio di 2010. Apprendiamo così che in totale, nei primi otto mesi del 2010, sono state autorizzate ben 826,4 milioni di ore di cig con un incremento fortissimo rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente (+60,5% rispetto a gennaio-agosto del 2009), con la componente rappresentata dalla cig in deroga che raggiunge quasi il 25% del totale con 224,5 milioni di ore e che lo scorso anno pesava invece per meno del 10% sul totale.Come tutti gli anni anche nel corso del 2010 le richieste di cig si sono ridotte rispetto al mese di luglio in conseguenza, come spiega l’Inps, della stagionalita’ delle attivita’ economiche .

In particolare per il mese di agosto 2010 sono state complessivamente autorizzate 76,6 milioni di ore di cig: quasi la meta’ (35,5 milioni) sono state quelle richieste in deroga (cigd), che crescono rispetto al mese di luglio (+5,8%). Si è quindi avuta una crescita di oltre il 40 %.rispetto al dato dell’agosto 2009 quando si erano registrate 54,6 milioni di ore complessive di cig.

E mentre da Seul il governatore della Banca di Italia, Mario Draghi, impegnato in una riunione del Financial Stability Board di cui è Presidente, annuncia con un certo ottimismo che la “ripresa si sta allargando, in Germania consumi e investimenti stanno crescendo.” annunciando che “la ripresa viene dalla Germania e si sta diffondendo nel resto d’Europa” i sindacati italiani sono preoccupati da dati così neri.

Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil dichiara, anche in relazione all’invito lanciato dal Presidente Napolitano a contrastare la disoccupazione giovanile, “Ancora una volta Napolitano richiama la centralità del lavoro, dello sviluppo, e delle politiche industriali del nostro paese. Nella situazione di crisi attuale, all`indomani dei dati sull`occupazione che dipingono una situazione molto grave, il presidente della Repubblica manda un monito al quale non si può sfuggire. Questa deve essere la priorità di tutti”.
Fammoni ha poi proseguito sollecitando il Governo ad “intervenire sulla cassa integrazione e dare certezze per il 2011. Si deve prolungare il periodo dell`indennità di disoccupazione. E` necessario trovare una soluzione per tutti quei giovani che sono esclusi dagli ammortizzatori sociali. Abbiamo sempre detto che la manovra economica non avrebbe risolto i problemi del paese e avrebbe avuto un effetto di carattere depressivo. Mi sembra che i dati confermino queste previsioni. Abbiamo bisogno di non perdere lavoro e di non chiudere imprese. Vanno tutelati i lavoratori e allo stesso tempo va rilanciato lo sviluppo. Nei due casi le chiavi principali d`azione sono in mano al governo. Uno degli strumenti fondamentali è quello del fisco, come elemento di sviluppo per far ripartire i consumi e quindi la produzione”.
Il segretario confederale della CGIL, ricordando i recenti dati sulla disoccupazione giovanile, che è al 26,8 per cento, e sulla quota di cittadini inattivi, ovvero esclusi dai processi formativi e che hanno ormai rinunciato a cercare lavoro che ha fatto segnare il 37,8 per cento, ha poi concluso che : “Non è vero che stiamo meglio di altri paesi europei, come dice il ministro del Lavoro – serve soltanto a giustificare quello che non viene fatto. In Italia abbiamo un tasso di occupazione più basso di dieci punti rispetto al resto d`Europa. Ci sono gli inattivi, persone che smettono di cercare lavoro perché scoraggiate, che continuano ad aumentare. Abbiamo il tasso più alto d`Europa di disoccupazione giovanile: non solo un giovane su quattro non lavora, ma quelli che lavorano sono quasi tutti precari, con stipendi bassi e nessuna tutela”.

www.dazebao.org

Donne e lavoro nella realtà

Roberta Agostini, Susanna Camusso, e Alessia Zaninello, dibattono dal palco della Festa Democratica nazionale di Torino sul ruolo e sulle possibilità della donna nella politica e nella società italiana.
Il dibattito si è aperto ricordando il dramma di Sakineh, la donna iraniana condannata a lapidazione per ‘presunto adulterio’, dal tribunale di Teheran. Roberta Agostini, Responsabile Salute e Conferenza delle donne della Segreteria nazionale del Pd, ha ribadito che “il Partito Democratico sostiene l’appello contro questa atrocità, in favore di una donna che è punita per una libera scelta di vita”.

La Agostini ha sottolineato l’impegno del Pd per le donne. La Conferenza delle donne prevista dallo Statuto del Pd, è tra gli organismi più importanti del partito e sia nella Segreteria, sia nella Direzione, le donne sono presenti al 50%. “La Conferenza delle donne – ha detto – è il luogo dove si costruiscono campagne per promuovere il ruolo delle donne nella società e nella politica”.

Parlando della crisi economica, Roberta Agostini ha evidenziato “come la disoccupazione femminile continui a scendere, infatti l’Istat ci ha restituito dati allarmanti su questo tema, l’Italia è il penultimo Paese in Europa in quanto a disoccupazione femminile”. “Dove le donne lavorano di più c’è maggiore benessere in un Paese – ha ribadito l’esponente Pd – e in Italia la crisi del lavoro riguarda maggiormente proprio i comparti dove le donne sono impiegate di più: la scuola e il sociale”.

Alessia Zaninello, Presidente nazionale CID e CNA, ha evidenziato l’incoerenza della situazione italiana nel comparto lavorativo dell’imprenditoria femminile. “Quando le donne sono a capo di una impresa è dimostrato che produco più degli uomini, a parità di fattori, ma ancora purtroppo sono troppo poche”, ha dichiarato. La Zaniello ha poi sottolineato il vuoto legislativo in questo settore: “Mancano riferimenti nuovi e moderni per promuovere le donne nelle imprese, inoltre le donne hanno meno aiuti che in passato in famiglia, in quanto spesso per fare carriera diventano mamme a 40 anni e non sono tutelate e devono risolvere sulla propria pelle le carenze dello stato”.

