Latest Posts

Napolitano: «In Italia ci vuole una seria politica industriale», di Gerardo Pelosi

Dopo la standing ovation al Palazzo del cinema al Lido per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano oggi il ritorno in terraferma a Mestre, già cuore con Portomarghera, della cultura industriale ed operaista italiana che oggi vive una delle crisi peggiori. L’occasione la cerimonia per l’inaugurazione di una piazzetta intitolata al dirigente dell’ex Pci e amico di Napolitano, Gianni Pellicani.

«Credo sia giunto Il momento per Il Paese – afferma il Presidente della Repubblica – di dotarsi di una seria politica industriale secondo i principi dell’economia di mercato e in ossequio ai principi della libera competizione». Napolitano non nasconde la sua preoccupazione per gli effetti della crisi ma è soprattutto l’occupazione giovanile che desta maggiore allarme perché «intorno ad essa si stringono tutti I nodi della crisi».

E qui Napolitano cita gli studi che evidenziano come «quote consistenti di giovani non siano impegnati né nei processi formativi, né in quellqi lavorativi né di addestramento al lavoro». Ecco perché, secondo Napolitano, «dobbiamo dare risposte a questi problemi tenendo pero’ conto dei limiti. Esistenti nelle risorse finanziarie pubbliche». Napolitano ha salutato vecchi compagni di partito e raccolto petizioni e lettere di molti lavoratori che vivono la crisi di Portomarghera. A chi gli chiedeva: «Presidente ci dia una mano» lui rispondeva: «Ma io ve le do tutte e due» allungando le mani tra la folla.

Per rilanciare la politica industriale servirebbe anche un ministro dello Sviluppo economico a tempo pieno. E allora un cronista si avvicina a Napolitano e gli domanda: «Ma per fare tutto quello che ha detto servirebbe anche un ministro dello Sviluppo economico…» Risposta:«Lei dice?» E Il cronista: «Certo sono trascori 121 giorni dalle dimissioni di Scajola e non c’è stata nessuna nomina…» E Napolitano sorridendo: «Allora passo parola».

Insomma dopo il monito al Governo sul processo breve, ieri, che potrebbe fare la stessa fine del ddl intercettazioni, oggi I’ll capo dello Stato richiama l’esecutivo ai suoi compiti di programmazione e gestione di una nuova politica industriale. Temi questi che saranno oggetto di un messaggio video

Il Sole 24 Ore 03.09.10

"D'Alema e Cofferati in coro: Marchionne sta sbagliando", di Simone Collini

«Marchionne ha compiuto degli errori e ha assunto degli atteggiamenti sbagliati», dice Massimo D’Alema dall’area dibattiti Norberto Bobbio, in Piazza Castello. «Per lui Pomigliano non è un incidente di percorso bensì un modello, ma così si nega il rispetto della Costituzione e si finisce per smontare il Contratto nazionale », dice Sergio Cofferati dalla sala Adriano Olivetti, zona dibattiti della libreria della Festa nazionale del Pd. Presidente del Copasir ed europarlamentare si sono trovati più volte in passato su posizioni contrapposte, specialmente sul tema del mercato del lavoro e dell’azione del sindacato, specialmente quando il primo era presidente del Consiglio e il secondo segretario generale della Cgil. Ma oggi sulla Fiat e sulle ultime mosse del suo amministratore delegato i due concordano su più di un punto. D’Alema riconosce a Marchionne «una forte personalità» e sostiene che si debba «interloquire» con lui: «Bisogna avere anche il coraggio di relazioni industriali di maggiore collaborazione ». Ma in quest’ultima fase, aggiunge di fronte al migliaio di persone stipate sotto il tendone montato a Piazza Castello, ha «compiuto degli errori e assunto atteggiamenti sbagliati». Al presidente del Copasir non è sfuggita un’intervista rilasciata dal predecessore dell’attuale Ad Fiat, Cesare Romiti, e non esita a definire “curioso” che si sia trovato d’accordo con le tesi da lui sostenute. In particolare, la sottolineatura che con i sindacati ci si può scontrare ma non si deve lavorare per dividerli: «E questo è un errore che va al di là degli errori pure commessi dalla Fiom». E ancora più netto è il giudizio sul licenziamento dei tre operai di Melfi e sulle polemiche seguite alla sentenza di reintegro da parte del tribunale: «La vicenda di Melfi l’ho trovata particolarmente sgradevole perché c’è il dramma delle persone, isolate e colpite. E poi le sentenze vanno rispettate. E una grande azienda come la Fiat deve dare l’esempio». Il giudizio di Cofferati è duro al di là del singolo caso Melfi. L’europarlamentare del Pd è alla Festa per partecipare alla presentazione del libro di Rinaldo Gianola «Diario Operaio» (Ediesse), e per l’amministratore delegato della Fiat ha soltanto parole critiche: «La sua linea mi pare moto chiara e coerente, una linea profondamente sbagliata anche per la Fiat. Prospetta una competizione tutta basata sulla riduzione dei costi, quando oggi la sfida si vince se si è in grado di presentare proposte di qualità, se si punta sul sapere e la conoscenza». Se si punta sui costi del lavoro più bassi, sottolinea Cofferati, è inevitabile incrociare sulla strada i diritti delle persone, perché «diritti e protezione hanno un costo». Ela cosa preoccupante, per l’ex segretario della Cgil, è che tutto fa pensare che per Marchionne «Pomigliano è un modello, non un incidente di percorso »: «Vuol far diventare quell’accordo il contratto dell’auto. Ma così si smonta il contratto nazionale e si mette in discussione sia la rappresentanza che la contrattazione collettiva ». Rischi pesanti, dice Cofferati, perché «negano il rispetto non solo del Contratto nazionale, ma anche della Costituzione».