Susanna Camusso della Segreteria Confederale CGIL, ha evidenziato le tematiche sociologiche alla base della scarsa considerazione della donna nel lavoro. “Si stanno sfaldando i diritti fondamentali nel nostro Paese e c’è un attacco al lavoro femminile che è spaventoso. Il governo ad esempio ha deciso di tagliare i fondi all’istruzione e così facendo ha colpito le donne in 3 modi: minore occupazione; riducendo il tempo pieno e la didattica per i bambini, la donna è costretta a lavorare meno; le giovani donne che investono nella propria istruzione sono svantaggiate in questo momento in cui l’offerta formativa è elitaria e carente”.

La Camusso ha ribadito come ci sia una profonda regressione culturale nel nostro Paese. “C’è una regressione – ha detto – si sta tornando ad una ‘logica familista’, alla base della quale c’è un patto sociale tacito secondo cui la donna porta avanti la famiglia e l’uomo lavora”. “D’altronde- ha aggiunto Susanna Camusso – quando ci si sottrae alla legge, non si possono dare garanzie legislative” riferendosi al premier. “Quando si ha un atteggiamento cinico, pensando di risparmiare tagliando i fondi ai disabili ad esempio, significa che c’è un problema di cultura nel nostro Paese, dimostrato dal fatto che non esiste ad esempio la paternità obbligatoria”.

Secondo la Camusso dunque “la condizione della donna è il metro di una società”. “Il femminismo – ha aggiunto – è stata la più grande rivoluzione pacifica degli anni recenti, ma poi noi donne ci siamo fermate ed abbiamo subito il modello maschile”. “Dobbiamo trovare un modello femminile di lavoro da seguire e far rispettare”, ha concluso la sindacalista fra glia applausi.

“Il Partito Democratico ha presentato molti emendamenti alla manovra economica, per risollevare il ruolo della donna – ha precisato la Agostini – anche perché in determinate carriere come ad esempio quella universitaria o ospedaliera, la donna è svantaggiata e no riesce ad emergere”.

Roberta Agostini ha concluso il dibattito sottolineando come “bisogna ripartire dai bisogni delle famiglie e della donna, proprio ciò che il Pd promuove con le proprie politiche sociali, per poter guardare ad un futuro più proficuo”.

www.partitodemocratico.it

"Il diritto all’istruzione e la Costituzione. Genitori-cittadini, è l’ora della sveglia", di Marina Boscaino

Classi come nuovi ghetti e il più grande licenziamento del settore: ecco l’esito della “riforma”. Dico a voi, genitori, nonni, zii, ragazzi. Cittadini. Lo so, la lettera è “vetero”, come ci hanno fatto credere di idee, principi, valori su cui vorrei riflettere. Svenduti dall’aggressività neoliberista e dal macabro progetto culturale di chi ci governa: come la lettera, roba d’altri tempi. Comodo per plasmare menti e coscienze al pensiero unico: sbarazzare il campo da ogni ostacolo. E far pensare che alcune radici della Repubblica puzzinodi stantio. La Costituzione, ad esempio. Che va invece tutelata da retorico buonismo, inerzia e manipolazione, rivendicando, con orgoglio e passione, il mandato attribuito a noi insegnanti dalla Carta: formare cittadini consapevoli. È sempre più difficile, da questo non-luogo a cui hanno ridotto la scuola. Fuori dai cancelli, i ragazzi si trovano in un mondo che li sollecita esattamente nella direzione opposta: il re per una notte, il tronista, il famoso, lo spiato che ammicca alla telecamera. Maschere (tragiche) dell’ossessione collettiva, prese in prestito dalla videocrazia per sostanziare la realtà.
La scuola è di tutti, ci hanno insegnato. Scuola, sanità e giustizia: ce l’hanno ripetuto. Allora perché in prima pagina solo a colpi di precari in mutande sui tetti o in sciopero della fame? Perché non bastano la disillusione, la sfiducia nelle istituzioni e nel futuro di tanti quarantenni ai quali un ministro si può permettere di dire: solidarietà, ma voi pagate per tutti? Pagate il conto al sistema che vi ha creato e sfruttato per anni. Io, intanto, appoggio Marchionne. E dismetto qualsiasi responsabilità rispetto all’illegittimità delle procedure che stiamo assumendo e alla crisi sociale innescata dal più grande licenziamento di massa della storia della scuola. Parole in libertà, suggestive e mediaticamente efficaci, per solleticare il bisogno di certezze di chi si è smarrito. O non si è mai trovato. Alle quali non corrisponde in nessun modo alcuna realtà. Parla rivolgendosi a voi, audience, che fate share. A molti di noi non si rivolge più, se non per bacchettarci, darci dei fannulloni, degli incompetenti, degli assenteisti; minacciarci, se “facciamo politica”: TremonBrunetta-pilotata, come la giovane Ambra da Boncompagni. Non produce pensiero originale, questo ministro della Repubblica. I suoi slogan sono sintesi market oriented di ciò che hanno deciso altrove. Lei ha il compito di metterci la faccia.
E lo fa in maniera impudica, perché inconsapevole: millantando potenziamenti di materie in una scuola superiore in cui si taglia tutto, dagli orari alla carta igienica; di legalità, mentre viola norme democratiche per portare a casa la “riforma” (il taglio di 8 miliardi) che il ministro dell’Economia le ha commissionato; di diritti, costringendo bambini e ragazzi in scuole non bonificate da Eternit, in cui vengono stipate aule a dispetto di qualsiasi norma di sicurezza, in cui viene calpestata, elusa, umiliata la legge per il sostegno alla diversabilità, che tutta l’Europa ci invidia. Ma di cui incultura politica e insensibilità sociale sviliscono la portata. Vi parla di uguaglianza, restaurando una scuola di classe, che divarichi destini e immobilizzi origini sociali. Creando ghetti sempre più segregati, per i figli di un dio minore: di colore, di religione, di nascita differenti dai futuri quadri, immaginati in un triste progetto di società; non troppo colti, purché provvisti di potere d’acquisto, consumatori acritici, prodotto della dismissione della grande idea di una scuola inclusiva ed emancipante che ha animato le intenzioni dei costituenti.
D’accordo, potrebbe non toccare ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai nostri alunni: noi saremo abbastanza forti da tutelarli. Ma ai miei Lorenzo e Margherita, che iniziano rispettivamente la scuola secondaria di II e di I grado proprio nell’anno 0 della “riforma epocale” e a tutti i miei alunni, anche i meno sensibili, non mi stancherò di cercare di far capire che la democrazia si basa sulla difesa dei diritti collettivi e dell’interesse generale. E che il privilegio di una buona partenza non esenta dal dovere della partecipazione e dalla testimonianza dell’indignazione. Perché silenzio è uguale a morte.

Il Fatto quotidiano 03.09.10

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“Forse c’è un’altra strada” di Michele Boldrin

La nuova sceneggiata è servita. Da un lato i precari della scuola che fanno lo sciopero della fame e un sindacato che vuole solo mantenere lo status quo. Dall’altra un ministro che si vanta dei propri tagli senza capire (i suoi consiglieri non gliel’hanno evidentemente spiegato) che il problema è come è organizzata e gestita la scuola italiana. In mezzo i media che, anziché documentare le colpe d’una parte e dell’altra (e la necessità di una svolta), alimentano la polemica. Ulteriore fotografia, se ce ne fosse bisogno, di una classe dirigente uniformemente inetta.
È chiaro a chiunque non abbia fette di salame ideologico sugli occhi che l’ennesima apertura caotica dell’anno scolastico è il frutto di scelte miopi e accomodanti di questo governo e di molti che l’hanno preceduto. Oltre che di politiche sindacali improntate al più bieco corporativismo e alla massimizzazione della spesa, invece che alla sua efficienza e produttività. Così come è chiaro (fuorché alla Gelmini e a Tremonti) che la soluzione non consiste in miopi tagli orizzontali, ed è chiaro (fuorché ai sindacati) anche che non è spendere di più e impedire i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro.
Eppure, se l’obiettivo fosse far funzionare meglio la scuola italiana, il problema si potrebbe risolvere. Ecco gli ingredienti in ordine sparso. Decentralizzare per davvero le decisioni di assunzione e impiego del personale lasciando completa autonomia contrattuale ai provveditorati. Trasformare ogni scuola in una cooperativa d’insegnanti a cui lo Stato dà in concessione a tempo indeterminato (a un prezzo che copra l’ammortamento) le strutture fisiche. Chi assumere (e a che condizioni), chi promuovere, premiare o licenziare, lo decide la cooperativa. O, al massimo, il provveditore. E che il migliore, se vuole, venda i propri servizi a un prezzo (regolato) maggiore. Gli insegnanti di qualità costano, come i luminari della medicina.
E i soldi? Buoni scuola uguali per tutti gli studenti, finanziati con le imposte e spendibili nella scuola di propria scelta. Ciò che conta è il finanziamento pubblico dell’istruzione, fattore di progresso economico e uguaglianza sociale, non la sua gestione diretta. Che, come l’esperienza dimostra, porta spesso a inefficienze e assurdità. E i programmi? E la qualità dell’insegnamento? Ci pensa il ministero. Programmi minimi e uniformi a livello nazionale, con aggiunte volontarie locali e qualità dell’insegnamento testata con esami nazionali (basta con regioni dove le lodi si regalano). A questo si dovrebbe dedicare il ministero che, con questa riforma federalista, si svuoterebbe di migliaia di inutili funzionari, liberando risorse per chi l’insegnamento lo produce davvero. Ossia gli insegnanti capaci e volenterosi, in collaborazione con alunni e famiglie.
*Washington University in Saint Louis

Il Fatto Quotidiano 03.09.10

Se ci tagliano l'informazione ci rubano la libertà

“La decisione più politica che possa esser presa è dove dirigere gli occhi della gente”*
Si può riassumere con questa frase di Wim Wenders, la lezione di Michele Santoro sull’informazione, tenuta sia alla Festa Democratica nazionale di Torino.
Conflitto d’interesse, dignità del lavoro e il compito dell’opposizione di disegnare un nuovo progetto per il paese. La riflessione di Santoro si snoda tra questi temi.
“Bersani dice di sentire puzza di fogna. La puzza che sente è il conflitto d’interessi”.

Ci si deve chiedere perché ci si preoccupa della “moglie di Cesare”, andando a scavare nelle vicende della coppia Fini-Tulliani ma, al tempo stesso, non ci si chiede come mai i circoli della libertà sono nati a Milano e Palermo “in palazzi e situazioni di persone contigue alla mafia?”, perché il Corriere si scandalizza se Dell’Utri viene contestato sul Lago di Como e non lo fa con la stessa forza e la stessa decisione la stessa persona, con 2 condanne alle spalle, per mafia, resta in Senato e dice “meglio essere definito mafioso che cornuto, con un linguaggio più simile a quello di Riina che a quello di un Senatore della Repubblica italiana.”

Perché queste domande non trovano spazio in Tv, sui giornali? Perché il potere economico, mediatico e politico è in mano ad una persona sola.
Ma il conflitto d’interessi in Italia non può essere addebitato al Presidente del Consiglio. È una malattia del nostro sistema, una malattia che coinvolge tutti. “Per guarire- dice Santoro – dobbiamo pretendere che prima di tutto chi si oppone al presidente del consiglio sappia rinunciare al suo conflitto d’interessi.”

“Io sono un paradosso pazzesco” dice il conduttore “Come è possibile che io debba avere un dialogo con il mio direttore generale sul perché dobbiamo rifare ‘Annozero’ un programma che ha avuto il doppio degli ascoltatori della rete su cui è collocato e che ha guadagnato grazie alla pubblicità il doppio di quello che costa e che quindi viene prodotto senza sfruttare un euro del canone?”.

Una domanda del genere significa mancare di rispetto alla mia dignità e a quella della mia redazione, come lavoratori. Sottolinea che lui e i suoi collaboratori, stanno portando avanti una battaglia per la libertà e la dignità del lavoro. Un principio fondamentale che la nostra società deve recuperare e porre nuovamente al suo fondamento, perché: “non ci può essere libertà se non c’è rispetto per i lavoratori. Nel nostro paese la dignità e il riconoscimento del lavoro sono scomparsi dal centro della scena”.