L’Unità 03.08.10

"Perché parla il presidente", Nadia Urbinati

Il Presidente Napolitano ha fatto in questi anni un uso moderato della sua facoltà di esprimere opinioni sulla politica nazionale. Abbiamo avuto presidenti molto più loquaci di lui. In alcuni casi, si è dovuto coniare un verbo per descrivere il presidente e dare il senso della radicalità delle sue esternazioni.Francesco Cossiga fu chiamato “il picconatore” non solo per lo stile delle sue frequentissime esternazioni, ma soprattutto per il loro contenuto, a volte poco ortodosso per il ruolo che egli ricopriva. Questo non è stato e non è lo stile di Napolitano, sempre attento nella scelta dei temi (rigorosamente relativi agli interessi generali e ai diritti), sempre moderato e quasi delicato nello stile; soprattutto, sempre fedele al ruolo che la Costituzione gli attribuisce. E nonostante questo moderato protagonismo, le opinioni autorevoli del presidente non giungono mai in momenti non opportuni.
Recentemente questa sua moderata e puntuale loquacità è diventata più incisiva. Poche settimane fa, quando era in corso la battaglia del fango nella quale si è consumato il sodalizio tra i finiani e il Pdl, il presidente è intervenuto per avvertire i politici di tenere le istituzioni fuori dal “gioco al massacro”; per ammonirli del fatto che le loro azioni e parole si riflettono fatalmente sulle istituzioni che essi rappresentano. Per ricordarci che il decoro non è un optional o una qualità da parrucconi, ma lo stile delle istituzioni in uno Stato di diritto. In questi ultimi giorni, Napolitano è nuovamente tornato a far sentire la sua voce. Lo ha fatto prima in occasione della cerimonia di inaugurazione della Mostra del cinema di Venezia e poi a Mestre, dove si è recato ieri in visita ufficiale. I temi sui quali il presidente è tornato con discreta e, questa è forse la novità stilistica, ironica insistenza sono tra i più importanti: quelli relativi alla giustizia, all´emergenza occupazionale ed economica, al federalismo.
Il presidente ha fatto riferimento alle opinioni contrastanti su temi che ben conosciamo: quelli che il governo rubrica sotto la parola “giustizia” ma che sono in effetti i decreti sulle intercettazioni telefoniche e la limitazione della libertà di stampa e sul processo breve. “Francamente, si resta interdetti”, ha detto, dalle varie e disparate considerazioni sull´iter e il destino di queste “leggi” che leggi non sono poi mai diventate. Il secondo tema sul quale è intervenuto è il federalismo. Napolitano ha ricordato – significativamente a Mestre, dove era accompagnato dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia – che il federalismo è una politica di unità della nazione. Implicitamente ha invitato a riflettere sul fatto che non va confuso con la secessione ma nemmeno con il confederalismo. E infine, l´intervento su un tema che ha caratterizzato la presidenza Napolitano fin dall´inizio: la questione economica, e in primis il richiamo alla necessità di intraprendere serie politiche volte a combattere la disoccupazione, soprattutto giovanile, a creare nuove opportunità lavorative.
È davvero inconcepibile che l´Italia, che si vanta di essere uno dei paesi più industrializzati del mondo, non abbia da mesi un ministro dell´Economia e dello Sviluppo in un tempo, per giunta, nel quale la crisi occupazionale è una vera e propria (questa sì!) emergenza. Il presidente del Consiglio, che ha paralizzato l´attività del governo e del parlamento su dibattiti e decreti che riguardano direttamente e soltanto i suoi interessi, pare essere completamente disattento, indifferente anzi, agli interessi generali, quelli di tutti. Mai un governo era stato tanto latitante sulle questioni urgenti della società italiana. «È venuto il momento, ha detto Napolitano a Mestre, che l´Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, secondo le grandi coordinate dell´integrazione europea. Ne abbiamo bisogno per l´occupazione e per i giovani, che oggi sono per noi il motivo principale di preoccupazione».
Le discrete e a tratti piacevolmente ironiche esternazioni del presidente sono benvenute e opportune. Non dovrebbero essere necessarie. Non ce ne dovrebbe essere bisogno; poiché un governo serio e davvero governo del e per il paese dovrebbe comprendere senza fatica che queste sono questioni maledettamente serie. Come non comprendere che è urgente nominare il ministro dell´Economia e dello Sviluppo? Non è giustificabile che un governo democratico si impegni anima e corpo su decreti e proposte di legge che servono direttamente e prima di tutto gli interessi del suo leader mentre trascuri sistematicamente di fare quello per cui ha giurato: rispettare la Costituzione italiana e quindi fare prima e sopra tutto gli interessi della società italiana.
Rileggiamo le parole di Napolitano sulla questione dell´occupazione giovanile, la sua analisi socio-economica della “nuova categoria di giovani che non sono impegnati né in processi formativi, né lavorativi, né in processi di addestramento al lavoro”. Abbiamo giovani che non solo non hanno lavoro ma non sono preparati a fare nessun lavoro. La questione è economica e di formazione, ma è anche psicologica ed etica: giovani fatalisti perché sanno di non avere un futuro, sanno che gli sforzi che fanno sono o possono essere inutili, perché il sistema economico è bloccato oppure le carriere compromesse da clientelismi. In modi discreti ma puntuali, il presidente della Repubblica ha ricordato al governo che deve mettere in moto la sua tanto sbandierata politica del fare. Fare per tutti.

La Repubblica 03.08.10

"Un ministro senza vergogna", di Francesca Puglisi*

Il libro dei sogni del ministro Gelmini contrasta con la drammatica realtà della scuola e dei problemi che si riverseranno sulle famiglie: l’anno scolastico parte con 50.000 classi senza insegnanti, 16.000 scuole senza presidi, 8 miliardi di euro in meno in tre anni e 170.000 lavoratori della scuola pubblica lasciati per strada dopo anni di lavoro. Il resto sono solo chiacchiere e numeri che non hanno alcun riscontro nella realtà. I nostri ragazzi toccheranno con mano i problemi della scuola, vivendo in aule sovraffollate, sopportando interminabili ore di lezione frontale, con la matematica somministrata come una purga e la fisica o l’informatica studiata sui libri e non nei laboratori, grazie al taglio degli insegnanti tecnico pratici. La Gelmini pensa di raggiungere l’obiettivo imposto dall’Europa 2020 di dimezzare la dispersione scolastica, legando gli studenti ai banchi con le pesanti catene dell’ordine e disciplina e non accendendo in loro la passione per la scoperta e la conoscenza, unendo il sapere al saper fare. Le bugie del Ministro saranno smascherate dai genitori che scopriranno quanto preziosi erano i bidelli tagliati che non lasciavano in stato di abbandono i bambini della primaria mentre andavano in bagno o che dovranno accettare che il figlio con disabilità non ha più diritti uguali di apprendimento perché avrà pochissime ore di sostegno. Di fronte alle dichiarazioni in libertà della maggioranza, la decenza impone di ricordare che il Governo di centrosinistra aveva fatto diventare legge l’assunzione in ruolo di 150.000 precari della scuola. Gelmini, cancellando le cattedre, sta invece licenziando un numero di lavoratori equivalente a due Alitalia all’anno, ma in questo strano Paese, neppure lo sciopero della fame di giovani madri di famiglia licenziate dallo Stato riesce a dare uno scossone alle coscienze addormentate. Le altre balle del Ministro riguardano il Tempo Pieno. Dà numeri in percentuale di incremento, chiamando tempo pieno un tempo lungo parcheggiato: cos’altro possono essere 8ore al giorno trascorse conun maestro unico senza compresenze? Con una popolazione scolastica in crescita e genitori che continuano a bocciare il maestro unico, cresce il numero di famiglie che lo hanno chiesto senza ottenerlo. I dati sono poi drammatici per la scuola dell’infanzia: migliaia di bambini non vedranno una scuola fino all’età di 6 anni. Fortunati i piccoli della Regione Toscana che andranno ad occupare le 96 sezioni di scuola dell’Infanzia a cui lo Stato ha negato gli insegnanti. Non rimarranno a casa perchè Enrico Rossi ha deciso di aprire le porte di quelle scuole, investendo4 milioni di euro e dimostrando che, in tempo di crisi, Governare in un altro modo si può.

*responsabile Pd Scuola

L’Unità 03.08.10

******

“Calpestati 14 anni di sacrifici per loro siamo solo dei numeri”, di Maria Novella De Luca e Salvo Intravaia

In gioco c´è il futuro di migliaia di famiglie e dei nostri figli. Come può questo governo essere così cieco e sordo. Pur di lavorare ho accettato di lasciare mio marito e tre bambini e di andare a Brescia. Ora tutto viene cancellato. «Sono figlia di un agricoltore e ho l´orgoglio di essere diventata maestra elementare. Ai miei tre figli ho insegnato il rispetto e la passione per la scuola, ho lavorato nei quartieri a rischio di Palermo, dove i bambini bisognava andarli a cercare nei vicoli e nei cortili per farli entrare in classe e “rubarli” alla criminalità che li assolda e li sfrutta. Pur di lavorare ho accettato di lasciare mio marito e i miei tre figli e di andare al Nord, in una scuola di Brescia, vivevo in una stanza d´albergo, cucinavo in un angolino, dei 1300 euro di stipendio non rimaneva nulla, ma non importa, ripartirei domani… E adesso questi 14 anni di precariato vengono cancellati, calpestati da un ministro che si rifiuta anche di incontrarci. Sì, lo so, corro un grave rischio a continuare lo sciopero della fame, soffro del morbo di Crohn e i medici sono stati chiari. Ma qui in gioco c´è il futuro di migliaia di famiglie, dei nostri figli e della scuola pubblica. Come può questo governo essere così cieco e sordo?»
Distesa su una barella del Pronto Soccorso dell´ospedale “San Giovanni” di Roma, Caterina Altamore, 37 anni, insegnante precaria di Roccamena provincia di Palermo, all´ottavo giorno di digiuno, racconta la sua battaglia, la durezza delle ultime settimane, il presidio davanti a Palazzo Chigi, «in tenda, con i topi che si infilavano dappertutto, le notti improvvisamente diventate fredde» fino alla delusione di ieri, dopo il rifiuto secco della Gelmini, “no, non incontrerò i precari”. Un muro. Una barriera. «Per loro siamo numeri, roba da niente», mormora. E aggiunge: «Il ministro dice che siamo politicizzati? La sfido a dire qual è la mia tessera».
Poi nel pomeriggio il malore, la corsa in ospedale con il 118, ma Caterina è una donna forte, decisa, occhi scuri fermi e diretti, mentre attende che la flebo di glucosio le restituisca le forze risponde al telefono, rassicura tutti. La sorella da Palermo, il marito Angelo Moscatelli, i colleghi: «Sto bene, sto bene, adesso torno al presidio, non vi preoccupate…». Anche lì in corsia si accende la solidarietà. Pazienti, infermieri: «Stanno distruggendo la scuola, resistete».
Caterina Altamore ringrazia, sorride, anche se il foglio di dimissioni non lascia dubbi: «Deve riprendere ad alimentarsi il prima possibile» scrivono i medici. Ma Caterina, ormai il simbolo di questa protesta durissima che sta saldando Nord e Sud contro i tagli che hanno espulso dal mercato del lavoro migliaia di insegnanti, va avanti. «Lo faccio per i miei figli, a cui ho comunicato l´orgoglio per lo studio e per il sapere, e infatti hanno la media del 10. Ma lo faccio per i ragazzi di tutta Italia, a cui questi tagli travestiti da riforma stanno togliendo il diritto costituzionale ad avere una scuola pubblica che funzioni, e non con classi di 40 alunni e le aule fatiscenti. Lo faccio per quei bimbi del “Capo” di Palermo, quelli che avevo in classe, e che senza tempo pieno resteranno per strada, in attesa di diventare soldati della mafia. E per noi, vite da precari, disposti a tutto pur di fare gli insegnanti, anche appunto a lasciare i miei tre bambini in Sicilia e andare in Lombardia». Nuovi migranti tra i migranti, e in gran parte donne, aggiunge Caterina. «Perché non è vero che la gente del Sud non si muove, non si sposta. A Brescia l´esperienza è stata bella e importante, lì ci sono ricchezza, strutture, ma il taglio di fondi sta demolendo anche quel mondo. Un anno di viaggi e di valige, di nostalgia, e meno male che a casa c´erano mia madre e mia suocera…». La famiglia appunto. Un punto fermo per Caterina, cattolica praticante, che si è sposata a 21 anni, e poi con Angelo ha fatto tre figli. «Ma non ho mai saltato una supplenza, ogni volta che mi è stato dato un incarico l´ho portato fino in fondo, e ancora oggi ho lo stesso entusiasmo, credo davvero che le cose possano cambiare, la gente se ne sta accorgendo, certo la cosa assurda è che per parlare di scuola pubblica ci voglia il gesto estremo dello sciopero della fame».
Dimessa dall´ospedale Caterina torna al presidio davanti a Palazzo Chigi. Il referto sotto il braccio. L´avvertenza di smettere il digiuno e di bere il più possibile. Il morbo di Crohn è una malattia grave, provoca ulcere e lesioni interne. «Senza lavoro per me sarà anche più difficile curarmi, la Sanità in Sicilia è così distrutta che spesso devo utilizzare le strutture private e una colonoscopia costa anche mille euro». Un velo di tristezza, di preoccupazione. Ma è un attimo. Caterina torna allegra. «Meno male che da ieri sera è arrivato il camper della Cgil. Ora la notte sarà meno dura». Ad aspettarla lì, come ormai da giorni, gli altri colleghi con cui condivide lo sciopero della fame, Giacomo Russo e Salvo Altadonna. «Quanto andrò avanti? Fino a che non avremo delle risposte, fino a che le forze me lo permetteranno. I miei figli? Lo sanno e mi sostengono. Mio marito? E´ preoccupato, ma sa che io non mi fermo. Non posso. Corro un rischio, è vero, ma è una battaglia di civiltà».

La Repubblica 03.09.10

******

“Scuola, i perché del solito caos”, di Paola Fabi

La Gelmini promette rigore con gli studenti ma, a una settimana dal via, gli istituti non sono pronti.
Loro fuori a protestare, anche con sciopero della fame, lei dentro al ministero di viale Trastevere ad attaccare. Chi si illudeva di avere una parola di speranza dal ministro Gelmini sul posto di lavoro è rimasto deluso: «Ora non ricevo i precari». E pur manifestando solidarietà «a chi protesta per la perdita di lavoro » il titolare del ministero dell’istruzione non risparmia una frecciata: «Sono strumentalizzati dalle forze politiche di opposizione. Chi protesta ancora non sa di essere stato escluso dalle supplenze». E, quindi, per ora niente dialogo.
Parla, però, della «riforma epocale» della secondaria di secondo grado che prenderà avvio con l’anno scolastico ormai alle porte, del tempo pieno alle elementari che aumenta rispetto allo scorso anno (secondo i conti del ministero), del nuovo concorso per dirigenti scolastici, del sostegno e dell’altra riforma «epocale» per il reclutamento degli insegnanti.
Un «libro delle favole» secondo l’opposizione, i sindacati e i coordinamenti dei precari. Questi ultimi, in particolare, ribattono: «Troppo facile accusarci di essere militanti politici, di essere pretestuosi».
I dati dei precari sono presto detti: 67mila docenti e 35mila Ata hanno perso il posto in due anni, «e non c’è bisogno di attendere per sapere che non avranno un lavoro quest’anno: basta guardare le disponibilità pubblicate dai provveditorati e i numeri dei convocati. Chi è fuori sa già di esserlo, molti lo sono già dallo scorso anno. Diecimila assunzioni – ribattono – sono irrisorie, a fronte di 67mila posti a tempo indeterminato tagliati e 130mila cattedre tuttora vacanti».
Su una cosa sicuramente il ministro ha ragione: la maggior parte dei supplenti ancora non sa se salirà in cattedra. Si tratta di circa 120mila insegnanti che ancora non sono stati nominati per le difficoltà degli uffici scolastici provinciali. Il primo settembre si è svolta la tradizionale riunione di inizio anno, quella che serve a organizzare l’attività scolastica: i 700mila insegnanti di ruolo hanno partecipato, i supplenti no. E ci vorranno almeno due o tre settimane per avere tutti i posti coperti.
Inoltre, secondo i primi dati sugli organici definitivi, le classi saranno ancora più affollate e i disabili dovranno vedersela con una riduzione delle ore di sostegno (anche se la Gelmini ha annunciato trionfalmente che i posti aumenteranno).
La riforma delle superiori (quella «epocale») vedrà oltre ai nuovi licei il calo dell’orario di lezione in tutti le classi e indirizzi e anche la “dimenticanza” del ministero di emanare il decreto sui tetti di spesa per le prime classi della nuova scuola secondaria superiore.
Ma i tagli si sono abbattuti anche sul tempo pieno alla scuola elementare. Le prime a tempo pieno sono diminuite dell’8 per cento. La scure di Tremonti determina, dopo quella dell’anno scorso, anche una ulteriore contrazione delle classi: meno tremila e settecento, nonostante gli alunni siano in crescita di 20mila unità.
Ma l’anno scolastico 2010-2011 sarà soprattutto l’anno dei presidi part-time. Sono, infatti, oltre 1500 le scuole a cui è stato assegnato un dirigente scolastico reggente, cioè un preside che ha già un istituto da dirigere ma che dovrà occuparsi anche di un altro istituto con preside vacante.

da Europa Quotidiano 03.09.10

******

“Il solco tra il dire e il fare”, di Luigi La Spina

Fare il ministro della Pubblica Istruzione, oggi in Italia, è uno dei mestieri più difficili e, nello stesso tempo, più determinanti per il nostro Paese. Si è destinati a guidare una struttura elefantiaca, dove convivono eccellenze professionali sorprendenti assieme a sacche di inefficienze, mediocrità, menefreghismo irriducibili. Un mondo, quello della scuola, condizionato da un sindacalismo corporativo che, associato al clientelismo politico, ha costruito nei decenni uno pseudowelfare assistenziale responsabile di illusioni e di strumentalizzazione per migliaia di giovani, vittime di un precariato quasi perenne. D’altra parte, a quel ministro è affidata una missione assai impegnativa: garantire il futuro occupazionale ai nostri figli, farne dei cittadini consapevoli del nostro Stato e selezionare la classe dirigente dei prossimi anni.