Questa mancanza di rispetto finisce per impedire la nascita di quella comunità che Sergio Marchionne invoca, perché una comunità non si identifica soltanto con chi fa profitti. Il lavoratore deve pensare che oltre alla giusta paga riceve anche la prospettiva di un futuro migliore, quello che si lascia ai propri figli. “Altrimenti non è lavoro, ma sfruttamento”.

La Costituzione nasce dal bisogno del popolo di mettere un freno al sovrano. Ma quello in cui viviamo oggi è l’assurdo del sovrano che vorrebbe venire in casa nostra a dirci cosa dobbiamo e cosa non possiamo vedere nel nostro salotto.
L’informazione, è una parte importante del nostro spazio pubblico, e quando ce ne tolgono un pezzo, quando restringono il nostro campo di scelta, rubano qualcosa che appartiene a tutti, ci stanno togliendo un pezzo della nostra libertà, ci stanno togliendo la nostra democrazia.
Per far comprendere l’importanza dell’informazione cita il caso della guerra in Iraq, un conflitto che dura da più tempo della II guerra mondiale, eppure noi non sappiamo che è ancora in corso e quando finirà. Perché non ci sono più le telecamere a raccontare e tg che trasmettano quelle immagini.

Durante la Prima Repubblica la tv è cresciuta, si è moltiplicata e anche il Berlusconi televisivo ha contribuito a questo arricchimento. La società si è arricchita di punti di vista e un pezzo di cultura era in cammino grazie e Rai3.
Poi si decise che si dovevano appianare le diversità tra il mondo della Rai e quello Mediaset e ci si è avviati verso la omologazione, verso il “Mc Donald televisivo. Dove tutto è uguale, tutto è semplicistico”.
Il difetto del centro sinistra nel suo essere opposizione e quelle poche volte che ha governato, è stata la mancanza di coraggio nel puntare sul disordine creativo. “Si sono comportati come il grande gourmet, che detesta Mc Donald, ma alla fine pensa che tutto sommato la massa si merita Mc Donald”

C’è un solo modo per permettere all’informazione, al pluralismo vero, di tornare a essere il protagonista in tv e garantire a tutti di essere rappresentati e di vedere ciò che si preferisce, di trovare nell’offerta televisiva la risposta al proprio bisogno. Per questo non p possibile pensare che si metta in dubbio la messa in onda di un programma visto da 6 milioni di persone, che con la raccolta pubblicitaria incassa il doppio di quanto costa e che, quindi, non utilizza un euro del canone.

Al Pd dice: “Battetevi in Parlamento per i problemi che riguardano i diritti di libertà, che non sono negoziabili. E la gente come noi vi darà una mano.E soprattutto lasciate libera la Rai”.
Si deve creare un meccanismo democratico che riconsegni alla base l’opportunità di selezionare non solo le persone, ma le idee, i contenuti.

In chiusura dal pubblico chiedono a Santoro che ne sarà della sua trasmissione. Il conduttore risponde che il suo contratto prevede che la Rai gli faccia condurre un programma “alla Santoro” e questo programma non può che essere Anno Zero. “E se ce lo impediranno, abbiamo dimostrato già, con Rai per una Notte, di essere in grado, attraverso la rete, di andare comunque in onda e di fare il nostro mestiere. Fosse l’ultima trasmissione che faccio, farò Anno Zero”.

Fra.Mino.

www.partitodemocratico.it

Grazie Presidente

Sentiamoci pronti a fare qualcosa per questa patria che ci chiede libertà, lavoro, giustizia e pace. Coraggio, ve lo dico io che ho passato da 2 anni i 90. Questa Costituzione chiede di essere amata, conosciuta e aggiornata bene. Non perdete la speranza. Auguri e tanta pazienza, tanta pazienza ma viva. Viva”. Oscar Luigi Scalfaro alla Festa Democratica in una splendida lezione di amore e orgoglio per l’Italia.
Sono venuto qui volentieri. Sarà un antica tradizione, forse pensieri superati, ma non per una persona di 90 anni: chi è stato il Presidente del Consiglio non si sottrae mai dalla vita politica e a dare qualche consiglio”. Questo è solo uno stralcio dell’applaudito intervento del Presidente Oscar Luigi Scalfaro oggi alla Festa nazionale del Pd. Una vera lezione di politica e d’amore per l’Italia e per la sua Costituzione, conclusa con una vera ovazione da parte del pubblico quando il presidente ha salutato tutti con l’augurio che “questa Costituzione chiede di essere amata, conosciuta e aggiornata bene”.

Intervistato da Guido Dell’Aquila, vice direttore di Rai3, Scalfaro più di una volta ha ricordato l’importanza della Costituzione italiana difesa con i denti dai tentativi di “stravolgimento”. “Il voto del giugno 2006 – quando ci fu il referendum per cambiare la carta costituzionale – fu commovente. Il 60% degli italiani al voto disse NO allo stravolgimento della Costituzione. Una maggioranza strepitosa se si pensa che il 90% dei votanti non era ancora nato quando fu promulgata la Costituzione o non aveva l’età per partecipare attivamente nella politica. Milioni di cittadini hanno detto che la Costituzione va bene così come è. Un vero nuovo battesimo. Purtroppo alla vittoria non seguì nessuna legge che sarebbe servita oggi per evitare nuovi attacchi. Ancora oggi devo dire grazie a Piero Fassino per il suo apporto solenne ma non tutti nel centrosinistra speravano nello stesso esito. Il danno maggiore fu che la vittoria non venne celebrata: azioni che ancora oggi hanno conseguenze e pentirsene è fuori orario”.

Il presidente emerito ha quindi ricordato momenti salienti del suo rapporto con Berlusconi, presidente del Consiglio e l’errore commesso sul conflitto di interessi. “Fu una mancanza grave non risolvere il problema appena nato”. Quindi ha raccontato di come giurò a sé stesso che non avrebbe mai firmato sulla Costituzione la scelta dell’avvocato di Berlusconi nella carica di ministro della Giustizia. “Non dissi una parola quando mi propose il nome, ma i miei occhi parlarono molto chiaramente. Del resto non c’è nessuna legge che lo impedisce perché ci sono alcune cose di cui non c’è il bisogno di scriverle. Il nome che hai fatto su questo tavolo non passerà mai. Certo non avevo questo potere, mi affidai a Dio e mi dissi, io la firma non la metto. Non era una questione di nome ma di principio: Berlusconi non si interessava della garanzia del popolo italiano ma di dare garanzie a sé stesso”.