Il compito, già molto arduo, è stato reso, per l’attuale ministro del governo Berlusconi, ancor più difficile dalle ristrettezze del bilancio pubblico, sul quale l’occhiuta vigilanza del collega Tremonti non permette eccezioni.

Mariastella Gelmini, come ha ribadito nella conferenza stampa di presentazione del nuovo anno scolastico, ha scelto, in queste condizioni, una strategia sostanzialmente mediatica, affidata a una serie di annunci-intenzione, fondati su un messaggio semplice ma efficace: occorre ripristinare, nelle aule italiane, un clima di serietà e di rigore meritocratico. Sia nei confronti degli studenti, sia nei riguardi del corpo insegnante.

L’immagine di durezza, di intransigenza che la Gelmini ha diffuso in questi anni di guida al ministero di viale Trastevere è stata persino volutamente inasprita dai due principali nuovi suoi annunci, quello sulla bocciatura di chi colleziona più di 50 giorni di assenza e quello sulla chiusura a qualsiasi trattativa per l’assunzione dei precari. E’ evidente la sua volontà di farsi sostenere dalla maggioranza dell’opinione pubblica, favorevole a un ritorno della severità negli studi, per sconfiggere le resistenze della burocrazia e, soprattutto, dei sindacati scolastici.

Le strategie dei politici, come quelle degli amministratori delle aziende, un paragone che non dovrebbe dispiacere al ministro Gelmini, si giudicano, però, non dalle intenzioni, ma dai risultati. Soprattutto dal confronto non dal mondo come dovrebbe essere, ma da quello che realmente esiste. Nell’attuale situazione della scuola italiana, il rischio della sua strategia è evidente: l’esasperazione, quasi provocatoria, delle diagnosi e delle terapie sui mali dell’istruzione pubblica, in molti casi fondate, potrebbero portare a tali reazioni da suscitare effetti opposti a quelli che si vorrebbero suscitare. La Gelmini si potrebbe trovare davanti a un vero «muro di gomma», fatto di pervicace boicottaggio e di resistenza passiva di chi dovrebbe attuare quelle direttive, tale da vanificare qualsiasi volontà riformatrice.

Il sistema della scuola italiana è molto più complicato di quanto la Gelmini faccia finta di credere ed è difficile si possa smuovere senza la collaborazione e il consenso della grande maggioranza di coloro che ne fanno parte. E’ vero che il ministro deve disinnescare una «bomba precari», la cui miccia è stata accesa da predecessori irresponsabili e da gravi complicità sindacal-politiche, ma non può ignorare la condizione drammatica di tanti giovani ed ex giovani destinati a una sicura disoccupazione. Con l’aggravante di accuse generalizzate e ingiuste sulla loro militanza politica. Prima di tutto assolutamente presunta e, poi, eventualmente, del tutto legittima in un Paese democratico.

Così come è evidente che bisogna frequentare con costanza l’aula scolastica. Ma le eccezioni alla regola dei 50 giorni di assenza, peraltro già ammesse dal suo ministero, rendono abbastanza irrilevante un annuncio la cui concreta attuazione si affida al solito buon senso del collegio degli insegnanti. Siamo tutti d’accordo, naturalmente, sulla meritocrazia, come condizione essenziale per una selezione che non sia fondata sull’iniziale livello della condizione sociale degli alunni. Ma il confine con il darwinismo scolastico si misura su una condizione essenziale: che al mondo dell’istruzione siano concesse maggiori risorse di quelle che, finora, sono state riservate a questo settore.

Ed è del tutto inutile parlare continuamente di quanto sia importante l’investimento sul futuro dei nostri giovani, sulla formazione e sulla ricerca, se poi, a questi buoni propositi, non seguono stanziamenti adeguati. Purtroppo, il confronto con i maggiori Paesi del mondo, in questo campo, boccia l’Italia, anche quella che, nelle nostre aule, non fa più di 50 giorni di assenza.

La Stampa 03.09.10

Un milione di lavoratori e molte aziende a rischio

C’è un ministero vuoto a Roma, in via Molise. Ma non si tratta di ferie prolungate perché lo Sviluppo Economico è senza guida dal 4 maggio. “Uno scandalo”. Così Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, definisce ai microfoni del Tg di La7 l’interim di Silvio Berlusconi al ministero dello Sviluppo economico, che dura dal 4 maggio, data in cui il titolare Scajola si è dimesso. “Nello stesso periodo – ha spiegato il leader del Pd – abbiamo almeno un milione di persone coinvolte dalla cassa integrazione, abbiamo decine di migliaia di piccole imprese che sono saltate o stanno saltando, abbiamo una industria ancora nei guai. Nessuno se ne preoccupa”. Bersani ha aggiunto che “questa è la prova maggiore del totale disinteresse di questo governo verso i dati reali della situazione italiana”, non dimenticando i precari della scuola e tutti i lavoratori che “vengono lasciati a casa dalla sera alla mattina senza uno straccio di ammortizzatore. Se ne occupa qualcuno in questo Paese? O continuiamo a chiacchierare solo dei problemi di Berlusconi?”.
Per Luigi Zanda,vicepresidente dei senatori del Pd, “ancor più dei pesanti danni alla funzionalità del governo provocati dalla mancanza di un ministro per lo sviluppo economico e dall’interim lungo ormai quattro mesi di Silvio Berlusconi, quel che più impressiona spaventa è l’arroganza politico-istituzionale con la quale lo stesso Berlusconi occupa con la massima indifferenza proprio la funzione di governo cui compete la responsabilità del settore televisivo, ossia del centro dei suoi numerosi conflitti d’interesse. senatori del Pd Per il vicecapogruppo dem a Palazzo Madama, “quando sono in ballo gli interessi personali del capo, i suoi parlamentari si trasformano tutti nelle famose tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano Su questo punto dalla maggioranza nessuna protesta, nessuna sollecitazione, nessuna visibile preoccupazione. Quando la tragicommedia del governo Berlusconi sarà terminata – ha concluso Zanda – il compito più impegnativo di chi governerà dopo sarà quello della ricostruzione del senso dello Stato”.
A giudizio di Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati Pd, “Il centrodestra è in difficoltà vera e trascina nella sua crisi l’intero Paese. I cassintegrati a zero ore nei primi sette mesi di quest’anno sono 650 mila e sono 170 i tavoli di crisi aziendale aperti presso il ministero dello Sviluppo economico che è senza ministro dal 4 maggio. Un vero scandalo. Berlusconi aveva promesso una nomina in sette giorni, un’altra delle tante promesse mancate”. Sul ruolo dell’opposizione, Ventura ha messo in evidenza che “il Pd dev’essere la forza trainante dell’alternativa: dobbiamo occuparci immediatamente delle questioni economiche e insieme lavorare perché quest’alternativa cominci a delinearsi a partire da una nuova legge elettorale che restituisca dignità agli elettori e agli eletti. Noi vogliamo cancellare il Porcellum, dare agli italiani la possibilità di scegliere chi li rappresenta, dare al Paese un esecutivo stabile e che possa governare sulla base di un programma condiviso. Ne discuteremo nelle sedi di partito – ha concluso Ventura – e con chi pensa che quella legge sia un abominio”
Da sottolineare che Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico, ha depositato ieri 26 interrogazioni, “per ricordare al Governo – ha sottolineato lo stesso parlamentare in una nota – la scandalosa durata dell’interim al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante le rassicurazioni sull’imminente nomina che ormai si succedono inutilmente da quasi quattro mesi. Così continuerò a fare ogni giorno nella speranza che, nel caso fosse ancora vivo, il governo prima o poi dovrà battere un colpo”.

Italiani di nome ma stranieri di fatto

Alla Festa democratica si discute dell’integrazione etnica. Livia Turco: “Occorre creare una nuova unità di Italia non solo con il federalismo ma soprattutto con l’integrazione. È da qui che nasce la grande campagna politica di autunno del Pd per fare in modo che chi nasce e cresce in Italia sia italiano”
immagine documento
È con un po’ di commozione che Livia Turco ha introdotto il suo intervento alla Festa Democratica di Torino. Il ricordo delle battaglie fatte alla fine degli anni ’90 proprio nel capoluogo piemontese per l’integrazione etniche in alcune zone a rischio come San Salvario e la promulgazione della legge sulla condizione dello straniero (L.40/98) proposta insieme all’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, le hanno dato quella spinta in più per prendere a cuore la soluzione al problema dell’integrazione degli stranieri in Italia.

“Torino è un’eccellenza nelle politiche per l’integrazione – ha dichiarato la Turco –, una città abituata alla collaborazione e al dialogo. Con Napolitano iniziammo proprio qui, nel quartiere di San Salvario con grandi difficoltà. È bello vedere oggi che San Salvario sia un punto di riferimento e di orgoglio della convivenza. Non ci sono più cittadini stranieri ma nuovi italiani. Una battaglia vinta grazie all’aiuto dell’amministrazione locale guidata dall’ex sindaco Castellani che fu in grado di spiegare come la sicurezza non è né di destra e né di sinistra”.

“Oggi – ha continuato la deputata Pd – le politiche sono molto diverse. Abbiamo un governo irresponsabile che attua la politica dei respingimenti con l’idea lontano dagli occhi, lontano dal cuore. La nuova battaglia è quella di fare che l’Art. 10 della Costituzione sull’inviolabilità del diritto d’asilo sia rispettato. Fare l’accordo con la Libia non significa respingere nel deserto le persone, soprattutto se ci troviamo difronte ad un Gheddafi che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra”.

Per Livia Turco sono grandi le responsabilità del governo italiano nell’inculcare nella testa delle persone bugie sui numeri delle presenze, frottole leghiste di come gli stranieri rubino il lavoro agli italiani, o sulle richieste d’asilo per i rifugiati. La nuova forza lavoro che solo nel 1992 era pari a 50mila unità, oggi si stima sugli 864mila nuovi italiani. “Conosciamo i loro volti e le loro storie e non ci faremmo più ingannare da chi racconta frottole. Smascheriamo l’inganno” ha ribadito la Turco.

“E per dare un senso ai 150 anni dell’Unità di Italia – ha concluso la Turco – occorre creare una nuova unità di Italia non solo con il federalismo ma soprattutto con l’integrazione. È da qui che nasce la grande campagna politica di autunno del Pd per fare in modo che chi nasce e cresce in Italia sia italiano. Non dimentichiamoci della nostra storia di terra di emigrati. Da questa esperienza sappiamo costruire una nuova legge per l’Italia di oggi, terra di immigrati. Parlando al cuore della gente, costruiremo l’Italia della convivenza senza la paura dell’altro”.

Il dibattito è stato introdotto da Ilda Curti, assessore del comune di Torino alle Politiche per l’integrazione che ha spiegato la difficile situazione per molti giovani di trovarsi stranieri in patria. “Sono giovani adulti che vengono chiamati in modi diversi ma nessuno dei quali rappresenta ciò che sono. Immigrati di seconda generazione, per alcuni sociologi immigrati della prima generazione e mezzo, o più semplicemente extracomunitari. Sono semplici bambini fino a quando non raggiungono i 18 anni e diventano stranieri quando si accorgono di aver bisogno del visto e del permesso di lavoro. Sono amici dei nostri figli, pensano e pretendono in italiano. Sono ponti sospesi tra due mari.

A seguire le diverse testimonianze di giovani che sono nati o che vivono in Italia da tanti anni. Cittadini che portano sulle loro spalle le difficoltà di non essere considerati italiani, sebbene conoscano solo la nostra lingua e/o non abbiano mai vissuto un solo giorno nella terra da dove provengono.

Karid, giornalista professionista di origini marocchine, dice di sentirsi “italiano alla seconda. Ancor più italiano visto che ho giurato e firmato sulla Costituzione per poterlo essere. Ma ciononostante vivo il paradosso di essere figlio di una generazione nascosta o lasciata nascosta da chi non vuole ammettere una società multietnica. Siamo italiani di nome ma stranieri di fatto”.

Gli stessi pensieri sono stati fatti propri anche da Said, marocchino da 8 anni in Italia, arrivato come minore non accompagnato; da Uda arrivata in Italia a 10 anni, con istruzione italiana, sposata in Italia e con una bambina che dovrà aspettare di raggiungere i 18 anni per aver la cittadinanza; da Viciane, oggi cittadina italiana e candidata alle scorse elezioni regionali in Piemontese; da Mohammed, rifugiato sfuggito alla guerra nel proprio paese per poi ritrovarsi nella terra di nessuno dove si è considerati come un potenziale criminale o un problema per l’ordine pubblico.

Andrea Draghetti

******

Una scuola interculturale per costruire l’Italia del futuro
Incontro su “Scuola e Immigrazione Intercultura: le buone pratiche”, alla Festa Democratica nazionale di Torino
In una società sempre più multi culturale e in cui le origini si mescolano facilmente la scuola non può che essere a prima e indispensabile agenzia di socializzazione e di preparazione per le generazioni future. Di questo si è parlato a Torino, alla terza Festa Democratica nazionale, nell’incontro moderato da Giovanni Bachelet con Letizia De Torre, Rosa Maria Di Giorgi, Christian Morabito, , Amedea Morsiani, Gian Matteo Sabatino e Livia Turco

Per Letizia De Torre Deputata PD, che introduce il dibattito, il senso di quello che sta avvenendo nelle scuole coincide con il fine ultimo dell’umanità. I popoli si sono mossi da sempre, in questo momento storico in particolar modo e quando nelle scuole noi ci occupiamo di accoglienza, di integrazione, non lavoriamo solo per gli alunni migrati ma per noi, per i nostri ragazzi, perché tutto ciò coopera al fine politico dell’umanità, ovvero l’incontro tra i popoli.
Per spiegare questa missione la De Torre cita Gandhi: “Se un solo uomo migliora spiritualmente con lui migliora tutta l’umanità.” E Palmiro Togliatti, quando scrivendo al Presidente della Repubblica in merito alla questione del confine istriano, diceva: “sarà possibile che le questioni della nostra frontiera siano affrontate con spirito di fraternità e collaborazione fra i due popoli dimenticando il passato.”
Nella scuola è questo spirito che si cerca di costruire. L’incontro tra culture e mentalità diverse che permette di unire i popoli.
L’interculturalità significa preparare i nostri ragazzi alla società del domani, quindi la scuola deve costruire nei ragazzi la capacità di affrontare questo momento di passaggio. Dobbiamo rafforzare nei ragazzi la cultura di ciascuno e prepararli a fare incontrare la loro cultura con quella degli altri, perché l’incontro delle culture produce qualcosa di nuova: la co-cultura, una dimensione nuova che ci contiene tutti, nonostante ognuno mantenga le proprie radici. E questo per la scuola significa saper rivedere tutto, e significa anche la capacità dei docenti di rimettersi in gioco, per trasformare la scuola e la società.
I dati dell’ultimo anno scolastico ci dicono che c’è stato un arresto nel flusso degli alunni migranti nelle classi italiane. Questo significa che la circolare del tetto del 30% di alunni immigrati per scuola è inutile.

Giovanni Bachelet ricorda che le scuole dove è stato superato il tetto del 30% sono poche e tutte hanno ottenuto la deroga. Quindi per mesi si è parlato del nulla, “come succede spesso questo governo parla di cose che non hanno alcuna attinenza con la realtà”

Per raccontare la scuola e i percorsi di accoglienza in questo incontro sono stati invitati degli operatori e degli amministratori che ne parlino attraverso le testimonianze, inizia Sheila Bombardi, del servizio assistenza della provincia di Torino, raccontando della situazione territoriale in cui opera, caratterizzata dall’aver conosciuto prima di altri territori i fenomeni migratori.

L’arrivo in corso di anno scolastico è frequente. Spesso la scuola si può trovare in una situazione di difficoltà, per questo esiste una sinergia tra enti che permette all’istituto di sapere quali e quante risorse ha, per rendere possibile l’accoglienza, senza lasciare i ragazzi isolati per mesi in un nuovo paese. I ragazzi vengono coinvolti in percorsi di formazione professionale.
Occorre continuare sulla strada della cultura, sulla capacità di andare di riconoscere e valorizzare gli apprendimenti precedenti all’arrivo in Italia e aiutare la scuola, in questo momento priva di risorse economiche, ad incrementare questi percorsi.