Altrettanto duro è stato il giudizio sul processo breve che il governo vuole porre tra le priorità alla ripresa della politica italiana dopo-agosto. “Che sotto il processo breve ci siano interessi personali del presidente del Consiglio è fuori dalla nettezza urbana. Una Costituzione che mette sotto i piedi l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge – ha aggiunto Scalfaro – non è la Costituzione di un paese democratico”.

Scalfaro, in veste di magistrato, non ha mancato di dare una bacchettata anche a quella parte della magistratura che continua a violare il silenzio istruttorio. “Il segreto – ha detto il presidente – viene violato solo da chi lo conosce. I magistrati dovrebbero avere il coraggio di denunciare qualche collega che si comporta in maniera inaccettabile”.

Non meno duro il giudizio su “chi aspetta senza fare nulla” nella crisi interna al centrodestra tra Fini e Berlusconi. “In un partito dove c’è un capo padrone, le persone sono dei dipendenti. Non si può discutere. È un problema di spina dorsale di chi aspetta senza fare nulla in attesa di sapere chi vincerà”.

“Questa è l’epoca più triste da quando sono in politica: i valori sono stati annientati, il tarlo è entrato in questa tavola incantevole che è la Costituzione”. È il grido d’allarme lanciato da Oscar Luigi Scalfaro, al termine del suo intervento alla Festa Democratica di Torino. Tenendo nella mano destra una copia della Costituzione, ha salutato la platea al grido di “sentiamoci pronti a fare qualcosa per questa patria che ci chiede libertà, lavoro, giustizia e pace. Coraggio, ve lo dico io che ho passato da 2 anni i 90; coraggio di presenza, coraggio di sacrificiio, coraggio di amore. la Costituzione si può cambiare ma solo con una maggioranza dell’80%, più grande di quella prevista dalla stessa carta costituzionale. Non perdete la speranza. Auguri e tanta pazienza, tanta pazienza ma viva. viva”.

Andrea Draghetti

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"I numeri del Ministro Gelmini", di Manuela Ghizzoni

Nella conferenza stampa di avvio dell’anno scolastico (che consiglio vivamente di riproporre nelle prossime settimane affinché le affermazioni del Ministro non siano velocemente dimenticate), in una atmosfera di surreale estraneità rispetto alla drammatica situazione in cui è stata trascinata la nostra scuola pubblica, il Ministro Gelmini ha potuto propinare le “sue” verità sugli effetti dei provvedimenti assunti nel corso dei due anni trascorsi dal suo insediamento.
La sceneggiata dell’arroganza del potere, sostenuta dalle menzogne, merita repliche puntuali e documentate che il Partito Democratico fornirà nel corso della mobilitazione delle prossime settimane scuola per scuola, come ha preannunciato il segretario Bersani.
Oggi mi limito a commentare alcune fantastiche affermazioni del Ministro.

Il tempo pieno
Il tempo pieno (ma sarebbe più corretto chiamarlo tempo a 40 ore, poiché l’assenza delle compresenza ne ha mutato il modello didattico) è aumentato nel biennio 2009-11 in virtù dell’introduzione del maestro unico e dell’abolizione delle compresenze. Secondo le fonti ministeriali, l’aumento coinvolgerebbe il 29% delle classi (nel 2008-09 era il 26,9%) A maggio un comunicato ministeriale parlava di 37.275 classi a tempo pieno, però in Parlamento il ministero ha rifiutato di comunicare che fine avessero fatto nell’a.s. 2009-2010 quel 20,2% di classi funzionanti con un orario fra le 31 e le 39 ore settimanali. Si tratta di quasi 500 mila studenti che sono stati privati dell’orario lungo e nelle maggior parte anche del tempo mensa per con la soppressione dei team. E’ evidente che di fronte a tale attacco della qualità delle scuole, non ha alcun senso esaltare l’aumento di 877 classi a 40 ore (attenzione, non di prime classi ma di classi dalla prima alla quinta) ottenuti a scapito delle compresenze e del modulo.

La spesa per il personale
Nonostante dati internazionali e fonti ministeriale affermino il contrario, il Ministro continua a propinare un dato: il 97% della spesa pubblica per l’istruzione è destinato al pagamento degli stipendi. Ella continua tenacemente ad ignorare che la spesa per il personale del MIUR supera di poco l’80% e che la spesa pubblica per l’istruzione non è solo quella erogata dal ministero, poiché anche le regioni e gli enti locali contribuiscono con risorse proprie. Pertanto, la percentuale della spesa per gli stipendi calcolata, come fa l’OCSE, sul totale della spesa pubblica si attesta di poco al di sopra del 60%, in linea con la media dei paesi OCSE. In ogni caso, quel che il Ministro non vuole capire, è che se si tagliano gli organici e non si incrementano i fondi per l’istruzione, la percentuale della spesa del Ministero per retribuzioni non varia! E il Ministro deve pure rendersi conto che il 30% delle risorse “razionalizzate” con i tagli della Legge 133/2008, destinato agli scatti o al merito (staremo a vedere…), si colloca sempre e comunque, non nel 3%, ma nel 97% del bilancio MIUR così malamente evocati. Se va in televisione sostenere il contrario, prima o poi se ne accorgerà anche qualcuno dei giornalisti chiamato a porle le domande di attualità…

Il Precariato
Così pure l’analisi sulla natura e genesi del fenomeno del precariato è puramente di comodo perché ignora che i posti vacanti e disponibili su cui nominare i docenti e il personale ATA non di ruolo ci sono (le immissioni di queste settimane coprono il 10% delle disponibilità) e se non vengono coperti è per risparmiare sul bilancio dello Stato. Invocare poi la cifra dei 200mila docenti precari come uno spauracchio, per convincere chi la ascolta che nessun sforzo, nemmeno titanico, potrebbe sistemare una situazione così grave (o meglio: se si fosse proseguito il piano di immissioni di 150.000 docenti previsto dal Governo Prodi la sacca di precariato si sarebbe enormemente sgonfiata), è operazione da furbesca retorica, che tuttavia non la esime dal dare risposta a coloro i quali dall’anno scorso non hanno più ottenuto incarichi. Parlo dei precari che erano in servizio due anni fa e che sono stati sbattuti sulla strada dalla cancellazione dei 67mila posti di docente operata dal 2009. Ancora, il Ministro non vuole intendere che con i 42mila pensionamenti ci sono stati comunque 67mila stipendi in meno. Si rilegga l’ultima relazione della Corte dei Conti!