Anche Rosa Maria Di Giorgi, assessore all’educazione a Firenze. Per cui le politiche delle amministrazioni devono essere centrate su questo sforzo, che va al cuore dei problemi. Un’amministrazione deve sfidare il nostro tempo attraverso gli investimenti che fa nei bilanci. Tagliando sulle scuole e sulla formazione, definisce negativamente la strategia politica di governo dell’amministrazione. Meno si sta a scuola meno integrazione si fa, meno tempo pieno c’è meno possibilità abbiamo di fare integrazione. Fare qualcosa che serva davvero.

L’assessore racconta dei tre centri di alfabetizzazione costituiti in città: Ulisse, Gandhi e Giufà. Questi centri sono a disposizione di tutte le famiglie che hanno bisogno di imparare la lingua italiana. “Noi spendiamo 1 milione di euro, a cui si aggiungono i fondi della legge 285”

Christian Morabito, addetto alle politiche sociali delle Mauritius in rappresentanza dell’Onu, racconta di un paese composto da 1.200.000 abitanti di diverse etnie e religioni e lingue. Una situazione potenzialmente esplosiva. Ed è invece un’oasi della pace multi culturalistica. L’identità nazionale si può basare sulla multi cuturalità. “Un esempio emblematico – dice Morabito – di come l’integrazione non sia incompatibile con l’identità nazionale”.
Per fare questo occorre una formazione degli insegnanti. Prima e durante. E un’attenzione particolare anche da parte degli amministratori, nelle Mauritius al primo punto degli obiettivi c’è proprio il multi culturalismo.

Già a 3 anni i mauritiani familiarizzano tra loro, comprendendo nella diversità la normalità, ogni diversità è un piccolo tassello del puzzle che crea la loro identità nazionale. In tutti questi anni il Governo del paese non ha mai tolto un centesimo alla scuola pubblica, anche nei momenti di crisi. “Nessuna riforma che cambi l’aspetto della formazione ed esporti innovazione avviene a costo zero.”

Amedea Morsiani, dirigente settore scuola Comune di Imola, una realtà che risponde al 100% della domande di inserimento agli asili nido e scuole materne. Questo aiuta moltissimo anche le famiglie immigrate che si avvicinano all’istruzione pubblica.

La Morsiani spiega come funziona il percorso di accoglienza nelle scuole imolesi. Nel giro di una settimana la commissione valuta la corrispondenza del grado di scolarizzazione del bambino in arrivo, cerca la scuola più vicina e il grado di accoglienza (ovvero che nella classe non ci siano già altri fattori che non renderebbero efficace l’inserimento), definisce un monte ore di alfabetizzazione (in genere 4 ore per 4 settimane per 4 mesi) e predispone progetti sperimentali per migliorare l’integrazione. Come si può fare tutto questo: “Tutto questo è possibile non tagliando le risorse per la scuola pubblica, ma anzi aumentandole.”

Gian Matteo Sabatino, insegnante della comunità di Sant’Egidio, spiega che la scuola è importantissima in questo momento, perché permetterà il passaggio del nostro paese da una fase in cui l’immigrazione è vista come un problema e un pericolo ad una in cui si comprenderà che occorre integrare e programmare. La scuola fa società e i bambini stranieri che stanno nelle scuole accanto ai bambini italiani costruiscono la società di domani.

Gli stranieri devono essere non solo quelli che lavorano, ma anche quelli che studiano. Perché imparare l’italiano è la chiave per entrare nella società. Sabatino parla di quegli immigrati, adulti, che il sabato e la domenica vanno ad imparare l’italiano: “È l’immagine di una grande volontà d’integrazione. Sono 55.000 le persone sono venute presso di noi, dall’82 a imparare l’italiano.“
La comunità di Sant’Egidio crea le sue scuole nelle zone emarginate delle città, perché lì il rischio potenziale di conflitto è più alto, ed è proprio lì che si deve intervenire.

Dopo queste testimonianze il compito di chiudere l’incontro è dell’onorevole Livia Turco, che, appassionata, rimarca l’importanza di quest’incontro: “Abbiamo sentito testimonianze di chi ogni giorno si mette in gioco. Abbiamo discusso della cosa più importante: i nostri figli. E hanno bisogno di una scuola che sia di tutti e per tutti, che insegni a tutti. Per questo noi del PD facciamo della battaglia per la scuola pubblica un grande bandiera. Faremo di tutto per impedire il massacro di questo governo.”

I ragazzi di oggi hanno una fortuna che le generazioni passate non hanno avuto: vivere l’esperienza della mescolanza. Quando si parla di scuola interculturale si parla di una grande risorsa e di un’enorme ricchezza.
“Noi – continua la Turco – ci battiamo per la scuola interculturale per tutti. Perché noi che siamo cresciuti qui dobbiamo essere aiutati a diventare cittadini del terzo millennio, confrontarci con altre culture. Quelli che dicono l’Italia agli italiani, fuori gli immigrati ci hanno ingannato, l’integrazione non è un pedaggio, un costo che facciamo per gli immigrati. È una cosa che facciamo per noi. Per liberarci delle nostre paure infondate e costruire l’Italia della convivenza, l’Italia del futuro.”

Fra.Mino

www.partitodemocratico.it

Mentre la Gelmini fa propaganda, dai territori arrivano i problemi

“I precari da stamani in presidio permanente”, di Gabriele Orsini
PISA. Da questa mattina i precari della scuola sono in presidio permanente di fronte al Provveditorato per protestare contro i tagli al sistema scolastico. “Scuola pubblica bene comune”, questo lo slogan inequivocabile scelto dagli insegnanti e dal personale tecnico-amministrativo.
La decisione per questa nuova mobilitazione, emersa nel corso dell’ultima assemblea della Rete dei precari, arriva dopo il blitz in occasione delle nomine per ribadire l’opposizione alla riforma Gelmini e la necessità di difendere il diritto al lavoro. Dopo la grande visibilità che lo sciopero della fame del professor Rocco Altieri ha restituito alla mobilitazione, il presidio si pone l’obiettivo di proseguire in questa direzione. Sarà una giornata animata quella di oggi in via Pascoli, dove ha sede l’ufficio provinciale scolastico. Per festeggiare il successo della protesta dell’insegnante del Matteotti, stamattina un gruppo di studenti del corso serale “salvato” in extremis ha organizzato una performance teatrale a tema.
Ma al di là della visibilità, il presidio permanente servirà a coinvolgere la cittadinanza e ad amalgamare intorno a sé tutti i fermenti di una protesta. Quello di oggi è comunque solo il primo passo di un percorso che porterà ad un primo giorno di scuola del tutto particolare. Per il 15 settembre infatti le organizzazioni sindacali provinciali (Cgil, Snals, Gilda, Cobas e Unicobas) hanno convocato un’assemblea sindacale di tutto il personale scolastico. «La scelta di effettuare un’assemblea il primo giorno del nuovo anno scolastico ha un forte valore simbolico – spiega la Flc-Cgil – vogliamo dare all’opinione pubblica un segnale chiarissimo del forte ridimensionamento della scuola statale a causa della politica governativa. La legge 133 ha portato nella nostra provincia alla perdita di circa 450 posti di lavoro negli ultimi due anni».

Il Tirreno/Pisa 02.09.10

******

“Scuola, partenza nel caos scatta la mobilitazione E la Gelmini dà forfait”, di Bianca De Fazio

Scuole con così pochi bidelli da non poter aprire la succursale. Istituti senza neppure un addetto alla segreteria. Docenti assunti tre giorni fa, ma senza una scuola dove prendere servizio. Precari che neppure sanno quando uscirà il calendario per le supplenze e gli incarichi annuali. «L´anno scolastico è iniziato così: annaspando. Il mondo della scuola, a Napoli ed in Campania, è in grandissima difficoltà» denuncia Luigi Panacea, segretario generale della Uil scuola della Campania. «E così, perché sia chiaro che non intendiamo restare a guardare, chiamiamo tutti alla mobilitazione generale: domani mattina, alle 9, manifestazione dinanzi alla Direzione scolastica regionale, al Ponte della Maddalena. Innanzitutto contro i tagli indiscriminati e ragionieristici che penalizzano fortemente la scuola campana».
Ai sindacati arrivano le segnalazioni in tempo reale, dalle scuole in sofferenza. Così ieri mattina, ma non sono che esempi, la scuola media Santa Maria di Costantinopoli s´è ritrovata senza segreteria, e la preside Mincione ha telefonato dall´hinterland per reclamare: «Sono sola a scuola: non c´è neppure un addetto alla segreteria. Che faccio?». «Un altro esempio? L´istituto Castaldo di Boscoreale – racconta Panacea – non può aprire una delle sue sedi per mancanza di bidelli».
E se la Uil indice una manifestazione, la Flc Cgil prepara volantini che chiamano a raccolta anche la società civile: «L´impoverimento della scuola pubblica riguarda tutti» afferma il segretario regionale Giuseppe Vassallo, che denuncia, tra l´altro, i ritardi nella macchina organizzativa: i calendari per le supplenze annuali sono di là da venire (forse se ne saprà qualcosa la prossima settimana), ed i neoimmessi in ruolo, i pochi fortunati che hanno ottenuto il contratto a tempo indeterminato, neppure sanno quale sarà la loro sede. Una situazione esplosiva che ieri ha prudentemente tenuto lontana dalla Campania il ministro per l´Istruzione Mariastella Gelmini. Era attesa nel pomeriggio ad Ariano Irpino, nella sede di Biogem. E lì si erano dati appuntamento sindacati di categoria e precari giunti da tutta la regione. Ma nella tarda mattinata la Gelmini ha dato forfait, ufficialmente «per sopraggiunti impegni istituzionali».
Sono 1276 nelle scuole elementari, 894 nelle medie, 1716 alle superiori i docenti che quest´anno, in Campania, hanno perso il posto. E altri 2000 sono gli Ata (personale tecnico amministrativo) sacrificati sull´altare della razionalizzazione della spesa. Tagli che hanno penalizzato la Campania più che altre zone del Paese: qui insegnanti e studenti rappresentano il 10 per cento del totale nazionale, ma i tagli non sono stati proporzionali ma superiori al 17 per cento. E ai precari che attendono l´incarico annuale giunge una doccia fredda: i posti disponibili saranno non più di 143 per il personale Ata, «mentre per gli insegnanti – conclude Panacea – si parla di 250 posti per l´adeguamento degli organici». E dire che nelle graduatorie, in Campania, di precari ce ne sono oltre 32 mila. Intanto è confermato l´accordo tra il ministro Gelmini e il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro per il coinvolgimento dei precari della scuola in un progetto elaborato dall´assessorato all´Istruzione. «Con lo stanziamento di fondi Pon e Por-Fse», si legge in una nota, «si concretizza il processo di inserimento dei precari attraverso interventi tesi alla riduzione dei livelli di dispersione scolastica».

La Repubblica/Napoli 02.09.10

******

“In catene i precari della scuola”, di COsimo Santimone

CAMPOBASSO «Siamo contrari alla regionalizzazione della scuola. Vogliamo, in tempi brevi, delle garanzie». Queste le prime parole del segretario regionale della Flc Cgil Sergio Sorella il quale ha espresso «disagio per una situazione che ormai peggiora di anno in anno». Sorella, insieme a tanti «precari», ieri mattina è stato dinanzi alla Prefettura di Campobasso, in catene, per protestare contro le politiche scolastiche che stanno fortemente penalizzando sia «gli addetti ai lavori» che l’offerta formativa da garantire ai tanti studenti. «Bisogna – ha detto Sorella dopo un incontro, avuto insieme a una delegazione di precari, con il vice Prefetto – sospendere immediatamente i tagli. Si tratta di un problema serio che deve essere «sentito« a livello nazionale. E questo compito ce l’ha il Prefetto che adesso dovrà far arrivare al Ministero il nostro disagio. A Luglio – continua Sorella – abbiamo avuto un incontro con l’Assessore Di Sandro e gli abbiamo illustrato tutte le difficoltà. L’Assessore, a dire il vero, presentò successivamente una proposta ma poi non se ne è fatto più nulla. Cosa chiediamo? Noi vogliamo semplicemente più «tempo-scuola» e non dei servizi aggiuntivi. Ripeto – ha concluso Sorella – mi auguro che il Prefetto adesso possa sollecitare chi di dovere e illustrare una situazione che ormai è arrivata al collasso grazie alla costante mancanza di qualsia forma elementare di garanzia». Una delegazione, come detto, ieri si è recata ai piani alti del palazzo del Governo ed ha consegnato un documento nel quale sono state elencate, per filo e per segno, tutte le criticità della scuola molisana. Contestualmente, i precari, hanno chiesto anche un tavolo istituzionale urgente

Il Tempo/Molise 02.09.10

******

Scuola, nomine nel caos. Una cattedra per due
Una cattedra per due. Non è il titolo di un film, ma una vicenda successa a Firenze a pochi giorni dall’inizio delle lezioni. «Alle 16 del 31 agosto non sapevo ancora a che scuola ero stata assegnata – racconta Fabrizia De Lorenzi, insegnante di ruolo 47enne-, nonostante dovessi iniziare a prendere servizio dal mattino dopo. Al provveditorato regnava il caos: mi dissero di andare a casa e aspettare che le assegnazioni venissero pubblicate sul sito web ufficiale. Cosa che è successa intorno alle 18: ero stata assegnata alle serali dell’Elsa Morante. Una buona notizia, perché sono di Firenze e ho dovuto fare la pendolare da Siena per 25 anni. Ma una volta arrivata all’istituto, nessuno sapeva niente di me. Stavo aspettando l’arrivo del preside per presentarmi e chiedere spiegazioni,quando è arrivata un’altra docente, assegnata alla mia stessa cattedra». Una situazione paradossale: «Ora mi hanno assegnato ad un istituto magistrale di Empoli, ma là non ne sanno nulla e sul sito è indicato il nome di un’altra insegnante. Sono senza parole». Un errore del provveditorato, una svista. Ma il caso di Fabrizia non è isolato: «Non avevo mai sentito una storia del genere fino a quest’anno. Non è solo colpa dell’ufficio scolastico: si tratta di un malfunzionamento dovuto ai ritardi accumulati dal Ministero ». La confusione maggiore regna infatti alle superiori, oggetto di un riordino degli indirizzi fortemente voluto dal Ministero, nonostante dirigenti scolastici, enti locali e sindacati avessero chiesto di rimandarlo di un anno. Così siamo già a settembre, ma quasi 1700 supplenze annuali nel solo territorio fiorentino devono ancora essere assegnate. Basta dare un’occhiata sul sito del provveditorato (www.csa.fi.it) per rendersi conto della situazione: 48 cattedre di italiano e 60 di matematica non sono state ancora assegnate alle scuole medie, solo per citare le materie principali, e i dati sulle superiori non sono stati ancora nemmeno pubblicati. Non solo. In 16istituti manca perfino il preside: «Per un ritardo nel concorso pubblico per dirigenti scolastici – spiega il segretario provinciale della Flc Cgil Alessandro Rapezzi -, i posti dei pensionati non sono stati coperti. Così si mandano in reggenza presidi di altre scuole, che però vengono informati a pochi giorni dall’apertura. Ecco la realtà che si nasconde dietro la retorica governativa sull’azienda scuola e i presidi-manager». Parallelamente, a Siena e Provincia sta succedendo di tutto. E a lanciare l’allarme sono proprio gli studenti delle superiori:12classi tagliate, il che significa che «300 ragazzi perderanno i loro compagni di classe e saranno costretti ad approcciarsi a nuovi metodi di insegnamento con un palese disagio didattico ed economico per le famiglie, che si troveranno costrette ad acquistare una seconda volta i libri di testo per l’anno che sta per iniziare», spiega Davide Cipullo, presidente della Consulta degli studenti. Non mancano casi limite: c’è chi sostiene gli esami di riparazione senza sapere in che classe finirà, e chi starà in una classe (all’Istituto Redi di Montepulciano) di 33ragazzi di cui un portatore di handicap. Al Volta, il liceo della val d’Elsa, forse sarà ricostituita una delle tre classi smembrate. Di sicuro, promette il rappresentante d’istituto Stefano Nardi, «il primo giorno di scuola, il 15 settembre, faremo un’assemblea straordinaria d’istituto per decidere come continuare la protesta contro i tagli del governo». Al liceo classico Piccolomini di Siena, pare rientrare il rischio di perdere una classe (genitori e studenti avevano deciso di ricorrere al Tar). Invece, al liceo scientifico Galilei, doveva essere tagliata una classe quarta:ma con l’intervento della Regione il rischio è stato scongiurato. Gli studenti e la Cgil comunque non fermano la protesta: il primo giorno di scuola saranno organizzate, in tutte le scuole, lezioni tenute da precari che hanno perso il posto di lavoro dedicate agli studenti delle classi smembrate. Già fissato l’appuntamento con la piazza: il 17 corteo fin sotto la Prefettura.