Scatti stipendiali
Non è vero infine che sono stati salvati, unica categoria del pubblico impiego, gli scatti periodici di stipendi. Se mai è vero il contrario: quella della scuola è l’unica categoria che si è vista cancellare permanentemente tre anni di carriera e gli scatti, che saranno retribuiti con una parte delle risorse del 30% inizialmente destinate al “merito”, non pongono rimedio a tale vulnus, che si è voluto predisposrre per cancellare nel futuro la carriera economica.

Per l’edilizia scolastica nazionale il Ministro ha riportato un numero che impressiona: 1 miliardo. A ben vedere, si tratta però di 1 miliardo sottratto dal CIPE all’ammontare dei fondi FAS (Fondi Aree sottoutilizzate) già destinati al MIUR per le esigenze didattiche, educative e di edilizia delle regioni meridionali (tolgo al Sud per le scuole del Nord…). Ha inoltre dimenticato di dire che ad oggi, di quella cifra, non è stato impegnato, o meglio, cantierizzato un solo euro.

"Questione di classe", di Chiara Valerio

«Se si vuole far passare l’idea che 200mila precari sono frutto della Finanziaria e dell’azione del governo Berlusconi, allora non sono disponibile». Nessuna persona di vago senso comune, categoria alla quale io credo appartenga il Ministro Gelmini, può esserlo. Tuttavia, nessuna persona di vago senso comune può sostenere che i 200mila precari rappresentino o lo scarto spontaneo delle interazioni tra tentativi di riforma dell’istruzione pubblica, crisi economica e mercato del lavoro o marionette agitate da una forza politica forse trascendente, e di certo cospiratoria. I precari sono cittadini, sono elettori, hanno inclinazioni politiche, religiose e sessuali, hanno doveri e diritti, hanno condiviso, con il Ministro Gelmini e con i componenti dell’attuale Governo, l’esperienza di andare a scuola e dunque dell’accesso all’istruzione e alla conoscenza, e possono diventare protagonisti di un cambiamento sociale. La protesta dei precari, degli insegnanti di ruolo, del personale scolastico, degli studenti rende manifesto che il problema politico sotteso al problema economico sociale, è la gestione della conoscenza in quanto risorsa e ricchezza, in quanto bene collettivo potente e condizionante lo sviluppo di una società. Proprio per questo, amministrare questa ricchezza-risorsa, impone la definizione di un quadro politico, prima che economico («i numeri sono numeri, io mi limito a citarli»). L’articolo 34 della nostra Costituzione recita «La scuola è aperta a tutti. (…) I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi». Penso dunque che quest’orizzonte “costituzionale”, che ha come obiettivo la ridistribuzione delle ricchezze, e come fine la massima estensione delle conoscenze condizionanti lo sviluppo sociale, sia evidentemente un orizzonte di tipo socialista e democratico, e sia dunque, evidentemente un orizzonte politico non appartenente al Governo in carica. Raggiungerlo, definirlo, intuirlo passa tuttavia, per le forze di sinistra e di prospettiva, attraverso un rigore selettivo che potrebbe apparire, in abbrivo, non coerente. Gli insegnanti devono essere scelti con estrema accortezza e gli studenti, che accedono liberamente alle scelte universitarie senza test d’ingresso, devono essere vincolati a un percorso di studi che non ne favorisca l’uscita a tutti i costi e nei medesimi tempi. Il Ministro Gelmini durante la conferenza stampa di ieri oltre a sfoderare un’oscura e cacofonica nomenclatura per illustrare i punti forti della riforma («istituti tecnici superiori», «liceo delle scienze umane», «il livello B2 dell’apprendimento della lingua straniera», «la tradizione musicale del paese ») ha spiegato che uno dei fini della riforma scolastica è «incanalare i ragazzi in un percorso universitario». Incanalare è il contrario strutturale di scegliere. Avevo intuito che il Governo in carica non avesse inclinazioni socialiste ma, dopo la conferenza stampa di ieri, capisco che non ha più né inclinazioni né intenzioni coerenti al dettato costituzionale. Che, in ogni modo, per il Governo di una Repubblica democratica, dovrebbe essere un dovere.

L’Unità 03.09.10

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“I tecnici perdono 4 ore, i licei in 4 anni. E studiare costa di più”, di Fabio Luppino

Gli insegnanti stanno rendendo pubblico il loro malessere, la frustrazione, l’agonia per unmestiere che rischiano di non poter fare più. Ma ai ragazzi chi ci pensa? Le migliaia di prof senza posto corrispondono a decisive e deleterie sottrazioni di cultura con il ritorno in classe. Quasi nulla sarà più come prima. Tra quattro anni, nulla. Con una tempestività motivata solo da esigenze contabili negli istituti tecnici, quinte classi escluse, la cosiddetta riforma Gelmini delle superiori va a regime subito. Meno ore di lingua,meno ore di diritto, di geografia, meno ore di laboratorio (salvata solo la sperimentazione Mercurio, poco o nulla). Di contro, e per tutti, la rigidità sulle ore da sessanta minuti, come se fare ore da 55 o da 50 fosse un vezzo degenere delle scuole. In realtà, era una scelta per contemperare le esigenze dei ragazzi con i trasporti pubblici possibili: il governo ha tagliato anche quelli. Sicché molte scuole stanno anticipando l’inizio delle lezioni alle ore 8: ragazzi che hanno il loro istituto ad un’ora da casa dovranno alzarsi almeno alle sei e mezzo, così come torneranno a casa oltre le tre del pomeriggio, a tutto beneficio della formazione e del merito, come direbbe Gelmini… C’è un quesito giuridico legato a questo cambio in corsa, perché per i ragazzi che quest’anno frequenteranno la seconda, terza e quarta classe di ogni istituto tecnico di questo si tratta: la scelta era stata fatta su un piano di studi cambiato, quel che è avvenuto è legittimo o lede il diritto allo studio? Nei licei l’impatto sarà più soft. Si cambia solo per le prime classi. Che significa la sparizione della seconda lingua (in difformità con una direttiva europea che indica tassativamente lo studio di due lingue comunitarie), la riduzione a regime delle ore di filosofia negli scientifici e di matematica nei classici, la riduzione a istituto tecnico del turismo per i licei linguistici, con meno latino e pochissima matematica. Le sperimentazioni tipo Brocca (35 ore) saranno esaurite nei prossimi quattro anni. Con l’applicazione anche nei licei della riforma, di anno in anno, la situazione degli insegnanti precari sarà sempre peggiore: ci saranno sempre meno ore complessive per gli stessi prof. Allora: Gelmini ha detto che ha ereditato orde di precari dai governi precedenti, ma certo lei dall’anno scorso a quest’anno ha dato un grande contributo al peggioramento della vita di moltissimi nuclei familiari. Ultimo capitolo in grande peggioramento sta nei bilanci familiari. Quest’anno visto l’ulteriore assottigliamento dei fondi alle scuole (che potranno progettare poco o nulla e rimarrà intatta l’assenza cronica di carta igienica, carta per fotocopie, toner e quant’altro) ai genitori sono stati chiesti dei contributi volontari tra i cento e i duecento euro: le famiglie non sono, in punta di diritto, obbligate a pagarli anche se il conto corrente gli viene presentato al momento dell’iscrizione. La scuola dà meno,ma chiede di più.

L’Unità 03.09.10

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“Riforma Gelmini”, un avvio in salita, di Antonio Valentino

Indicazioni nazionali e Linee guida: stranezze e strabismi. Non so se mi sono perso qualche puntata o mi è sfuggito qualche passaggio. Comunque non sono riuscito a capire, dei recenti provvedimenti sulla Secondaria Superiore, le diverse modalità con cui, ad esempio, sono stati emanati i documenti relativi agli obiettivi generali e specifici di apprendimento, previsti dai nuovi Regolamenti dei Licei, dei Tecnici e dei Professionali.

Per i Licei, ad esempio, si è scelto la strada seguita finora; quella cioè del Decreto Interministeriale (nel nostro caso, del 26 maggio), con oggetto “Indicazioni Nazionali”.
Per il riordino degli obiettivi di apprendimento dell’Istruzione Tecnica (IT) e dell’Istruzione Professionale (IP), si è scelto invece lo strumento della Direttiva (n. 57 del 15 luglio per la prima; n. 65 del 28 luglio per la seconda) e si parla invece di Linee Guida.
Ma non è la sola stranezza. Infatti, mentre le Indicazioni Nazionali per i Licei riguardano l’intero quinquennio, le Linee guida per i Tecnici e i Professionali riguardano solo il primo biennio.
A leggere poi, senza neanche tanta attenzione, i tre documenti si scoprono cose altrettanto strane e un po’ più preoccupanti.
In primo luogo si rileva che le logiche che presiedono ai tre Documenti sono parecchio diverse tra di loro. Infatti, mentre le Indicazioni dei Licei ripropongono sostanzialmente logiche di formazione e piano studi con pochi elementi di innovazione (anzi, quadro orario e struttura dei contenuti risultano sostanzialmente impoveriti rispetto a non poche sperimentazioni degli ultimi due decenni), le Linee guida per il primo Biennio dei Tecnici e dei Professionali tendono a muoversi secondo approcci più innovativi e attenti al dibattito e agli orientamenti prevalenti a livello europeo. Mi riferisco, in primo luogo, ai temi delle competenze chiave di cittadinanza e del rapporto tra conoscenze – abilità – competenze, della laboratorialità e della centralità dei processi di apprendimento, della unitarietà tendenziale dei saperi e della valorizzazione delle moderne tecnologie della comunicazione e dell’approccio alla conoscenza.

Insomma, si conferma in pieno, sulla base di una lettura comparata, la percezione di un evidente strabismo ministeriale, già in parte evidente nei precedenti passaggi dell’operazione “Riordino”. Né vale l’obiezione che si tratta di tipologie di scuole diverse e che, quindi, le impostazioni non potevano che essere differenziate. No, il discorso qui non riguarda i profili culturali e professionali in uscita dei tre ordini di scuola, che legittimamente presentano peculiarità e differenze; riguarda piuttosto l’idea di scuola e di formazione e quindi di cittadinanza. E su questo non dovrebbero essere tollerati scarti e difformità.

Chiarisco esemplificando il ragionamento. Le direttive riguardanti le Linee Guida di Tecnici e Professionali contengono entrambi un “particolare riferimento alle indicazioni nazionali per l’adempimento dell’obbligo di istruzione di cui al regolamento emanato con decreto del Ministro della Pubblica istruzione n. 13912007 e ai risultati di apprendimento di cui agli allegati B) e C)”, oltre che ai Regolamenti emanati nel marzo scorso.

E, in effetti, nella costruzione dei percorsi di studio di entrambi gli ordini di scuola, c’è indubbia attenzione in questo senso. Non mancano zone d’ombra (non sempre, ad esempio, il rapporto tra conoscenze – abilità- competenze è coerente e organico e la nozione di competenza adottata non presenta, nelle varie articolazioni, lo stesso grado di solidità e concretezza). Ma l’insieme si presenta stimolante e in parte innovativo.

Va riconosciuto anche che la Commissione che ci ha lavorato è stata attenta alle sollecitazioni che da più parti sono arrivate circa la valorizzazione del Regolamento per l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, oltre che della dimensione europea della formazione che in quel Regolamento veniva recepita.
Infatti, l’ultima versione dei due documenti, sia nelle premesse metodologiche che nelle scelte contenutistiche, si muove seconde direttrici coerenti con tali scelte.
Niente o poco di tutto questo si coglie invece nelle Indicazioni per i Licei, soprattutto con riferimento al primo biennio.

Della serie: quando la mano destra ignora quello che fa la sinistra. Con gli interrogativi conseguenti.