L’Unità/Firenze 02.09.10

******

Scuola, in due anni persi seicento posti Già cancellati i precari di latino e greco

ROVIGO – Circa seicento posti di lavoro cancellati in due anni, destinati a diventare quasi novecento se la politica di tagli alla scuola pubblica proseguirà come da programma nel 2011. Un impatto occupazionale negativo equivalente, insomma, all’eventuale chiusura della Grimeca, la piccola Fiat del Polesine. Proprio per questo le federazioni territoriali degli insegnanti di Cgil, Cisl, Uil chiamano a raccolta il territorio. «Non è solo un problema nostro, ma di tutti – sottolinea Teresa Bradiani, segretario Slc Cgil – il futuro della scuola pubblica coincide con il futuro della comunità».

In vista dell’inizio del prossimo anno scolastico sono stati già cancellati trecentotredici lavoratori, con pesanti ricadute sociali. La mannaia si è abbattuta soprattutto sui docenti di scuola superiore con ottantatre posti soppressi, cui si sommano ventisette tagli sulle scuole primarie e nove sulle medie inferiori, senza contare la liquidazione di ben quarantaquattro supplenti polesani. Numeri che crescono ulteriormente, se si tiene conto che ci sono diverse decine di insegnanti mandati in pensione senza essere sostituiti: trentasei di scuola media, ventitre di liceo, diciannove maestri elementari e quattro di scuola d’infanzia. Non meglio va al personale tecnico e amministrativo con l’uscita di quarantacinque collaboratori, venticinque impiegati amministrativi, due tecnici di laboratorio con altrettanti segretari. Anche in questo caso, vanno aggiunti i pensionamenti senza sostituzioni: venticinque, per l’esattezza. «Professionalità in campo anche da un decennio – rimarca Bradiani – significa buttare nel cestino investimenti di vita».

Senza contare l’impoverimento dell’offerta formativa come sottolinea Bertilla Gregnanin, responsabile Uil Scuola: «Sono state cancellati di fatto i precari di latino e greco, tagliati in maniera pesantissima quelli di inglese ed educazione tecnica, colpiti in maniera durissima i docenti di meccanica e informatica. Senza contare i problemi legati al sostegno degli alunni disabili e la difficoltà a seguire in modo adeguato classi troppo numerose, oltre i trenta allievi».

Corriere/Rovigo 02.09.10

******

“Milleottocento posti tagliati in tre anni nelle scuole ciociare, insorge la Cgil”, di Ma.Ce.

“Il prossimo 3 e 4 settembre saranno effettuate le nomine per le supplenze annuali del personale docente e Ata delle scuole della provincia di Frosinone. A parte il ritardo con cui quest’anno verranno assegnate le nomine, il fatto più eclatante è che saranno centinaia gli aspiranti supplenti che quest’anno vedranno vanificata la loro speranza di avere un posto di lavoro”, scrive il segretario generale della Flc-Cgil di Frosinone, Raffaele Miglietta.

Che cosa è accaduto alla scuola ciociara? “L’anno scolastico si avvierà in provincia di Frosinone con una forte riduzione di organico: sono 187 i posti tagliati nell’organico del personale Ata e 420 quelli tagliati nell’organico dei docenti. I tagli consistenti di quest’anno si sommano a quelli già numerosi dell’anno scorso (circa 600 tra docenti e Ata) e precedono quelli altrettanto numerosi (più o meno altri 600) già programmati per il prossimo anno scolastico”, tuona Miglietta.

Secondo la Cgil, però, il problema non sarà solo dei precari che perderanno le supplenze, ma anche degli alunni, “poiché i tagli di organico si accompagnano a un generalizzato peggioramento della funzionalità e della qualità delle scuole pubbliche della provincia: soppressione di tutte le classi a tempo pieno, chiusura della scuola media in diversi comuni, aumento degli alunni per classe, riduzione dell’orario settimanale di lezione nelle scuole secondarie superiori”.

Per questi motivi, la Flc Cgil di Frosinone domani e dopodomani, in occasione delle operazioni di nomina dei supplenti annuali, sarà al fianco dei precari per rivendicare un piano pluriennale di immissioni in ruolo, la salvaguardia delle graduatorie ad esaurimento e la definizione di regole chiare e certe per il reclutamento. L’iniziativa della Flc Cgil proseguirà poi con l’apertura del nuovo anno scolastico con una serie di azioni di lotta quali l’astensione del personale dalle prestazioni orarie aggiuntive e la proclamazione di scioperi orari.

Il Messaggero 02.09.10

******

Quattro professori precari in sciopero della fame: «E noi che fine faremo?», di Luca Salvi
MILANO- Nicola ha tre mesi, occhi azzurri che osservano dal passeggino. Il papà, Davide Bondesan, 28 anni, insegnante di latino e greco alle superiori, ha cominciato lo sciopero della fame e ha passato la notte in una tenda davanti all’Ufficio scolastico regionale. «L’anno scorso ho insegnato in una media a Binasco spiega . Non c’era altro posto. Quest’anno non so ancora dove e se troverò lavoro». Proprio ora che è nato Nicola, Davide rischia di non avere uno stipendio. Al presidio che il Movimento scuola precaria ha organizzato ieri in via Ripamonti c’è pure la mamma, Erika Braghieri. Insegnante anche lei, da due anni ha scelto un altro lavoro: «Se fossi anch’io precaria, non so come faremmo col bambino. Per fortuna ho trovato lavora in un’azienda di diagnostica». DAVIDE È UNO DEI 4 DOCENTI che da ieri pomeriggio non mangiano. Come Cristina Virardi, Alessandro Risi e Miriam Petruzzelli, tutti precari. Miriam rivela che «quest’anno 1.500 insegnanti potrebbero essere tagliati. Meno insegnanti significa meno qualità a scuola. Ma in realtà ancora non sappiamo quanti posti siano disponibili». Claudio Nicrosini, docente di Storia dell’arte e di sostegno, rivendica «un sistema trasparente per le nomine. Oggi poi si riuniscono i collegi docenti e noi non possiamo partecipare perché nessuno ha avuto ancora un incarico». Così i quattro insegnanti faranno lo sciopero della fame fino a sabato e cercheranno di creare un punto informativo per comunicare i posti effettivamente disponibili nelle scuole. A dare man forte ai precari sono arrivati studenti, ragazzi dei collettivi, professori di ruolo e sindacati (Flc-Cgil e Cub). «I tagli e le incertezze sull’organico danneggiano la continuità didattica afferma Tamara Bernasconi, insegnante di sostegno e precaria da sei anni . Gli studenti cambiano professori da un anno all’altro, e per i ragazzi disabili è peggio. Ci vogliono mesi per costruire un rapporto di fiducia». Nel pomeriggio la performance: i precari si stendono su sagome disegnate col gesso e la zona è recintata col nastro «Scena del crimine: vittima la scuola». Intanto sono usciti i calendari delle cattedre annuali per medie e superiori. Si comincerà il 6 e 7 settembre nelle scuole polo. Ma lo sciopero della fame continua.

Il Giorno/Milano 02.09.10