Tra il dire e il fare
I riferimenti sostanzialmente positivi alle linee Guida dei Tecnici e dei Professionali non stanno però comunque a significare (almeno per l’autore di queste note) che l’operazione in atto possa ritenersi “la Riforma” dell’Istruzione Tecnica e Professionale.
Sono infatti troppi i tasselli che mancano: dalla formazione dei docenti e da una loro effettiva preparazione mirata a un nuovo modello di governance delle scuole (che superi la pesante autoreferenzialità che le connota e permetta politiche di responsabilizzazione apprezzabile del territorio); da una leadership esperta e competente ad una cultura organizzativa in cui coordinamento, integrazione, autonomia e responsabilità, rispetto agli esiti, siano criteri e leve caratterizzanti.
Di questo non c’è traccia nel “Riordino” in corso.
Si pensi solo al fatto che i nuovi Regolamenti prospettano un profilo docente per molti versi diverso da quello attuale e approcci alle discipline che valorizzano la dimensione dipartimentale (anziché disciplinare in senso stretto); eppure è mancata una campagna anche minima di sensibilizzazione, di promozione, di formazione mirata.
Quindi il rischio che indicazioni pur interessanti restino lettera morta è ben forte. Mentre appare sempre più evidente che il “Riordino” in atto ad altro non serva che a fare cassa. Quale altra ragione si può trovare per spiegare la diminuzione, negli indirizzi del settore Tecnologico – primo Biennio – , delle ore di laboratorio in copresenza, in una misura così considerevole (da 12 a 8!)? E ciò, mentre le Linee guida enfatizzano la centralità del laboratorio e dell’operatività come indicatori di innovazione!

La questione dell’Istruzione professionale
Un ragionamento a parte merita la direttiva e il documento tecnico delle Linee guida relativi all’IP.
Non si può certamente negare il respiro culturale ed educativo che si è inteso dare alle Linee guida né lo sforzo di delineare contenitori disciplinari più ambiziosi rispetto al quadro attuale. Il problema è che, soprattutto per il primo biennio, l’identità dell’istruzione professionale non appare messa ben a fuoco:

· troppe materie (ad esempio: era il caso di appesantire il curricolo del settore Industria e Artigianato con tre materie distinte dell’area scientifica?),

· indebolimento dell’area tecnico-operativa anche attraverso la consistente diminuzione delle ore degli ITP (da 11 a 5!) e, più in generale, degli insegnamenti tecnico-pratici e delle attività di laboratorio

· indeterminatezza del quadro professionale di riferimento (bene certamente il superamento, nel primo biennio, di una formazione troppo mirata alla figura di uno specifico operatore – meccanico piuttosto che elettrotecnico / elettronico o altro –; difficile da gestire è invece un percorso dove la dimensione orientativa rispetto al triennio successivo non appare sostenuta da scelte che appaiano chiare ed efficaci, almeno per quanto riguarda le classi di concorso previste.

Inoltre, l’aver eliminato la possibilità di utilizzare il primo anno del secondo biennio – anche in ragione di una opportuna ricalibratura dell’area di indirizzo dl biennio – per il conseguimento della qualifica professionale (la cui certificazione spetta comunque alla Regione, non è questo in discussione ), non solo ha tolto appeal a questo ordine di scuola (a vantaggio di corsi regionali, senz’altro molto meno preparate a gestire gli obiettivi dell’innalzamento dell’obbligo), ma ha anche indebolita la sua identità. Praticamente si è voluto eliminare, nei percorsi di istruzione superiore, l’unica “uscita laterale” possibile; “uscita laterale” che fino a ieri ha costituito punto di forza dell’Istruzione Professionale ed elemento qualificante della sua didattica.

E’ questa, comunque, una questione che andrebbe riconsiderata. E sarebbe importante che la riconsiderazione avvenisse dentro una visione dell’Istituzione scuola come soggetto centrale nell’erogazione del servizio di istruzione nel periodo dell’obbligo.

Le scuole di fronte al “doppio avvio”. Il difficile compito dei DS
Quest’insieme di questioni rende molto probabile un inizio d’anno in salita.
Considerati anche la mancanza di chiarimenti e rassicurazioni sia sull’ordinanza del TAR riguardante i decreti che prevedono la riduzione dell’orario annuale nei Tecnici e nei Professionali; sia sui pareri negativi, su tutta la linea, del CNPI.
Elementi, questi, che complicano ulteriormente il quadro.
Comunque, semplificando un po’, i comportamenti dei Collegi Docenti che è facile aspettarsi per questo inizio d’anno scolastico sono sostanzialmente due: fare finta di niente – e continuare tutto come prima, con qualche cambiamento di facciata -; oppure assumere su di sé la sfida a verificare e sperimentare senso e fattibilità delle innovazioni che pure non mancano nei Regolamenti e nelle Linee Guida.
E’ molto probabile che quest’ultimo comportamento possa essere interpretato come un assolvimento di politiche ministeriali deludenti e, per alcuni versi, nocive.
Ma potrebbe però essere visto anche come un recupero di protagonismo, nonostante tutto, delle scuole, sia nella progettazione che nella gestione delle innovazioni possibili. E ciò nella convinzione che la scuola pubblica non è della Gelmini – e compagnia governativa – e che il miglioramento delle nostre scuole e della preparazione dei nostri studenti non solo è più coerente con l’etica professionale di un lavoratore della scuola – cioè di un bene pubblico fondamentale -, ma potrebbe costituire occasione per un recupero di credibilità e di apprezzamento, per docenti e operatori in genere, da parte di un’opinione pubblica non sempre ben disposta.
Recupero di credibilità, e quindi di immagine, da cui potrebbero derivare ricadute positive per le scuole, anche in termini di iscrizioni.

Entrambi i comportamenti probabili hanno comunque motivazioni forti e solide da vendere.
Allo stato attuale, tra l’altro, è molto difficile che altri attori possano “pesare” più di tanto negli orientamenti dei CD. E la stessa posizione dei DS si presenta particolarmente delicata e difficile.
Insomma, un quadro a dir poco complicato. Comunque, “Speriamo che me la cavo”.

da ScuolaOggi 03.09.10